sabato 23 dicembre 2017

Secondi pensieri saviniani - 230

zeulig

Canto – Non amando il canto, e-ma non spiegandosi “il fascino che la voce umana esercita sugli italiani”, il musicista Savinio, che tale era per gli amici a Parigi da giovane, Apollinaire, Breton et al.,  arriva a questa conclusione contraddittoria - vichiano senza saperlo? – dopo aver ribadito la personale avversione alla “«corona» di un tenore”: “Chi assicura che il nostro disprezzo non è incomprensione? Quel più che canto, quell’«urlo» del tenore è forse la più suadente affermazione di un «antropomorfismo sonoro» che noi ignoriamo perché «non ne sentiamo la ragione», è forse la testimonianza più convincente che l’uomo è signore in terra”.
Il canto ha la “potenza del verbo”, riflette ancora il musicista Savinio, al di là delle parole, delle cose dette. E ricordando le interpolazioni di canti “in varie parti dei poemi omerici”, di personaggi-eroi, di gesta, di immagini portentose, si dice: “Forse l’effetto è quello di un personaggio anche maggiore: di un Dio”. Per “la potenza del verbo” – “Il canto dopo tutto non è se non «parola cantata» e dunque parola più «efficace»” (Alberto Savinio, “Scatola sonora”, d. Einaudi, pp. 410-411).

Contrappunto – “Il contrappunto è il moto «interno»della musica”. Il contrappunto, - “questo continuo rinnovamento cellulare della musica” - “non solo dà vita alla musica – una vita astratta, artefatta (intendi: fatta con arte), aerea – ma le dà anche salute, perpetua freschezza. La s coperta del contrappunto…. è la scoperta di conservare la musica in condizioni di perpetua freschezza. È per questo che Bach è sempre giovane” (Id., p. 416). Però.
Però è “nella musica drammatica”, nel melodramma, che “si perpetua l’eroica solitudine del pensiero di Eraclito”: “Il contrappunto è nella musica ciò che la dialettica è in filosofia. È la dimostrazione del principio che «da cosa nasce cosa»”. Non è musica: “È l’analogia in musica dello sviluppo cellulare della vita organica” (Ib.).   

Creazione – “C’è analogia tra il miracolo della creazione e il funzionamento dell’accendino”, trova il multiverso Savinio a proposito di Erik Satie (Id., p.281). Può scattare subito, “al primo colpo di pollice, la fiammella si leva su come un pennacch etto azzurro”, altre volte scintilla “ma fiammella non appare”, altre “la rotella rimane nera”. Funziona come lo Zippo, l’accendino americano.

Critica – “Chi ha detto che la sola funzione della critica è di criticare? La critica ha una funzione molto più importante, che è di inventare” (Id., p. 300).

Forma – “È per definizione il falso” (Id., p. 167) – la Gestalt.

Ignoranza – “Di rado l’ignoranza è schietta.  Quasi sempre è sorretta dallo studio, dal ragionamento, da una specie di intelligenza” – (id., 290).

Ironia L’ironista Savinio la vuole compassionevole: “Fine dell’ironia, diversamente da come credono i più, non è di porre uomini e cose in burla, ma di scoprire, velatamente e indirettamente, la verità più riposta in fondo agli uomini e alle cose, così da on offenderli, da non guastarli, da non colpirli a morte, come avverrebbe se questa riposta verità fosse tirata fuori direttamente e senza gli accorgimenti, la delicatezza, l’ «anestesia» che in questa operazione, di tutte la più amara, mette l’ironia.
“Donde viene quella commozione dolce, quel compatimento, che l’ironia praticata con profondità suscita nell’animo? Viene appunto dalla «compassione», da un sentire comune che l’ironia stende tra noi e gli altri”

Ortodossia – Il “greco” Savinio la lega ai riti eleusini, dei misteri: culto “profondamente greco, di più eschileo”, “che conserva tuttora l’oscurità delle origini, che non si è «liberato» dell’oscurità delle origini. Iconostasio. Messa «nascosta». Penombra della chiesa. Dio misterioso”  – “Scatola sonora” (Ib., p.166. E ancora (p.169: “Il più profondo dello spirito greco si continua nella Chiesa ortodossa, nei suoi culti gelosi e segreti, nel suo eleusinismo, nel suo ecatismo”.

Postmoderno - Dopo l’opera aperta, già negli anni 1920-1930, la non opera era presagita da Savinio attorno al 1940, a proposito del”Peer Gynt” di Werner Egk. Per incostanza? Per civiltà? Dopo il flusso di coscienza ma prima della scrittura automatica, orale (al dittafono, al magnetofono), autoptica: “Arrivati a un certo grado di civiltà mentale, l’opera conchiusa non si sopporta più”. Esempio: “La lettura che ancora riusciamo a sopportare sono i libri turistici di Stendhal”.

zeulig@antiit.eu

Stupidario informativo

“L’Italia è “complice” nelle “torture su decine di migliaia di migranti detenuti dai ibici”. Nuovo report di Amnesty International  “alla vigilia del vertice europeo sui migranti” – quello che non ha preso in considerazione i migranti – “Corriere della sera”.

“Nel report sono riportate prove, documenti e testimonianze” – Corriere della sera”. In sei rghe.

“Secondo classifiche dell’International Country Risk Guide, del Corruption perception Index, di World Bank Indicators, l’Italia è più corrota della Namibia, della Georgia, del Ghana, del Ruanda, di Cuba”, Sabino Cassese, “Corriere della sera”.

10,5 milioni i poveri assoluti in Italia. Il numero più alto nell’Unione Europea (Eurostat).

“La Corea del Nord è per gli itaiani il paese più pericoloso, gli Usa secondi”(Ipsos per Ispi-Rainews24).

“La Ue è per gli italiani il principale contributore alla pace nel mondo” (id).

