sabato 21 aprile 2018

Ombre - 412

La guerra americana alla Russia si spinge a negare i visti ai ballerini del Bolshoi. C’è da piangere o da ridere?

Kim Jong-un lanciava  missili: titoli cubitali, guerra nucleare, paura. Kim Jong-un rinuncia ai missili, una non notizia. Per non fare un favore a Trump? La Corea è lontana? In effetti è lontana, molto.

Un mese e mezzo dalle elezioni e non una proposta di governo. Solo geometrie: con questo meno quello più qualcosa di quell’altro. Come fare una maggioranza di voto - tanto poi ognuno cambia casacca. È tutto qui il nuovo? Un cerimoniale, e il più vieto. Ed è celebrato.

Si celebra poco la sentenza di Palermo sullo Stato-mafia. Il giudice Alfredo Montalto ha sorpreso anche i colpevolisti, anche la pubblica accusa, e i giornali più schierati. Anche se ha offerto loro in preda qualcosa che i Pm non avevano osato: Berlusconi.

Nessun dubbio che Montalto avrebbe condannato. Con una giuria di donne da cui si è fatto circondare per immortalarle alle lettura della sentenza, fresche di parrucchiere, ma la giuria in Italia non conta. Mannino, per sfuggire a Montalto, ha scelto il rito abbreviato ed è stato assolto.

È sfuggito a Montalto il pesce grosso, Berlusconi, Che ha inseguito nei lunghi anni di dibattimento in vari modi. Memorabile la trasferta in mondovisione in onore di Spatuzza, il centomicida che ha visto la Madonna. Ha rimediato in extremis, reintroducendo in sentenza Dell’Utri, “ “limitatamente alle condotte contestate come commesse nei confronti del governo presieduto da Silvio Berlusconi” - anche se il governo Berlusconi è venuto un anno dopo.

Il processo Stato-mafia è durato oltre cinque anni. Si può pensare che le sei persone della giuria popolare si siano fermate per sei anni? Che senso ha e che peso la giuria popolare nel processo italiano?

Un capo della Polizia destituito dal presidente eletto, che va in televisione, dopo un anno, a denunciare lo stesso presidente come un “capomafia”, complimentato dai media, non si era ancora visto. Ma gli Stati Uniti sono questo: si dicono puritani ma per fare bordello. Informazione? Opinione pubblica?

È singolare la campagna dei media americani contro Trump. Il “New Yorker” trova analogie fra Trump e il papa Francesco. “The Nation”, l’equivalente de “il Manifesto”, apre invece con Lutero: “Come Martin Luterò aprì la strada a Trump”. Si può essere anticlericali e antitrumpiani, ma questi fanno l’opinione pubblica mondiale.

Intervista a sorpresa del “Corriere della sera” a Vialli. Uno si chiede: perché, cosa è avvenuto? L’ex centravanti, che guadagna in Italia e paga le tasse a Londra, serve per dire che l’arbitro di Real Madrid-Juventus è ottimo: “È inglese, lo conosco e dico che è al di sopra di ogni sospetto”.  Se no la regina gli toglie la residenza?

Si ascoltano su Sky Vialli e Mauro, ora anche Del Piero, ex juventini, schierati, nell’equilibrio del tifo del piccolo schermo, a denigrare la loro ex squadra. Di cui sempre, a ogni partita, sottolineano qualche torto. Non li ha fatti guadagnare abbastanza?

Vialli e Mauro fanno impressione. Il centravanti perché la Juventus dovette difenderlo in un’astiosa polemica di Zeman che lo diceva drogato. Mauro perché è dirigente del club di golf di Alberto Agnelli e sua madre. L’astio come segno di indipendenza?

I dividendi distribuiti per il 2017 dalle maggiori 1.200 società mondiali Janus Henderson, la società britannica di consulenza finanziaria, calcola in 1.2452 miliardi di dollari. Dei quali un terzo va agli azionisti delle società americane: 438 miliardi. Agli azionisti delle società giapponesi vanno 70 miliardi, dell’area Asia-Pacifico 140, della Gran Bretagna 96, del’Europa 227. L’Europa, che ha una popolazione di 500 milioni di abitanti, contro  i 330 degli Usa, e un pil analogo, 19 mila miliardi di dollari, guadagna la metà.

Torna Marx in clandestinità

Un polpettone nostalgico. Di quando c’era la passione politica e si pagava anche cara, con proscrizioni e vite in affanno. Senza voli pindarici, e senza effetti d’immagine. L’obiettivo è ristretto sui visi e i busti dei personaggi, le luci brunite. La storia fluisce scolastica, tra Marx e Engels, con Bakunin, Proudhon, Ruge e altri socialisti di metà Ottocento. Senza promozione anche, né commerciale né critica – le critiche si limitano alle tramine. Che tuttavia incontra: il pubblico c’è, a ogni proiezione, ormai da un paio di settimane, a Roma in cinque sale, a Milano in tre.
La storia segue Marx in esilio a Parigi e a Bruxelles con la moglie Jenny von Westphalen, e una bimba, poi due, in strettezze di ogni tipo, sempre intento a chiarire il progetto politico. E Friedrich Engels, uno dei tedeschi industriali del cotone a Manchester, in dissidio col padre, studioso dei fatti sociali, che si lega sempre più a Marx. Due anni di dibattiti, senza un finale – giusto una didascalia per annunciare il Quarantotto, la rivoluzione del 1848.
Perché questo film si fa vedere è il maggior motivo d’interesse. Tanto più che la vicenda è arcinota ai cultori della materia, comune a tutti i fuoriusciti di quegli anni, Mazzini eccetera. È un pubblico diviso. Tra persone in età, quindi presumibilmente nostalgiche. E ventenni. Non ci sono le età di mezzo. Questo può non voler dire nulla, le età di mezzo hanno anche poco tempo libero, forse non tanto per andare al cinema. Ma forse no: sono le generazioni perdute alla politica, quella che oggi dominano. Si vede “Il giovane Karl Marx” come al suo tempo si vivevano le Leghe, quasi clandestinamente.
Un motivo di interesse può essere il lato privato di Marx, che per i più è una scoperta. Vige ancora la lettura del personaggio ideologo, teorico, dottrinario. Ma la vita conta. E contano gli interessi extrapolitici, che nel film bene o male emergono..
Raoul Peck, Il giovane Karl Marx

venerdì 20 aprile 2018

Problemi di base critici - 414

spock

Il critico è Prometeo?

O promotore?

Gratis?

L’arte si è spostata sulla pubblicità?

Leggere oggi costa fatica, si fa prima a scrivere” (Giuliano Vigini)?

Sarà il Millennio senza lettere?

