sabato 1 luglio 2017

Problemi di base migratori - 341

spock

Perché non prendere i migranti direttamente in Libia?

Devono morire in mare?

Devono far guadagnare gli scafisti?

A  percentuale?

Devono dare la medaglia ai salvatori?

O le Ong sono dei trafficanti?

E perché i trafficanti non sarebbero delle Ong?

Perché Gentiloni va a Parigi e a Berlino, dove gli ridono dietro, e lui pure ride soddisfatto, mentre minaccia il blocco navale, che sa di non volere o potere attuare? Fa il furbo, pure lui?

Questo Macron che è tutti noi, tutto sorrisi e pacche, mentre manda elicotteri e cani lupo alla frontiera con Ventimiglia contro quattro africani, è proprio un verginello come si dichiara?


È questa l’Europa: far annegare qualche centinaio di africani, al giorno, arricchire qualche balordo, medagliare i volontari dell’avventura, dire all’Italia “cazzi tuoi”, e insolentire chi ne salva qualcuno  (non li salva mai a puntino, come  dicono Merkel e Macron)?

spock@antiit.eu

Letture - 307

letterautore


Cattolico – A volte non si può. Carl Schmitt lo racconta in alcuni aneddoti di “A colloquio”. Un teologo protestante è abbandonato dalla fidanzata, alla vigilia del matrimonio, con le pubblicazioni già fatte al municipio e in chiesa, perché ha trovato a casa sua il libro di Schmitt “Cattolicesimo romano e forma politica”. Anche se Schmitt godeva tra i suoi coetanei di fama quasi libertina. Infatti una sua conoscente protestante di gioventù, Emmi Achterrat, che pure intanto aveva messo testa a posto sposando un insegnante di scuola media, a proposito dello stesso libro lo apostrofa: “Allora Carl, sei finito tra i non liberi?”

Italia – Machiavelli è “abbandonato” agli studi americani. L’unica sua biografia in circolazione, a parte quella del poligrafo  Giuseppe Bonghi, è di Erica Benner, una storica delle idee americana. Quando gli angloamericani avranno abbandonato gli studi italiani – francesi e tedeschi lo hanno già fatto - che ne sarà dell’Italia? In dieci anni un solo libro di storia italiana è stato pubblicato di storici italiani, quello di Rosario Villari sul Seicento a Napoli, ma è lo sviluppo di una vecchia ricerca. Sul Risorgimento e la Grsnde Guerra - malgrado il centenario - sono disponibili due saggi di Rosario Romeo, di cinquanta anni fa.
È anche vero che la riforma Berlinguer vent’anni fa declassava la storia quale materia di studio - la riforma “angloamericana” della scuola italiana, come se gli angloamericani disprezzassero lo studio della storia.

Desertificazione – Censisce “La Lettura” domenica i borghi abbandonati, alcuni di età antica, molti medievali, con  un’importantissima classificazione, specie per le motivazioni del’abbandono. È un fatto: gli ottomila comuni e i 100 mila centri abitati, che facevano il bello dell’Italia, e anche il buono, ma indignavano i censori esterofili, in linea con i severissimi critici tedeschi e inglesi di cui l’Europa è infetta, più stupidi forse che invidiosi, sono in realtà da dichiarare finiti col governo Monti. Anche se per morte lenta: è difficile disaffezionarsi..
I sintomi sono già da un quinquennio all’opera. Che poi sono uno: il disamore per i luoghi paterni, che in un paese come l’Italia, a migrazione diffusa, si può dire generalizzato – prima ce n’era il culto, ora l’insofferenza. Le tasse, e le tariffe“liberalizzate”, cioè aperte all’arbitrio (il telefono costa il doppio, l’elettricità tre e quattro volte di più, un sacchetto della spazzatura” può costare fino a 12 euro per il ritiro), delle seconde e terze case ha già cominciato a colpire molti paesi: meglio spogliarsi della proprietà, tanto più di case vecchie, bisognose di riparazioni, e sempre meno abitate.   

Galileo – Visse a Firenze a Arcetri dieci anni, dopo la presunta condanna-abiura di cui non si trovano le prove, in una villa con parco che oggi si celebra come una delle più belle di Firenze. Libero anche di andare a Firenze, tre km, a piedi o a dorso d’asino, superando la Costa San Giorgio soprastante Boboli. O di visitare le figliole in convento, suor Maria Celeste (Virginia) e suor Arcangela (Livia). Con una biblioteca di almeno 400 volumi, cospicua anche oggi che i libri valgono poco. Con un grosso capitale in banca, di almeno 5 mila scudi. Da Gran letterato, e riverito, oltre che scienziato. Mentre l’evangelico militante Keplero moriva povero e in disgrazia, in sospetto per gli oroscopi di cui si dilettava, e le pratiche magiche della madre.
La polemica anticattolica è un po’ superficiale. Copernico, del resto, che riscopriva la teoria eliocentrica, sicuro cattolico e anzi un po’ sacerdote, era morto nel suo letto senza problemi un secolo prima.

Malocchio – Conrad non lo nomina, lo chiama “spell”, ma lo mette all’opera in “Linea d’ombra”: in grande misura la tensione della seconda parte del racconto nasce da questo “incantesimo”– il primo ufficiale Burns, che lo evoca in continuazione, con tratti di follia, che mota critica vede bizzarro e anche “incompatibile”, è invece il perno della suspense.

Medio Evo – Fu epoca di grandi fantasie. Il ciclo di re Artù. Quello dei Reali di Francia. Quello di Alessandro Magno. E i cicli artistici, dei mosaici, (Otranto, Monreale), delle vetrate (Chartres). Le stesse cattedrali sono narrazioni, mitiche, simboliche, fantastiche. Dei cicli: biblici, naturali, immaginari.  

Pirandello – Si cita in America, in una delle prime edizioni divulgative di Philip K. Dick, nella collana Ace, 1976, come uno dei suoi ispiratori

Pound – “I frutti puri d’America impazziscono”, diceva William Carlos Williams, che ne fu difensore e cultore. Per “l’insofferenza iconoclasta al compromesso”, chiosa Lethem.

