sabato 23 settembre 2017

Toscana cara e triste - 2

Un anno e mezzo fa il direttore degli Uffizi, lo storico dell’arte tedesco Eike Schmidt, ha cercato di mettere ordine nel loggiato della galleria, un suk di bagarini e venditori di cianfrusaglie, con un avviso discreto via altoparlante ai visitatori in fila: attenti ai bagarini e ai borsaioli. Il Comune di Firenze non ha mandato i vigili per mettere ordine. Li ha mandati per notificare a Schmidt una multa di 422 euro, riducibile a 295 se pagata entro cinque giorni, per “pubblicità fonica non autorizzata”.
Lavorando poi un anno e mezzo, il Comune di Firenze è riuscito a notificare al curatore degli Uffizi  una multa ben più consistente, di 2.300 euro, non sanabile più nei cinque giorni, per un altro aspetto dello stesso reato, per “l’omesso versamento del Cimp, Canone installazione mezzi pubblicitari”, cioè gli altoparlanti.
Schmidt, in carica appena da ventidue mesi, ha già comunicato le sue dimissioni - fra un anno se ne va al Kunsthistoriches Museum di Vienna, certo, meno prestigioso. Il Comune di Firenze è da tempo amministrato da Renzi, ora tramite il suo delfino Nardella. Ha sempre il record nazionale dell’assenteismo, il 42 per cento delle giornate lavorative. E quello della fiscalità locale, comprese le tariffe della spazzatura e dell’acqua – questo record lo condivide con la Regione, che fa pagare il “prezzo europeo” di 410 euro pro capite a ogni residente.
La città ha saputo dai giornali che il primo ministro britannico Theresa May e il suo governo l’hanno scelta come sede per spiegare le procedure e gli esiti che propongono per la Brexit. E si chiede ancora perché. Il giorno dopo, cioè oggi, Lucca ospita un concerto dei Rolling Stones. È l’unico in Italia e, molto probabilmente, l’ultimo. Ma si chiede chi sono i Rolling Stones e cosa vogliono a Lucca, perché ci portano tanta gente.
Il mondo più cosmopolita d’Itala è diventato il più provinciale, e anche stupido. Ci sono cicli nella storia, o è un l’italian disease?

Il notabile e la fine della storia

L’illustre contemporaniesta riunisce i commenti via via pubblicati negli ultimi venti anni sul”Corriere della sera”. Raggruppandoli per una decina di temi: il magoverno, “ilusioni laiche”, “una nuova minoranza: i cristiani”, etc. Ma con un curioso effetto, a distanza: che dice cose vere, ma ineffettuali. Commenti che non incidono. Non sono storia. E come polemica sono sterile, per quanto (forse perché) ben articolatie.
Sono quello che tutti ci diciamo tutti i giorni? Dopodiché l’Italia è sempre in vita. Oggi anzi meglio di ieri, poiché per esempio si dichiara l’avventurismo dei giudici, che paralizza il paese – dei giudici al plurale, come classe. O l’irresponsabilità dei media, se non è connivenza col peggio - tra essi anche il giornale di Galli della Loggia: molti deì fenomei politici deteriori impazzano perché alimentati dai media. “Senza una grande operazione di verità, di tutta la verità, sul proprio passato e sul proprio presente, l’Italia non potrà mai cambiare strada. E quindi non potrà mai salvarsi”. Questo è vero, ma da dove cominciare.
Ma c’è anche questo: lo storico ripercorre una sorta di “non possumus” intellettuale all’Italia non nuovo, e che non si vede dove possa arrivare. È passato un secolo dall’indignazione di Salvemini (di cui Galli della Loggia storico, non il polemista, certamente non apprezza l’antigiolittismo), ma Salvemini è diventato un “genere”. È il notabile e il galantuomo che criticava. Il dovere dela critica trasmutandosi in albagia – peraltro passata per le mani di molti conniventi, ancorché radicali, con lo sfascio.
Il giornalismo induce alla polemica. Ma se uno storico non gratta la superficie, dove andremo a finire – dovre andrà a finire la storia?
Ernesto Galli della Loggia, Il tramonto di una nazione, Marsilio, pp. XXI-323, ril. € 20


venerdì 22 settembre 2017

Il triangolo industriale è cinese

Con l’eccezione di Torino – in attesa che si precisino le intenzioni su Jeep o altre parti di Fca – l’ex triangolo industriale italiano è ora asiatico: di proprietà cinese, giapponese e indiana.  
A Genova Ansaldo Sts è passata ai giapponesi di Hitachi Rail. Ansaldo Energia ai cinesi di Shangai Electric. Il Voltri Terminal Europa a Psa di Singapore. L’Ilva di Cornigliano al gruppo franco-indiano Arcelor-Mittal.
A Milano sono cinesi la Pirelli, Krizia, Buccellati, Mcm (automazione), Prelios, le squadre di calcio, Milan e Inter, i diritti tv sul calcio (Infront), Wind 3 (gruppo russo-cinese), e i maggiori investimenti finanziari da un paio d’anni in qua, comprese grosse quote di Intesa, Unicredit e Ubi Banca. Con Zte, il colosso della telefonia mobile, in corsa per il controllo del G5, la connessione istantanea. E con presenze consistenti nei maggiori player italiani: Generali, Fca, Enel, Eni, Tim, Prysmian – gli investimenti cinesi in Italia, di 14 milioni di dollari nel 2010, sono ora di circa 10 miliardi di dollari. Via Milano sono passati ai cinesi il gruppo lucchese Salov (olio d’oliva) e il romagnolo Ferretti (cantieristica da diporto). Molto commercio, al minuto e all’ingrosso, a Milano e nello hinterland è cinese.
Le esportazioni italiane verso la Cina superano quest’anno per la prima volta le importazioni dalla Cina.


Cosa fa paura dell'immigrazione

Alcuni aspetti della nevrosi italiana sugli immigrati vengono chiariti. Più della metà degli immigrati si dichiara cristiano, il 53,8 per cento – i mussulmani sono il 32,2. Secondo dati affidabili, quelli del Dossier Statistico Immigrazione 2016 dell’Idos, l’Istituto creato da ex funzionari della Caritas. Gli immigrati sono molti, ma non moltisimi: più che in Francia in rapporto alla popolazione, l’8,3 per cento rispeto al 6,6. Ma meno che in Germania, dove son il 9,3 per cento,
Un dossier volutamente di decompressione, contro le paure. Ma qualche dato andava evidenziato in diversa prospettiva. L’immigrazione forse non è esagerata, non come in Germania, ma in Italia è nuova. Una novità totale, degli ultimi trent’anni. A differenza della Germania, che nel dopoguera ha sempre convissuto con forti immigrazioni, dall’italia e la penisola berica prima, poi dalla Jusgoslavia, poi dall’Est. O della Francia, che per centocinqut’anni, nel suo lungo inverno demografico, è stata terra di asilo, e ha nazionalizzato molte generazioni di italiani, iberici, maghrebibi, caraibici, africani.
Di più, questa immigrazione è molto visibile. Nel Centro Europa, Italia inclusa, la quota di occupati immigrati è cresciuta negli ultimi venti anni al 13,5 pe cento. Circa 15 milioni. Di cui il 41 per cenno ai lavori domestici, e il 33,5 nella ristorazione e il commercio al dettaglio.
L’altro aspetto è il disordine. L’afflusso disordinato, ma in un evidente mercato di uomini. Che è carissimo. Per i migranti in termini di perdite umane, spaventose, da guerra. E per l’Italia in termini di costo e organizzazione. Nel 2016 l’Italia ha speso per il soccorso in mare, per l’accoglienza, e per l’accertamento delle identità 3,6 miliardi di euro (di cui la Ue ha rimborsato solo 600, scarsi). Nel 2017 spenderà 4,2 miliardi.
Un aspetto collaterale è l’intensificazione dell’immigrazione, atificiosa – non giustificata da eventi straordianri: carestie, siccità, guerre. I dati che gli autori espongono nel libro sono già modificati. La Germania oggi, con dieci milioni di immigrati. ne ha due in più rispetto al dato censito dagli studiosi.
Ma. forse, il fatto he più incide sulle paure è un altro. C’è un’accelerazione, che non può che sottendere un’organizzazione, per quanto lasca e inafferrabile – come tutte le organzzazioni criminali. E c’è disordine: nessuna politica di accoglienza è in grado di assorbire un milione di immigrati l’anno, anhe solo per assicurare la sopravvivenza: cure, alloggio, cibo - la cancelliera Merkel vi si è impegnata ma in senso antifrastico, per contrare la spinta sciovinista montante, poi se ne è dimenticata.
Chiara Longo Bifano-Stefano Natoli, Passaggi migranti, Castelvecchi, pp. 185 € 16,50

