sabato 21 luglio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (369)

Giuseppe Leuzzi 

“Qui”, a Bruxelles, scrive Baudelaire in uno dei tanti improperi (“La capitale delle Scimmie”) di cui gratifica la città, “non ci sono ladri di professione, Ma questa lacuna è largamente compensata dalla disonestà generale”. La relazione può non essere vera dei Belgi - Baudelaire era prevenuto.  Ma calza, invertita, nei paesi di mafia: ci sono i mafiosi, violenti, e c’è una mitezza spaventosa.
La società si stabilizza su poli conflittuali, non per accumulo: una società mafiosa avrebbe reso la vita impossibile ai mafiosi. Le mafie possono imperversare solo se e finché inducono rassegnazione – anche solo una legittima attesa di quieto vivere.

Reggio Calabria, che non ha (praticamente) aziende attive, se non le poche locali, le tassa al 73,4 per cento, record nazionale. Pochi, maledetti e subito, come nelle migliori tradizioni dei senza legge.

Poi si dice che i primati sono tutti nordici. Dopo Reggio Calabria, saltando Bologna e Firenze, della tradizione tassaiola comunista, la seguono nella Total Tax Rate (Ttr), per esosità fiscale: Catania, Bari, Napoli, Salerno, Foggia.

Lo sciopero proclamato negli stabilimenti Fiat dai Cobas a Pomigliano d’Arco e dalle Usb a Melfi contro l’acquisto di Cristiano Ronaldo da parte della Juventus non ha avuto nessuna adesione. Nemmeno una. Anche questo è ben un primato: un sindacato che non rappresenta nessuno era ancora da inventare.

Si fa business in Calabria nelle famiglie mafiose anche della letteratura. Ai fratelli Criaco di Africo, Gioacchino è vedette di Feltrinelli, si aggiungono i fratelli Gallico di Palmi. Ergastolana la madre, ergastolano il fratello Domenico, Carmelo Gallico, numerose condanne poi cancellate in Cassazione, è stato premiato al Bancarella. Con libro di memoria in cui lamenta la triste condizione di nascere a Palmi, Calabria – editore Anordest.
I mafiosi hanno indubbiamente più energia. Tanto più nelle società rassegnate, sotto il peso della loro insolenza e violenza. 

La mafia è inefficienza, e pregiudizio
Si può pensare l’inconcludenza delle indagini per la strage di via D’Amelio una delle tante inefficienze del sistema repressivo italiano, di inquirenti incapaci. Come piazza Fontana, Brescia, Bologna, o i tanti morti eccellenti per mano di mafiosi, incluso Piersanti Mattarella. Invece i figli di  Borsellino vogliono la colpa dello Stato voluta, la strage un disegno criminoso dello Stato, che poi, con altrettanta perfidia e insomma intelligenza, ha insabbiato la ricerca della verità. Come già i loro zii, la sorella e il fratello del giudice assassinato entrati in politica.
Cose siciliane, usa dire. Ma è lo stesso a Roma.  I Casamonica inquisiti e arrestati per la denuncia di un pentito di mafia non è una ridicolaggine. È il modo di essere della giustizia, o del suo apparato repressivo, che fa capire come le mafie propriamente dette siano imbattibili e anzi prosperano.
I Casamonica controllano mafiosamente la metà orientale di Roma. furti, protezione (pizzo), grassazioni, intimidazioni (bombe, incendi, spari). Non da oggi, da almeno settanta anni, da quando scesero nella capitale. E non in segreto: per questo, per essere mafiosi, sono noti a tutta la città.
Il giudice di Roma Prestipino, siciliano, anche dopo aver deciso gli arresti, dice che i Casamonica non esercitano come le mafie il controllo del territorio, e invece lo esercitano, ogni romano lo sa. Un furto nel loro territorio viene immediatamente perseguito, sia pure una macchina che sarebbe preferibile rottamare, se si ricorre a loro. Per accusarli e arrestarli però ci vuole la denuncia di un pentito calabrese, presunto ‘ndranghetista.   
La denuncia. La faccia una vittima di mafia, deve provarla. Anche se è impossibile – in Italia non è lecito “produrre” prove, nemmeno a proprio carico, a proprie spese, con indagini indipendenti, come si vede nei gialli al cinema. Perché? Il denunciante è il primo sospettato.
Se Mattarella, o la commissione parlamentare Antimafia, disponessero la pubblicazione delle “note di servizio”, le informative libere redatte dai comandanti locali dei Carabinieri, si vedrebbero cumuli di sospetti e accuse nei confronti soprattutto dei denuncianti. Si presuppone per una sorta di giustizialismo, che chi denuncia è uno che ha, uno abbiente, anche se ha le pezze al culo – e quindi sospetto, automaticamente. In realtà perché i Carabinieri, chiamiamo così i pubblici poteri, si informano presso i Casamonica di turno, i mafiosi di vario tipo, e più o meno dichiarati.
Se Mattarella o la Commissione facesse obbligo di indicare la fonte delle informazioni, i mafiosi emergerebbero con certezza fonti primarie, perfino uniche. In cambio di interventi repressivi blandi: ammonizioni, ammende, arresti brevi, con imputazioni scagionabili. L’imputazione vera si fa dopo trenta o quaranta anni di controllo del territorio, per dirla alla Prestipino, quando le vecchie mafie non controllano più la criminalità e non sono quindi buone fonti. Il patrimonio hanno messo al sicuro, ben riciclato. E gli arrestati – non necessariamente tutti, ne basta uno, il più importante – si pentono, concludendo trionfalmente la carriera criminale, con la pensione e la protezione di Stato - Riina e i Graviano sono eccezioni
Con la storia assurda dell’omertà. Per cui uno qualsiasi, un passante, un vicino, uno stranottato, deve fare quello che non fanno gli inquirenti, e non possono fare le vittime: portare le prove. Anzi: individuare prima il colpevole e poi portare le prove. Uno di cui sarà diffuso il nome e l’indirizzo non appena si sia formata una vaga idea di un delitto cui possa avere assistito. Si proteggono gli informatori ma non i testimoni.
Su questa traccia, dello Stato-mafia, bisognerebbe allora andare indietro. Ai tantissimi casi insoluti di assassinii eccellenti in Sicilia, Borsellino non è il solo. Per esempio a quello di Piersanti Mattarella, il fratello maggiore del presidente della Repubblica. Il sostituto Procuratore incaricato delle indagini trentasette anni fa, Pietro Grasso, indagò due terroristi di destra, Cavallini e l’eterno Fioravanti. Una novità totale per la Sicilia, per Palermo. Come fu possibile? Chi glieli mise davanti? Perché Grasso puntò su di loro? Quando si “scoprì” che i terroristi non c’entravano, era troppo tardi per trovare gli assassini dell’onorevole siciliano, che infatti sono impuniti.
Su questa traccia, non se ne esce più – troppe decadi di depistaggi, troppi Grandi Vecchi, troppi complotti. Mentre la ricetta del complotto è di essere unica e univoca, non c’è un complotto eterno - quello, semmai, a voler entrare nella mentalità complottista, è di chi congiura a “incastrare” la Sicilia e il Sud, nelle maglie di una criminalità invincibile, assurda.
La sentenza di 5 mila pagine sulla strage di via D’Amelio parla da sé. Di un processo spettacolo, lungo un’eternità, giostrato dal presidente Montalto con spreco di trasferte e altri trucchi d’effetto. All’inseguimento di Berlusconi – non riuscito, e quindi si dice che Berlusconi si è sottratto. Con prove ridotte alla dichiarazione di un pentito, non provata, e dello stesso Riina nelle sue “confidenze” in carcere - la parte della chilometrica sentenza servita ai giornali: di un Riina sciocco o rincoglionito che direbbe, dice il giudice, la verità delle cose - mentre si limita a parlare il suo solito linguaggio, minaccioso e allusivo. 
Il capomafia è uno che si ritiene dio in terra, Trump e Putin, e magari Xi, messi insieme, con la regina Elisabetta. Ma non tanto quanto il giudice.
Il Sud è malato, di giustizia.

