sabato 22 dicembre 2018

Ombre - 444


“Di chi è l’oro della Banca d’Italia?”, chiede il leghista Borghi in Parlamento. Non una questione da poco. Sono 2.452 tonnellate di oro. Le terze riserve mondiali, dopo gli Usa e la Germania.  Conferite alla Be non si sa a che scopo (a riserva dell’euro?) e con che titolo (proprietà, a titolo gratuito? In conto deposito?).
Ma la domanda indigna, alla Bce non si chiede. Basta poco in effetti alla nuova politica per farsi valere, con intelligenza.

Il paese con le terze riserve d’oro al mondo viene equiparato dalle agenzie di rating, quanto ad affidabilità, al Botswana. Al Kazakistan, a Panama. Perché non paga le agenzie?


Il rifiuto più degradante della degradata Roma è la carta-cartone. Il più semplice da raccogliere e da riciclare. Collettori inadeguati e raccolta una o due volte l’anno. A cura di un Comieco che invece spende pagine sui giornali per vantare il riciclo. Il riciclo è una truffa? Ricca, se si paga la pubblicità sui giornali.  

Con Colla candidata al segreteria in concorrenza col predestinato Landini, inizia la “rivoluzione Cgil”, annota Dario Di Vico. Per il resto inossidabile: contratti, paghe, flessibilità eccetera?

Susanna Camusso dichiara “guerra al governo sulla “manovra””: “Se non si darà ascolto al sindacato la mobilitazione sarà totale”. Dichiara guerra il 20 dicembre, a cose fatte. La mobilitazione dopo le feste, verso carnevale.

Lascia il Pentagono il generale James Mattis, capo dei Marines, “cane pazzo” di molte guerre, da sinistra. Elogiato da sinistra negli Usa e in Italia. Si dimette perché voleva più “impegno” militare Usa, più soldati e più guerre.

Però, in nessuna delle “Repubbliche” precedenti si erano avuti tanti procedimenti aperti subito come in questa Repubblica ennesima della Lega e i 5 Stelle – questi con le famiglie dei dirigenti massimi, Di Maio e Di Battista, per reati non da poco. Procedimenti a carico di partiti giustizialisti, cioè dalla parte dei giudici, quindi non c’è da obiettare il partito preso dei giudici antipolitica. 

“Selfie mortali:  dl 2011 al 2017 almeno 259 decessi legati alla ricerca dello scatto perfetto” – “Prima Comunicazione” online. Più le migliaia, centinaia di migliaia, milioni, di incidenti provocati\subiti da chi va per strada perduto nel cellulare.

“I giornali sprecano energie su Facebook e regalano a loro volta dati preziosi” - DataMediaHub, studio su venti testate.

E la pubblicità se la prende tutta Facebook. La pubblicità digitale cresce ancora nel 2018 a due cifre, del’11 per cento, ma per i tre quarti va a Google, Facebook e Amazon.

La pubblicità digitale verso il sorpasso su quella tradizionale. Negli Usa sarà il 65 per cento della spesa pubblicitari totAle entro il 2020. per il 35 per ceto Google, per il 21 Facebook, per il 7 Amazon.

È chiaro a tutti che è illegale proclamare di 28 giorni il mese di fatturazione, invece del decorso naturale come da calendario, come hanno fatto nello steso momento le quattro compagnie telefoniche italiane. Fatturando nell’anno l’abbonamento mensile per tredici invece che per dodici. Non però per il Consiglio di Stato, il quale statuisce che si può imbrogliare liberamente.

La quattro compagni e telefoniche, Tim, Wind 3, Vodafone, Fastweb, non sono nemmeno colpevoli di intesa monopolistica ai danni del mercato. Niente, il Consiglio di Stato è inflessibile. Poi dice che lo Stato è assente.

La Spd tedesca all’8 per cento nei sondaggi, ultima tra i partiti al Bundestag eccetto la Linke (la Leu tedesca, l’estrema sinistra), è il prezzo della riforma del’ultimo cancelliere del partito, Schrōder: la liberalizzazione del mercato del lavoro, la “riforma cinese”. Però, un partito Socialista che passa il lavoratore alla pubblica assistenza, che socialismo è – era?

Impressionante la somiglianza di Renzi presentatore di “Firenze” su Tv 9 con Alberto Angela. Gesti, pause, sguardi, dizione, tutto uguale. Imbonitore d’arte è meglio che imbonitore politico, più persuasivo?

Cairo celebra come un successo il calo delle vendite del “Corriere della sera” in dodici mesi del 4 per cento. Gli altri quotidiani perdono copie a due cifre, “la Repubblica”, “la Stampa, “Il Sole 24 Ore”, “Il Messaggero”, il gruppo Riffeser, “Il Giornale”.
In quattro anni i primi sette editori di quotidiani hanno perso un milione di copie.

Italiani online per tre ore al giorno – le donne mezz’ora in più. Gli italiani con accesso internet sono 42,7 milioni. L’Italia si conferma il paese della chiacchiera.

Storia triste dell’America in Italia

Un tributo all’Italia, sintetizzato nella dedica a Stephen Rubin, l’editore di Grisham, “un grande amante di tutto quanto è italiano – opera, cibo, vino, moda, lingua, e cultura. Forse non il calcio”. E un divertimento per l’autore, appassionato esperto di football americano, fuori dalla gabbia del legal thriller  per cui è famoso. L’avventura di un quarterback di spinta divenuto famoso in America nel far vincere gli avversri, e per questo ostracizzato, che finisce a Parma, nel modetso club cittadino della modestissima lega italiana di football americano, e qui si ritrova. Battendosi per niente, giusto una pizza e una birra dopo il match. Ma scoprendo che ci sono molte cose oltre il campo da gioco, dentro il quale ha vissuto i primi trent’anni. Con contorno di altre vite americane, giovani e giovanissime, insabbiate in Italia. Un apologo alla Graham Greene, di esistenze sbiadite réfoulées.
Moltissimo il football giocato, presente e passato, con non meno di un migliori di termini e azioni da specialisti. Con gioia evidente di Grisham. Una fatica per Nicoletta Lamberti, che ha tradotto il racconto. E anche per il lettore. Ma la mimesi di tutto quanto fa italiano, compresi per prima cosa, o seconda, i “documenti”, una sorta di antropologia a rovescio, di chi arriva e scopre l’Italia, quanto  fa italiano, si fa perdonare.
Con un solo errore. Il Trentino-Alto Adige, “una recente aggiunta all’Italia”, Grisham fa “sottratto all’Austria nel 1919 dagli Alleati come premio agli Italiani per avere combattuto i Tedeschi”. Forse confondendo la prima con la seconda guerra mondiale. Ma, curioso, mostrando di non avere letto Hemingway, “Addio alle armi”.
A fine anni 1980, sindaco Elvio Ubaldi, un trentenne Grisham è stato a Parma e dintorni, per fare ricerche per un altro libro. Ospite del sindaco al Teatro Regio, “Otello”, quello che vedrà il Professionista, e della squadra locale di football americano, i Parma Panthers, quelli del libro. Venticinque anni dopo scriverà la storia, in una Parma musicofila e pantagruelica, di una squadra di dilettanti vincente. Ma una storia mesta, sul fondo cittadino sanguigno intessendo destini americani variamente espatriati, tutti più o meno alla deriva.