Se non si mangia non viene l’appetito, e se non si legge?

spock@antiit.eu

Quanto era mediocre il temibile Himmler

I documenti privati di casa Himmler furono trafugati nel 1945 da due soldati americani come preda di guerra. Una parte, subito riacquitata da un maggiore, fu da questi poi legata a un’università americana, e infine acquistata dagli archivi di Coblenza. Una parte è riemersa pochi anni fa a Tel Aviv, non in originale ma in microfilm. Sono letlere fra Himmler e la moglie Marga, un diario di Marga, il diario della figlia della coppia, Gudrun, tenuto dala mare, e pochi appunti. Le lettere sono qui riprodotte.
Materiali di nessun interesse specifico. Se non che Himmler e la moglie erano persone normali, ordinarie, in contatto costante, epistolare stanti gli impegni politici di lui, un organizzatore, sempre in trasferta. Anche nel quarto periodo della corrispondenza qui riproposto, 1939.1945, quando Himmler aveva una seconda famiglia, con la segretaria. “Mia cara, bella, “cattivissima” mogliettina d’oro” è il tono. Gli interessi minuti. Soprattutto quando i coniugi poterono permettersi una casa in campagna presso Monaco, il loro ideale. “Cuocere la marmellata di bacche di sambuco”, si scrivono di queste cose,”sbucciare i cornioli”, raccogliere le prugne e farne marmellata, imparare la “capponatura” dei galli – imparano su un gallo morto. Gli Himmler - lui si presenta al Bundestag, nella Navicella 1930, come “agronomo laureato” e pollicultore, “proprietario di un piccolo allevamento di volatili” -  vi avviarono una pollicoltura commerciale. Razzisti entrambi d’istinto e senza dubbi, in un orizzonte ristretto alla sola Germania, dove il diverso è l’ebreo – non ci sono eventi esterni, neanche nei sei anni della guerra. “Mio Dio, che faccia da «ebreo» ha il dott. Goebbels!”, lamenta lei in una delle prime lettere (“Caro signor Himmler”), “Se non fosse che sopra ha i capelli pettinati…”. Lui fra i tanti titoli privilegierà quello di Commissario del Reich per il consolidamento del corpo etnico. Nella Polonia soggiogata, a Zakopane, scopre i gorali, popolazione slava che però è “di origine germanica” e può essere “germanizzata”. Lei crocerossina in guerra in Polonia annota nel diario: “Questo popolo polacco non muore tantofacilmente di malattie contagiose: sono emunizzati (sic). Difficile da comprendere”.
Fu ciò che univa i due coniugi. Che sempre si congratulano di essere “nordici”, benché lui sia bavarese, ignominia in Prussia, e anche a Amburgo. Lui è pure devoto: “Non mi capita spesso di andare devotamente in chiesa,  ma vado sempre alla messa di Natale, soprattutto nella grandiosa cattedrale gotica”. Ed è di ambizioni marziali - si firma “lanzichenecco”. Benché gracile, di 65 kg., molto miope e dallo stomaco debole: in gioventù non era andato oltre il grado di capo squadriglia degli Artamani, una sorta di boy-scout bavaresi cresciuti. Lei “vista subito come una creatura molto energica”, così le scrive l’innamorato, lo vezzeggia mentre ancora gli dà il lei come “testa di mulo”. Nel 1939, a seconda famiglia avviata, Himmler emanò un “Ordine sulla procreazione dei figli”, di propaganda della bi-e trigamia, allo scopo di moltiplicare la razza, mantenendo l’unità patrimoniale nel primo matrimonio. La Germania nazista fu molto ordinaria.
L’apparato è però di tutto rispetto. Con l’inquadramento storico, lettera per lettera, evento per evento. Di personalità anche minori e minime. Con un repertorio biografco dettagliato dei nomi citati – eccetto che di Marga (è del 1893, lui è del 1900). E una bibliografia ampia. Un libro in realtà di Katrin Himmler, pronipote, e dello storico Michael Weildt.
Nell’ordinario dei due coniugi rientra il genocidio. Himmler non lo nasconde, scrivendo alla moglie. Neanche se ne vanta, è il suo lavoro. È l’unico elemento di rilievo storico che resta alla lettura: due persone ordinarie, razziste d’un pezzo, che ritengono normale lo sterminio del nemico, che lui organizza, fin dai prim esperimenti di morte a basso costo, coi gas di scarico dei camion. Lei infermiera, divorzata, più grande di lui di sette anni, poi occhiuta agricultrice, e in guerra di nuovo con la Croce Rossa tedesca. Lui emerso in una faticosa carriera di imbonitore, su e giù per la Germania per conto del partito nazista. Un  uomo senza qualità che diventa il capo di tutte le polizie, dopo essere stato l’organizzatore dei campi di concentramento a partire dal 1933, un
migliaio, e nel 1941, dopo l’attacco all’Unione Sovietica, dei campi di sterminio, di ebrei, russi, polacchi, zingari. Due persone normali e uguali, nella differenza: “Una mentalità prussiana da un lato”, constatano i curatori, “bavarese dall’altra; una confessione protestante per l’una, cattolica per l’altro”, ma buoni tedeschi, razzisti e rancorosi.
Un matrimonio banale che dà un altro spessore alla grande storia. I curatori lo ricordano: l’inquadramento di Katrin Himmler e Michael Wildt non lascia ombre sulla determinazione di Himmler a portare a effetto la Soluzione Finale, nel quadro dell’eliminazione di ogni elemento avverso. Per quanto riguarda gli ebrei, la decisione sarebbe stata presa al Wannsse il 20 gennaio 1942, ma di essa non ci sono documenti né altro tipo di prove. Il 4 e 6 ottobre 1943 è invece documentata la riunione dei vertici delle SS convocata da Himmler a Poznan, dove espose con chiarezza, con la richiesta del segreto,  la volontà di sterminio. Ribadendolo in almeno altre cinque occasioni, fino a giugno 1944.
Dire Himmler mediocre è il meno. Cultore di divinità e feste “germaniche”, Waralda o l’Antico, la Julfest, il solstizio d’inverno – la preparava lungamente. Teneva riunioni esoteriche nel castello di Wewelsbug a Paderborn, l’accampamento di Carlo Magno, Jünger vi ha partecipato: inviarono Ernst Schäffer a cercare il Graal a Montségur, vicino Lourdes, e dal Dalai Lama – il Graal lo cercherà, personalmente, anche a Montserrat, in Catalogna. Gli zingari volle morti quando si convinse che discendevano anch’essi dai goti e dai vandali, gli invincibili, che erano cioè suoi parenti stretti. Lui era piuttosto per i celti: organizzava in guerra nei paesi occupati la rivolta dei popoli celti. Curava lo sterminio nei dettagli, infuriandosi per i disservizi. Ad Auschwitz, per dire, invece dei tre convogli giornalieri previsti, un giorno non arrivava nulla e il giorno dopo ne arrivavano cinque, sei. L’inefficienza di Auschwitz portò allo sconforto Höss, che smarrì il cameratismo. Himmler glielo rimproverò: “Ad Auschwitz non c’è spirito di cameratismo”. Lui stesso però non mise mai ordine nello sterminio: le sue circolari si contraddicevano. Con Walter Darré, altro capo Artamano e razzista, fonderà l’Ahnenerbe Studiengesellschaft, la società delle SS per la ricerca degli avi. Con la quale arruolò duecento scienziati, per cercare, in missione spesata con amante, gli “ariani” nel mondo. Prima che nel Tibet l’archeologo Altheim li aveva trovati in Val Camonica, in compagnia della fotografa Erika Trautmann, donna che dava grandi soddisfazioni ai gerarchi nazisti. Concludendone che l’antica Roma era “ariana”, anche se ciò sconfessava Arminio. La coppia Altheim-Trautmann ripetè la vacanza in Siria, Iraq e Romania. Qui, trovandosi sul Mar Nero, propose di ripopolare di “ariani” la Crimea, ripulendola degli ebrei. Hitler vi destinò i tirolesi di Bolzano che avevano optato per la Germania nel ‘39, “i goti sopravvissuti alle glaciazioni”. Altri invece, nell’ottica di elevarsi in altezza come in Tibet, scoprirono gli “ariani” in Bolivia. Lui personalmente, in ferie per due settimane  a Taormina a fine 1937, tentò di annettersi la Sicilia in una coi Sudeti, avendo individuato un’origine tedesca dei locali flauti a zufolo, subito confortato da germanici istituti di ricerca, e da torme di neo antiquari, tra essi il fotografo locale, signor Galifi Crupi – trascurando, per la fretta, il fatto risolutivo: anche i siciliani mettono il verbo in coda. Si fatica a pensare che in paese gli abbia obbedito, abbia obbedito a Himmler. Lo sterminatore, ministro dell’Interno, capo delle SS e della Gestapo, capo dell’amministrazione dei territori occupati, era uno da poco e da ridere. Uno che si voleva la reincarnazione di Enrico I, detto “l’Uccellatore”, fondatore della nazione tedesca.  Di che derubricare la Storia. Era del resto apprezzatissimo in Italia, dagli Attolico e non solo: “È stato accolto in Italia con immensi onori”, registra Marga.
Fu mestatore tra i più attivi tra i collaboratori di Hitler. All’inizio del ’44 tentò di uccidere Speer, tramite il famigerato dottor Gebhardt che l’aveva in cura, suo fedelissimo e per questo a capo della più moderna struttura ospedaliera di Berlino. Nella primavera del 1945, a guerra perduta, fu tra i più attivi traditori di Hitler con gli Alleati. Cercò contatti con tutti: il capitano Payne Best, il barone Parrilli, il conte Bernadotte, il principe Fürstenberg. Poche settimane dopo essersi ascritto lo sterminio degli ebrei, un anno dopo l’agognata nomina a ministro dell’Interno, e dopo aver cercato per dieci anni la religione degli avi, della razza indo-germanica, ai suoi a fine 1944 consigliava: “Mettetevi in salvo! Nascondetevi nella Wehrmacht!”, meglio ancora nella Marina. Con Ley e altri persecutori pensavano di fare pace con gli ebrei. Pensavano di resuscitarli? Quando fu catturato si avvelenò per la vergogna – e il veleno gli fu fornito perché non parlasse.
Resta alla fine la sensazione della cronaca minuta di un disastro, spirituale e pratico, impensabile se non si fosse prodotto. Si progetta il “cambiamento di popolazione” della Polonia nel 1939, su ordine di Hitler. Himmler estende l’incarico alla Russia e all’Ucraina, subito dopo l’attacco: si trattava di costituire “un muro di sangue germanico” dal Baltico alla Crimea, spostando verso la Siberia 30 milioni di russi, polacchi, cechi e ucraini. E in parallelo di “ravvivare del sangue germanico” un 20 per cento di polacchi”germanizzabili”, un 35 per cento di ucraini, e un 25 per cento di bielorussi, seminando nei loro territori “contadini tedeschi armati”. Roba che perfino la figlia di Himmler, Gudrun, dodicenne, sapeva. Che la Russia non si poteva prendere, e al suo “papino” scriveva un mese dopo l’attacco, il 21 luglio 1941: “È spaventoso che facciamo guerra alla Russia. Erano comunque nostri alleati. La Russia è talmeeente grande; se attacchiamo tutta la Russia, la battaglia sarà molto difficile”.   