Quando il Nord emigrava al Sud
Ci sono molti Calabrese, Siciliano, Napolitano al Nord, ma sono post-unitari. Ci sono molti cognomi Lombardo, e toponimi lombardi, al Sud, in Sicilia e in Calabria, di vecchia data. Del Due-Trecento, e anche dopo. Di scalpellini e artigiani della pietra inizialmente a Palermo, in sostituzione delle maestranze arabe, man mano che la capitale e l’isola si ricristianizzavano. E pi di emigrati per necessità, per sfuggire alle persecuzioni guelfe inizialmente, in terra ghibellina, e poi per beneficiare di un modo produttivo (agricolo, commerciale) più vario e ricco di opportunità.
Questi due aspetti, in particolare, sono stati documentati alcuni ani fa in una mostra virtuale a Pavia, il cui catalogo (documenti e schede informative) è reperibile online. Dei lombardi dell’oltrepo pavese emigrati in Sicilia nel Duecento. Dal titolo provocatorio, “I Lombardi a Corleone”, ma non tanto. Non se ne può inferire che la Corleone del ferocissimo Riina sia in qualche modo lombarda. Ma che la storia non è divisibile tra buoni e cattivi, in parte, sì.
 
La giustizia dell’odio-di-sé
È indubbio che Dell’Utri non è un mafioso. È indubbio che è stato condannato perché prossimo di Berlusconi. È indubbio che è stato condannato su testimonianze false. E allora?
È indubbio che è stato processato e condannato Dell’Utri in vece di altri mafiosi, che certamente allignano a Palermo e dintorni. È indubbio che da venticinque anni, dopo Riina, non ci sono più mafiosi a Palermo, non per i giudici. E dunque?
Questa giustizia è opera di giudici siciliani, meridionali.
A Milano sarebbe differente? Non lo è, ma sempre a opera di giudici meridionali anche loro - nella fattispecie a prevalenza napoletana sulla siciliana.
Si può dire male del Sud, ma non tanto quanto ne dicono i meridionali stessi. I migliori meridionali – un giudice è il migliore, per definizione. E ci saranno pure quelli che fanno male al Sud, con opere oltre che con parole, ma non tanto quanto i meridionali stessi.

