sabato 12 maggio 2018

Problemi di base mondiali - 418

spock


“Nel mondo ognuno che vive sogna” (Calderon de la Barca)

“Tutti sognano ciò che sono, ma nessuno lo comprende” (Id.)

Questo non è sleale? 

Quando la mente è a disagio, signore, parla meglio colui che meglio tace” (Calderon de la Barca) – anche questo?

“L’uomo può dominare le stelle" (Id)?

 Perché il mondo sarebbe un sogno?

È così sconclusionato?

O s’intende sogno per desiderio?

È il mondo una visione?

spock@antiit.eu

Il ’68 è un processo

Il quasi novantenne Morin, che il Maggio francese nel 1968 visse dal di dentro, non fa palinodie né ritrattazioni. Professore a Nanterre, una delle università più movimentate, analizzò gli eventi su “Le Monde”, in due serie consecutive. E nello stesso anno ne stese una prima lettura, con Castoriadis e Claude Lefort, in una pubblicazione con questo titolo – riedita vent’anni dopo con una saggio dei tre sul periodo trascorso. Qui Morin ripresenta immutata l’analisi di allora.
La rivolta studentesca e giovanile non era sovversiva, e non era nemmeno politica. Parlava e impose un altro linguaggio, anche comportamentale e visivo, negli stili di vita, fino all’abbigliamento, nel solco della liberazione. Dai pregiudizi e dai veti. Una contestazione permanente, e una riappropriazione - il Sessantotto sarà quello che “si prende tutto”. Avviando processi innovativi che ancora non hanno esaurito la carica: sulle minoranze, razziali, sessuali, ideologiche, etc., sulla condizione femminile, sulla coscienza ambientale, e – con meno fortuna – contro il consumismo, i consumi slegati dal bisogno.
Il resto è storia. Compreso il fatto che il ’68 fu il ’67, le ricolte sudentesche a Roma e Milano. O già il ‘64, la prima rivolta universitaria, nel campus di Berkeley in California. Fu – è - un processo, che il Maggio francese simbolizza. O la breccia che fece cadere il muro.
Edgar Morin, Maggio ’68. La breccia, Cortina, pp. 110 € 25

venerdì 11 maggio 2018

Gli ayatollah sono inaffidabili

Gli europei sono contro la decisione di Trump di rinegoziare l’accorso nucleare con l’Iran, ma la decisione di Trump era inevitabile. L’accordo del 2015 non mette nessun argine all’espansione territoriale e militare di Teheran, eccetto che per l’armamento nucleare. E sul nucleare consente che Teheran bari sui controlli – vere o false che siano le accuse israeliane. Il governo italiano, per quanta cautela usi nei rapporti con l’Iran, molto floridi economicamente, analizza in questo senso la situazione.
Nei tre anni dell’accordo, forte del recupero dei capitali e della riduzione dell’embargo commerciale, Teheran ha aggiunto al presidio in Libano, con Hezbollah (la forza dominante e decisiva nel piccolo pese dei cedri), posizioni salde in Iraq, Yemen e Siria, politiche e militari. Ha accresciuto il bilancio militare, sempre nei tre anni, del 40 per cento, con enfasi speciale sui missili a lunga gittata. Compresi i vettori di testate nucleari. E ha cessato ogni dialogo, politico e diplomatico, con le capitali occidentali, Roma compresa, che invece coltivava prima dell’accordo: ora parla solo con Putin e con Erdogan, che però negano ogni influenza.
Il regime degli ayatollah, anche col liberale Ruhani al governo, pratica distintamente la taqiya, la dissimulazione che il “Corano” consente e consiglia. Che è poi, in queste materie, l’arte della diplomazia. L’accordo patrocinato da Obama, debole con Teheram come con tutti i  regimi islamici, gli ayatollah hanno utilizzato non per migliorare l’economia e il benessere ma per moltiplicare la potenza militare. Nel vecchio disegno dello scià di fare dell’Iran la potenza egemone del Medio oriente – la quinta potenza mondiale, diceva. 
Ma potrebbero avere commesso un errore, per la prima volta dopo i quasi quaranta anni di governo: non hanno messo a profitto questi tre anni. Non sul piano diplomatico, poco sul piano militare, e solo in Siria. Ora rischiano l’isolamento. Anche in Siria. 

Secondi pensieri (345)

zeulig

Cristiano . Non possiamo non dirci cristiani di Benedetto Croce ha un antecedente in Tertulliano:  l’anima è per natura cristiana.
Le due versioni sono diverse. Ma solo in apparenza. Croce intende che la nostra tradizione o storia recente, di italiani, europei, occidentali, la storia che ancora ci confronta, è cristiana. Ma la storia, la tradizione e la cultura sono la forma mentis, sono l’anima. Noi non sapremmo pensare che da cristiani, anche quando siamo agnostici o increduli o anche anticristiani.
È una questione di linguaggio, mancando l’oggetto – la cosa? Ma il linguaggio è cosa – anche oggetto: il peccatore resta cristiano, lo sradicamento dovrebbe essere più complessivo, e non sapere di sradicamento.  

Donna – Senza, non c’è poesia? Secondo Barthes senza l’edipo e il matrimonio non ci sarebbe letteratura. Ma allora della donna in forma di madre. Balzac gli dà ragione, dà ragione a Barthes. Ma le belle letterarie sono di autori che a vario titolo non si sono fidanzati, Petrarca, Stendhal, Flaubert. E di Tolstòj,  che si sposò e fece molti figli, ma le donne non amava.

Illusione – È ambivalente: è inganno, ma è anche ciò che eleva l’animo Gli ideali, gli slanci passionali. Ciò che è proprio dell’uomo. Che la ragione riduce a inganni, ma sono ciò che è proprio dell’uomo – la funzionalità nel senso della conservazione o della sopravvivenza essendo meccanismo automatico, “naturale”. È illusione tutto ciò che si crea, nella poesia come nell’arte pratica – l’invenzione, l’ammodernamento, l’affinamento.
È l’ambivalenza che Leopardi sente specialmente forte, per l’illusione creatrice – la gloria – lottando con tutte le sue forze contro la nemica illusorietà. E, da scienziato, contro la ragione, in quanto precluda la felicità intesa come possibilità di essere grandi, cioè felici. La natura umana vuole la fede nella vita, gli ideali, come tensione verso un perfezionamento, e quindi il meccanismo della civiltà, del miglioramento verso il bene.

Io - Disse Budda appena nato: “Sono il primo e il migliore. Vengo a porre fine alla malattia e alla morte”. Tutto è io? Non è la ricetta migliore. Il troppo non basta mai, è il solito scriversi sulla carta assorbente, parole dilatate. Ma bisogna pur parlare di se stessi, con se stessi. Seppure al modo del Nettuno dantesco che dentro l’acqua in cui vive, il suo liquido amniotico, vede l’ombra volteggiare in cielo di Argo, l’argonauta.

Marx – Si celebra in clima liberista come innovatore e libertario – si dice utopista. I socialisti e i comunisti che via via attacca e sconfigge con le sue inesauribili cistke e scomuniche sono grassi, forforosi, calvi, vecchi, e solo burocrati, presentati di fronte, dietro un tavolino, maggioranze già morte, cenere da soffiare via. Con lo schema Sansone, Marx contro tutti. Assortito dalla metodologia Orazi e Curiazi, l’eliminazione degli avversari uno alla volta.
Di fatto è invece ovunque strumento del dispotismo e dello sfruttamento. In Cina e in Vietnam il boom è stato costruito con le paghe da fame, in condizioni di lavoro, ambientali e d’orario, da campo di concentramento, grazie al partito Comunista al potere. E in troppi casi a beneficio di un capitalismo di Stato che è fatto di corporazioni – la Polizia, la Regione X o il Distretto, il Corpo militare Y – protette dal Partito comunista, l’assise di tutto. Il miglioramento progressivo si è imposto al sistema carcerario per ragioni e obiettivi di mercato.