Heinrich Himmler, Il diario segreto, Newton Compton, pp. 378, ill. € 5


giovedì 19 aprile 2018

Letture - 342

letterautore

Femminista – G.K.Chesterston vede chiaramente già nel 1910 (“Cosa c’è di sbagliato nel mondo”) essere “chi disprezza le principali caratteristiche femminili”.

Giallo – Tutto all’improvviso è giallo, dalla Bibbia in poi. E l’Odissea, perché no? O l’Iliade, con la suspense dei duelli, i trucchi, i rapimenti di persona. Fruttero proclama “giallo” anche “I miserabili”, “Da una notte all’altra”, p. 93.

Greco – Nell’ironica difesa della public chool inglese  che considera all’origine dell’immoralità pubblica allora a Londra, e dell’ineffettualità della politica (è il tema centrale di “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”, 1910) – Chesterston critica chi critica l’uso del greco nelle stesse scuole – “fa impazzire che, quando si attacca un’istituzione che realmente richiede una riforma, la si attacchi per i motivi sbagliati”: “Così molti oppositori delle public schools, immaginndosi molto democratici, si stremano in un attacco senza senso allo studio del greco”. Si può capire, aggiunge, “che il greco possa essere considerato inutile”, ma non antidemocratico: “Non capisco come possa essere considerato antidemocratico”. Non capsico, cioè, che i democratici in particolare si oppongano “all’insegnamento dell’alfabeto greco, che fu l’alfabeto della libertà”. In particolare, “perché i Radicali disprezzano il greco? In quella lingua è scritla la prima e, sa il cielo, la più eroica storia del partito Radicale. Perché il greco dovrebbe disgustare un democratico, quando la stessa parola democratico è greca?”.                                                                                               

Jünger – “Privo della retorica bellicosa”, nota Fruttero, ed è vero, è la sua specificità. Nel libro-rivelazione, “Nelle tempeste d’acciaio”, e dopo.

Kipling – “L’idealismo coloniale di Rhodes e Kipling” Chesterston menziona in “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”) non sfavorevolmente. Non apprezzando l’imperialismo: “I coloni” dice “soprattutto cockneys (i londinesi poveri, n.d.r.) che hanno perduto la loro ultima musica delle cose reali”. Ma per Kipling è diverso: “Rudyard Kipling, uomo geniale benché decadente, ha lanciato su di loro un glamour immaginario, che sta già appassendo. Ma Kipling è, in un senso preciso e piuttosto sorprendente, l’eccezione che prova la regola. Perché ha immaginazione. Di una specie orientale e crudele, ma ce l’ha. E non perché è cresciuto in un paese nuovo, ma recisamente perché è cresciuto nel più vecchio paese sula terra. È radicato in un passato. Un passato asiatico. Non avrebbe mai potuto scrivere “Kabul River” se fosse nato a Melbourne”.

Licenziamenti – Riportano l’uomo alla condizione di schiavo. È una delle “scoperte” di G.K.Chesterston in “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”: “Un pagano parlava di un padrone di dieci schiavi come un moderno parla di un uomo d’affari che licenzia dieci dipendenti: «È orribile, ma in che altro modo si può regolare la società?»”.

Olla podrida – Il Treccani registra la voce spagnola come :un “vivanda tipica, consistente in una minestra composta di carni varie, salsicce, lardo, legumi e spezie”, e cita Galilei, come di pietanza spagnola italianizzata: “Questo mi pare il medesimo che se altri chiamasse il pane corpo misto e corpo semplice l’ogliopotrida”. Un secondo significato registra come “mescolanza di cose eterogenee”. E cita Montale: “Gli acculturati i poeti i pazzi Le macchine gli affari le opinioni Quale nauseabonda olla podrida!”. Più tipica – ma non più ricorrente – ricorre in questo senso figurato. Ma va registrata (P. Englisch, “L’eros nella letteratura”, 273) anche una “Ollapotrida des durchgetribenen Fuchsmundi” di J.A. Stranitsky, “opera iena di spiritosaggini fecali e  sessuali”, pubblicata nel 1711. Stranitzky è stato un attore da commedia del’arte e burattinaio, nonché autore di teatro austriaco.