La democrazia è difficile in Thomas Mann

Napolitano, che firma la prefazioe, sa chi è Thomas Mann. E lo dice, anche se nello stile
“politico” – involuto. Lavinia Mazzucchetti, che settant’anni fa ebbe l’idea della compilazione, che ora si riproduce, ebbe anche l’idea felice di partire dal discorso “Della Repubblica tedesca”, 1922, per i sessantanni di Gerhard Hanptmann. Erano passati cinque anni dalle “Considerazioni di un impolitico”, prolissa e virulenta requisitoria bellica contro le democrazie, specie contro quelle “latine”, la Francia e l’Italia. Non contro le potenze nemiche, contro le democrazie, latine. Ma Thomas Mann, “quasi cinquantenne e da tempo celebrato maggiore scrittore Tedesco”, non fa autocritica. Solo sposta l’obiettivo: c’è stata la sconfitta di fine 1918, la “coltellata alla schiena”, della politica su “ciò che considerava più intimo e profondo in Germania: la musica, la poesia, la filosofia, la cultura  tedesca in quanto tale che lo Stato autoritario era chiamato a «proteggere dalla politica»”. E a chi in sala gli contestò le “Considerazioni” del 1917, pubblicate nel 1918, rispose: “Non ritratto nulla di essenziale… Ho bisogno di verità nuove, quale nuovo stimolo di vita”. Ma, osanna, di Mazzucchetti e non solo, accettava la repubblica di Weimar, benché democratica, si
degnava. Un europeismo, e un’autorità morale, particolari.
È un volume corposo, di cui resta poco. Si segnala “Un appello alla ragione”, 1930, l’anno dopo il Nobel, quindi di grande autorità in Germania, e alla vigilia della presentazione dell’amibiziosa trilogia di “Giuseppe e I suoi fratelli”, sulla crisi politica della Germania, per la fenomenale ascesa dello hitlerismo. E poi, nel 1935, “Attenzione, Europa! Da esule volontario. Dove non è più di Germania che si parla.
Con numerosi interventi brevi di critica del nazismo. Dalla Svizzera prima, dov’era scampato
accolto da H.Hesse - a cui non sarà riconoscente. E poi da Beverly Hills, dov’era emigrate con la
famiglia, negli agi. Qui tenne anche una conferenza incoraggiante, 1938: “Certa la vittoria della democrazia”.
Chiude la raccolta la conferenza “La Germania e iI Tedeschi”, che dava il titolo originariamente al volume. Una conferenza tenuta a Washington, su invito della Library of Congress, il 6 giugno 1945, per i suoi settant’anni, e poi replicata altrove negli Usa. Con una coda molto caratteriale – sfuggita al controllo?: la lettera aperta “Perché non torno in Germania”. Anzi con due code: alla lettera aperta segue un’allocuzione radio, alla Bbc, di giustificazione, a Natale del 1945, qualche settimana dopo la lettera e le polemiche. Entrambe personalizzate – (ri)vendicative, astiose: Th. Mann contro la nazione tedesca, ahi quanti torti mi hanno fatto. Mai lo sguardo sollevato lontano da sé.
C’è poco da celebrare Thomas Mann politico, il “cosmopolita germanico”. Che non disse mai “ho
sbagliato”, anche se di sbagli ne fece di gravi, se confrontati con l’immagine che se ne vuole
accreditare. Di democratico, che non fu - nemeno in famiglia. Di europeista, che fu solo in
subordine al suo ideale, prettamente germanico. A suo modo – un po’ – perfino antisemita.
Thomas Mann, Moniti all’Europa, Oscar, pp. XXIII-350 € 15

venerdì 22 dicembre 2017

Il mondo com'è (328)

astolfo

Islam – Una “dottrina dell’amore”: tale lo vuole la scrittrice Karen Blixen, che ci ha convissuto in Kenya per diciassette anni. È questo, spiega (“Ombre sull’erba, 30 segg.), il senso di “sottomissione” (islam): “Al contrario di molte ideologie cristiane moderne, l’islamismo non si occupa di giustificare all’uomo le vie del Signore, il suo Sì è universale e incondizionato. L’amante non misura il valore dell’amata secondo un metro sociale o morale”. Né c’è passività nell’acquiescenza: “Gli europei definiscono fatalismo la visione maomettana della vita. Io non penso che i seguaci del Profeta vedano gli avvenimenti della vita come predestinati e di conseguenza inevitabili: non hanno paura perché hanno la certezza che la cosa che succede è la migliore”.

Mar Nero – Non lo è propriamente. Il nome è la traduzione del turco Karadeniz, che è di mare scuro più che nero, per le frequenti tempeste che i venti della riva Nord vi agitano. Per i greci è al contrario Ponto Eusino, “mare ospitale”.

Pinsk Una città ebraica cancellata dal Terzo Reich. Allora polacca, oggi è bielorussa: una città di 130 mila abitanti, al centro delle paludi del Pryp’jat, a sud-ovest di Minsk. Ignorata, almeno fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. E ignorante, isolata. All’occupazione tedesca, nel 1939, ignoravano l’esistenza del cavallo e l’uso della scala. Ignoravano anche la guerra che si era combattuta tra il 1914 e il 1917 attorno alle loro capanne.

Polonia – È nella storia vittima dei popoli germanici e della Russia. Ma non è la prima volta che la Polonia fa saltare alleanze e combinazioni di cui ha profittato e potrebbe ancora profittare - come oggi con l’Unione Europea, in Ucraina e nella normativa giudiziaria. Nel 1919-21, dubito dopo la ricostituzione a Stato indipendente con le frontiere storiche, lanciava il disegno di una Grande Polonia. Fu in guerra con la Lituania, di cui occupò la capitale Vilnius, e con la nascente Unione Sovietica. Avendo occupato e annesso larghe parti della Bielorussia e dell’Ucraina. Dopo avere nominato primo ministro e ministro degli Esteri un pianista, Paderewski . Per un solo motivo: che Paderewsky era un polacco d’America, e quindi si presumeva potesse farsi forte alla conferenza di pace a Versailles del sostegno del presidente americano Wilson.
Un altro polacco d’America la Polonia ha eletto primo ministro nel 2007, per due mandati, Donald Tusk. Poi proposta alla presidenza della Une. 

Somali – I somali erano noti già negli anni 1910 a Karen Blixen, la scrittrice danese emigrata in Africa- solo in Italia saranno rimasti sconosciuti? Che ne scrisse nel 1961, in ricordo del suo maggiordomo Farah, nel racconto omonimo in “Ombre sull’erba”: “Vivevano in Kenya moltissimi somali. Avevano un’intelligenza e una cultura nettamente superiori a quelle degli indigeni. Erano di sangue arabo  e si consideravano di pura razza araba, in certi casi addirittura discendenti  del Profeta. Nell’insieme avevano un’alta opinione di sé. Erano tutti maomettani fanatici”.
E ancora: “Si slanciano impetuosi, questi guerrieri delle grandi fantasie,  incontro alla volontà di Dio – alla sua adorabile volontà…. Sono una comunità di uomini che dicono sempre di sì, innamorati del pericolo, della morte, e di Dio”.