Cacciari ne fa l’“economico”, pensatore quasi unico. Ma non è il primo – né il più fine: innovativo con ragione. Sì però nel senso dell’avidità e dell’accumulazione. Da accusatore – da libertario anarcoide. Ma pur sempre teorico dell’individualismo, e dell’appropriazione come costitutiva dell’individuo. Senza altre funzioni o passioni: l’individuo è economico, e l’economia è accumulazione – appropriazione, avidità.  Una “contraddizione”, nella vecchia terminologia “marxista”: da libertario anarcoide celebrare l’individualismo e, eppure sotto la forma della condanna, dell’avidità, come specie universale, il plusvalore (guadagno, profitto), lo sfruttamento. Non essendoci altra realtà, secondo il suo “materialismo”, se non ridotta a superstrutttrura, sempre secondo il gergo “marxista”.

Morte – Richiama - per nessun altro motivo, certo, che l’assonanza - il calciatore Mortensen. Che fu noto per correre verso il nulla, l’area vuota del campo, l’angolo morto sulla linea di porta, e da qui, mentre tutti lo guardavano stupiti, tirare a effetto, e qualche volta fare gol. Un gol alla Mortensen in zona Cesarini, con tiro improbabile cioè all’ultimo istante utile, è la summa dell’evento. Anche se dovesse influire sul punteggio – anzi.

Passione – È patire, non una bella cosa. È da Omero che la psicologia, umana e divina, ha coscienza di esser dominata da passioni irresistibili e inspiegate, in forma di possessione. Che ogni volta lasciano un segno, ed ecco le metamorfosi: l’ira di Achille, l’inganno di Ulisse.
Più forte e comune è la possessione in forma di amore. Ma né in Omero né dopo si spiega come a queste metamorfosi resti indenne chi le provoca, sia esso ninfa o diavolo. È il problema della bellezza, che molti trasforma, forse pure gli dei, e può restare inalterata, inalterabile.

Pessimismo – Nietzsche lo sistematizza in uno dei “Frammenti postumi 1888-1889”, come auto recensione alla “Nascita della tragedia”. Una delle novità dell’opera è “la concezione del pessimismo, di un pessimismo della forza, di un pessimismo classico”. Non di un’epoca ma di una psicologia: “Il contrario del pessimismo classico è quello romantico: quello in cui si forma, in concetti e giudizi di valore, la debolezza, la stanchezza, la decadenza della razza”. Un pessimismo, aggiunge subito, che è di Schopenhauer, De Vigny, Dostoevskij, Leopardi, Pascal, “quello di tutte le grandi religioni nichilistiche (brahmanesimo, buddismo, cristianesimo)”. A questa rassegnazione-negazione Nietzsche contrappone “la spontaneità della sua propria visione psicologica, una vertiginosa ampiezza di sguardo, di esperienza interiore, di intuizione, di rilevazione, una volontà di coerenza, l’intrepidezza di fronte alla durezza e alle conseguenze pericolose”.
Di Leopardi l’appartenenza al filone distruttivo è dubbia – erano gli ani in cui Nietzsche, dopo una lunga infatuazione, voleva distinguersi dal “più grande prosatore del secolo”, Leopardi appunto. Di Schopenhauer invece il pessimismo è organico, il rifiuto dell’esistente, perfino livoroso. In contrasto con la dialettica, di cui Schopenhauer fa esercizio acuto - e, nota Walter Otto commentando il rapporto “Leopardi e Nietzsche”, col suo modo d’esistenza: “E stranamente ci colpisce vedere la sua vita in deciso contrasto col suo insegnamento”. In Leopardi invece è costante un’ambivalenza – che lo stesso Otto mette in risalto - nel tema ritornate della “illlusione”. Come menzogna e come, invece, motore della creatività, il proprio dell’uomo. Nell’uno e nell’altro, nota Otto, essendo costitutiva e riconosciuta la volontà di creazione, e non, naturalmente, come dote personale bensì come qualità dell’uomo – come “fioritura di bellezza”, aggiunge lo studioso, che accomuna Leopardi per questo aspetto a Hölderlin, “malinconicamente lieta”.

zeulig@antiit.eu

Egemonia da suicidio

Anderson ci capisce poco della politica, anche perché in Italia fa capo al “Manifesto”, a ciò che ne resta. Nella compilazione “L’Italia dopo l’Italia. Verso la terza Repubblica” di due anni fa, a cura di Arturo Varvelli e Nicola Zippel arriva a dire: “Quando la Seconda Repubblica muoveva i suoi primi passi, l’Italia godeva ancora del secondo più alto Pil pro capite a parità di potere d’acquisto  tra i maggiori paesi Ue, dietro solo alla Germania: una qualità della vita in termini reali superiore a quella di Francia o Regno Unito”. Ma non dice perché. Dopo avere liquidato Craxi in sei righe su trecento, e giusto per farlo un ladro e un corrotto. Ma di Gramsci se ne intende.
Il saggio di ripubblica ormai classico del 1976, sul numero 100 della “New Left Review”. Che celebrava Gramsci come “il marxista, dopo l’epoca classica, oggi più universalmente rispettato”. Per i “Quaderni del carcere” più che per l’attività politica, e in essi del concetto di “egemonia”. Politica, culturale, intellettuale.
Anderson già all’epoca, e lo ridice tal quale, l’egemonia di Gramsci leggeva in chiave di potere. Politico, certo ma nel senso della forza – del numero, della mobilitazione. Non è mai stato ipocrita, non essendo uomo di sacrestia: l’egemonia serve a verniciare il potere, a mantenerlo con argomenti, o a prenderlo. Quest oil fulcro della sua analisi. Adattando se necessario la propria fede e gli argomenti. Una strategia e un mezzo.
Anderson è un marxista alla Marx, uno che non si adagia sulle chiacchiere. L’egemonia di Gramsci collega perciò alla lettura marxista di Lenin e del sovietismo. Da cui Gramsci ha preso il concetto di egemonia e al quale è rimasto fedele - piaccia o no, aggiunge. Una leadership egemonica è una leadership per consenso, spiega, e questo è tutto – è molto, la convinzione conta, ma è sempre ancillare alla conquista-mantenimento del potere. Gramsci non ha mai abbandonato, insiste Anderson, la nozione leninista centrale di “dittatura del proletariato”. Si può aggiungere che era anche per la dittatura di uno solo: nel necrologio in morte di Lenin, che initolò “Capo”, è del parere che “qualunque sia la classe dominante c’è bisogno di capi”.
Nella prefazione a questa riedizione può peraltro rilevare che il “compromesso” che il Pci pensava di dominare è stato suicida. I comunisti di Berlinguer hanno fatto terra bruciata attorno a loro, di ogni forza e opinione politica, per ritrovarsi essi stessi bruciati nel dilagante populismo, dei propri vecchi e dei propri figli. Una deriva che Anderson è poi venuto negli anni scrutando, come si vede nel volume di saggi di tre anni fa, “L’Italia dopo l’Italia”, ed è l’analisi più originale, e forse più vera, del populismo nel quale l’Italia è precipitata: un derivato di una falsa “egemonia”. Della squalifica intellettuale della politica sotto i colpi della “questione morale” e della “casta” – ma intellettuale è dire troppo, la funzione è stata essa stessa dissolta: mediatica è più giusto, di blogger e newscaster, del Rodotà finito pontefice e santo di Grillo. L’egemonia come suicidio, succede nelle sette.
Perry Anderson,  The antinomies of Antonio Gramsci, pp. 192, ril. € 17.


giovedì 10 maggio 2018

Ombre - 415

Nel giorno in cui Di Maio e Salvini discutono il governo, si presenta l’ “Avanti!”, il giornale del Psi, digitalizzato: 25 dicembre 1896-novembre 1993, un secolo meno tre anni. Di roba buona. Tra dignitari ben vestiti, di ottimo eloquio, di intelligenza politica, Formica, Intini, Covatta, etc. Che però non si chiedono e non spiegano come e perché hanno affondato il quasi centenario giornale e il più che centenario partito. Sarà che la politica è solo il fiuto del vento. Così oggi sono statisti, plebiscitati, due analfabeti.

