sabato 7 aprile 2018

Problemi di base diplomatici - 410

spock

Non è che Skripal si è avvelenato da solo?

E tutti quei diplomatici che si cacciano, servono al turismo?

O è l’Inghilterra teatro infausto, che tutti si avvelenano lì?

Succede dai tempi di Amleto, non si potrebbe cambiare schema?

Non è che stiamo costruendo un monumento a Putin?

O sarà Putin come Medjugorie, che tutti vanno a Mosca: Xi Jinping, Erdogan, Rouhani, Di Maio, Salvini?

E questa storia che un americano su due approva Trump, non era mai successo con i presidenti americani, che storia è?

spock@antiit.eu


Nasce a Monaco il fronte anti-Hitler

“Quello che abbiamo fatto, in realtà, è solo tendere un filo, che farà scattare una trappola esplosiva. E prima o poi Hitler ci metterà una piede sopra”. L’esito della conferenza di Monaco è così letto dal giovane diplomatico inglese che lega le varie pieghe di quel momento storico.
La storia è dei quattro giorni che rallentarono la corsa alla Guerra, la ritardarono di un anno: una guerra, a conoscenza degli inglesi, già decisa da Hitler il 30 maggio 1938: “È mia ferma e irrevocabile decisione annientare al più presto la Cecoslovacchia con un’azione militare”. E salvarono (rinsaldarono) l’Occidente? È quello che Hitler pensava e disse il 4 febbraio 1945: “Il mio scopo, nel tentare di venire a patti con l'Inghilterra, era di evitare la creazione di una situazione irreparabile in Occidente”. Harris cerca di capire perché. Chamberlain, che nel 1938 evitò la guerra, ne esce rigenerato.
Non è un libro di storia, ma si chiarisce la posizione inglese: Chamberlain, il primo ministro conservatore in carica a Londra, è un altro. È probabilmente l’ultimo degli inglesi a pensare il destino del suo Paese legato a quello della Germania – a una fratria sassone. Una sorta di soggezione masochista, che declassava il suo Paese a postulante. Allora la Gran Bretagna era l’Impero mondiale, come la stessa Germania aveva riconosciuto con i trattati navali del 1935 – un fatto che si tende a dimenticare, anche nel recente revival churchilliano. E veniva da una vittoria sulla Germania, pagata con 7 o 800 mila morti. Ma “la prima volta che che era andato a far visita a Hitler”, riflette Harris inconsapevolmente diminuendolo, “non aveva voluto avvertirlo del suo arrivo finché non era stato in volo, in modo che il dittatore non potesse rifiutarsi di incontrarlo”.
Chamberlain non è per questo però l’appeaser, quello che finisce per favorire Hitler. “Da questo momento in poi”, può dire dopo l’accordo per la spartizione della Cecoslovacchia, “la responsabilità (della guerra) è tutta di Hitler”. Dopo essere stato accolto a Monaco, come in precedenza a Berlino, dall’entusiasmo popolare. E ai Comuni all’annuncio della conferenza straordinaria a Monaco, come a Londra al ritorno.
La conferenza di Monaco ha solo reso inevitabile o necessaria la guerra a Hitler – il giorno prima non era affatto certa. Di più, come è nella tradizione inglese dei romanzi di spionaggio (G.Greene, Le Carré), la vicenda Harris rilegge senza pagelle e senza scrutini. A volte è necessario perfino tradire – i congiurati tedeschi contro Hitler. E sottrarsi a obblighi sbagliati può non essere possible. Ma forse non si poteva dimenticare il terzo incomodo, la Russia sovietica, in rapporto alla quale molta politica si veniva svolgendo, compreso il tentativo di Chamberlain di accordarsi con Hitler. Perché di questo a Monaco ancora si tratta, di schieramenti politici - ideologici.
Non un romanzo a chiave. Né risarcitorio della figura di Chamberlain. Semplicemente, mentre si recuperava la figura di Churchill, Harris ha cavalcato l’onda in parallelo riproponendo l’innominabile perdente. Con un titolo pronto per gli ottant’anni del trattato.
La fretta è evidente. Il filo spionistico per reggere la rievocazione è esile, un’amicizia anglo-tedesca degli anni di Oxford. Con molte pagine irrilevanti, traduzioni, copiature, correzioni, messe a punto di lettere e documenti. Perfino errori materiali – se non sono dell’edizione italiana: Eva Braun è Fraülein Brown, ci sono code per il traffico, nel 1938, e telecamere (“il bagliore argenteo delle telecamere”), il congiurato anti-Hitler vive quei giorni a strettissimo contatto col Führer, benché abbia da poco completato gli studi a Oxford, e abbia una fidanzata comunista, oppositrice caparbia, ridotta dal regime a un vegetale, e accudita a spese sue in un ritiro per disabili.   
Ma l’esito va oltre le strategie di mercato: una storia per chi ama la suspense, e per chi ama la storia. R.Harris sa risuscitare la storia – la storia del mondo. Anche quella nota. Sa ricostruirla e raccontarla come se fosse materia vivente, e senza pregiudizi o errori di valutazione. Qui ci sono anche, dimenticate dalla storia, le ragioni della pace.

Robert Harris, Monaco, Mondadori, pp. 297, ril. € 20

venerdì 6 aprile 2018

Secondi pensieri - 341

zeulig

Aggiornamento – Desueto, anche nella formulazione-accezione ecclesiastica, mentre è il dato culturale dominante. Costante, quotidiano. Di oggetto in oggetto, di uso quotidiano, di tecnica in tecnica, e di aggiornamento dell’oggetto e della tecnica.
È anche una forma di analfabetismo di ritorno: l’aggiornamento quotidiano è una sorta di formula mefistofelica per sancire la debolezza (incapacità, stanchezza, rifiuto) del soggetto. Uno stress test continuo e non innocuo, come quello che la Nouy delle banche impone alle banche, che le stressa cioè prima di sottoporle a prova, per il fatto stesso della prova annunciata\minacciata.
È una forma di asservimento e non di liberazione. Il sé non si ricompone mai, sempre sotto tensione.  Il dominio delle cose non è innocuo, della tecnica.

Destra-sinistra – Terminologia vecchia, vecchissima,antidiluviana, anche se si teorizzava fino a qualche anno fa, da Schiavone dopo Bobbio. Il populismo sovverte tutto: cose di sinistra avocate dalla destra politica, temi (diritti) civili, frontiere (protezionismo, immigrazione, sovranismo), sicurezza, reddito. Mentre la sinistra è di destra classica: liberista, finanziaria – la destra direbbe, più giustamente, usuraia.

Dio   È “giustizia” – anche giustizia. Un’etimologia comune non è ardua.

Heidegger – Avrà visto giusto anche nelle “applicazioni pratiche” della sua riflessione. Dove più è risentito come sbagliato – a parte il nazismo. Nell’avvento della tecnica letto come dominio e anti-umanismo. Nell’impersonificazione americana di questo dominio.  Nello svuotamento del politico -  della politica. Opera di uno che si commuoveva per Hitler – “quando Mussolini va da Hitler in aereo fa la storia” disse nel 1934 (in “Logica e linguaggio”, il corso estivo del 1934, su “La logica come domanda sull’essenza del linguaggio”), perché il Führer era andato a trovare il Due a Venezia in aereo.