Mary de Rachewiltz, née Pound, si è querelata contro CasaPound, il movimento neofascista, per uso improprio del nome: “Pound non ha mai avuto una casa”. Il Tribunale di Roma le ha dato tortoi. Ma ha ragione: Pound è porta apolide, e probabilmente universale, da Sesto Properzio ai troubadour,  a Cavalcanti e Dante,  e all’Estremo Oriente, contemporaneo e maestro di Joyce e T.S.Eliot.

Scrittore americano – La “sistemazione” critica di Foster Wallace ha uno scoglio nel fatto che è scrittore “tipicamente americano”, ma non altrimenti definibile. La seconda parte del problema è per sua natura aperta – una definizione è sempre aperta. Ma scrittore americano? Tutti gli americani scrittori lo sono. Melville forse di più, che non saprebbe non essere americano. O Whitman. Ma i tanti altri?

Uno scrittore molto americano significa comunque uno ottimo conoscitore della tradizione, specialmente classica, specialmente latina, e attraverso di essa di quella evangelica e biblica. Questo è vero di Foster Wallace, che fu anche professare, come del “ribelle” Kerouac. Con un di più: “americano” significa aperto agli elementi (non nel caso di Foster Wallace), realistico, innovatore – iniziatore. Soprattutto questo: lo scrittore americano vuole essere radicato, a differenza dalle  avanguardie, tipicamente europee, che si vogliono sradicate. E vuole essere se stesso: scrive perché ha-vuole avere qualcosa da dire. Con una distinzione netta dalla letteratura di consumo, il “mercato” americano è comunque generoso con lo “scrittore americano”, anche il più difficile vende diecine di migliaia di copie.

letterautore@antiit.eu

L'eroe dela Resistenza a Hitler, malgrado la Germania

Una celebrazione tardiva, e più malioconica che rigenerante, di uno dei più determinati oppositori di Hitler. Che riuscì a organizzare nel luglio 1944 una congiura e un attentato che avrebbero liberato la Germania dalle vergogne del nazismo e dalle distruzioni della guerra, ormai combattuta in terra tedesca.
Malinconica perché è la prima biografia, in tedesco, di uno storico e politologo tedesco, dell’uomo che organizzò la più articolata azione di resistenza contro Hitler, e l’avrebbe anche portata a termine con accuratezza e sagacia, non fosse stato per il caso – l’altro storico tedesco della Resistenza, e di Stauffenberg, Peter Hofmann, è da cinquant’anni cittadino canadese. Una biografia peraltro breve, anche se è il secondo o terzo intervento di Steinbach su Stauffenberg. Pubblicata in Italia dalle edizioni Dehoniane, in chiave quasi confessionale - gli Stauffenberg sono cattolici.
Molti film sono stati fatti su Stauffenberg e la sua congiura, ma americani.  Il cap. terzo di questo saggio, “L’immagine di Stauffenberg dopo il 1945” è forse il più interessante, e il più triste. La Germania non ha il culto della Resistenza: è l’unico paese europeo che non celebra la fine del nazifascismo. Come se se ne vergognasse, benché abbia avuto il fronte di fresistenza più ampiio, duraturo, determinato, contro Hitler. Si sa più delle donne della famiglia. Melitta, la cognata, aviatrice militare, di famiglia ebraica, dichiarata “meticcia ebrea di primo grado”, nella meticolosa classificazione germanica – e poi, per la stessa, classificata “ariana pemeriti”, avendo richeisto il “riconoscimento alla parità della razza”. E “Nina”, la moglie del conte Claus, l’attentatore, che, imprigionata incinta, diede alla luce in carcere il quinto figlio, una bambina, fu quindi confinata a Bolzano, e dopo la guerra liberata.
Una lettura veloce. Con una tavola cronologica, una bibligrafia scelta, e un’appendice fotografica.  
L’attentato non fu l’avventura di un nobile blasé. Era organizzato, e molto articolato. La risposta di Hitler fu altrettanto  ramificata dopo il 20 luglio: settemila arresti e 5.684 esecuzioni, di ufficiali e gentiluomini. Con molte esecuzioni “esemplari”, a fini dissuasivi: i più furono impiccati, con corde di piano, lacci di cuoio, canaponi di mare, filmati da centinaia di troupes, a ganci da macellaio o ai pali della luce.
La storia vera sarebbe quella dei tanti tedeschi morti contro Hitler, più che in qualsiasi altro movimento europeo di Resistenza. Prima della Soluzione Finale i lager furono per dieci anni pieni di tedeschi. Che però sono trascurati dalla Repubblica Federale. Per essere stati i più socialisti e comunisti, già antipatrioti e oggi tabù nella Germania divisa. E liberali. E cristiani. Nella storia italiana se ne farebbero monumenti. Ma la colpa collettiva, una forma facile di creazione del Nemico, è stranamente cara ai tedeschi. Ancora oggi, a democrazia infine accettata, non hanno cuore di ricordare quei morti, che poi sarebbe un giorno di ferie pagato. La Repubblica Federale non si dà neppure una festa nazionale, un 20 luglio, una liberazione qualsiasi. E le pensioni ai nazisti ha sempre liquidato, con qualsiasi governo, più rapida che alle vedove dei caduti per la Resistenza.
In aggiunta ai congiurati, oltre cinquemila parenti, vecchi genitori, mogli, figli, furono internati e più spesso sparirono, per delitto di consanguineità, l’antica norma tribale del Sippenhaft – tfra questi  “Nina”, la moglie di Claus von Stauffenberg. Ma la Germania se ne vergogna. Il nobile svevo Claus Schenk von Stauffenberg, letterato, liberale, è stato ridotto a sciocco colonnello prussiano, che vile mette la bomba quando Hitler ha perduto, per pulirsi la coscienza. Come se mettere una bomba a Hitler fosse un gioco. Questo non è stato detto neppure dei gerarchi che tradirono Mussolini. L’opera di Steinbach è semplice, ma non scontata.

Peter Steinbach, L’uomo che voleva uccidere Hitler, Edb, pp. 144 € 12,50

venerdì 30 giugno 2017

Problemi di base leghisti - 340

spock

Un immigrato senza nazionalità è meglio di uno con la nazionalità?