John Grisham, Il professionista, Oscar, pp. 260 € 9,50


venerdì 21 dicembre 2018

Letture - 368

letterautore

Berlino – Corrado Alvaro la trovava ben tedesca negli anni 1930, “malgrado i bar internazionali”, e per questo impossibilitata a un ruolo internazionale o di centro europeo: “Il fondo del popolo, malgrado i bar internazionali, era tedesco fino alla radice delle ossa, e la solidarietà tedesca verso tutto quello che fosse tedesco vietò appunto a Berlino di assumere una funzione internazionale e di diventare un centro europeo. Era una civiltà locale infatuata di americanismo e di russismo, ma rimaneva tuttavia chiaramente indigena”.

Complesso di Telemaco – Un “complesso di Telemaco” accanto a quello di Edipo Sylvain Tesson popone in “Un’estate con Omero”. Non goliardico, anzi, a proposito della ricerca del padre, che prende i primi quattro canti dell’“Odissea”: “Una nuova sindrome basata sul ritrovamento invece che sulla rottura: “LEdipo freudiano deve profanare le sue origini per affermare la sua individualità”, mentre “Telemaco non vuole uccidere il padre né desiderare la madre”. Anzi, “lotta per ritrovare il suo genitore, reinstallarlo sul trono, riunire i suoi genitori”. Una “figura più principesca”, che non quella freudiana.

Dante – È omerico. Per Ulisse e, soprattutto, per la scansione e i ritmi della “Commedia”. Le analogie, immagini, metafore, similitudini, aggettivazioni in cui eccelle, e la mescolanza di divino e umano sono omeriche, non ci sono altri modelli analoghi nella classicità. Nell’“Odissea”, se non altrove, trovava anche un primo viaggio agli Inferi, ben prima di quello di Maometto.

Dialetto – Suona nasale in “Ragazzi di vita”. Carnale invece, pregno, nel “Pasticciaccio”, anche se infedele: è dialetto nel linguaggio, il giro del frase e la mentalità che gli sottosta. La nasalità è l’opposto del dialetto, che è carnale per essere tribale.

Digitale – Dei social, del big data, è il mondo che il viaggiatore d’avventura Tesson, tourné classicista in “Un’estate con Omero”, trova già nell’“Odissea”. L’isola dei Lotofagi, prima incursione di Ulisse “nel mondo irreale, tappa iniziatica in una cartografia dell’immaginario… metaforizza le occasioni per distoglierci dall’essenziale”. Che possono essere costanti, come in quell’isola: “Dopotutto, le ore che passiamo ipnotizzati sugli schermi digitali, dimentichi dei nostri impegni, dispendiosi del nostro tempo, distratti dei pensieri, indifferenti al nostro corpo che s’ispessisce davanti alla tastiera, somigliamo alle ore smarrite dei marinai di Ulisse, sull’isola avvelenata”.
Il Big Data, o Big Brother, è la sirene, che tutto sanno di ognuno di noi – “Noi sappiamo tutto ciò che avviene sulla terra feconda”. Automatico per Tesson l’apparentamento: “Esse ci spiano, prefigurazione di questo incubo nel quale noi sguazziamo con un piacere consenziente: il bi data delle nostre vite, contenuto nei nostri apparati elettronici e archiviato nella nuvola planetaria”. Tanto più per essere le sire di Omero uccelli e non creature acquatiche: “Dal cielo le Sirene attaccano. Dal cielo i satelliti ci sorvegliano. La trasparenza è un veleno”.

Fake news – “Passività e isterismo”, scriveva Corrado Alvaro in “Film Rivista”, 1946, “sono il risultato dell’educazione introdotta con tali modelli”, il cinema e la radio. In cui il ruolo dell’ascoltatore-spettatore è inerte, ridotto al silenzio. Lo scriveva non da censore – lui stesso è stato sceneggiatore di numerosi film - ma da analista degli effetti dei due strumenti, già allora ampi. Della tecnica, si può aggiungere, allora per la prima volta applicata alla comunicazione, il video sonoro: “Come accadde a tutte le trovate della tecnica, questi strumenti nati per migliorare l’uomo, sul principio lo degradarono”.

Femminismo -  “Il grande cambiamento della donna”, agli inizi del femminismo e dopo, “fu di adattare uno stile di vita in cui tutto la ferisce” – Colette. Anche se il femminismo resta un dovere, sono gli uomini che uccidono le donne.

Halévy – Daniel Halévy, l’amico e quasi agente letterario di Proust, nonché confidente e agen te letterario di Georges Sorel, “Riflessioni sula violenza”, 1908, fu anche amico e mentore di Malaparte in francese, in qualità di collaboratore di Bernard Grasset, l’editore. Pronubo di almeno due libri di Malaparte in francese: “Technique du coup d’État e “Lénin Bonhomme”.

Venezia – Svezzò Rousseau. Che vi soggiornò per un anno, libero dal patronaggio di madame de Broglie a Parigi (dopo quello, lunghissimo, di madame de Warens). Grazia al quale, divenuto segretario del conte di Montaigu, ambasciatore di Francia presso la Repubblica di Venezia, fu con questi nella città lagunare per un anno, dal settembre 1743 all’agosto 1744. Fu a Venezia che cominciò a stendere le prima note sul malgoverno delle città, che poi diventeranno il trattato incompiuto “Institutions Politiques”, ma da cui estrarrà il testo noto come “Il contratto sociale”. È di ritorno dall’incarico che lascerà i piccoli mestieri nei quali si era ingolfato, di copista di musica e analoghi, presenterà, nel 1750, ormai di 38
 anni, all’Accademia di Digione il suo primo “discorso”, “Sulle scienze e sulle arti”.


Viaggio – È il ritmo del cinema, trovava Corrado Alvaro “Al cinema”- e del romanzo. Interrogandosi sulla natura del cinema, alla prima occasione di recensire un film, “1860” di Blasetti, nel 1934, su “Nuova Antologia”: “Il suo ritmo”, del cinema, “è quasi di viaggio. In fondo la stessa letteratura narrativa ha per schema invariabile il ritmo del  viaggio e del movimento; prima è un viaggio materiale come quello di Ulisse, poi un viaggio attraverso l’esperienza morale come quello di don Chisciotte e di Renzo Tramaglino”.

letterautore@antiit.eu



Il fantasma di Eduardo


Una regia filologica, di Marco Tullio Giordana. Un’interpretazione rispettosa, la più di prima mano possibile: di Carolina Rosi e, nel ruolo già di Luca (Eduardo) De Filippo, di Gianfelice Imparato. E tuttavia la magia non declicca. Il problema ponendo del teatro di Eduardo senza Eduardo. Se è materia di commedia, o di dramma esistenziale.
Ha dell’una e dell’altra, ovviamente, ma allora perché non rende? Il problema è della napoletanità, che vuole molto colore  (una biografia, un’ancestralità, un’immagine robusta)?
Eduardo De Filippo, Questi fantasmi, Teatro Argentina Roma

giovedì 20 dicembre 2018

La Cina è vicina, all’implosione


Fino a quando il boom cinese, il mercato cinese, la globalizzazione cinese? La crescita interminabile, il mondo asiatico, di formiche a poco prezzo. Perché la Cina è destinata a collassare, questo è certo.
La Cina, la Cina comunista, è una delle due debolezze costitutive di questo boom ormai trentennale. L’altro è l’effetto reddito inverso: non della distribuzione allargata del mercato, ovvero sì ma a costo dell’impauperimento costante delle masse – dell’incertezza (niente più risparmio, quindi investimento) e del blocco demografico, della previdenza.
Il millennio è sospeso alla domanda: finché dura? Finché dura il dualismo cinese, la Nep di Hsiaoping, la nuova politica economica, or sono quasi quarant’anni, di un mercato sfrenato e di un controllo politico assoluto, dell’arricchitevi sotto le grazie e la protezione del partito Comunista Cinese, occhiuto e rigido.
L’implosione è inevitabile del modello cinese. Incerto è solo quando: oggi il partito Comunista è a controllo saldo, ma domani?