Stranieri all'immigrazione

C’è confusione, anche se i filosofi del libro sono due - Bauman è presentato da Donatella Di Cesare. Parte della più generale confusione sulla missione umanitaria, che è succeduta di punto in bianco alla competizione ideologica. Un assurdo cascame della stessa: della superiorità della parte vincente, una superiore condiscendenza - si sono fatte e si fanno guerre umanitarie….
Non si sa niente dell’Africa. E anche del Medio Oriente, si sa poco più di niente. Pur essendo l’una e l’altro stati scoperti da tempo, neanche tanto remoti, anzi alla porta di casa, e da tempo nel Grande Gioco kiplinghiano, dell’imperialismo, ora sotto la forma della globalizzazione – che Bauman confonde con “un solo pianeta, una sola umanità”. L’Africa, dopo le indipendenze cinquant’anni fa, si è eclissata e più non ce ne occupiamo, se non per i tanti inermi africani che vengono a morire nel canale di Sicilia. E non si pensa di doverlo fare. I giornalisti, pur a caccia di storie strane o avventurose, non vedono quelle africane: di giovani reclutati nei villaggi e nelle periferie del continente per costosi della speranza, che si riducono a ingrossare le fila nelle città europee delle piccole mafie, per lo più africane, dei lavori meniali, degli ambulanti di falsi, dell’elemosina, e anche del malaffare, droga e prostituzione – un  solo reportage è stato fatto, dalla Nigeria, per un settimanale americano, il “New Yorker”(uno solo). I filosofi, pur compassionevoli, non ci pensano nemmeno. 
Dietro l’ovvio, “noi siamo un solo pianeta, una sola umanità”, l’approccio sbagliato. Donatella Di Cesare ne fa involontaria summa nella pur breve introduzione. La destabilizzazione del Medio Oriente dice dovuta a (“seguita a “) “gli azzardi politici e militari – malconcepiti, terribilmente miopi e dichiaratamente abortiti – delle potenze occidentali”. Occidentali, che vuol dire?E quali azzardi, di Bush jr., di Obama, di Trump? Di Sarkozy o di Hollande? Di Merkel, per caso? Della perfida Albione? Nel Medio Oriente?
Subito dopo una pagina mozzafiato sugli assetti africani e mediorientali, improvvisamente “teatro d’interminabili guerre tribali e settarie, di stragi, e delle imprese di banditi che spadroneggiano senza sosta e nel disprezzo di qualsiasi regola”. Non improvvisamente, effetto delle guerre umanitarie. Ersatz effettivamente subdolo delle guerre di liberazione, per esportare la democrazia e il benessere, che hanno dissestato una mezza dozzina di paesi, Egitto, Libia, Siria (e Libano), Iraq, Afghanistan.
E ancora: “Siamo tutti stranieri residenti”. Bella formula, ma non lo siamo, ed è meglio così – l’ideologia dello sradicamento ha causato brutti lutti, non c’è bisogno di essere Simone Weil per saperlo. Anche per poter essere di aiuto agli sradicati.  
O l’Africa, ancora terra incognita. A Sud del Sahara è sempre stata più “uno scenario di caos senza fine”. E quindi? Non si può dire questo caos effetto di “un mercato globale delle armi privo di qualsiasi controllo” e alimentato “da un’industria bellica assetata di profitti”: si scambia l’effetto per la causa.
Siamo solo alla quinta pagina, ma ce n’è abbastanza per vedere gli assunti, benché generosamente indefiniti, di Baumann traballare. L’inventore della “società liquida” ha svolto bene il compito, informandosi in dettaglio malgrado l’età avanzata – questo è il suo ultimo libro – a New York e Washington, a Bruxelles e altrove in Europa. Perfino con Christopher Catrambone, quello del business dell’accoglienza. Ma stando ben al di qual del Mediterraneo: non sa, e purtroppo non se ne occupa, di che cosa realmente stiamo parlando.
Tutto corretto, con citazione di papa Francesco. Con corredo di Kafka, come a dire l’incomprensibilità delle resistenze all’immigrazione di massa. Ma uno stridulo senso di non appartenenza permea Bauman. “I governi non hanno interesse a placare le ansie dei loro cittadini”, afferma nel mezzo del terrorismo islamico tanto crudele in Francia. Anzi, alla “lotta ai terroristi” dà “il ruolo di «primo volino»”, nell’orchestrazione sottintesa del terrorismo. Dell’Europa scrive come di un continente razzista, mentre non lo è – è uno dei pochi posti al mondo che non lo è. Dell’America prende per  buono il background del fenomeno Trump nell’analisi di Robert Reich, “Donad Trump and the Revolt of the Anxious Class”: “Due terzi degli americani vivono con i soldi contati. La maggior parte può perdere il lavoro in ogni momento. Molti appartengono alla crescente manodopera «a chiamata», lavorano solo se e quando servono, pagati a discrezione. Se non ce la fanno a pagare l’affitto o il mutuo, il negozio di alimentari o le bollette, finiscono a gambe all’aria”. Se fosse vero, sarebbe da rivoluzione di piazza, altro che Trump. Bauman lo crede vero, ma non critica i governi della globalizzazione che avrebbero così immiserito l’America, da Clinton a Obama, e si diffonde sul voto a Trump come un rigurgito di razzismo.
Ci sono sempre migrazioni, dice, “le migrazioni di massa non sono certo un fenomeno nuovo”. Ma per contiguità, territoriale, etnica, di fede, di lingua, di storia. Non si è mai ipotizzata un’Europa asiatica (cinese, Indiana). O un’Asia europea – è semplice: l’India non è la Germania. Gli europei ci hanno provato, in America Latina e in Africa, ma in programmi che si chiamavano di conquista, imperialisti.
I buoni propositi non esimono, se inducono all’errore. E anzi danneggiano la questione o causa, non la aiutano. Occorre tirare fuori l’Africa, e lo stesso Medio Oriente, dalla minorità. Bisogna dare – contribuire  a dare, non si può essere molto paternalisti - un futuro all’Africa e agli africani, ma con gli africani. Non da missionari, non da volontari, per quanto benevoli. 

Zygmunt Bauman, Stranieri alle porte, Corriere della sera, pp. 104 € 7,90


















venerdì 20 luglio 2018

Il razzismo antirazzista

Imperversa il razzismo degli antirazzisti. Non nel senso che Sartre teorizzava in “Orfeo nero”, il saggio del 1948 che introduceva l’antologia della poesia franco-africana di Senghor e Pompidou: di orgoglio etnico (psicologico, culturale, storico) di supporto per abbattere il colonialismo-imperialismo. Ma per affermare, a cinquant’anni dalle indipendenze africane, una indistinzione etnica e culturale. Facendo, perché no, un secondo torto agli africani e agli altri popoli già assoggettati, di ritenerli deboli o incapaci al punto da doversi proteggere col pregiudizio.
A Manchester  “gli studenti dell’università”, dice il giornale, hanno cancellato un murale con il poema “If” di Kipling e ci hanno sovrimpresso lo slogan di un’attivista afro-americana, Maya Angelou, “I rise”. Col consenso della direttrice del “Kipling Journal”, Janet Montefiore, che opportunamente dichiara: “Certo che Kipling era un razzista e un imperialista”. Mentre non lo era. La direttrice trova peraltro al suo fianco Nicola Gardini, che pure si apprezzerebbe come latinista, che al perplesso Ippolito del “Corriere della sera” dice cose del tipo: Trovo bello che abbiano sostituito Kipling con Maya Angelou, una donna nera. Un bellissimo gesto”. Parandosi pure le spalle, col contesto: “È vero, bisogna stare attenti agli anacronismi, e alla mancanza di rispetto storico”.
E alla mancanza di verità no? Gardini non ha letto “Kim”, non ha letto i racconti della frontiera, non ha mai letto il “Libro della giungla”? E i racconti anglo-indiani? Nessun anglo-indiano in carriera a Londra ha scritto dell’India con più rispetto - gli anglo-indiani di Londra non scrivono di India, e quando lo fanno – V.S.Naipaul, Arundhati Roy, lo stesso Rushdie - è per dirne malissimo.  
Il gesto degli “studenti di Manchester” – quanti? o il writer era uno? – si può capire, ogni giorno si cancella e si riscrive. Ma è razzista dire Kipling razzista. Si lascia intendere – la direttrice del “Kipling Journal” lascia intendere, per fare audience? - che”If “ sia una poesia imperialista, mentre è la poesia di un padre al figlio – che perderà in guerra. E si dice Kipling razzista mentre era tutto il contrario: uno cresciuto in India, e in grande disagio al rientro in Inghiltera - qualcuno avrà pur letto il suo primo romanzo, “The Light that failed”.
L’imperialismo è certo viziato - e peggio ancora il colonialismo, che, questo sì, si fondava sul pregiudizio razzista. Ma il veloce antimperialismo degli “studenti di Manchester” li dice avviati sulla stessa strada. Sotto l’ombrello dell’antirazzismo.

