sabato 3 febbraio 2018

Ombre - 402

Secondo il contestato rapporto della commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti Usa, l’Fbi si fa sponda contro Trump con Christopher Steele, una ex spia britannica: “Un personaggio da lungo tempo fonte dell’Fbi, pagato con oltre 160 mila dollari dal comitato elettorale di Hillary Clinton attraverso l’istituto di ricerca Fusion Gps”. Sembra inverosimile, ma è vero – questa parte del rapporto non è contestata dalla minoranza Democratica della Commissione.

Non solo le agenzie di sicurezza Usa, “tutti” i media americani dipendono da Steele. Opinione pubblica? Al carro di una spia che va in giro a vender e i segreti che non ha – veniva accreditato come diplomatico nelle ambasciate.

Non piace in America “Il fuoco e la furia” del giornalista scandalistico Michael Wolff. Wolff ne dice tante su Trump, pur premettendo nel risvolto che “non è sicuro” di quanto scrive.  Ma non piace per il motivo più insistente: che Trump si sia sbattute le donne che lavoravano per lui. In particolare l’attuale ambasciatrice all’Onu, ex governatrice della Carolina del Sud, figlia di sikh immigrati dal Punjab, Nikki Haley. Trump salvato dal femminismo?

Wolff non divora le classifiche, benché pompato dal “New York Times”. In parte per le sue apparizioni tv, non è simpatico. In parte perché premette in nota che “non di tutto è sicuro”. Si comincia a prendere sul serio Trump, presidente eletto, che starà al potere ancora tre anni, e vuole fare e fa molte cose, per discutibili che siano?

“Non sono un grande cuoca”, confida una gastronoma ispettrice (assaggiatrice) della Guida Michelin a Luca Iaccarino su “la Repubblica”.

Amazon mette su l’assistenza sanitaria aziendale. Osanna, peana, paginate. Niente di diverso dalle vecchie mutue aziendali, che il sistema sanitario nazionale improvvido ha voluto abolire, e poi si sono ricostituite, senza fanfare. Provincialismo? Ottusità?

Che le agenzie di sicurezza americane perdano la cyber guerra contro Putin è stupefacente. Non controllavano (controllano) tutti, anche Angela Merkel? I server non sono tutti americani?

Che le stesse agenzie, Cia, Nsa, Fbi si dicano beffate da Putin in rete per le elezioni presidenziali, e prima, e dopo, è ancora più stupefacente: che ci stano a fare? Vogliono più soldi?

Che queste agenzie (auto)discreditate facciano l’opinione pubblica in America e ovunque è invece liberatorio: liberano dall’obbligo di credere. La guerra è finita, non ci mobiliteranno.

Angela Merkel denuncia il 27 gennaio, giorno della Memoria: “È una vergogna che nessuna istituzione ebraica possa sopravvivere senza la sorveglianza della polizia. Che si tratti di una scuola, di un asilo o di una sinagoga”. Hitler ha solo perso la guerra?

Almeno 150 mila ebrei sono censiti in Germania. Hanno cominciato ad arrivare con la caduta del Muro: russi, ucraini e lituani, che la Germania considerò rifugiati, con statuti e incentivi sostanziosi. In pochi anni passando da 25 a 100 mila. Poi molte migliaia di giovani sono arrivati, da Israele.

Due milioni di retribuzioni - il 12 per cento del  lavoro contrattualizzato – sono sotto i minimi salariali dei contratti collettivi. Poi dice che l’Italia non fa le riforme: c’è lavoro più “liberalizzato” al mondo?

Il numero dei dipendenti sotto il minimo contrattuale è stato individuato dall’Ocse, l’organizzazione aprigina. L’Istat, i giuslavoristi italiani e i sindacati non se ne occupano.

Perché Israele vuole al Polonia corresponsabile della Shoah? Un paese che ospitava tre milioni di ebrei – trentamila in Italia. Male, ma anche i polacchi non se la passavano bene.
Lo sterminio ha colpito anche i polacchi, oltre che gli ebrei.
La Polonia ha il più gran numero di “Giusti fra le Nazioni” riconosciuti in Israele, poco meno di settemila.

Israele vuole la Polonia corresponsabile della Shoah in quanto paese cattolico? C’è un che di sordo nel rabbinato italiano nei confronti dei papi che si prodigano a rendere omaggio all’ebraicità, anche nel giorno della Memoria.  

“Ramzan Kadyrov ha inaugurato a Veduchi il primo resort sciistico della Cecenia. Ma non c’è neve. Le autorità sono corse ai ripari “importandone” dalle  regioni vicine. In due giorni sono arrivati 800 camion”, Rosalba Castelletti, “la Repubblica”. Cioè: i russi sono anche stupidi?

Se ne vedono di belle tra le aspiranti giudici. Di belle donne. Scosciate ai party di Bellomo – poi denunciato, da quelle che non  sono passate al concorso. Ora a Roma una nuda all’ultimo concorso. Denudata perché sospettata di nascondere gli appunti nelle parti intime. Non  male, la giustizia sarà almeno divertente.

Non c’è futuro nei sogni

Se è possibile prevedere il futuro nei sogni. Tema corrente del Duecento, anche di san Tommaso d’Aquinfo, qui in appendice, all’“Articulus IV” della “Summa Theologica”, “Se la divinazione che si fa attraverso i sogni è illecita”- trattazione non brillante: lo è e non lo è, argomenta con inconsuta ambivalenza l’aquinate, la divinazione onirica può essere buona (“divina”) e può essere cattiva (“diabolica”), alcuni sogni vengono da Dio, altri al diavolo.
Il pensatore danese è più ponderato, benchè messo all’indice dal vescovo di Parigi Tempier, che con l’episcopio reggeva per statuto anche la Sorbona, creata un secolo prima e presso la quale lo stesso Boezio insegnava. Un colpo di coda degli antiaristotelici, quello di Étienne Tempier, in una col papa regnante Giovanni XXI, il portoghese Juliani, già professore di Teologia alla stessa università. Ma la verità dell’opuscolo non si cancellava: la divinazione contrasta con la ragione. Tommaso d’Aquino si baserà ancora sulla Bibbia per la sua (non) argomentazione, Boezio su Aristotele..
Curata da Massimo Sannelli, è un’edizione critica dell’opuscolo, in originale latino con la prima traduzione italiana. Con molti rimandi alla trattatistica dell’epoca sui sogni e la divinazione.
Boezio di Dacia, Sui sogni, il melangolo, pp. 77 € 7,75

