sabato 16 marzo 2019

Secondi pensieri - 380

zeulig


Occidente\Oriente – È la semplificazione – politica, storica – meno congruente, e anche meno consistente. Serve – è servita – a sintetizzare il dominio europeo sul Terzo mondo, su Africa, Asia e America Latina, ma a prezzo di semplificazioni eccessive e anche sbagliate. In rispetto agli altri mondi con cui l’Occidente era in contatto ma anche al suo interno.

L’Occidente è l’Europa. E il Nord America? Sì, gli Stati Uniti sono costituzionalmente un paese “occidentale”. Ma non sono l’Europa – la stessa radice “anglosassone”, di cui De Gaulle bollava Stati Uniti e Gran Bretagna, ha pochi punti di contatto.
E l’Oriente? Tanto individualista il cinese e la Cina, anarcoide, tanto gerarchizzato il giapponese,  mentalmente prima che istituzionalmente.

La differenziazione non è occidentale. Non solo occidentale, e probabilmente non inizialmente occidentale. C’è un Occidente ben fermo in Oriente, irriducibile. Specie in Giappone – la scrittrice belga Amélie Nothomb, giapponese di formazione, viene sempre rimproverata a Tokyo in quanto “occidentale” la volta che prende impiego in una multinazionale – “Lei si comporta bassamente come gli altri Occidentali”, “questo pragmatismo odioso è degno di un Occidentale”.
In Giappone l’Occidente è una “creazione” aliena già dal Seicento. In India lo è ancora presso gli scrittori anglo-indiani del tardo Novecento, e gli stessi immigrati di seconda e terza generazione in Gran Bretagna che vi hanno fatto fortuna. C’è l’“Occidente” alieno anche in un paese che ha adottato tutto dell’Occidente, la Corea del Sud, dalla politica corrotta ai giudici politici.

Si pensa l’Oriente come “fatto”, dettato, costruito, limitato, dall’Occidente. Forse per inavvertito traslato dall’“orientalismo” come disciplina che Edward Said condanna. Mentre l’Oriente sta per sé, immune spesso e sempre in antitesi dal e con l’Occidente. Anche come stile di vita l’Occidente non è dominante o impositivo – se non per i diritti umani. “Il Bianco suda”, “il Bianco puzza”, il bianco è immondo, sono pregiudizi orientali, dell’islam compreso, da Tokyo a Nuakshott. Con la tranquilla coscienza della superiorità morale e civile – igienica, estetica, spirituale. Il rimprovero è semmai che l’Occidente non impone uno stile di vita igienico, ecocompatibile.
C’è un Oriente, multiplo, anche questo è vero, ma tenuto unito proprio dalla differenziazione dall’Occidente. Che non è esistenza unanime, uniforme. Né proclamazione di minoranza contro una maggioranza dominante: è, è stato, ben consistente, e naturalmente “superiore”. Nel mondo islamico come in quello induista, e nell’Estremo Oriente. In Giappone, in Cina, e perfino in Corea - il paese che ha adottato tutto dell’Occidente, dal marketing alla corruzione, e allo scandalismo.

D’altronde, in attesa di rivedere la storia del’imperialismo fuori dalla vecchia logica dei due blocchi, o alla vecchia luce del marxismo-leninismo, la disgrazia dell’Oriente non si può dire una storia di imperialismo. L’Oriente diventa vittima del’Occidente dopo essere stato vittima di se stesso, dopo essere imploso, in più punti, ricorrenti. In tutti i suoi gorghi, centri di potere e d’interesse: Persia, India, Cina, Africa - Nord Africa e Africa a Sud del Sahara. La potenza europea è la ciliegia amara su una torta marcia – e non per mancanza di capitali, o di tecniche, o di “mezzi” umani. Ancora a fine Ottocento, al culmine dell’imperialismo, la grande massa dell’umanità non era toccata dal progresso, il demone dell’imperialismo, e statisticamente si poteva anzi dire che il proprio del umanità era la staticità e non lo sviluppo – che è cosa recente, anche se già contestata.