Liberale – È al fondo anarchico, come voleva Einaudi, e anche von Hajek, più che conservatore. Liberal  nell’accezione americana, e non conservatore come è stato in Italia nello spettro partitico-politico (eccettuata la fazione radicale), ed è in Giappone, Germania e in Gran Bretagna. Sui diritti civili, e anche sui diritti di proprietà. È il propellente dell’individualismo, moderato dalla socialità (minoranze, sfavoriti, bisognosi – gli aiuti allo sviluppo furono proposti e imposti nel 1983 al governo Colombo dai radicali). Non è una posizione o un preconcetto totalizzante: Il pensiero liberale diffida – diffiderebbe se ancora ce ne fosse uno – del liberismo economico: lo regolerebbe, poiché è potenzialmente è distruttivo. L’individualità si protegge.

Machiavelli – Lo scrittore Giono, che ne lesse anche le commedie, la corrispondenza, le “Storie fiorentine” e “L’arte della guerra”, lo vuole “matematico: “La generosità non esiste. Calcolo, punto e basta”. Dice cosa avviene, come avviene, non ne ricava una morale. Rivoltante? “Allora anche la matematica è rivoltante. A volte si vorrebbe che 2 e 2 facessero cinque o tre, ma 2 e 2 fanno 4”. Realistico: “Molto prima di Burke detesta l’astratto, e molto prima di lui ha un pensiero spoglio di ogni forma di retorica”. Come intuì Stendhal, “Machiavelli ci fa conoscere l’uomo”: “Molto prima di Tocqueville, sa che la democrazia porta naturalmente al despotismo. È più onesto di Hobbes: tiene conto delle passioni”. È “l’anti-ciarlatano”. Anche perché, aggiunge Giono ripetutamente,  “Spinoza ha torto: per la salute, l’odio è meglio dell’amore”.

Percezione – È la “realtà”, a tutti gli effetti pratici, nell’accezione moderna, di Cartesio, Locke. Di più oggi, ovviamente, nella realtà virtuale. Pur essendo soggettiva – personale e di gruppo (opinione pubblica). Negli eventi catastrofici o epocali e in quelli minimi, dalla sensazione del freddo, o del caldo, alla concezione del nemico. E nei fatti estetici, storici. È decisiva per l’opinione pubblica, e quindi per il voto, la democrazia, anche l’economia entro limiti

Scetticismo – “Una vittoria di Pirrone” enuncia a un certo punto lo scrittore Jean Giono nelle “Note su Machiavelli”. Lo scetticismo in effetti ne fa in continuo, è il suo metodo – un modo di riproduzione: è una filosofia facile..

Politicamente corretto – È il benpensantismo aggiornato, sempre borghese. Della neo borghesia “civile”, che si presume cioè non di censo ma intellettuale. Ma sempre autocertificandosi, ed escludendo.
Il successo elettorale del “vaffa”, di un italiano su due, e forse di sei su dieci, è una reazione in forma di anticorpo proprio al politicamente corretto più che a delle cose specifiche.

Rete – Il trionfo del’impersonale – del man, del si. Un mondo ridotto a “discorso”, e a un “discorso” senza soggetto – oppure sì, ma allora grande e indistinto, il Grande Fratello. Più forte e resistente perché è - anche – un veicolo di esplorazione e avventura: conquistatore e liberatore. Certamente cambia l’ordine del discorso. Sia nelle applicazioni pratiche: la memoria (facebook), la comunicazione (tweet, instagram, i likes, i commenti), i consumi, la propaganda (influencer). Sia nella strumentazione. Un quesito a google porta una serie di risposte che aprono mille frontiere: è il vecchio gioco della narrativa fantasy moltiplicato, e senza la barriera del quesito alternativo agli “incroci”, il giocatore è preso al laccio surrettiziamente . Vi si lascia anche prendere, essendo il gioco apparentemente inoffensivo, se non per il tempo perduto, mentre è un’altra forma della conoscenza che prende piede, per causalità indefinite, cioè senza causalità.

zeulig@antiit.eu

Missionari in caserma

Restano in caserma le missioni di pace che l’Italia si è autoassegnate (su consiglio francese?) in Niger e in Tunisia. I governi del Niger e della Tunisia, cortesi, hanno pregato di soprassedere.
Come si arriva a certe decisioni, evidentemente avventate? I corpi militari ardono per le missioni di pace, se le contendono. Una missione di due o tre anni è un investimento comodo, con poco o nessun rischio, risparmio medio 60 mila euro l’anno. Ma la diplomazia? Ma i ministri che ogni giorno vanno a incontrare i loro colleghi europei? Non capiscono o fanno finta?
La stupidità non è da scartare. Al tempo del presidente Saragat l’Italia decise che doveva salvare l’India dalla fame. Era d’estate, e le mandò i surplus cerealicoli dell’annata. Un buonissimo affare, almeno per l’Italia, che allora coltivava il grano e ne produceva in abbondanza, e per gli armatori. Non per l’India, che mangia riso, e i sacchi di frumento lasciò a marcire sulle banchine dei porti. Dove navi italiane le avevano trasportati.
Le missioni di pace sono discutibili. Sono inutili, quasi semrpe, e costano. Ma un requisito minimo devono avere: che non siano contestate dove si recano.