giovedì 21 settembre 2017

Ombre - 383

Curioso duetto “la Repubblica”-“Corriere della sera” sulle responsabilità del giudice napoletano Henry John Woodcok nello scandalo Consip, dello scandalo condotto ad arte per incastrare Renzi. Sulle stesse identiche notizie e fonti di informazioni, il giornale ex di Scalfari assolve il giudice da ogni responsabilità, procedurale e penale, il quotidiano milanese lo dà per trasferito – l’incompatibilità ambientale è l’unico pena per i giudici.

Non è ininfluente che “la Repubblica” benefici delle confidenze di Woodcock - “Non esiste un «caso Woodcock» per la semplice ragione che non esiste una sua intervista”, ha dovuto precisare Milella due giorni dopo averne pubblica una, ma rivendicando: “Conosco Woodcock da molti anni. Abbiamo più volte scambiato opinioni”? Mentre Bianconi sul “Corriere della sera” ha avuto mano libera con la sconcertante testimonianza della giudice Lucia Musti sulle procedure napoletane.   

Singolare la linea politica di “la Repubblica”. Giornale nato e cresciuto come colonna della sinistra politica, è punto di riferimento di tutti i golpisti della Repubblica, giudici e non. Tutti naturalmente di destra. Della destra naturalmente vera, pura e dura.  

I quotidiani perdono il 20 per cento delle copie in due anni. Anche i loro siti online – il 19 per cento. Leggendoli, si può capire.

Pregiudicato in Ferrari fa scandalo a Milano perché ha parcheggiato nell’area riservata a un ragazzo disabile e si rifiuta di spostare la macchina. Un pregiudicato in Ferrari invece non fa scandalo.

Del gentleman in Ferrari, coi conti a Panama e alcuni processi in sospeso, si danno anzi solo le iniziali. Non è un politico, e nemmeno una donna, ha diritto alla privacy

Rosatellum, Tedeschellum, si sbizzarrisce la fantasia – per modo di dire – sulla legge elettorale. Colpa della latinizzazione ironica delle escogitazioni in materia, imposta da Giovanni Sartori. Che era uno scienziato politico e uno studioso rispettoso della politica. Ma è finito tra i cultori dell’antipolitica. C’è da dubitare della scienza. O è sempre che la moneta cattiva scaccia la buona.

San Gennaro baciato da Di Maio andrà anche lui sotto processo – i baci sono proibiti in Italia?
È per evitare il processo che san Gennaro farà vincere Di Maio?
Non potrebbe essere che Di Maio voleva incastrare il santo? Ma allora torniamo al punto primo.
Un bell’imbroglio, che ne dice Bergoglio?

“Sarò in campo anche se la sentenza di Strasburgo non dovesse arrivare in tempo”. I suoi avvocati no, Berlusconi invece sì, dà per scontato che la Corte Europa gli dia ragione e lo reintegri alla politica. Ma i suoi avversari lo considerano già reintegrato alla politica, Grillo e gli altri. Non si pone neanche più la questione morale: la condanna milanese e di Grasso fu tutto un abuso?
La giustizia politica è solo un boomerang.

È chiaro che Woodcock e De Caprio fanno parte dello stesso gruppo, un po’ protagonisti e un po’ antipolitici. Le indagini di camorra e corruzione sono state delegate ai Nas, i Carabineri anti-sofisticazione, perché li comandava De Caprio. Ma non si può dire, né al Csm né all’Arma dei carabinieri.

Il colonnello De Caprio prosegue la strategia dì immagine – “mi si nota di più se…” - che consiste nel negarsi, se non di spalle, camuffato, velato. Da Uomo Mascherato, da Superman? Sarà l’Uomo Ragno, di Casa Pound, ora che non c’è più la destra? La destra pulita, naturalmente, incorrotta, l’Uomo della Provvidenza è sempre vergine.

Il colonnello si presenta come quello che catturò Riina. Come se lo avesse scovato, inseguito e catturato personalmente, alla Sergio Leone. Mentre a lui è toccato comandare i Carabinieri quando fu deciso di fare l’irruzione nella villa che ospitava Riina. Era di turno quella mattina.

Una vera e propria strategia dell’indiscrezione, da parte dei carabinieri De Caprio e Scafarto, e della Procura di Napoli, nella testimonianza al Csm del Procuratore Capo di Modena, Lucia Musti. I passaggi da confidare ai giornali - di fatto al “Fatto Quotidiano” – sono sbiancati dalla Procura di Napoli, ma sono trasmessi integrali a Modena, in fascicolo non sigillato. Di chi sarà la colpa della “fuga di notizie”?

Che il Csm abbia impiegato due mesi per trasmettere la testimonianza del Procuratore di Modena Musti alla Procura di Roma non è pigrizia. Serviva agli ufficiali dei Carabinieri accusati e alla Procura di Napoli per apprestare le loro munizioni? Spiega come il Csm sia la sentina di tutti i vizi dei giudici, anche se il responsabile del ritardo è un laico, e si chiama Fanfani, ex sindaco di Arezzo, nipote di Amintore.

Giuseppe Fanfani, membro laico (politico) del Csm per il Pd, è un nemico d Renzi? Da sindaco aveva difeso i Boschi e il consiglio di Banca Etruria. È il Pd che non finisce le convulsioni..

Se non è da ridere la scoperta dell’Agcom che le compagnie telefoniche fanno pagare il canone  mensile ogni 28 giorni, con un mese in più l’anno, che altro è? Una manovra per sovvertire i piani tariffari – rincararli? Ma di questo non si dice, benché la scoperta dell’Agcom prenda molte pagine. poi dice che i giornali non si vendono.

