martedì 31 dicembre 2019

La politica del populismo

È il todos caballeros. Biancaneve e i sette nani. Cenerentola. The King and I. L’asino che vola. Il mendicante e il re. Il principe azzurro. Il mondo delle fiabe. La fantasia fatta realtà. La logica democratica. La democrazia dal basso, uno vale uno. Mai politicizzazione fu più diffusa, e quotidiana, ossessiva – quanto oggi che è in discredito. È questo il contenuto ultimo dell’inafferrabile populismo: gli individui più inverosimili si candidano alla guida del governo, e vengono creduti, i fedeli sono come gli officianti.
C’è da meravigliarsi? No, solo da compiangersi – o altrimenti dichiararsi reazionari: gerarchici, sanzionatori, intolleranti. Il populismo è sempre stato attivo, sottotraccia e sopra le righe, per l’equivoco individualista. Che è alla radice del liberalismo – alla radice il liberalismo è anarchia. E oggi della democrazia, intoccabile. Che può essere solo egualitaria, uno è uno.
Il populismo è stato l’ingrediente che ha cementato la chiesa per duemila anni, l’istituzione più longeva al mondo: tutti potevano diventare vescovi, cardinali e papi. Anche santi: essere assassini, incestuosi, stupratori non ha disturbato. Ma c’è per questo da rallegrarsene?

Pinocchio in grigio

Un rifacimento gradevole, benché senza sorprese. Come già ne “Il racconto dei racconti”, Garrone indulge alla maniera fantastica – alla Pasolini della trilogia, realistico-fantastica. Qui meno colorato, sui toni del grigio. Pinocchio è sempre lo stesso, il bambino svogliato che marina la scuola e ne combina di tutti i colori. E insensibile, col povero Geppetto e altri benefattori, essendo di legno. Ma intelligente.
O è questa la maniera di Garrone. Essendo anche quella dei suoi primi film, “L’imbalsamatore”, anche “Primo amore”.  “Gomorra” sarà stato un’eccezione - o lo stesso “Gomorra” si può leggere come di un realismo popolato di orrori, maschere, eccessi, in fondo, è opera di un romano che “legge” Napoli. Un regista del fantastico – della durezza della fantasia.
Il rifacimento si propone anche per l’utilizzo della tecnica digitale, che consente di umanizzare i burattini e gli animali, il grillo, la lumaca, il gatto e la volpe, il tonno. Che non si possono rappresentare se non antropomorfi, ma qui con visi veri truccati da maschere.
Matteo Garrone, Pinocchio

lunedì 30 dicembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (413)

Giuseppe Leuzzi


Si vede nella mostra romana della fotografa Inge Morath, la moglie di Arthur Miller, una vecchia foto del suo viaggio in Spagna, 1951, con la didascalia “I Giganti, a Vigo”. Le figurazioni di coppia ancora in uso nelle feste di paese in Calabria e Sicilia, di un personaggio di colore moro, lui o lei, e di uno bianco, lei o lui. Che volteggiano, ingigantiti, al rullo dei tamburi – più speso suonati da ragazzi. Una figurazione dunque spagnola, ispirata al regno di Granada. Di cui in Calabria e in Sicilia non si ha, né si cerca, la minima memoria.

Si vedono nella stessa mostra le foto che Inge Morath fece di Venezia negli anni 1950, per l’agenzia Magnum per la quale lavorava e per un volume di Mary McCarthy, “Venice observed”. Di una povertà squallida: mura scrostate, bambini scalzi, donne sgraziate, sguardi incavati, cupi – c’è anche un banco della tombola. Che non c’era in Calabria, o in Sicilia. E che naturalmente a Venezia non  c’è più, da tempo: alla povertà si rimedia, di solito.

Meglio non fare
Al tempo del trattato “Della Moneta”, 1751, Ferdinando Galiani poteva concludere che i regni di Napoli e Sicilia si risollevavano, grazie a un loro proprio sovrano, Carlo III di Borbone, mentre il resto d’Italia declinava. Per il non governo. Che il resto dell’Italia subiva però per una pretesa, molto meridionale, al governo perfetto, fatto cioè di regole e regolamenti “ferrei”.
Sintomo della decadenza Galiani dice “l’infinito discorso e l’innumerevole quantità di riforme, di miglioramenti, di leggi e d’istituzioni sul governo, sul traffico, e sopra tutti gli ordini dello stato civile, fatti da per tutto e a gara intrapresi”. Sembra l’Italia d’oggi, perfettissima e ferma, tutta regole, che la corruzione finiscono per imporre.
Il passo è intitolato “Non fare”, ma è da intendere: meno chiacchiere, più fare. L’autonomia, seppure non nella libertà. E il fare, anche con errori – che Galiani dice “non fare” (“il non fare è cosa molte vlte ripiena di prego e d’utilità”, e “inoltre difficile molto, e faticosa assai più che non pare ad eseguire”). Questi i presupposti della crescita, dello sviluppo economico.

Due anni dopo Galiani individuava, scrivendo al medico e naturalista toscano Cocci, la radice forse principale del ritardo del Sud: “Un regno di tre milioni d’anime pieno d’opulenza e di spiriti meravigliosi feudo d’un principe che l’ha sempre (avuto) donato senza averlo mai conquistato e senza averlo mai potuto possedere”.
Che si può intendere il principe in carica a Napoli. Oppure, peggio, il papa: nominalmente il regno era infeudato al papato, che l’aveva riconquistato, dai Longobardi, i Bizantini e i Saraceni, con i Normanni.

La sussidenza di Napoli
Fulminante l’avvio di Roberto De Simone, il suo scrittore migliore che Napoli non onora, a “L’opera buffa del Giovedì Santo”: “Napoli nel secolo XVIII: una famosa capitale europea, una promessa non mantenuta, una speranza delusa, un’avventura culturale conclusasi con un canto sospeso, vagamente conosciuto attraverso una memoria confusa e lacerata. Insomma, un interminabile e immobile giovedì santo, in attesa di una domenica di resurrezione, destinata a rimanere sempre attesa”.
Già per l’abate Galiani, circa il 1770, la città era il nulla. Un decennio prima, nel trattato giovanile e classico “Della moneta”, trovava il Regno messo molto meglio del resto dell’Italia, perché aveva un re proprio, e un’autonomia di decisione e di governo. Nel 1770, tornato nella capitale del Regno dopo dieci anni di Parigi, la scopre un deserto. Nocivo, scrive al barone d’Holbach: “Sono Gulliver tornato al paese degli Houyhnhnms”.