Parroco - È, secondo il Rocci, “chi è collocato presso il carro”: il paraninfo, il pronubo che accompagna gli sposi nel carro nuziale.

Populismo – “Che cosa c’è di così sbagliato nel distribuire terre gratuitamente ai poveri?”, domanda Rufo, il giovane di studio di Cicerone, nel romanzo di Robert Harris, “Conspirata”, 2009, il secondo della trilogia su Cicerone che prefigura in poche righe un quadro preciso del populismo, nella forma cui allora indulgeva Cesare per fondare la sua dittatura, “il quale, come tanti giovani, aveva simpatie populiste”: “Almeno, Cesare si preoccupa per loro”. “Si preoccupa per loro?”, obietta Cicerone, “Cesare non si preoccupa per nessuno, tranne che per se stesso! Credi davvero che Crasso, l’uomo più ricco di Roma, si preoccupi dei poveri? Vogliono distribuire la terra pubblica, e in ogni caso senza oneri a loro carico, per crearsi un esercito di sostenitori”. Quanto ai poveri questuanti, può obiettare Cicerone, “quello che vogliono è il cibo, non le fattorie”.

Sofri – Le Carrè l’aveva previsto, “La spia perfetta”, 514 – o no, Orwell prima di lui: ““Non hai letto Orwell? Non sai che questa è gente capace di riscrivere il tempo che ha fatto ieri?” “Lo so”, disse Pym”.

Unione Sovietica – È una parentesi vuota nella creatività russa. Le celebrazioni del centenario della rivoluzione d’Ottobre hanno inciampato in questo vuoto.  Settant’anni di niente in tutte le arti, e in poesia e in prosa. Ha raccolto una fervida tradizione innovativa e rivoluzionaria, e l’ha tacitata, quando non suicidata. I tanti insorgenti ha tacitato o proscritto, Mandel’stam, Achmatova, e poi Brodkij, Solgenitsin, lo stesso Pasternak. Malevič è arrestato, i suoi abbozzi e appunti distrutti. Šostakovich rinnegherà. Ejženstjn fu più boicottato che prodotto.  i compromessi col regime. c. In musica Šostakovic. Solo la critica fu rispettata, fino a Bachtin, soprattutto la corrente formalista:  Šklovskij, Propp, Jakobson, Osip Brik, Tynjanov, Ejchenbaum – perché non era letta?

Verga – Braudel, “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”, ha un Ibn Verga, scrittore spagnolo del ‘500, polemista contro gli ebrei. Wikipedia registra due Ibn Verga: Judah, del ‘400, e Solomon, del primo Cinquecento, entrambi ebrei, il primo apprezzato come giurista e cabalista, il secondo marrano, in un primo tempo, poi rifugiato in Turchia, che scrissero entrambi delle persecuzioni contro gli ebrei.

letterautore@antiit.eu

Il fascismo dell’amore

Un macigno della preistoria, anche se ci sono ancora principi che si fanno le cameriere, riedito dalla Biblioteca di via Senato qualche anno fa forse come classico dell’umorismo malgrado la cura editoriale (non un errore di stampa nelle lunghissime citazioni in latino, tedesco, francese). Più pesante di Schopenhauer, malgrado il poco peso specifico: “La donna è preda”, “l’antifemminismo del femminismo”, etc.
O è Rensi, benché perseguitato politico, il filosofo che manca del fascismo, più e meglio di Gentile? Autore di “Filosofia dell’autorità”, “Il demiurgo”, “Teoria e pratica della reazione politica”, ha filosofato prima di questo “breve saggio sulle disarmonie naturali”.
Giuseppe Rensi, Critica dell’amore, Biblioteca di via del Senato, remainders, pp. 161 € 4,90

mercoledì 18 aprile 2018

Il mondo com'è (340)

astolfo

Centro -  È scomparso in Italia, il centro politico, o il centro è in Italia ubiquo? Al centro degli interessi, personali, familiari? O per l’amico?
Fino al 1992 i flussi elettorali non variavano in Italia che di un 5 per cento, fra due milioni e due milioni e mezzo di elettori Che spostavano  governo, fra centro-sinistra e centro-destra, ma sempre ancorati al centro. Dal 1994 in poi il voto mobile si è ingrossato di tre e quattro volte, contando anche quello che si astiene.  La verità è che il centro politico non era – non è – “organizzato”: censito, seguito, mobilitato.  È un sentiment, ch ora è o inespresso (astensione) o agitato (balzi elettorali), in Sicilia anche da un mese all’altro, tra le Regionali 2017 e le politiche 2018).

Africa cinese – La Cina è il maggiore investitore in Africa. In infrastrutture. E in industrie. Ha partecipazioni nelle maggiori riserve minerarie. Il litio, con cui si fabbricano le batterie della futura mobilità elettrica, è in Africa di proprietà cinese al 90 per cento.
Si dice la presenza cinse in Africa decennale. A partire dai primi investimenti finanziari e industriali. Ma la Cina si era presentata in Africa negli anni 1970 ovunque, dalla Tanzania allo Zaire. In teoria a sostegno delle guerre per la liberazione dell’Africa. Di fatto n funzione antisovietica, in Africa come in Asia, e anche in Europa - con successo in Albania. Più che in armi e “volontari”, peraltro, la presenza cinese in Africa già allora si dispiegava in campo economico, con molta manodopera, qualificata e a basso costo, per le  infrastrutture – strade, ponti, dighe.

Grande Balzo – S’intende quello cinese, il Grande-Balzo-in-Avanti, decretato da Mao sessant’anni fa, nel gennaio 21958,  che ha provocato la più mortale carestia della storia: fra 30 e 60 milioni di cinesi morirono di fame in tre anni, più dieci milioni di profughi verso la Manciuria, su una popolazione cinese allora di 650 milioni. Otto milioni nello Henan, otto nell’ Anhui, sette e mezzo nello Shandong, nove milione nel Sechuan.
Mao voleva raggiungere in un colpo il benessere occidentale, con un colossale sforzo autarchico – erano gli anni in cui la Cina era isolata, anche nel sistema sovietico. Le campagne, deprivate di risorse (sementi, concimi, utensili), condannarono a morte la popolazione agricola, e quella urbana in conseguenza, poco rifornita di prodotti di prima necessità.
Sul fallimento del Grande Balzo s’innestò la Rivoluzione Culturale, con le Guardie Rosse e quella che sarà poi condannata come Band a dei Quattro, e i campi di concentramento (laogai) per 40 milioni almeno di cinesi. Il Grande Balzo è tema ancora tabù in Cina. Non nei libri di storia, né in dibattiti pubblici.
La nuova politica era stata preceduta dalla cosiddetta “campagna dei cento fiori” all’interno del partito (“che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino” era lo slogan di Mao), per mantenere elevato il ritmo di sviluppo intrapreso dall’economia con il primo piano quinquennale. Altri sviluppi Mao non ne vedeva. Un prestito americano, negoziato da Ciu Enlai nel 1956, all’ultimo era stato bloccato da Washington – l’America, disse Mao, non è disposta a dare “un pasto gratis” alla Cina. E l’Urss, con cui c’erano comunque frizioni, era impelagata nelle rivolte europee.  Due anni dopo fu lanciato il trasferimento del risorse dall’agricoltura all’industria.
Né c’era solo il fronte interno. A cavaliere del 1960 Mao volle accelerare anche l’accreditamento estero della sua Cina. Contenziosi erano aperti con gli Usa su Taiwan, con l’India sul Tibet, occupato dieci anni prima, col l’Unione Sovietica nella regione autonoma del Sinkiang, a maggioranza uigura.