Visentini liberò gli autonomi dal vincolo fiscale

Dunque, si può accumulare un patrimonio di 110 milioni vendendo cravatte? Sia pure quelle firmate Yves Saint Laurent. La cosa emerge a Milano in una faida familiare, che ha avviato una denuncia-indagine fiscale, risvegliando la Guardia di Finanza dal torpore. L’ingente patrimonio esiste, sebbene accumulato all’estero, in paradisi fiscale, ed è legato al commercio delle cravatte.
Non una curiosità: l’aneddoto dà la dimensione di quale può essere l’economia in nero o in grigio in Italia. E ne dà anche l’origine: la riforma Visentini del 1974, il regime fiscale tuttora in vigore.
La riforma Visentini ha segato l’Italia in due, fra chi paga le tasse in anticipo e in più del dovuto, e chi può non pagarlo. Liberava infatti i redditi autonomi dall’obbligo fiscale. Non ex lege ma di fatto. Col prelievo forzoso e anticipato delle esigenze di cassa dello Stato sulle retribuzioni “liberava” gli altri redditi, nella pratica, dal dovere fiscale. Come?
La vigilanza è diminuita un parallelo. Intervenendo in casi eccezionali o comunque di altra natura -  delitti, fallimenti fraudolenti, contenziosi familiari. Tuttora gli accertamenti fiscali sono più numerosi a carico dei redditi da lavoro che su quelli autonomi – sono cioè burocratici, formali, su inadempienze di virgole. 


Problemi di base, di diritto e di rovescio - 434

spock


Ci voleva un (piccolo) mafioso pentito per scoprire i Casamonica a Roma, dopo settant’anni di furti, “protezione” (pizzo),  intimidazioni, nella metà orientale della capitale?

Sullo Stato-mafia una sentenza in cinquemila pagine: per babbiare?

Cinquemila pagine, le ha scritte tutte il giudice Montalto? Un Proust al quadrato?

Ma, in conclusione, come mai Berlusconi non è il capo della mafia?

Riina non era il suo sosia, il sosia di Berlusconi (affettava un palermitano incomprensibile nei bobottii col confidente che gli era stato dato in isolamento)?
 
Sui fondi pubblici ai partiti si è fatto un processo a Bossi ma non a Di Pietro: c’è un motivo?

Sui fondi pubblici ai partiti si è perseguito e si persegue la Lega, ma non l’Italia dei Valori: onore al nome?

spock@antiit.eu

Parnasi non dice tutto

Parnasi non dice tutto. E i giudici non glielo chiedono. Sullo stesso capo d’accusa per il quale è stato arrestato, lo stadio dell’As Roma, la speculazione edilizia attorno allo stadio. Parnasi non l’ha trattato con Lanzalone, Lanzalone era un fiduciario. Di poco rilievo, sia politico sia affaristico.
Parnasi ha trattato lo stadio con primario studio legale romano. Che l’ha messo in contatto col vertice 5 Stelle. Da cui è venuta la decisione di portare Lanzalone a Roma , docile uomo delle pratiche, semplificatore. Per la pratica stadio dell’As Roma. Che è – era - la più importante. Ed era anche un segnale ai costruttori, dopo il no all’Olimpiade a Roma
Parnasi non pagava Lanzalone. Non brevi manu, né a titolo personale. Dove e a chi sono andati i soldi?
Parnasi pagava “tutti” – usa dirlo a Roma dopo Evangelistio-Andreotti e Caltagirone, Ma più di tutti il Pd capitolino. Con chi trattava? Chi decideva per il Pd? Dono sono finiti i soldi?
Lo schema dele intercettazioni sembra estesissimo: si intercetta di tutto. Ma non su queste tre parti.
Non può essere per incuria.
Un’inchiesta coraggiosa, come suole dirsi. Ma debole in tre parti, le più importanti. Cos’è: una messa in guardia (il mafioso avvertimento)? Un ricatto?

Amori tristi di poeti


La destinataria è Bruna Bianco, piemontese di Cossano Belbo, trasferita con la famiglia in Brasile a sedici anni, nel 1956, che dieci anni dopo si reca a San Paolo a incontrare Ungaretti in un giro di conferenze e fargli leggere i suoi versi, accendendolo di fulmineo amore. L’ottantenne “Ungà” ne resta folgorato, e per due anni buoni la tempesta di lettere infiammate.
Anche infiammatorie? Non si sa. C’è sfoggio di viaggi a Londra, e incontri, con molto name dropping, Allen Ginsberg, Ted Hughes. Il curatore Silvio Ramat, montaliano racé, non chiarisce. Di solido, si sa che invece di Bianca arriva in Italia il fratello Marco, per studiare a Torino, al Politecnico. E che la coppia si costituirà, a fine gennaio 1968 a Roma, ma per un viaggio turistico di due mesi, in varie località italiane, da Canelli a Pompei, in Germania e in Svizzera. Lei figura essere diventata “un importante avvocato di San Paolo del Brasile”.
Una raccolta di profonda pena, sugli amori dei poeti. Assoluti e stolti. Lui vive il suo amore con amuleti e sortilegi, e poetandolo. Si dichiara democristiano - “cristiano di sinistra”. Le rimprovera errori di grammatica. È a ottant’anni quello che è sempre stato: entusiasta e ingenuo. Avendolo incontrato a casa sua fuori all’Eur nell’autunno del 1969, aggregato per curiosità a una giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno” che gli carpiva un’intervista con la solita scusa del Nobel imminente, Ungaretti si presentava piegato in due, il testone sollevato in aspetto leonina, lo sguardo chiaro sempre fulminante, sempre avido e lagnoso dei mancati riconoscimenti, capace di bersi tutto, anche la piccola beffa della giornalista.
Silvio Ramat, Lettere a Bruna di Giuseppe Ungaretti, Oscar, pp. 658 € 21

giovedì 19 luglio 2018

Ombre - 424

“Questo è il mio ultimo viaggio con mia moglie, sto morendo di cancro. Mi hai lasciato senza soldi e senza carta di credito. Ma ti perdono”. La lettera pubblica del sessantenne americano borseggiato a Venezia fa pena anche per un altro motivo: che una volta il borseggiatore sarebbe stato napoletano, e quindi in qualche modo avrebbe saputo della sua vittima, mentre ora è un peruviano, o un egiziano.

Maria Butina, dopo Anna Chapman, queste russe mandate in America a seminare danni fanno buoni plot. Butina anche perché consente un legame fra il Cremlino e la Nra, la National Rifle Association che difende la vendita libera di armi. E quindi l’imputazioni alla Russia delle stragi a scuola e per la strada. La Russia con le pezze al culo del dopobolscevismo, non la grande potenza. C’è insomma da preoccuparsi. Ma per gl Usa.

E queste donne del Cremlino, come giungono in Anerica? Col gommone? Con identità false, dicendosi per esempio ucraine, o georgiane?

Sull’affare migranti siamo agli scambi di accuse le più terribili, come l’assassinio deliberato, o peggio lo stragismo. Si penserebbero gli operatori cosiddetti umanitari persone miti e disposte ad ascoltare. Invece sono cattivissime: quando denunciano “i libici”, o “Salvini”, o chiunque altro gli si opponga sono cattivissimi.