Tribù La biologia delle razze ha avuto l’effetto non di dislocare il tribalismo ma di assodarlo. “La questione etnica domina tutti gli altri problemi della storia, ne detiene la chiave”, diceva il conte Gobineau. Anche Tocqueville, che criticò il conte, suo giovane segretario, non credeva all’assimilazione e propendeva per lo sviluppo separato delle civiltà. Come un alluvione che rifacesse il paesaggio, raccogliendo gli oggetti in ammassi affini, i tronchi d’albero coi tronchi d’albero, le capre con le capre, e i sassi in montagnole. Così fu in Italia con le invasioni e i riassestamenti, per mille e cinquecento anni prima che i vecchi nuclei disgiunti della provincia romana si rimettessero assieme.
Richiamo del sangue? Improbabile, la fisiologia dice che un individuo si rigenera più volte nella vita, immaginarsi una società nei secoli. Richiamo della terra? È possibile, anche se ricorda la geopolitica e Hitler. Fatto sta che non si fanno affari in Africa e non si governa se non per clan e tribù. La lingua è tribale, le iniziazioni, i segreti, la tribù è vena viva, si attiva in ogni circostanza:

La tradizione è, in filologia, o traduzione o copia. Ma la tradizione è la novità dell’Africa. E dell’Europa, a essere sinceri: proprio perché il filo della tradizione è tagliato, si riscopre il passato - ogni essere vivente è anche un fossile, argomenta Jacques Monod.
L’autoaffermazione del popolo tedesco non è isolata: ogni azione di difesa è aggressiva, e perfino distruttiva. Ma non si possono cassare le tribù africane, per quanto piccole, per marginalità, insussistenza, sovrastruttura e insomma irrilevanza.
Il razzismo è scandaloso. È scandaloso l’apartheid, o sviluppo separato, ma non del tutto. È scandaloso in quanto discrimina. Ma il tribalismo è un fatto. Agli onori ancora nel diritto internazionale, che divide i popoli in base a ideologie, due Irlande, due Coree, due Cine - tra poco due Usa, ne hanno sempre la tentazione.
La partizione per credo religioso e politico, invece che biologica, ha una connotazione diminutiva, derivata dalla razionalità puritana: il bene è diviso dal male. Insomma dalla mentalità del ghetto, che si estenderà al sociale con la divisione in classi. Ma il cosmopolitismo non è più naturale del tribalismo, l’assimilazione culturale non migliore della tradizione.

La varietà culturale salva la pedagogia, per l’ovvia esigenza di non traumatizzare l’infante e svilupparne le potenzialità. E migliora l’integrazione sociale - i marranos, porci giovani, non sono mai stati sudditi leali - e lo sviluppo economico. L’America ha tenuto in vita, più a lungo, più dettagliato, con danni minori che in qualsiasi altro luogo o epoca, e anzi produttivamente, un sistema di separazione etnica minuta e rigida, tra bianchi e neri, tra anglofoni e latini, germanici, slavi, e tra anglofoni d’Inghilterra e d’Irlanda, tra ebrei orientali, o sefarditi o di Babilonia, e ebrei occidentali, o ashkenaziti o di Gerusalemme.

astolfo@antiit.eu

Ombre - 396

128 sì, 9 no, 35 astenuti all’Onu sulla mozione contro Gerusalemme capitale d’Israele. Cioè: 44 a favore di Gerusalemme capitale d’Israele. La politica estera è del fare – è poco democristiana, o dello struzzo.

Vila-Matas è catalano e a suo modo nazionalista, ma degli autonomisti di oggi dice: “Hanno acceso la macchina indipendentista per mascherare i tagli al welfare e sviare l’attenzione dalle inchieste sulla corruzione”. Come non detto, il popolo è lo stesso entusiasta, il popolo catalano.

Vota la Catalogna contro la Spagna, dicendosi che vota contro Franco e il franchismo. Tutto si può dire, il popolo è di fede.

La Catalogna dopo la Brexit: vota il popolo contro i suoi interessi – occupazione, investimenti, ricchezza eccetera. Vota convinto, e non si ricrede. Non si potranno più portare quelle economiche tra le cause delle guerre: si va al guerra perché si vuole.

Vota la Catalogna per l’indipendenza, nella disattenzione, non è un evento. Il leghismo non impressiona più: nonché non più glamour, sa di stantio – che vorranno questi catalani?

Giovedì è tutta colpa della Consob: f.to Milena Gabanelli, nuova columnist del “Corriere dela sera”. Venerdì non è vero niente: f.to un nugolo di presidenti e dirigenti Consob. Senza replica. È finita 1-1, o 1-2? È un new-new journalism, ognuno dice la sua. Come sulla rete. Che però è gratis. E sintetica. 

“Le molestie certo esistono, ma basta dire di no”. Non è difficile, ma lo spiega Alessio Boni a Emilia Costantini sul “Corriere della sera” e la cosa finisce lì. Non abbiamo altro problema che le molestie sessuali è un undicesimo comandamento. E siamo vittime.
Un “potentissimo produttore americano” aveva selezionato Boni all’Accademia di Arte Drammatica per farne una star a Hollywood. Ma appena arrivato nella mecca del cinema, l’attore aveva scoperto che il produttore, benché sposato e padre di famiglia, aveva prima voglia di altro.

Manda sotto processo Catanzaro e Avellino per una partita truccata senza mandare le prove – raccolte, in abbondanza, dalla giustizia ordinaria. Dopo aver perso l’appello contro l’Agnelli della Juventus che voleva ‘ndranghetista. Ma il capo della Procura federale, il prefetto Pecoraro, non fa ammenda: qualcuno gli ha rubato le prove del processo, e Agnelli resta uno ‘ndranghetista.  Nessuno neanche gliel’ha chiesta, il prefetto è intoccabile.
Prima Pecoraro governava Roma, e voleva spostare la discarica di Malagrotta alla Villa Adriana a Tivoli.

O non è l’idea di giustizia sportiva che fa acqua? Si vede dagli arbitraggi, che tra l’altro non sono punibili, per quanto spregiudicati possano essere. O nell’atletica. Nel ciclismo. Di frodi note, Gatlin, lo stesso Froome, che scoppiano “a babbo morto”, e sempre facendo finta che siano casi dubbi.

I bilanci di Italia e Portogallo sono sotto osservazione a Bruxelles. I rispettivi ministri dell’Economia cioè. Ma il ministro italiano, presidente in petto del’Eurogruppo, rimane al palo, la presidenza va d’autorità al ministro portoghese. D’autorità della Germania, e questo è tutto.

Centeno, il presidente dell’Eurogruppo designato dalla Germani a, è presentato come il salvatore del Portogallo. Ma solo in Italia – solo in Italia si dice e si ripete che è “il Ronaldo della finanza”, una battuta che sarebbe di Schble, che lo ha voluto. Altrove è quello che è: uno che non ha salvato niente, è solo un puppet di Berlino – un tempo si diceva quisling.

Sara Netanyahu chiama gli ebrei sefarditi “marocchini”  mentre lei si definisce “europea” perché ashkenazita – “l’Espresso”. C’è sempre un “ebreo” “più ebreo” degli altri.   


Dall’1 gennaio multe fino a 50 milioni in Germania ai social network (Facebook, Twitter, Instagram e YouTibe) che non rimuovono entro 24 ore i contenuti illegali (violenti, diffamatori, di falsificazione, di  violazione della privacy tramite foto, di incitamento al crimine). Al costo di 50 dipendenti pubblici addetti al controllo. Troppo semplice? 