Si erge la Lega a difesa dell’italianità, ma non era contro?

O non bisogna dare diritti agli immigrati per poterli sfruttare meglio?

E dove comincia l’Italia della Lega Nord?

Sempre il vezzo di buttare la spazzatura al piano di sotto, ma non c’è a Milano la raccolta differenziata?

Dice Salvini che il democratico Sala ha fatto bene a fare gli appalti sbagliati: ci sono gli amici degli amici anche a Milano?

L’Italia senza Milano starebbe peggio o meglio? con le armi, i golpe istituzionali, i giudici, i giornali, i leghisti?

O Milano che fa sempre i conti di tutto poi fa finta di arrabbiarsi, per burla?

Perché i leghisti ci ritengono tutti stupidi?

spock@antiit.eu

Quanto Dick deve a Lethem

L’amico pazzo è Philip K. Dick, come da sottotitolo della raccolta di articoli, saggi, discorsi, tavole rotonde, racconti, che Lethem gli dedica, “Io e Philip K.Dick”. Un omaggio di spessore – con note interessantissime sulla propria infanzia di Lethem a Brooklyn. Dopo essersi dichiarato in avvertenza “uno dei maggiori esperti della sua opera”. Riconoscente in fine: “Ho costruito alcuni dei miei palazzi sulle sue rovine”.
La passione di una vita, a partire dalla scoperta, a quindici anni: “Una relazione nella quale avrei investito un immenso patrimonio personale”. E una consacrazione critica a cui Lethem si è dedicato. Dopo essere emigrato ventenne per incontrare Dick da Brooklyn alla California. Dapprima come giovanissimo socio di una Philip K. Dick Society, braccio destro dell’esecutore letterario Paul Williams, poi come cultore della materia. Fino al ripescaggio dello scrittore, ripulito della leggenda nera, con la curatela delle opere per la prestigiosa Library of America,
Non ci sono ricordi personali, Lethem arriva a Berkeley che Dick è morto. Ma c’è molto degli ambienti dove Dick ha vissuto e lavorato, che Lethem a sua volta ha voluto vivere. Dei nodi significativi della sua apparentemente convulsa vita. E della sua capacità di scrittura: “Dick appartiene a una speciale categoria dei grandi scrittori, quelli della prosa discontinua”, con “Dickens, Dreiser e la Highsmith”, e Dostoevskij. Perché la fantascienza, lui che debuttò, e insistette per una diecina di romanzi, sul filone mainstream? “Per soldi e forse anche per soddisfare un’esigenza insopprimibile del suo inconscio” – “la sua istintiva tendenza verso la satira della realtà quotidiana”. Ma, poi, “«autore di fantascienza»” divenne per lui una sorta di identità politica in cui riconoscersi, così come «tossico bruciato» e «mistico religioso»”.
Un libro per dickiani. Ma non solo. È una disamina del genere, nonché dell’“opera” di Dick. E nei cinque suoi propri racconti “dickiani” (di cui uno sullo stesso Dick), esumato dall’abbandono, un formidabile reperto di “creazione letteraria”, dei procedimenti narrativi, come s’impiantano e evolvono. Con un’interrogazione anche, efficace, sui cultori dell’autore, quelli che “fanno” gli autori, ne immortalano l’opera: sorta di ruminanti, che fagocitano il prediletto e poi lo risputano.
Dick sta sollevando molta curiosità da qualche anno. Tra gli altri, anche Carrère s’è cimentato con un ampio libro-evocazione. Lethem va più in là, per impegno e anche per onestà: dichiara il suo partito preso, e insieme s’industria a separare il grano dal tanto loglio dickiano. In chiave, curiosamente, dickiana: “lui” avrebbe approvato, divertito.
Jonathan Lethem, Crazy Friend, minimum fax pp. 173 € 13

giovedì 29 giugno 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (330)

Giuseppe Leuzzi

Venti giornalisti sono sotto protezione, per aver ricevuto minacce. Dodici a Roma, tre a Milano, due a Torino, uno a Viterbo, uno a Caserta, uno a Reggio Calabria.

Diecimila sbarchi in quattro giorni hanno solo quattro righe in prima pagina sul “Corriere della sera”. Sotto il titolo:”Scontro politico sugli sbarchi”. La prima pagina è presa dalla festa a Renzi, a opera di Prodi, Franceschini e Sala. Se non sbarcano a Milano, non esistono.

L’Anas è orgogliosa della Salerno-Reggio Calabria, che ha rifatto per conto del governo.  La riclassifica A2, in promozione da A 3, e la nomina “Autostrada del Mediterraneo”. Ma deve fare tutto da sola, come una promozione commerciale. Con pubblicità pagate: ha tecnologie d’avanguardia, wi-fi, telecontrollo delle gallerie, illuminazione a led, asfalto anti-ghiaccio… Se non se ne può parlare male, meglio non parlarne.
Siccome l’autostrada non la celebrano “la televisione” né “i giornali”, non ce n’è traccia neppure nei medi locali, dal “Mattino” in giù.

Mai sentito
Alassio ha un celebrato lungomare da cui non si vede il mare.

“Banche venete. Dal governo 7 miliardi”. No, 12. Per Mps 8 miliardi. Etruria and co. 2 (3? 5?) miliardi. Se il governo avesse speso a suo tempo qualche miliardo, di lire, per la Carical, o per il Banco di Napoli, le querimonie sarebbero state da libro di storia.

La Pedemontana lombarda è fallita: non ha la liquidità per completare il progetto, 1,8 miliardi, presenta un attivo sovrastimato – i pedaggi reali sono metà del previsto – e i giudici sono perplessi, investiti dai creditori. Ma non si può dire.
La Pedemontana figura un “project financing”, cioè un investimento privato, per una infrastruttura in concessione. Ma è il progetto pilota del presidente della Regione, il leghista Maroni. È controllata  dall’azienda regionale Serravalle, presidente Di Pietro (in scadenza). È un manufatto costosissimo, e fermo dopo mezzo secolo a 25 dei 67 km. progettati. 
La Pedemontana Lombarda è cinquant’anni di studi, consulenze, prospezioni, etc., di ingegneri, geologi, geometri, esperti ambientali, architetti, urbanisti, e moltissimi avvocati. Un investimento pubblico-privato in realtà: statale, regionale e privato. Da 4, poi 5, miliardi. Per 67 km., da Varese-Malpensa a Bergamo (da Cassano Magnano a Orio Sotto). In piano. Sette milioni e mezzo a km., record mondiale di costo. Uno scandalo, di cui però non si parla.
La Pedemontana Lombarda doveva essere pronta per l’Expo, un anno e mezzo fa. Poi per fine 2017. Invece è ferma, e ha realizzato solo 25 km.. Insomma, uno scandalo dei maggiori. Ma non ne sappiamo molto.