Ma l’abate restava ambivalente. Dieci anni dopo, “Del dialetto napoletano”, saprà anche perché, in qualche misura lusinghiero – il napoletano è malinconico: “Merita riflessione che non sono certamente i Napoletani né i più loquaci né i più facondi tra le nazioni”. I Toscani, i Francesi parlano “con copiosa vena di parole”. Che “è sempre un indizio di molta dose di delicatezza di spirito e di scarsa sensibilità nel cuore”. È questa, la “sensibilità nel cuore”, che zavorra “il Napoletano, l’ente della natura che ha forse i nervi più delicati e la più pronta irritabilità nelle fibre”. Il Napoletano, “se non è tocco da sensazioni, tace: se lo è…. subito s’infiamma”, e ragiona a modo suo.
L’abate si è dimenticata la delicatezza di spirito.

Ma già in precedenza, nel 1753, scrivendo a un suo corrispondente toscano, Antonio Cocchi, letterato, naturalista, professore di medicina e anatomia, per lamentare la superficialità del Grand Tour, delle impressioni forestiere, ne vedeva acuto il limite: “Una città di quattrocento mila anime, che è l’unica in Italia e forse nel mondo che da duemila anni non ha respirato mai aria di libertà, che ha mutato padrone più spesso d’ogni altra della terra,  e che mostra in sé un meraviglioso contrasto di natura benefica e d’arte di struggitrice, che cede alla fine vinta dall’infinita forza della natura”.
La sussidenza parte da lontano.
Per quanto, il “meraviglioso contrasto” non si direbbe il contrario: la natura distruttrice e l’arte benefica? Ci sarebbe una riserva d’umanità, malgrado tutto.

Si rilegge l’abate Galiani, o Genovesi – peraltro non più editi, da molti decenni – come un’apparizione che riporta alla scomparsa di Napoli. Alla sussidenza, all’inabissamento.

Calabria
Bizzarra ricostruzione (giornalistica?) del voto di scambio a Aosta: non ci sono famiglie mafiose colpevoli, ci sono famiglie calabresi. “Corriere della sera” e “la Repubblica” non si distinguono in questo.

Curiosamente, dovunque ci sono giudici napoletani, da Boccassini a de Raho, non ci sono camorristi, solo ‘ndranghetisti. La malavita è a senso unico.

Fa (costose) campagne promozionali, a periodi sempre più ravvicinati, ma raccoglie pochi turisti, benché abbia punti di attrazione notevoli, naturali, storici, culturali, perfino culinari, dice il “New York Times”. Che evidentemente non sa mettere a frutto. Pochi turisti, documenta Claudio Visentin sul “Sole 24 Ore”: il 2,2 per cento del totale nazionale. Concentrato, è da aggiungere, nelle due settimane a cavaliere di Ferragosto – familiari per lo più di vecchi genitori o zii, che tornano per una rapida visita. Pochi, tra i pochi turisti, gli stranieri: solo uno su cinque è straniero. Mentre nella media nazionale lo è uno su due: l’ospitalità richiede umiltà e costanza, mentre la dottrina è sempre selvaggia , del “pochi, maledetti, e subito”.
È l’eterno problema di una borghesia inconsistente, dell’eterno anarchismo.

“Aspettare coll’ova ‘mpietto” l’abate Galiani spiega “metafora presa dagli uovi de’ bachi da seta, che le donne che fanno tale industria mettono a schiudere nel caldo delle loro tette”, attente e levarli appena schiudono. L’esercizio si praticava in Calabria, la terra della bachicoltura, di donne dunque prosperose.

Esumando i due anni trascorsi dopo la guerra, tra il 1944 e il 1946, a Vibo Valentia, Scalfari tratteggia “la Calabria” così (“Grand Hotel Scalfari”, 119): “Entrai in contatto fisico con i pregiudizi e il sottosviluppo, ma anche con un’idea molto calabrese di bellezza e di libertà”.
Una immedesimazione che si trasforma in rifiuto nel 1972, quando ci torna per il funerale del padre, “quando le costruzioni spesso non finite del selvaggio sacco edilizio ormai irraggiavano un senso di smarrimento, con  scheletri di cemento e mattoni, mozziconi di case, finestre murate o divelte, piloni”. Un “sacco” di necessità – l’abusivismo famoso di necessità.
La democrazia ha dei costi, e la Calabria li paga tutti, in eccesso. La casa interminata è il prosciugamento di qualsiasi risorsa, l’asservimento a vita, alla banca, al mutuo.

Racconta la bio wikipedia di Vittorio Gassman che il futuro mattatore “all’età di cinque anni visse un anno a Palmi, dove il padre era impegnato nella costruzione del nuovo quartiere Ferrobeton. Gassman raccontò spesso di ricordi legati a quella esperienza” – che viene citata anche ne “Il mattatore”, il film su misura di Dino Risi per Gassman, 1960. Ma Palmi non ne ha ricordo.

È “Caffè Reggio” il caffè storico d New York. Ornato di stucchi e boiseries primo Novecento. Dove fu proposto per la prima volta in America il cappuccino, nel 1927, l’anno dell’apertura. Da Domenico Parisi, che aveva voluto per il caffè il nome della città da cui proveniva, Reggio Calabria.

Aschenez, nome di strade e ambienti importanti a Reggio fa ascendere al solito a Omero. Ma perché non sarebbe il nome di una comunità ebrea, ashkenazita invece che sefardita, quale era quela reggina.  

“Una natura scabra, immiserita dagli uomini”, C.Alvaro, “Ultimo diario”. Dagli uomini nel senso dei maschi.

Una raccolta esiste delle sorgenti calabresi compilata dal ministero dei Lavv. Pubblici nel 1932: 19 mila nomi di sorgenti suddivisi per Province e Comuni (“Calabria Illustrata”157\58, pp. 7). Con nomi anche vocativi: Spilinga, grotta, Calamona, canneto, Marafù, finocchietto, Ciniti, Cinicà, azzurro (da kianos), Santo, giallo (xanthos)