venerdì 2 febbraio 2018

Secondi pensieri - 334

zeulig

Bene – È politico? In un senso del politico sì. “Il sommo bene”, arguisce Boezio di Dacia, nell’opuscolo “Sui sogni”, sul piacere intellettuale, “che agli uomini è possibile con le azioni morali  è la felicità politica; che non è morale in virtù di qualche altro bene, ma tutti i beni rende morali attraverso di sé”.  Nulla a che vedere, ovvio, con la politica come prova e esercizio di potere. Con le derivate, tra il ridicolo e il penoso, che infliggono le ossessive tornate elettorali ora che la comunicazione è dominante. Con la pratica del voto, o “impegno” politico, come esercizio esaustivo di libertà. Politica felice è la nozione dell’umanità, da Aristotele in poi, come specie socievole – la politica elettorale semmai ne è la negazione, più che applicazione: divisiva, opportunista, faziosa, bugiarda (anche, per dire, a buon diritto bugiarda).

Esistenza – Ha senso solo su basi morali: giustizia, speranza, compassione – tensione, miglioramento, perfezionamento. Nietzsche la vuole estetica: “Solo come fenomeno estetico l’esistenza del mondo è giustificata” (“La nascita della tragedia dallo spirito della musica”). Che è vero per il mondo tutto, animale, vegetale, minerale. Ma ci sono differenze nel mondo. E il mondo esiste, se ne ha coscienza, solo nell’uomo. Che non si adagia nell’estetica, non può.

Felicità – È intellettuale? Lo è per Dante: “Fine della filosofia è quella eccellentissima dilettazione che non pate alcuna intermissione o vero difetto,cioè vera felicitade che per contemplazione della  veritade s’acquista”. L’inferenza del “Convivio” (III, XI, 14) che Maria Corti sistematizzerà in “”La felicità mentale”. Non necessariamente intellettualistica, ma sempre riflessiva, anche se istintuale. Dell’istinto affinato dalla pratica e pedagogia, ma anche allo stato bruto.
Lo stesso piacere derivato dai sensi, odorato, gusto, sesso, è di fatto effetto dell’immaginazione: di stimoli nervosi ma collazionati e elaborati dall’immaginazione.

Filosofia tedesca – Si può riassumere in breve: passa dalla storia compiuta, del trionfalismo imperialista, al nichilismo della sconfitta.

Legislatore - Il legislatore è Dio. Può dannare ma deve salvare.

Male – Non è l’alterità, non c’è un doppio binario vitale, è la défaillance del bene, una sua debolezza o menomazione - la traccia di Plotino, sant’Agostino. La violenza è energia. Se espressa I bruta è senza rimedio: è energia non governabile. Se progettuale si canalizza e finalizza: è la storia.  
Contro il male si va in guerra, la resistenza è dovere, e pratica costante, in qualsiasi universo morale.

Medio Evo – Si può ben dire l’epoca filosofica per eccellenza – dopo quella greca classica. Oscurata dalla crociata laicista che soffoca tutto il periodo, ma non oscurabile, non polverizzabile. Né il Rinascimento né l’illuminismo, né il Novecento, la “filosofia tedesca” compresa, hanno articolazioni e corpo che la avvicinino. In un mondo unito, senza particolarismi né sciovinismi, con una lingua comune, da San Giovanni in Fiore a Duns e a Cordova. 
Un poeta di oggi, o anche un grande romanziere dell’Ottocento, che elabori qualcosa di analogo al “Convivio”, al “Monarchia”, al “Paradiso” non  è concepibile – non è nemmeno auspicato, e non per voler farsi forza dell’ignoranza (frammentazione, specializzazione). 

Postmoderno – O della contemporaneità vuota. Evidente nel caso di Lyotard, che l’ha teorizzato cinquant’anni fa, come critica ma già come fatto, “condizione” postmoderna. Una riduzione perfino esibita da chi l’ha praticato con più successo, seppure per sfida – vi butto sul muso l’improponibile:  Umberto Eco, esperto di scolastica.

Sogno -  È divinazione nella Bibbia. Non sempre ma spesso. Giuseppe interpreta i sogni del coppiere e del panettiere del faraone, e dello stesso faraone. Daniele interpreta quello del re di Babilonia. “I Numeri” ne fanno profezia (12,6): “Se tra voi ci sarà un profeta del Signore, io gli apparirò in visione o gli parlerò in sogno”. O in “Giobbe” (33, 15-16): In sogno, in visione notturna, quando il sopore discende sugli uomini ed essi dormono nei loro giacigli, allora Egli apre le orecchie degli uomini e li erudisce”. Ma già in più casi del “Genesi” i precetti di Dio vengono in sogno.
Ciò depone a sfavore della Bibbia. Che però ha anche una messa in guardia dalla credulità, sebbene isolata, nel “Deuteronomio”, (18,10): “Non si trovi in te chi si occupi di sogni”.
Tomaso d’Aquino ne recupera l’ambivalenza, distinguendo la divinatio “divina”, giusta e vera, da quella  “demoniaca”, che porta a mali passi – “in questo modo risolviamo anche le difficoltà” (in che modo? che difficoltà?)).

A volte è divinatorio, ma per caso. Sia quando aderisce a eventi già avvenuti anche se sconosciuti (ma in questo caso può essere all’opera una forma di registrazione mentale, anche inconscia, anche telepatica) sia quando prefigura eventi o situazioni che poi si verificheranno. Il rapporto, dice Aristotele, è lo stesso che intercorre fra un uomo che cammina e un eclisse.

Storia – Sciascia la temeva (“Fine del carabiniere a cavallo”, p.15): “C’è, è vero, il pericolo che la storia diventi un mostro e prenda a divorare romanzo e cronaca e tutti noi insieme”. Ma che voleva dire, la storia non è cronaca e romanzo?

Stupore – Muove la filosofia da un bel po’ prima della sua (ri)scoperta. È lunga la lista di chi lo stupore pone all’origine della conoscenza, la meraviglia – la curiosità: da Platone, “Teeteto”, e Aristotele, a Plotino, Tommaso d’Aquino, Dante (il “mezzo diafano”, o “diafano”, dei tanti passi del “Convivio”, III, VII, 23-4, e III,IX, 7 e 12). Vico lo riporta allo stato primitivo, che i primi uomini vuole “bestioni tutti stupore e ferocia”. Ma il presepe ha il Guardincielo, che fa la bocca a O, pastore dello Stupore, innocente. 