Ventidue, o ventitré, capi d’imputazione per l’appalto della “piastra” dell’Expo a Milano. Un appalto ragguardevole, da 1,7 miliardi - non il solo peraltro dell’Expo. Ma l’indignazione è che si siano potute formulare queste imputazioni. Non chi ci ha mangiato, né come.

Angelo De Mattia non ha mezzi termini su Popolare di Vicenza e Veneto Banca: “La peggiore gestione di una crisi bancaria”. Ma lo può dire solo su formiche.net. De Mattia era collaboratore di Fazio alla Banca d’Italia, quando i salvataggi si facevano “prima”, con la moral suasion. Fu così che i problemi dei grandi banchi del Sud, di Roma, di Sicilia, di Napoli, si risolsero senza allarmi e senza i costi abnormi per la collettività che ora stiamo pagando. Ma il metodo non andava bene a “Milano”, a Unicredit, a Bazoli, che avrebbero voluto i banchi per niente, e Fazio fu abbattuto.

La sindrome di Uccialì
Fa un’ottima sintesi della mania del tradimento al Sud Carlo Ossola in visita a Otranto come inviato speciale del “Sole 24 Ore” domenica 18 giugno. Con una conclusione generosa: “La storia non ha una sola direzione: il terribile Ulu Alì, o Uccialì, o Occhiali, alias Giovanni Dionigi Galeni (Le Castella, Calabria, 1519 – Istanbul 1587), catturato dai corsari, si convertì all’islam, divenne pascià di Tripoli, governatore di Algeri, e temuto signore del Mediterraneo (scorrerie sino a Taggia e Roccabruna, e la Corsica); protagonista infine della battaglia di Lepanto ove tenne testa a don Giovanni d’Austria (come ricorda anche Cervantes nel Don Chisciotte); eppure nel crotonese e nel Salento lo si ricorda con un monumento e lapidi”.
Un altro emigrato, si può dire di successo, benché con la violenza, sarebbe stato un giovane Galeni qualsiasi al suo paese. Ma la conclusione dell’illustre filologo è generosa – sembra divagare per non dire la verità: “La si è chiamata, nei tempi moderni, «sindrome di Stoccolma» (la vittima si sottomette all’aggressore, ammirata), ma forse bisognerebbe più propriamente chiamarla la «sindrome di Uccialì», quel fascino che emana da corsari, briganti, uomini di ventura, fuori da ogni legge, castigatori e giustizieri, che hanno popolato la nostra infanzia, i fumetti, i film di un eroismo solitario e senza terra”.
Nessun eroismo, solo succubismo. No, è proprio la “sindrome di Stoccoma”, una sindrome popolare, rassegnata: la verità è la dipendenza dall’esterno.
O non è una forma di sudditanza, al peggio? Di rifiuto di sé. 

Trame
“Le bandiere  blu vengono acquistate dai Comuni, al costo ogni anno di 3.500 euro. La valutazione che fa la Fee è immaginaria e non scientifica”. Lo denuncia Andrea Dominijanni, vicepresidente di Legambiente Calabria, al festival “Trame”, a Lamezia Terme.
La Fee, Foundation for Environmental Education, è un’associazione non governativa e non profit, con sede in Danimarca, che fa una valutazione dettagliata, su 25 punti, ma non gratuita e non autonoma: la basa sull’autocertificazione dei Comuni interessati. Da qui le spiagge sporchissime, e non per caso o accidente, celebrate con la Bandiera Blu. Poi si dice le mafia.
“Trame” è da intendersi le trame mafiose. Un festival delle mafie? Non esattamente: un festival di libri sulle mafie. Alla settima edizione.

Sudismi\sadismi
A Ruoti, in provincia di Potenza, il sindaco uscente Angelo Salinardi candida una Anna Scalise. Che non è sua nipote, e nemmeno sua amante – è del suo partito. Ma la cosa scandalizza “Sette”, il settimanale del “Corriere della sera”.
Lo scandalo non è Tosi, che a Verona candida la sua compagna Bisinella. No, è Ruoti. Bisognerà cercarlo sulla carta. Che però tanto marginale non dev’essere, se il “Corriere della sera” si vende, pensa di vendersi, con la campagna elettorale a Ruoti.

Già che c’è, “Sette” dà una spallata pure al sindaco di Militello Rosmarino, “alle spalle di Sant’Agata di Militello”. Tanto odio, però, non deve essere casuale, il “Corriere della sera” lo confida al suo Montanelli del momento, Gian Antonio Stella. 
Militello Rosmarino Wikipedia dice comune di 1.324 abitanti.

leuzzi@antiit.eu

Il padre non vuole morire

L’assassinio freudiano del padre è lungo 480 pagine, da figlio crononauta – anche perché il padre, centenario, non vuole saperne di morire. Seguono venti di sollievo dopo morto, anche per il lettore. Un padre che è figurativo, il Novecento - da cui il solo assente è proprio Freud. Che non è detto sia morto.
Un racconto divertito. Ma purtroppo non divertente: l’autore di “L’unico scrittore buono è quello morto” si diverte, ancora, a oltraggiare il lettore. Con citazioni sparse, di Pound, Jimi Hendrix, Chatwin (“Che ci faccio qui?”). Arguzie goliardiche, post-ginnasiali – L’Ombroso, il professor Tanfi-Banfi, “chi non osa non chiosa”, “leggere non è tanto simile a leccare?”, ce n’è a ogni pagina, Lotte Continua, il frastuono del silenzio. Comparsate varie, di Hemingway, Brecht, Sibilla (Aleramo) - da comica: Marie Curie appare spiritista.
I figli scoprono il padre, se lo fanno, dopo che è morto. In genere con sorprese. Qui la sorpresa è la normalità. Dopo una serie di eccessi innaginari e noiosi – faticosi: sarà il pedaggio dei concorrenti allo Strega? L’editore mette sulle tracce di Vonnegut e Benni. La seconda è vera, ma alla potenza.
Marco Rossari, Le cento vite di Nemesio, Edizioni e\o, pp. 500 € 18