Dunque sarà, dovrebbe essere, un governo 5 Stelle-Lega. Plebiscitati, la Lega anti-immigrati e anti-euro, dal Lombardo-Veneto che lavora con gli immigrati per la Germania, e i 5 Stelle anti-casta dai ceti improduttivi parassitari. A volte la politica è difficile da capire – certo, si capisce che è “nuova”.

“Partono in due e tornano in tre, anche in quattro”, scrive “Il Messaggero”. Dall’Ucraina. Si spiega così un boom di nascite di piccoli romani in Ucraina. Frutto dell’utero in affitto. Che è illegale e anche costoso. Ma si fa per amore dei bambini. Pur di non doverli fare – il mercato sconfiggerà l’inverno demografico?

“L’asse franco-tedesco si è rotto”, annuncia “la Repubblica”. Nientedimeno” Ma tranquilli, è una pagina interna, annegata nella pubblicità.

“Al Quirinale sarebbero giunte alcune indisponibilità” per centrare al governo, nessuno vuole abbandonare il posto che ora. Sono disponibili i pensionati: “Restano in lizza i nomi del prefetto Tronca e quello dell’ex presidente Rai Tarantola” – “Corriere della sera”.

Il cronista parlamentare, mestiere ambito, che metteva il giornalista a contatto con i politici, è in crisi. I cronisti, anche i più giovani, non sanno più con chi parlare: sia alla Camera che al Senato trovano solo interlocutori inerti, quasi incapaci.

A Londra il figlio di un immigrato pakistano è sindaco. E il figlio di un immigrato pakistano povero è ministro dell’Interno. In Italia i pakistani bene integrati, con lavoro contrattualizzato e contributi sociali, uccidono le figlie che non sposano chi dicono loro. La differenza la fa l’imperialismo? Che impone la legge – e la mentalità della legge.
In Pakistan si guida ancora a sinistra.

Non ci sono solo i pakistani che in Italia uccidono le figlie. Ce ne sono, molti, in Pakistan, che uccidono i figli dei pakistani cristiani se appena appena si distinguono, il neo medico, il neo ingegnere. L’imperialismo non deve abbassare la guardia?

“I Casamonica, 160 euro denunciati in trent’anni”.  E prima? I Casamonica sono su piazza a Roma da almeno mezzo secolo, e hanno un patrimonio stimato in 90 milioni. Solo in immobili e macchine: l’oro, che privilegiano e accumulano a quintali, è fuori calcolo.

Ci vogliono quaranta giorni a Roma per procedere contro quattro del clan Casamonica che il giorno di Pasqua hanno aggredito un barista, che non li ha serviti per primi, e una cliente – handicappata – che aveva protestato per l’aggressione. Tutt’e quattro  ben visibili nella registrazione della videosorveglianza. I quattro non erano latitanti, nessuno li cercava.

I Casamonica prosperano di furti. E di pizzo. Ora anche di usura. Indisturbati. Si sa ma non si agisce: sono folklore. Eccetto casi eccezionali. Quando serve a rinverdire il folklore. La prima imputazione che ricevono col loro onorato pedigree con l’aggravante mafiosa è per l’aggressione del giorno di Pasqua. Dopo lo sdegno provocato dal video, quando Federica Angeli e Floriana Bulfon l’hanno messo sul sito de “la Repubblica”.


Nessun dubbio che i Casamonica alla fine se la caveranno con niente. I Casamonica di nome proteggevano, hanno tentato di proteggere, la disabile dalla furia dei cugini Di Silvio, e i Di Silvio hanno l’attenuante, erano ubriachi – non era festa? Sono molto ricchi e hanno buoni avvocati. Ma i giudici, purtroppo, non sono stupidi.

La Gip che infine, con calma, ha sanzionato i quattro Casamonica per l’aggressione di Pasqua al bar vuole “evidenziato lo sconcertante comportamento tenuto dai numerosi soggetti che hanno assistito all’aggressione”. Dopo cinquant’anni di soprusi impuniti, hanno imparato la lezione.
L’omertà è tutta qui, nell’inerzia dell’apparato repressivo, gip compresi-e.

L’Europa scrive che non vuole denunciare gli accordi con l’Iran. Solenne, a firma Macron, Merkel e May – che con l’Europa non c’entra più. Per rendersi (più) ridicoli? L’Italia, che è dello stesso avviso, deve mandare un messaggio a parte.
Pazienza l’asse franco-tedesco, almeno non si fanno guerre, e non ci costringono a farle. Ma l’asse franco-tedesco-britannico è per rendere l’Europa sempre più insopportabile?

Ursula Haverbeck va in carcere in Germania a 89 anni per avere negato l’Olocausto. Per diffondere il verbo negazionista? Per confermare che i tedeschi sono tutti d’un pezzo?

Le maestre d’asilo a Roma vogliono abolite le feste del papà e della mamma in quanto discriminatorie per gli lgbt. Ma le copie gay e lesbo non vogliono ruoli definiti, di “marito” e “moglie”? Anche quando si comprano i figli. Bisogna aggiornare le maestre.

Dc e Pci sperduti nel bush

Non è dell’Italia che si parla, ma della Dc e del Pci. Anzi nemmeno: è di Togliatti e De Gasperi che si parla, per metà libro, per l’altra metà di Moro e Berlinguer. Come nel vuoto pneumatico. E nemmeno tanto differenti tra di loro, pensare, tra le due coppie e all’interno della coppia.
“La complementarietà storica tra Dc e Pci” è al centro della trattazione. La Dc era il Pci, e viceversa, solo che una era di qua l’altro di là, a destra o a sinistra non si capisce. Sempre nel vuoto. C’è la Nato e c’è l’Europa, ma come sfondo di uno sfondo. Come se il Pci non le avesse osteggiate entrambe, e con che durezza e continuità. Anzi peggio: come se la Dc le avesse sostenute ma controvoglia, il suo cuore battendo all’unisono col partito Comunista.
A trent’anni dalla fine del Pci l’ennesima celebrazione di un partito e di una politica che ha prodotto solo macerie. Del Pci unitamente alla Dc, alla parte non migliore della Dc di Moro, lassista, temporeggiatrice, sleale. “Comunisti e democristiani nel lungo dopoguerra( 1943-1978)” è il sottotitolo e la traccia del libro. Altra politica non c’è, altri indirizzi e altri partiti. Anche se sono stati quelli che hanno indirizzato la Dc e consentito alla repubblica malgrado tutto di prosperare. Da La Malfa e la liberalizzazione dei cambi nel 1948, alla fondazione del Mec col liberale De Martino, al nuovo diritto di famiglia, paesaggistico, del lavoro (lo Statuto dei lavoratori) e della sanità pubblica (il Sistema sanitario nazionale), che il Psi impose, all’Italia quinta o quarta Potenza industriale negli anni di Craxi. Eccetto che per la parte della melassa democristiana, specie nel quindicennio di Moro. A opera di uno studioso di Gramsci, pensare, nonché a lungo presidente benemerito della fondazione e della biblioteca Gramsci. La fine del Pci – e della Dc – col compromesso storico non è stato evidentemente un errore politico, dev’essere scritto nei cieli, delle illusioni – uno studioso non può essere in malafede. 
I partiti, questi due partiti, non facevano propaganda. Non avevano (grossi) sussidi dall’estero. Non si facevano la guerra sporca. Alla fine della trattazione si avviano al fallimento perché non capiscono che il mondo del dopoguerra sta per cambiare, è già cambiato. E come avrebbero potuto? Non pensavano insieme, erano estremamente concorrenziali.
Un saggio di scienza politica dei tempi del partito unico. Di quello corre la nostalgia, non del comunismo - i compagni del Pci ora votano 5 Stelle, a Roma e non solo. Se non in aedi un po’ sperduti nel bush. Che sarebbe la savana, ma in Africa, in Italia significa i media: i giornali, l’editoria, che cantano sempre lo stesso inno, come agli altoparlanti all’incrocio, non si sono accorti che la guerra è da mo’ che è finita, perduta.Specie dai giornali, dall’editoria, poiché nessuno legge più. Vittime del populismo che berlinguerianamente hanno acceso e alimentato, con la “questione morale” dei corrotti, e la politica ridotta a “casta”
Giuseppe Vacca, L’Italia contesa, Marsilio, pp. 346 € 19

mercoledì 9 maggio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (362)

Giuseppe Leuzzi

“Un gentiluomo del Sud”, così la figlia Josephine definisce il padre Dashiell Hammet presentandone la corrispondenza. In questo senso: “Era un gentiluomo del Sud, il genere che non insulta nessuno alla leggera”.