Patrizia Cavalli (“Datura”, p. 108) si chiede: “Possibile\ che solo a noi sia dato lo stupore?” Jeanne Hersch  ne ha potuto redigere nel 1981 una storia, che poi è una storia della filosofia, intitolandola “Storia della filosofia come stupore”. Con un effetto però curioso: una prospettiva evolutiva, una storia della filosofia dal punto di vista della novità, della scoperta, finisce per metterla in surplace da 2.500 anni (trappola che il titolo originale evita, lo stupore adottando come innesco, “L’étonnement philosophique”). Hersch è peraltro filosofa pratica, ha lavorato una vita per i diritti civili all’Onu, la speculazione avendo lasciato ventiseienne nel 1926, da dotta segretaria e divulgatrice di Jaspers, con l’opera principale che s’intitola “L’illusione della filosofia” – (Abbagnano, che “L’illusione della filosofia” curò nel 1942, conveniva: “Certo, l’essere non può più costituire l’oggetto della filosofia, se questa ha perduto la sua ingenuità primitiva”, lo stupore).

zeulig@antiit.eu

Trent’anni fa, l’Europa si fa a Berlino

Arruffato – faticoso. Perfino inconclusivo, anatema per un giallo. Ma pieno di cose. L’assassino colpisce a Berlino donne straniere: una polacca, una turca, una cilena, una nera, immigrate, irregolari. Nei giorni di Hitler: il genetliaco, la liberazione (capitolazione, tradimento) della Germania il 7 maggio, e il primo maggio, da “ariano” nibenlunghico, tedesco puro, contro i lavoratori. Ma prima delle ultime elezioni in Germania, molto prima, trent’anni fa. Si fanno anche violenze sessuali di massa: 235 aggressioni di questo tipo nei sette mesi del 1988 fino a luglio, nel solo distretto di Berlino di cui è commissaria capo Karin Lietze. C’è già una commissaria capo, fumatrice di cigarillos, “con trent’anni buoni di servizio”. Ci sono violenze anche da parte di un commando JoAnne Little, di donne contro uomini, magari innocenti ma maschi, come ora dopo Weinstein – anche se “non esiste un’assassina sessuale seriale” (sicuro?). In un mondo in anteprima lgbt. C’è già anche “un Senato tampax” - “con più donne che uomini”.  È il tempo in cui le prostitute volevano lo statuto sindacale e previdenziale, e finanziavano i movimenti di resistenza o di rivolta.
E c’è Solidarnosc’ già al governo, che si finanzia pure a Berlino, pure con le compagne prostitute. Il polacco essendo già “la terza lingua” di Berlino. Terza dopo il russo, il Muro c’è ancora: la gente fugge all’Ovest, ma non passeggiando nel Mitte sotto la porta del Brandeburgo. Nell’estate continentale, che attanaglia la testa e fa bollire il corpo, di notte come di giorno. Attorno a assassinii in serie, marchiati conn una lettera dell’alfabeto. E a una dark lady Violetta, ex scuola di pittura, che si diletta di fotografia, anzi ne è specialista, e così pure dei colori, specie degli smalti per unghie, veste colorato e aderente, ama tacchi altissimi a punta che ticchettano.
Una brutta storia, tra femministe d’assalto, Solidarnosc di ripiego e neonazisti. Ma un quadro profetico, visionario, dell’Europa che verrà dopo il Muro, della Germania.
Pieke Biermann, che ha studiato Scienze Politiche a Padova, ha animato negli anni 1980 il movimento delle prostitute tedesche – famoso il “primo ballo delle prostitute” da lei organizzato a Berlino nello stesso 1988. Ha vinto con “Violetta” e con i romanzi successvi negli anni 1990 quattro premi nazionali tedeschi per il miglior giallo. 
Pieke Biermann, Violetta

giovedì 1 febbraio 2018

Problemi di base - 396

spock

“Lo stato, che vieta di uccidere un individuo, può invitare, e anzi obbligare, a uccidere migliaia e fino a milioni di persone” (E. Zamjatin)?

“L’unico mezzo per liberare l’uomo dalle azioni criminali è liberalo dalla libertà” (E.Zamjatin)?

“La scelta nel Paradiso fu tra felicità senza libertà e libertà senza felicità” (E.Zamjatin)?

“Ogni ‘p’ è una fontana. i poeti sono una fontana” (E.Zamjatin) – anche “la ‘b’ è una fontana”?

“Può un paralitico essere coraggioso” (R.Musil)?

“Uno spirito fortissimo è impuro” (R.Musil)?

spock@antiit.eu

L’anno fastoso della liberazione

Il Sessantotto presentato quale fu, per il suo verso, immaginifico e libertario. Non oppresso dai cupi memoir di moda, una sorta di revanscismo del vecchio e storto, che si taccia di novismo, e ne offusca il ricordo per i cinquant’anni – si recupera perfino Montaelli, “Gli altri giovani”, che pure era tra i più cattivi contestatori della contestazione. Utopistico al più – il sogno della libertà -  ma non censorio, fazioso, gretto. 
Se ne ricostruiscono i vari aspetti, anche di non aveva più l’età ma ne ha beneficiato. Con diecine di interventi, da Camilleri a Piovani e Gian Carlo Caselli. Per le donne, per i giovani, per il diritto di famiglia, per il diritto di pensare –lavorare, amare, vestirsi... Con eccessi, ma proporzionati alle resistenze, e non violenti – la violenza è successiva ed è un’altra storia, curiale, chiesastica, quella che il Sessantotto combatteva. Piera Degli Esposti, l’attrice, ne fa la sintesi più aderente:”un anno di festosa sonorità”, e “del continuo vivere insieme: insieme si lavorava, si discuteva, si litigava, con un forte scambio di passioni e di idee”.
L’esatto opposto di cinquant’anni dopo – ma non è colpa del Sessantotto. Di un mondo che va in tutt’altra direzione, sotto l’insegna della libertà. In due generazioni vendo rimesso il morso a tutti e ognuno, isolando, polverizzando.
“Micromega”, Sessantotto, 2 voll, pp. 231+ 208 € 19,50