Stendhal rifà Custine, o madame Duras

Il romanzo di un giovane gay? Gli ingredienti ci sono: il “segreto” alle prime pagine, di cui solo la madre è a conoscenza, la patente di “moralità” di cui i medici chiamati a consulto dalla madre apprensiva si affrettano a gratificare il giovane, l’inappetenza – detta impotenza ma è inappetenza – per la giovane moglie. Con la quale per il resto condivide tutto. E soprattuto per la “politica”, lo spirito sociale ribellistico, alle convenzioni e al patrimonio, non nuovo in Francia tra i nobili declassati ma sì nei romanzi. Per cui, quando Stendhal quarantenne nel 1827 decise di scrivere e pubblicare questo suo primo romanzo, l’accoglienza fu fredda anche tra gli amici, divisi tra restaurazione e ribellismo.
È il romanzo di lui, comunque, di Octave. Armance è lei, che non è la protagonista: il racconto è tutto di lui, dei suoi problemi. La titolazione incongrua è probabilmente voluta per spostare l’attenzione da un romanzo simile, “Aloysius”, che il marchese de Custine venne scrivendo e pubblicò in contemporanea con l’“Armance”. I due romanzi sono basati, sempre probabilmente,  su un aneddoto vero. O su una situazione che i due scrittori conoscevano o si erano inventati. Più che per essere il racconto dell’impossibilità di amare (di essere felice), “Armance” si legge per il metaromanzo che vi si potrebbe innestare.
A partire dalla “Premessa”. Due pagine nelle quali l’autore in qualità di editor professa avversione per la Restaurazione politica. E insofferenza per lo “stile borghese”: “Per me non c’è niente di più noioso dell’enfasi teutonica o romantica…. L’autore sarebbe disperato se gli facessi crrico di uno stile borghese”. Quanto alla vicenda, “Ovvero alcune scene di un salotto parigino 1827” è il titolo completo che Stendhal aveva dato al suo romanzo – riprodotto ancora nella prima traduzione  postbellica, a opera di Bonfantini, massimo riscopritore di Stendhal (il racconto è stato poi ritradotto anche da Cordelli).
È già Stendhal, se Stendhal è – Genette – “la trasgressione costante  ed esemplare dei limiti, delle regole e delle funzioni apparentemente costitutive del giuoco letterario”. In forma non tanto di sperimentazione, ma di rottura dei canoni, per evitare la noia – la sfida suprema è contro la noia. Il risultato è però settecentesco. E non Rousseau né Diderot ma Choderlos de Laclos, di pieghe su pieghe, meno consequente. E un po’ stravagante, con eserghi in lingua per ogni capitolo, in inglese soprattutto, soprattutto da Shakespeare, ma anche in spagnolo e in portoghese. Il romanzo del romanzo ha invece più punti di interesse. 
Sarà una coincidenza, ma Octave è proprio Astolphe de Custine. È bello della stessa bellezza del marchese, riccioluta, morbida. Che ha anche lui una madre troppo bella, Delphine - per vent’anni amante di Chateaubriand, aveva dato il nome all’eroina e il titolo al romanzone “italiano” di Mme de Staël. Figlio anche lui di famiglia legittimista, esuli espropriati e perseguitati dalla rivoluzione del 1789. Reduce anche lui, come Octave al secondo capitolo, da una bastonatura (in “Armance” colpi di spada) da parte di una marmaglia soldatesca. Le coincidenze sono plurime. Anche Alphonse, come Octave, ha tentato eroico il matrimonio. E alla stessa maniera: dopo aver rifiutato varie candidate della madre, aveva scelto una giovane remissiva, alla quale aveva anche fatto un figlio.
Custine e Stendhal si conoscevano e si frequentavano. Anche se non avevano gli stessi gusti – ma amavano entrambi viaggiare, e condividevano pure la passione per l’Italia. Il romanzo di Stendhal è pasticciato: è a ogni pagina, si può dire, una cosa e il contrario, difficile dare corpo a Ottavio stesso, che prende due terzi delle pagine. Curiosa impossibilità, se non è un pastiche della vita di Custine.
Altrimenti “Armance” resta un plagio – Stendhal era maestro di trascrizioni, come usa dire in musica. Di Claire de Duras, “Il segreto”, 1823 – pubblicato nel 1821 e riscritto nel 1823, l’anno di “Ourika”, il romanzo della schiavitù, per cui madame de Duras è negli annali. Ne era convinto Tomasi di Lampedusa, “Lezioni su Stendhal”. L’autore del “Gattopardo” ricostruisce lo “scandaletto” che accolse “Il segreto” (chi era l’impotente?), grazie al quale “il romanzo ebbe grande voga”. Stendhal lo comprò, spiega il principe, e in dodici giorni lo riscrisse, intitolandolo “Olivier”, dal nome del protagonista del “Segreto” – titolo poi cambiato dall’editore in “Armance”, mentre il nome del protagonista diventa Octave.
Stendhal, Armance



giovedì 5 aprile 2018

Ombre - 410

Escono dallo studio di Mattarella facce già viste. Il rituale è lo stesso di quando ne uscivano Berlusconi e Bersani, o D’Alema, e forse per questo le facce si adeguano: egualmente contente di sé e vuote. Ma, tanto rumore per nulla?

Sono più giovani degli altri, ma sono facce note, stranote. Invadenti. E tutti maschi, come usava.

Solo Berlusconi si presenta con una delegazione quasi al femminile. La Procura di Milano dovrà avviare un’altra indagine.

“Quante volte ho sentito dire: si passa dalle droghe leggere alle droghe pesanti”, spiega il professore Gianluigi Gessa, studioso delle dipendenze a Concita De Gregorio, “la Repubblica”. Lui non è dello stesso parere: “Andare in bici ti porta ad usare la moto? No”. Si può andare in moto senza sapere usare la bici? La logica di causa ed effetto non è accademica?

 Non si dà un rigore contro il Barcellona: le squadre spagnole devono andare avanti il più possibile, perché sono quelle che spendono di più e quindi devono rientrare con i premi Uefa. Come l’Europa politica anche quella del calcio è business, nessuno scandalo.

Commovente  nella sua disciplina l’arbitro di Barcellona-Roma, la cura con cui ha evitato di ammonire anche uno solo dei pestatori e agguantatori a due mani della squadra catalana: non bisogna rischiare che poi saltano un turno di Champions.

Lo stesso l’ineffabile turco Ciakir di Juventus-Real Madrid, che faceva il viso dell’arme solo ai bianconeri – prima che facessero harakiri. Non a caso gli arbitri li gestisce Collina.

Anche i sorteggi favoriscono le squadre spagnole, sempre a garanzia che vadano avanti. Barcellona  e Real Madrid si sono affrontate solo due volte in Champions, nel 2002 e nel 2011, ma per un piccolo disguido, erano in semifinale.

L’oppositore di Al Sisi in Egitto è stato dunque Salah, detto Momo, il calciatore ex della Fiorentina e della Roma. Non oppositore, non lo sappiamo, ma quello che ha preso più voti alle presidenziali dopo il presidente, benché non fosse candidato, nemmeno alla lontana, non ha nemmeno votato. Si ride anche nelle disgrazie.

È vero che Mohammed “Momo” Salah da solo ha qualificato l’Egitto ai Mondiali di Russia, cosa che l’Italia in undici non ha saputo fare. Dopo aver portato l’Egitto alla finale di Coppa d’Africa. E che, mentre a Firenze e Roma era un po’ riserva, non rientrava negli schemi dell’allenatore, a Liverpool è diventato il capocannoniere.

“Niente più ostie dal Venezuela”, informa Rocco Cotroneo dal Sud America: “È arrivato l’aiuto della Colombia”. Dove le ostie non sono in domanda?

Dopo Macerata, Porto Recanati, in provincia di Macerata: da un pozzo interno a un condominio  “multietnico”, Hotel House, e dai terreni attorno al condominio, spuntano ossa umane. Di due donne, almeno, e almeno un bambino. Sull’Hotel House, “un «falansterio» dove si parlano 32 lingue”,  il sito del Corriere della sera” ripropone “il reportage apparso su Sette nel 2007, sull’imponente struttura (480 appartamenti di 66 metri quadrati distribuiti su 17 piani) abitata da oltre 4 mila persone, per lo più stranieri”. A 500 metri dal “pozzo degli orrori”. Nel 2018 invece non se ne parla.

Un giovane somalo si fa 17 anni di carcere per un delitto che si sa non ha commesso – l’assassinio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Su denuncia di un uno che, ottenuti i vantaggi della “collaborazione di giustizia”, è sparito, senza nemmeno testimoniare al processo. Il somalo è riconosciuto innocente per gli sforzi della madre di Ilaria Alpi. Senza scandalo: gli investigatori, i pubblici ministeri, i giudici che lo hanno condannato? Boh. Ogni paese ha gli sbirri che si merita.

L’assoluzione del somalo fa notizia solo perché ha ottenuto il risarcimento per l’ingiusta detenzione, tre milioni, un piccolo record. Ogni paese ha i media che si merita.

Ha appena fatto dire no all’Olimpiade a Roma che si propone per un’Olimpiade a Milano, magari in gemellaggio con Torino, la mitica Mi-to. Soggetto: il comico Grillo. Spregiudicato sì, ma non si può dire che non abbia il senso degli affari.