leuzzi@antiit.eu

Il lutto per la fede

“I secoli del credere in Occidente” è il sottotitolo. Come di un’epoca passata, forse anche remota. Ripercorrendo il “credere” di Novalis, i venti capitoletti di “La cristianità e l’Europa”. Allargati alla contemporaneità, alla “compiuta secolarizzazione del tempo presente”. In cui “ogni «affidarsi» alla ricerca d’interiorità (mostrano qui Jorge Luis Borges e Italo Calvino, come Maria Zambrano e Wisława Szymborska) è parte, non solo etimologica, di questo credere per costruire una nostra, irrinunciabile, «innerste Hauptstadt»”.
Il titolo intero sarebbe “Dopo la Gloria dell’Incarnazione”. Cosa avviene con Cristo, e dopo. Un tracciamento della fede anche negli anditi controversi, “improbabili” – dell’improbabilità di Pascal, che è più probabile della probabilità. Fino, in quest’epoca di miscredenza, alla commozione per Nôtre-Dame. Attraverso le tracce più sottili - ritrovamenti o pubblicazioni nei più dei venti brevi saggi della raccolta. Assortite da riletture di Dante: notevoli la “ramogna” del verso 25 del canto XI del “Purgatorio” ricondotta al francese ramoner, spazzare, e il “pianse” oppure “salse” della Madonna “in su la croce”, al verso 72 del canto XI del “Paradiso”.
Riflessioni sul divino. Ma intrise di nostalgia. E quasi un atto di fede, ma con un senso di tramonto quale non si leggeva dalla fine dell’impero romano – da Rutilio Namaziano. O anche, è vero, da sant’Agostino. Un’elaborazione del lutto. Perché, anche qui, domani è un altro giorno – il domani sarà l’oggi. 
Con varizioni a sorpresa. L’illuminismo attraverso Alfonso Maria de’ Liguori, e Giovan Battista Roberti, gesuita – l’altra storia. La riproposta di don Milani, con le due forme del credere, la Scrittura e il Tempio. Riletture di Pessoa (la centralità del “Quinto Impero”), Northrop Frye, Simone Weil, l’“Antigone” di Zambrano. E Italo Calvino, “Le città invisibili”, “La giornata di uno scrutatore”: letture queste da capogiro, che però sono Calvino.
Finale con l’apologia di Nôtre Dame dopo l’incendio, “una chiesa di resti, come a san Galgano, aperta sul cielo”. Non una fine, un’apertura.  Perché “i cristiani del resto non sono «residenti» ma inviati: apostoli”. Nomadi, si può aggingere, mai quieti: “Il loro Dio non è in trono ma in cammino”. Con Rilke, “Dio nel Medioevo”, che chiude la raccolta – “la speranza non ha bisogno di mura, ma di varcarle”. E con Bonnefoy profetico, in una composizione di poco prima dell’incendio, “Après le feu”, dopo il fuoco: “È ancora una chiesa? I pilastri\ hanno vacillato nella morsa del fuoco….”.
Un  debutto nell’editoria di “varia da banco” per Treccani, che lascia la curiosità per il Carlo di Carlo Ossola proposto in corsivo. 

Carlo Ossola, Dopo la gloria, Treccani, pp. 143 € 12


domenica 29 dicembre 2019

Secondi pensieri - 405

zeulig


Ateismo – “In verità, in questo secolo Dio fa miracoli in favore degli atei, che dovrebbero almeno, vedendoli, convertirsi”, F. Galiani a madame d’Ėpinay, Napoli, 12 gennaio 1771.

Dio – “Questa è la condizione delle cose del mondo, chi ruba poco è un ladro,chi molto è un conquistatore. Quel che in piccolo pare sproposito, in grande diventa mistero”, F. Galiani, “Dell’idea di Dio”. Così funziona “la grande, gloriosa, misericordiosa, divina, ed imperscrutabile redenzione del genere umano”.
Non è tutto. “Se un Dio avesse fatto il mondo”, è altro ‘pensiero’ dell’abate, il mondo “sarebbe senza dubbio il migliore di tutti, ma non lo è, di certo; dunque non c’è Dio”. Galiani usa il sillogismo per dire la furbizia dell’ateo, che nega mentre afferma. Ma la creazione non nasce dall’imperfezione?
Leibniz peraltro, cui si farebbe risalire il sillogismo, è per Galiani il miglior tesista: “Se fosse vero che questo mondo è il migliore dei mondi possibile, sarebbe chiaro che esso sarebbe increato e non ci sarebbe bisogno di Dio”.

Equilibrio – È condizione instabile, in economia e in diplomazia, dove è termine di riferimento, come in psicologia – emozioni e passioni, felicità e infelicità, virtù e vizio. E nella storia – i popoli, i governi, gli imperi. E nella natura: le stagioni, le nascite, le morti. È la stabilità dell’instabilità, semovente: la vita è moto.

Legge – Quella perfetta si direbbe “illegale”: una legge cioè che non regola (delimita) ma decide (impone). I comportamenti come gli eventi.
È a questo tipo di legge che si riferisce l’eccesso di legiferazione. La pretesa di questo eccesso di normare tutto. Il cui unico effetto è l’eccesso di burocrazia, cioè di controllo sterile. Fino al blocco -  all’inettitudine - della stessa legge.
Si può dire anche – poiché lo è, questo è il suo unico effetto – l’eccesso normativo inteso a coprire, o garantire, atti e comportamenti viziati o delittuosi. Questo è quanto succede di fatto. Oggi vige l’ideologia del mercato, che dovrebbe assicurare più merci e più servizi al maggior numero, a condizioni più favorevoli. Mentre è l’esatto opposto che si verifica: prezzi e merci incontrollabili, mercati vistosamente oligopolistici. Ma il tutto vigilato, cioè protetto, da una serie infinita di norme, che vengono evocate in lunghe pagine di consenso informato, a nessun effetto. E da Autorità di controllo del mercato, che solo redigono lunghissimi in comprensibili regolamenti – inattuabili?

Libertà – Connota l’uomo. “Si potrebbe anche definire l’uomo un animale che si crede libero”, scrive Galiani a Madame d’Ėpinay il 23 novembre 1771, “e sarebbe una definizione completa”. Che “si crede” magari no, ma che ambisce sì. “È assolutamente impossibile per l’uomo dimenticare un solo istante,” continua l’abate, “e rinunciare alla sua persuasione di essere libero”. Questo è più vero – anche se persuasione andrebbe meglio detta convinzione, cioè ambizione.
Più conseguente il seguito: “Secondo punto: essere persuaso di essere libero è la stessa cosa che essere effettivamente libero? Rispondo: non è la stessa osa, ma produce gli stessi effetti in morale. L’uomo è dunque libero perché è intimamente persuaso di esserlo, e questo vale altrettanto che la libertà?” L’abate non risponde, e forse non ce n’è bisogno: la libertà è la volontà di libertà.

Morte – È, se è qualcosa, un segno di vita. Sia nell’attività, anche frenetica: è un “altro” segno di vita possibile. Sia nella stanchezza o nella noia, nella caduta dell’interesse (curiosità). È il rimpianto dei vivi, a memoria, quando c’è, della persona morta.

Nichilismo – Galiani rovescia l’argomentazione ateista: “La loro «maggiore» è falsa (“tutto è bene in questo mondo, che è il migliore dei mondi “. n.d.r.); talmente falsa che, se fosse vero che questo mondo è il migliore possibile, sarebbe chiaro che esso sarebbe increato e non ci sarebbe Dio. La sua imperfezione è la prova più convincente della sua creazione e della sua subordinazione a un essere più perfetto”.