Boeri, Inps, si difende: “Accusarmi di fare politica è una sciocchezza, io dico ciò che penso”. Singolare insensibilità politica di uno che è presidente dell’Inps: “fare politica” è per lui un fare materiale (piallare, tagliare alberi, picconare), oppure tematico?

Ma può essere un presidente dell’Inps, dei pensionati, un seminatore di dubbi e un po’ di maledizioni?
Per non dire delle sciocchezze che propone a getto quotidiano: un po’ di riflessione?

Nei dieci anni dal 2008 la spesa pubblica è aumentata del 20 per cento. Del 263 per cento a favore delle imprese, mentre è diminuita del 3,6 per la ricerca. Sarà per questo che la crescita è improduttiva.

Il capo dei Procuratori della Repubblica a Torino, Spataro, e il ministro dell’Interno, Salvini, sono sull’orlo della crisi di nervi. Spataro dice i leghisti farabutti e Salvini dice Spataro una schifezza. Spataro è giudice e quindi intoccabile: l’offesa a un giudice è lesa maestà. Ma in un giudizio popolare chi vincerebbe? Spataro ha lasciato talmente tante macerie a Milano, dove ha officiato per trent’anni.

Cortesi, giudici e avvocati si mettono d’accordo per defalcare dai messaggi contestati alla sindaca Raggi per abuso d’ufficio quelli che il suo fiduciario Marra, uno dei due fratelli, scriveva per suo conto. Come dire che Marra, quello dei due, era uno che lavorava per suo conto, non come fiduciario di Raggi. Ma chi è questo Marra – chi era prima di Raggi?

Girando per Roma uno si sorprende che la sindaca Raggi sia sempre al suo posto, tranquilla e sorridente. Pieno di erbacce e sporcizia dappertutto, oltre che sconnesso. Senza cura e sena nemmeno promessa di cura. Senza nemmeno una contestazione: Raggi è una vocazione?

 I grillini vanno in tv solo se senza contraddittorio. Senza scandalo, si sa che Grillo e i suoi sono i  moderni fascisti, multimediali. Ma le tv fanno a gara per ospitarli. Le tv libere, di Gruber, Floris, Fazio, etc.

Roma mundi caput est, sed nil capit mundum” è già tema dei “Carmina burana”, XIIImo secolo: Roma è capitale del mondo, ma niente contiene di mondo.
Anche perché “das istis, das aliis, addis dona datis,\ et cum satis dederis, querunt ultra satis”: dai a questo dai a quello, aggiungi altro al già dato, e non basta, te ne chiederanno di più.


Canti di libertà nel Medio Evo

Canti popolari ma in realtà colti. Con ampie riprese, parafrasi, citazioni, formule, e moduli, riferimenti, rifacimenti da Ovidio, tanti, e da Orazio, Giovenale, Marziale, una volta da Cicerone. Canti di libertà, in pieno Medio Evo - di opposizione, si direbbero oggi, contro i papi e i preti, simoniaci e concubini. Che il vagabondaggio arriva già a vantare come fonte di esperienza. Di mano di altri religiosi, anche se di ordini minori, “chierici”. E opera mainstream e non marginale, non minoritaria: al contrario diffusa e condivisa. Un altro Medio Evo
La raccolta si compone di tre gruppi di canti: “satirici e morali”, di critica della chiesa; d’amore; bacchici e conviviali. Alcuni  di autore, Gualtiero di Châtillon soprattutto, forse anche Abelardo, che ne resta comunque ispiratore, l’Archipoeta di Colonia,  Pietro di Blois,  Filippo il Cancelliere, e altri. In un quadro di gioventù vagabonda, clerici vagantes, in cerca di istruzione. Di vocazione o condizione religiosa. Di area franco-tedesca, con qualche apporto inglese (anglo-normanno) – e forse italiano, la questione è discussa. Sono componimenti in latino, eccetto un gruppo di 56, in medio-alto tedesco. Di un’epoca, tardo Duecento-primo Trecento, che conclude i movimenti riformisti e millenaristici seguiti all’anno Mille. Mentre si creano ovunque università, la scuola diventa istituzione, centro, aperto ai più. Di cui c’è già la critica e  la satira: “Florebat olim stadium,\ nunc vertitur in tedium”, dello studio in rima con tedio.
Opera di spiriti liberi, e più forse perché di posizioni condivise ampiamente, comunque non contestate – nessuno sostiene che non ci sia la simonia del clero. Benché in qualche modo soggetti alla disciplina clericale. Si critica la chiesa “in linea con la riforma gregoriana”, dice il curatore, ma di fatto liberamente. Gli autori ne sono membri, si tratta pur sempre di “chierici”, anche se con pochi obblighi ecclesiastici – ma con tutti i benefici, di giustizia e fisco separati, soprattutto, e liberi  perfino di sposarsi, nonché evidentemente di ubriacarsi. Liberi fino a sfiorare la bestemmia – il §44 è “Initium sancti evangelii secundum marcas argenti”, il titolo latino del vangelo di Marco adattato all’avidità di denaro (argento). Ripetutamente si attaccano con virulenza la curia di Roma e il papa.
La datazione più probabile riporta la raccolta alla terza decade del Duecento. A opera di monaci tirolesi. Che raccolgono canti di un secolo prima. Testimonianza di una fioritura morale, oltre che letteraria, diffusa. Non trasgressiva per quello che se ne lascia intendere, della lascivia o dello scandalo. I “Carmina” d’amore lo sublimano rispettosi al modo dei trovatori provenzali, solo senza madonne e sena corti. Non senza stereotipi, bisogna avvertire, specie in questa seconda parte che si vorrebbe trasgressiva ed è invece convenzionale, di pastorellerie e fuochi che (si) consumano. Il poema d’amore più famoso, il § 79, lungo ben 79 strofe, 316 versi, è una più che noiosa arte d’amare, su chi la fa meglio, se il chierico o il cavaliere. Molti riferimenti, da Ovidio eccetera, sono disanimati, scolastici.
L’interesse di oggi è che sono testi non esoterici né alla macchia per l’epoca. Che anzi ne riprende temi e strutture in altri contesti, perfino confessionali. I curatori trovano la struttura metrica  del canto goliardico più famoso, il  196, “Quando siamo all’osteria non c’importa del mondo”, ripresa qualche anno dopo, nel 1265, da san Tonmmaso d’Aquino nella sequenza “Laus  Sion” per il Corpus Domini.
 Ma tutta la lettura ne è stata travisata. In chiave romantica, nel tardo Ottocento, che li riscoperse e li editò. Mentre sono un testo di rara “modernità”. I “Carmina” rispecchiano anche un’insorgenza democratica – analoga a quella coeva dei trovatori  nel Sud della Francia, che però pur sempre muovevano in ambito cortese, cioè patrizio : il monopolio della cultura non è più della nobiltà. Le strade che un tempo solo i pellegrini animavano e collegavano, ora sono animate dai giovani, tra una università o un insegnamento e l’altro – e Pavia con le sue torri fa aggio, più che Parigi (che mai si nomina). Con la riscoperta dei classici, il loro libero uso.  
Una larga scelta, cento canti, poco meno della metà della collezione integrale. In originale, e in traduzione. Introdotta e commentate ampiamente da Piervittorio Rossi. Che purtroppo deve sacrificare il proprio dei “Carmina”, la cantabilità. Di senari-settenari semplici e doppi, da esametro classico, con rime baciate o comunque ravvicinate, da canzonetta. Con notevole applicazione inventiva di tecnica poetica, anafore ingegnose e altri accorgimenti. La traduzione può darne solo il senso, e in minima parte il cachinno dietro l’invettiva, o la gioia 
Carmina burana, Bompiani, pp. LIX-327 €12