mercoledì 31 gennaio 2018

Il mondo com'è (332)

astolfo

Imperialismo - Si può dire un fatto personale più che nazionale, al più tribale. Il primo imperialista è Robinson Crusoe, l’europeo che si crea un feudo in un’isola lontana. Quello definitorio, leninista, è in effetti una tigre di carta, aveva ragione Mao.
È stato per secoli la via d’uscita per avventurosi, avventurieri e poveri ardimentosi e non una programma colbertista di occupazione e sfruttamento di terre lontane. A beneficio della nazione o dello Stato di provenienza. Non è mai stato neppure potente, per quanto feroce. E sempre è stato sconfitto. Perfino in Africa, da popolazioni disarmate. In Vietnam a caro prezzo. Col semplice digiuno in India. I movimenti di liberazione africani hanno vinto scalzi l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna e il Portogallo.
Il proprio dell’imperialismo è il jingoismo, la sbruffoneria dell’uomo semplice. Il destino manifesto, il fardello dell’uomo bianco, la grandeur, la Grande Proletaria sono razionalizzazioni successive, tentativi intellettuali di armonizzazione: il fenomeno non ha ideologia e non ha logica. Si prenda la missione civilizzatrice: per decenni, anche qualche secolo, italiani agricoltori e artigiani sono stati emigranti nei paesi arabi limitrofi, da Cherchell a Kirkuk, dove trovavano mercati e committenti. .

Kravchenko – Viktor Kravchenko, ufficiale dell’Armata Rossa, diplomatico sovietico a Washington, defeziona nell’aprile del 1944 e richiede asilo politico negli Usa. Un anno e mezzo dopo, a febbraio 1946, pubblica “Ho scelto la libertà”, una testimonianza contro il regime staliniano, del terrore e del Gulag, i campi di concentramento, contro comunisti invisi all’autocrate. Non è una novità, Koestler l’ha preceduto di un anno, con “Zero e l’infinito” (e Boris Suvarine di un decennio), ma Kravchenko ottiene un successo straordinario in Francia, con oltre mezzo milione di esemplari venduti, e il partito Comunista francese s mobilita. Aragon, diretore di “Les Lettres Françaises”, denuncia il libro come una manipolazione dei servizi americani. Kravchenko si querela per diffamazione. Il processo sarà lungo, il Pcf schiera i suo maggiori esponenti a difesa di Aragon, Kravchenko otterrà ragione, ma da risarcire con un franco simbolico, malgrado gli enormi costi del processo – poco dopo si suiciderà. Fra gli accusatori più determinati di Kravchenko fu Roger Garaudy, allora filosofo marxista. Che qualche anno dopo lascerà Marx per la chiesa cattolica. Quindi anche la chiesa per l’islam, e il negazionismo.

1933 – L’anno di Hitler era Anno Santo, “della pace e della misericordia”. L’anno santo speciale era stato indetto da papa Pio XI per celebrare i 1.900 della morte di Gesù Cristo.

Tribalismo - “Gli europei erano convinti che gli africani appartenessero alle tribù”, spiega Iliffe , “gli africani costruirono le tribù cui appartenere”. È una spiritosaggine, per figurare nell’antologia 1983 di Hobsbawm e Ranger, “L’invenzione della tradizione” – di un decostruzionismo un po’ abusivo (riusciva a spogliare i già poveri africani anche della tradizione). Ma è vero che  il colonialismo costruì assetti tribali come cinghia di trasmissione per i propri assetti di potere: capi e capetti, cerimoniali di comodo, codici etnici e localistici.

Turingia – La regione meno conosciuta o celebrata della Germania - anche perché a lungo risentita come incubatrice del razzismo (primato: non è la Turingia Doringia, il paese dei Dori...) tedesco - è quella che ha dato i natali alle  maggiori celebrità. Una ventina di Bach musicisti, Johann Sebastian compreso. Athanasius Kircher.  Max Weber. Bruno Bauer. Willi Münzenberg. Le sorelle Margarete Buber-Neumman e Babette Münzenberg. Carl Zeiss. Caspar Goethe, l’italianista che modellò Wolfgang. Walter Eucken, l’economista padre dell’ordoliberalismo. E suo padre Rudolf, cui nel 1908 venne dato il Nobel per la letteratura, anche se aveva scritto poco o nulla - per non darlo a Fogazzaro. Oltre a un grande numero di principi e principesse: di Meissen, Gotha, Altenburg, Eisenach, Meiningen, Reuss-Greiz, Hildburghausen, Rudolfstadt, Weimar. Che nelle loro corti, benché minuscole, ospitarono e patrocinarono musicisti e artisti. 
Enrico III di Meissen, detto “l’Illustre” (1215-1288, nella lotta tra il papato e Federico II si schierò per l’imperatore, che assistette anche nella sua offensiva contro Milano del 1245. Federico II lo premiò assegnandogli nel 1242 la Turingia e la Sassonia, e l’anno successivo promuovendo il matrimonio della propria figlia Margherita col figlio di Enrico III, Alberto.

La regione al cuore geografico della Germania, e anche della sua storia “rinascimentale”. Le sue città evocano tutte grandi memorie: Weimar (Goethe), Eisenach (Bach), Erfurt (Lutero, Napoleone), Jena (università, Napoleone), Gotha, e una lunga serie di città termali - tra esse Bad Frankenhausen, fatale a  Thomas Müntzer. Con la contigua Sassonia focolaio d’infezione: “Sono la Sassonia e la Turingia”, avverte Nietzsche, “le regioni più pericolose”, vi si pensa troppo, qui sono “i sergenti intellettuali della Germania”. Dei turingi si sa che sono “sanguigni e fantastici”.