Il nulla è sensibilmente depressivo. Estratto dalla ragione illuministica – la ragione semplice-istica – esso alimenta un arguto, per lo più, pessimismo, ridanciano – di Voltaire e Diderot, anche di Rousseau, che però ne percepiva un limite. Ėcrasé l’infame, non si sa più che pensare – il business del Cern, dei particellari del bosone di Dio, era ancora da inventare. Il materialismo è troppo “poco”, non soddisfa – il genere la vita è noia, tanto vale non essere nato, eccetera. Il rifiuto cioè di una spiegazione, accettazione.
L’abate Galiani, illuminista critico, lo dice mamma – femmina, complementare, nei “Dialoghi” facendone, non del tutto per ridere, una questione di genere. Si parta, suggerisce, dalla proposizione: Dio ha creato il mondo dal nulla. “Ebbene, noi dunque abbiamo Iddio per padre, e il nulla per madre”. È una maniera per l’abate di rovesciare l’argomentazione ateista: “Sicuramente, nostro padre è cosa grandissima, ma nostra madre non val proprio nulla”. Poiché si prende dal padre ma anche dalla madre, “ciò che vi è di buono nel mondo viene dal padre, e ciò che vi è di cattivo viene da madama niente nostra madre, che non valeva gran cosa”.
Il nulla è dunque femmina, ma complementare a che? All’Infinito, che invece sarebbe padre. Al suo modo scherzoso, ma non più assurdo del materialismo, l’abate argomenta: “Quando sentite dire lo Zero, o il nulla, voi fate subito concetto che quindi non debba nascer niente: e quando sentite risuonare il magnifico nome dell’Infinito, subito apprendete qualche gran cosa, che non possa capire nell’Universo”. Perché non “temperare un concetto con l’altro”? “Dalla moltiplicazione dello Zero con l’Infinito ne raccorrete veramente come si dee, né che il prodotto segua totalmente il ventre della madre, che è il nulla, né che totalmente rassomigli le fattezze e lo spirito del Genitore, che è l’Infinito, ma che sia un effetto mezzano tra l’infinito e il niente”, una “grandezza limitata, la quale sta al nulla, come l’infinito alla detta grandezza”.  

Opinione pubblica – Si dissolve, e con essa il senso della politica rigenerativa (ideologica) in concomitanza con la dissoluzione del mondo gutenberghiano, a stampa. Si era diffusa, e anzi era dominante, con la stampa. Si è dissolta ne due ultimi decenni, o in ancora meno anni, per il passaggio della lettura al digitale. Ossia alla dissoluzione dell’intermediazione, del ragionamento articolato. In favore di reazioni epidermiche, anche istintive, ma non ragionate (argomentate). Sotto il velo insidioso della democrazia, del’ugualitarismo.

Ruminazione – O riflessione, il processo di digestione di ogni idea, comunicazione, parola. È la funzione corporale che in antico si privilegiava nella lettura del presente e quindi del futuro, fino alla divinazione. Ed è conservata nel vocabolario, sotto la dizione “visceri”, per la quale non si intende gli organi dello stomaco ma l’intimità, il ricettacolo, dei sentimenti e delle passioni: la pietà, la compassione, l’affetto, l’ira (la radicalità). Un po’ in analogia col cuore ma senza motivo fisiologico, da sempre, dal antichità greca e romana, i visceri sono considerati sede delle emozioni - la macchina anzi delle emozioni, una sorta di coltura idroponica dei sentimenti. Il cuore del resto è anch’esso parte dei “visceri”, dell’interiorità in cui macera la sensibilità. E lo stesso, indirettamente, il cervello.
Gli organi interni sono distinti per funzione. La sede della morale, e della logica, è indistintamente riferita in latino come “praecordia”, “pectus” e “viscera”. Con  una minima distinzione: il cor è sede delle pulsioni sessuali, sensuali, il pectus e i praecordia di intelligenza, intuito, anche sentimento, ma ragionativo, senza trasporto. Non in un rapporto di causa ed effetto, ma come procedimento interiore, di riflessione, macerazione, ruminazione.


“Ciò che viene in maniera offensiva detto «ruminare» è piuttosto la «ripetizione», attraverso la quale la nostra esistenza ha un peso nel tempo, è ciò che forma la nostra storicità. Ciò rappresenta la costituzione storica, che dall’Antico Testamento ha pervaso la nostra esistenza occidentale”, scioccamente derisa dai moderni, con il loro “piatto razionalismo e una psicologia superficiale” – Karl Kaspers, “La questione della Colpa”.

zeulig@antiit.eu


L'immagine è semplice del capolavoro

Foto affascinanti, di Venezia negli anni 1950. Della Spagna alla stessa epoca, della Cina anni 1960, della Romania e la Russia anni 1970. Di un personaggio affascinante, per non essere personaggio. Autrice di una trentina di monografie fotografiche – pregiatissime nel mercato librario. Una che comincia a fare foto per caso, in viaggio di svago a Venezia, con semplicità, e ci prende gusto. Senza una particolare tecnica, se non quello che ha imparato da Cartier-Bresson a Parigi, di cui ha fatto dopo Venezia l’assistente , e a Londra da Simon Guttmann, di cui è stata socia.
Nel 1953 l’ormai trentenne Morath entra alla Magnum, l’agenzia parigina di Robert Capa, nella quale aveva lavorato come archivista, con una serie di foto sui “preti operai”. Sarà la sua cifra, anche nei ritratti. Creando nella semplicità – nell’istantanea, in realtà scelta, ma non lavorata, niente photoshop – immagini scultoree e semplici, che si propongono parte dell’occhio comune.
Lavorerà nel 1960 per l’Onu con Yul Brinner, che era allora fotografo. È stata fortografa di scena di molti film famosi, alla cui promozione ha dato contributi semrpe apprezzati. Sarà anche moglie, nove anni dopo l’entrata alla Magnum, di Arthur Miller, reduce dal divorzio da Marilyn Monroe, e madre dei suoi figli. Restando semplice, cioè genuina.
I video che accompagnano la mostra, con numerose riprese dal vivo e molte testimonianze, anche di Arthur Miller, sottolineano questo miracolo non miracoloso.  
Inge Morath. La vita, la fotografia, Museo di Roma in Trastevere

sabato 28 dicembre 2019

Problemi di base secretori-escretori - 531

spock
Ma quanto sputano i grillini?

E tutti nel piatto in cui mangiano?

Sono i grillini mangioni – come altro fanno tanta saliva?

O è la fame - si dirà la fame grillina invece che la fame nel mondo?

È per questo che non pagano le quote al partito?

Certo chi glielo avrebbe detto: onorevoli, con due mensilità, da quindicimila al mese, l’una, ministri, con auto blu e scorta, vedette tv, testimonial?

Sputano per tornare reali?