Il no a Roma è stato detto dalla sindaca Raggi, che però si sa che ci capisce poco. Mentre l’Olimpiade Mi-To è lanciata dalla sindaca Appendino, che invece non conta. Il nuovo e femminile è Grillo, che ha settant’anni, dopo Berlusconi è il più vecchio, e molti peli, anche sullo stomaco.

Anche sullo stadio della Roma e gli affari del signor Parnasi, Grillo è stato un perfetto pubblicano. Tra avvocati d’affari e petizioni di principio. Ma non c’è un Brecht per gli affari del signor Grillo: si aspetta che governi e distribuisce un po’ di posti?


Il colloquio-intervista di Scalfari col papa, il giovedì santo, smentito dal Vaticano, dopo che “L’Osservatore Romano” l’aveva rilanciata, è una rappresentazione del giornalismo migliore all’ora attuale, e del papato di Bergoglio. Che aveva abolito l’inferno, senza rendersene conto. E si dichiarava papa politico.

Machiavelli l’anti-ciarlatano

“Ci si dimentica che all’epoca di Machiavell, Machiavelli non esisteva. È stato fatto poi” – dai gesuiti massimamente, Giono non lo dice ma si sa: “Inoltre, ha detto solo quello che era nell’aria del tempo”, aveva il senso della storia, della prospettiva.
Un panegirico di Firenze: una rivendicazione di Machiavelli a tutto campo, come persona, diplomatico, scienziato politico, storico (narratore), commediografo, e una celebrazione della città, poi confluita nel “Viaggio in Italia”. Machiavelli è tutto. È obiettivo: “Non disdegna né ammira, non giudica, osserva e constata”. È combattivo: è don Chisciotte, meno la follia. È realista: “Vede la società umana come una carretta di ghiaia. Dopo gli scossoni degli eventi, le selci restano intatte e le terre tenere sono ridotte in polvere. Non per questo disdegna la polvere. Sa che ha il potere di soffocare”.  È matematico: “Impassibilità in presenza del crimine e vizio? Impassibilità del matematico dinnanzi a 2 più 2 che fanno 4” – se è rivoltante, “allora anche la matematica è rivoltante. A volte si vorrebbe che 2 e 2 facessero cinque o tre, ma 2 e 2 fanno 4”. È umano, l’aspetto che più piace a Giono – che ha vissuto nella Guerra nel suo rifugio a Manosque un po’ come Machiavelli ostracizzato tra i villici a San Casciano. Uno che non si è arricchito nella funzione pubblica, anzi si è impoverito: “Nessuna vanità o cupidigia, nessun rancore, espansivo, gran lavoratore come sono spesso coloro che amano i piaceri”. Un uomo di idee, repubblicane, che ha pagato per questo. Leale: “Ogniqualvolta ha potuto onorare la sua patria, anche a proprio rischio e pericolo, l’ha fatto volentieri. Fedele nell’amicizia”. E uno scrittore, che ha rivitalizzato la commedia greca, e la storia.
Note densissime. Anche pensose, che qualche traccia aprono allo studio. Giono, anarchico figlio di anarchico, mobilitato in trincea nel 1914-18, era un pacifista, che nel 1939 di era distinto per strappare i manifesti della mobilitazione, e nel 1944 era stato per questo carcerato con l’accusa di disfattismo e anche di collaborazionismo (ma fu carcerato forse – aveva amici stretti tra i comunisti della Resistenza - per salvarlo dalle vendette locali, che anche in Francia furono numerose e feroci). Uno scrittore di molta passione politica. Per questo apprezza Machiavelli: “Molto prima di Burke detesta l’astratto, e molto prima di lui ha un pensiero spoglio di ogni forma di retorica”. Come intuì Stendhal, “Machiavelli ci fa conoscere l’uomo”: “Molto prima di Tocqueville, sa che la democrazia porta naturalmente al dispotismo. È più onesto di Hobbes: tiene conto delle passioni”. È “l’anti-ciarlatano”. Anche perché “Spinoza ha torto: per la salute, l’odio è meglio dell’amore”. Discutibile, ma molto le “Note” dicono dell’“anima forte” Giono stesso, per dirla col titolo di un suo romanzo, il suo Machiavelli, e l’idea stessa di fare Machiavelli.
Machiavelli è scrittore di verità, è l’assunto su cui Giono ritorna. Specie in una delle ultime note, là dove lo fa un alter ego, rappresentandolo in società come lui stesso lo è stato negli anni di guerra, a protezione dei deboli, e sempre degli amici (“ci si fanno degli amici dando loro da mangiare e da giocare. Gli si dà da mangiare un po’ di noi stessi, e li si fa giocare con delle apparenze”). Machiavelli cerca e ottiene “profonda conoscenza del valore esatto di ciò che chiamiamo verità. Il contrario di don Chisciotte: Cervantes distrugge (o si sforza di distruggere) il mondo incantato. Machiavelli svela la nullità del vero che è solo apparenza, illusione. Battersi contro i mulini a vento o contro dei veri giganti (veri o che noi crediamo essere veri) È LA STESSA COSA”.
Un Machiavelli contemporaneo, e anzi attuale – “di un’epoca nella quale non c’è più niente di ereditario, né regalità né fortuna, nemmeno una ragione sociale; è anche l’uomo che fa risparmiare tempo”.
Il capitolo “Florence” fu pubblicato su “La Table Ronde”, aprile 1953. Le “Notes sur un Machiavel I” e “Id. II” su “La Table Ronde” a dicembre 1954 e febbraio 1955.
Jean Giono, Note su Machiavelli, Medusa, remainders, pp. 77 € 5,75

mercoledì 4 aprile 2018

Problemi di base filosofici - 409

spock

È scomparso il centro, come si vuole, oppure il centro è mobile?

A che serve scegliere in situazioni in cui non si ha più scelta?

C’è un limite a tutto, anche nel (fare il) bene?

Come fanno i fiori a sapere che è primavera?

E le foglie in autunno?

San Francesco amava (pure) le vipere?

Perché la gente non può fumare e le automobili sì?