Impero  L’organismo politico forse più duraturo. – e probabilmente si può anche argomentare se non sia stato il primo, sulla base della patria potestà. Dell’unità tribale-sociale gerarchica estesa successivamente all’esterno: la conquista come suo ampliamento. La storia è storia di imperi: in Cina, in India, in Egitto, nella Mesopotamia, in Persia. E poi a Roma, e nel Sacro Roman o Impero, per quanto volatile. In Spagna, in Inghilterra, in Russia. – la Germania ci ha provato due volte e ha fallito l’occasione.
L’impero americano non è dichiarato, ma si vuole mondiale: gli Stati Uniti sono di ogni tipo di conflitto, in ogni luogo.

Italia – L’impasse politica si può vedere anche in questo modo. Che un italiano su due è un ex fascista o un ex comunista.  E dell’altra metà, molti sono loro figli. Che, anche se contrari, hanno mediato un certo modo di intendere la politica: messianici, faziosi. Il fascino ch legava entrambi  i fronti è obsoleto, dopo il crollo, o spento, e forse non c’è nemmeno nostalgia, ma l’abitudine mentale sì, al votare “contro”, al tanto peggio tanto meglio, alla Repubblica mai veramente riconosciuta.
La democrazia viene con le generazioni. Viene col voto, ma dopo alcune generazioni.

 Fuori dai palazzi e salotti sempre più prudenziali e fossili, si possono ascoltare posizioni popolari molto risolute. A Genova, in una lotta armata corpo a corpo, un colpo può scappare a chiunque, e le vittime saranno sempre a caso. Ad Arezzo, c' era l' autostrada, in mezzo. E passeggiando nei quartieri di destra: se le squadracce tifose avessero attaccato le sedi della polizia e del 113, il Duce avrebbe fatto intervenire l'esercito, e qualche morto e qualcuno in carcere sarebbero stati sufficienti. Ma a sinistra: basta con i buoni sentimenti vocali e strumentali e mediaticamente corretti, per i problemi grossi e veri bisogna pagare di persona e di tasca propria. E andare non alle feste ma nelle baracche, portando soldi in contanti, offrendo ospitalità concreta. E non solo anime belle con parole politicamente buone. Idee ormai confuse, forse?” – è Alberto Arbasino (ridotto su “la Repubblica” alla rubrica delle lettere), 17 novembre 2007

Sesso - Il sesso è denaro, si dice, hanno le stesse radici di possesso: chi ha l’uno non cerca l’altro. Sarà dunque il sesso un Ersatz per i poveri, surrogherà il denaro? Marx non ne sarebbe contento, ma è qui il segreto del matrimonio, del suo perdurare, l’amore in quanto sesso, del rapporto di coppia privilegiato sul lavoro e gli affari. Che sempre sono domestici e sono vincolati. E perfino sullo studio e la lettura, che devono restare svago a pena del delirio, sempre in agguato sui piaceri solitari. Più della procreazione, che in un certo senso è obbligata, e può fare a meno del rapporto.
La legge è stata a lungo contraria al sesso, la legge della monogamia: di ceto, di clan o di tribù, di razza matrilineare per gli ebrei. La mésalliance è stata ed è il divieto maggiore, più dell’incesto. Ma il sesso è sempre stato più forte dei divieti: è necessario confessare una relazione carnale per ottenere una dispensa tra parenti, o dall’interdizione tribale, sociale, religiosa.
Il  sesso c’era insomma, era più forte della legge, e ora soccombe al legalismo igienista dell’America: se si fa è per purgarsi.

astolfo@antiit.eu

Dalla monarchia alla Democrazia Cristiana

Il “Corriere della sera” inaugura la riedizione della “Storia d’Italia” di Montanelli e Cervi in 22 volumi (più una “Storia dei greci” e una “Storia di Roma”) con il sedicesimo, sui due anni cruciali dal referendum istituzionale, 2 giugno 1946, alle prime elezioni politiche con la Costituzione repubblicana, il 18 aprile 1948. La riedizione esce anche per i settant’anni del 18 aprile, che aprì l’epoca della Democrazia Cristiana, e il direttore del “Corriere” Fontana opportuno ripropone lo sgomento di Nenni dopo la sconfitta elettorale, inattesa, tanto più per la grande vittoria “bianca”: “Come mai ci è sfuggito il senso di paura al quale dobbiamo la sconfitta? Siamo dunque così staccati dal paese da non saperne più controllare i sentimenti e le opinioni?”.
È un po’ una storia alla Don Camillo - Montanelli era ancora di destra, ma sapeva dosare i pesi. Mentre quei due anni furono durissimi: lo scoppio della guerra fredda, l’evizione dal governo dei socialcomunisti, con la rottura del patto di liberazione nazionale, l’entrata massiccia del Vaticano nella vita politica. È però una storia sempre leggibile. Specie negi interstizi. Un”Poscritto” riabilita Salò in anticipo – “L’Italia della Repubblica” è del 1985: “Nel Nord occupato dai Tedeschi la strafe, il castigo, annunziato da Hitler dopo l’8 settembre, era stato attutito dalla Repubblica di Salò (questo è un merito che non le si può contestare)”. E Guareschi, l’autore di Don Camillo, si cita subito dopo a proposito per l’epoca, al rovescio del futuro persona
Contestata all’uscita, come opera di divulgazione, e di parte, di destra, oggi l’opera dei due giornalisti fa figura di opera storica.
Indro Montanelli-Mario Cervi, L’Italia della Repubblica, Corriere della sera, pp. 259, omaggio

martedì 17 aprile 2018

L’America è un altro mondo – addendum

Aggiornamenti s’impongono al post di sei mesi fa,

Il “New Yorker”, che ogni giorno posta sul sito due o tre aricoli contro Trump, paragona il papa Francesco a Trump.
L’ex capo della Polizia federale Comey va in tv per dire il presidente eletto un “capomafia”. Complimentato dai media. È sempre western, nel 2018,  New York.
Hanno una dozzina di polizie.
Hanno la pena di morte, come la Cina, come l’Iran, o l’Arabia Saudita.
Si dicono puritani ma per fare bordello.
Denunciano intrusioni nella loro vota privata da parte dei social media che loro stessi hanno creato e alimentano.
È un popolo di avvocati(cchi) – i paglietta si sono trasferiti a New York.
E di franchi tiratori.
Ai presidenti di preferenza, e a ogni persona che si distingua. A opera delle polizie di Stato e delle polizie private.
Ma si ammazzano tra di loro liberamente, anche a opera delle polizie. La libertà di uccidere è uno dei fondamenti costituzionali, è il morto che si deve giustificare.
370 milioni di armi da fuoco, dalla pistola al mitra, sono in circolazione, per una popolazione di 320 milioni di persone. Due terzi delle armi sono in dotazione al 20 per cento della popolazione: settanta milioni di americani girano con 240 milioni di armi, tre-quattro ognuno.
Gli americani, 4,4 per cento della popolazione mondiale, rappresentano il 42,2 per cento dei civili armati nel mondo.
E da ottant’anni sono sempre in guerra, in tutti i continenti e subcontinenti. Anche nei deserti, e contro piccole isole indifese, piccolissime. Ma solo sanno fare la guerra aerea, poco onorevole (la potenza dei soldi), solo rovine.
I media non sparano, ma sono sempre a caccia di cinghiali da abbattere, piacciono molto.