È un vaffanculo a noi?

spock@antiit.eu

Il giallo della stanza aperta

Il giallo della stanza chiusa rovesciato: De Angelis, il primo giallista italiano, anni 1930, che Oreste Del Buono ha recuperato cinquant’anni fa, fino a fare del suo commissario cavalier De Vincenzi il protagonista di una celebrata serie tv, lo dipana come in teatro, in una stanza aperta. Apertissima a una serie di entrate e uscite, nessuna delle quali è quella giusta. Chi ha ucciso il banchiere incauto, che vi si è avventurato per la promessa di un incontro galante, seppure su suo ricatto? Sono almeno cinque gli indiziabili, e forse sei, il groviglio è ben costruito.
Un po’ troppo parlato – le ritualità del modello inglese (A.Christie?) cui De Angelis si rifaceva suonano solo prolisse in italiano - ma geniale nell’impianto.
Augusto De Angelis, Il banchiere assassinato, Lit, remainders, pp. 138 € 2,22

venerdì 27 dicembre 2019

Ombre - 493

Non è reato coltivare la cannabis in casa. Cioè il fumo è libero. Quello che non è riuscito al laicissimo Pannella lo decide la confessionalissima Cassazione – i cardinali laici. Lu munnu va ‘narreri.

Chiese chiuse, porti aperti: come ogni anno un parroco di Genova, il teologo Farinella, chiude la chieda per quindici giorni, da Natale alla Befana. Cioè non fa le celebrazioni, quotidiane e festive, per i parrocchiani, e non consente neanche l’accesso in chiesa. Dice che questo Natale non è il Natale di Cristo. Gran furbo: la parrocchia è una grande fatica, per un teologo poi, peggio ancora nelle feste.
Ma passa per progressista.  

Farinella dice che non lo fa per punire i parrocchiani ma per protesta, per aiutare gli immigrati. Che magari invece gradirebbero le chiese aperte. A nzi sicuramente, è gente per lo più di fede – uno-a che s’imbarca attraverso la Libia è sicuramente persona di fede.
E poi: le chiese si vogliono aperte, altrimenti che chiese sono?

L’avvocato Conte aringa gli italiani ogni giorno a lungo, ma governa poco, e “salvo intese”. Che vuol dire senza intesa. Fa approvare cioè leggi che qualsiasi ministro si riserva di modificare.

La ministra Bellanova dice la pratica del “slavo intese” grillina, parlando con Maria Teresa Meli sul “Corriere della sera”, e la attribuisce a inesperienza. Cioè no, a faciloneria. Cioè no, a furbizia. Ma con i grillini salda governa.
È vero che chiude gli occhi sulla corruzione, che sa esserci – lo sanno tutti.

La bolognese Si Produzioni di Tortato allestisce e divulga un docu-film sul nuovo santo di Firenze, il cardinale Zuppi, “prete di strada”, appassionato di accoglienza. Per il santo Natale, naturalmente, non per la campagna elettorale di Bonaccini. Un cardinale testimonial di un candidato politico, non si può dire che la chiesa non si aggiorni.

Si arresta in Calabria con clamore mediatico un ex consigliere regionale e ex sindaco (di Amantea) per frode alimentare e sui contributi pubblici alle colture bio. Persona già inquisita per voto di scambio con la mafia e per reati patrimoniali. Di cui però si tace l’affiliazione politica: né la Guardia di Finanza né la Procura di Cosenza, né i media lo dicono. È del Pd.

Si dimezzano gli investimenti nei giornali negli ultimi cinque anni - Inpgi. Non si accrescono, per la nuova era informatica, si riducono del 56 per cento. L’inizio della fine? Nel silenzio dei giornali, totale – si direbbe ridotta soprattutto la capacità dei giornali di capire che succede.

Renzi non vuole votare contro l’incriminazione di Salvini. Contesta i giudici come li contesta Salvini, ma pensa che se gli vota l’incriminazione del capo della Lega, i giudici saranno clementi con la sua fondazione. Forse non sa per chi tifa Creazzo, il suo Procuratore Capo.

Da quando Luca Lotti ha lasciato Renzi non c’è più lo scandalo Consip. Lotti non ha più violato il segreto istruttorio. Scandalo finito, il bersaglio era Renzi.

Si aboliscono nelle scuole e negli uffici le macchinette risparmiose, di tempo e di soldi. E si aprono bar. Che producono meno rifiuti?
Il bar a scuola è trovata fantastica, non fosse vera.

I consigli scolastici sono impegnati, in questo primo quadrimestre, a organizzare e finanziare la borraccia per ogni alunno. Otto-nove milioni di borracce, tutte d’un colpo. Più un milioncino di insegnanti: dieci.
E agli (ex) bidelli la borraccia non tocca?
La messa a frutto di “Greta” e i “Fridays for future” è immediata: non si può dire che il mercato non c’è.

Con le scuole si adeguano anche le università, e ogni altra sede pubblica: vie le macchinette, borracce per tutti. Tre-quattro milioni.
E quando si adegueranno tutti le aziende private: uffici professionali dirigenze, fabbriche? Decine di milioni di borracce.

Le borracce sono meno inquinanti: non su buttano via ogni giorno ma ogni anno. E sono di materiale composito, che però va tutto nello stesso canale della differenziata, è vero. Ma poi magari ne servono due a testa – a casa, in vacanza… L’anno.
Quanti guasti per l’idromania – un tempo era sconsigliato bere troppa acqua.


Quando l’Italia era mostruosamente viva

Si vede infine, aprendo le celebrazioni dei vent’anni della morte, su Rai 1 - a mezzanotte - il docufilm  approntato un anno fa da Fabrizio Corallo per la stessa Rai. Una straordinaria galleria di tipi italiani,il vero “romanzo italiano”. E una stagione cinematografica e teatrale incredibilmente vivace e sorprendentemente resistente, benché tradizionale, artigianale. Nelle varie simbiosi del “mattatore”, con Monicelli, Dino Risi, Scola.
Un docufilm  festoso ma di forte malinconia. Un tempo e una vicenda prospettando incommensurabili se misurati con l’atonia dominante al cinema e a teatro ormai da decenni. Visto cioè in questa Italia figlia del nulla. O dell’apparato correzionale, inquinato e inquinante. Sul quale giusto qualche fiore sorge – il fiore sul letame.
Fabrizio Corallo, Sono Gassmann! Vittorio re della commedia