mercoledì 18 luglio 2018

Problemi di base di vertice - 433

spock


Dopo Helsinki, che altro resta da fare a Trump, levarsi i capelli fake?

Putin è così affascinante – sembra un po’ tozzo?

Ma non è contro l’omosessualità?

O è contagioso – Grillo, Salvini, Le Pen?

Trump e Putin non hanno fatto la nuotata, con i pettorali in fuori, c’è un motivo?

O si capisce che Trump non ci abbia capito nulla, come Grillo, Salvini, Le Pen, il russo essendo una lingua difficile?

Sarà la Sicilia la Crimea di Trump – il Mediterraneo è anche più bello del Mar Nero?

spock@antiit.eu

Modigliani è le sue donne


Un giovane bello, dotato e divinizzato, che si strafà e si consuma, senza nessun motivo apparente. Visto attraverso alcune delle “sue” donne. C’è il Modigliani di maniera, ma ci sono anche sorprese. Della  famiglia, che lo ha seguito e aiutato. Di ebrei tunisini emigrati a Livorno, poi  a Parigi e di nuovo a Livorno. La madre, Eugénie Garsin, è la prima sorpresa: poliglotta, scrittrice, traduttrice, che annota nei suoi diari con intelligenza discreta le sorprese del suo Dedo, fin da ragazzo: favorito in ogni capriccio, che sempre scarta. O Rosalia, Rosalie Tobi, l’ostessa siciliana che lo coccola a Parigi quando ha problemi per mangiare. Le stesse modelle vengono fuori con personalità diverse. E le relazioni note, con Hébuterne, le arriviste Hastings e Amnet, l’incredibile Simone Thiroux, o la ninfa bambina Paulette Jourdain. Oltre alle donne solide, e solide memorialiste, cui si deve il monumento: Maud Abrantès, Lunia Czechowska, Achmatova.
Anna Maria Merlo-Franceso Poli, Modigliani e le sue donne, 24 Ore Cultura, pp. 79, ill. € 6,90


martedì 17 luglio 2018

Secondi pensieri - 353

zeulig


Capitale - È personale all’origine, e patrimoniale. Si socializza col tempo – molto tempo – e come una concessione. In parte costretta, in parte “capitalistica”, cioè intesa alla crescita del capitale stesso.
Originariamente inteso privato in misura anche estesa, a dimensione statuale. In quelli che M.Weber chiama Stati patrimoniali.  Che tuttora si perpetuano nella penisola arabica. Dove i regnanti si appropriano non contestati del bene pubblico massimo, la rendita petrolifera. Che solo in parte spendono a beneficio della nazione. Di più investono per disperdere e non per moltiplicare, in squadre di calcio a nessun beneficio, nemmeno d’immagine (prodigalità, mecenatismo), e senza criterio di gestione, megayacht inutilizzati tutto l’anno, megapalazzi, idem, firme del lusso, e la moltiplicazione delle meraviglie nei figli. Le figlie comprese, il cui destino è di restare segregate, e tanto più se intelligenti, attive e belle, con o senza velo.
Le donne in Arabia Saudita sono un lusso che contrasta con le teorie economiche del lusso, da Mandeville (“La favola delle api”) in qua, Marx compreso e Sombart. Del lusso o consumo ostensivo come generatore e diffusore di ricchezza, e quindi di risorse.
Il capitale è senza regole, anche se si fa un dovere di spiegarsi.

Carità – È dovuta – e quindi non virtuosa, non titolo di merito? Simmel, “Il povero” (in realtà “I poveri”) registra un “diritto alla carità” (pubblica). Come diritto fondamentale: “Il diritto alla carità appartiene alla stessa categoria del diritto al lavoro e del diritto alla vita”. Anche se poi concluderà all’“antinomia sociologica dei poveri”. È un diritto, insiste Simmel, “posto al di sopra e al di là del povero”: “Il diritto che corrisponde all’obbligo dello Stato, secondo il quale questo deve assistere il povero, non è il diritto del povero ma piuttosto quello di ogni cittadino”, in quanto contribuente.
L’assistenza è invece sempre egoista, la carità privata, anche quella di corpo, sempre secondo Simmel: “L’aiuto fornito dai sindacati britannici ai loro membri senza lavoro  ha per scopo non di alleviare la situazione personale  del beneficiario ma d’impedire che i disoccupati, per bisogno, vadano a lavorare altrove  per pochi soldi, ciò che genererebbe salari più bassi in tutto il settore”.
Anche nella cooperazione, si dà a beneficio (indiretto) di sé, in quanto gruppo o nazione. È il principio della cooperazione internazionale. Che la “cooperazione internazionale” cioè sessant’anni dopo comproverà, che nei saldi dei conti correnti (merci e servizi) con i paesi beneficiari registra sempre attivi per i paesi donatori. Volendo, con un certo fondamento nel Vangelo, nota Simmel: “Quando Gesù dice al giovane ricco ‘dai  tuoi beni ai poveri’, ciò che sembra importagli non sono i poveri ma piuttosto l’anima del’uomo ricco, il sacrificio non essendo che un mezzo o un simbolo di salvezza”. E nella chiesa: “Più tardi, l’elemosina cristiana conserva questo stesso carattere; non rappresenta che una certa forma di ascetismo, di buon lavoro che migliora le possibilità di salvezza del donatore”.