mercoledì 28 giugno 2017

L'Europa bottegaia

Hanno risolto il loro problema, gli immigrati che arrivavano via Turchia, e del resto non gliene frega nulla. L’hanno risolto coi nostri soldi e ora, dicono, prendetevela in quel posto. Gli immigrati arrivano in Italia a migliaia, e muoiono a centinaia al largo della Sicilia? Chi se ne frega.
Non c’è altra Europa e questa è troppo furba e ignobile. Si capisce che molti siano contro, cioè non si capisce perché ci stiamo a fare? Esportare in Germania, probabilmente potremmo farlo anche da fuori, con qualche beneficio in più.
La miseria dell’Europa bottegaia della celebrata Merkel ha molti aspetti repellenti: il doppio linguaggio, le doppie misure, la bacchetta sempre alzata di maestrini di campagna teutonici, le leggi e i regolamenti a proprio beneficio. Ma l’indifferenza di fronte alla morte, e anzi il dileggio, dei tedeschi e i loro succubi, austriaci, polacchi, cechi, ungheresi, slovacchi, e altri slavi del Sud, tutto questo è un’altra Germania e dovrebbe far riflettere.
È un inabissamento cui stiamo esistendo, di quel poco di democrazia e di verità che era stato costruito nel dopoguerra, con la Germania divisa. Ben visibile nella stessa Germania, dove si celebra in morte di Kohl ben altra politica e ben altra Europa, capace di scelte politiche coraggiose e sagge: il riconoscimento della colpa della guerra, la riunificazione senza se e senza ma (la Germania pre-merkeliana non voleva riconoscere gli ossis, quelli dell’Est, cittadini a parte intera… – la Germania va governata).
Ma c’è questa Germania perché c’è questa Italia. Venduta più spesso, anche in senso proprio, dei soldi: non si spiega altrimenti il succubismo a tanta indigenza. È più che mai Italietta, senza dignità, senza orgoglio. Cosa costa dire “non approviamo il bilancio” se ci lasciate gli immigrati sul gobbo? Qualsiasi altro governo l’avrebbe fatto, in qualsiasi altro paese: la politica deve avere un minimo di consistenza. E non è vero che l’Italia ha le armi spuntate, come vuole il partito tedesco che fa l’opinione. Ma, certo, non ci voleva il democristianesimo di ritorno, il partito della  vaselina.

L’Interno contro Minniti

Salterà il governo per fare saltare Minniti? Il Ministro dell’Interno è un corpo estraneo alla struttura ministeriale, da sempre democristiana, e tanto più dopo la lunga gestione Alfano. Sull’ordine pubblico: prefetti e questori, fino al capo della Polizia, il finora pacifico prefetto Ganrielli, si fanno in quattro per forzare la repressione. E sulla questione immigrati. Questa soprattutto.
Il ministro ex Pci, benché di Veltroni, che vuole negoziare accordi con i paesi di origine, del sub Sahara, e accordi anche militari con i paesi  di traffico, Libia e Tunisia, è seguito a malincuore dalla tecnostruttura.
Il ministero non vede l’immigrazione disordinata di massa come una questione da ridurre e risolvere all’origine, ma come un business da gestire. Per il potere che deriva dall’assegnazione a questa o quella onlus o associazione di un congruo numero di immigrati con la relativa diaria. Nonché ai Comuni, tutti amministrati dagli amici degli amici, che ospitano i centri di accoglienza (edilizia, posti, forniture). Indifferente anche per questo alla mancata ricollocazione degli immigrati nei paesi europei sulla base degli accordi di due anni fa, che Minniti vorrebbe invece far rispettare.

La verità della cronaca giudiziaria

Si processa il giudice Woodcock per aver passato le sue notizie a un giornale. E gli altri Procuratori della Repubblica? La violazione del segreto istruttorio è la prassi nella giustizia italiana: volendo applicare le leggi, le incriminazioni dovrebbero essere decine e centinaia.
Questo caso sarà precipitato  perché c’è stata troppa furberia a Napoli. Il N.H. del Noe Scafarto e il suo giudice Woodcock si sono messi contro tre quarti, o quattro quinti, dei vertici dei CC, e pensavano di farla franca. Il potere delle delazioni e intercettazioni non va con la gerarchia? E poi quanta superficialità: tutte le indiscrezioni contro Rnzi e i generali dei Carabinieri venivano da carte che erano solo di Napoli, della coppia Scafarto-Woodcock. E andavano a un solo giornale. A un solo cronista di un solo giornale. Come non sapere che gli altri cronisti giudiziari se la sarebbero legata? Compresi quelli dello stesso giornale del cronista privilegiato. È partito così il tam-tam, con denunce anonime, che hanno portato all’incriminazione del giudice napoletano.
Si discute peraltro se, come, quando, chi nella inchiesta napoletana sulla Consip abbia deragliato in dossieraggio. Mentre si sa, tutti i cronisti giudiziari lo sanno, e i direttori dei giornali, che tutte (non tutte? il 99 per cento?) le inchieste nascono da dossier: note di servizio, confidenze, denunce anonime, denunce dei concorrenti, non importa quanto corrotti e mariuoli, e intercettazioni libere. Bisogna, certo, creare suspense nei casi di cronaca, ma un po’ di verità? Non porterebbe più lettori, questa suspense essendo ormai scomposta, degradata?
In Vaticano, per dire, che pure non ha una polizia, quando il buonissimo papa Francesco ha deciso di troncare le confidenze e le rivelazioni, non ha avuto problemi a trovare i colpevoli. E non per questo ha perduto aficionados.