giovedì 26 dicembre 2019

Resurrezione

Sciava senza menisco. Senza neanche cartilagini. Le vene aveva gonfie e dure, i polmoni dimezzati, ma saliva i gradini a due a due. Andava in montagna pure con la buona stagione, per sfidare i dislivelli, che nell’Alto Lazio non mancano, e negli Abruzzi, benché le montagne non superino i duemila. Odiava le macchine a ha rifatto la patente fino all’ultimo, di ottantaquattro anni. Ha guidato fino all’ultimo, certo, se ne è morto.
Lei lo contraddice: era presuntuoso. Ma dice anche che era più forte di tutti, più generoso, più intelligente. Nulla di nuovo, mai, neppure dopo la liberazione dal padre: sessant’anni, e metà vita sprecata accanto a quella donna insensibile. Con la prospettiva della restante vita imbalsamata. Come vivere con un cadavere legato.
La badante, ora da liquidare, se la sarà fatta. Probabile. Sicuro. Lei lo ricorda con affetto. Sorride, fuma, a suo agio. Gli offre da bere. In casa sua, dai liquori di suo padre. Accavalla le gambe, ancora belle forti. La gonna porta del resto corta. Si alza in continuazione, per fargliele vedere se non le avesse viste. Una che verrà dalla vita. Probabile. Sicuro.
Lo dice lei stessa. Faceva l’amministrativista al suo paese. È finita in una brutta compagnia. Che si aspettava, i peggiori si sono precipitati con le loro sporche lire e hanno fatto i padroni in Romania, in Bulgaria, in Moldavia, nella Repubblica Ceca. Doveva dirigere un centro di servizi alle aziende. Si aspettavano invece che corteggiasse uomini. Importanti, dice. Avrà fatto la strada. In casa non è arrivata tramite un prete? Uno di quelli che se le fanno con la scusa di salvarle dalla strada.
Il racconto lo smuove, a un’eccitazione da adolescente, dopo tanta astinenza. Gli occhi della donna sorridono tristi, come sapesse quello che l’aspetta, che vorrebbe. La fronte alta sopra gli occhi cerca un contatto, una carezza. Le gambe sempre inquiete si alzano, si risiedono, si accavallano, si allargano, si aprono. Il desiderio non è sconcio, nemmeno a sessant’anni, un’erezione è una resurrezione, evento solo fausto.
Ed essendo arrivato al momento di contare i soldi, pensa di aggiungerne, con generosità. O di lasciarla in casa, finché non trova un’altra sistemazione. La casa verrebbe comoda. Solleva la testa per studiarne la reazione all’annuncio, ma non ce n’è bisogno, la sa disponibile anche senza soldi. La sente continuare il racconto della sua vicenda, sempre più personale, sempre più nei particolari, come fossero già stati intimi, lei in ogni caso la vede nuda, come se lo fosse, è confidente, intima. Decide allora di non farlo. Di non provarci. Suo padre l’avrebbe fatto, sicuramente l’aveva fatto. Era la sua filosofia. Ma lui decide di no. Non per monogamia, non per fedeltà alla moglie, da cui tutto lo separa. Per una maniera d’essere, a sessant’anni bisogna avere una propria personalità.    

Contro il libero commercio - Napoli saggia e spiritosa

Marco Catucci ha creato una sorta di commonplace book attorno al vulcanico Galiani, con le sue letture appassionate nel vasto corpus di riflessioni, facezie, polemiche, intuizioni dell’abate. Per una lettura anche malinconica, di una Napoli che fu e non è – non sa nemmeno ricordarsi dell’abate Galiani, che fu la sua gloria a Parigi e a Napoli nel pieno dell’illuminismo, esemplare peraltro non anomalo né unico nella città.
Ordinato alfabeticamente, da “Ambizione” a Zelo”, passando per “Azzeneca” (Seneca), “Cacamaglia” (carcere”), “Cannaruto” (goloso), “Cannolicchio”. Ma anche per “Atei”: “In questo secolo Dio fa miracoli in favore degli atei, che dovrebbero almeno, vedendoli, convertirsi”. Per “Libertà”: “La persuasione di essere liberi costituisce l’essenza dell’uomo. Si potrebbe anche definire l’uomo un animale che si crede libero, e sarebbe una definizione completa”. Per “Morte”, a più riprese. Con calembours e battute fulminanti: “Ci vuole tempo per poter essere brevi”. E riflessioni su ogni topica: l’educazione, la politica, il fare del non-fare, la vita dei gatti (“Non c’è nulla al mondo di più folle di quest’opera!”).
Un vero reazionario, convinto e convincente – realistico cioè. L’apocalisse è il libero commercio. Che arricchisce il popolo, portandolo “alla forma repubblicana, e infine all’uguaglianza delle condizioni, che ci sono volute seimila anni per distruggere”. Ma uno intelligente, trattatista “Della moneta”, primo e insuperato, a vent’anni, arguto sempre, animatore a lungo, e anche poi in assenza, della Parigi dell’illuminismo. E non senza, per esempio sullo stesso libero commercio – anche se oggi è anatema dirne i limiti.
Ferdinando Galiani, Sentenze e motti di spirito, Salerno, remainders, pp.165 € 4 

mercoledì 25 dicembre 2019

Problemi di base natali - 530

spock

Perché sarebbe l’Incarnazione un mistero?

Non è più la Incarnazione del Verbo?

Perché la nascita sarebbe un mito, se è un fatto?

E uno negativo – meglio non esser nati?

O è questa roba del passato: va la modernizzazione ora al rovescio, che il laico insegue il religioso?

Il divino come compimento dell’umano?

O un’aspirazione da paria?