Referendum – È strumento antidemocratico, il sì o il no senza intermediazione politica, alla mercé dei gruppi di potere o d’influenza. L’opinione pubblica è più che mai instabile, e anzi volatile. I referendum sono più che mai antidemocratici. Incanalando la volontà generale entro le tracce di minoranze di minoranze, le élites. Modernamente intellettuali invece che di censo o di potere, ma sempre ristrette e maneggione. Hanno però per i costituzionalisti timidi valore di vangelo, la “volontà popolare” dell’ondivago Rousseau.
L’opinione è al limite un effetto immagine, o di slogan. Comunque di gestione dei mezzi di comunicazione: la volontà generale è più che mai espressione dei media. Che hanno un padrone, hanno a cuore solo l’affare, e come obiettivo di escludere la politica.
La politica ha peraltro perso la funzione di mediare. Non nel senso democratico, di spuntare le punte estreme, le minoranze assolutiste. Non ci sono più corpi intermedi né istanze sociali o culturali a mediare i vari interessi nell’ambito di una collettività più ampia. Nazionale o, nel caso, continentale.

Storia – Lucien Febre la vuole arte, e scienza, del passato e del presente. Un ramo della scienza delle comunicazioni, aggiunge Lévi-Strauss, per il quale “in ogni società la comunicazione ha luogo a tre livelli: scambio di beni e servizi, scambio di messaggi, scambio delle donne”.
La ricostruzione a opera dell’uomo, la diceva ancora Febvre. Ma benché mutevole e vuota la dice già vecchissima, tanto vecchia che se ne avverte a ogni passo la stanchezza.

Il suo punto di vista, per questo pessimista, è quello di Febvre, storico materialista: “La nostra civiltà è, nella sua essenza e nelle sue origini, una civiltà di storici. La religione che ne esprime gli aspetti fondamentali, il cristianesimo, è davvero, anch’essa, una religione di storici. «Io credo in Gesù Cristo, che nacque da Maria Vergine, fu crocifisso sot-to Ponzio Pilato, e risuscitò dai morti il terzo giorno»: ecco una religione datata. Non si è cristiani se non si pone se stessi, e insieme le società, le civiltà, gli imperi, fra la caduta, punto di partenza, e il giudizio, punto di arrivo di tutto quel che vive su questa terra. Il che significa inquadrare se stessi e inquadrare il mondo nella durata; dunque nella storia”.

Virtù – Si è persa – con l’onore, la coerenza o lealtà, e altri traslati. Ancora in uso nel Novecento. Virtù che, secondo Shamlù, il poeta persiano, è tale per effetto della radice -rt, come diritto, arte. Ne beneficia pure la fortuna, cui il Rinascimento attribuì virtù e verità. Per un po’ s’era perduta: a virtute s’appella in Dante il solito bugiardo Ulisse. Machiavelli, l’allegro furioso del vivere libero, virtù dice insieme golpe e lione, il bene può giovarsi del male. Come nella Bibbia: i buoni sono puri come colomba e furbi come serpente. Per il molle celta Hutcheson il senso della virtù è innato: la virtù “è la maggiore felicità per il maggior numero di persone”. Ma è dote solo dell’uomo, Kant ha scoperto, la natura non c’entra: “La virtù è ciò che nessun altro che l’uomo stesso può donarsi o togliersi”, la natura dell’epoca, ora c’è il dna.
Gnomico è Pavese in proposito: “Non abbiamo che questa virtù: cominciare\ogni giorno la vita”. Che intitola “Fine della fantasia”.
Miss Anscombe, “l’Unico uomo” della cerchia di Wittgenstein,  l’ha riscoperta, la virtù, e la fa sodale della verità. Ma la verità, dice Lacan, è bugiarda.

I radicali secondo Rousseau sono imitativi, e dunque la virtù ha qualcosa di duro dentro - Mallarmé invece dà la virtù al fonema st-: “In molte lingue indica stabilità e franchezza, durezza, massa, insomma incitazione”, in stronzo per esempio? o stupido, stinto, stanco. E non sarà tr- il vizio? Il treno, o destra e sinistra. Ma questa solo in italiano. Inglese, francese, tedesco e spagnolo fanno la destra virtuosa, su base -rt, e la sinistra smarriscono tra farfugli e sibili. Bisogna dunque essere di destra? Certo, la sinistra è ambigua. È ipocrita, quindi stupida. E infida, per chi non concepisce l’amicizia a danno degli altri. La complicità a danno degli altri non è solidarietà di classe, è mafia, quello che i carabinieri per non lavorare chiamano omertà, oberandone, chissà perché, i meridionali. (Ma chi è chi, se non si può – non si poteva, quando c’erano i comunisti - neppure andare al bar con un comunista se non complottando, ai danni propri, di compagni, di amici? Chiedendo il contrario di ciò che si vuole. Soffocante pettegolezzo, dov’era l’allegria? La destra invece pratica la lealtà - borghese, sì, beneducata, ah!).