L’Africa nel cuore, un monumento

Gli ultimi racconti della scrittrice danese, 1961, un anno prima della morte. Un ritorno all’Africa, ai diciotto anni, dal 1913 – quando vi sbarcò ventottenne fidanzata del barone svedere Bros van Blixen, un cugino - al 1931: gli anni che saranno stati tutta la sua vita. Di donna felice e infelice, disamorata e innamorata, forte e debole, snob e impegnata, cacciatrice e animalista, ma sempre provvista del dono di raccontare. Dà qui vita ai personaggi e alle esperienze minori di “La mia Africa”, a partitire dall’uomo che l’ha accompagnata in tutti quegli anni, il servitore Farah, somalo, “il gentiluomo più perfetto”.
È un tributo in realtà che paga agli africani, anche senza nome, con i quali nel ricordo ricostituisce un mondo di felicità. Il ritratto di Farah è un monumento. Ricco - il ritratto come gli altri ricordi-racconti - di conoscenze e capacità di giudizio che nel deserto del Millennio sono letture di acume straordinario e quasi visionarie, sui somali, l’islam, l’Africa (tribù, usi, lingua, mentalità, leggi…), gli europei in Africa.

Una coda a “La mia Africa”. Densa di nostalgia ma altrettanto viva – l’Africa non è cambiata.
Karen Blixen, Ombre sull’erba, Adelphi, remainders, pp. 118 € 4

giovedì 21 dicembre 2017

Problemi di base bancasinisti 3 - 382

spock

Dopo avere (quasi) affondato Unicredit, Ghizzoni ci riprova col governo?

E Ferruccio cosa c’entra in tutto questo?

Per una copia in più?

Ma un libro si vende meglio con Maria Elena Boschi o con Ghizzoni?

E chi è Ghizzoni?

E il Pd, che ha più consigliori che teste?

Per fare la tara al Pd serve pure l’antisemitismo, come fa “la Repubblica”?

Ma “la Repubblica” non è dei De Benedetti – muoia Sansone con tutti i filistei?

spock@antiit.eu

Poirot viene da Pirandello

Molto Branagh – molto “effettone”, a partire dal Branach-Poirot. Ma riesce a far rivivere la storiaccia forse più nota di tutto il cinema, dopo la serie tv dei Poirot, il film di Sidney Lumet  nel 1974 (onorato alla prima dalla scrittrice alla sua ultima uscita, e dalla regina Elisabetta) con Albert Finney - è su quest’ultimo che Branagh si misura, suo successore quale “miglior uomo di scena” britannico. Grazie anche a un nugolo di caratterizzazioni affidate a nomi forti, Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz, etc..
Il tema è quello degli anni 1930 dopo il caso Lindbergh: il rapimento dei bambini a scopo di riscatto. La vendetta.
Dalle sovraesposte caratterizzazioni di Branagh emerge la ragione forse del successo dei Christie-Poirot: il gioco o intercambio delle identità. In A.Christie, dopo Pirandello, ognuno è o può essere un altro. E le ragioni cattive possono essere buone, e viceversa: una sorta di anticipo della post-verità.
Il racconto, scritto in albergo a Istanbul nel Pera Palace nel 1930 e pubblicato nel 1933, fu ideato nel viaggio in Oriente, fino a Baghdad, che A. Christie fece nel 1929 per dimenticare il marito – tre anni prima se ne era scoperta tradita con la segretaria. Un viaggio nel quale incontrò  l’archeologo Mallowan, molto più giovane, col quale si consolerà risposandosi l’anno dopo.
Kenneth Branagh, Assassinio sull’Orient-Express

mercoledì 20 dicembre 2017

Le mille bolle Usa

Si fanno acqusiti sempre megamiliardari, specie di asset digitali, ora comprensivi dell’intelligenza artificiale, e persino di “contenuti” – si comprano film e telefilm, vecchi, di magazzino, per miliardi di dollari. Wall Street naviga a altezze mai viste. S’inventano anche monete false per alimentare il gioco della speculazione – la speculazione non è una scommessa, è il gioco delle tre carte, per i merli – e si quotano in Borsa. La bolla del 2007 non è ancora smaltita, che la strana voglia americana è all’opera per nuovi guasti.
Non è la sola bolla, si guarda agli Usa come se fossero in navigazione senza gravità, leggeri e ingovernabili. Una ricchissima industria delle ecocompatibilità, costosissima per gli utenti e le casse pubbliche, impongono via aruspici di Madison Avenue. Corredata di protocolli e accordi che salverano l’ambiente, il mondo, e l’anima. Mentre comprano meno macchine e più suv, più di uno a famiglia, ogni anno molti di più, e anche pick-up, e bruciano gli scisti bituminosi per farne benzina, veleno concentrato.
Si naviga imbozzolati in media non si capisce se furbi o sconsiderati. Tra statistiche del tipo: più di un terzo delle studentesse delle superiori ha sofferto abusi fisici o verbali - tipo: uno spintone, un  vaffa? Si fa la caccia all’uomo che abbia sedotto e abbandonato qualche donna. Ma dopo un certo Weinstein non ne trovano più. Mentre a Hollywood si sa che tutte la davano, e la danno, anche per una particina. E non è femminismo, fanno questa caccia anche gli uomini.
Lo sconforto è grande che non si trovino donne presentabili che accusino Trump. Il quale vive alla Casa Bianca, quindi ormai da un anno, come in una casa perduta nella foresta, un rifugio di alta montagna, un atollo nel Pacifico. In un paese in cui si sa tutto di tutti, compreso il colore questa mattina delle mutande, Trump vive come in un acquario. Nella segretezza, nella disattenzione, in cui solo si concretizza l’universale esecrazione. Che poi universale non è, Trump è pur sempre un presidente eletto, appena l’altro anno.
Quello che va bene all’America va bene al mondo, e quindi viviamo tutti questa apnea. Superficiale, stupida, distruttiva, delle stesse donne americane si penserebbe, oltre che dei nostri risparmi, i soldi di tutti, e dell’intelligenza, anche degli Stati Uniti, ma non si può dire: gli Usa sono pur sempre la più grande potenza mondiale, delle mentalità, oltre che delle economie e delle armi.

Picasso ottimo pittore

Un sacco di belle pitture, Picasso era anche ottimo pittore. Senza l’occhietto furbo che gli conosociamo: nella primavera del 1917 era ancora un giovane spagnolo, benché vicino ai quaranta, dallo sguardo introspettivo. E una enorme documentazione, di foto, lettere e cartoline, schizzi, disegni, locandine, programmi, attorno a una prima mondiale che l’impresario dei Ballets Russes Djaghilev organizzò a Roma, con una vasta e capillare promozione - la sua specialità – dello spettacolo.
Nella primavera del 1917 Picasso è a Roma con Cocteau, a curare le scene e i costumi del balletto “Parade”  dello stesso Cocteau, per il lancio del quale Djaghilev ha scelto la capitale italiana, musica di Erik Satie, coreografie del bellissimo e brillantissimo Massine, prime ballerine Ol’ga Cochchlova e Lydia Lopochova, che saranno mogli celebri, la prima di Picasso, la seconda di Lord Keynes. Una tale concentrazione di glamour, in piena guerra, anche se il peggio doveva venire, resuscita un’altra Roma.
L’effetto del breve soggiorno fu importante e durevole per Picasso. Che ebbe forte impressione della monumentalità classica, a Roma e a Napoli, dove viaggiò con Cocteau, al museo Archeologico. E a Napoli anche degli spettacoli di strada, di Pulcinella e dei personaggi del commeedia dell’arte, Arlecchino sopra a tutti. Ci lavorò spesso su, nei sei-sette anni successivi, con disegni, abbozzi e ottimi quadri, di vere pitture – per Pulcinella anche con Strawinsky. Mediando un aspetto poco noto della sua personalità, un classicismo di ritorno. Non nei soggetti ma sì nella impostazione e nei colori.