L’Outsider è uno che legge veloce

“The Outsider” è un racconto di Lovecaft, che Colin Wilson ha letto, amato e studiato molto - di cui dirà in “La filosofia degli assassini”: Blake, Nietzsche e Lovecraft “furono outsider solitari!” – alla p. 151 dell’edizione italiana, per un legame tra “frustrazione creativa e violenza”. Gli outsider impazziscono, come Nietzsche. Si arruolano, come T.E.Lawrence, soldato semplice. Nijinski butta la moglie dalla scala, Van Gogh vuole ucciderfe Gauguin. La frustarzione è tanto più diffusa e spessa nella società industriale, che tratta gli uomini come numeri e ingranaggi. E dunque, ora, tutti outsider?
Del suo primo editore italiano, Roberto Lerici, racconta Antonio Giusti in “Memorie scompagnate” a proposito di Wilson: dopo Calogero, il poeta d’avanguardia calabrese, e Pizzuto, il questore dalla sintassi rivoltata, “fu la volta di Colin Wilson, un inglese del Galles fissato con i delitti di Jack lo Squaratore, di cui pretendeva aver scoerto tutto, anche l’identità. Ne aveva ricavato un romanzo a cavallo tra la cronaca e la fantasia e intanto abitava in aperta campagna in una capanna sospesa ai rami di un albero. Perlomeno così mi raccontò Roberto”.
Che dirne? È un cult, è un classico. Ma nonce arduo da tradurre, l’outsider è, in questa parusia di Colin Wilson, difficile da concettualizzare. Se non come la rilettura di una serie di grandi autori. Almeno una cinquantina sono riletti in questa ottica, ma non si capisce quale. Se non quella ottocentesca dell’antifilisteismo. Di chi sa che il mondo è complesso e bugiardo, e che la vita va cercata altrove.
Angry young men
All’uscita, ai primi del 1956, in contemporanea con l’andata in scena di John Osborne, il libro e l’autore ebbero un’accoglienza fervida. J.B.Pristley inventò per Wilson e Osborne il nome generazionale di “angry youmg men”, i giovani arrabbiati. “The Outsider” fu lettissimo, in tutto il mondo – in Italia fu proposto da Lerici nel 1958, col titolo “Lo straniero”, anche se ripeteva Camus, tradotto da Aldo Rosselli e Enzo Siciliano. Si dirà pure che influenzò gli anni Sessanta e quindi lo spartiacque Sessantotto. Riletto, scorre sempre agevole, ma non si vede verso che sbocco. Altro che l’autore è uno inquieto – il vero autore, uno che ha qualcosa da dire.
Colin Wilson ci ha costruito sopra, per le riedizioni del decennale e del  ventennale, un romanzo. Ne ebbe la visione la notte di Natale del 1954, solo in un seminterato fuori Londra, nella pausa del lavoro come lavapiatti, dopo aver cenato con pomodoro in conserva e bacon fritto. Riaprì il volumnoso diario che veniva compilando e, dice vent’anni dpo, “mi colpì che ero nella posizione di molti dei miei personaggi preferiti nei romanzi: il Raskolnikov di Dostoevskij, il Malte Laurids Brigge di Rilke, il giovane scrittore di Hamsun, «Fame»”. Girò pagina, e scrisse in cima “Note per un libro «L’Outsider» nella letteratura”. Ne scrisse una scaletta di due pagine. Dormì. E due giorni dopo, alla riapertura del British Musem, il suo studio di scrittura, come lo era stato di Marx, scrisse in pochi mesi le quattrocento pagine del libro. L’editore Gollancz, cui lo mandò a caso, decise in un paio di giorni di pubblicarlo subito. Quando il libro uscì, lunedì 26 maggio 1956, era stato letto in bozze da grandi e influenti letterati, che ne avevano fato recensioni entusiaste.
È possibile. Con un che di falso, o che suona falso: implausibile. Quando ebbe l’illuminazione Colin Wilson era di soli 23 anni, ma aveva licenziato il suo primo romanzo. Che aveva mandato in lettura a Angus Wilson, nientemeno, critico principe, che si si era detto onorato dell’invio. Il romanzo di  “un assassino basato su Jack lo Squartatore”, personaggio che lo terrà occupato per numerose opere successive – diceva bene Lerici a Giusti. Quando scivolerà sensibilmente verso l’esoterico e il soprannaturale. Era di famiglia operaia, ma era già sposato. E non dà l’impressione di letture superficiali dei pur troppi autori che cita: sarà stato un lavapiatti ma colto. In grado di “sistemare” molti grandi nomi, e con poche faglie – le rapidissime letture sono, quelle accertabili, accurate.
Un voyeur
Ma chi è l’outsider? L’illuminazione è venuta a Wilson leggendo un romanzo-racconto di Henri Barbusse, il primo, “L’enfer”, il cui protagonista, senza nome, vive vicario, osservando la vita degli altri, dal buco della serratura, per la strada, sul tram, e questo lo riempie di passione, anzi solo lo smuove. Wilson fa grande caso di questo Barbusse a inizio di trattazione, l’outsider quindi delineando al contrario, come colui che non addenta la vita, astenendosi, sotto illusioni e confusioni. L’innominato di Barbusse “è un Outsider”, dice Wilson, “perché sta per la Verità”, contro la società. Mah.
Non è tutto. L’outsider è al punto di giunzione tra la scimmia e l’uomo: “La scimmia e l’uomo esistono in un solo corpo; e quando i desideri della scimmia stanno pe realizzarsi, essa scompare ed è sostituita dall’uomo, che è disgustato dagli appetiti scimmieschi”. È l’artista? “L’outsider può essere un artista, ma l’artista non è necessariamente un outsider” - è l’antiborghese, quello che una volta si diceva l’antifilisteo. Uno un po’ sprezzante, occhio di lince che penetra la cortina della non-esistenza – che “un disprezzo” nutre “swiftiano” (ma senza “la minima traccia di insania”). Uno che non si trova a suo agio nella “normalità” – esclusa quella delle sinossi modeste con cui l’autore compila il volume. Ben scritto, certo. Ma con la domanda fondamentale, “che cos’è la Realtà?, non risposta. Se non che l’outsider la considera “senza esitazioni, vuota, stupida, e miope”. Un visionario: Colin Wilson già si avvia su quella strada, verso Gurdijeff, Ramakrishna, Uspenskij. È quello che fa muovere la storia, possiamo dire per risolvere il nodo, scuotendola.  Ma sarà?
C’è l’outsider esistenzialista. Il primo a essere trattato, con Kierkegard, Camus, Sartre, Hemingway – su sfondo ancora di Barbusse. Poi l’outsider romantico: il giovane Werther di Goethe, con Schiller, Wiliam Morris, e Joyce (Joyce?). Poi tanti altri. Fino a quello spiritualista. Solo se ne può dire che  non è un ribelle, ma uno che si vuole altro da se stesso. Uno che esce dalla “normalità” – dall’uso, dal quotidiano, dall’ananke: la critica e la sfida. Cioè tutti gli artisti, prosatori compresi, di ogni genere? E gli imprenditori no, fino al negoziante al minuto e, a maggior ragione, l’ambulante? E perché no gli atleti e i divi, comprese le starlette, sopra e fuori del tappeto rosso?
L’outsider è quello che si chiede: chi sono io? E si risponde con una domanda: chi voglio essere?
Qui è chiaro, è lui stesso, Colin Wilson, che la notte di Natale del 1954 fantastica di ritirarsi in un basement  di periferia, da lavapiatti di giorno, e svegliarsi diciotto mesi dopo celebre e autorevole. L’eroe – l’outsider è un eroe – è se stesso, quale è venuto a essere, a rappresentare, alla metà degli anni 1950.
Hemingway è Sartre
Le pezze d’appoggio sono numerose e robuste. La lista è lunga degli autori analizzati, più o meno congruenti con l’assunto – sempre che ce ne sia uno. Molto H.G.Wells, il suo ultimo bereve saggio, “Mind at the End of its Tether”, oltre a Barbusse, molto Hemingway, Nietsche, T.E.Lawrence, Nijinski, Van Gogh, William James, Dostoevskij, Sartre, “La nausea”, e Camus, “Lo straniero”. E un George Fox come “punto di partenza” con Barbusse, il fondatore dei quaccheri nel Seicento.
È molto e quindi nulla: questo outsider resta una categoria inapplicabile. Tanto più oggi che outsider, parola e figura, tende a confondersi con outcast, emarginato e quasi reietto. “L’attitudine fondamentale dell’outsider: la non accettazione della vita, della vita umana vissuta da esseri umani in una società umana”, confligge con le estese riletture che il voume propone. Di autori e personaggi al contrario vitalissimi. L’outsider è in realtà il contrario: quello che vede molte cose che non vanno e le combatte, per il semplice fatto di scriverne, di denunciarle. È “l’unico capace di vedere”, dice ancora Wilson. Che però porterebbe al niente, perché quello che vede è il niente. O allora, modestamente, quello che è insodisfatto della realtà che ha di fronte. Come tutti – chi è contento alzi la mano. E che dà battaglia, oppure rinuncia. Come avviene nel più vasto mondo, tertium non datur. Non riunciatario, poiché ne scrive e se ne tormenta. Ma è un insoddisfato che si soddisfa dell’insoddisfazione. È una sorta di operatore dela mente. È l’élite.
Il poscritto del decennale lo dichiara: è la “minoranza dominante”, che Wilson stabilisce nel 5 per cento. E all’interno del 5 per cento una minoranza più ristretta: è quello che resta togliendo dal 5 per cento “gli altri tipi dominanti – soldati, politici, imprenditori, sportivi, attori, religiosi, e così via – e cioè quelli il cui dominio non è intellettuale”. Dopodiché ci sarebbe da chiedersi chi è intellettuale: solo l’artista? Ma meno male che sono pochi: “Il mondo moderno (ccontemporaneo, n.d.r.) non fornisce sbocchi a una larga fetta della minoranza dominante – un secolo fa c’era un centinaio di modi con cui una persona dominante poteva esprimersi”.
Qui si potrebbe fornire a Wilson una patente di indovino, per le “figure dominant” del millennio, ristrette dalla globalizzazione. Sarebbe troppo. È per qusto, insiste Wilson, insisteva sesant’anni fa, che aumentano i crimini, il teppismo giovanile, le disabilità mentali, i suicidi: “L’uomo non esiste ancora,. è ancora un semplice animale”. E la camera oscura lo prova: una persona chiusa in un ambiente totalmente buio e insonoro “va a pezzi in un giorno o giù di lì…  La sua mente è totalmente dipenndete dal mondo esterno, da stimuli esterini”.
Un libro arrabbiato certamente, anche se non si capisce a che fine. La vera sorpresa che propone è il enorme successo all’uscita e la considerazione duratura di cui gode. Anche se, attraverso questa confusa figura molte associazioni più o meno stravaganti si propongono. Di Hemingway con Sartre per esempio, chi ci avrebbe pensato. O con Camus. È così che il libro si fa leggere: è la rilettura di un centinaio di libri con sano impeto viitalistico.
Colin Wilson, L’outsider, Atlantide, pp. 400 € 35