Margarete Buber-Neumann, sposa dapprima di Rafael Buber, figlio di Martin, poi di Heinz Neumann, entrambi esponenti di primo piano del partito Comunista tedesco tra le due guerre, molto attiva negli ultimi anni di Weimar, subì nel 1938 la disgrazia del marito, col quale si era esiliata a Mosca, e fu confinata a Karaganda, nel Kazachstan,  un campo di concentramento “grande due Danimarche”, nel quale disponeva di un capanno d’argilla, infestato da milioni di cimici, guardata da pattuglie mobili. Scambiata da Stalin nel 1940 con fuoriusciti russi in Germania, nel quadro dell’accordo con Hitler, fu richiusa nel lager femminile di Ravensbrück, dove s’ingegnò di sopravvivere – benché osteggiata dalle internate politiche per il suo comunismo: dapprima dalle stesse internate comuniste, le quali la dichiararono traditrice per il motivo che diffondeva menzogne sulla Siberia, e di conseguenza da tutte le politiche, per l’ascendente che le comuniste avevano sulle altre. Testimonierà nel 1949 al processo per diffamazione del comunismo che si svolse a Parigi tra Kravchenko (l’ucraino fuoriuscito di “Ho scelto la libertà”) e il poeta Aragon, per conto del partito Comunista francese. Il tribunale di Parigi non credette a Margarete, che era stata in un campo in Kazachistan “grande due volte la Danimarca”, sentenziando non potersi dire un campo una prigione “se non è cinto da mura”.

Margarete Buber-Neumann ha avuto una sorella, Babette, sposa di Willi Münzenberg - oltre a una terza sorella, Gertrud, e ai fratelli Hans e Heini. Babette era la maggiore, alta, bionda, di freddezza patrizia: a scuola a Potsdam s’infatuavano tutti di lei, professori e allievi. Erano prole di una figlia, la dodicesima, di contadini del Brandeburgo, e del direttore della fabbrica di birra, un bavarese di nome Thüring. Anche Babette scelse il comunismo, sposando nel 1923 Wilhelm “Willi” Münzenberg, di dieci anni più anziano, piccolo, tarchiato, di famiglia povera, che Koestler dirà “personalità magnetica dotata d’intenso fascino, potentemente trascinatrice”, con un forte accento della Turingia. Con lui ebbe casa inizialmente a Berlino nell’appartamento di Heinz Neumann. Dirigerà il Neue Deutsche Verlag, una delle case editrici di Willi.

“Willi” Münzenberg inventò e diresse tre le due guerre le attività del Komintern, o Terza Internazionale, l’organizzazione di propaganda all’estero di Stalin. Fu editore, pubblicitario, produttore di teatro e di cinema, organizzatore di leghe e congressi, precoce creatore nell’aprile del 1915 a Zurigo dell’Union Internationale des Organizations de Jeunesses Socialistes. Sua fu l’idea di allargare il movimento di classe ai borghesi impegnati, inventando a tutti gli effetti pratici la categoria dell’“impegno”. Diede forma a Parigi al compagno di strada, e secondo i nazisti, che nel ‘35 lo condannarono a morte in contumacia, creò “la categoria demagogica dell’antifascismo”. Brecht lo criticò al congresso del 1935 degli intellettuali antifascisti, proponendo un fronte di classe. Ma Willi l’aveva preceduto negli Usa, dove aveva fondato l’Hollywood Anti-Nazi League con Dorothy Parker. Willi, Loyola laico, anch’egli fisicamente poco notevole, che sperimentò per primo e teorizzò la forza e l’orgoglio dello spirito, si basava su un principio semplice: la partecipazione attraverso il sacrificio, di denaro, tempo, passione.

astolfo@antiit.eu


Il romanzo impossibile di Musil

Nella traduzione di Claudia Sonino, molto più scorrevole che nell’edizione canonica del romanzone, e forse anche nella scelta degli undici pezzi inediti (redazioni che poi Musil scarterà), una strana sensazione di vuoto emerge. Come se il vuoto che Musil voleva raccontare fosse trasmigrato nella sua stessa narrazione.
Sonino spiega concisa e arguta che il romanzo della vita di Musil è in realtà una serie di romanzi possibili, ovvero di romanzi impossibili: è il romanzo dell’impossibilità del romanzo. “L’Uomo senza qualità” come il romanzo dei romanzi, impossibile e inutile. Oppure dei tanti romanzi possibili. Parte della “riflessione sulla narrativa”, nota Sonino, che prolifica nel romanzo del Novecento. Al modo, si può aggiungere per chiarire la cosa, delel arti figurative, del pittore o lo scultore che non vuole fare arte – che vuole essere architetto, attore, artigiano (falegname fabbro, idraulico…), lanciatore, spazzino, rottamatore, tutto piuttosto che usare pennello, colori e scalpello.
Ma si scorre con un curioso effetto di saturazione. Come di un voleteggiare imperturbabile sul nulla – poche cose, pochi concetti, personaggi di cartavaelina, situazioni volatilizzate. Il romanzo delle incertezze? No, perché si passa tra mille certezze, Musil è pensatore ultimativo più che problematico.
Argomenti anche un po’ – parecchio – frusti: la socialdemocrazia, il nazionalismo, essere tedesco, l’ermafroditismo (tema ossessivo – sulla traccia di Thomas Mann?)… E agudezas. Del tipo: la musica assoluta, “improvvisa come un arcobaleno”. O: “Non si dovrebbe voler essere distinti, si dovrebbe voler distinguere”. E: “Il brevetto di Lindner (Nietzsche) era il flusso cosmico e non spezzato dela volontà”. La voglia è evidente, nel romanzo scassa-borghesia, d’épater le bourgeois.
Gli abbozzi antologizzati si ritrovano in altra forma nella parte di romanzo che Musil ha deciso di pubblicare, sebbene incompleto: “Lo spione”, “Il redentore”, “La Sorella Gemella”. La raccolta termina con i “pensieri di Clarisse”. Del tipo: “L’incesto nell’antichità è stato espiato da Cristo”. E: “La vergogna dell’omosessualità da Nietzsche”. Sono “I pensieri di Clarisse nella pazzia”. Ma non differenti dai “pensieri di Clarisse” o dai “pensieri Valerie” a corso normale.
Un romanzetto più interessante è nell’avvertenza della curatrice, “Il problema degli inediti”. Il peregrinare delle carte di Musil. Dalla vedova Martha, che in pien guerra pubblicava un primo gruppo di ienditi. Al figlio di Martha, dal suo precedente matrimonio col romano Enrico Marcovaldi, il grecista Gaetano Marcovaldi, che custodirà le carte in Italia.  Alla dispersione dele stesse, in parte, a opera dei curatori cui erano state affidate, Ernst Kaiser, Eithne Wilkins.
Robert Musil, L’uomo senza qualità. Pagine inedite

martedì 30 gennaio 2018

Puritanesimo porno

Personaggi slabbrati, già nei film porno di anni fa, quali si possono vedere in rete, appaiono alla Cnn e alla Nbc per dire che Trump andava a letto con una di loro. Ricuciti, a spese evidentemente delle emittenti, per sembrare un po’ credibili.
Trump, il presidente degli Stati Uniti, sfidato dalle puttane, e da puttane da poco, è tutto dire. Il vecchio legame tra moralismo e porno arriva a vette inverosimili negli Usa, sia con la vicenda Weinstein, al quale non si contesta un solo atto di violenza, in tanti anni di attività,  sia con quella Trump. Uno vede sulla Cnn Alana Evans e non crede ai suoi occhi: una vecchia rifatta che dice tutto quello che le passa per la mente. Sulla Cnn just the facts. O un Randy Spears sulla Nbc – provare per credere.