Feltrinelli lo uccise Andreola


Il 14 marzo 1972  l’editore Giangiacomo Feltrinelli, da tempoalla amcchia come guerrigliero, saltò in aria su un traliccio a Segrate che tentava di sabotare, per lo scopio anticipato dell’ordigno, o per imperizia, per errato maneggio desso steso. Naturalmente non manarono le tesi di un’esecuzuone dellì’editore, da parte dei servizi segreti italiani, o di terroristi di destra. Ma con giudizio: i suoi comapgni non si sentivano di escldudere l’incidente.
Ceccato ora argomenta una duplice accoppiata: Feltrinelli fu fatto saltare dai servizi, tramite un estremista fascista, Berardino Andreola, che si era infiltrato nella sua cellula professandosi maoista. Che è un po’ troppo, anche a ritenere Feltrinelli un cretino, politico s’intende.
Ceccato è un po’ specialista di questo Andreola. Che però è persona da poco. Questo è il secondo o teerzo libro che scrive su di lui, facendolo protagonista di vicende oscure. E certo è affascinante che ci sia gente che compra libri su Andreola. Ma con pena.
Non si sono ancora spenti i “retroscena” sul delitto Moro che riemerge Feltrinelli. In ricostruzioni dettagliate, con perizie, documenti, qualche notizia anche, per ricostruzione naturalmente appassionanti. Come pure no. Ceccato è anche specialista di “casi”, Piazza Fontana e Mattei prima di Feltrinelli. Molro frequentati prima di lui, ma evidentemente non stancano mai. Sono scritture  circostanziate, che si leggono in effetti come un Poirot – “vediamo se Poirot alla fine lega i fili”. Ma applicati alla storia e alla politica danno un po’ fastidio: tutto è verosimile, nulla è vero. Il contarrio dell’assunto di questo tipo di libri.
Egidio Ceccato, Giangiacomo Feltrinelli. Un omicidio politico, Cstelvecchi, pp. 276 € 17,50

lunedì 16 aprile 2018

Problemi di base governativi - 413

spock

Un governo Grillo-Berlusconi, perché no?

Il comico e l’immobiliarista, quale migliore Italia?

Non la migliore, ma la più vera, Italia-Italia?

Che c’entrano Salvini e Di Maio, che novità sono?

Ma Di Maio è vero o è di gesso – magari di biscuit?

E cosa ha detto oggi?

E Di Battista?

Si vota per fare un governo oppure per il non governo?

spock@antiit.eu

Il mondo non è sbagliato

“Quello che è sbagliato è che noi ci chiediamo cosa è giusto” è la risposta alla domanda del titolo. Ma è giusta?
Chesterston non rinuncia al paradosso. Sempre arguto. Ma riflessivo: questa meditazione in cinquanta capitoli, su tre o quattro temi della contemporaneità, che mise a punto nel 1910, svolge più con pena che con humour. Non a torto, leggendolo a un secolo e più di distanza: pagine dense, ostiche perfino, ma non perente, anche quando sono controvertibili.
Le stesse agudezas e i paradossi sono per lo più pratici, “scientifici”. Soprattutto la critica del sistema educativo: ironica, sotto forma di apologia della public school inglese, le grandi scuole private dell’aristocrazia, e spietata. Quel modello improntato alla “falsità” ha impregnato “snobisticamente” l’insegnamento pubblico, dei lavoratori: “I poveri si trovano imposte mere copie pedanti dei pregiudizi dei remoti ricchi”.
Ma senza rinunciare, sotto le forme caratteristiche del paradosso e del ribaltamento, alle solite “beatitudini”, le verità all’improvviso. “Il compromesso un tempo significava che mezza pagnotta è meglio di niente. Tra gli statisti moderni invece significa che mezza pagnotta è meglio di una intera”, il principio della corruzione. La famiglia è “la prima istituzione anarchica”, “più vecchia della legge e fuori dello Stato”. “Non c’è nella storia una Rivoluzione che non sia una Restaurazione”. E c’è già l’angelo della storia celebrato di Walter Benjamin: “L’uomo è un mostro deforme, con i piedi voltati in avanti e la testa indietro”. Si licenziano i lavoratori come si tenevano gli schiavi. “All’evidenza, la vita pubblica diventa ogni giorno più privata”. “La moda letteraria insorta nella vita moderna si dedica a romanzare gli affari, a grandi semidei dell’avidità e alla favola della finanza”.  “L’essenza di un esercito è l’idea di ineguaglianza ufficiale, fondata sull’eguaglianza inofficiale. Il Colonnello non è obbedito perché è il migliore, ma perché è il Colonnello”.
E ci sono già la ragione e il contesto dell’impasse oggi tra Occidente (gli Usa e l’Europa) e islam. “Non è affatto vero che un credo unisce gli uomini. Anzi, la differenza di credo li unisce - fintanto che c’è una differenza chiara. Un confine unisce”. E fa il caso proprio dell’islam e il cristianesimo, che oggi si odiano perché hanno perduto la loro propria identità: “Molti mussulman magnanimi e crociati cavallereschi devono essere stati molto più vicini gli uni agli altri, perché erano entrambi dogmatici, di quanto possano esserlo due agnostici senza casa”. Mentre la modernità “vorrebbe risolvere questi credi in tendenze”, i trinitari (i cristiani) voltando all’indifferenza, seppure benevola, “e il mussulmano in un monista, una caduta intellettuale spaventevole” – “il cristiano un politeista e il mussulano un panegoista, entrambi folli, e molto più incapaci di capirsi di prima”.
Una sottigliezza, che però prevede anche il punto di arrivo un secolo dopo, spiegandosi già allora i risentimenti in Europa e negli Usa verso l’islam col fatto che sono terre cristiane che hanno rinunciato al loro Dio uno e trino - anche ufficialmente, si potrebbe aggiungere, nelle costituzioni o nei progetti di costituzione. Analogamente avviene nella politica: “L’indistinzione politica divide gli uomini, non li unisce. Gli uomini andranno sull’orlo dell’abisso col tempo limpido, ma si allontaneranno da esso di miglia nella nebbia”.
Divertente, malgrado l’apocalitticità. “Se gli americani possono divorziare per «incompatibilità di carattere», non vedo perché non sono tutti divorziati; ho conociuto molti matrimoni felici, ma mai uno compatibile”. Contestabile – non sarebbe Chesterston. Sul laicismo: l’illuminimo-darwinismo singolarizza e appiattisce, la religione arrichisce. Sui generi, maschile-femminile, all’epoca del femminismo, il secondo tema su cui più si dilunga, con precisazioni di precisazioni. Sull’imperialismo: “L’imperialismo, credo, è una finzione creata non dalla durezza inglese ma dalla morbidezza inglese; anzi, in un certo senso, dalla gentilezza inglese”. E sul darwinismo. Ma con obiezioni non pregiudicate, e anzi stimolanti. Specie sul lato politico: molto prima il Darwin, il suo argomento è stato portato contro al democrazia, dai realisti ma anche da Burke – “la semplice nozione di adattamento ci minaccia”, ls sopravvivenza del più adatto.    
Sul rapporto tra i generi, il campo oggi più scivoloso, può dare già per scontato l’imbranamento maschile. Il femminismo, un femminismo, quello marciante, scoprendo come non-luogo, non-essere: “Lo scopo della guerra civile, come di ogni guerra, è la pace”, quello del femminismo è l’anarchia. E “la Rivoluzione per natura produce governi; l’anarchia produce solo più anarchia” – “si può tagliare la testa al re solo una volta”. Femminista s’intende “uno-a che odia le principali caratteristiche femminili”.
Di traduzione impervia, di Annalisa Teggi. Che lo ha assortito di un ultimo capitolo, pubblicato a parte sulla rivista “T.P’s Weekly”, col titolo opposto, “Che cosa c’è di giusto nel mondo”. Dove giustifica “Cosa c’è di sbagliato” come titolo redazionale, dell’editore. Così come la forma trattatistica, in cinque parti e una cinquantina di capitoli, compresi tre di annotazioni aggiutive, a inquadramento di certe affermazioni spinte, sul femminismo eccetera: “Io avevo immaginato il libro come un decoroso piccolo trattato filosofico, dalla copertina scialba, senza capitoli”, alla Aristotele, “la pagina qui e là segnata da indicazioni al margine”.
La morale del contro-trattato è semplice: “Cosa c’è di giusto nel mondo è il mondo”. Sempre sospettoso del progresso, delle magnifiche sorti e progressive. “Io sono precisamente nella posizione opposta”, tutto il meglio è già avvenuto: “Sono molto più sicuro che tutto è buono all’inizio di quanto sono che lo sarà alla fine”. Avendo naturalmente (paradossalmente) già sostenuto che “nessuna tradizione in questo mondo è così antica come le tradizioni che portano alla moderna sovversione e all’innovazione. Niente oggi è tanto conservativo quanto una rivoluzione”.
Una palinodia con due verità non contestabili. “L’Europa attuale esibisce una concentrazione sulla politica che è in parte l’esito spiacevole del nostro abbandono della religione, in parte il giusto e necessario risultato del nostro abbandono dell’ineguaglianza sociale e dell’iniquità”. “Attualnente tendiamo tutti a un errore: tendiamo a fare la politica troppo importante. Tendiamo a dimenticare quanto enorme è la parte della vita umana che è la stessa sotto un sultano o un senato, sotto Nerone o San Luigi”.