Essere – È dei romanzi. Della memoria (rimpianto, sogno, nostalgia, rifiuto) e della fantasia? Immateriale ma non inesistente, e anzi più insistente, duro, coriaceo. Intrasformabile, anche se, come Sainte-Beuve notava, “ogni lettore è un filologo”..
Umberto Eco ne tratta a proposito della visibilità (in una delle conferenze estive alla Milanesiana, “L’invisibile”, ora nella arccolta “Sulle spalle dei giganti”): tante realtà, che si seguitano e anche ci perseguitano, sono invisibili. Raffigurabili, ma immateriali. Non con una forma propria, e nemmeno con un esser-ci proprio: creazioni. Creazione forse non precisa né conclusa, ma estesa e non scalfibile: “I personaggi della narrativa non solo sono inventati, e quindi secondo il buonsenso inesistenti (e ciò che non esiste non può essere visto), ma sono invisibili anche in quanto espressi non attraverso immagini ma attraverso parole, e spesso neppure descritti con dovizia di particolari fisici. Eppure questi personaggi esistono in qualche modo al di fuori dei romanzi”, in “infinite immagini di ogni genere”.
Per esempio Anna Karenina. O Dumas de “I garibaldini”, quando, visitando lo Chateau d’If in rotta verso Quarto e la Sicilia, dove aveva rinchiuso per quattordici anni Edmond Dantès, prima di farlo conte di Montecristo, e dove lo aveva fatto visitare dall’abate Faria: “È un privilegio dei romanzieri creare personaggi che uccidono quelli degli storici. La ragione è che gli storici evocano solo meri fantasmi mentre i romanzieri creano persone in carne e ossa”.

La prima ontologia è quella del concetto stesso, della parola, di “essere”. Materiale, tangibile?

Iliade – Il poema della forza, per il famoso titolo di Simone Weil. Ma è il poema della necessità,  del destino. Della guerra, ferra necessità cui nessuno può sottrarsi, né per meriti né per forza o astuzia. Dal punto di vista del progresso, delle età della storia, è il culmine dell’età del bronzo, di una bronzea necessità cui gli uomini sottostanno – di passioni senza senso, nemmeno di interessi  più o meno benthamiti, egoisti.

Povertà – Simmel, che molto l’ha studiata, ne fa in conclusione una “antinomia sociologica”. In ragione delle “difficoltà socio-etiche dell’assistenza”. Che è un diritto, ed è un egoismo (v. “Carità”).
La questione rientra dunque in quelli che nel Medio Evo si consideravano  insolubilia, espressioni o ragionamenti passibili di duplici e configgenti interpretazioni. Chi è povero? Rispetto a che, a chi? “La povertà è un concetto relativo”, conclude Simmel: “Non è che a partire dal momento in cui sono assistiti – o forse da quando la loro situazione globale avrebbe dovuto esigere assistenza, benché non sia ancora concessa – che divengono membri di un gruppo caratterizzato dalla povertà”. I poveri come gli stranieri - oggi diremmo gli immigrati.
Alla fine Simmel collega il povero allo straniero. “Che anche qui si trova confrontato al gruppo. Ma il fatto di essere confrontato implica anche una relazione specifica che trascina lo straniero nella vita del gruppo come uno dei suoi elementi”. Con una particolarità: “Essere al di fuori non è in breve che una forma particolare di essere all’interno”. Come è vero di tutti i gruppi, e gli elementi del gruppo – anche “nelle strutture semplici, quale il matrimonio”. Parte non attiva. Dei poveri Simmel dirà in conclusione: “Questo gruppo non resta unito dall’interazione dei suoi membri, ma dall’attitudine collettiva che la società, in quanto tutto, adotta al loro riguardo”.

Segreto – È vuoto – deve essere vuoto? Il vero contenuto segreto è il vuoto – che non ci sia segreto. È la tesi di Umberto Eco, “Il complotto” (ora in “Sulle spalle dei giganti”). Ma questo equivale a dire vuoto il potere – compreso quello della chiacchiera, della parola. Un controsenso.
Il segreto  è una corazza, impalpabile, e uno stimolante. Bere caffè viaggiando in autostrada, protetti da airbag invisibile. 
Non c’è segreto inviolato, non  sarebbe “segreto”, lo stimolante. Il segreto va annunciato\denunciato, comunicato.


zeulig@antiit.eu

Recessione – 69

Si parla solo di crescita da un anno, di una sorta di miracolo, ma il tarlo della recessione è sempre all’opera (e non sarà il motore della crisi politica?) :

La crescita del pil, prevista all’1,5 per cento, viene ridotta all’1,2. Nel 2019 sarà ancora inferiore.

È comunque la crescita più bassa fra le economie europee.

L’attivo dell’export è in contrazione, di un quarto negli ultimi dodici mesi (un miliardo su 4,3). Al netto della “guerra dei dazi” annunciata da Washington.

Il reddito medio pro capite è ancora inferiore, in termini monetari, rispetto a quello del 2008 – il confronto si aggrava in termini reali, anche se ufficialmente l’inflazione non esiste.

La disoccupazione è a oltre l’11 per cento, contro il 7 per cento di dieci anni fa.

Il debito pubblico è passato nei dieci anni dal 102,4 al 131 per cento del pil, da 2.180 a 2.350 miliardi.   