mercoledì 20 settembre 2017

Il mondo com'è (318)

astolfo

Arabia Saudita – Si estingue col sovrano regnante, Salman, il governo dell’Arabia Saudita da parte dei figli di Abdelaziz el Saud, il fondatore della dinastia. Il passaggio non è semplice, anzi rappresenta un’incognita negli assetti istituzionali.
Abdelaziz era il capotribù del Negged, con al centro Riad, dove era nato nel 1875. Forte del wahabismo, la lettura integralista dell’islam di cui erano i patroni, i Saud avevano avuto un ruolo preminente nella regione per 130 anni. Avevano anche tentato di costituire uno Stato saudita sotto il suo dominio, ma l’impero ottomano li aveva sconfitti, delegando alla guerra – che fu lunga, 1811-1818 - contro i sauditi l’esercito egiziano. Per un periodo, dal 1890, i Saud perdettero anche Riad, scacciati dalla tribù rivale dei Rashid.
Dodici anni dopo Abdelaziz riconquistava Riad. Da cui lanciò un’offensiva, mobilitando tutti i giovani della tribù, per la riconquista del Negged. Subì qualche sconfitta, perché i Rashid erano sostenuti dall’impero ottomano. Ma in quattro anni aveva ristabilito il dominio del casato. Cominciando a espandersi anche verso il Golfo Persico.
Le mosse successive di Abdelaziz furono di ingraziarsi Londra, e di rafforzare la solidarietà wahabita, in una fratellanza chiamata proprio “Fratelli” – Ikhwan. Nel 1925 era riuscito a conquistare anche l’Heggiaz e la Mecca, e il più del futuro reame si poté dire saudita. Mentre la fratellanza corteggiava lo sceriffo della Mecca, Hussein ben Alì, Abdelaziz organizzava con Londra il rovesciamento dello stesso. Non un vero e proprio rovesciamento, Hussein era un eroe di guerra: contro l’impero ottomano, schierato con le potenze centrali, aveva fomentato la “rivolta araba”, consigliato dall’inviato di Londra T.E.Lawrence, in base a un accordo sottoscritto con un inviato della Corona, Henry MacMahon. Dopo la guerra, il sentimento britannico fu più tiepido. Alì, uno dei figli di Hussein, fece in tempo a dichiararsi re dell’Heggiaz, nel 1925, che Abdelaziz lo scalzò, assumendosene il titolo. Gli inglesi compensarono Hussein con due regni per altri due suoi figli, l’Irak per Feisal, il condottiero che guidava le truppe di Hussein con Lawrence, e la Giordania per Abdallah – il padre di re Hussein, il nonno dell’attuale sovrano.
Niente fu innovato da allora: l’Arabia Saudita è un Stato della famiglia saudita. Al fondatore Abdelaziz, morto nel 1964, sono succeduti cinque figli: Feisal, Khaled, Fahed, Abdullah, Salman.

All’ascesa di Salman, due anni fa, a 80 anni, il casato dei Saud, che nel reame ha funzione di Parlamento, aveva designato alla successione un figlio di Nayef, uno dei fratelli che non erano stati in trono: Mohammed ben Nayef, 55 anni, il principe che si era più esposto nella battaglia civile minacciata da Al Qaeda, e per questo giudicato il più vicino agli Usa e all’Occidente, ma molto rispettato anche nel paese e in famiglia. Tre mesi fa re Salman ha però cambiato la successione, designando principe ereditario il suo proprio figlio Mohammed – Mohammed ben Salman. Di soli 31 anni e nuovo alla politica: ha appena l’esperienza di due anni, da ministro dell’Economia, e da ministro della Difesa, con una guerra non di successo contro l’Iran nello Yemen, e una quasi guerra, da un paio di mesi, contro il Qatar.

Intercettazioni – Julian Assange, il fondatore di wikileaks, è convinto che sono ineliminabili: “Dobbiamo capire il fatto che la privacy è morta”, ha detto ultimamente a Raffi Khatchadourian, del “New Yorker”, in un reportage che la rivista ha riproposto online domenica. Ma glielo dice in una stanza dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove deve vivere per evitare l’estradizione e la condanna negli Usa per spionaggio, con un sottofondo di rumore bianco contro le intercettazioni ambientali.

Nello sbracamento – tutti intercettano tutti – torneranno a essere considerate un’ingerenza indebita nella vita delle persone? Gli Stati Unti, che per primi ne hanno fatto uso, specie nella guerra al crimine, tendono a limitarle, già da qualche tempo – ne fanno ora un quarto di quelle italiane (di quelle italiane autorizzate). La stessa wikileaks, specializzata in intercettazioni indebite, perde mordente sul pubblico: le sue rivelazioni non fanno più scandalo.  
Negli Usa non è piaciuto a nessuno, a sinistra come a destra, sapere che la Nsa, National Security Agency, controlla stabilmente internet, la posta e ogni altra comunicazione, negli Usa e fuori, sotto l’ombrello dell’antiterrorismo. L’opinione è condivisa anche sullo spionaggio che Cia e Fbi praticarono di molti americani eminenti al tempo della guerra fredda, compresi molti scrittori: Auden, Capote, Hemingway, Steinbeck, Faulkner.

Fra chi se ne intende, del resto, le intercettazioni hanno una lunga storia – questo forse ne spiega la saturazione. Cefis, il manager pubblico che teneva in grande considerazione i giornali e i servizi segreti, che fu a capo dell’Eni prima e poi della Montedison, già nei tardi anni 1960 trattava gli affari in macchina, la RO 80, col rotore Wankel acceso. 