È la “novità”, almeno per il pubblico, di questa mostra. “Picasso. Il viaggio in Italia, 1917-1924” era stato documentato a Venezia già vent’anni fa, con una mostra a Palazzo Grassi, di recente proprietà francese, curata da Jean Clair. 
Picasso. Tra cubismo e Classicismo: 1915-1925, Roma, Scuderie del Quirinale 

martedì 19 dicembre 2017

Problemi di base bancasinisti 2 - 381

spock

Perché fissarsi su Maria Elena quando Ghizzoni sa tutto (l’indicibile) di Popolare Vicenza?

Che giudice è questo Ghizzoni, che ha lasciato la sua banca in difetto di 13 (tredici) miliardi - e altri 5 voleva accollarle della Popolare Vicenza?

Ferruccio cache-sex?

Si dice Arezzo per non dire Vicenza?

Meglio Zonin che Maria Elena, e per quale appeal?

E fra Casini e Maria Elena?

spock@antiit.eu

Vi racconto come racconto

“L’esperienza è soltanto la tela  sulla quale si tenta di realizzare il quadro”. Al tempo del realismo-verismo Conrad è uno scrittore-scrittore, anche quando intrama il racconto di cose vissute o viste.
La raccolta è delle presentazioni che Conrad ha scritto per le riedizioni dei suoi romanzi e racconti. Che non usa più pubblicare con le riedizioni e le traduzioni, mentre lo meriterebbero. Non rivelano nulla, ma spiegano il metodo di lavoro. E sono altri racconti, racconti dei racconti – anche se senza smettere “l’incessante cura per la forma”.
“L’incessante cura per la forma, che blocca, ostacola e distrae” è di Virginia Woolf. Il suo saggio conradiano, che apre la raccolta, vale da solo la lettura. La lingua inglese di Conrad “corteggiata più per le qualità latine che per quelle sassoni”. La creazione del doppio, Marlow – dieci anni dopo  Sherlock Holmes. “L’incessante cura per la forma”, appunto. L’autore di un “magnifico saggio” su Henry James, 1905. Ma anche uno che “si preoccupa solo di mostrarci le bellezze di una notte sul mare” – mentre si ricorda per le notti minacciose, e più con la bonaccia.
Joseph Conrad, Note ai miei libri, Elliot, remainders, pp. 91 € 5

lunedì 18 dicembre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (348)

Giuseppe Leuzzi

Milano
Non funziona il Milan dei calabresi Mirabelli e Gattuso. Con un Calabria a terzino, la classica quinta colonna. Cosa aspetta la Dda di Milano a mandarli al gabbio, magari solo per concorso esterno, gli unici calabresi ancora a piede libero a Milano?

“Non si può non amare Milano”, la milanesissima Alda Merini esordisce alla voce “Milano” della sua raccolta di pensieri “La vita facile”. Ma Milano è “pugni e schiaffi”, aggiunge, come vuole la canzone “Porta Romana bella”: “La via a San Vittore (Merini confonde con via Filangieri, che è invece di un’altra strofa) l’è tuta sasi,\ l’ho fatta l'altra sera a pugni e schiaffi”. E si nutre di nebbia: “È un’illusione che sia l’aria buona ad averci sempre sostenuto”.

Tace la Procura inflessibile che, non la droga, il mercato più fiorente in Europa, ma il voto di scambio astuta ha localizzato e sanzionato, delle pletoriche famiglie calabresi. E pensare, che accoppiata! ‘Ndrangheta e triade unite a Milano. Forza Boccassini.

Però è vero che la Dda milanese è di una giudice napoletana, i milanesi non c’entrano. Magari coi calabresi puntavano giusto a risparmiare.

Senza Napoli (giudici, carabinieri, procuratori federali, arbitri) che fa il lavoro sporco contro la Juventus e ogni altro, anche il calcio sarebbe a Milano alla base della scala.

I calciatori del Milan sono incapaci o non sono pagati? Donnarumma, Bonucci, Romagnoli, l’incedibile Bonaventura, Locatelli ammazza-Juventus, e Suso, non erano incapaci fino a ieri. Anzi sono ingaggiati a cifre record. Sulla carta. I mal di pancia di Donnarumma e di Bonucci direbbero piuttosto che la pecunia scarseggia. E si può capire: questo Milan è un “buffo” cinese – c’è la passata di pomodoro cinese e c’è la scambiale, scoperta. Succede tra commercianti.

All’Inter invece i soldi ci sono – ci sarebbero. Ma non sanno come spenderli: l’altra squadra milanese ha solo i due apici, un grande portiere e un centravanti.
La Milano cinese fuoriserie comincia a bucare le gomme presto, oggi che non si bucano più.

Autocentrata e monopolista, un centro che dissecca. A cominciare dalla stessa Lombardia, che misconosce. Che ha i laghi. Ha le Alpi. Ha la pianura lombarda – di cui “soltanto uomini molto fini”, opina Savinio, “guardatori molto esperti come Stendhal sanno apprezzare la bellezza”.

La settimana in cui Roma tiene la fiera dei piccoli e medi autori, ben 340 sono rappresentati, “La Lettura”, che la trascura, dedica due pagine alla (prossima) fiera milanese del libro. Dopo aver fatto due numeri sulla milanese book City che ha appena chiuso. Le città commerciali, delle vecchie fiere medievali, si caratterizzavano per essere aperte, Milano è invece chiusa - verrebbe da dire cupa.

Teme il populismo che ha alimentato e quasi creato. Sicuramente nella Lega, in grande misura nei 5 Stelle – con un forte contributo napoletano, la lega Milano-Napoli è ferale. Per l’apporto dei Casaleggio ma soprattutto dei suoi giornali: da “Mani Pulite” in poi un martellamento costante, dalla città degli affari e della corruzione, contro la politica, a ogni livello. E contro le istituzioni, ridotte a “casta”.

Dice di temere il populismo che ha scatenato, dirompente, con la Lega che monopolizza nell'aruspicina il Nord, e i 5 Stelle il Centro e il Sud, ma chissà.

Milano non ha il senso del ridicolo. È un bene o è un male?