L’abate Galiani, ora dimenticato, anche a Napoli, Nietzsche lo dice “più” di Voltaire – proponendo se stesso “più” di Voltaire e Galiani messi insieme – in uno del “Frammenti postumi, 1884-1885”: “Ritengo di essere, quanto a illuminismo, di un paio di secoli avanti a Voltaire e anche a Galiani – che era qualcosa di molto più profondo”.

In un altro dei “Frammenti postumi 1884-1885”, contro “il falso idealismo, nel quale, per troppa finezza, le nature migliori si estraniano dal mondo”, Nietzsche commenta: “Che peccato che tutto il Sud Europa abbia perduto il retaggio di quella dominata sensualità, per l’astinenza del clero”.
Non è che al Nord, luterano o calvinista o anglicano, col clero non astinente, la “dominata sensualità” si sia rafforzata. Ma c’è un depravazione della sensualità nella violenza, o nello “desiderio”.

Un giorno la ministra Boschi inaugura a San Luca un campo di calcio, completo di tribuna spettatori, intitolato a Corrado Alvaro, per una squadra di pulcini antimafia, con bellissime magliette, mutandine e calzettoni. Il giorno dopo cessa dalle sue funzioni il commissario prefettizio al comune di San Luca, dovendosi reiterare le elezioni comunali, alle quali si sa già che nessuno si candiderà.

Il commissario prefettizia governava San Luca perché alle elezioni due anni fa nessuno si era candidato. Elezioni che venivano al termine di un periodo di dì commissariamento. Candidarsi è inutile, il consiglio verrà sciolto comunque per mafia: nei paesi ci sarà sempre un consigliere che ha un parente, magari di ennesimo grado, sospettato di mafia. Non solo a San Luca, in tutti i paesi.

La Fondazione Corrado Alvaro, che ha sede a San Luca, con un certo prestigio, non è stata informata della dedica dello stadio allo scrittore, né invitata alla cerimonia con la ministra. Lo Stato (il prefetto) non parla con nessuno a San Luca.

“L’ultima battaglia dei radicali” annuncia a tutta pagina “la Repubblica-Palermo”: “«Aiutiamo le vittime dell’antimafia». Assemblea con gli imprenditori a cui sono stati sequestrati  i patrimoni: «Serve immediatamente una legge di iniziativa popolare»”. Contro l’antimafia?
“Il cinema De Seta è pieno”, assicura Salvo Palazzolo.

“La paura talvolta suscita il pentimento; più spesso lo inquina” – Max Scheler, “Il pentimento”. Nella sua fenomenologia del pentimento, il filosofo non considera il pentimento del mafioso, di cui il business non era stato ancora inventato, ma lo ha come intravisto.

Scheler considera poi, dopo il pentimento per paura, quello per vendetta. Il più frequentato dalla tradizione, da teologi e moralisti, dopo quello per paura: come effetto, sintetizza, di “un impulso vendicativo diretto contro se stessi”. Non considera la vendetta contro altri, che già c’era, anche se non tra mafiosi. È che il suo – quello filosofico, teologico – è il pentimento non in vista di un beneficio, non opportunista. 

La mafia in Questura
“I lavori in Questura” a Catanzaro “affidati all’impresa vicina alle cosche”. La stessa azienda “doveva costruire anche il Tribunale di Locri”. Non è la sola bizzarria della notizia. L’imprenditore, Alessandro Caruso, è anche il presidente dell’Ance di Catanzaro, l’associazione dei costruttori edili. Tutti mafiosi a Catanzaro?
È bastato un pentito, dice “la Repubblica”, “della potente cosca Arena di isola Capo Rizzuto”, e l’imprenditore colluso (o manutengolo, ancora non si sa) è stato scoperto. Il pentito ha spiegato che l’impresa Caruso non andava taglieggiata: “Caruso”, riferisce Alessia Candito,” era uno degli imprenditori che pagavano regolare «protezione»”. Regolare no, ma ammettiamo che la pagassero, o che Caruso la pagasse, che il pentito abbia detto la verità. Questi Arena non sono nati oggi, se ne sente da mezzo secolo, o poco meno. E sono ancora su piazza, e dettano legge?
È questo il problema del Sud. In realtà non un problema, il “Sud” avrebbe saputo ben risolverlo, è la sua dannazione: la giustizia tardiva. “Troppo” tardiva. In un altro storytelling, in un’altra ambientazione, sarebbero detti gli Arena e i loro simili agenti provocatori, per tenere gli onesti e il Sud sotto scacco.
Dovendo scrivere un romanzo del Sud non c’è altro modo per tenere gli Arena a galla per mezzo secolo e oltre. La realtà, certo, supera sempre l’immaginazione. E in Italia naturalmente tutto è possibile. Anche una inefficienza inimmaginabile. Ma una mafia che si conosce e non si colpisce? E ogni tanto fa pentire qualcuno per colpire  i riottosi: chi non paga, chi vorrebbe non pagare? 
Ora per di più da un quarto di secolo questa giustizia è affidata ai prefetti. Che senza contraddittorio sequestrano imprese e patrimoni – poi magari le restituiscono, ma senza più avviamento né onorabilità, e spesso anche senza più mezzi. Delle imprese sequestrate attribuendo la gestione – come dei Comuni “sciolti” per mafia - alla categoria dei prefetti. I quali, quando proprio sono buoni, sono incapaci – ma anche neghittosi e menefreghisti.
Una specie, si può dire, volendo fare il famoso romanzo, che, come i giudici, fa carriera a spese preferibilmente degli onesti, che sono inermi, accomunandoli ai mafiosi – è semplice, basta un decreto, prefettizio. Giovanni Spadolini, lo storico dei prefetti al tempo di Giolitti, il salveminiano “ministro della malavita”, che la categoria invece studiandone i rapporti giunse ad apprezzare, inorridirebbe. Il tutto mafia è veleno, per tutti.

L’asse Milano-Napoli
L’espulsione non sancita di un giocatore juventino al 13.mo della ripresa in Inter-Juventus accende Milano: “Corriere della sera”, “Gazzetta dello Sport” e  la città unanime per una settimana intera, ma non è finita, assecondano l’ad del club, che non ne ha azzeccato una, per dire che la colpa della stagione fallimentare è della Juventus. Come nel 2006. E come allora trovano eco e anzi stimolo a Napoli, nel sindaco De Magistris, nel presidente del Napoli calcio De Laurentiis - nel 2006 nella Procura di Napoli e nel colonnello dei Carabinieri Auricchio, con indagini mirate.
Rinasce l’asse Milano-Napoli ogni volta che, all’ombra del diritto, si persegue la politica della forza. Alla quale sola Milano è avvezza. Come già nel 1992, con l’operazione “Mani Pulite”, che liberò la corruzione. Ma non si può dire il Sud al comando. È il Sud succube di Milano,  che al meglio ne è il paraninfo.  
Un compianto per una mancata espulsione è da ridere. Ma Milano si consola, in mancanza di meglio buttando la merda sugli altri. Sempre l’Internazionale milanese riversa sugli altri le sue insufficienze. Ha il record mondiale degli allenatori sostituiti, una trentina negli ultimi venti anni. E di giocatori svenduti - qualcuno anche alla Juventus, Altobelli, Serena, Boninsegna, Fabio Cannavaro e Bonucci tra gli altri. Questa sembra una specializzazione di Milano. L’altro club, il Milan, si è liberato di molti giocatori ottimi – molti a favore sempre della Juventu: Salvatore, Benetti, Altafini, Davids, Pirlo.