Un anarchico, di fatto. La parabola della bambina del lavoratore con cui chiude la trattazione, alla quale si rasano i capelli perché sporchi, è una mazzata agli assetti sociali. Il lavoratore abbia una moglie che debba anch’essa lavorare fuori casa per la sopravvivenza e non può occuparsi della bambina: “Poiché il lavoratore ha queste due persone a carico, il padrone di casa seduto (letteralmente) sul suo stomaco, e il maestro di scuola seduto (letteralmente) sulla sua testa, il lavoratore deve consentire che i capelli della sua bambina, prima siano trascurati dalla povertà, poi avvelenati dalla promiscuità, e infine aboliti dall’igiene. Lui, chissà, era orgoglioso dei capelli della sua bambina. Ma lui non conta”.
Gilbert K. Chesterston, Cosa c’è di sbagliato nel mondo, Rubbettino, ebook € 4,49

domenica 15 aprile 2018

Secondi pensieri - 342

zeulig

Populismo – È una reazione, in forma passiva, di deriva e non ribellistica, alle crisi prolungate. Alle crisi economiche, che peggiorano la condizione reddituale e sociale. Non a quelle politiche, le guerre per esempio, che al contrario in vario modo alimentano la mobilitazione.
È una smobilitazione. Lo è stato in Europa negli anni 1930,  nell’Europa dell’Est dopo le illusioni seguite alla caduta del Muro, e nei paesi dell’Europa occidentale che più hanno risentito gli effetti della crisi delle banche Usa nel 2007: Italia, Spagna, Grecia. Anche in Germania, che statisticamente ha da tempo superato la crisi, ma questo grazie agli accordi sindacali di tredici anni fa che hanno declassato un terzo della forza lavoro -  garantendola con l’assistenza pubblica, che però è burocraticamente onerosa ed è risentita come una diminuzione.
La Francia fa caso a parte, per una cultura “repubblicana” di cui è parte una deriva sciovinista, costante, della quale l’ultimo esito è il fenomeno Le Pen, outsider che è pilastro costante della scena politica ormai da quarant’anni, dagli anni 1980 – ma già a metà degli anni 1930, e perfino col Frnte Popolare del 1936, la Francia, che pure è stata a molti focolare d’accoglienza, reagiva contro l’immigrazione, degli italiani prima, molti fuoriusciti politici, e degli spagnoli dopo.

L’impoverimento c’è
Categoria vecchia, si vuole, e indefinita. E tuttavia nuova, e invadente. Per un mondo che è crollato. Di supponenza. D’incapacità.  Di un’ideologizzazione che si voleva precisa, coerente, “politica”, perché armata e in realtà confusa. È la cartina di tornasole che le rivela. Un fenomeno europeo, peraltro, forse legato alla decadenza, alla fine di una civiltà. Di un assetto sclerotizzato che la globalizzazione ha sconvolto. La globalizzazione che si è dovuto acconciare a sostenere ma a cui non riesce ad adattarsi.  L’immigrazione di massa. Il lavoro sregolato, flessibile, precario. L’outsourcing, senza nessuna professione o competenza, giusto al ribasso. Il lavoro autonomo – il vecchio artigianato, ma senza le consorterie e le privative: il lavoro a tutti gli effetti pratici non è più contrattualizzato. La scomparsa del sindacato. La scomparsa dei partiti. Un mondo talmente sclerotico da argomentare oggi che solo il Pd è un partito politico, che è un’assurdità.

Si sottostima, con gli effetti della crisi bancaria americana del 2007, anche l’arretramento sociale ed economico che la globalizzazione impone a ceti crescenti. Il vecchio ceto medio, la cui reazione è stata evidente e vincente nel referendum britannico sull’Europa, e poi negli Usa nel voto per Trump. Nei due paesi-guida del liberismo e della liberalizzazione. Gli studi economici e sociopolitici sui due eventi lo confermano unanimi: i movimenti antagonisti e isolazionisti sono nati e si rafforzano per effetto della globalizzazione. Un quarto di secolo di paghe basse e di incertezze non sono più una transizione verso un assetto migliore, ma un assetto peggiorato: chiunque prometta di combatterlo, non importa come, è benvenuto. L’effetto Trump ha portato a rivelare che negli Usa di Barack Obama, che vantava la quasi piena occupazione (la disoccupazione al 5 per cento è considerata frizionale, uno stato di piena occupazione), il reddito disponibile si è ristretto, specie le paghe. E così pure la produttività, che ha registrato incrementi annui dell’1 per cento o meno, legati a un’economia di servizi a scarso o nessun valore aggiunto – ristorazione, pulizia, guardiania, servizi domestici. Mentre molta produzione qualificata, inclusa della Silicon Valley, era emigrata in Asia e in Europa.

Mainstream Usa
Negli Usa non nasce con Trump. Ha, al contrario, una lunga e molto consistente tradizione – si potrebbe anche dire che è il sentiment politico mainstream, con  terminologia americana. Tradizionalmente schierato contro i poteri costituiti, del denaro e delle influenze (sette, cordate, massonerie). Quindi, si direbbe, di sinistra. Lyndon La Rouche, l’ultimo grande argomentatore populista americano, veniva dalla sinistra americana, radicaltrozkista. Con Trump è come se si fosse rovesciato, diventando manna per la destra, dei superricchi come dei superpoveri che si ritengano sfruttati – dalla globalizzazione, dagli immigrati.
La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabile in America, dove il regime plebiscitario, del partito del Capo, da almeno un trentennio ha prevalso sui partiti, e allo stato delle cose li ha obliterati. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità.