Il falso scopo
Dopo quello di Massa, che tutti conoscevano ma è stato “scoperto” a luglio, un altro deposito di rifiuti tossici è si scopre nei pressi di Livorno, vicino a una scuola. Dieci volte quello di Massa, per 200 mila (?? sarà un errore di stampa) tonnellate di rifiuti tossici già accertate. La discarica è di filtri per olio motore, toner, rifiuti ospedalieri, e altri non specificati ma pericolosi, targati “ordinari e innocui”.
I rifiuti di Livorno, la Dia ha già accertato, venivano stipati in discariche private. Dopo essere transitati in due discariche del livornese gestite da aziende pubbliche, la Rea di Rosignano Marittimo e la Rimateria di Piombino. Senza scandalo. Si sono fatti ora gli arresti degli “imprenditori” delle discariche ma senza enfasi: se non è al Sud non è mafia.
Lo stesso giudice che ha avviato e gestito l’indagine, Squillace Greco, nome partenopeo, o calabrese, non trova di meglio per bollare il misfatto che dirne il metodo “simile a quello usato dalla camorra nella Terra dei Fuochi”. Dove però i rifiuti tossici, dopo anni e milioni spessi in vane ricerche, non sono stati trovati.
Il Sud come un “falso scopo” del crimine. Falso scopo è in artiglieria il bersaglio finto, purché a cuspide, su cui fanno perno gli organi di puntamento quando il bersaglio è nascosto alla vista, per prendere la mira, per centrare il bersaglio vero, tramite derive e coordinate.

L’opera cupa
L’opera più cupa delle opere cupe, veriste – verismo sta per morte: vendetta, odio, disgrazia – si ambienta in Calabria. L’opera, “I pagliacci”, di Ruggero Leoncavallo, ebbe da subito molto successo. Anche perché la prima nel 1892 a Milano fu concertata e diretta da Toscanini. Venendo poi utile ad accompagnare “Cavalleria rusticana”, altro dramma verista, che l’anticipava di un paio d’anni. Qualche anno dopo, l’aria “Vesti la giubba”, registrata da Caruso, fece il record di un milione di dischi venduti.
Sull’onda dei “Pagliacci” l’imperatore di Germania Guglielmo II, che da giovane usava andare in Sicilia e a Taormina, con cortigiani pederasti, proclamò Leoncavallo “il più grande compositore del secolo” - che aveva svoltato, la proclamazione avveniva nel 1904: Wagner era salvo. Lo invitò a Berlino. Lo ospitò nel palazzo di Sanssouci in cui il suo avo Federico il Grande di Prussia aveva ospitato Voltaire. Gli offrì un libretto, scritto, pare, da lui stesso. E gli fece comporre “Rolando di Berlino”, che non si ricorda ma è un’opera.
Leoncavallo scrisse e musicò “I pagliacci” sulla base di un ricordo infantile, quando da Napoli, dov’era nato, si recò a passare alcuni anni a Montalto Uffugo, con la famiglia, il padre essendovi stato nominato pretore. Il suo istitutore, Luigi Scavello, corteggiava una donna di cui un altro giovane, Luigi D’Alessandro, era innamorato. D’Alessandro, geloso, spalleggiato dal fratello Giovanni, attese Scavello all’uscita dal teatro e lo accoltellò a morte.
Scavello non morì subito, fece in tempo a dire i nomi degli aggressori. Che il padre di Leoncavallo condannò. Poi la vicenda fu dimenticata. La famiglia Leoncavallo rientrò a Napoli, Ruggero fece studi normali, compreso il conservatorio, e prese a comporre musica. Ma presto, ai vent’anni, il ricordo del caso gli sovvenne, e ci scrisse sopra un libretto, che presto musicò. Con alcune varianti. Il compositore invece pretese di essere stato presente all’accoltellamento, che a suo dire era stato opera di un pagliaccio. Questo questi aveva trovato tra i vestiti della moglie un biglietto di Scavello, aveva ucciso la moglie e subito dopo, corso in strada, aveva accoltellato Scavello. Agli occhi del napoletano Leoncavallo, bambino e adulto, il dramma lugubre era legato al posto, più che a una situazione particolare.
Di Leoncavallo Savinio ha opinione speciale. Interrogandosi sul genere, in anticipo sui tempi, su maschile e femminile, in una delle sue cronache musicali (ora in “Scatola sonora”, alla pagina 260) dice: vediamo, “è maschile o femminile Voltaire? È maschile o femminile Stendhal? È maschile o femminile Luciano di Samosata? Sono maschile o femminile io? È maschile o femminile l’uomo che appartiene a uno stato supremo di civiltà? In compenso, sulla maschilità di Ruggero Leoncavallo non sono consentiti dubbi”.

Savinio non aveva buona opinione dell’opera verista: “La cattiva qualità del melodramma verista”, dirà successivamente, nella stessa raccolta, alla pagina 315, “è meno imputabile alla volgarità dei tempi, alla sommarietà degli sviluppi, alla grossolanità della scrittura, al carattere «bandistico» dello strumentale,che alla non scorrevolezza del rivestimento sonoro…. Alle ruote rotonde e lubrificate, il povero Leoncavallo sostituiva ruote triangolari e arrugginite”.

Uomini come noi
Molto il Sud è derivato dalle memorie, più o meno coloristiche, dei suoi viaggiatori quando usavano, fino a metà Novecento. Specie la Sicilia e la Calabria, più legate alla Grecia classica – Napoli è un mondo a parte, di corte, metropolitano, la Puglia suscita meno curiosità.
Si prenda la Calabria, si presta a esemplificare perché il giudizio è sempre estremo, di apprezzamento o di revulsione. “Questa magnifica provincia è fertile oltre misura”, scrive nel 1605 Hieronymus Megiser, poligrafo tedesco, nelle “Delitiae Neapolitanae” dopo aver visitato il Regno: “Non vi cresce infatti solo tutto ciò che serve alle necessità della vita, ma anche tutto ciò che serve al piacere e al superfluo”. Opposta l’opinione qualche anno più tardi, 1632,  di Johann Friedrich Breithaupt. Nellacronaca del suo viaggio verso l”isola santa” di Malta: “”Uomini selvaggi e quasi barbari, pigri e oziosi… Portano ampi berretti e girano sempre armati”.
Lirico Stolberg-conte di Stolberg, in tutto il viaggio, in anni calamitosi, 1781-1792, e al congedo: “Lascio con commozione la più bella provincia della bella Italia”. Lo stesso il suo giovane accompagnatore Georg Arnold Jacobi, autore di due volumi di lettere dalla Svizzera e dall’Italia, pubblicate nel 1797: “Sì, sei bella Calabria, figlia benedetta del sole che dà la vita…”, etc. etc.
Un secolo dopo, anche il geologo von Rath ci trova  “un paradiso di bellezza e fertilità”. Deturpato da malaria, analfabetismo, miseria, brigantaggio. Due stereotipi, che però durano da tre secoli ormai.
Molta cattiva fama è napoletana., Quando Bartels comunica agli amici napoletani l’intenzione di visitare la Calabria, 1785, quelli fanno di tutto per dissuaderlo. Il loro calabrese è “poco più che un selvaggio, dedito solo a distruggere, rubare, assassinare”, e un “brigante di strada assassino”.
Bartels, solido tedesco di Amburgo, di cui sarà il borgomastro, illuminista, massone, ci va in pieno inverno, a gennaio. E accompagnato dai “fratelli” Agamennone Spano e Giuseppe Zurlo visita impavido anche i luoghi del terremoto disastroso di tre anni prima. “I calabresi”, concluderà, “sono uomini come noi”.
Ma di più il Sud si definisce in rapporto a un certo Nord, già nel Settecento. Sensazioni più che analisi. Di viaggi necessariamente affrettati, per quanto, in passato, ben preparati: impressioni di uno-due mesi al più.
Umori, si dice, di autore – ma molte sono le autrici. Sensazioni. Non si trovano tra i viaggiatori, se non per caso, sociologi, economisti, statisti, ma belle persone in cerva di svago, in mondi diversi, meglio se baciati dal sole.
Non si avventurano a sud di Napoli i (pochi) viaggiatori russi e spagnoli. Il Sud è materia della vulgata tedesca, francese e inglese.