spock@antiit.eu

La battaglia navale che finì in parità

La prima battaglia navale fra due corazzate si combatté senza vinti né vincitori. Non proprio come una prova o un esercizio di addestramento, perché una delle due parti, i confederati, poi perderanno la guerra. La battaglia di Hampton Roads si combatté infatti, l’8-9 marzo 1862, nel mezzo della guerra civile Americana (1861-1865), sulle coste della Virginia.
La guerra civile consacrò gli Stati Uniti anche come potenza navale. Alla fine del conflitto la United States Navy sarà la secondo marina militare mondiale, dietro quella britannica: oltre 50 mila effettivi, 700 navi, dal cutter alla fregata, di cui 60 corazzate del tipo “Monitor”. Prima della guerra civile era cresciuta poco, nei conflitti con la Francia (1798-1799, la “quasi guerra”), con l’Inghilterra (1812), col Messico (1846-1848), e nel Mediterraneo contro i “barbareschi” del Maghreb (1805 e 1812).
I confederati avevano attrezzato un vapore, la fregata “Virginia”, a corazzata, ricoprendo il ponte di una piramide di ferro. Gli unionisti fecero debuttare una corazzata costruita con apposito bando nel 1861 con scadenze di consegna ristrettissime (“100 giorni”, invece dei 12-16 mesi necessari, per la costruzione, l’armamento, i collaudi): la fregata “Monitor”. Il bando accelerato unionista era stato dettato non dal timore dei confederati ma sull’esempio delle marine francese e inglese, che due anni prima avevano fatto debuttare due prototipi di corazzata, rispettivamente la “Gloire” e  il “Warrior”, che a lungo serviranno da modello.
Il debutto della corazzata avenne a metà Ottocebto insieme con molte atre novità radicali della marineria: il vapore, con la ruota o a elica, e iI cannoni con l’anima rigata, a caricamente posteriore, con rinculo ammortizzato.
Il Musée National de la Marine francese inaugura con “Hampton Roads” una collana di studi sulle grandi battaglie navali in forma di graphic novel. Jean-Yves Delitte, “pittore ufficiale dela Marina”, ha curato sia i fumetti (la colorazione è di Douchka Delitte) che i testi – compreso il dossier enciclopedico in appendice, sull’evoluzione della marineria militare nell’Ottocento, gli scafi (le forme e i materiali), la propulsone, l’artiglieria.
Jean-Yves Delitte, La bataille de Hampton Roads, Glénat, pp. 56, ill. € 15

martedì 3 aprile 2018

Letture - 340

letterautore

Auschwitz Nel 1946, molto prima di Adorno (“Scrivere poesie dopo Auschwitz è barbaro), in chiusura di “Autunno tedesco” Stig Dagerman mette in scena “una donna che vuole scrivere”, una donna tedesca, che vorrebbe scrivere delle sofferenze del marito antinazista in campo di concentramento, ma si urta ai silenzi di lui, ritornato dopo lunga prigionia. Dagerman si spiega l’ostinato silenzio così : “La sofferenza, una volta sofferta, non deve più esistere. Questa sofferenza era sporca, disgustosa, bassa e meschina, e per questo non si deve né parlarne né scriverne. La distanza è troppo grande tra la poesia e la più grande delle sofferenze; solo quando diventerà un ricordo purificato i tempo saranno maturi”.
Un “ricordo purificato”. L’esperienza dei campi di concentramento di Hitler fu unica per il contagio morale, di kapò, kommando, spie, ladri. La prigionia, le torture, perfino lo sterminio, si possono configurare in qualche modo operazioni di guerra. Come lo sterminio dei kulaki, degli armeni, dei tutsi. “Auschwitz” si distingue per la corruzione delle vittime. Tentata, sistematica, riuscita anche, a meno del suicidio: la sopravvivenza non è innocente. Anche per un semplice generico senso di colpa, per avercela fatta.

Di Adorno, in realtà, si danno versioni contrastanti. Ancora nel 1966 gli si attribuisce la sentenza: “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d'arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man's land filosofica” La cosa era stata affrontata per prima nel 1949, al ritorno di Adorno in Germania dagli Usa, senza aver vissuto quindi la prostrazione di fine guerra, la fame, il gelo, le malattie: “La critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la consapevolezza del perché è diventato impossibile scrivere oggi poesie”. Ma successivamente Adorno si riscrisse, finendo per ammettere che forse l’affermazione del 1949 era errata. Nel 1966 scriveva infatti anche “Il dolore incessante ha altrettanto diritto di esprimersi quanto il torturato di urlare; perciò forse è sbagliato aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere poesie”.
...

Corruzione – Leonardo Sciascia, a proposito di A.Christie, che dice vittoriana, ha all’improvviso questo ricordo: “Un famoso economista mi diede una volta a indovinare, conversando, in quale Paese ed epoca si fosse rubato di più rispetto alla cosa pubblica. Non ci sono riuscito. La risposta era: in Inghilterra e nell’epoca vittoriana”.
La “testimonianza” di Sciascia era resa a un “processo” alla scrittrice intentato da “Panorama” nel 1984 al Mystfest di Cattolica il 28-29 giugno 1984 (“Gli AntiChristie”, a cura di Bruno Blasi, “Panorama”, 25 giugno 1984)..

Destra-sinistra – Qualche differenza c’è – c’era. Longanesi negli anni 1950 pubblicava Hammett, un comunista, Einaudi non pubblicava Céline. Nemmeno Hamsun – nemmeno T.S. Eliot.

Giallo – È materia d’ironia. Da Sherlock Holmes, ma già da Dupin, a Poirot e Miss Marple – e Pepe Carvalho e lo stesso Montalbano (Maigret è di un’altra categoria, il vicino sensibile). D’inverosimiglianza nuda – il narratore procede scoperto, si esibisce. Non come manifestazione di forza, ma di debolezza:  una sorta di esibizionismo ritroso, vezzoso.
Agatha Christie pone di proposito e risolve casi impossibili Tutti colpevoli, gente di varia provenienza e esperienza, in “Assassinio sull’Orient Express”. Tutti morti assassinati in “Dieci piccoli indiani” - per cui uno almeno bisogna che resusciti per raccontarla. O le “analogie” provinciali, paesane, zitellesche di miss Marple. Si riduce il giallo ironico, comico, a Dickson Carter, ma lo è d’impianto: narrazione distaccata, empatica ma di secondo o terzo grado, per il piacere della cosa non per il coinvolgimento nella storia.

Jettatorio lo dice Savinio a un certo punto parlando di padre Brown: “Detective jettatori ne conosciamo abbastanza”.Quelli che in ogni situazione, a un a festa, in vacanza, in meditazione, in sonno, “provocano” morti ammazzati.

Mussolini imponeva di anglicizzare i gialli, o comunque di farne opera di stranieri. Solo il detective-giudice poteva essere italiano. Nascono così i gialli apocrifi di De Angelis e del primo Scerbanenco, delle storie di Arthur Jelling (jella?) a Boston.

Hammett-Hemingway – Hemingway metteva Hammet tra coloro che gli avevano insegnato qualcosa. Ma allora per la vita, non per la scrittura: il ritmo hammettiano è di Hemingway alcuni anni prima. Coetanei, moriranno entrambi sessantenni, anche se in modi diversi, per l’alcol e il mal di vivere. Entrambi spiati dall’Fbi anticomunista di Hoover, ma ebbero vite diverse – Hemimgway non dovette affettare il comunismo..

Moravia – “Mai un libro ci ha dato tanta noia – se togliamo, per riguardo a quel che lo scrittore effettivamente è, «Il conformista» di Moravia” – L.Sciascia, “Letteratura del «giallo»”, 1953. Il libro più noioso del “Conformista” è uno, di cui Sciascia non dà il titolo, di Mickey Spillane, “scrittore venduto con tredici milioni di copie negli Stati Uniti”. Moravia non era intoccabile, nemmeno per un esordiente.

Scuola dello sguardo – L’avanguardia francese anni 1950-1960 era di Chandler e Hammett secondo Sciascia (“Breve storia del romanzo «giallo») – senza ironia: “Le azioni viste come al rallentatore, e più sono violente più sono rallentate; i personaggi descritti minuziosamente; gli ambienti minuziosamente inventariati – sono elementi tipici di Hammett e di Chandler…. E saranno poi gli elementi diciamo dottrinali di quella che sarà chiamata, in Francia, negli anni cinquanta, la «scuola dello sguardo»”.