Islam – È ridiventato conquistatore (esclusivo) nelle forme del “colpo di coda”, tanto più truculento in quanto è disperato. Mentre era avviato a risolversi, come tute le religioni, in accordo col mondo civile – a “modernizzarsi” o aggiornarsi. È tornato tale con le crisi arabe – le guerre civili endemiche da quarant’anni, tra Stati, e al loro interno – scatenate da Khomeini. Che personalmente era distante dal mondo arabo, anche se vi aveva trovato asilo. E più dai khomeinisti, ma già con Khomeini regnante, nel 1980, che il mondo arabo considerano “nemico”.
Prima alimentava solo l’interminabile conflitto con induismo nell’Asia meridionale. La modernizzazione invece seguiva un corso secolare, e quasi millenario, da ultimo con l’impero ottomano, ben islamico ma non integralista. Un corso oggi minoritario ma autorevole, che si riflette nella posizione egiziana, dell’università islamica di Al Azhar. Così riassunta dal Grande Imam in carica di quella istituzione, Mohamed Ahmed el Tayyeb, una settimana fa, al convegno organizzato a Münster dalla Comunità di Sant’Egidio, con la cancelliera Angela Merkel: “Un’etica umanitaria globale che comprenda l’Occidente e l’Oriente”. Contro “l’etica contraddittoria e conflittuale che ha spinto il nostro mondo verso ciò che assomiglia a un suicidio di civiltà”.
Il messaggio è stato rilanciato oggi a Roma dal presidente della Lega Mussulmana Mondiale, il saudita wahabita Mohammed ben Abdelkarin al Issa, nella capitale per incontrare il papa. A una tavola rotonda all’Hilton col rabbino americano Joseph Levy, e il vescovo spagnolo Ayuso, segretario della Ponficia commissione per il dialogo,  al Issa ha sottolineato la “tolleranza nell’islam”: “È stato Dio a volerci diversi, molteplici”, e “non può esserci costrizione nella fede”. Che, ha detto, è “un precetto coranico”.
Le insofferenze arabe, dapprima stimolate dal conflitto in Palestina, hanno fatto dopo Khomeini valanga, proiettandosi contro i regimi arabi moderati e contro l’Occidente. Da “occidentali”, cioè avendo assimilato la modernizzazione fino all’ultima piega, nell’informatica, i finanziamenti, la logistica, l’armamento, le tecniche di guerriglia – modello “Al Jazira”, l’emittente del Qatar che se ne è fatta megafono. Col sostegno, fino a pochi mesi fa, dell’Arabia Saudita, finanziario se non politico e d’informazione. Sempre in chiave anti-khomeinista.
In anticipo sul khomeinismo, l’Arabia Saudita aveva finanziato, già a partire dal primo boom del petrolio, a fine 1973, l’espansionismo islamico in Africa e nell’Asia meridionale, con munifici finanziamenti di moschee, scuole, e iniziative sociali (salute, sport, pellegrinaggio alla Mecca). Nel senso del proselitismo, ch in qualche modo è anch’esso esclusivista.

Poligamia – È diffusa in Occidente, anche se non legalizzata – ma in qualche modo riconosciuta, anche legalmente. In Germania, dove non è infrequente per uomini “arrivati” (politici, imprenditori, giornalisti, professionisti influenti) divorziare, anche quattro e cinque volte, per ringiovanire la moglie, non fa scandalo. Né, per uomini eminenti e non, avere una compagna che non è la moglie per  viaggi (Freud con la cognata Minna, sul lago di Garda e altrove, è un classico), o per il trekking, o anche soltanto per una passione condivisa, andare a teatro, o ai concerti, o per un  bevuta. Il presidente uscente, il pastore Gauck, viveva con la moglie e con una ex moglie. Helmut Kohl si è voluto sposare, dopo la morte della moglie, contro la volontà dei figli, perché la nuova sposa era una sua vecchia compagna di fuori casa. Jung, come e più di Freud, indulgeva in relazioni multiple. In Francia Mitterrand aveva due famiglie, la seconda quasi legalmente riconosciuta. È quello che ha provato a fare Holande, non riuscendoci per l’opposizione della prima compagna, Ségolène Royale, e della seconda, Valérie Trierweiler – che gli ha scritto anche un libro contro. Victor Hugo ebbe sempre come moglie Adèle, mentre viaggiava e usciva con Juliette Drouet, e poi con Thérèse Biard.
In Francia la bigamia si può dire frequente, e sconfina senza scandalo nell’amore libero e la poligamia. In America Latina, dal Messico in giù, è uso frequente per molti uomini tenere una “casa chica”, con una seconda donna, da cui avere anche figli, che prima o poi hanno diritto al riconoscimento.

Privacy – È finita nel mentre che si dichiarava, negli anni1990, sovrastata dalle intercettazioni. Più che un diritto, è pratica avvocatesca. Che si è diffusa con la figura americana dell’avvocato a percentuale – l’avvocato si paga se vince la causa, con una quota prefissata del risarcimento. . Contemporaneamente si diffondeva l’uso legale delle intercettazioni, fino ad allora ritenute un’invasione illegale della privacy, anche se questa non era stata dichiarata – protetta, statuita, in Italia perfino da una Authorihy specifica.
Un uso partito, anche questo, negli Usa. Per facilitare la polizia contro la delinquenza. E a beneficio dell’opinione pubblica, in un revamping della politica della openness, del presidente americano Wilson, alle fine della Grande Guerra e subito dopo. Pratica che troverà il suo culmine in wikileaks. E la controstoria nel romanzone “Purity” di Jonathan Franzen – lo scrittore che, quando vennero fuori i particolari del rapporto Carr, si trovò a parteggiare, la mattina davanti al televisore mentre faceva colazione, per Clinton e Monica Lewinsky.

leuzzi@antiit.eu

Dante in Versilia

Dante ritorna al paese, Matelli, da ambientalista. Da collaboratore, da ultimo, del “National Geographic”. Dopo le incursioni nelle università americane, nel cinema (soggettista Nastro d’argento per “L’ultima donna” di Ferreri), e nel grande piccolo mondo antico dell“Espresso” - uscito insoddisfatto da “la Repubblica” (sua la notifica che fece epoca, una mattina, ulla lavagna di Scalfari: “«Il Mondo» non abita più qui”).
Un lavoretto che non sfigura, anche per le foto di Alberto Novelli che accompagnano le schede: umanizzare Forte dei Marmi non è  impresa semplice. Nella sontuosa collana della editrice tedesca, dei 111 - luoghi, vini, cibi.  Una guida pratica, piena di suggerimenti stimolanti, seppure soprattutto commerciali, si sa come sono complilate le guide, che si fa anche leggere.
Dante Matelli, 111 luoghi della Versilia e dintorni che devi proprio scoprire, emons:, pp. 235, ill. € 14,95

martedì 19 settembre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (339)

Giuseppe Leuzzi


“La lingua”, raccomanda Čechov in una della sue “Umoresche”, analizzando l’“organico anatomico”, bisogna diffidarne: “Secondo Cicerone è hostis hominum et amicus diaboli feminarumque (nemica dell’uomo e amica del diavolo e delle donne). Da quando le delazioni hanno cominciato a essere scritte sulla carta, è stata esclusa dall’organico. Presso le donne e le serpi funge da organo di piacevole passatempo. La lingua migliore è quella lessa”.

Muore di 107 anni a Brancaleone, il suo paese, Luce De Angelis, la prima donna eletta, nel 1952, a un consiglio provinciale, a Reggio Calabria - la terza in Italia a una carica elettiva (il voto alle donne, attivo e passivo, era recente). Avrà avuto, signorina, commercio oculare con Pavese, ai di lei vent’anni confinato a Brancaleone, ma non ne abbiamo notizia. Luce, una vita maestra elementare, non se ne è curata, la politica fu l’accensione di un momento, a fine consiliatura tornò al suo lavoro.
Figlia del fondatore del socialismo in Calabria, il medico condotto Vincenzo, era stata sostenuta nella campagna elettorale del 1952 da Giacomo Brodolini, il futuro ministro, inviato da Roma.