Lenin platonico


“Un «Europeo medio», un «funzionario puntuale e zelante del disordine», un imbrattacarte incapace di fare qualcosa  al di fuori dei campi della teoria, un piccolo borghese  casalingo e abitudinario, sperduto nella rivoluzione proprio come un capitano nel bel mezzo della sommossa; in sostsnza un fanatico del buon senso”.
Una biografia che è un racconto, è inevitabile con Malaparte. D’invenzione, cioè, vera. Non ha i  vertici visionari vero-falsi di “La pelle” o di “Kaputt”. E anzi ha già molto dei futuri verbali di comitati e burò politici che ci ammorberanno per mezzo secolo nel dopoguerra,  chi ha detto questo e chi ha detto quello. Ma la frusta riaffiora, la vena distruttiva-costruttiva che sarà la cifra dello scrittore. Alleviata (o aggravata) dal mistilinguismo, dallo zompettamento costante in francese, e perfino in inglese, da compilatore allegro.
La curatrice Mariarosa Bricchi è ben addentro all’ambigutà del personaggio – di Malaparte e non di Lenin - e la mette a frutto nella postfazione, che è il vero racconto, a partire da “il romanzo lo scrive in pochi mesi”. L’intuizione gli sarà venuta da una risposta che Lenin ragazzo avrebbe dato al vecchio Nikolaï Chelgounov, che lo esortava a impegnarsi nelle lotte operaie: “Io non sono ciò che voi chiamate un uomo d’azione”.
Lenin non era un condottiero, ma per molto tempo non si poté dire, nel 1930 quando Malaparte ne scrisse e dopo – dopo quest’opera presto trascurata e riemersa postuma, senza alcuna eco. Era un intellettuale borghese, un piccolo borghese sociologicamente, Il Kleinbürger di cui anche in Engels, e Marx. Che Malaparte trasforma in “funzionario del disordine”. Liberali, anarchici, gli stessi socialisti non sono  materia che lui possa accettare. È un uomo d’ordine, che “non si batte per la libertà ma per il potere”. E tipicamente un uomo di partito – in questo sicuramente marxista, si può aggiungere, anche Marx era estremamente fazioso. Ma, di più, un Robespierre: un uomo d’ordine – il parallelo con l’Incorruttibile prende molte pagine.
Le rivoluzioni sono borghesi. Piccolo borghesi: il termine, ora desueto, con i sinonimi “filisteismo” e “invidia sociale”, distingue una borghesia passionale, non critica, protagonista e vittima dell’opinione pubblica, di una saggezza politica mal digerita e pulciosa, sospettosa, vittimista. Malaparte ne scrive tra il 1929 e il 1932, spiegando nel “Prologo”: “Il pericolo più grosso che minaccia la società moderna è proprio lo spirito borghese da cui sgorga la logica che domina la vita e l’opera rivoluzioanria di Lenin; questo spirito fanatico che si rinviene da tre secoli all’origine di tutte le rivoluzioni, di tutte le avventure morali, politiche e intellettuali dell’Europa. Ci sarebbe da affermare che, al diventar quel che si chiama mostro, l’essere piccolo borghese sia proprio  condizione indispensaile”.
Non c’è molto altro. In apertura anche un panopticon impressionante dell’“essere russo”. Completato sul finale, alle pp. 185-187, sulla libertà impossibile: “Il dramma della libertà, in Russia, tien più della natura che della politica”. Il russo non sa essere solo. Per il resto poco o nulla, a meno di non essere esegeti della storia del comunismo. E qui peraltro niente che non si sappia. Una compilazione di resoconti giornalistici e memoriali. La vecchia letteratura settatrice cui ci aveva abituati il partito Comunista, di nessun interesse, tanto più oggi per l’irrilevanza storica – come documenti di costume, di un modo di essere nei partiti comunisti, per bande, ci sono testimonianze migliori, di primo piano, meglio scritte, a partire dallo stesso Marx, il più mafioso di tutti, e arguto.
Lenin e il bolscevismo fu tema dominante per Malaparte fra il 1929 e il 1932, dapprima da inviato della “Stampa” a Mosca, poi da direttore del “Mattino” e della stessa “Stampa”. La curatrice documenta tre Lenin di Malaparte in tre anni: “Intelligenza di Lenin”, raccolta di articoli, 1930, “Technique du coup d’État”, 1931, e sulla scia del successo della “Technique” questo “Le bonhomme Lénin”, concordato a Parigi con l’editore Grasset, per i buoni uffici di Daniel Halévy, 1932. Senza variazioni di rilievo tra l’una e l’altra pubblicazione, anzi con riutilizzo di interi pezzi Bricchi li rilegge in parallelo, segnalando riusi e innovazioni. Il “buonuomo” Lenin accostando al “brav’uomo francese” di Prezzolini “una quindicina d’anni prima”, in “La Francia e i francesi nel secolo XX”.  
Questa edizione è una prima. La pubblicazione in italiano fu rinviata nel 1932, e poi ancora nel 1939, quando tutto era pronto da Bompiani sotto il titolo di “Lenin Buonanima”. Si fece dieci anni dopo, per accompagnare il successo di “La pelle”, ma in traduzione dal francese. E in questa traduzione Lenin fu ripreso da Vallecchi nel 1962, nell’edizione delle opere di Malaparte curate da Enrico Falqui. L’originale italiano dandosi per perduto. Un manoscritto è stato successivamente rinvenuto nelle carte dello scrittore, un canovaccio non definito,  con molti tratti in francese, soprattutto le citazioni, e con pagine mancanti. È questa edizione, che Bricchi ha completato nelle poche pagine mancanti con la traduzione dal francese, che si ripubblica.
Non vivace, con le solite generalizzazioni “tipiche”: “il” russo, “il” rivoluzionario, “il” comunista”. Un libro voluto, da analista politico, ma non sentito. Ci vorrà tempo a Malaparte per perfezionare col brio e la leggerezza questo frusto filone, con “Maledetti toscani” e le numerose appendici. E tuttavia, per il centenario che non si è celebrato della Rivoluzione d’Ottobre, un tributo. Di un fascista. Di un paese fascista, che ne boicottò la pubblicazione ma senza ragione plausibile. “Appena si parla di libertà”, il messaggio è, il messaggio di Malaparte, e vale non solo per i russi, “lo Stato deperisce. «Dove c’è libertà non c’è Stato». In questo assioma di Lenin è contenuta tutta la sua concezione rivoluzionaria dello Stato”.
Il tentativo, non riuscito, è di far passare Lenin per uno qualunque. Un po’ romantico, come tutti i rivoluzionari, ma con una moglie (e una suocera), la bicicletta, i libri, le titubanze, i magoni, gli scoppi di collera, e di riso, gli amici che poi sono nemici, e viceversa. Ciò di cui Lenin si occupa, un mese prima del colpo di Stato sulla “Pravda”, e dieci giorno dopo la coquista del potere in un decreto governativo, è il monopolio statale degli annunci pubblicitari. Come se fosse “possible, nello Stato comunista, la sopravvivenza della stampa borghese”, e delle banche e industrie che la foraggiano. “Come tutti i piccolo borghesi fanatici, razza redoubtable et actuelle, egli spingeva il suo fanatismo a tal punto che aveva il più profondo rispetto per le sue idee, e spingeva a un tal grado il rispetto per le sue idee, che egli le credeva bienfaisantes. Vi era del filantropo in quel mostro allo stato platonico”.
Un Lenin platonico, ideale di se stesso, non è male. La zampa c’è, le zampate poche.
Curzio Malaparte, Il buonuomo Lenin, Adelphi, pp. 311 € 20