Galileo libero vignaiuolo

La residenza degli ultimi dieci anni di Galileo. Rivisitata dal curatore del restauro, Godoli, dall’ex direttore dell’osservatorio di Arcetri, Palla, e dall’astonomo Righini.
Galileo vi viveva agli arresti domiciliari, si direbbe oggi, a coltivare la vigna. Ma in realtà libero. Di visitare le figlie Virginia e Livia nei conventi prospicienti, e di andare a Firenze - alcuni km., allora, di campagna da percorrere. Nonché di ricevere chi voleva, dotarsi di una cospicua biblioteca, e lasciare una ricca eredità. Altri tempi per uno scienziato, e per uno in disgrazia.
Antonio Godoli-Francesco Palla-Alberto Righini, La villa di Galileo in Arcetri, Florence University Press, pp. 116, ill., € 14,90

martedì 27 giugno 2017

Il controllo del territorio

Dal Pantheon a Fontana di Trevi per via dei Pastini non è, come al solito, una buona idea, la stradina è iperaffollata, tanto più a giugno, questo giugno, con la canicola. L’amica che rivede Roma dopo trentacinque anni insiste, e quindi si fa. 
È peggio che nelle aspettative: è letteralmente ingombra di tavolini che offrono cucina a tutte le 24 ore, e di turisti sventurati che ci mangiano, seppure con una certa soddisfazione. Nonché di venditori ambulanti agli angoli.
Si procede distratti, rassegnati al peggio, ma attenti a scansarsi, per riflesso condizionato. Una moto procede a basso volume di giri, imperiosa. Vistosa, il genere superbike. Cavalcata da due uomini con baffoni, ma questo non è più singolare. Se non che non è la sola – è zona pedonale ma a Roma ci sono eccezioni: una segue, altrettanto vistosa, con una ragazza sul sellino. E non è finita, una terza segue, al minimo, quasi silenziosa, assecondando il moto ondivago della folla, ma facendosi strada.
È caldo, è caldo per tutti, si osserva e non si osserva, si vede e non si vede. Finché, sorpresa, all’ingresso infine nella piazza monumentale, presagio d’aria, all’angolo basso, i due baffoni della superbike si ergono in piedi, massicci. Il guidatore, il capo?, strizza un miniportafogli sbrecato – lo spreme con dita vigorose più che cercarci dentro. Il possessore, un asiatico minuto, tratti fanciulleschi cole loro hanno, trema sorridendo. Abbozza un sorriso ma la testa gli trema: un rictus, la paura, un invito alla benevolenza? Ha un borsone piccolo, e vuoto più che pieno, non si vede di che, ma non ha fatto in tempo a chiuderlo. Dalla seconda moto la ragazza è scesa dal sellino, col suo guidatore, e si tiene a distanza, la mano sulla borsa a tracolla. La terza moto si sta fermando, la mettono sul cavalletto.
È un controllo di polizia, forse dei carabinieri – si capisce: vanno insieme, ci sono gerarchie. Era sembrata, effetto dell’afa, della malavoglia, una spedizione punitiva o di controllo,  di qualcuno dei padroni del territorio di cui si legge. Dei famosi Tredicine di cui “Il Messaggero” ci ingombra. Dei Casamonica, va’ a sapere. Dei mafiosi.
Il venditore all’angolo con la Spada d’Orlando, un africano, era sembrato scambiasse un cenno d’intesa col capo pattuglia: il tipo kikuyu, stortignaccolo, con molte turiste attaccate alle sue borse, i kikuyu sono abili commercianti. Il venditore di cappelli all’ansa col tempio di Adriano, davanti al negozio dei pinocchietti, un asiatico, non si era nemmeno girato. Il resto del percorso, di là di via del Corso, sulla via Muratte, gli ambulanti senegalesi stanno sdraiati all’ombra. Hanno chiuso teli e borsoni, si riposano. Sono l’altro aspetto del controllo del territorio: non si salva chi non è parte di una cosca. Riposano con loro dei tipi somali, che non si saprebbe dire ambulanti – il somalo non lavora: faranno il loro controllo del territorio.


Scrittori, imparate a leggere

È un vero decalogo di scrittura. Compresi, alla fine, “il giallo perfetto” e “il perfetto lettore di gialli”. Elaborato su un ciclo proprio di lezioni, tenuto a Radio Popolare. Ma come invito alla lettura, prima che alla scrittura. “In letteratura”, scusandosi, “è come in teologia: valgono le sole domande. O meglio: è l'intelligenza delle domande che costringe a elaborare risposte alla loro altezza”.
Tuzzi è scrittore, anche di gialli, ma è gran lettore, e vuole riscoprire insieme coi lettori il piacere della lettura. Ripercorrendo incipit, expedit, modalità, tecniche, per qualche aspetto memorabili. Frammenti anche noti ma riscoperti, come di uno che, perduto nel  bush informe del Millennio, si fosse ridotto a cercare le coordinate. Ricostruisce un percorso pieno di sorprese, della (buona) letteratura.  Che giustifica – in quanto lettura e in quanto creazione - come sant’Agostino, per tornare alla teologia, precisava del tempo: “Se nessuno mi chiede cos’è, lo so: se devo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più”. Un chierico vagante, ma non un cattivo maestro.
Giallo o altro colore di narrazione è anche indifferente, come tiene a precisare con Michael Chabon: “Gli scritti milgliori… sono quelli che nascono fra i generi, negli interstizi e nelle «terre di confine»”, tra un genere e l’altro. Passeggiando tra Flaubert, Manzoni, Kafka, Gadda, Faulkner, Poe, Proust… Ma i generi non erano una comodità editoriale?
Hans Tuzzi, Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore, Bollati Boringhieri, pp. 166 € 14