La rivolta
San Benedetto Ullano, un piccolo comune arberësh vicino Cosenza, ha una via dei Rodotà ma non una Agesilao Milano. Che è il suo cittadino più noto, anche se di nome poco arberësh. E meriterebbe, per più di un aspetto.
Benché figlio di un sarto carbonaro, incarcerato dopo i moti del 1830, Agesilao poté fare studi regolari. Dapprima con uno zio sacerdote, Domenico, poi nel collegio di San Demetrio Corone a Cosenza, un seminario, di rito greco-albanese.
Diciassettenne, era già nell’esercito borbonico, per aiutare la famiglia. Ma durò appena un anno: il diciottenne Agesilao fece i moti del 1848, fu arrestato, e fu condannato al carcere duro. Amnistiato dal re “Bomba” Ferdinando II nel 1852, non smise l’ostilità verso la corona. Ebbe una crisi religiosa e pensò di farsi prete, sempre per aiutare la famiglia. Ma col rovello della libertà repubblicana. Fu arrestato di nuovo, nel 1852, durante la visita di Ferdinando II a Cosenza, con l’accusa di un complotto per uccidere il re, ma fu assolto.
L’accusa gli diede però l’idea di uccidere il re veramente. Quando il fratello Antonio fu sorteggiato per la leva militare, chiese e ottenne di sostituirsi a lui. Riuscì anche a farsi arruolare in un Battaglione Cacciatori, il terzo, che spesso era di servizio al seguito del re.
L’occasione gli si presentò dopo pochi mesi. L’8 dicembre 1856, Agesilao aveva 26 anni, il re, i suoi familiari e la corte festeggiarono l’Immacolata a Napoli con la messa. Dopodiché si trasferirono al Campo di Marte di Capodichino, per presiedere a una sfilata militare. Quando il suo reparto passò davanti al re a cavallo, Agesilao si lanciò per ucciderlo. Riuscì a colpirlo con un colpo di baionetta, attutito dalla fondina delle pistole regali appese alla sella, fu abbattuto col cavallo dal capo degli ussari che scortavano il re, fu torturato per sapere chi erano i complici del suo complotto, e subito poi impiccato.
Si difese dichiarando di non avere motivi personali di vendetta contro il re ma di aver voluto difendere la libertà e la giustizia. Il re aveva festeggiato lo scampato pericolo la sera stessa dell’attentato con una grande manifestazione di popolo.
Milano aveva dimenticato di caricare il fucile per l’attentato. Come suo bagaglio in caserma furono trovati una Bibbia in greco, il “De Regimine Principum” di san Tommaso d’Aquino, e alcune poesie di suo conio. Dopo l’attentato, la repressione si fece più dura. Specie in Calabria.
La vicenda è paradigmatica di un modo d’essere. Ed emblematica del Sud. Insofferente più che passivo. E coraggioso. Ma velleitario - superficiale, improduttivo -e incapace: non si conoscono rivolte a buon fine al Sud. Quando non sono dannose.  

Lo Stato doccupazione
“Questo è un territorio nel quale non si possono avere rapporti con altre persone… Prima giocavo a tennis, oggi non lo posso più fare”. Oggi, cioè da quando è Procuratore Capo a Reggio Calabria. Federico Cafiero de Raho è tassativo, intervistato da Tg2000, il telegiornale di Tv2000, la rete dei vescovi. In Calabria “bisogna vivere sempre da soli”, ribadisce: “Non si ha mai la certezza di parlare con l’antimafia, o con persone che hanno preso una posizione ferma contro la ‘ndrangheta…. Quello che caratterizza la ‘ndrangheta è la sua capacità di confusione, d’infiltrazione e inquinamento”.
Non è una novità, lo Stato si è sempre presentato al Sud come a un assedio. Contro il Sud, non contro i cattivi. Certo non per meglio individuare i cattivi, che al contrario possono imperare liberamente tra i buoni: la prima cosa che un calabrese deve fare, quando presenta una denuncia per estorsione o altra pratica mafiosa, è provare che non è uno ‘ndranghetista, Cafero De Raho non innova.
Non è probabilmente nemmeno malumore. Il Procuratore della Repubblica è napoletano, quindi in Calabria è in esilio. Ma ha voluto lui Reggio, per fare carriera – il suo predecessore Pignatone, altro esiliato, lui da Palermo, ne ha fatto il predellino per Roma, con la Mafia Capitale, e ora sventa i complotti politici dei Carabinieri. E, dice, non si sente solo: “Non mi sento solo. Nell’ambito delle istituzioni i vertici sono rappresentati da uomini di altissimo spessore etico e d una straordinaria professionalità: il Prefetto, il Comandante provinciale dei Carabinieri, il Questore, il Comandante della Guardia di Finanza”. Non uno di Reggio. E, evidentemente, non tennisti.
Non è il solo, volendo restare in tema. I Carabinieri da tempo hanno mura alte e inferriate alle caserme, per segnare il confine col territorio. Non vanno più al bar e non parlano mai con nessuno. Sono gli ultimi ad arrivare a ogni fatto criminoso - ammesso che si produca in orario di servizio. Di cui si limitano a tenere la contabilità.
Il territorio denuncia, dice ancora il Procuratore Capo: “Le vittime di estorsione a volte denunciano. E questo è un passo enorme se si tiene conto che la ‘ndrangheta controlla tutto”. Crede alla storiella che “anche per pitturare una parete è necessario chiamare l’impresa che è autorizzata a lavorare in quell’edificio” – autorizzata dalla ‘ndrangheta. Avallando purtroppo la vecchia teoria che il crimine è stupido. Ma ribadisce. “Oggi ci sono cittadini che credono che questo sistema criminale può essere cambiato e che l’azione dello Stato è costante, seria e forte. Alcune persone si presentano spontaneamente per riferire di estorsioni subìte”.
Si presentavano sicuramente anche ieri. Solo che si presentano a chi, e per fare che? Un estorsore è mai stato intercettato, al telefono, ambientalmente, arrestato, condannato?

Napoli
“Una città che ha un grande bisogno di amare”, la dice Aurelio De Laurentiis. Chi? I vicini no, dagli abruzzesi ai siciliani, che Napoli ha sempre bistrattato – e infatti se ne guardano, bellicosi. I milanesi sì, anche i londinesi, e gli americani tutti.
È a disagio coi vicini. Che però molto (del disagio) lo devono proprio a Napoli.

“Autolesionista, incapace di vedere la verità”, la dice ancora De Laurentiis parlando con Cazzullo sul “Corriere della sera”. E questo sembra più vero.

Ma poi De Laurentiis la vuole “sottomessa da secoli, sempre alla ricerca di un riscatto legato a qualcosa di impossibile”. Mentre sarebbe possibilissimo, la città ne ha i mezzi e le capacità. Ma le piace compiangersi.

Era presidiata dai Bavaresi, al tempo della unificazione. Un manifesto insurrezionale lo ricorda involontariamente: “Napoletani! È troppo tempo che si grida per le vostre strade Werda? E che voi rispondente Schiavi!”. Wer da, chi è la?

Bastò la “sensibilità” a Garibaldi per conquistare Napoli nel 1860, spiega Dumas ne “I garibaldini”, senza sparare un colpo. Gli bastò mandare in porto “un bastimento parlamentare, con cento soldati e trenta ufficiali prigionieri” e fu fatta, “con la sua stupenda sensibilità Garibaldi capiva bene quale effetto avevano sui napoletani quelle prove visibili della disfatta dei regi”.

“La domenica, a Napoli, non succede mai niente”, spiega Liborio Romano a Dumas mentre il dominio secolare dei Borboni crolla: c’è sempre qualche santo o madonna da celebrare. C’era, dopo Maradona c’è la partita: santo Maradona?

“Dovete ammettere che è un ben strano paese quello in cui i cospiratori fanno arrestare le spie che li sorvegliano”, conclude Dumas l’esperienza de “I Garibaldini” a Napoli, pur dopo tante sorprese in poche settimane. Ma succede ancora: ci sono pentiti che inguaiano liberamente chi li persegue,  giudici o sbirri che siano. A Napoli si può, nulla è detto.

Prima e dopo Napoli Autogrill sull’autostrada non quadrava i conti. Era organizzata bene, poco personale, molto esperto, i camerieri napoletani hanno cento occhi e mille braccia, e clientela sempre numerosa in tutte le stagioni. Ma senza soddisfazioni. Poi la gestione del ristoro alle stazioni di servizio è passata locale, e fiorisce. Da Angioina Est sulla Caserta-Nola-Salerno a San Vittore, sulla Napoli-Roma, le province di Napoli e Caserta.