L’odio si addice a Milano
Si criticano in Italia gli arbitri Champions, che hanno letteralmente deciso almeno quattro partite a favore del Real Madrid, come se avessero commesso errori. Mentre si monta una canea, ormai da due settimane, e non è finita, contro l’arbitro Orsato che in Inter-Juventus avrebbe dovuto-potuto espellere un calciatore juventino al 13mo del secondo tempo e non lo ha fatto. Anche perché il-la Var non glielo ha consentito (che ha annullato un rete buona alla Juventus). Non c’è colpa maggiore o minore, c’è solo l’odio.
C’è l’odio non in rete, non solo in rete: l’odio è tra i giornali. “Gazzetta dello Sport “e “Corriere della sera” in testa, i giornali milanesi. Cioè in città.
Si dimentica per questo un precedente illustre alla “epiche” rimonte tentate-fallite da Roma e Juventus. Della stessa Inter, il 12 maggio 1965. Una semifinale di Coppa dei Campioni, partendo da un Liverpool-Inter 3-1. Fu 3-0, con gol di chi “doveva” segnare, Corso, Peirò, Facchetti. Che Astolfo, “La gioia del giorno”, così celebra: “La divina commedia delle partite di calcio, anche per uno juventino, due ore di giudizio universale, un coro ininterrotto, roba da tragedia greca, pur con i gol alla Ridolini prima della cavalcata risolutrice del gigante Facchetti”.


leuzzi@antiit.eu

Hammett, che il giallo fece d’autore

Una sorta di autobiografia, di uno che non ha fatto gli studi ma è diventato scrittore dopo pochi dei tanti mestieri che il genere biografia letteraria in America esige. E scrittore di scritture: un Autore, e uno anzi che ha tirato il genere giallo-nero fuori dal fango. Di scrittura semplice, dopo laboriose cure. Ironico il giusto, con amanti, familiari, editori e amici. Quando da soldato nel 1941 si farà crescere la barba la descrive alla figlia Mary come “una barba tutta bianca che mi dà una falsa aria di generale italiano decrepito, uno di quelli che perdono sempre le battaglie contro i Greci o sono catturati dai Britannici”. Parco di lamenti, benché soverchiato dall’alcol e dalla tubercolosi, con qualche scolo di supplemento, arrivando a pesare 57 kg., per 1,85 di altezza..
Un super-letterato. Hammett è quello che, in parallelo con Hemingway, ha inventato la scrittura dialogata – non teatrale: di psicologia e ambiente attraverso il dialogo, o un accenno di monologo interiore. All’editrice Blanche Knopf annuncia l’intenzione di “applicare al romanzo poliziesco lo stile del monologo interiore”. Poi le annuncia che ci ha rinunciato. Ma lo pratica. È puntiglioso sulla punteggiatura, che è anomala, lo riconosce, ma ci tiene, è indispensabile al flusso della sua scrittira. Con Afred Knopf ha da lamentare anche le “traduzioni” in inglese, l’adozione per le edizioni inglesi di sinonimi che sostiene falsano la sua scrittura.
Continuerà a leggere poco e come viene. Ma con opinioni decise. “Il buon soldato” di Ford avrebbe potuto essere con poco il famoso “giallo letterario”. Faulkner, “Santuario”, “sopravvalutato da chi ne ha sentito solo parlare, ha un gusto sicuro per il malsano e il terrore ma non ne estrae granché”. È uno dei pochi scrittori a vivere solo di scrittura, anche se molto lavorerà a Hollywood, alle sceneggiature. Ha insegnato scrittura a New York, in una scuola organizzata dal partito Comunista. Investe in molte produzioni teatrali. Finanzia l’innovativo quotidiano “PM” di Ralph Ingersoll. Scrive recensioni, sporadiche – è entusiasta di “Finnegans Wake”, diffida di Ernst Toller. Anima il Comitato degli Scrittori Esiliati, scrittori europei, organizzato dalla Lega degli Scrittori del PcUsa.
Ogni pagina ha un suo piccolo cameo. Malraux a Princeton nel 1937 è uno, durante un giro di conferenze sulla guerra di Spagna – da cui viene complimentato come “l’anello tecnico” fra Dreiser e Hemingway. Con una incredibile capacità di analisi dei fatti internazionali. La guerra di Spagna spiega con chiarezza e chiaroveggenza alla primogenita Mary già a settembre del 1936. O la Cecoslovacchia subito dopo Monaco nel 1938, come un accordo contro il “quinto assente”, la Russia di Stalin, quale di fatto era ma nessuno diceva. A dicembre 1943, malgrado lo sbarco in Italia e la rapida risalita della penisola, sa che la guerra durerà almeno 18 mesi in Europa, e altri 18 mesi in Asia - non poteva prevedere Hiroshima.
Metà delle lettere è a Lillian Hellman. Si scrivevano molto perché quando lei era a New York lui era in California, e viceversa, si amavano di lontano - e poi quasi quotidianamente negli anni della guerra, che Hammett, volontario, passò alle Aleutine e in Alaska. Hammett non conservava la corrispondenza, Hellman sì, e l’ha messa a disposizione. La compilazione utilizza anche gli archivi degli editori di Hammett, e le lettere alla moglie Josephine Dolan e alla figlia maggiore Mary, che le hanno conservate, in tutto o in parte.. Più un’ottantina di lettere indirizzate a un’altra amica e amante che le ha conservate, Prudence Whitfield – la moglie di Raoul Whitfield, una delle colonne di “Black Mask”, la rivista di gialli su cui Hammett ha debuttato.
Molto pettegola la corrispondenza con Lillian Hellman. Con la quale non è mai questione di politica, come si penserebbe, per la comune militanza nel partito Comunista. Mentre si parla molto delle donne di lui, e degli uomini di lei: il rapporto, dopo la gravidanza di Lillian interrotta con un aborto, per la difficoltà di lui a divorziare, evolvette subito verso la completa disinibizione. Faranno vita in comune, col conto in banca e tutto, condividendo le passioni per il fumo, il gioco e le scommesse, ma vita sentimentale separata. Quando si riuniranno stabilmente, comprando casa insieme a Pleasantville fuori New York,  ognuno vi farà la sua propria vita erotica e sentimentale. In una delle prime lettere, 1931, Hammett acclude versi scritti in onore di Lillian che inscenano “una criniera rossa\ i cui occhi verdi e avidi si accendevano,\ simili a quelli di un demone, \ in un viso tagliato per la voracità\.... E la sua voce era secca e tagliente come le due labbra\ Le labbra dure come la pietra”.Layman attribuisce a Hammett buona parte del merito del dramma che consacrò Lillian Hellman nel 1934, “La calunnia” (“The Children’s Hour”), 691 rappresentazioni di fila a Broadway.
L’erotismo, come l’alcolismo, era in Hammett “ereditario”, dice in più occasioni – il padre, a 76 anni anni, ha una ragazza di 27, scrive a Lilian, “che ha veramente l’aria inamorata”. Il nonno materno si è risposato a settanta anni, riempiendolo di zii. Lui, subito dopo aver avuto la seconda figlia, sta già con una scrittrice e musicista di New York, Nell Martin, con la quale emigra a Hollywood. Poi ci sarà Lillian Hellman. In contemporanea con Laura Perelman, sorella di Nathanael West, moglie di S.J.Perelman, l’umorista collaboratore eminente del “New Yorker”, con Prudence Whitfield, e con altre.
Una raccolta organizzata dalla figlia minore di Hammett, Josephine che ne scrive l’introduzione. Con un ritratto benevolo ma ben sintetizzato: alcolizzato e sessuomane, “era un gentiluomo del Sud”, corretto sempre nei confronti della ex moglie e delle figlie (a Mary infligge anche la lettura del mensile del PcUsa, “New Masses”, a scopo pedagogico), paladino dei diritti civili, ma “meno tollerante di oggi sulle questioni di diversità razziale, di scelte sessuali e di relazioni uomo-donna”, uomo semplice, “molto Americano, amava la pesca e la caccia, i bambini, Gershwin e Haydn”. Buon patriota, nella prima (da cui uscirà con la pensione di invalidità) e nelle seconda guerra mondiale. Trascorsa, questa, come caporale alle isole Aleutine, destinazione scelta con la raccomandazione di John Houston, mobilitato col grado di capitano. dove animerà per un anno e mezzo il giornale per le truppe.
La raccolta è organizzata, annotata e presentata da Richard Layman, uno dei biografi di Hammett. Rivista per qresta riedizione da Marie-Caroline Aubert