mercoledì 19 dicembre 2018

Secondi pensieri - 370

zeulig


Femminicidi - La donna è il maggiore corpus delicti della storia degli esseri viventi e della contemporaneità, inclusi gli ebrei probabilmente dell’Olocausto, e gli animali domestici nei paesi arabi, per numero e gravità delle offese.

Innatismo – Da Erodoto e Platone a Federico II e a Montaigne e Descartes, la tradizione è antica del linguaggio innato, fino al ”ragazzo selvaggio” dell’Aveyron, del film di Truffaut.  Erodoto racconta di due neonati isolati alla nascita dal faraone Psammetico, nell’VIII se colo a.C., con l’imposizione alla balia di non pronunciare una parola in loro presenza, che invece parlano – la prima parola che pronunciano è “pane” in frigio, la lingua della balia. Analogo esperimento di Federico II non ebbe esito perché i neonati morirono prima di cominciare a articolare la lingua. L’argomento di Platone  è meglio reso da Montaigne: “Apologia per Raymond Sebond”, il teso più organico e ampio dei “Saggi”: “Credo che un bambino che sia stato cresciuto in perfetta solitudine, remoto da ogni associazione (che sarebbe un dura esperienza) avrebbe una qualche forma di linguaggio per esprimere le sue idee. È non credibile che la Natura abbia negato a noi questa risorsa che ha donato a tanti altri animali” – ma qui per imprinting, per “istruzione”.

Madrepatria - Per Hannah Arendt con Heidegger dopo Hitler non è solo un letto ritrovato, c’è l’amore della patria. Di un uomo che è la lingua e la cultura. Con cui esprimersi in libertà.
Ci voleva una filosofa per scoprire la vera madre: quando si perde la lingua si perde tutto. Non è una malattia, non grave, si sopravvive, ma senza gusto.
Gli emigrati a lungo hanno cercato moglie al paese d’origine, una qualsiasi ma che lo scambio consentisse nella lingua comune, riposante, rinfrancante. Sia pure solo per la triviale quotidianità - ma non c’è altra intimità, nelle grandi questioni non c’è scambio, chi vive solo lo sa, non si mutuano pensieri elevati: si comunicano esperienze e identità. Nel non detto, se si parla la stessa lingua.  

Male - Ben prima di Eichmann Hannah Arendt era stata colpita dall’ordinarietà del male. Nello stesso suo amore indefettibile per Heidegger probabilmente: un amore intellettuale, certo, verso un incantatore di vergini, ma anche sensuale e perfino bestiale. Già di Rahel Varnhagen diceva: “Lei è un esempio dell’amore nella sua forma più banale”. Ma lei, Hannah, più di Rahel ha cavalcato appassionata tutti i fossi e le miserabili barriere, degli appuntamenti disattesi, della viltà del suo uomo e maestro, della riduzione inequivoca a oggetto. Sarà stata la sola walchiria di tutta la storia del nazismo, il Leandro della trama d’amore della nuova umanità, di uomini deboli – anche nel bene: di una debolezza che è però resistente.

È vero che il male è banale, alla portata degli scemi. Il filosofo e scrittore Friedrich Hielscher, rilasciato dopo la tortura, benché nazionalrivoluzionario e tutto, amico di Ernst Jünger, animatore dell’Ahnenerbe di Goebbels, caduto in disgrazia per aver promosso un sistema “tribale frazionato” medievale contro la modernizzazione di Hitler, trovò i suoi aguzzini seduti alla scrivania dietro le scartoffie. Ma i tedeschi non sono scemi.
Hannah Arendt fa sua la banalità del male di Bernanos in uno strano modo, anche di essere ebrea. In Bernanos angoscia: che il male sia comune fa paura. In lei è quasi una difesa, tra la chiamata di correo che allevia la colpa e la banalizzazione del reato. Ciò nasce dal fatto che Eichmann è niente, un contabile – e che molti capi delle Comunità ebraiche lo erano: Eugenio Zolli, il rabbino di Roma che si battezzò, ne dà attestato straziante, di vanità e superficialità. Per il fascino del numero, che anch’esso fa tedeschi gli ebrei. Mentre l’Olocausto è storia di mille storie, di milioni di storie, di bambini strappati alla famiglia, di uomini e donne strappati alle case, uno per volta, con schieramento di carri, moto, mitra, cani, con frastuono di urla, latrati, invocazioni, lacrime, mancamenti, alle luci dell’alba o nelle tenebre della notte, assalti ripetuti migliaia, milioni di volte, per settimane, mesi, anni, rinnovati a ogni campo di smistamento, a ogni stazione ferroviaria, a ogni campo di sterminio, a ogni appello nel campo, la mattina, la sera, la notte. È questo l’orrore, che tutta questa sofferenza si lascia cancellare da numeri, regolamenti, organizzazioni, percentuali.
Esibire, come si fa negli ex lager, i diagrammi e i calcoli costi\benefici alla Mengele, tante proteine tante giornate di lavoro, disattiva la terribilità del male, lo rende banale e quasi innocuo.

Hannah Arendt visse gli ultimi giorni della guerra, e la verità dei campi, sgomenta per la distruzione della patria tedesca, contro l’esaltazione dei vincitori e il morgenthavismo, la riduzione della Germania a campo sterile. È su questo sentimento che codificò il totalitarismo, la nuova categoria politica dopo la classificazione di Platone. Che è anzitutto un atto di fede.
Il nazismo fa per questo antieuropeo: “L’umanesimo, la cultura europea, lungi dall’essere alle origini del nazismo, vi era così poco preparata, così come a ogni altra forma di totalitarismo, che per capirlo e tentare di venirne a capo, né il suo vocabolario concettuale né le sue metafore tradizionali possono servire”. E il male banale, ordinario. Per la compassione, se non l’amore, per la Germania. O il disprezzo. O tutt’e due, un atto d’amore disperato, con rabbia. E voglia di credere: il male radicale può non essere banale.
Ma è vero che l’ideologia conta poco nel totalitarismo. Conta in democrazia, dove provoca danni. Nei regimi distruttivi la distruzione conta più delle idee: avesse Hitler eliminato tutti gli ebrei, non per questo la sua politica di annientamento si sarebbe fermata.