Si contendono il Movimento 5 Stelle e l’eredità di Grillo due giovanotti napoletani, Di Maio e Fico. Napoletani anche nel tratto: pieni di sé e disinvolti. Il fondatore Grillo è genovese, ma è un comico anche lui, un attore. Si può dire Napoli al comando, è tutti noi.

leuzzi@antiit.eu

Čechov si voleva comico

Čechov si voleva comico
In Russia si ride, anche. Come altrove. Un po’ meno. O un po’ di più, con o senza vodka. Specie in Čechov, che stando alla testimonianza circostanziata di Camilleri che apre la raccolta, le sue commedie intendeva propriamente commedie e non drammi. Confermando un sospetto che pure balza evidente alla lettura, per un tratto wildiano netto, di satira bonaria e partecipe, in tutta la sua opera - eccettuato il reportage da medico giornalista dalla colonia penale di Sakhalin. E per questo litigava spesso con Stanislavskij, il regista.
Umoresca è un genere musicale, Schumann e Dvoràk lo hanno praticato, un Lied scherzoso. Su testo in versi o in prosa, e anche, come spesso per questo Čechov, in immagini, qualcuna anche di sua mano. Storie sconclusionate, che preludono al teatro europeo dell’assurdo del secondo Novecento, le vuole Carla Muschio, che le ha scovate, le propone e le inquadra criticamente - lei non russista, e nemmeno čechoviana, per prima in Italia, con una traduzione straordinariamente vivace (non c’è più ordine nemmeno negli studi…). Tutto in realtà può confluire nel teatro dell’assurdo, che è la condizione elementare dell’essere. Queste prose di Čechov si segnalano perché già čechoviane, in nuce e per esteso, nelle tematiche e negli svolgimenti: gradevoli e pensierose.
È Čechov fin dagli inizi, anche in prose svelte come queste, scritte per motivi alimentari, per aiutare la famiglia in difficoltà a Mosca mentre lui vi studiava la medicina. Forse nella datazione di Vasio – i testi di questa raccolta non sono datati - “la lenta metamorfosi di Čechov da scrittore faceto a scrittore serio si compì tra il 1883 e il 1886”. Quando cioè prese a scrivere e a proporre racconti seri agli editori, mentre ancora continuana a sfornare “Umoresche”, un’attività avviata con varie riviste nel 1880, subito dopo l’arrivo a Mosca. Ma comunque senza abbandonare il faceto, che è una sottolineatura di tutta la scrittura čechoviana. Con molto latino, tutto bene intonato, sempre esattamente compitato.
Un libro prezioso, anche come oggetto. Di contenuti non eccezionali. Facezie, freddure, lazzi, specie del mondo dello spettacolo e dell’avanspettacolo, il repertorio consueto dei giornali satirici: non mancano il colmo dei colmi, il cornuto, e le gioie del matrimonio, compresa la suocera, attorno a “lei” spendacciona e traditrice. Moralità, non tutte brillanti – le raccolte di facezie sono pericolose, dal “Piovano Arlotto” in poi. Ma letture d’autore. Con giochi di parole. E parole in libertà – “con la scusa che, dopo aver composto il testo, il tipografo ha lasciato cadere a terra tutti i caratteri, le parole si sono mescolate”. A tratti un documento. Della Russia in quegli anni. Di sé. Gli abbozzi teatrali si rileggono come un programma, le “Regole per la villeggiatura, o la “Trrragedia terribilmente, spaventosamente disperata, col suggerimento del vero impresario Lentovskij al Grande Autore: “Sfruttate i luoghi comuni, come fanno i vari Rocambole e i vari conti di Montecristo.... Di una cucina comunque sofisticata, in ogni senso: invenzione, scrittura, situazioni.
Curiosamente, spesso altaniano: “Dopo pranzo ho pensato allo stato deplorevole dell’economia europea. L’ho invitata al risparmio”. Un Coquelin, anche, molieresco: “La nostra vita può essere paragonata a un folle che si trascina da sé a una stazione di polizia e denuncia se stesso”.

Anton Čechov, Umoresche, Barta, pp. 224, ill. € 12

lunedì 18 settembre 2017

Problemi di base logici - 356

spock

Cartesio direbbe oggi “Digito, ergo sum” invece che “Cogito”?

E procedere lo stesso mascherato – “Larvatus prodeo”?

Se digitare è una parte del pensare, ma è molto più veloce, quante parti di digitazione sono necessarie per fare un’unità di pensiero?

Digitare insomma è più conveniente che pensare?

Si può “essere” anche da stupidi?

In totale, in percentuale?

Si è malati perché si è sani, o è viceversa?

Peacemaker pacemaker è un refuso, o c’è una parte di lentezza nella saggezza?

spock@antiit.eu

Ecco chi ha votato Trump

Finalmente uno studioso che va oltre l’invettiva, per dirci come mai Trump. È uno studioso non americano, e non per caso.Trump è protagonista da almeno un anno e mezzo, dalle primarie repubblicane, ma non c’è nella pur prolifica e tempestivissima editoria Usa una sola spiegazione del suo successo: Trump è il “lato oscuro” degli Stati Uniti. “Storia del lato oscuro degli Stati Uniti” è il sottotitolo di Teodori, che però lo chiarisce. Oscuro nel senso che è stato una sorpresa elettorale. E che lui stesso non sa che cosa fare. Ma non nel senso che viene dal nulla.
Teodori individua quattro radicamenti. Il primo è il nativismo o suprematismo bianco, ed è la difficoltà di superare la guerra civile. Soprattutto al Sud, dove in molti stati i bianchi sono anche poveri. Che ha avuto varie espressioni nella normativa sull’immigrazione, con ripetuti paletti contro gli asiatici, e contro i latini-cattolici. Sconfinando, andrebbe ricordato,  nell’eugenetica. Che negli Usa era ed è forte, benché sotterranea.
Le riserve oggi si concentrato sui latino-americani – il famoso muro. I latinos demografiamente (matematicamente) sono destinati a essere presto maggioranza negli Usa, ma sono i più restii ad assimilarsi al modo di vita americano.
La radice populista è la più nota. Altro residuo della guerra civile. Col Mid-West in questo caso l fronte, contro il suprematismo wasp del New England, della banca e la finanza. Ha una storia più che secolare. Oggi è rinvigorito contro la tecnologia e la globalizzazione, che portano delocalizzazione e bassi salari.
Questo andrebbe messo in rilievo: l’America di Obama vanta un tasso di occupazione record, quasi la piena occupazione, ma la sopravvivenza è per una larga fascia della popolazione legata a due e tre occupazioni nella stessa giornata. Una subodinata di questa sorta di anticapitalismo è probabilmente - Teodori non vi accenna - che Trump, biondissimo e mezzo tedesco, è visto come uno non-di-finanza. Benché lo sia, e sia solo quello.
Altro radicamento è l’isolazionismo. Del genere però imperialista – protezionista ma imperialista. Teodori evoca l’“America First” degli anni 1930, il movimento che per poco non portò alla presidenza nel 1940, invece di confermare F.D.Roosevelt, un candidate che avrebbe tenuto gli Usa fuori dalla guera contro Hiter. Gli isolazionisti persero perché il candidate era debole, benché sostenuto da Charles Lindbergh e dall’America Fist committee dell’università di Yale. Ma il Mid-West, anche allora, va notato, lo votò compatto.
Non manca,  quarto pilastro oscuro, una radice autoritaria. In personaggi di rilievo: Lindberg, Henry Ford, Huey Long, lo spaccone dell'Alabama, McCarty,  Edgar Hoover - e MacArthur? Ma non si può parlare di tradizione in questo senso.
Trump però, c’è da aggiungere per ultimo, non è niente di questo, dell’“altra America” che lo ha votato. È un uomo di denari. Metropolitano. Di interessi internazionali. Rispettoso della supremazia militare americana. Per nulla tradizionalista. La parte più ambigua della sua presidenza è la meno ambigua: non ha nessuna esperienza politica, e non la ama – è un imprenditore e non un manager, riconosce un limite quando lo vede, gli si impone.
Teodori non manca di sottolineare quello che era chiaro, comunque, fin dall’inizio, dal voto a sorpresa di un impolitico alla Casa Bianca. Gli Usa non sono una repubblica delle banana, che il dittatore modella a suo uzzo. Sono uno Stato strutturato, con una costituzione fortissima e radicatissima, e un rispetto della legalità perfino eccessivo – avvocatesco. Con un’articolazione strutturata e ardicata tra Stato federale e stati dell’unione. E uno statuto dei  diritti, il Bill of Rights, che è l’aspetto caratterizzante della personalità americana, l’oscuro manovale del Nebraska compreso, di quelli che non sopportano Trump e di quelli che lo hanno votato.
Massimo Teodori, Ossessioni americane, Marsilio, pp. 159 € 15