Dashiell Hammett, Un type bien. Correspondance 1921-1960, Points, pp. 731 € 9.50

martedì 8 maggio 2018

Una democrazia imperfetta

Nel ricordo di Aldo Moro per i quarant’anni del suo assassinio non si menziona il concetto di “democrazia imperfetta” che applicava all’Italia, forse il suo lascito più importante. Si è abbandonata la riflessione che fino ai suoi anni era di rigore, sull’Italia venuta tardi alla democrazia. Dopo essere stata convintamente fascista. E in una temperie politica antidemocratica.
La categoria Moro applicava all’esclusione del Pci dalla dialettica parlamentare e di governo. Ma è pur vero che votavano Pci – e Msi – due quinti abbondanti dell’elettorato, poco meno della metà. Votavano cioè per escludersi. La stessa quota che oggi vota Di Maio e Salvini, un italiano su due. Mentre la Democrazia Cristiana, che tanto si magnifica oggi per la Germana, era ritenuta in Italia poco meno che un’associazione a delinquere.
L’Italia  è un paese in cui nel 1945-1947 si è potuto uccidere per motivi politici più o meno impunemente. Ha avuto un quinquennio di terrorismo con centinaia di morti, e migliaia di feriti. Ha distrutto quel poco di democrazia che si era coagulata dopo la guerra per lasciare libero campo ad avventurieri di ogni bordo, affaristi, neofascisti, leghisti, e ora vaffanculisti, dietro il paravento di una giustizia dichiaratamente persecutoria. Era trent’anni fa la quinta, o quarta, potenza industriale, e ora arranca, unica fra tutti i paesi industriali. E ha votato in massa contro una riforma del Parlamento che per tutti era necessaria, per dare un governo democratico al paese. Il futuro avendo peraltro affidati a giovanotti ribaldi che “bucano lo schermo”, di nessuna qualità.   

Si dice egemonia, è il potere

Studioso di Gramsci, da oltre un quarantennio, e più della sua nozione di “egemonia”, Anderson la prende qui alla lontana. Un tentativo – non  detto – di dipanarne l’ambiguità. Anche a fronte dell’eclisse dell’intellettuale, che era il suo portatore e agente.  Parte da Erodoto, dalla guerra del Peloponneso, dall’unione militare greca contro la Persia. E dalla semantica: egemonia è per molti autori greci sinonimo di arkhé, della legge. Intesa come strumento del potere. Con una variante “secondaria”, in tempi di grandezza, di potere incontestato, che implica un po’ di interesse comune, e quindi di consenso.
Scrivendo nel 2017, il marxista-leninista della “New Left Review” non si fa illusioni. La forza (coercion) è l’essenza del potere. Si chiamerà egemonia per mascherare una debolezza, o alimentare un’illusione. Dopo la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, “l’oratoria ateniese, non più in grado di esaltare l’impero,.rivalutò le virtù dell’egemonia, ora convenientemente moralizzata come ideale del perdente”.
 Perry Anderson, The H-word: the peripeteia of hegemony, Verso Books, pp. 208, ril. € 20


lunedì 7 maggio 2018

Il mondo com'è (342)

astolfo

Barricate – D’obbligo e di stagione a Parigi, come strumento e simbolo di rivoluzione. Nella rivoluzione del 1848, a giugno, nella Comune del 1871,  maggio, e nl ’68, semlre a maggio. Le barricate si dicono a Parigi “tradizionali”.

Ivan Ilyin 2 – È il nume di Putin, il suo riferimento filosofico-teologico e la sua copertura, specie ora, in Ucraina. Lo vogliono tale, in America, la rivista “Foreign Affairs” e lo storico del Centro-Est Europa Timothy Snyder, “Ivan Ilyin, Putin’s Phiilosopher of Russian Fascm” (“The New York Review of books”, 5 aprile), ma per una volta in sintonia con lo stesso presidente russo.
Su Ilyin wikipedia ha poche righe - la Treccani niente. In italiano. In inglese wikiepdia si è invece da poco rinforzata con le pagine e gli argomenti dell’informativa pubblicata da  Anton Barbashin e Hannah Thoburn su “Foreign Affaitrs” del 20 settembre 2015.
 Putin ha scoperto l’ideologo panrusso nel 2006. Su segnalazione della sua “eminenza grigia” Vladimir Surkov, il responsabile della propaganda del Cremlino, col quale da allora in poi non fa che citarlo a ogni occasione importante.
Ilyin è rivalutato anche dalla Chiesa Ortodossa, come “filosofo religioso”. E dai residui del partito Comunista, di cui Ghennadi Zyuganov è l’animatore, che di Ilyin dice: “Ha dato un contributo molto importante allo sviluppo del’ideologia di Stato russa del patirottiismo”. Secondo lo storico Snyder, che però è anche un teorico del Russiagate, dell’accoppiata Ilyin-Putin influenza dominante nella politica americana, Ilyin è citato, oltre che da Zyuganov, dagli estremisti di destra Democratici Liberali. L’ex presidente Dimitri Medvedev “ha raccomandato i libri di Ilyin alla gioventù russa”. E “in questi ultimi anni, Ilyin è stato citato dal capo della Corte Costituzionale, dal ministro degli Esteri, e dai patriarchi ortodossi”.
Quello che è certo è che a Ilyin si sono ispirati Solženicyn e altri scrittori nazionalisti. E che il revival di Ilyin è dovuto a Nikita Michalkov, il regista. Ha scritto molto su di lui, e ha organizzato la traslazione delle spoglie dalla Svizzzera al monastero di Donskoy a Mosca, secondo le ultime volontà di Ilyin, con una cerimonia importante a ottobre del 2005. A maggio del 2006 Michalkov ha ottenuto dal Fondo Culturale Russo, del ministero della Cultura, l’acquisto delle carte di Ilyin, che lo studioso Nikolai Poltoratzky aveva affidato nel 1963, alla morte della vedova di Ilyin, all’università di Stato del Michigan, dove insegnava. A partire dal 2005, sono stati ripubblicati 23 volumi delle opere di Ilyin. 
I motivi del revival di Ilyin sono molti. Ma uno in particolare lo ha imposto a Putin e ai suoi collaboratori: l’Ucraina. Ilyin partiva dal principio schmittiano che “la politica è l’arte di identificare e neutralizzare il nemico”. La grandezza della Russia non confidava all’odio, anzi al contrario: “È impossibile costruire la grande e potente Russia sull’odio”, è una delle sue citazioni più frequenti (da “La cosa principale”, nella raccolta “I nostri compiti”): non sull’odio di classe sociale (socialdemocratici, comunisti, anarchici), né sull’odio razziale (razzisti, antisemiti), o sull’odio politico”. Ma sull’Ucraina, che metteva sempre tra virgolette, aveva idee specifiche, Negli anni trascorsi in Germania, fino al 1938 come funzionario dello Stato tedesco, caratteristicamente filo e antinazista, aveva capito che c’erano disegni sull’Ucraina in funzione antirussa. In un saggio del 1950, “Che cosa lo smembramento della Russia significa per il mondo”, teorizza “agenti stranieri” sempre all’opera, anche contro la Russia (allora potentissima Unione Sovietica). Le grandi potenze, se ne ne sarà la possibilità, tenteranno “inevitabilmente” di provocare caos e disorganizzazione per ammettersi parte dello Stato russo: “La Germania si muoverà sull’Ucraina e i paesi Baltici (la Germania allora era divisa, n.d.r.), l’Inghilterra morderà sul Caucaso e l’Asia Centrale”. Un volta che l’Occidente, in particolare la Germania, continuava Ilyin, si sarà annessa l’Ucraina, ne userà il territorio per indebolire lo Stato russo.
Secondo Snyder, “gli argomenti di Ilyin erano ovunque quando le truppe russe penetrarono più volte in Ucraina nel 2014. Quando i soldati ricevettero l’ordine di mobilitazione per l’invasione della Crimea a gennaio del 2014, a tutti gli alti burocrati russi e ai governatori regionali fu mandata una copia de “I nostri compiti” di Ilyin. Quando le truppe russe ebbero occupato la Crimea, e il Parlamento russo ne votò l’annessione, Putin citò Ilyin come giustificazione.”, etc. – a Ilyin si ispirò il comandante russo mandato a organizzare la  seconda entrata delle truppe russe in Ucraina, “nelle province sudorientali del Donetsk e del Luhansk”.