lunedì 26 giugno 2017

Si è squagliato il Pci

Si sono persi i comunisti, ciò che ne restava. A Genova, Spezia, Carrara, dopo 72 anni, Pistoia, id., Sesto San Giovanni, id., la Stalingrado d’Italia, L'Aquila. Come già a Roma, e probabilmente anche a Torino. Come da tempo in Toscana, tra Livorno, Viareggio e Siena. E in Emilia, a cominciare dalla rossa Bologna. Mentre ha vinto a Taranto e Lecce, dove la vecchia base ex Pci è debole.
Lo “zoccolo duro” si è squagliato nel rifiuto caparbio del voto, questo con certezza. E in troppi casi col vecchio tanto peggio tanto meglio tradotto in voti per Grillo – il Cattaneo, che studia i flussi elettorali, evita di dircelo, ma si può dare per certo: i voti di Grillo vengono più dall’ex Pci che dall’ex Msi, è questione di numeri.
Il Pci non cessa di fare male, si potrebbe dire. Ma la sua cancellazione apre anche una prospettiva diversa per un movimento riformista, quale si proponeva il Pd di Veltroni, e poi di Renzi. Senza più i rituali e i non possumus, che la Cgil continua a minacciare.
Dovrebbe essere però un altro Pd, quello fondato da Veltroni era troppo Pci-dipendente. Che sappia parlare chiaro. E affrontare i problemi, non minacciare catastrofi. Come peraltro sta dimostrando questo stesso Pd con le leggi sul lavoro, sul diritto di famiglia, sul diritto di cittadinanza.
Un radioso futuro si potrebbe dire si apre per un partito riformista. Ma con una incognita, grave: dei fondatori del Pd restano in corsa ora come dirigenti politici solo i Popolari. Che sono democristiani. Nella Dc stavano a disagio, ma la forma mentis è quella. È l’handicap evidente, tanto più perché non si dice (come quando il re è nudo), di Renzi.

Problemi di base elettorali - 339

spock

Torna Berlusconi. Con Prodi? E D’Alema? E De Mita, non ci mancherà?

E dunque la storia va ‘n’arreri (Domenico Tempio)?

Non c’è altro schema che i duellanti?

Saranno i voti vaffa dell’exPci?

Al peggio non c’è limite?

Ha vinto l’astensione, in che senso?

Possibile che non ci sia un politico che sappia parlare agli elettori?

Discute la Rai se Renzi ha vinto o perso, ma la Rai non è di Renzi?

Tanto parlare di politica, fa bene o male alla politica?

spock@antiit.eu

La città delle donne non vendicative

Gilles Ménage, lo storico secentesco delle donne fiolosofe, fa la storia, tra le altre, di Novella, figlia di Giovanni Andrea, celebre maestro di “Bologna la Ricca”. Una famiglia del Mugello le cui vicende Ménage si fa raccontare da Christine de Pizan, al cap. 36 della seconda parte del suo “La città delle donne” – delle dame: “Giovanni Andrea, celebre legista di Bologna la Ricca – che non ha più di sessant’anni – è stato del parere che non è male che le donne siano letterate", e così fece studiare “la sua bella e buona figlia, che si chiama Novella”. Al punto che la giovane “divenne così sapiente in diritto che, quando gli affari gli impedivano di tenere i corsi agli allievi, ci mandava al suo posto la figlia Novella”. Con un accorgimento, per rendere la storiella realistica: “Affnché la sua bellezza non turbasse  gli uditori, Novella disponeva una piccola tenda davanti a sé”. I mussulmani avrannoo imparato da Novella?
Il padre riconoscente, prosegue Christine de Pizan, scrisse un libro che intitolò, “per conservarne la memoria”, col nome della figlia, “La Novella”. In realtà firmò una raccolta di decreti, che si chiamavano tecnicamente “Le Novelle”. Ma è vero che Novella fu supplente a Bologna quando il padre di Cristina da Pizzano, matematico e astrolgo con cattedra a Bologna, fu chiamato alla corte del re di Francia, presso la quale si trasferì definitivamente con tutta la famiglia.
Christine de Pisan non sempre è attendibile, ma volutamente: voleva scrivere per farsi leggere, e voleva aprire una “questione femminile” anzitempo. Parliamo di fine Trecento, primi Quattrocento: “La città delle dame” è del 1405. Senza animosita, senza malanimo. Scrive cose così: “Ahimè, mio Dio, perchè non mi hai fatto nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere”. 
“La città delle dame” è una città fortificata abitata da donne: regine, guerriere, poetesse, indovine, scienziate, martiri, sante. Che vivono e operano secondo Ragione, Rettitudine e Giustizia. Non risentite, non fanno storia di genere. Se non per gli inevitabili casi di martirio delle vergini, e per le storie di Lucrezia e Griselda – celebrata già da Boccaccio. Pilastri della narrazione sono le figure di fondazione. Una Carmenta romana che inventò l’alfabeto. Minerva e Aracne in quanto inventrici dell’arte della tessitura.  E le regine: Didone, Medea, Semiramide, Pentesilea.
Christine, che ha vissuto in Francia sotto il regno di Carlo V, è celebrata da Marot, Verdier, e da Jean Mabillon nel suo “Viaggio in Italia”. Quando il padre cadde in disgrazia a corte, seppe mantenersi, se stessa e la numerosa famiglia, con i suoi scritti. Che diffondeva in proprio. Ebbe anche influenza politica rilevante, a corte e in città.
Christine de Pisan, La città delle donne, Carocci, pp. 528 € 26


domenica 25 giugno 2017

Secondi pensieri - 310

zeulig

Città – Sono anonime? No, animate. Sono grigie? No, colorate – alcune di bianco e nero (Milano, per esempio, al confronto con Roma, che è invece colore del cielo). Sono terrificanti? La campagna lo è di più. Sono totalitarie? Meno dei paesi, c’è meno controllo sociale. Sono egualitarie? Non in senso punitivo. Annullano il tempo, questo sì.  

Estremismo- È il quetzalcoatl, il serpente che si mangia la coda. In politica come negli affetti. Autorigenerantesi: ha sempre bisogno di abbattere nuove frontiere. Come la mafia. Come gli Stati  armati. Come la pornografia. O la gola.
Gli è essenziale un senso di inaccettabilità. Deve disfare – è la sua natura, per sopravvivere – anche tutto ciò che può avere concluso o creato, per qualsiasi tipo di programma a un certo punto si sia definito.
È la soddisfazione dell’insoddisfazione. 