leuzzi@antiit.eu

Problemi di base bancasinisti - 380

spock

17 miliardi per le banche venete, 8 per il Monte Paschi, più 10 degli azionisti e obbligazionisti per il Monte, 26 miliardi per nulla – Casini non sa fare la somma?

E Padoan?

C’era la Banca d’Italia, che salvò la Banca di Roma, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, senza una lira, ora non c’è più?

Perché dobbiamo pagare le banche?

È l’Italia più ricca oggi di allora, più spendacciona, più corrotta?

Alla fine della crisi dei dieci anni, il capitale ha vinto (basti pensare alle Borse) e il lavoro ha perso” (Carlo De Benedetti)?

spock@antiit.eu

Banca d’Italia fa la guerra al governo

È guerra dichiarata della Banca d’Italia a Renzi e al governo. Subdola, attraverso le pieghe maleodororanti dei cronisti giudiziari, ma riconoscibile: a giorni alterni “la Repubblica” e il “Corriere della sera”, gli specialisti in dossieraggi dei due giornali, hanno dalla Banca d’Italia un “segreto da rivelare” contro il governo: contro il segretario del partito di cui è espressione il governo, contro la sottosegretaria Boschi, contro il ministero dell’Economia.
Un fatto inaudito, increscioso, intollerabile. Non fosse per l’ipocrisia istituzionale. Ma di grande responsabilità politica: una banca centrale non attacca il governo. Una entità rispettabile non lo fa con metodi subdoli, una banca centrale, di più, non provoca danni, per nessun motivo, al Paese.
È stato un errore confermare una gestione della Banca d’Italia manifestamente al di sotto del compito. È responsabilità ora degli sponsor di questa gestione, di Mattarella e dello stesso Padoan, anche lui chiamato in causa dalla Banca d’Italia per colpe della stessa Banca d’Italia, frapporre un’argine alla sconsiderata macchina del fango

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Il Millennio è televisivo, parolacce senza passione

Una coppia di quarantenni senza giudizio, come tante, e un figlio adolescente che scompare disperato. La tragedia del figlio scomparso non cambia la coppia scoppiata: è una generazione perduta, che ha tutto ma è incapace di sentimenti, e anche d’intelligenza.
Il fim si snoda con le ricerche del ragazzo, che si fanno meticolose, da parte della polizia e dei volontari. Ma senza effetto: la storia si scandisce senza suspense, sulla sociopsicologia. Per mostrare altri vuoti della società d’oggi – siamo in Russia, ma non è un film sulla Russia: la simbiosi col telefonino, l’amore confuso col sesso, le madri sciocche, siamo quindi alla seconda o terza generazione d’incapacità, e più in generale una femminilità inetta, dopo il femminismo.
Un onesto docufilm. Il mistero è semmai del successo di critica: premio della giuria e quasi Palma d’oro a Cannes, raccondatissimo ora alla proiezione nelle sale. Ma forse la spiegazione c’è: il film, scritto e diretto da Zvjagincev, è prodotto soprattutto dalle reti tv francesi Arte e Canal +. E si premiano a Cannes i film di Arte e Canal +, come a Venezia quelli di Rai e Sky, le potenze televisive. Zvjagincev, Leone d’oro a Venezia nel 2003 per un film, “Il ritorno”, che nessuno ha poi visto, è stato subito dopo adescato da Cannes, che a ogni film, ogni quattro anni, lo premia.
Il fim, in questa chiave, è allora una parafrasi del Millennio, del mondo fatto dalla televisione. Amara, benché scontata, sottilmente satirica. Le potenze televisive sono anche le potenze del cinema, come del calcio e del costume in genere – linguaggi, problematiche, assetti mentali. Di un mondo che hanno ridotto a niente, se non alle risse verbali, e alle scopate. Qui, per la verità, non simulate - non apparentemente.
Andrej Zvjagincev, Loveless

domenica 17 dicembre 2017

Letture - 328

letterautore

Freddura “Omero è stato il più grande freddurista di tutta la letteratura”, A. Savinio, “Scatola sonora”, 195. Molto praticata in Grecia, secondo Savinio, per avvicinare alla divinità: “Io credo a quell’incontro fortuito di parole nelle quali i Greci riconoscevano la voce della divinità”.

Odessa – Viene da Odisseo. Per dare un nome alla nuova città che aveva deciso di costruire sulla riva russa del mar Nero, una presa di possesso della Russia del mare orientale, Caterina II assegnò il compito agli accademici. Che per ribadire l’ellenismo della Riusia, via Bisanzio, l’ortodossia, propone di dirla città di Ulisse.

Opera buffa – L’opera è buffa, cioè italiana, in francese e anche in g lese. In italiano la tradizione della commedia dell’arte e dei “buffi” è dimenticata e l’opera buffa è “comica”.

Pazzia – Fu fertile in arte non solo nel Novecento, ma già nel secondo Ottocento. Donizetti,  che se la prefigurò nell’atto terzo celebre della “Lucia di Lamermoor”, o “della pazzia”. Maupassant. Van Gogh. Nietzsche. Robert Schumann. Oltre alla pazzia sua propria, che presto lo sopraffarà, Donizetti aveva una pazzia di famiglia, come quel fratello Giuseppe Donizetti “Pascià”, che si faceva fare il ritratto in uniforme con decorazioni e fez, e scriveva marce gagliarde per le “Musiche Imperiali del Sultano”.
Ma: era pazzo Lucrezio? era pazzo Eraclito?