Nascere – “Non essere nati è una maledizione”. Il pazzo savio di Paul Auster in “La città di vetro”, il primo racconto della “Trilogia di New York”., ha un’altra veduta, non convenzionale, della questione: il non nato è “condannato a vivere fuori del tempo, dove non c’è giorno né notte”. E senza “neppure la possibilità di morire”.

Nichilismo - “Tu ti credi un nulla, ed è in te che risiede il mondo”, Avicenna.

Tucidide - Traditori di tutti, “La guerra del Peloponneso”  sembra Scerbanenco. L’atto di nascita dell’Occidente, della storia, la politica, la retorica, i diritti, è un seguito di guerre tribali, astiose, spietate, e di tradimenti senza fine.
La differenza con l’Africa odierna è che ad Atene si scriveva, Tucidide sa scrivere. A parte il dialogo fra gli ateniesi e i melii, assurto a chiave dell’opera, e della sapienza politica dell’Occidente, da Atene a Washington, ma sembra alla Campanile.
Tutti tradiscono tutti, a Sparta come a Atene. Tucidide, ateniese e democratico, parteggia per Sparta, surrettiziamente.
Una democrazia, quella di Atene, che non aveva amici, né estimatori, solo schiavi e sudditi ribelli. Alcibiade, che tutto perse, Tucidide invece fa “bello-e-buono”, solo troppo ricco – se lo buggerava?
Tucidide è perfido. Anche se non si capisce come mai gli spartani, che sconfiggono sempre Atene, non vincono mai: erano ritardati? E alle somme fa combattersi in tanti, fra isole, città, paesi, che la popolazione attuale, tre milioni di greci maschi tra i 15 e i 60 anni, non sarebbe bastata. Il tradimento moltiplica le orecchie, se non le menti e le braccia?

Verità – “News gratis? La verità costa”, titolo di giornale. A parte la pretesa che la news sia la verità – normalmente è tutto l’opposto, la news comunque la fabbrica – perché la verità costerebbe? Perché è quella “scientifica”, di scienza applicata, milionaria.


zeulig@antiit.eu

Il buono è cattivo a Rai 1

Lasciano la bocca amara le due ottime serie Rai 1, serie d’autore, dell’ultimo mese – delle ultime quattro settimane: la superproduzione Rai1-Hbo del classico di Elena Ferrante, che Costanzo, pur con pochi personaggi e poche situazioni, è riuscito a illuminare per otto ore abbondanti, e lo stratosferico Amendola di “Nero a metà”, la storia pure prevedibile del poliziotto accettato-non accettato, perché africano, profugo, orfano della madre nella traversata, adottato. Lo sconcerto è per il non-finale dell’“Amica geniale”, certo in vista di un sequel, peraltro annunciato, ma dopo otto ore una catarsi ci vuole, altrimenti è solo irritazione – da tenersi viva, si vorrebbe, per dodici mesi? Ma di più perché entrambi i racconti fanno odioso l’inevitabile personaggio positivo che li sorregge. Forse “politicamente scorretto”, che non sarebbe male. Ma troppo scorretto, e in peggio.
Un onesto operaio ne “L’amica geniale”, che ha lasciato la fabbrica per mettersi in proprio, e si è sacrificato a sposare un donna dolce e bella benché improduttiva, butta la figlia dalla finestra, le impedisce di andare alle medie perché femmina, e il maschio insolentisce violento in ogni occasione. In “Nero a metà” la Commissaria capo Liskova, e il solito giudice sfaticato e saputo, vogliono provare che l’ispettore Amendola è un assassino. Non provare se, vogliono che sia provato. E non perché siano cattivi o loffi, no, per la legge. Che è assurdo, violare la legge per la legge. Peggio fa il “nero a metà” che dovrebbe commuoverci, ex bimbo profugo, orfano, amorevole figlio adottivo, innamorato fantasioso della figlia dell’ispettore: si trombava la Commissaria Capo, che non è male ma lui lo fa da carrierista, e per conto di lei crea una falsa prova contro il padre dell’innamorata, il sincero gigante Amendola, dopo averle sottratto le chiavi di casa dalla borsa, da borsaiolo senza cuore.
Sarà la figura del maschio che deve essere cattivo, della nuova moralità puritana americana, se Hbo ha fatto “L’amica geniale” per gli Usa. Ma così scorretto, da galera? Sarà questa la nuova moralità? Da social sospettosi di tutto. Magari dello stesso puritanesimo Usa, degli avvocati a percentuale – “è tutto un bordello”? Ma non si capisce. E poi se è vero che il papa riposa la sera con Rai 1, che sogni farà?
Saverio Costanzo, L’amica geniale
Marco Pontecorvo-Giampalo Simi, Nero a metà

martedì 18 dicembre 2018

Theresa May e il gioco delle tre carte


C’è un che di affascinante nella vicenda parlamentare della Brexit, dell’accordo con la Ue, e insieme di inquietante: la forza del linguaggio. Della rappresentazione di sé. Della rappresentazione che si ha di sé, e si sa, si può, imporre all’esterno.
Si provi a mettere un Conte, o anche un Gentiloni per questo, al posto di Theresa May. Che cinquanta parlamentari del suo partito sfiduciano sull’accordo per la Brexit. Ma non abbastanza per farla sfiduciare davvero, ossia farla decadere. Abbastanza per lei per tornare a Bruxelles, a Berlino e  Parigi, e perorare una briciola in più. Si sarebbe detto un mercante di tappetti, di Conte o Gentiloni. May no, è solo una premier in difficoltà, simpatica a prescindere anche perché è donna.
Non si sopravvive a un vero voto di sfiducia, del proprio partito. Ma nessun giornale inglese che abbia denunciato quel miserabile gioco delle tre carte. Nessun commentatore italiano, o europeo, o americano che lo rilevi. No, l’Inghilterra non mercanteggia, quando mai, l’Inghilterra è sovrana, l’Inghilterra forse sbaglia ma per eccesso di orgoglio. L’immagine – il linguaggio – è tutto. Ed è una dote, certo, sapersi incensare, volere bene.  