Fretta – È il segno dei tempi – di tempi senza tempo. È Il rovesciamento forse maggiore, più che l’irreligiosità, che comunque mantiene un fondo residuo, nello stesso culto della materia e degli oggetti, della tradizione – la fretta “che l’onestade ad ogn’atto dismaga” nel “Purgatorio” di Dante. Dal “festina lente” di Augusto, secondo Svetonio, al “non afffrettarsi non fermarsi mai” dei berlinesi ancora nel primo dopoguerra. Dell’esperienza che dev’essere consumata e non tesaurizzata.

Giornalismo – È una faccia del potere. L’opinione pubblica è una faccia del potere. Che il  giornalismo anglosassone, che si teorizza come la porta della verità, esibisce, seppure negandosi. O allora la verità è sempre del potere, compresi i contropoteri: di entità cioè che non si dichiarano, persone o gruppi di interesse. Come in Italia, dove l’informazione è sempre schierata, in politica, in affari, in diritto, seppure negandosi, e non si fa scrupolo di servire l’apparato repressivo, giudiziario compreso, nelle sue mene o beghe surrettizie. Mentre negli Usa si fa un culto perfino di servire le organizzazioni spionistiche, che pure sono all’antitesi, per statuto, della libertà e della democrazia – al meglio sono nichiliste, con wikileaks e Assange (che un’organizzazione clandestina, spionistica,  sia la paladina della verità è peraltro paradosso asseverativo).
Si vive questa verità fraudolenta allo stesso modo, gregario e complice, a sinistra come a destra, la politica vi è ininfluente. A lungo, durante la guerra fredda e dopo, la sinistra ha accusato la Cia di manipolare i valori culturali americani. La stessa che ora nobilita i servizi di sicurezza nella guerra di disinformazione contro la Russia, il presidente eletto, e la reazione in agguato. Fu di sinistra la collusione media-apparato repressivo nel Watergate. Fu di destra (Di Pietro, Davigo, Borrelli) quella di Mani Pulite.    
L’impossibilità di fare (leggere) la storia mentre si produce s’innesta in questa ipocrisia.

Memoria – È sempre piena, anche quando è mancante, e instabile – adattabile. Per insorgenze o omissioni, e di più per tonalità. A questo è portato a riflettere Ezra Pound di passaggio a Beaucaire – in “A walking Tour in Southern France”, 1912: “Forse esistiamo come le note di una corda esistono, perché una nota è sempre una nota, chiunque o qualsiasi cosa la suoni. E benché sia in un senso la stessa è differente su differenti strumenti. E forse la nostra sequenza di vite ha questo in comune con la musica, che siamo suonati in tempi diversi e diamo suoni di timbro diverso in risposta alla suonata”.

Odio – Viene registrato online come la passione più diffusa – l’odiatore, hater, è tra i neologismi più ricorrenti. Non è vero, nemmeno online. Ma è vero che si manifesta e non si nega: è esibizionista.
Una ricerca inglese, di studiosi italiani, dice anche che il paese che odia di più online è la Cina, pur pesata per il suo miliardo e tre di abitanti. È allora palesemente, essendo la Cina un paese a controllo politico e spionistico rigido, una forma di svago. Un divertimento.
Un’altra novità lo studio di Emiliano De Cristofaro e Gianluca Stringhini registra, ed è l’odio quasi istituzionale, e comunque di buon diritto: contro Trump. Che è un presidente eletto, cioè votato dalla maggioranza degli americani, ma su uno strato di odio spesso e indistruttibile, che anzi col tempo si ispessisce. L’odio, dunque, come strumento rivoluzionario e democratico – ma così lo è sempre stato.

Poesia – Il naturale della poesia è l’artificiale – e tanto più quanto più naturale. La forma espressiva più “naturale” (personale, rivelatrice, oppure descrittiva, analogica, comparativa) è artificiale. L’arte lo è, la parola lo dice. La poesia pure, poeisis è la creazione (verbale) di qualcosa che non esisteva in sé. Di più quando si vuole spontanea, vera, realista.

Tenerezza - Rispolverata nel vocabolario relazionale privilegiato da papa Bergoglio (amore, compassione, misericordia), è commentata dottamente oggi sul "Sole 24Ore" da mons. Galantino. Principalmente col dire: “La tenerezza è la forza di un amore umile” (Dostoevskij). Risalendo all’etimologia: La tenerezza e la misericordia in ebraico vengono rese con lo stesso termine rachamim, ad intendere un sentimento prettamente materno”, da non intendere però “in maniera riduttivistica”, qualcosa di debole rivolto ai più deboli. No, è la forza di se stessi, la prima forza - la radice della forza. Senza, comunque, non si vive.

zeulig@antiit.eu

A ottobre la rivoluzione russa fu bloccata

Una rivoluzione interrotta: il bolscevismo interruppe il moto rivoluzionario che agitava la Russia da almeno una dozzina d’anni, dal 1905. Presto degenerata in guerra civile, a opera di Lenin e Trockij, i leader bolscevichi. E in dittatura sterminatrice, con Stalin e la sovietizzazione forzata. Lo stesso Trockij non ne esce bene, che ha avuto a lungo opinione favorevole, dopo la rottura con Stalin: era uno sterminatore, forswe solo meno cupo di Stalin.
Un’evocazione agile, non un libro di storia, né di sociologia politica: storico della letteratura, Carpi si limita a dire le ragioni degli uni e degli altri. Con un nesso di fondo, però, che è nella stessa unicità del suo lavoro. Quasi: le celebrazioni dei cento anni della Rivoluzione d’Ottobre si segnalano per il silenzio.
Non c’è un bilancio della rivoluzione d’Ottobre. Cioè, non si riesce a farne uno positivo. Per qualche aspetto. Le conquiste dei lavoratori, sindacali, assistenziali, previdenziali, erano già avvenute. Perfino il Primo Maggio era acquisito. Il sovietismo semmai ne bloccò possibili sviluppi, erigendosi a nemico piuttosto che a motore dello svilppo - del reddito, del benessere, della giustizia sociale. Dando alle masse, con la propaganda (il mai abbastanza valutato Willi Münzenberg) e con la forza della Russia, un illusorio romanticismo rivoluzionario. Presto peraltro spento – i comunisti italiani più che altro avevano il fegato marcio, per la tanta tattica.
Guido Carpi, Russia 1917, Carocci, pp. 199 € 17