zeulig@antiit.eu

L’Orlando Furioso veniva dall’Aspromonte

I canti XIII e XX di una volgarizzazione quattrocentesca della “Chanson d’Aspremont”. Da Carmelina Siclari, studiosa (unica) della “Chanson”, reperita per caso alla Biblioteca Estense a Ferrara. Dove, deduce, Ariosto l’ha letta. Molti studiosi, fra essi Pio Rajna, “Le fonti dell’Orlando Furioso”, danno largo peso alla “Canzone d’Aspromonte”. E del resto molti sono i rinvii, di nomi e episodi. Stessa anche la metrica, l’ottonario cantabile.
Scarfò locupleta i due canti con un docufilm di una trentina di scene. Sullo sfondo del vero Aspromonte, di boschi, vallate, spuntoni, sorgenti, torrenti. Un’idea patrocinata dal Parco Nazionale Aspromonte, singolarmente intesa a recuperare alla montagna, sommersa dalle cronache criminali, la sua dimensione storica: religiosa, avventurosa, di peculiare estetica.   
Carmelina Siclari-Giovanni Scarfò, La canzone d’Aspromonte, La Città del Sole, pp. 99 + cd € 15

venerdì 15 marzo 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (390)

Giuseppe Leuzzi


Nell’Ottocento il malaffare era detto camorra. Nel Novecento mafia. Ora ‘ndrangheta. E nel 2100? Urge innovare, l’Italia non può perdere il primato.

Perché il Sud sarebbe profondo?

La corsa del Sud all’indietro
Nell’atlante del pil pro capite regionale 2017, che Eurostat ha approntato, l’Italia scompare dalle regioni più ricche. La regione più ricca, Bolzano, con un indice 143 di pil pro capite rispetto alla media Ue 28, viene a una trentina di posti da Londra Centrale, la più ricca (626 per cento della media Ue 28…).
L’Italia ricca, ex quinta o quarta potenza economica negli anni 1980, è nella parte inferiore della media europea. Mentre sono ai primi posti zone fino a ieri poverissime: Praga è al 187 per cento della media Ue, Bratislava al 179, Varsavia al 152.
Solo undici delle 21 regioni italiane, considerando Trento e Bolzano divise economicamente, hanno un pil superiore alla media Ue, e non di molto: Bolzano appunto (143), Lombardia (128), Trento (122), Valle d’Aosta e Emilia Romagna (119), Veneto (112), Lazio (111), Liguria (107), Friuli-Venezia Giulia (104), Toscana (103), Piemonte (102).
Marche (91 per cento), Umbria (83) e tutto il Sud sono sotto. Anche notevolmente sotto: Abruzzo (83), Basilicata (71), Sardegna (69), Molise (67), Campania e Puglia (62), Sicilia (59), Calabria (58).
Ma c’è di peggio: il Sud è arretrato rispetto all’anno 2000. E anche di molto. Non tutto il Sud: Abruzzo, Molise e Basilicata hanno migliorato, seppure di poco. La Sardegna invece è passata dall’86 per cento della media Ue al 69, la Puglia dal 79 al 62, la Sicilia dal 75 al 69, la Campania dal 73 al 62, e la Calabria dl 72 al 58.
Questo mentre tutto il resto dell’Europa è migliorato. L’area più povera nel 2000 della (futura) Ue a 28, Yugozapaden in Bulgaria, la regione attorno a Sofia, con un pil pro capite di solo il 37 per cento della media, è ora al 79 per cento. Il Portogallo, la Polonia, Cipro, la Lituania sono paesi tutti con un pil pro capite superiore a quello delle regioni meridionali italiane.
L’impoverimento è certificato anche dalla Confindustria. Che ha calcolato l’apporto della Sicilia al pil nazionale nel 1951 al 12 per cento, e oggi al 5,1.
Il dato statistico non dà le ragioni, si limita a fotografare la situazione. Ma un dato statistico è già indicativo: la scarsa o nulla competività, dell’Italia in generale e di più del Sud. Un dato sempre Eurostat, “European Regional Competitiveness Index”, summa di dati settoriali affinati, istituzioni, digitalizzazione, normative, etc. nella sua ultima edizione, 2016, vede le regioni italiane molto indietro, anche le più ricche. La più competitiva, la Lombardia, è al 143mo posto, su 284 regioni. Seguita da Liguria (146), Piemonte (152), Veneto (169). Le regioni meridionali si classificano tutte tra le ultime: Basilicata (226), Campania e Sardegna (228), Puglia (233), Calabria (235), Sicilia (237).  