Sherlock Holmes – È Wilde, secondo Attilio Bertolucci. Secondo una sua “storia del giallo” letta a radio Rai 3 il 15 gennaio 1953 di cui Sciascia si è procurato la trascrizione (trascurata da Bertolucci nelle due raccolte di prosa) e cita in “Breve storia del romanzo «giallo»” (ora in “Il metodo di Magret”): “Se Dupin era un ultimo eroe romantico, Cuff un eccentrico di misura vittoriana, Sherlock Holmes è già un esteta, che con lunghe dita banche e nervose avvita al’estremità della siringa lago sottile per l’ennesima iniezione di cocaina in soluzione al sette per cento,va a concerti di musica tedesca per rilassarsi….”. Sciascia annota: “In Cuff (il perosnaggio di Wilkie Colins, n.d.r.) c’è il presentimento di Oscar Wilde; con Sherlock Holmes siamo, in pieno, nel clima di Wilde” – il Fine Secolo eccentrico di Londra, “edoardiano”,
Non il positivista, dunque. Se non, nota Sciascia, un “Don Chisciotte del positivismo”, per “il suo sfiorare (oggi, per noi) la caricatura”.

Sicilia – Un paese a parte, benché si esprima in italiano? Un continente, benché ristretto, con una sua propria fisionomia, che impregna e individua una letteratura, Verga, Pirandello, Tomasi, Sciascia. Tardi, ma coma la Russia, che fiorì anch’essa nell’Ottocento: Gogol, Tolstòj, Dostoevskij, Cechov.
  
Sam Spade -  È goyesco, tutto”allungato”. Hammett lo assomiglia, per renderlo simpatico, a “un diavolo biondo”. Ma dopo averlo detto in V: “Samuel Spade aveva una mascella ossuta e pronunciata, il suo mento era una V appuntita sotto la mobile V della bocca. Le narici disegnavano un’altra V, più piccola. Aveva occhi giallo-grigi orizzontali. Il motivo della V era ripreso dalle spesse sopracciglia…”.

letterautore@antiit.eu

La destra è sinistra

Destra, sinistra, terminologia vecchia, vecchissima, antidiluviana, anche se si teorizzava fino a non molti anni fa, anche dopo la caduta del Muro. Il populismo sovverte tutto: cose di sinistra avocate dalla destra politica, temi (diritti) civili, frontiere (protezionismo, immigrazione, sovranismo), giustizia sociale. Mentre la sinistra è di destra classica: liberista, finanziaria – la destra direbbe, più giustamente, usuraia.
I colloqui che si aprono domani per il governo possono così vedere il populismo, maggioritario, schiacciato su temi di sinistra, con un po’ di razzismo ma poco. Mentre quello che resta della sinistra in Parlamento  il 20 per cento attorno al Pd, vuole guerre, seppure commerciali, per ora, e monopoli finanziari. Porte aprendo per buona coscienza agli immigrati, che poi non sa accogliere.

L’Europa a due teste, settentrionali

C’era l’Europa tedesca, ora ce ne sono due? Non tedesche, una tedesca e una nordica, ma non dissimili: quella nordica più restrittiva di quella tedesca.
La domanda si pone dopo il documento presentato dal premier olandese di centro destra Mark Rutte al suo terzo mandato e sottoscritto dai tre paesi Nordici (Danimarca, Svezia e Finlandia), dai tre Baltici e dall’Irlanda. Alternativo, cioè più restrittivo dell’Europa appena delineata nel preambolo dell’accordo di governo in Germania, in sintonia con la Francia.
A un mese dal manifesto di Rutte nessuna reazione dal resto dell’Europa: tertium non datur. Cosa pensa o propone l’Italia – o la Spagna, o altro paese non del Nord. Nessuno si è curato di saperlo, e gli stessi non lo sanno. L’Italia non ha governo. La Spagna pensa a non dividersi. Eccetera. L’Europa è settentrionale. Ora a due teste.
Diventa Nordico anche il sovranismo
Il manifesto-lettera a Bruxelles di Rutte mette un paletto fisso al trasferimento di altre competenze a Bruxelles. A un altro passo verso la struttura federale. Forse accetterà un ministro europeo delle Finanze, come vogliono Berlino e Parigi, ma con funzioni di coordinamento delle uscite. Il sovranismo che mezza italia rivendicherebbe, e in Francia il Front National, lo fa suo il fronte Nordico.

Indebitarsi per niente

Curiosa mescolanza del debito pubblico con la politica estera: di come il risanamento del debito pubblico, centodieci anni fa, a opera di Luigi Luzzatti, ministro del Tesoro, e di Bonaldo Stringher, governatore della neo costituita Banca d’Italia, con i governi Giolitti, fu sperperato in una politica estera che voleva fare dell’Italia l’emula della Francia, nel Mediterraneo e in Africa. Che sembra assurdo, e lo è, ma è stata una costante dell’Italia unita, Giolitti del resto incluso, fino alla sberla della seconda Guerra mondiale.
Il consolidamento del debito pubblico, come fu attuato da Luzzatti, con quale tempistica e metodologia, è la parte più interessante della ricerca. E contemporanea: un consolidamento del debito italiano, che andava fatto prima dell’euro, diventa sempre più necessario. La “conversione della rendita” (allungamento delle scadenze, a interessi inferiori) si fece in un giorno, per evitare contraccolpi monetari, il 29 giugno 1906. Per 8,1 miliardi di lire, circa 32 miliardi di euro. Non un quantitativo enorme, ma era tutto il debito. Fu la maggiore “conversione della rendita” dopo quella inglese del 1888. Fu giudicata “la meglio riuscita e la meno costosa”.
L’Italia non era allora la più indebitata, il suo debito era il sesto in Europa per grandezza. Ma anche allora non godeva di grande credito: pagava il più alto servizio sul debito, gli interessi più alti. .
Cosa c’entra il debito con la politica estera? Il militarismo italiano post-unitario è stato la valvola di moltiplicazione del debito, senza corrispettivo. L’“imperialismo straccione” o del “posto al sole” è stato sempre negativo in termini nazionali, di rapporto costi\benefici, e in assoluto – con l’onere in questo dopoguerra di accogliere i somali e ora gli eritrei, e in qualche modo prendersi carico anche della Libia. Lo stesso come, per analogia, si assiste, nell’Italia repubblicana, alla crescita del debito con l’assistenzialismo: una relazione improduttiva e anzi perversa, che accresce il debito, indebolisce e anzi frantuma lo Stato, e non allevia la povertà, sociale e regionale.
Ballini, contemporaneista emerito del “Cesare Alfieri” di Firenze, pubblica questa ricerca nella Biblioteca Luzzattiana.
Pier Luigi Ballini, Debito pubblico e politica estera all’inizio del ‘900, Isva (Istituto Veneto di lettere, scienze e arti), pp. 654 € 43

lunedì 2 aprile 2018

Il mondo com'è (338)

astolfo

Algoritmo – Il numero misterioso di google ha una logica anche misteriosa. Si presuppone che digitando le parole tematiche della nostra ricerca l’algoritmo le connetta il più fedelmente possibile a un risultato logico, e anzi a quello che noi cerchiamo. Mentre è casuale. Digitando la traduzione italiana di una canzoncina francese degli anni 1950, oggi sacrilega, per vedere se anche da noiMaometto era profeta\ del grandissimo Allah\ Vendeva le noccioline\ al mercato di Biskra….”, dà cinque risultati, tutti su Galileo. O c’è una connessione velata – un Galileo islamico, p.es., come c’è un Dante islamico?
Qualche anno fa, quando alla ricerca google si accompagnavano annunci pubblicitari, la richiesta W.Benjamin, Uomini tedeschi, procurava un assedio di siti gay.