Era americano il primo Gian Burrasca

“La vera storia di Gian Burrasca” è il sottotitolo italiano. Cioè l’originale a cui Vamba si è ispirato. “Forse troppo”, dice l’editore.  
Il “Bad Boy’s Diary” è del 1880, “Gian Burrasca” del 1907. Redattrice editoriale oltre che scrittrice, Metta Victoria Fuller Victor pubblicò il “Diary” sotto pseudonimo, Walter T. Gray, ma si attivò e ottenne un successo immediato, con molte ristampe, e la diffusione anche in  Europa, in edizione inglese. Era preceduta da Twain, da “Tom Sawyer”, 1876. Che a sua volta era preceduto, nota il curatore Salvatore Proietti, da una “Story of a Bad Boy” di Thomas Bailey Aldrich, 1870. 
Metta Victor sarà seguita da numerosi altri. E nel 1907 da “Vamba”, Luigi Bertelli, che sul “Giornalino della domenica” del febbraio 1907, annunciando la pubblicazione a puntate del “Giornalino di Gian Burrasca”, dirà di averne ricevuto il manoscritto da una scrittrice, Ester Modigliani, che a sua volta lo avrebbe avuto da un ragazzo livornese – bilingue? Quattro anni dopo, dopo il successo di "Gian Burrasca", lo stesso editore, Bemporad, pubblicò  questo “Diario” col titolo “Memorie di un ragazzaccio”, tradotto da Ester Modigliani. Che però non ebbe successo.
La traduzione di Ester Modigliani è stata ripresa da Salani nel 1952, col titolo “Ritratto di Mastro Scompiglio” e l’avvertenza che “qualche capitolo” può risultare già letto “in un altro libro, giustamente diffuso e apprezzato”.
Giuseppe Fanciulli, “Scrittori e libri per l’infanzia”, ne dà la storia editoriale, sembra, di prima mano. Bertelli-Vamba era giornalista e disegnatore, illustrava il “Giornalino” e i libri. Quando Ester Modigliani sottomise a Bemporad la sua traduzione di “Walter T. Gray”, questa gli fu passata per idearne l’illustrazione: “La signora Ester Modigliani offrì al “Giornalino della domenica”, per l’appendice, la sua riduzione di un libro inglese. Vamba esaminò sommariamente il manoscritto; lo trovò divertente e interessante, pensò di abbellirlo con illustrazioni imitando perfettamente lo stile del disegno infantile; poi prese a fare dei ritocchi al testo; poi, assai presto, mise da parte la traduzione per affrontare da sé, con tutta la libertà del suo estro”, il testo tradotto, producendo un racconto a “carattere comico e umoristico, tutto nostro e tutto vambesco”.
Una rivendicazione che è anche un riconoscimento. Fanciulli, nomen omen, pedagogo e divulgatore della letteratura per i ragazzi, fu giovane compagno di merende di Vamba-Bertelli: quando, l’anno dopo “Gian Burrasca”, Vamba lanciò sul “Giornalino l’idea di una Confederazione Giornalinesca, senza frontiere, e cioè comprensiva “naturalmente di Trieste, dell’Istria, di Gorizia, della Dalmazia e di Trento, perché il nostro popolo non riconosce barriere politiche”, Fanciulli fu nominato presidente del parlamento del patriottico “Stato balocco”.
Proietti documenta le “somiglianze” tra Vamba e Metta Fuller. Spingendosi oltre: se non è documentabile la conoscenza del “Gian Burrasca” negli Usa, c’è però da dire che la serie dei “Fantastici Quattro”, il fumetto di Stan Lee e Kirby, ha qualcosa di Vamba: il lato eroicomico, e il vero nome della Torcia Umana, Johnny Storm, traduzione letterale di Gian Burrasca. Ma molte somiglianze sono stata trovate, si può aggiungere, con Hasek, “Il buon soldato Schveijk”.
I prestiti sono nell’ordine delle cose. Mark Twain ebbe una reazione dura contro il “Diario di un ragazzaccio”. Poiché nella caccia all’autore dietro lo pseudonimo qualcuno aveva fatto il suo nome, allertò i suoi avvocati perché agissero contro “quella robaccia inutile”. Di fatto però, nota Proietti, adottandone l’inglese “scorretto” in “Huckleberry Finn”. In “Tom Sawyer” aveva tentato di riprodurre il dialetto. Poi viene la lingua scorretta, semianalfabeta, di Georgie Hackett, il “ragazzaccio”. Poi “Huck Finn”, completamente in dialetto. Mentre i colloquialismi del “Ragazzaccio” Proietti ritrova fino in Faulkner e Toni Morrison.
Metta Victoria Fuller Victor, Diario di un ragazzaccio, Cooper, pp. pp. 295 € 12,80

lunedì 17 dicembre 2018

Il mondo com'è (362)

astolfo


Giustizia – Due dei giudici che condannarono Carlo I a morte, Goffe e Whalley, emigrarono nel Connecticut dopo la Restaurazione, e vissero fino alla morte segregati in una grotta - P. Auster, “La stanza chiusa” (“Trilogia di New York”).

Patto Hitler-Stalin – Saranno ottant’anni fra pochi mesi, il 23 agosto, del patto a sorpresa, detto nelle storie diplomatiche “Molotov-Ribbentrop”, che avviò la seconda guerra mondiale una settimana dopo. Un evento molto traumatico, la porta aperta al conflitto, trascurato dalla storiografia per uan sorta di rispetto della Russia di Stalin. Un accordo anche in sé violento: un patto di non aggressione che era in realtà un patto di spartizione, in previsione cioè della guerra: Hitler si assicurava il non intervento sovietico mentre attaccava Polonia e Francia,  in cambio del passaggio all’Unione Sovietica dei paesi Baltici e della Finlandia. Non ci sono patti analoghi nella storia diplomatica, cioè di violenza sfrontata..

Il patto curiosamente minacciò l’“Asse”  Mussolini-Hitler. L’accordo che Mussolini annunciò come Asse a Milano in piazza del Duomo l’1 novembre 1936. Una settimana dopo che Hitler aveva riconosciuto come legittima l’occupazione italiana dell’Etiopia. Trasformato in “Patto d’acciaio” il 22 maggio 1939, contro il capitalismo (Francia, Inghilterra) e contro il bolscevismo (Urss). Doppiato dal patto Antikomintern, contro l’Internazionale comunista, sottoscritto da Hitler col Giappone il 25 novembre 1936, cui  l’Italia aveva aderito dodici mesi dopo.
Il patto Molotov-Ribbetrop fu visto da Mussolini come una violazione degli accordi italo-tedeschi – consentendo la neutralità nell’aggressione alla Polonia e alla Francia. “L’alleanza tra Mosca e Berlino è un mostruoso connubio”, annotava Ciano nei diari il 26 settembre 1939, “che si realizza contro lo spirito e la lettera dei nostri patti”

Populismo – Quello classico, registrato e definito dalla scienza politica, è russo e americano. Quello russo segnala la deriva terroristica, a partite dal 1860 circa, dall’abortita riforme agraria, dalla mancata liberazione della gleba, di movimenti diversi e anche opposti: slavofili, occidentalisti, democratici-rivoluzionari. Si organizzarono circoli rivoluzionari unitari. A partire dagli ani 1870 i “populisti” si adoperarono ad “andare bverso il popolo”, come chiedevano i socialisti rivoluzionari  Herzen e Bakunin, con iniziative di fatto. Circoli insurrezionali si erano già formati, “Seguaci di Čajkovskij”, “Circolo dei Siberiani”. Confluiranno nel movimento “Terra e libertà”, Zemli i volja, fondato nel 1876, con lo statuto specifico di “andare verso il popolo”. Cioè nelle campagne.
La cosa riuscì impossibile, i contadini non erano ricettivi, e l’associazione riportò i suoi obiettivi in ambito urbano, a difesa degli operai, con ogni mezzo. Quattro anni il gruppo più robusto dell’associazione si costituiva in Narodnia volia, “Volontà del popolo”, un’organizzazione politica urbana che puntava ad affermarsi col terrorismo, una deriva già avviata da un paio d’anni. I primi attentatori furono assolti. La più famosa, Vera Zasulič, che a gennaio 1878 aveva ferito a colpi di pistola il governatore Trepov, si giustifico sostenendo al processo che Trepov era responsabile di torture, e affermando la necessità “di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo crimine e di porre un argine alla cronica profanazione della dignità umana”. Lo steso farà Maria Kolenkina, arrestata per terrorismo a fine 1878. L’incriminato al terzo processo per terrorismo, nel 1879, Sergej Bobochov, argomenterà: “Non avevo nessuna intenzione di uccidere o ferire. O per meglio dire, mi era del tutto indifferente. Ho sparato solo perché, facendo fuoco, potevo esprimere apertamente la mia protesta contro i crimini del governo”.
Il terrorista russo soppianterà il cattivo italiano, il Carbonaro, in molta narrativa, anche di Conrad e Dostoevskij.