Milano
I capitali cinesi sì, brache calate, quelli arabi no. La Cina può comprare quello che vuole, anche il Milan, anche senza capitali, l’Arabia Saudita che i soldi ce li ha, no, né una quota della Scala né una quota del Milan. C’è differenza tra la Cina comunista e l’Arabia patrimoniale? No, in entrambi i paesi si eliminano gli oppositori. Ma la Cina ha una lunga storia, l’Arabia viene dal deserto: Milano vuole improsarsi coi quattro quarti.

In qualsiasi altro mondo l’analisi costi-benefici di Marco Ponti e i suoi associati sul traforo Torino-Lione sarebbe stata spernacchiata per quello che è: una montagna di sciocchezze, messe insieme per fare soldi come consulenti, e magari assicurarsi una carriera politica gratis, da pseudo-scienziati in realtà associati in consulenze. Per cui sulla Torino-Lione fanno i calcoli per il no se il committente è per il no (Grillo) e, negli stessi giorni, per il sì se il committente è per il sì (la Commissione Ue). Roba da Pulcinella. Ma è Milano, seriosa, molto: Ponti è milanese, è un architetto, è un professore del Politecnico, è inattaccabile. Pensare e un Ponti napoletano…

Il professor Ponti, per essere milanese, e poi del Politecnico, può dire che col traforo Torino-Lione lo Stato ci rimetterebbe miliardi di mancate  accise sui carburanti, e di pedaggi autostradali, per l’abbattimento del traffico di Tir su e giù per le Alpi. Milano pretende anche di prenderci in giro seriamente.

Il contributo politico di Milano, da Mussolini alla Lega, prima Lombarda e ora nazionale, passando per Mani Pulite, è aggressivo e deleterio. Ora scopre che, dopo venticinque anni di governo lombardo, da Berlusconi a Monti e Salvini, la stessa Lombardia non è più tra le regioni ricche d’Europa – e con essa tutta l’Italia, già quarta potenza economica mondiale negli anni 1980, è trascinata al ribasso. Ma la colpa, dice, è del Sud, che la azzoppa – senza del quale, però, consumatore passivo, sarebbe comunque la più ricca in Italia?

La “nuova ricchezza” esibita da Roberto Formigoni, ora condannato, è certamente personale ma anche sintomatica. È di uno che non ha mai lavorato, quindi in questo poco milanese, ma è anche un politico di professione, quindi impersona un certo modo di fare politica, in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, l'esibizione della ricchezza. Un modo di fare politica votato dai milanesi, e anche molto votato.

Micalizzi, nome e genitori siciliani, emigrati alla periferia di Milano, è un fotoreporter milanese ora che è, suo malgrado, celebre, ferito a un occhio in un teatro di guerra. Coraggio, sprezzo del pericolo, vittima della violenza, etc., e una carriera illustre ne fanno un eroe milanese. Come è giusto che sia. Ma se in Siria fosse finito dentro per caso, per droga, per terrorismo, sarebbe stato siciliano? Senza dubbio.

La Scala continua ad avere vuoti perché gli spettacoli evidentemente non sono graditi – in gran parte sono riciclati. Ma continua ad imputare i vuoti ai dipendenti infedeli della biglietteria, che dirotterebbero i ticket verso il bagarinaggio: i vuoti sarebbero la conseguenza dei prezzi maggiorati dei bagarini. Ingegnoso – mai imputarsi una colpa.