La fine dell’opinione pubblica
È la crisi dell’opinione pubblica, che quindi avrà avuto vita corta, due secoli o poco più. Per consunzione interna, della funzione intellettuale di mediazione che è stata caratteristica dei media, dall’“Enciclopedia” di Diderot e D’Alembert in poi. E per effetto della licenza incondizionata di comunicazione via internet – che ora si tenta di arginare, ma con difficoltà, e senza veri strumenti, che non siano liberticidi.
Il No si direbbe un successo dell’opinione pubblica, che si configura come opinione critica. Ma allo stato dei fatti è una deriva, forse fatale. Nel senso che indica un arroccamento su posizioni chiuse, repulsive, e anche vendicative, minacciose.
Questi esiti vanno indubbiamente nel senso basico dell’opinione pubblica: rappresentano la maggioranza della popolazione, del voto. Oppure non sono l’esito di astuzie e  demagogie, avventure di capipopolo, spregiudicati, cinici, e mobilitazione di autodidatti sguarniti, volenterosi e stupidi? Certamente sono un “tradimento dell’opinione pubblica”, ma analogo al “tradimento degli intellettuali” di J.Benda un secolo fa: un movimento interno di rovesciamento degli obiettivi, masochista, autodistruttivo.
S’intende l’opinione pubblica un’interazione di obiettivi e convincimenti con segno positivo, per un di più e non un meno, di libertà e opportunità. Ma è anche vero che il populismo, nelle varie dosi in cui pure c’è stato e c’è, viene incontro ad aspettative frustrate, non le suscita né le stimola. Non sono Grillo o Salvini - né gli analoghi europei - che mettono in discussione l’euro e l’Europa, sono l’euro e l’Europa che suscitano e alimentano i Grillo e i Salvini, almeno per questo aspetto. Non è Trump che mette in discussione la globalizzazione, è la globalizzazione che mette in discussione se stessa, avendo suscitato per metà del mondo, lo stesso Occidente che l’ha promossa, un arretramento del livello di vita, e anche del reddito, della stragrande maggioranza della sua popolazione, un impoverimento generale, con pratiche in troppi casi non regolari, di protezionismi mascherati e di dumping. Per non dire degli effetti collaterali, sempre della globalizzazione, che sempre la stragrande maggioranza finisce per pagare, direttamente o indirettamente: i carissimi raid finanziari, ora anche sulle banche, le superretribuzioni di tutte le posizioni costituite, manageriali e istituzionali (in Italia alcune migliaia di posizioni nella Funzione Pubblica), l’impunità del crimine economico, e quindi la corruzione endemica, sistemica.

La chiesa è populista
Fondamentalmente il populismo è eccitare l’opinione pubblica, un sinonimo di demagogia. Ma può essere anche rispondere all’opinione pubblica, per rappresentarla e governarla (indirizzarla).
Allargata a papa Bergoglio, la categoria viene anche sbalzata di natura e confini. Ma alla chiesa non si può imputarla come colpa: la chiesa è populista. Lo è sempre stata, lo è per natura: del popolo, per il popolo. È in questo populismo che la chiesa ha maturato le istituzioni democratiche che governano le nostre democrazie: la comunità, il voto, il comando temporaneo, la parità o uguaglianza di condizioni all’entrata, il rispetto delle minoranze, la difesa dagli estremismi.

Ribellistico
È forte e persistente soprattutto nella protesta. Violento anche, fino al terrorismo. Contro l’alta velocità, contro l’autostrada, contro l’aeroporto, contro il gasdotto, contro la globalizzazione, contro la legge finanziaria. Dario Fo, che era di tutte le proteste, lo rivendicava due anni fa sull’“Espresso”, in risposta al sociologo della letteratura Marco Belpoliti: “Il letterato impiega il termine «populista» nell’accezione in voga da qualche anno in Italia, cioè quella di considerare il populismo una sorta di pretestuoso espediente per imbonire furbescamente una comunità di semplici creduloni facili ad essere gestiti con qualsiasi argomento”. Bene, concludeva, il populismo lo rivendica: è la democrazia, la rivoluzione francese – “un’ideologia caratteristica di movimento politico o artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale e il rispetto di ogni individuo che faccia parte di una comunità civile”. Civile come spia del populismo. Non autoritario?
L’unanimismo dell’opinione che ha diritto di cittadinanza è anch’esso, in queste circostanze, un’aggravante: opera per la reazione populista. Nelle intemperanze di Grillo, non solo, di più nel voto dello spettatore passivo. Tolleranza, agnosticismo, permissivismo, uniformità – la dittatura del cosiddetto “politicamente corretto”, il conformismo – pesa in due modi: allenta la forza o voglia di reazione - l’impegno - al di là del rito; suscita inevitabile un reazione contraria, al contrario vivace (aggressiva), l’impegno volendosi totalitario e elitistico, escludente.

Populismo autoritario
La categoria del “populismo autoritario” è stata codificata da Stuart Hall, studioso britannico delle culture, contro Margaret Thatcher. Ma è antica: ha un illustre precedente, se non ne fu l’iniziatore, in Cesare. Un nobile, il nobile per eccellenza, che minò la Repubblica facendo leva sui plebei. Un tribuno a vocazione tirannica che si serve, contro le istituzioni, del popolo bestia – che lui considera besta. Con determinazione (leggi, cariche, protezioni, perfino aristocratici che si facevano degradare a plebei per poter rappresentare i veri plebei) e anche con la violenza.
Un fenomeno la cui perpetuazione si ha nel notabilato. Cha ha dominato la storia dell’Italia unita, anche quella della Repubblica.

zeulig@antiit.eu

Moro rapito dagli inglesi

Fasanella si diverte, e noi con lui. Costeggiando la verità. Che non è quella che appare, checché dicano le carte. Il sottotitolo è: “Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc”. Le carte sono di questo tenore: “Dobbiamo scoraggiare le iniziative indipendenti del governo italiano nel Mediterraneo e in Medio Oriente.” - Nota interna del Foreign Office, 1970. Queste note non dicono la verità del fatto – Moro fu rapito e ucciso da Moretti, Gallinari, Morucci, Faranda, Balzerani e simili, che erano degli stupidi armati, come sono i delinquenti. Ma dicono la verità circostanziale. 
Questa volta il terrore Fasanella fa partire da Londra, dopo averlo fatto attivare dal maestro Markevic: dalla perfida Albione, nientemeno. E però. Però è vero che i servizi britannici anche ora lottano operosi contro l’Italia. Per invidia. Che non è immaginabile, ma è così – c’è qualcosa, in questo Fasanella, oltre il divertimento.
È vero, nello specifico, che la “strategia della tensione” era dei servizi britannici. Con i colonnelli greci, di cui favorirono l’epidemia nel Mediterraneo, e con gli anti-colonnelli. In generale, spie inglesi troviamo dappertutto nel Mediteraneo, attorno e contro l’Italia. In Libia nel 1969, col golpe di Gheddafi, e nel 2011, con l’assassinio di Gheddafi. In libano quando Spadolini mandò i bersaglieri. In Africa e a Cipro contro le attività dell’Eni e di Saipem.
Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro, Chiarelettere, pp. 368 € 17,60