Quello americano è anch’esso di sinistra più che di destra. Anche se ha capitalizzato meno che la destra. E ha radici anch’esso nel secondo Ottocento. Ma non resta marginale successivamente nella storia americana, è anzi a essa centrale – la sola novità oggi, poteva scrivere Marino de Medici per il Centro di Ricerca Luigi Einaudi a marzo del 2016, a proposito della competizione nelle primarie presidenziali di Sanders e Trump, “è che per la prima volta nella storia americana due populisti dei partiti maggiori si contendono la Presidenza”.
È formidabile populista, andando a ritroso, Bernie Sanders, lo “sconosciuto senatore ‘socialista’ del Vermont”, che ha movimentato le ultime campagne elettorali americane contro la corruzione della stessa politica, la corruzione legale, sotto l’ombrello della “Citizen Unite”, la decisione della Corte Suprema nel 2010 che ha liberalizzato il finanziamento della politica, asservendola ai grandi interessi (Hillary Clinton, avversaria di Sanders alle primarie Democratiche, finanziava la sua campagna con centinaia di milioni di dollari). Sanders raccoglieva su questo terreno i frutti di una campagna lanciata da un Partito Progressista un secolo prima, fin dal 1912, un  partito che si voleva di lotta alla corruzione politica. E si faceva forte dei movimenti spontanei tipo Occupy Wall Street, contro i soprusi della comunità finanziaria e gli sgravi fiscali a favore dei ricchi – mentre Trump a desta raccoglieva l’eredità dei Tea Party, e la Marcia dei Contribuenti su Washington del settembre 2009, contro la fiscalità eccessiva.
Il Progressive Party si è immortalato tra le due guerre nella figura di Robert La Follette, governatore del Wisconsin, senatore repubblicano, candidato presidenziale: precursore di Franklin Delano Roosevelt e del New Deal, in particolare dell’abolizione del lavoro infantile, della Tennessee Valley Authority, la cassa del mezzogiorno americana, della legge sindacale (Wagner Labour Relations), della Consob americana, la Securities Exchange Commission. Era “Progressista” anche il Repubblicano Fiorello La Guardia.
Alle presidenziali del 2000 il populismo vedeva in gara Ralph Nader, il “consumerist”, protettore dei consumatori, e lo stesso candidato democratico Al Gore – lo schiarimento populista, se fosse stato unito, avrebbe sconfitto largamente George W.Bush jr., che invece vinse. Gore si era presentato alla convenzione democratica, e aveva vinto, con un programma interamente populista: contro l’industria petrolifera, del tabacco e della farmaceutica, contro le assicurazioni sanitarie,  contro l’inquinamento per l’ambiente puro.
Nel 1992 il ruolo di “terzo candidato”, su una piattaforma populista, antitasse eccetera, fu assunto dal milionario Rosse Perot. Che non vinse, ma non perse male. Tra le due elezioni c’era stata l’esperienza interessante di “Pat” Patrick Buchanan, un ex collaboratore di Nixon e di Reagan, ma cattolico, e in quanto tale fautore di una “guerra culturale”: all’immigrazione sregolata, al multiculturalismo, all’aborto, ai diritti dei gay. Una piattaforma con la quale condizionò a lungo le primarie repubblicane.
Era stato populista di grande richiamo il vice di Truman alle elezioni del 1948, Henry Wallace. Che il suo programma aveva intitolato “Century of the Common Man”, all’Uomo Comune contemporaneo dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini in Italia. Ma a tendenza spiccatamente di sinistra, antimilitarista e anticapitalista.
I riflessi letterari sono stati cospicui anche in America – ma anche in questo campo più a destra che a sinistra: da Upton Sinclair a Ezra Pound. Più dichiarati però, avvertiti, in scrittori di colore: W.E. DuBois, primo nero “addottorato” negli Stati Uniti, scrittore politico vigoroso, e Ida Wells, nata schiava, l’iniziatrice dei diritti civili, fondatrice della Naacp.
In parallelo con il Progressive Party a inizio Novecento, anche se non in collegamento, si svolse l’attività politica di Theodore Roosevelt alla presidenza. Energico riformatore delle società per razioni, nonché fautore dello scorporo dei monopoli, e del primo ambientalismo.
Il movimento si era manifestato negli Usa, prima che con il Progressive Party, in difesa del mondo agricolo dopo la guerra civile, e la vittoria del Nord “industrialista e banchiere”. Anticapitalista. Antimonetarista: a lungo combatté l’istituzione della banca centrale, e l’ancoraggio del dollaro all’oro, proponendone invece la liberalizzazione, o l’aggancio all’argento. Un Populist Party fu attivo prima del Progressive Party a cavaliere tra Otto e Novecento. Espressione di un precedente Greeenback-Labour Party, che si proponeva appunto il “greenback dollar”, la moneta sganciata dall’oro. E chiedeva una tassazione progressiva dei redditi. Un partito che si ricorda per una riforma importantissima, ma non populista, nota come XVIImo Emendamento: l’elezione diretta dei senatori mediante il voto popolare – prima i senatori erano eletti dai congressi statali, cioè dai grandi interessi che si compravano, letteralmente, le nomine.   

Revisionismo – In Italia è stato precocissimo sul fascismo. Montanelli, resistente e tutto, anche se della venticinquesima ora, carcerato anche a Regina Coeli dopo l’8 settembre, pubblicava un “Buonuomo Mussolini” già nel 1947. Sospettato di plagio da Malaparte, che minacciò querela – Malaparte voleva la primogenitura. Il successo de “Il buonuomo Mussolini” creò un genere. Che Paolo Monelli ha coronato due anni dopo con un “Mussolini piccolo borghese”.