Populismo – È al centro della raccolta di saggi sull’Italia del sociologo politico marxista Perry Anderson, il direttore della “New Left Review”,  pubblicata due anni fa, “L’Italia dopo l’Italia”. Che la categoria impernia sulla “ricetta suicida” dell’Europa dell’euro: contrazione della spesa, pubblica e privata, taglio del welfare, taglio della Funzione Pubblica, “e la riparazione dei debiti sulle spalle degli Stati membri della periferia della Ue”. Una perversione in effetti difficile da immaginare. A esito semplice: a metà 2014 il pil europeo era ancora inferiore a quello del 2008, e l’Europa l’unica area ancora in crisi al mondo. Con Draghi Kaisertreu, il banchiere del re – nel suo caso regina, Angela Merkel.
Una discesa agli inferi che nel caso italiano s’innestava su un paese indebolito dalla finta rivoluzione di Mani Pulìte, a opera di un giudice Pci, D’Ambrosio (ma anche Colombo), e uno Msi, Davigo (ma anche Di Pietro). E un singolarissimo panorama della corruzione al vertice della politica europea,  in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna peggio che in Italia: della corruzione in senso proprio, compravendite del potere, per lucro personale.
Anderson ricostruisce l’operazione Mani Pulite per contestare la cosiddetta Seconda Repubblica: in realtà si è imposto un indebolimento della Costituzione e delle istituzioni, lasciando libero campo agli interessi, compresi quelli irresponsabili, dell’apparato repressivo. “Quando la Seconda Repubblica muoveva i suoi primi passi, l’Italia godeva ancora del secondo più alto Pil pro capite a parità di potere d’acquisto  tra i maggiori paesi Ue, dietro solo alla Germania: una qualità della vita in termini reali superiore a quella di Francia o Regno Unito”. Il seguito è macerie.
Un capitolo analizza la corruzione in Europa: un racconto brechtiano: di presidenti e primi ministri al soldo d’interessi di parte – Berlusconi, che andava solo a puttane, e coi soldi propri, ci fa una meschina figura. Un capitolo analizza la deriva autoritaria del Quirinale, di governi non eletti, di banchieri, uomini d’affari e tecnocrati. In governi del presidente, governi non eletti, camere sciolte d’autorità, e giudici, banchieri e giornalisti che licenziano i governi eletti.

È stato categoria a lungo dell’arsenale cominformista, in Italia del Pci. Populista era qualsiasi politica o dottrina che si appellasse ai bisogni delle masse senza essere del Pci.
È il mantra su cui Asor Rosa articolava “Scrittori e popolo”, un “classico” del ’68. Che per questo lo pose in dissidio col Pci, il suo partito. Augusto Iluminati fra i tanti, della corrente istituzionale del partito Comunista, gli imputò “gravi perplessità”. In realtà lo stesso Asor Rosa, pur esponendo ampiamente le motivazioni “populistiche”, non prendeva posizione  in loro favore e anzi ne sottintendeva la critica. Le categorie populiste che Asor Rosa individuava erano: la mitizzazione del popolo, il socialismo piccolo-brghese interclassista, in uno col riformismo gradualista, l’illusione paternalistico-educativa, il nazionalismo acritico al confine con lo sciovinismo.

Fu, dopo Asor Rosa e per altri versi, categoria discussa nel ’68 italiano. Riprendendo modi e polemiche dei Repubblicani storici. In particolare di Pisacane contro Mazzini, al quale muoveva gli stessi rimproveri che Asor Rosa esumerà in “Scrittori e popolo”: il paternalismo illusorio dell’educazione delle masse, l’antisocialismo piccolo-borghese, della piccola proprietà, dei piccoli interessi, il paternalismo. Finendo per confluire in un populismo antipopulista.
Della polemica di Pisacane, il Movimento riprenderà anche la tournure. Mazzini è tutti noi: “In Mazzini si personifica la vita del popolo italiano fino al 1948”. Ma “a Roma fu troppo romano”. Lodevole sempre: “Mazzini, se erra, conserva sempre la coscienza la più pura, e le intenzioni le più rette”. Ma: “Egli non tradisce mai i suoi principi; sono i suoi principi che qualche volta tradiscono lui”. Il principio populista: “Egli propende a credere che gli individui non rappresentino le nazioni, ma che le nazioni seguano l’impulso de’ pochi; e questo è gravissimo errore”. Andrebbe invece detto: “Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla il paese, ed è incontestabile. Ma il paese è composto da individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; invece, se tutti dicessero: «La rivoluzione deve farla il paese, di cui io sono una particella infinitesimale, epperò ho anche la mia parte infinitesimale da compiere, e la compio», la rivoluzione sarebbe immediatamente gigante”. Un’opinione politica e una mobilitazione non più mediata, ma immediata, individualizzata, che si vuole contro il populismo, ma per confluire nell’indistinto – un populismo appunto antipopulista. Un populismo individualizzato, singolarmente in armonia con la parcellizzazione dell’opinione all’epoca di internet.  

Riforma – G.K. Chesterston, “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”, 41:  “La grande scoperta protestante è che il re non può sbagliare”. La Riforma non si fece per porre un argine all’immoralità, ma contro la moralità: ”Il mio punto è che il mondo non si stancò dell’ideale della chiesa ma della sua realtà. I monasteri vennero contestati non per la castità dei monaci, ma per la loro non castità. La cristianità divenne impopolare non per l’umiltà ma per l’arroganza dei cristiani…. Il sistema medievale cominciò a essere fatto  a pezzi intellettualmente molto prima che mostrasse il più piccolo segnale di cadere a pezzi moralmente. E grandi plurime eresie, come gli Albigesi, non avevano la minima scusa  di superiorità morale. Ed è di fatto vero che la Riforma cominciò a smembrare l’Europa prima che la Chiesa avesse il tempo di rimettersi in sesto. I Prussiani, per esempio, non furono affatto convertiti al cristianesimo fino a poco prima dela Riforma. Le povere creature ebbero appena il tempo di diventare cattolici che gli venne detto di farsi protestanti. Questo spiega molto della loro susseguente condotta”. 

astolfo@antiit.eu

La povertà è senza soluzione

Un fatto tanto incisivo, evidente anche, che però sfugge alla classificazione. Di sicuro è un fatto terribile e diffuso:  “Ciò che è più terribile nella povertà è in fatto che ci sono esseri umani che, nella loro posizione sociale, sono poveri e nient’altro che poveri”, è la sola conclusione che il sociologo si sente di dare.
Si ripubblica di Simmel il saggio “Il povero”, 1908, con uno scritto precedente in tema, “Sull’avarizia, lo spreco, la povertà”, 1899. Una riflessione germinale, sulla povertà in ambito relazionale, che stimolerà molti studi successivi (tra essi, qui non citati, i due molto proficui di Ernesto Rossi e di Vincenzo Paglia, il vescovo di Terni). La riproposta si segnala per l’ampia introduzione di Donatella Simon. Che è una storia della sociologia della povertà, il filone tra i più recenti della recente disciplina, ma già articolato. Dall’approccio positivistico, sul quale Simmel s’innesta, alle teorie “dinamiche”, che fanno perno sul concetto di “agency” (Margaret Archer). Passando per la “prospettiva relazionale”, l’etica del lavoro, il consumerismo, i “nuovi poveri”. E per Achille Ardigò, Bauman, e il filone delle “capacità”, avviato da Amartya Sen e sviluppato da Martha Nussbaum.