spock@antiit.eu

Il fantasma di Marx

Il titolo è da intendere “spettri agitati da Marx” - il comunismo - e “spettri che agitano Marx”. Derrida vuole Marx ancora in circolazione, ma in forma fantasmatica. Che (in qualche modo) spiega. Ma vuole anche “consegnarlo alla posterità”, cioè esumarlo dalle macerie del Diamat, il materialismo dialettico di salsa sovietica. Da qui la proposta di spettro tra gli spettri, e di teorico della spettralità. Che poi non definisce, ma s’intende quale esigenza di giustizia, nella libertà. O almeno come insofferenza al “nuovo trionfalismo”, al nuovo “ordine del mondo”, che si accredita egemonico col solo sancire la morte di Marx. Una spettralità che sa di esorcismo e scongiuro - una affermazione in negativo: Marx non è più quello.
Derrida non è mai stato uno marciante, e anzi ha avuto qualche problema - a fine 1983, quando già il “sistema” scricchiolava, fu fermato a Praga, reo di avere partecipato a un seminario filosofico organizzato da Charta 77, il movimento di opposizione. Con la caduta dell’Urss, della “macchina per fare dogmi”, trova invece che molto va salvato. Senza rivendicare eredità, ma convinto che “uno almeno dei suoi spiriti”, degli spiriti di Marx, va salvato. Di un pensiero e una prassi che legge non sistematici né omogenei, o coerenti, e anzi caratterizzati al contrario, dagli abbandoni repentini, i ripensamenti, le causalità problematiche – è vero che Marx era umorale. Che cosa va salvato? Va salvato Marx come spettro, e come teorico della spettralità.
Fin qui tutto è semplice, perfino scolastico – siamo al celebre incipit del “Manifesto”, il catechismo di Marx. Come arrivarci, invece, con Derrida è complicato, perfino labirintico. Attraverso cioè una rilettura minuziosa dei testi che spesso lascia sospesi più che informati. Anche perché Derrida fa come Marx: usa molto Shakespeare, e poi i soliti Heidegger, Blanchot e Kojève. Con molte parole composte e decomposte. Le concatenazioni, perfino le omofonie. Senza farsi mancare l’aspetto ludico – questo ben marxiano, è il procedimento che Marx privilegiava. E quasi ironico, se non parodistico. Ma l’impianto è serio. La dedica è alla memoria di un militante comunista sudafricano assassinato.
Marx è ben ancora vivo e combatte insieme a noi. Solo sottaciuto, temendosene lo spirito di rivolta che tanto ha alimentato. Una sorta di morto vivente. Uno spettro, come l’ombra del padre di Amleto. Sta lì anche se non parla, a ricordarci che “il tempo è fuori di sesto”, le cose non vanno. Il libro è del 1993, ma Derrida già sa che la globalizzazione, con i licenziamenti in massa in Europa e negli Usa, e il taglio dei salari, è una controrivoluzione: “Bisogna proprio gridare che mai, nella storia della terra e dell’umanità, la violenza, l’ineguaglianza, l’esclusione, la miseria, e dunque l’oppressione economica, hanno coinvolto tanti esseri umani”.
Ma, poi, non cessa di essere Derrida, il Marx ghostbuster è presto abbandonato. La questione trasferendo alla  decostruzione, di Marx e della contemporaneità. A Heidegger.  A Blanchot. Il Marx di Derrida non è uno spettro politico, è “l’apertura messianica a ciò che viene, cioè all’evento che non si potrebbe attendere come tale, né dunque riconoscere anticipatamente, all’evento come l’estraneo stesso, a colei o colui per cui si deve lasciare un posto vuoto, sempre, in memoria della speranza”. La memoria della speranza.
Un libro – ancora oggi – controcorrente. Anche, in certo senso, anti-Derrida: una presa di posizione malgrado tutto politica. Vuole dichiaratamente essere una denuncia delle “piaghe del nuovo ordine mondiale”: la disoccupazione, il salario da fame, il debito estero del sud del mondo, le guerre economiche e interetniche, e perfino quelle “umanitarie”. Con un sottotitolo militante, da capo-cellula: “Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale”.
Curiosamente, Marx ossessiona Derrida, altrimenti insensibile se non tetragono, da morto. Gli spettri di Marx sono quelli di Derrida, a disagio nella “fine della storia”.
Jacques Derrida, Gli spettri di Marx, Cortina, pp. 245 €® 24
The Spectres of Marx, pp. 277, free online

martedì 24 dicembre 2019

Letture - 409

letterautore

Autore – “Il romanziere è in certo qual senso una spia”: Graham Greene, “Il treno per Istanbul”, lo fa dire a un scrittore vanesio di successo. E a un prete: “Un penitente in confessione”.

Cleombroto - Garibaldi adolescente si arruolò come marinaio di 3za classe nella Marina sabauda, col nome di battaglia di Cleombroto. Eroe tebano, fratello gemello di Pelopida, che combatté con Epaminonda, quello che liberò gli Iloti della Messenia, popolo schiavo degli Spartani – Pelopida, “il primo uomo della Grecia” di Cicerone, fu a sua volta, con Epaminonda, l’artefice dell’egemonia tebana dopo Sparta

Cuorinfranti – È all’origine di Sterne, che nel Tristram Shandy”la vuole una malattia come la tisi o la gotta, benché non definita nei manuali scientifici. Forse perché, rifletteva, non figura tra le cause dei decessi: ma più diffusa e altrettanto perniciosa che le malattie mortali.

Dante – “Dante e Balzac” è un saggio del francesista Vittorio Lugli, 1952 (“Dante e Balzac con altri italiani e francesi”). La commedia di Balzac è umana non a parodia di quella di Dante, ma per ritenere Dante la personificazione del mistiscismo in cui nella seconda parte dei suoi cinquanta anni si veniva immergendo. 

Ebreo – È figura di molta narrativa, anche poesia, negli anni 1920-1930. Una sorta di letteratura di genere. Anche violenta. Come una fissazione – indotta dalla rivoluzione bolscevica? A opera anche di ebrei, Castelnuovo, Nemirovsky, Albert Cohen, Josef Roth. Tra i non ebrei si distinguono Céline, Pound, Hamsun, ma anche Thomas Mann, che tanto dileggiò i parenti, Virginia Woolf, gli scandinavi in genere.

Greta – Ne anticipa i tempi, se non la figura, Primo Levi nell’ultima poesia pubblicata, “Almanacco”, 2 gennaio 1987 – nella raccolta “Ad ora incerta”: “Noi propaggine ribelle\ Di molto ingegno e poco senno,\ Distruggeremo e corromperemo\ Sempre più in fretta;\ Presto presto, dilatiamo il deserto\ Nelle selve dell’Amazzonia,\ Nel cuore vivo delle nostre città,\ Nei nostri stessi cuori”.

I.A. – Faletti ne profetizza il boom (illusorio?) nel romanzo “indiano” del 2006, “Fuori da un evidente destino”.  Al vecchio indiano saggio, che ha conosciuto gli sciamani, fa dire all’eroe, il giovane indiano che ha fatto fortuna nella finanza a New York e irride la magia: “Sei disposto a credere in quello che la scienza ti propone, che è praticamente la stessa cosa: la creazione di un’intelligenza artificiale in grado di evolversi e di imparare dai suoi stessi errori”. E all’obiezione: “Quella è scienza. Qui stiamo parlando di magia”, gli fa controbattere: “E non sarà una magia quando da una macchina nascerà una macchina in grado di capire che è viva?”

Italiano - In “The Irishman” quattro italo-americani, Scorsese, Pesci, De Niro e Pacino, fanno la storia dell’America. Appassionante, ma come storia di mafia, di violenza. Anche irlandese, ma a regia (narrazione) e con impersonificatori (il Fixer, il Killer, il Capo) italici – del Sud Italia.
O italiana è la capacità critica, di sintesi?
Una storia “italiana”, di facce e nomi d’artista che richiamano l’Italia, del Sud, metafore dell’America?  

Leopardi – È stolido nel Nortizbuch di Enezenberger, li novantenne patriarca delle lettere tedesche, italianizzante di lungo corso - la raccolta di aforismi, arguzie, pensieri sparsi di cui Cornelia Mayrbäurl dà notizia su “La lettura”. Non lui, “scrittore tanto infelice quanto geniale”, i suoi cultori. Che hanno “guardato” (?conservato? riproposto?) “il manoscritto dello «Zibaldone», una prosa confusa e chiacchierona”. Cosa che Leopardi non avrebbe fatto: “Con la scelta del titolo avrebbe voluto esprimere la natura provvisoria delle sue annotazioni, facendo sfoggio di autoironia. I custodi del Graal della letteratura italiana, invece, questo non l’hanno mai capito”.
Bisogna distruggere i testi, anche il Notizbuch, lo zibaldone? Che Enzensberger, meno autoironico di Leopardi, pubblica in vita, dandogli anche un titolo, “Fallobst”. 