astolfo@antiit.eu

Allende vivo


Un colpo di forza di Moretti. Un colpo di genio: un racconto semplice, nella sceneggiatura - benché apparentemente cancellata: ogni personaggio, ognuno, dice se stesso – e nel montaggio, e molto drammatico. Il racconto del governo Allende di Unidad Popular in Cile, la radicalizzazione, l’intervento degli Stati Uniti, il golpe di Pinochet, col bombardamento del palazzo presidenziale.
L’antefatto, di filmati d’epoca, è montato con tagli sapienti. Non da horror, come pure sarebbe stato possible, ma giusti, per la forza della verità. L’ennesimo reportage già letto e già visto, su fatti ormai stranoti,  si trasforma così in un racconto nuovo, “autentico”.
Il rtacconto è della persecuzione , con torture, dei sostenitori di Unidad Popular, la fuga all’estero, i   tanti destini dissolti e ricomposti.  Che sembra, ed è, già tutto detto e noto, ma Moretti sa riraccontarlo. Con le storie personali dei tanti che vissero quei momenti. Più numerosi quelli che si rifugiarono in Italia, tramite l’ambasciata a Santiago, rimasta aperta.
Con un montaggio discreto una narrazione efficace. E sempre onesta. Con una sola trascuratezza: che a sinistra c’era un Mir, un movimento rivoluzionario, con e contro Allende (contro il partito Comunista Cileno, che era parte di Unidad Popular). La tentazione da vegliardi ai giardinetti di dire l’Italia di allora migliore di quella di oggi, che è l’idea all’origine del film, è contenuta.
Nanni Moretti, Santiago Italia

domenica 16 dicembre 2018

Si allarga il fronte anti Cina


Trump non è solo in America nella politica dei dazi contro la Cina. E gli Stati Uniti non sono soli nel mondo. Dove i dazi decisi o minacciati da Washington su prodotti cinesi vengono studiati in vista di una più generale adozione, in Giappone e anche nella Unione Europea. In sede bilaterale e alla Wto, l’organizzazione mondiale del commercio.
Alla Wto il riconoscimento della Cina come membro a parte intera, come economia di mercato, tarda ed è in discussione. Stati Uniti, Giappone e Ue contestano la sovraccapacità di produzione del gigante asiatico, l’eccessiva presenza dello Stato, anche se mascherata, il trasferimento non bilanciato di tecnologie, con apporti minimi o nulli da parte cinese.
Quest’ultimo punto, che comporta la revisione della proprietà intellettuale, e cioè la protezione dela stessa, è d’altra parte tema complesso in sé, di difficile soluzione. Gli attriti quindi sono destinati a durare. E a meno di un aggiustamento, anche unilaterale, da parte della Cina, sono un fronte caldo aperto a misure restrittive.

Mueller può attendere

Cessato il confronto quotidiano con Trump, i Democratici aprono la seconda parte della legislatura con una strategia “bipartisan”. Sul commercio estero, sui farmaci troppo cari (sull’Obamacare), sulle infrastrutture da rilanciare, e anche sull’immigrazione – un problema che si era prospettato già con Obama, per l’elevatissimo numero di arrivi ogni anno dall’America Latina.
Alle elezioni di midterm il confronto con Trump non ha pagato: i non condizionali sono stati solo 9 su 224 deputati democratici eletti. Che hanno strappato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti ma solo con politiche moderate, a danno di repubblicani moderati anti-Trump. La rincorsa politica non si fa più sulle estreme, sul presupposto che Trump fosse il prodotto di un voto estremista, militante, ma con la rincorsa al voto moderato.
Nancy Pelosi, che dovrebbe guidare come speaker la Camera dei Rappresentanti, è una dichiarata avvocata di un Parlamento non conflittuale con la presidenza. Il suo probabile contraltare al Senato è della stessa opinione, il senatore repubblicano Mitch McCollen. La partita politica si deciderà in campagna elettorale fra diciotto mesi. 
Pelosi ha anche dichiarato, a nome del partito Democratico, che “l’impeachment di Trump non è in agenda”. Si spiega forse così la relativa inerzia del tribunale special di Robert Mueller, il Procuratore del “Russiagate” che ha anche poteri giudiziari. A due anni e mezzo ormai dai fatti che dovrebbe giudicare.

Il trucco del concorso esterno

Il “concorso esterno”, indimostrabile, è un’arma comoda, perché permette di colpire chi si vuole. Anche solo per antipatia, se non per avversione politica. Ma allora in una quadro giudiziario politicizzato, o sbirresco, non nell’ambito della giustizia.
“Storia esemplare di un «tradimento» della legalità” è il sottotitolo del saggio. Il “concorso esterno” è in un’azione criminosa, più spesso di “associazione”. Un reato doppiamente evanescente, sommandosi a quello di associazione. Ma mentre l’associazione è repertoriata con buona certezza dal codice, il “concorso esterno” è variabile e puramente soggettivo.
Non è un allarme isolato. Un altro penalista, il palermitano Costantino Visconti (“La mafia è dappertutto – Falso!”) ha da poco preceduto Rampioni – pur venendo da un’esperienza politica di “colpevoli tutti”. Rampioni è più radical. Ma, a differenza di Visconti, non è penalista in cattedra con studio penale, e non ha riserve, di prudenza, opportunità o altro, nell’esprimere il suo giudizio. Ma non si saprebbe dargli torto: non c’è configurazione giuridica possible del “concorso esterno”.
avvocato di fama e professore di diritto penale, Costantino Visconti, ha appena pubblicato un vivace libello contro l’antimafia di professione, con un titolo più provocatorio di quello di Sciascia: “La mafia è dappertutto. Falso!”
Agli addetti ai lavori che non facciano parte dell’apparato repressivo il concorso esterno non piace: troppo vaga ipotesi di erato, poco o niente configurabile, troppo soggettiva la sua assunzione, troppo discrezionale. Non si saprebbe dare loro torto. È il reato per cui sono stati assolti Mannino e Contrada, ma stremati da venti anni di accuse e condanne. È il reato con cui infine si è potuto colpire Dell’Utri, non riuscendo a colpire Berlusconi. Sulla “buona fede” di alcuni pentiti, in altri ordinamenti indegni. Su cui si è imbastito il colossale Stato-Mafia, priorità ormai decennale dela Procura di Palermo - che così può fare a meno di occuparsi della mafia?
Il concorso esterno è, può essere, uno strumento utile di dissuasione, in ambiente malavitoso esteso e tumorale. Ma dal punto di vista penale non configurabile. In giurisprudenza, da un quarto di secolo, da quando il reato, non codificato, è stato ammesso dalla Cassazione, si configura come di partecipazione, per quanto non stabile, che sia “concreta”, “specifica”, “consapevole” e “volontaria” all’associazione criminosa. Difficile provarlo, ma una chiacchiera basta, una indicazione, per agitarlo se non per farlo valere.
Il Parlamento non se l’è sentita di avallare un reato del genere, difficilmente configurabile. È stato per questo lasciato alla giurisprudenza, a partire dalla decisione della Cassazione nel 1994. Uno non della profssione obietterà chela Cassazione si faceva perdonare con questo estremismo di segno opposto anni di lassismo, con le assoluzioni di Carnevale per difetto “di virgola” dei casi di associazione mafiosa, per sentenze cioè non perfette dal punto di vista formale. Ma sarebbe vano: il delitto-non-delitto piace di fatto ai giudici, per la discrezionalità, e agli avvocati, perché fa i processi più lunghi, più tortuosi, più costosi. Rampioni fa prevalere il giudizio del giurisperito, da professore non avvocato. Il suo giudizio è netto: “La via tortuosa e sconnessa, che la giurisprudenza (e buona parte della dottrina) indica in tema di c.d. concorso esterno si appalesa non percorribile. Lungi dall’essere una semplice trasformazione in progress della legalità costituisce un conclamato “aggiramento” delle basi legali e, dunque, un pieno tradimento dei principi fondanti del sistema penale”, della certezza del reato.
Roberto Rampioni, Del C.d. concorso esterno, Giappichelli, pp. 120 € 17