Modello Berlusconi, la politica dei servizi Usa

Non solo l’Europa, il Medio Oriente, l’Asia, l’America Latina: la Cia ora, e la Nsa, e l’Fbi, e le tante altre sigle americane di servizi segreti, dominano anche la politica interna. Il paese che meglio ha saputo proteggere la politica dai bonaparte e dai rubagalline, si consegna a loro voluttuoso. Un direttore della Cia che attacca il presidente appena eletto sui giornali. Un vice-direttore dell’Fbi che si fa confidenti dei giornali per attaccare il governo. E tutti, tutti i servizi di intelligence, che dicono il voto negli Usa minato dallo spionaggio russo (ora, pare, anche cinese). Senza che nessuno gliene chieda conto: questi servizi che ci stanno a fare? La cosa che gli riesce meglio è complottare contro il presidente eletto, come in una repubblica delle banane?
Che le agenzie di sicurezza americane perdano la cyber guerra contro Putin è peraltro non credibile. Non controllavano (controllano) tutti, anche Angela Merkel? I server non sono tutti americani? Google e Facebook non son americani?
C’è puzza anche in America. Non solo la politica estera, ora anche la politica americana è sotto le grinfie dei servizi segreti, che sempre sono infetti. Mafiosi. Paranoidi. Fannulloni. Mafiosi e paranoidi per essere fannulloni: è notorio che gli spioni fanno il meno possibile, e se proprio devono copiano.
I tanti che, per motivi che non sappiamo, attaccano Trump seguono un modello stagionato, quello seguito in Italia contro Berlusconi. Lo hanno ripreso tal quale, senza un minimo di fantasia. Prima gli affari, sotto forma di dossier, non ptendo contare su unaGuardia di Finanza sollecita, che faccia novecento o mille ispezioni, due al giorno. Poi la salute – Berlusconi doveva morire, Trump è pazzo. Poi le donne. 

Petomania in rete

Tutto è all’improvviso fake news. Lo scandalismo americano è deleterio soprattutto sulla rete. Tutto è visibile in rete, e anzi promosso, ma nulla di quanto realmente succede. Trump ha cambiato in un anno il fisco, molti accordi internazionali, e le norme sull’immigrazione. Ma va in rete per le prostituite che, o non ha, frequentato dieci o venti anni fa.
La rete non ha filtri, è il suo pregio. Ma se promuove queste donnette atterrisce. Tanto più che esse vegono invitate, addestrate contro la sguaiatezza, rifatte perché la pubblicità paga. E la pubblicità paga evidentemente perchè fanno audience.
S i può anche pensarla peggio: le smandrappate non fanno audience con chi ha votato Trump, che tipicamente non vede – non dovrebbe – queste cose. Ma sui politicamente corretti, gli anti-Trump. .
Si potrebbe dire la fine dell’opinione pubblica. Se non che l’esperienza ormai è lunga per sapere che nell’area pubblica quello che non fa la virtù fa il vizio: ogni spazio lasciato libero è occupato da più furbi. O per leggere il caso all’americana, alla luce cioè del famoso giornalismo angloamericano di Piero Ottone, puro e duro: il puttanesimo di Trump è stato montato da “The Wall Street Journal”, che è il giornale più diffuso in America, ma è di proprietà di Rupert Murdoch, che è l’ediorre dei giornali più diffusi, a Londra e a New York, e il più grande editore di pettegolezzi (il suo giornale più diffuso, “The Sun” è stato chiuso dai giudici inglesi per eccesso di pettegolezzi), ed è amico e sostenitore di Trump. Dunque – come opinava questo sito qualche giorno fa, per “imordellire” l’antitrumpismo?
Questo no è , non sarebbe una novità – i giornali sono spesso maliziosi. Ma sì sulla rete. Tutto diventa possibile in una rete così sguarnita. La rete, che è, dovrebe essere, la via più democratica alla libertà d’informaione e di opinione, è invece infetta, morbosamente. Si perde nel nulla: nemmeno nella condanan, nel cachinno. Quando ha mollato il peto, non seguita più nulla.

La forza della voce

Il duello è tra la voce e il violoncello. Che però di tutte le corde è quello che più ama e non sfida la voce. Un duello-duetto: lo strumento accompagna il virtuosismo del canto, non lo ostilizza. In “una sensuale, dialogata intimità, un atto amichevole se non amoroso” - Alexndra Coghlan.
Il primo duello musicale fu tra Apollo, lira, e Pan, flauto. Vinse A pollo, aggiungendo alla lira il canto. Che il virtuosisimo di Cecilia Bartoli conferma qui imbattibile.
Le musiche sono Sei-Settecento: Caldara, Albinoni, Gabrielli, Vivaldi, Händel, Porpora, Boccherini
Cecilia Bartoli-Sol Gabetta, Dolce duello

lunedì 29 gennaio 2018

Letture - 333

letterautore

Brexit – Ce n’è stata una, molto lunga, anche nei confronti dell’America, degli Stati Uniti. Tenuta per un secolo e mezzo, fino a Hitler, alla paura di Hitler, per terra di barbari. Tanto che gli americani stessi furono a un certo punto dell’idea, e presero a inurbarsi in Europa, a Londra di preferenza, e poi, dopo la grande guerra, a Parigi: Henry James, Pound, Hemingway, Gertrude Stein, Scotto Fitzgerald… Ancora negli anni 1920 D.H.Lawrence ne parla come di una “repubblica di evasi”, Chesterston come di “terra che vive come prima della venuta di Cristo”..