Novecento – “Il  secolo di Joyce e Pirandello” lo diceva una la copertina dell’edizione Penguin 1967 di Sterne, “Tristram Shandy”. Poi le cose sono cambiate: nessuno si occupa di Pirandello, non in Italia, Nessuno pensa più che l’Italia abbia o abbia avuto qualcosa da dire all’Europa e al mondo, nelle lettere e fuori.

Pavese – Rifiutato da un Primo Levi inconsuetamente categorico, nella lettera a Rossana Benzi, 29 ottobre 1984. Una lettera come sempre in Levi gentile, oltre che partecipe. Che però fa una parentesi per lo scrittore suicida: “A me non è mai piaciuto, né come uomo né come scrittore”. A motivo del suicidio? Sembrerebbe, perché spiega a Rosanna, che la poliomielite costringeva a sopravvivere in un polmone d’acciaio in ospedale, “Pavese è ai tuoi antipodi, è l’antirosanna. Non ha avuto feedback: ha disseminato disperazione ed è morto di disperazione”.                                                                                                                      Pilato – Personaggio evangelico tra lo scherzoso e il buongoverno per De Quincey, “Giuda Iscariota”. Un Pilato trascurato nella notevole tradizione che sul personaggio si è costruita ultimamente, dopo la resurrezione operata da Anatole France – sulla scia di De Quincey.

Russia – Tutto vi è grande e eccessivo. Stalin si capisce così? Stalin no, ma il teatro (regia, scenografia), la narrativa, anche la musica sì. Le messe in scena del Bolshoi (“grande”): dei balletti di Petipa, delle opera russe. I successivi Balletti Russi, di Djaghilev, Bakst, Fokine. Il Coro dell’Amata Rossa. Le regie di Mejerchol’d, Stanislavskij, Nemirovič- Dančenko.

Shakespeare – Per nascita non era cattolico? Sì, come tanti altri del secolo d’oro inglese, specie gli “elisabettiani”. Che può non voler dire nulla in letteratura, ma è una prospettiva curiosa: di quanti , letterati, artisti, statisti, anche teologi, sono stati per nascita cattolici nel Cinquecento, e a un certo punto hanno cambiato i riferimenti. Rispetto alla confessione, per esempio. Al matrimonio indissolubile. Ai santi.

Socialista – La rimozione in Italia, della parola e del concetto, ha dell’ossessivo. Antonio Manzini apre “Il treno per Istanbul”, il romanzo di Graham Greene che Sellerio rispolvera, dicendo Czinner, uno dei personaggi del caleidoscopico mondo dei vinti che anima il romanzo, “il politico comunista rivoluzionario”, mentre è il capo dei socialdemocratici di Serbia, costretto all’esilio.
Il centro-sinistra storico, che ha animato al politica per trent’anni, fino a Di Pietro, Borrelli e Colombo, è scomparso dalle storie della Repubblica, di Crainz, Ginzberg, Gotor, esagerati questi tre nella sottovalutazione, un ex Lotta Continua, un ex PCI e un ex Dc,  Giovagnoli, Castronovo, anche Colarizi.

letterautore@antiit.eu

Rousseau femminista

Ci sono meno Eroine che Eroi? “Eh, Signori, lasciate che alle donne venga la voglia di trasmettere le loro glorie ai posteri e vedrete a che posto decideranno di mettervi”. Questo delle Eroine è uno dei due progetti che la compilazione presenta, il frammento “Sulle donne”, di donne eccellenti a paragone degli uomini che hanno compiuto le stesse gesta, alla maniera di Plutarco. Con un primo elenco: Mitridate con Zenobia, Romolo con Didone, Catone Uticense con Lucrezia, il conte di Dunois con Giovanna d’Arco, “infine Cornelia, Arria, Artemisia, Fulvia, Elisabetta, la contessa di Tekeli”. Con l’avvertenza: “Se le donne avessero avuto tanta parte quanto noi nel trattare gli affari e nel governo degli Imperi forse avrebbero avuto maggiore eroismo e grandezza nel coraggio e si sarebbero segnalate in maggior numero. Solo poche di quelle che hanno avuto la fortuna di reggere degli Stati e di comandare degli eserciti sono rimaste nella mediocrità”.
Il progetto non è stato realizzato, ma il presupposto è chiaro. E non era l’unico: la compilazione raccoglie un altro “Saggio sui grandi eventi di cui le donne sono state la causa segreta”. Anche’esso rimasto all’indice, ma con intenti celebrativi: “la presa di Troia, l’incendio del palazzo di Persepoli, l’istituzione della Repubblica romana, il salvataggio di Roma grazie alla madre di Coriolano, il cambiamento dell’Inghilterra sotto Enrico VIII, etc.”.
Una compilazione di testi femministi dell’impervio, se non misogino, filosofo dell’uguaglianza. Che fiutava forse un filone editoriale, anticipatore della letteratura di genere - Rousseau coltivava anche questo campo: un ultimo scritto disperso qui raccolto è di “Idee sul metodo di composizione di un libro”. Ma di suo saldamente legato al rifiuto. Il racconto del titolo esordisce con un inequivocabile: “Quando si ha una moglie folle non si può evitare di passare per sciocco”.
“La regina Fantasque” è, misogino (altrimenti tradotto come “La regina lunatica”), un apologo della complessità, e quindi imprevedibilità, della funzione pedagogica, tra ereditarietà, educazione, ambiente e caso. Niente di filosofico, come si suole scrivere presentando il racconto - uno dei tanti scritti minori esumati nel 1961, al secondo volume delle opere complete Gallimard: “una follia”, secondo lo stesso Rousseau, scritta “in un momento di allegria o piuttosto di bizzarria”, nel 1756, pubblicata due anni dopo.
“Pigmalione” è, ancora più breve, più deciso: il narcisismo dell’autore, la sua ambizione a dare vita creando – scrivendo, dipingendo scolpendo, musicando. Questo è invece il testo forse più letto, subito, dai contemporanei. Quello sicuramente più commentato, fino a Starobinski – già Goethe ne faceva grande caso in “Poesia e verità”, che però non apprezzava Pigmalione, la “perfezione artistica”, o dell’ambiguità, ponendo al di sopra del bisogno burattinesco, di tirare le fila.
Jean-Jacques Rousseau, La regina Fantasque – Pigmalione, Ibis, remainders, pp. 91 € 4