Simmel viene prima, al trapasso dalla carità all’assistenza, dal privato al pubblico. Assistenza privata o pubblica per la povertà? Entrambe: “L’assistenza privata risponde alle sua cause individuali. Ma solo la collettività può cambiare le circostanze economiche e culturali fondamentali che causano quelle condizioni”. Con la mobilità libera,  l’obbligo dell’assistenza pubblica si è trasferito dal Comune allo Stato. 
L’assistenza è conservatrice – la conclusione è sempre quella delle prime leghe antipovertà in Inghilterra. E dev’essere sussidiaria, il lavoro è la migliore soluzione. Ma è meglio pubblica, Simmel fa un passo avanti rispetto alla posizione liberale – Tocqueville, per dire il più celebre, era invece a favore dell’assistenza privata, ai fini del controllo, e anche dell’efficacia del sostegno (“Mémoire sur le paupérisme”): “L’elemosina individuale stabilisce legami preziosi tra il ricco e il povero”, può essere tempestiva e risolutiva, essendo indirizzata a una situazione particolare, e rafforzare nel beneficiario, con la gratitudine, la volontà di reagire. Ma lo Stato ha anche il dovere di regolarla, sempre in funzione sussidiaria, sia in relazione alla gravità della crisi, alla durata, al numero di persone coinvolte, sia in relazione alle esigenze di bilancio, riducendola. Non c’è una soluzione.
Georg Simmel, Sulla povertà, Franco Angeli, pp. 128 € 16,50

domenica 6 maggio 2018

Problemi di base marxiani - 417


spock

Ha fatto più Marx per i lavoratori in due secoli o Lassalle in quarant’anni?

Ha fatto più Marx per la democrazia e le masse o Bismarck con lo stato sociale?

Marx ha sempre ragione, ma era anche più bello?

Perché i critici e contestatori di Marx continuano a essere grassi, calvi, goffi, e inarticolati?

C’è più sfruttamento del lavoro oggi, nel 2018, dopo un secolo di marxismo, oppure un secolo fa, nel 1918?

Ma se Marx ha ragione, perché si scopre oggi che l’asservimento dei lavoratori è massimo?

Se Marx ha sempre ragione, perché si è lasciato asservire dal dispotismo russo?

O è Marx, prima a Mosca ora a Pechino, maestro di dispotismo? 

spock@antiit.eu

La confessione è una rinascita

L’inizio è alla fine: “All’inizio della storia del mondo c’è una colpa! Potrebbe dunque esserci un’altra forma dell’eterna rigenerazione all’infuori del pentimento?” Nel mezzo è la vecchia filastrocca: péntiti, se non ti penti dovrai pentirti di non esserti pentito. Ma è tema complesso, oltre che uno scioglilingua – è il pentimento di fronte a Dio, non quello odierno, dei collaboratori di giustizia: tema filosofico e teologico. “Pentirsi significa anzitutto, nel ripiegarsi su un periodo passato della nostra vita, imprimere a questo periodo un nuovo senso e un nuovo valore elementari”. Scheler, nato e cresciuto in una famiglia mezzo ebrea (madre) e mezzo protestante (padre), di suo cattolico a quindici anni, e infine fuori da ogni confessione ma non agnostico, lo affronta sotto entrambi i punti di vista - ritradotto leggibilmente dal filosofo Nicola Zippel.
La sua conclusione è che confessarsi è esercizio che riconduce a Dio, alle proprietà vivificanti dell’anima: “Ci si dice che il pentimento è un reazione insensata contro ciò che è immutabile. Ma nella nostra vita non c’è nulla di immutabile. Tutto può essere modificato, in quanto esiste un’unità di significato, di valore e di attività. Proprio questa reazione «insensata» muta l’«invariabile» e pone l’atto di cui mi pento, il «questo ho fatto», il «così ero», nella totalità della mia vita su un nuovo piano e con un orientamento tutto nuovo”. Una sorta di battesimo rinnovato, un’autoguarigione.
Ma ci arriva dopo una disamina, da fenomenologo fine, delle altre concezioni del pentimento - a suo parere riduttivistiche – che è un excursus affascinante di storia culturale. Il pentimento non è per paura – Lutero e Calvino – la teoria più diffusa. Non è per vendetta contro se stessi – “illusione interiore” (Spinoza), “”cattiva coscienza” (Nietzsche). Non è la depressione (Kather) che subentra dopo un’eccitazione (“omne animal post coitum triste”, “puttane da giovani, bigotte da vecchie”).
Il vero pentimento si manifesta quando è generato dall’amore di Dio. È la prova di Dio, triplice, che Scheler spara rapido alla fine della trattazione: “Se non  ci fosse nient’altro nel mondo da cui attingere l’idea di Dio, il pentimento da solo potrebbe darci l’annuncio della sua esistenza”. Il ragionamento è semplice¨”Il pentimento comincia con un’accusa!” – è pentimento del peccato, “attività giudiziaria”: “Ma davanti a chi ci accusiamo? Non appartiene all’essenza di un’«accusa» la necessaria presenza di una persona che la intende e dinnanzi alla quale l’accusa ha luogo?” Uno. Due: “Il pentimento è inoltre un’inbtima confessione della nostra colpa. Ma davanti a chi confessiamo quando restiamo in silenzio soli con la nostra anima? E verso chi si rende colpevole questa colpa che ci opprime?” Tre: “Il pentimento termina con la chiara coscienza della rimozione della colpa, del suo annullamento. Ma chi ci ha tolto via la colpa, o chi è in grado di farlo?”
Con una postilla (quasi) integralista – tutto ciò è cristiano, il pentimento, il vero Dio: “Ciò che abbiamo detto fin qui non è una dottrina specificamente cristiana, e tanto meno poi un dottrina basata su una rivelazione positiva. Essa è cristiana soltanto nel senso in cui, come dice Tertulliano, l’anima è per natura cristiana. E tuttavia la naturale funzione del pentimento ha ricevuto soltanto nella Chiesa Cristiana la sua piena luce  e il suo pieno significato. Soltanto la dottrina cristiana col suo sistema ci spiega perché il pentimento posssiede nella vita dell’uomo la funzione centrale della rinascita”. Avendo già rivendicato: “Il. Cristianesimo degli inizi, non da ultimo con le lacrime inesauribili del suo pentimento, ha rinnovato il mondo della tarda antichità, indurito nella ricerca del piacere, delle potenza e della gloria, e gli ha donato un nuovo senso di giovinezza”. Spesso in effetti la Chiesa è stata confessante – e subito dopo Scheler nella stessa Germania contro il nazismo.    .
Le interpretazioni filosofiche “negative del pentimento, da Spinoza attraverso Kant fino a Nietzsche, si basavano su gravi errori. Il pentimento non è zavorra morale né autoillusione, non è un semplice sintomo di disarmonia spirituale, né un’assurda reazione della nostra anima contro ciò che è passato e ciò che è immutabile. Al contrario, considerato dal lato puramente morale, è una forma di autoguarigione dell’anima”.
Wittgenstein avrebbe obiettato: il piatto rotto non si ricompone. Ma Dostoevskij avrebbe concordato: “L’uomo che si pente sinceramente e confessa i suoi errori è come un neonato”.
Max Scheler, Il pentimento, Castelvecchi, remainders, pp. 61 € 3,75