Calvino – “Il visconte dimezzato” è per Sciascia una sorta di romanzo storico, benché allegorico. In una nota sulla letteratura italiana scritta nel 1952 per un repertorio di Chicago (“Italian Literature”, in  “The American People Encyclopedia and Yearbook”) dice che la prima opera della trilogia fiabesca di Calvino “ha sviluppato i sentimenti di crisi che colpivano un’intera generazione”. Il “Visconte” Calvino stesso dice, nella prefazione alla prima edizione delle tre “fiabe” insieme, “colui che realizza una sua pienezza sottomettendosi a un’ardua e riduttiva disciplina volontaria.

Nella stessa prefazione Calvino fa invece del “Cavaliere inesistente” una sorta di anticipazione, in chiave futurologica, allora fantascientifica. Lo dice infatti “l’uomo artificiale che, essendo tutt’uno coi prodotti e con le situazioni, è inesistente perché non fa più attrito con nulla, non ha più rapporto (lotta e attraverso la lotta armonia) con ciò che (natura o storia) gli sta intorno, ma solo astrattamente funziona”.

Classici – Perché sono impersonali, e sono capolavori. Lo dice Virginia Woolf a proposito dei greci (“Non sapere il greco”): “Quella greca è la letteratura dell’impersonale, ed  anche la letteratura dei capolavori. Non ci sono scuole, né predecessori né eredi”.

Dialetto – È un marciare nel noto, è questa la sua attrattiva. Virginia Woolf  ha una teoria (in “Non sapere il greco”) che può spiegarlo, partendo dalla tragedia greca, di Eschilo e di Sofocle in particolare. La lettura della tragedia è anch’essa sorprendente. La tragedia si metteva in scena su fatti e personaggi noti. E questo dà totale libertà a Eschilo, a Sofocle, in parte anche a Euripide, di entrare in media res senza preamboli: il pubblico affluiva alle loro recitazioni per godersi una piega, un particolare, una parola nuova con cui confrontarsi-confortarsi.

Genova – “Palazzi genovesi” erano scenografia del teatro elisabettiano, il teatro inglese del Seicento. Truculento, però.

Humour – È intraducibile? È la conclusione di Virginia Woolf, “Non sapere il greco”: “Lo humour è il primo dono a svanire in una lingua straniera”.

Lettura – È rischiosa per lo scrittore? Brancati ne era convinto, e portava esempi (“Diario romano,207): “Manzoni rifuggiva dal leggere Shakespeare, Proust doveva ricorrere a faticosi esercizi di svelenamento” – “da un Balzac, da un Flaubert”, diceva. Anche Leopardi, cultore dei classici: “Quando ho letto qualche classico, la mia mente tumultua e si confonde”, scriveva a Pietro Giordani..

Virginia Woolf, “Come leggere un libro” – “saggio letto in una scuola” – conclude che una buona lettura, esaustiva, è impossibile, a meno di essere buoni, ottimi, critici letterari: “Leggere un libro come andrebbe letto richiede le più alte doti d’immaginazione, intuito e giudizio”. Ma, poi, anche una lettura al di sotto delle potenzialità riconosce influente, sull’autore.
Gran parte del mercato è fatta dai lettori, anche per la letteratura..  

Longanesi – Savinio, che lo ebbe editore-direttore nella lunga indispensabile collaborazione a “Omnibus”,  ne era ammirato in questo senso: “Longanesi è uno degli uomini più intelligenti che io conosca” – Savinio era un “esperto” della stupidità. Sciascia, che ama tutto di Savinio e ne ha scritto molto, dice di Longanesi che fu uno “di coloro che furono fascisti non essendo soltanto fascisti”. E fa notare che nei cinque tomi di De Felice su Mussolini, “che sono poi, attraverso Mussolini, una storia del fascismo”, Longanesi non figura.. nemmeno incidentalmente – il nome non c’è nell’indice.

Machiavelli – “Il confuso e confusionario Machiavelli”, “il tanto poco intelligente Machiavelli”, “il ridicolo Machiavelli” è tutto che Sciascia ha da dire, in tre righe, parlando di Savinio.

Mamma – Prima di confluire nel “mammismo” di C. Alvaro, è soggetto impositivo – poltrona –  di Giorgio De Chirico in pittura, e di suo fratello Andrea (“Alberto Savinio”) nella scrittura, “Tragedia dell’infanzia”, “L’infanzia di Nivasio Dolcemare”.

Mani Pulite - Era in Boiardo: è lui che diceva ai suoi lettori: “Gettiamo la chiave”.

1956 – Resta l’anno di fondazione delle lettere italiane del secondo Novecento, e del Millennio, come è stato notato. Si pubblcano il “Pasticciaccio” di Gadda, “Le piccole vacanze” di Arbasino, “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini, “Signorina Rosina” di Pizzuto, “Le parrocchie di Regalpetra “ di Sciascia, le “Fiabe italiane” raccolte da Calvino.

Musil – “L’uomo senza qualità” è il primo romanzo etnico? Altri se ne scrivono negli stessi anni 1920-1930 (Némirovsky è una, J. Roth, Zangwill, Lasker-Schüler, BrunoSchulz tra i tanti) ma non di etnicismo così accentuato come in Musil. Dove se ne aprla come di una tara, una pietra al piede. Arnheim, il magnate che si introduce nei salotti importanti di Vienna per accrescere il suo potere, è “un nababbo tedesco, un ricchissimo ebreo, un originale che scriveva poesie, dettava il prezzo del carbone ed era intimo amico dell’imperatore di Germania”. Leo Fischel, il direttore della Lloyd Bank, che “crede nel progresso” e nel “fondamento razionale dell’esistenza umana”, è presentato come rappresentante di un ebraismo occidentale, assimilato e laico, ma sempre legato all’ethos patriarcale tribale delle origini. E ha una figlia “irrazionalista”, nonché “antisemita”, con amici “cristiano-germanici”. C’è “in Germania” fra i giovani l’“elemento razziale”. Una rilettura in questa chiave ci trova molte tracce.