domenica 17 settembre 2017

Letture - 316

letterautore

Čechov -  Si scopre umorista, con la pubblicazione dei suoi primi testi, da umorista-vignettista, sui giornali satirici moscoviti nei primi anni 1880. Ma leggendolo non se ne dubitava. Solo le messinscene erano inevitabilmente pesanti, drammatizzate. Di una Russia vista probabilmente con gli occhi sovietici, o post. Ora Camilleri lo conferma, prefazionando la raccolta di “Umoresche”, quei primi scritti, operata da Carla Muschio: Piotr Sharof, uno degli aiuti i Stanislavskij, poi vissuto in Italia, se ne faceva una fissa: “Più volte mi ha raccontato”, dice Camilleri, che Čechov era spesso scontento delle messinscene di Stanislavskij, perché, diceva. “sono commedie” e non drammi.

Celebrità – È come la santità, non viene, bisogna volerla – prepararla, corteggiarla, anche imporla. Ionesco lo stabilisce di Hugo: “La caratteristica degli uomini celebri è che hanno voluto essere celebri”. Ma non è merce rara: è pure vero che un quarto d’ora di celebrità non si nega a nessuno.

Edificazione – Come genere letterario viene generalmente tardi, in chiave beghina, di scongiuro. E in Francia curiosamente a opera di donne avventurose, come penitenza: Liane de Pougy, Thérèse Biard (“Léonie d’Aunet”), la stessa madame de Villedieu.

Gadda – Asor Rosa lo vuole ieri tragico su “la Repubblica”, per la riedizione di “La cognizione del dolore”, annegato con tutto il suo senso del comico nella sofferenza. Ma quanto è tragico il suo dolore? Sempre in chiave di tragicommedia, nella guerra alla madre come già nella ben più aspra guerra al fronte, nel diario di trincea. Sempre da letterato: Gadda soprattutto è scrittore letterato, uno che aveva letto tutti i libri. Come l’adorato Manzoni. “La cognizione del dolore” è un racconto satirico, dispiaciuto ma poco, molto arrabbiato.

Genere – In alcuni casi è irriducibile. Non delle cose – il sole, la luna – o dei concetti – Dio, il diavolo – cui si può sempre cambiare genere, in attesa del neutro. Ma dei modi di essere. Il farabutto è solo maschio. Puttana è solo femmina – come altre parole di seduzione. Altre volte è intersex: il fascino, maschile, è di solito femminile. La forza, femminile, è di solito maschile. Il genere corretto dovrà fare a meno di molto vocabolario.

Hemingway – È malinconico e biblico, oppresso dal senso della morte. Da “Il ritorno del soldato”, una delle prime storie, apparentemente adolescenziali e svagate, della raccolta “In Our Time”, variamente tradotta, al “Sole sorge ancora”, che è l’“Ecclesiaste”, 1,5-11: “Il sole sorge ancora, e il sole tramonta”. Si fa con la fama personaggio da jet-set e da gossip, col bicchiere in mano, per questa angoscia? Anche per aver preso sul serio la professione di giornalista, soprattutto di guerra, ed era uno che vedeva e capiva – la vecchia raccolta “By-line” si rilegge come u libro di storia, più puntuale di molte ricerche successive. O per essere da subito un letterato, il monumento di se stesso. Che quindi presto viene da annoiarsi, e si esercita in surrogati: caccia grossa, pesca d’altura, la stessa, falsificata (urbana, pettegola), guerra di Spagna, dove invece si beveva anche, ma soprattutto si assassinava, anche i compagni.
La “caduta” viene con la guerra a diciott’anni, col Carso e Caporetto. Prima la vita era quella innocente di Nick Adams. Il tema implicito in “Il ritorno del soldato” dilaga da “Addio alle armi”, 1929, in poi, il romanzo italiano incluso – che è il romanzo meglio riuscito di Hemingway, e un capolavoro in ogni aspetto, un puzzle perfetto, ogni tessera va al suo posto, tra la morte onnipresente, e più crudele quando è legale, con le esecuzioni senza giudizio degli sbandati, mentre si nasconde il bene, l’amicizia non si dice, l’amore si misura quando svanisce (è il mio “Romeo e Gulietta”, diceva Hemingway, ma è anche “Guerra e pace”).

Anche in “Per chi suona la campagna” ha l’aspirazione alla vita oltre la morte, contro la morte. Col  compagno di bevute che dice “l’Ave Maria” sotto le bombe, dopo aver recitato uno slogan della Pasionaria.
 
Mr. Norris – Colin Wilson, introduzione 1986 a “The Outsider”, ha “l’originale di Christopher Isherwood, «Mr. Norris se ne va»”, l’ambiguo imbroglione britannico che vive di espedienti e piccole truffe nella Berlino di Hitler, più farlocco che cinico. Si chiama Alexander Hamilton, ed è “un malvagio vecchio queer”, che Wilson ha invitato a cena la sera, ai primi del 1957, in cui i familiari della girl friend di Wilson, Joy, erano venuti dalla campagna a Londra per riportarsela a casa. Wilson era all’apice della gloria letteraria, sei mesi dopo la pubblicazione con molto fragore di “The Outsider”, e Hamilton procurò di guastargliela: “Mentre la famiglia di Joy tentata di trascinarla giù dalle scale, Gerald corse al più vicino telefono e chiamò ogni giornalista di pettegolezzi che conosceva (e le sue conoscenze nel campo erano vaste)”. La crisi familiare di Wilson si risolse nel nulla, lui e la polizia convinsero la famiglia di Joy a lasciarla in pace. Ma dieci minuti dopo che se ne erano andati la casa era attorniata d  reporter e fotografi. Ci montarono sopra uno scandalo che troncò la popolarità e l’onorabilità di Wilson, e lo costrinse a lasciare Londra – per un remoto villaggio della Cornovaglia che non lascerà più.

Norvegia - Il viaggiatore Alvaro si chiede nel racconto “Riposo nel bosco” di prima della guerra come siano potuti nascere “tanti drammi di teatro nel paese senza storia”, e perché vi “sono apparsi i libri più terribili contro le donne”. Savinio gli ha risposto nel 1943, il paese era occupato e alleato, che dominanti vi erano “le primitive e fierissime relazioni tra uomini e donne” di Vico, “la caccia che l’uomo dava alle donne brade nelle foreste”. Con un pizzico d’incesto, sotto forma di sororismo: quello di Leopardi e Beyle per la sorella Paolina, o di Nietzsche per Lisbeth, sarebbe tanto più forte in Ibsen con la sorella Edvige - almeno fino a quando non riuscì a sposare Susanna e a farle un figlio.

Scalfari – Va da ultimo a parlare col papa, la mattina presto. Forse non per ridere. E nemmeno per fare una ficata: Voltaire avrebbe fatto diversamente, se chiamato dal papa a Roma, al suo desco parco?

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