America First – Lo slogan di Trump non è una novità. L’ultimo precedente è nel primo numero 1970 della “New York Review of Books”, che - la rivista ricorda oggi - apriva con un lungo articolo sotto questo titolo firmato da Ellen Willis. “America First” era la cultura hip-pop. O il disincanto americano – “un sentimento diffuso che tutto si disintegra, compresa la stessa contro-cultura” – rispetto alle attese del Sessantotto e della rivoluzione culturale. Come rappresentato da Dennis Hopper, “Easy Rider”, e da Arthur Penn, “Alice’s Restaurant”.
Lo staff di Trump sostiene che “America First” è stata la formulazione di un giornalista che lo intervistava, che Trump ha poi adottato come slogan. Il conio politico dello slogan risale a Woodrow Wilson, che nel 1916 lo fece mettere in evidenza nei suoi manifesti elettorali – salvo rimangiarselo pochi mesi dopo, portando gli Stati Uniti all’intervento nella guerra europea, alla maniera oggi di Trump, che dimentica le intemperanze iniziali. Dopo Wilson, il repubblicano Harding adottò lo slogan, con più coerenza, per riassumere la sua avversione al trattato di Versailles e alla Società delle Nazioni.
Nel 1940 si creò negli Stati Uniti un movimento sotto questa insegna, “America First”, di avversari politici del presidente Roosevelt, repubblicani e democratici, nonché avversari dell’entrata in guerra. L’America First Committee nacque a Yale, l’università, mettendo assieme molti giovani oi d nome, i presidente Kennedy e Gerald Ford, gli scrittori Vonnegut e Vidal, il futuro presidente di Yale, Kingman Brewster, il giudice della Suprema Corte Potter Stuart, il diplomatico e politico Sargent Shriver, tutti democratici eccetto Ford, e tra quelli con più anni Henry Ford e l’aviatore icona Lindbergh, filofascisti. Prosperò fino a vantare 800 mila iscritti, ma si sciolse tre giorno dopo l’attacco giapponese al’inizio di settembre del 1941.
Un partito America First concorse alla presidenza nel 1944 col suo fondatore Gerald Smith, ma raccolse pochi voti. Un altro partito America First si annunciò nel 2002 con un programma di estrema destra, contro il disarmo, l’immigrazione, e ogni impegno internazionale, ma si perse dopo l’annuncio.

Colonizzatori – Sono stati celebrati fino a recente, nel pantheon degli eroi nazionali: gli esploratori, i conquistatori, i colonizzatori veri e propri. Kitchener, Rhodes, Lyautey.
Ancora nel 1977 il giornale progressista inglese “The Guardian” celebrava il primo aprile con uno speciale dedicato a San Serriffe, stato immaginario dei Caraibi, per i dieci anni dell’indipendenza, in forma satirica.

Giornalismo – Il giornalismo “giallo” è grigio. Non è a sensazione, anzi, è piatto. Si annuncia a lettere cubitali ma per rassicurare, come si fa per  bambini. Del giornalismo oggi più apprezzato, scandalistico, che sta accompagnando la stampa verso la buona morte, volontaria, vedeva i limiti oltre un secolo fa G.K.Chesterston in un saggio sulla “stampa gialla” compreso nella raccolta “Eretici”, del 1905.  “Il vero sensazionalismo può essere morale o immorale”, argomenta lo scrittore e polemista, che dice di sospirare per veri giornali a sensazione (“la loro timidezza mi offende”): “Ma anche quando è molto immorale, esige un certo coraggio morale… Quando si vuole essere tutto, il primo passo, e il più difficile, è di essere qualcosa”. Ci vuole uno zoccolo, o fondamento, una fede: “Quando uno è qualcosa, necessariamente sfida tutto il mondo”. Può sfidarlo senza essere niente, e per niente, e questo fa il giornalismo piatto”.

Il giornalismo è l’arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile”, scriveva amaro Stig Dagerman, di ritorno dalla Germania nel 1946,  all’amico Werner Aspenström (cit. da  Fulvio Ferrari in postfazione a S.Dagerman, “Autunno tedesco”). Il giovane scrittore svedese premetteva di non capire che “un piccolo sciopero della fame è più interessante della fame di molti”: “I tumulti per la fame sono sensazionali, ma la fame non è sensazionale, e quel che pensa la gente affamata e amareggiata diviene interessante solo quando la povertà e l’amarezza esplodono in una catastrofe”.

Imitazione – “Le nazioni più forti sono quelle che, come la Prussia e il Giappone, partirono da poco e furono abbastanza fiere per mettersi ai piedi dello straniero e imparare da lui” – G. K.Chesterston, ”Eretici”.

Islam-Italia – I mussulmani sono la comunità più temuta in Italia perché stimata attorno al 20 per cento della popolazione, mentre sono solo il 3 per cento. Nell’ambito della “percezione”, che sempre più prende il posto nella comunicazione e nell’opinione dei dati di fatto specifici che Nando Pagnoncelli denuncia come caratterizzante la situazione sociale dell’Italia nel 2018, la presenza degli islamici è uno dei fati più distorti. All’interno di una distorsione più generale sugli immigrati, che vengono percepiti come un terzo almeno della popolazione, mentre sono il 7 per cento dei residenti. O dei disoccupati, che si pensano essere il 50 per cento degli italiani, mentre sono l’11 per cento.  O degli ultrasessantacinquenni,percepiti anch’essi come la metà o quasi della popolazione, mentre sono il 21 per cento. Ma nella percezione contano anche altri fattori: la militanza, la forza, l’abuso. Ma non l’integrazione: moti islamici sono italiani a tutti gli effetti, cioè di secondo o terza generazione in Italia, e si trovano in tutte le occupazioni, private e pubbliche, a contatto col pubblico.
La percezione è anche un fatto di distribuzione, Un quarto del milione e mezzo dei mussulmani in Italia vengono dal Marocco. E poi, in scala, dall’Albania, la Tunisia, il Senegal.