Selfie – Se la letteratura memorialistica non è coltivata, Sciascia dice questo “una carenza”: “La carenza d una letteratura memorialistica è spia di tante altre carenze della società civile, della vita associata” (in una delle note raccolte in “La fine del carabiniere a cavallo”). Imbevuto di letture francesi, tra le quali la memorialistica è spessa e diffusa, la considera anzi una mancanza grave: “Quando manca è perché altre cose mancano. All’Italia è persino mancata una lingua che vi si adattasse”. Altra che “una lingua italiana approssimativa, contorta, vernacolare e a momenti indecifrabile” (? - Meneghello? O Sciascia sapeva già di Camilleri? Che però non scrivono memorie). Oppure il francese, Casanova, Goldoni. Palmieri di Micciché.
Non manca il mercato per questo tipo di scritture, manca la lingua?

letterautore@antiit.eu 

Il calcio fake

Difficile sottrarsi all’impressione che gli arbitri debbano o vogliano indirizzare il campionato in due direzioni precise: il Napoli deve (poter) vincere il campionato, una delle due milanesi deve (poter) qualificarsi per la Champions. Difficile spiegarsi altrimenti le decisioni sbagliate, tutte a favore del Napoli e contro la Lazio, e sbagliate pretestuosamente. Anche con il-la Var.
Mario Sconcerti affronta il caso obliquamente, puntanto l’indice sul-la Var – di cui meglio di ogni altro, sedendo spesso in tv, conosce, conosceva, i limiti. La moltiplicazione degli arbitri, prima di area o di porta, e ora con le telecamere, è una sciocchezza sportiva e un cedimento al leguleismo – allo sporta da bar. Gli arbitri di porta e di Var erano e sono concorrenti dell’arbitro in campo. Magari insoddisfatti e invidiosi per non essere stati designati ad arbitrare al posto suo – visibili, per cento minuti, in mondovisione, ci sono attrici che hanno pagato a Weinstein molto per questo - e pagati anche meno: perché dovrebbero collaborare a un arbitraggio onesto, di cui il collega-concorrente in campo si prenderebbe i meriti, i punti-carriera?
Stravedono per il il-la Var soprattutto i giornalisti televisivi. Tanti minuti di spettacolo guadagnato per Sky e Premium, un lungo minutaggio di moviole per la Rai e Mediaset: è sempre meglio che lavorare. Ma e: il giornalismo? E la pubblicità? Niente di più stucchevole del “discorso” interminabile su fatti evidenti, giocando sui microsecondi di accelerazione o rallentamento che un regista appena diplomato gestisce senza difficoltà, sull’illuminazione, sul taglio delle immagini. Le trasmissioni sportive leguleiste non hanno più ascolti, le magre offerte per i diritti tv ne sono la conferma e la condanna.

La verità di Caselli e Lo Forte

Una breve arringa, per dire che Andreotti non fu assolto al processo per mafia ma la scapolò per prescrizione.
No, fu assolto – perché “il fatto non sussiste”.
Due bugiardi? Forse vittime della sindrome di superiorità, di un certo tipo di opinione. Una sindrome che l’equiparazione del loro processo spettacolo a quello serio e documentato di Falcone confermerebbe. Di una logica che però porta anche a dire: la prescrizione per una parte delle accuse non era ignota a  Caselli e Lo Forte, i quali però hanno tirato le cose in lungo per affermare il loro assunto senza doverlo provare. E per tenere il più a lungo possibile la scena – il processo è durato dodici anni. 
O due incapaci, ammessa la loro buona fede (ma di uno di loro, di cui Caselli è palesemente succube, Chinnici dubitava forte). Vogliono ribaltare tre giudizi consecutivi analoghi, se non identici, in Tribunale, in Appello e in Cassazione. Come dire che loro soli sono anti-mafia, gli altri giudici sono concorrenti esterni o associati.
Gianfranco Caselli-Guido Lo Forte, La verità sul processo Andreotti, Laterza, pp. 121 € 12

domenica 28 gennaio 2018

Problemi di base kantiani quinquies - 395

spock

“Il Tedesco ha il suo lato buono in tutto ciò che può essere realizzato mediante l’applicazione tenace e in cui non si richiede il genio”?

Il Tedesco “tende all’imitazione”?

Il Tedesco ha “scarsa opinione della propria capacità di essere originale”?

Il Tedesco ha “una mania metodica di classificarsi meticolosamente , in rapporto al resto dei suoi concittadini, non secondo un principio d’eguaglianza, ma secondo i gradi di merito e secondo un ordine gerarchizzato”?

“L’uomo all’origine era destinato a camminare a quattro zampe” (Pietro Moscati)?

spock@antiit.eu

Grecia e Russia, il richiamo dell'inconoscibile

“Perché vogliamo tanto sapere il greco, che è inconosocibile?” Virginia Woolf se lo domanda, nel più acuminato dei quattro saggi di questa breve raccolta, e prova a spiegarsi il perché. “Troviamo nella Grecia ciò che ci manca, non ciò che contiene realmente” – la Grecia nascosta, “dietro ogni riga della sua letteratura”. Lei ci trova il Sud, il sogno delle brume del Nord: un mondo di luce e tepore. E un mondo classico, in cui ognuno era re, Nausicaa che lava i panni, Penelope che tesse la tela. Ci proviamo infine perché, “nonostante la fatica e le difficoltà”, ci “troviamo l’essere umano, invariabile e permanente”.
La lettura che poi fa della tragedia è anch’essa sorpredente: è poesia declamata. La tragedia si metteva in scena su fatti e personaggi noti. E questo dà totale libertà a Eschilo, a Sofocle, in parte anche a Euripide, di fantasticare senza riferimenti obbligati: il pubblico affluiva alle loro recitazioni per godersi una piega, un segno, una parola nuova con cui confrontarsi-confortarsi. In parallelo va la filosofia sul campo opposto della verbalità: alla poesia dell’estate, all’aperto, segue la riflessione d’inverno al chiuso. Ogni parola viene spogliata e esaminata, in “un processo estenuante: concentrarsi dolorosamente sull’esatto significato delle parole”.
Il segreto e il fascino del Greco è l’inafferrabilità, o intraducibilità. Se non nella forma di “una giornata estiva immaginata nelcuore dell’inverno nordico”. Un mondo, anche, piccolo e pieno, dove ognuno è un signore. Per questo “è ai greci che ci volgiamo quando ci vengono a noia la vaghezza, la confusione, la cristianità e le sue consolazioni”.
Lo stesso avviene col russo, altro mondo radicalmente diverso, tanto più dalla flemma sassone, e intraducibile. Un mondo anche poco mediato,o mediabile. Con tre letture molto personali ma evocative di Čechov, Dostoevskij e Tolstòj.

Virginia Woolf, Non sapere il greco, Garzanti, pp. Pp. 93 € 4,90