Penelope – Bisogna farne una donna di potere? Emily Wilson, “la prima traduttrice donna dell’“Odissea”, confida le sue pene al “New Yorker” nelle presentazioni che ne va facendo: molti studenti, studiosi, lettori in generale vogliono di più da questo personaggio letterario: vogliono che che si modelli su una donna di potere”. Di più del tantissimo che Penelope già offre, spiega la traduttrice esausta: è abile, di forte volontà, ha grinta, ha un’immaginazione vivida, è leale, è competente, una madre si può dire single che mostra un amore profondo per il suo difficile, lunatico figlio, e tiene da sola una grande e complicata gestione di casa per due decadi. Ma non basta.
Postmoderno – Cos’è di più del manierismo - citazioni, echi, modelli, rovesciamenti? Il “Chisciotte” di Borges, che è un altro pur riscrivendosi tal quale – Borges è antesignano del postmoderno in tutti i suoi aspetti e con cognizione di causa, al punto da farne la satira.

Scrittori – Erano una categoria socioeconomica fino alla guerra, con cassa mutua e pensione-previdenza. Si pagavano la pensione con il riuso dei classici, Dante, Petrarca, Boccaccio,  Ariosto.
Nel 1945 Di Vittorio rifondò il Sindacato n azionale scrittori, ma senza più il collante della previdenza. Negli anni 1980 l’Sns, già così ridimensionato, si è scisso in varie associazioni, e ora è in liquidazione. Gli scrittori, una volta assicuratasi una qualche forma di collaborazione giornalistica, ora aderiscono a una delle tante forme di previdenza e assicurazione malattie dei giornalisti.

Strawinsky – È il pre-postmoderno: l’ironista, il citazionista, il rifacitore, il cultore di modelli che rovescia. Manierista.

Tecnica - Professandosi “ostile alle estetiche”, nel prologo all’“Elogio dell’ombra”, Borges elenca “alcune astuzie” che lo aiutavano a scrivere: “Evitare i sinonimi, che tengono lo svantaggio di suggerire differenze immaginarie; evitare ispanismi, argentinismi, arcaismi e neologismi; preferire le parole abituali a quelle strane; intercalare in un racconto caratteristiche circostanziali, che il lettore esige; simulare piccole incertezze, giacché se la realtà è precisa la memoria non lo è; narrare i fatti (questo l’ho imparato da Kipling e nelle saghe dell’Islanda) come se non li comprendessi del tutto; ricordare che le norme anteriori non sono obblighi e che il tempo si incaricherà di abolirle”.
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Tedeschi – Sono in realtà “francesi” anche in questo, nota Saviniso “Scatola sonora”, 137-8: “I Tedeschi, tre volte in meno di un secolo, hanno mosso guerra ai Francesi. Per vincerli? No. Per distruggerli? No. Per manducarli a scopo eucaristico. Per infranciosarsi (per indiarsi… Dieu est-il français?)”.
Con una coda: “In altri tempi, e quando non la Francia ma l’Italia era la sirena di turno, i Tedeschi, e con lo stesso fine eucaristico, cercavano di manducarsi l’Italia (Goethe)”.

Traduzioni – Quelle in italiano, soprattutto quelle “d’autore”, son state a lungo, fino al primo dopoguerra, in realtà traduzioni dal francese, non essendoci traduttori capaci dal russo, dal tedesco e dall’inglese, nonché dalle lingue asiatiche. Sene trovano racce evidenti dappertutto. In una biografia di Brahms di autore inglese, si rintraccia a ogni pagina il francese: “Una tempesta d’applausi scosse l’uditorio”, “Brahms si allinea fra i più grandi”, “la verità del dettaglio”, “il pianoforte gioca un parte importante”.

Vienna – La Milleleuropa era un po’ chiusa. Quando il “Concerto per violino” di Čajkovskij, che riempie le sale, fu infine eseguito a Vienna, tre anni dopo la composizione e dopo varie angherie nei confronti dell’autore,. per decisione del maestro Adolf Brodskij, sotto al direzione di Hans Richter, l’accoglienza fu pessima. Un critico noto, Eduard Hinslick, non ebbe abbastanza peggiorativi per parlarne male: “Vediamo facce rozze e volgari, udiamo imprecazioni, sentiamo odore di acquavite”, scrisse, “il violino non suona bensì raglia, stride, ruggisce, ascoltando la musica di Čajkovskij mi sono sorpreso a constatare che esiste musica puzzolente”. Per quale motivo? “Qualunque ne fosse il motivo”, commenta Carlo Maria Cella, che ha ricordato l’episodio nel programma di sala di Santa Cecilia per l’interpretazione che ne ha dato Lisa Batiashvili, “la sordità dei contemporanei ci lascia sempre perplessi, se non esterrefatti”. Ma era sordità? I due compositori non si amavano. E Vienna si lusingava patria di Brahms, benché d’acquisto, Čajkovskij non poteva esservi eseguito.

letterautore@antiit.eu 

Il furibondo amore tarantino di Alda

Il giornalista tarantino Silvano Trevisani, già autore di “Michele Pierri e Alda Merini. Cronaca di un
amore sconosciuto”, porta altre pezze d’appoggio alla sua storia. La storia di un amore epistolare
-telefonico col poeta tarantino e primario dell’ospedale cittadino Marino Pierri, “medico dei
poveri”, napoletano di origine, allievo di Sabatino Moscati, che Alda Merini coltivò con passione
nell’ultima fase della malattia del marito Carniti, e poi, vedova, volle a tutti i costi trasformare
sposare, lei cinquantenne, non ancora appesantita come si suole vederla in imagine, lui restio
ottantenne.
Sono lettere e versi di urgenti richieste d’aiuto, di dichiarazioni d’amore, di riconoscenza, che Alda Merini infelice a Milano, prima e dopo il matrimonio, ha indirizzato a Pierri, ad alcuni dei dieci figli Pierri, al sindaco di Taranto, per richiedere la cittadinanza onoraria (“ved. Carniti, zia del sindacalista Pierre Carniti”), a Giulio De Mitri prima di tutti, il pittore tarantino che con Pierri la tirò fuori dall’oblio dopo i quindici anni d’internamento milanese, a Franco Clary, altro artista tarantino, al poeta operaio tarantino Pasquale Pinto, e a Giacinto Spagnoletti, il tarantino illustre che l’aveva scoperta poetessa di grandi doti in giovanissima età. Insieme con due poesie in morte di Betocchi, cui l’avevano avvicinata  Pierri e gli altri amici di Taranto.
Una rivednicazione, del buon nome dei Pierri e della città, contro i falsi miti fabbricati dalla stessa
Merini, e dai suoi frequentatori milanesi. Ma di garbo, e con indicazioni precise, ora
 imprescindibili, degli itinerari di Alda Merini. Con una curiosa, nuova sfaccettatura della sua
personalità: il gusto per il pastiche linguistico. Nove calembour in finto milanese, in forma
epigrammatica (che Alberto Casiraghy volge in italiano) arricchiscono la raccolta “tarantina”: dalla
beffa del Nobel alla smania milanese del rinnovamento – “A Milan trann via persin I vecc\ cum se
fudessen stass per i cess”. Una filosofia scherzosa testimoniata anche dal finto napoletano di alcuni
indirizzi a Pierri.
Alda Merini, Furibonda cresce la notte, Manni, pp. 92 € 13