L’eccezione Germania

Schäuble tira il colpo e nasconde la mano? Di nuovo, come già nel 2011? È quello che ha fatto, facendo filtrare la cosa, oggi come allora, presso fondi e banche.
Ineffabile, l’ex ministro delle Finanze (dell’Economia in Italia) propiziava con Paolo Valentino, che pure è corrispondente avvertito, non  sdraiato sulla soglia germanica, una mielosa intervista, “Un’Europa senza l’Italia non è concepibile”, (“Corriere della sera” 23 giugno). Da capo in petto  dello Stato europeo – non siamo tutti europei?  Nel mentre che scriveva velenose lettere contro l’Italia al capo della Vigilanza Bce, Danièle Nouy. Che volenterosa esecutrice rispondeva, benché l’ex ministro non abbia più titolo – Schäuble è ora presidente della Camera dei deputati tedesca, una sorta di Fico o Boldrini. Ma quando chiama la Germania, la Bce si mette sull’attenti. E questa è già una cosa: la Germania è ben europea, nel senso che fa eccezione.
Nello specifico, le lettere intimidatorie di Schäuble, le risposte sull’attenti di Nouy, la cosa è ora acclarata da Fubini sullo stesso giornale. Il 23 maggio il padre della patria europea (Schäuble è anche un teorico di varie Europe) chiede vigilanza accresciuta sul riciclaggio e i prestiti deteriorati – di cui la Bce aveva in esame quelli delle banche italiane. Il 6 giugno se la prende con la Grecia:  perché la Bce continua a tenere in vita le banche greche? Il 13 giugno specificamente con le banche italiane: quanti crediti deteriorati hanno, quanti titoli di Stato hanno, quanti titoli di Stato italiano hanno le altre banche europee.
La cosa non è da prendere alla leggera, come il “Corriere della sera” ha fatto. Come una curiosità, o una mania – Schäuble sarà vecchio ma non c’è nessun motivo per ritenerlo rincoglionito. Si conferma l’eccezione Germania. Non se ne parla più, perché la Merkel “tutti noi” (per i media italiani) è in difficoltà. Ma l’eccezione Germania è sempre all’ordine del giorno: Berlino non si ritiene uguale a nessuno, tanto meno all’Italia, e lo ribadisce con ogni mezzo. E l’“Europa” consente. Nemmeno obbligata: volenterosa (immaginarsi se alla Nouy avesse scritto Padoan…). E questa è l’Europa.
La collaborazione di Nouy è però provvidenziale, poiché rende pubblico l’intrigo di Schäuble. Il quale naturalmente le sue lettere minacciosissime ha tenuto segrete, un po’ come aveva fatto nella crisi del debito pubblico italiano nel 2011 – lui e il suo pupillo alla Bundesbank, il giovanotto Weidmann. La crisi fu avviata allora dalla Deutsche Bank con vendite straordinarie di Bot riacquistati a termine, in concertazione col governo tedesco che sollecitava pubblicamente l’allarme, un giorno Schäuble un giorno Weidmann.
Oppure, oggi come allora, è un segreto divulgato perché il bubbone scoppi? Non c’è complottismo, gli untori di peste non si fanno scrupoli. Né è da prendere la Germania alla leggera.

Baudelaire gran signore gran censore

“Essere divertente parlando della noia, istruttivo palando del niente”: il proposito è promettente. Ma perché proprio il Belgio nel mirino – la capitale del titolo è Bruxelles? “A fare uno schizzo del Belgio c’è, in compenso, il vantaggio che si fa nello stesso tempo una caricature delle stupidaggini francesi”. E della modernità – del tutto business: “Come si cantavano da noi, vent’anni fa, la libertà, la gloria e la felicità degli Stati Uniti d’America! Stupidaggine analoga a proposito del Belgio” – “il Belgio e gli Stati Uniti, bambini viziati dai giornali” è un tema vecchio, già trattato in “Il mio cuore messo a nudo”, prima di esiliarsi a Bruxelles. E per un dubbio: “Forse abbiamo parlato troppo male della Francia. Bisogna sempre portarsi la patria attaccata alla suola delle scarpe. È un disinfettante”.
Un gran reportage. Prevenuto, perché Baudelaire non ha avuto a Bruxelles l’accoglienza che sperava, gli editori che avevano fatto ricco Victor Hugo, le sale di conferenze paganti piene, gli onori, uno spirit vivace. Ma dopo un lavoro da Grande Inviato, curioso e scrupoloso, lungo due anni, gli ultimi della sua vita – come annota subito Montesano, che ha curato il revival: “Il dandy si aggira per i balli public durante il Carnevale, va ad assistere a meeting repubblicani, osserva le case private,  curiosa nelle botteghe, legge gli annunci pubblicitari, le scritte sui muri, colleziona statuti di associazioni, osserva i giochi dei bambini, nota le abitudini delle donne, copia i manifesti elettorali e le partecipazioni funebri, registra gli errori di pronuncia e di stile come segni dell’errore morale”. Diligente, ma subito incattivito.
Un strano libro dunque, di invettive. Con poche, brevi, “cose”. La ballerina “Amina”, Elisa Neri, e poco più. “Le plat pays” di Jacques Brel è antevisto con furore. Anticipato dal giovane Voltaire in esilio nel 1722 – “La triste città dove ho stanza\ è il soggiorno del’ignoranze,\ dlla noia, delal pesantezza,\ della stupida indifferenza…” – ma questo non esime. Né si può dire che Baudelaire abbia cattivo carattere. Ma era già mortalmente sofferente, anche se non lo sapeva, e tornava alle insofferenza della prima età, con la caratteristica mancanza di misura.
È anche indispettito: il suo non-conformismo non stupisce nessuno a Bruxelles. E questa è forse una chiave utile: c’è già la mancanza di curiosità che caratterizza i nostri giorni in Italia, forse per lo stesso motivo, per il potere “alla piccola borghesia”, direbbe Baudelaire, “che è micragnosa e solo vigila sul suo piccolo interesse”.
Più cattivo ancora Baudelaire è nelle lettere da Bruxelles, alla madre, al tutore Ancelle, all’editore, a Sainte-Beuve. Che Montesano documenta nella lunga introduzione. Insieme col consiglio di leggere i versi ancora più irrispettosi dedicati a Bruxelles, le “Amoenitates Belgicae” - che però meno di questa silloge si recuperano.
“La capitale delle Scimmie” è uno dei moltissimi titoli che Baudelaire registra nelle note qui raccolte. Che Montesano ha preferito ai titoli meno immaginativi adottati dai curatori delle due edizioni “critiche “di questi appunti lasciati sparsi e informi, Pichois e Guyaux. Anche il montaggio Montesano ha fatto diverso, in qualche modo tematico e non cronologico.
Montesano fa di questo Baudelaire un progressista, e anzi un rivoluzionario, al passo di Marx, che sta scrivendo “Il Capitale”, lo stesso che Flaubert, che sta scrivendo “Bouvarad e Pécuchet”, e un socialista proudhoniano, ma è arrischiato. Baudelaire ce l’ha col modo di vivere che Pound dirà dei “dollaria”, tutto calcolo e poco spirito. Ma da high tory, gran signore gran liberale, e per questo tanto più sprezzante. Contro Napoleone III e la demagogia al potere. Contro il potere del denaro, esaustivo, corruttivo. Contro i colonialismi. Specie del jingoismo, sarebbe da aggiungere, la ferocia piccolo-borghese – a Bruxelles “solo i cani sono vivi, sono i negri del Belgio”. Del resto da ragazzo, allievo dei gesuiti, era stato ben rivoluzionario. Fino al 1848, all’utopia rediviva dell’Ottantanove, fondatore e redattore, con Champfleury e Toubin, di “Le Salut public”, giornale rivoluzionario, in cui invitava i preti alla rivolta, in testa l’arcivescovo di Parigi Affre e lo scrittore sacerdote Lacordaire.
Charles Baudelaire, La capitale delle scimmie, Oscar, pp. 157 € 6,90