astolo@antiit.eu

Perché non un Oscar si bambini

Un film dello squallore, alla periferia di Orlando, Florida, Disneyworld - ma questo lo sapremo alla fine. Un neo realismo trapiantato nel Millennio. Senza speranza: gli scugnizzi gìrovagano bradi, fantasiosi come tutti i bambini, in mondo di adulti in vario modo refoulés, madri lavoratrici o fumate, nonne e padri incapaci.
Un problema il film lo pone, questo come tanti altri in questa stagione: che cosa i critici vedono – che è il problema più grande dei media che hanno perso la funzione lro, di mediatrici per il pubblico. O si limitano a riprodurre i clichés che la promozione propone. Compreso Willem Dafoe da Oscar, che invece ha un ruolo minore. E un secondo problema semmai propone: quello degli attori cinematografici, che gli Oscar celebrano, mentre sono effetto di trucchi sapienti: del trucco propriamente detto, della fotografia, e della regia (inquadrature, montaggio). Di questo “Sogno chiamato Florida” un Oscar appropriato avrebbe allora meritato la piccola Moonee, Brooklynn Prince, da cui Le Guay estrae mille espressioni memorabili – oppure la madre-ragazza, Bria Vinaite, che però è un personaggio negativo.
Un film girato in fretta, con attori non di nome, eccetto le poche pose di Dafoe, venduto molto bene. Si dice il contraltare dell’American Dream, ma è molto poco. È un neo realismo non della povertà ma della miseria morale, l’American Dream vi figura anzi corretto, con le assistenti sociali, e l’aiuto ai bisognosi. 
Di Le Guay, una ventina di film all’attivo, si ricorda solo “Molière in bicicletta”, ma allora per merito degli attori, Fabrice Luchini, Maya Sansa e Lambert Wilson.
Philippe Le Guay, Un sogno chiamato Florida

domenica 1 aprile 2018

L’insostenibile bolla Usa


Miliardi in fumo come noccioline per il Datagate, i dati facebook rubati. Il titolo Facebok perde in dieci giorni 73 miliardi di capitalizzazione in Borsa, più di quanto è valutato tutto l’Eni. Alphabet, controllante di Google, ne ha persi 70. Tweet ha perso percentualmente il doppio. Non si potrebbe approfittare della “pausa Trump” per uscire dall’imbuto, da questa schizofrenia Usa? Approfittare dell’unanimismo di ripulsa che Trump genera.
Ci sono già stati in vent’anni almeno due crisi dei titoli della new economy prima di questa. Che ora colpisce gli indici maggiori, non il Nasdaq del piccolo mondo. E c’è stata la tremenda crisi bancaria. Ce ne’è più che abbastanza per provare una via non americana, non pù americana, alla sopravvivenza, se non alla crescita. Nessuna Spectre ch sia interessata, possibile?
La pirotecnica finanziaria non risponde allo sviluppo tecnologico. Che non è americano – non è solo americano. E counque è a disposizione di tutti. Dalla Germania al Giappone e anche all’Italia, o al Burundi, volendo. Bloccato è il mercato. E questo è americano. Ed è fondato sull’illusione e l’inganno: niente di “reale” si insiste a dire di questa economia che si ipervaluta, per non dire la verità, che è una montagna colossale di bugie e falsi reportage, per gonfiare “bolle” da fare periodicamente scoppiare aspirando i risparmi dei fessi.
Il primo a vendere Facebook è stato il creatore e padrone di facebook, Zuckerberg - che giusto ieri faceva l’anti-Trump…. Il caso Cambridge Analytica è un falso scandalo: tutti hanno sempre utilizzato, per proprie campagne commerciali e politiche, le identità che purtroppo ci costruisce addosso la rete, anche senza face book. E dunque? Ci sono stati molti guadagni nel crolo ultimo, dei titoli digitali – pagati come tutti dai risparmiatori onesti.
La fine del dominio americano è periodica, e da mezzo secolo ricorrente. Fa parte del “mercato”. Gli Usa non sono una bolla, perché hano tutto l’arsenale nucleare-cum-missili. E hanno tuttora tutte le banche e l’armamentario finanziario che ci tengono sotto scacco. Ma non sono più l’arsenale della pace e della libertà. E l’avventurosità americana si è moltiplicata a dismisura in questi anni della globalizzazione: imprevedibile, incontrollabile, violenta in quanto assurda, insostenibile. Per di più con molti sermoni, moralistici, puritani, e perfino democratici.

Il giallo è sacro

È il giallo un Ersatz del sacro, un misto di razionalità e giustizia in sostituzione del sacro? La notevole ipotesi, che Sciascia media da  Vittorini – in realtà da Oreste Del Buono che Vittorini prefazionava – e subito poi dal filologo Alberto del Monte, autore nel 1962 di una “Breve storia del romanzo poliziesco”, è la più “gialla” della raccolta, ma non la sola. Sciascia era lettore compulsivo di gialli. Quelli propri del genere, della collana il Giallo Mondadori, e in generale la letteratura del mistery o suspense – grande giallo è per lui “Delitto e castigo”, grande giallista Kafka, etc.. Scrisse del resto,  anche i racconti filologici, con la penna o tecnica della suspense, e ci ha riflettuto sempre sopra, più volte, in tutto l’arco della sua esperienza di scrittore, dal 1953 al 1984, se non da prima e anche dopo – il libro raccoglie 23 di una trentina di articoli disperse e di inediti ritrovati nel lascito in materia di giallo (altr scritti Sciascia stesso ha ricompreso in “Cruciverba”).
Il giallo-sacro lo stuzzica, è il tema su cui ritorna più spesso. Anche a proposito di Dostoevskij e di Kafka. Da spirito curiosamente religioso, anche se il sacro da cui la razionalità del giallo ci libererebbe labella di “tirannia del trascendente”  - a proposito di “Todo modo” dirà del suo romanzo, in contrasto col film politico che Petri ne ricavò: “Todo modo l’ho scritto in polemica con la Chiesa cattolica e in fondo anche con me stesso”. L’illuminazione-accostamento-rivelazione di Del Buono-Vittorini sostanzia con ripetuti richiami alla “grazia” che accompagna il detective, nella specie teologica della “grazia illuminante”.
“Giallo” Sciascia scrive tra virgolette, come di materia inafferrabile. Ma, a dispetto del disprezzo che il genere raccoglieva ai suoi tempi, ne ha grande opinione, progressivamente sempre più convinta.  Ne scrive con competenza già nel 1953, ai trent’anni – da addict, sembra di capire, uno da un giallo al giorno. Con fiuto: “Un giallo che vi farà dormire”, scrive, sarebbe migliore pubblicità. Una corda costante, l’editore non si è trovato a corto di materiali. Premiata, se ne nacqua una sorta di “stile Sciascia” della suspense: Garcia Marquez, fa notare il curatore, farà riferimento nel 1982 a un “metodo Sciascia” per il suo “Cronaca di una morte annunciata”, 1981, dopo “L’autuno del patriarca”.
Con qualche confusione. Nella “Breve storia”, 1975, attribuisce a Maigret”modi da fronte popolare”, mentre Simenon rischiò il processo per collaborazionismo, per sfuggire il quale emigrò in Nord America, in Canada e poi negli Usa. Di Kafka opina che faccia il giallo su sfondo del Vecchio Testamento, non lusinghiero. Il giallo dice “letteratura di nevrosi” – “nevrosi di una società che ha perduto il gusto del sacro”, di nuovo.
La raccolta, curata da Pasquale Squillacioti, che in una lunga nota ne situa i diversi pezzi, nella cronologia e nei contesti di riferimento (non in tutti, purtroppo: mancano Prezzolini, lo stesso Vittorini con Del Buono, e altri), è costituita da recensioni: molti Simenon,  Chesterston,  Spillane, Dürrenmatt, De Angelis, A.Christie, Augias, Burnett, Holiday Hall. Con almeno tre note di rilievo: Una “Breve storia del romanzo «giallo»”, 1975, “Letteratura sul «giallo»”, 1953, “Appunti sul «giallo»”, 1954.
Leonardo Sciascia, Il metodo di Maigret, Adelphi, pp. 191 € 13