I dipendenti della biglietteria della Scala licenziati perché infedeli vincono via via i ricorsi. Ma non chiedono il reintegro: preferiscono starne fuori.

Anche la pedofilia a Milano è speciale – Milano non è pedofila. “Vivevo in oratorio”, confessa un giovane di 22 anni, di Rozzano, dove fu violentato da don Galli, oggi condannato, il giorno della condanna di papa Francesco al concistoro contro la pedofilia appositamente convocato a Roma, “dopo quella notte ho cercato di morire” – quattro volte. I genitori lo dissero al parroco, che lo disse al vicario episcopale. Che era allora, 2011, mons. Delpini, l’attuale arcivescovo di Milano. “Don Galli fu spostato a Legnano”, continua il giovane, “dove aveva quattro oratori anziché uno”.

Bassetti, il ministro che vuole gli insegnanti del Sud sfaticati, un insegnante di Educazione Fisica fatto ministro per meriti leghisti, è anche uno che va a casa due volte a settimana, 70 volte in trentatré settimana, “in missione”. Non che tenga riunioni, a Milano o dove abita, a Somma Lombardo in provincia di Varese, ma per “grattare” qualcosa alle casse dello Stato.

Si fa attendere un mese e mezzo sul”Corriere della sera” un articolo di Marco Demarco sulle bizzarrie del dualismo Nord-Sud, divario culturale più che economico – di fatto, a parità del potere d’acquisto, tenuto cioè conto del diverso costo della vita. Scritto all’indomani di un articolo  analogo di Marco Fortis sul “Sole 24 Ore”, che Demarco cita ripetutamente, viene pubblicato il 22 febbraio: il Sud non esiste, si direbbe a Roma.

La mafia dei comuni mafiosi
Si sciolgono per mafia i consigli comunali eletti senza dare le motivazioni. Come invece sembrerebbe giusto e anzi doveroso. Verso i cittadini che li hanno eletti – sarebbe utile sapere chi e come ha profittato del consenso elettorale per fini di delinquenza. Verso l’opinione pubblica in generale: sapere che c’è una vigilanza accurata, precisa nelle contestazioni. Verso l’istituzione in sé: lo Stato che protegge il cittadino contro chi lo ha ingannato. Invece no, gli atti, se ci sono, sono segreti.
Da otto mesi il Tar del Lazio attende dal ministero dell’Interno gli atti che hanno portato allo scioglimento del Comune di Scilla, uno dei tanti adottati dal Prefetto di Reggio Calabria, che i Comuni di mafia sembra prenderli a strascico. Il sindaco dimesso, Pasquale Ciccone, ha fatto ricorso amministrativo avverso il decreto di scioglimento, unitamente alla sua giunta e a due dei consiglieri. A luglio del 2018 il Tar del Lazio, adito dai ricorrenti, ha disposto l’acquisizione in copia degli atti istruttori che avevano portato al decreto di scioglimento, “fatte salve le ragioni di riservatezza” eccetera. Non li ha ottenuti. Un mese fa ha reiterato la richiesta. Senza esito.
Si sciolgono le amministrazioni comunali mafiose con metodi mafiosi. Si sa che è un business ambito dai funzionari prefettizi, gli stessi che predispongono gli scioglimenti. Si sono perfino moltiplicati per tre il commissariamento anche di Comuni piccoli e minimi – per il grave pericolo della mafia, si sa: Comuni di due-tremila abitanti hanno tre commissari, un prefetto e due vice-prefetti. Altrove sarebbero in conflitto d’interessi. Ma l’antimafia prevale. Dopodiché si fanno un anno e mezzo da commissari, pagandosi il doppio per non lavorare - il compito dei commissari è di bloccare qualsiasi attività dei Comuni. Non si puliscono le strade, non si seppelliscono i morti, non si controlla l’acquedotto, non si riparano le frane e le buche. I commissari, che quando sì intendono di qualcosa è della contabilità, rivedono i conti degli anni passati, delibera per delibera anche minuta e minima, negli aspetti soprattutto formali, che sono la prova provata dell’infinito, Ma giusto per passare il tempo, e affermare l’Autorità sugli impiegati. Senza eccedere, le pratiche danno il mal di testa anche ai commissari: un paio d’ore al giorno. Tre giorni a settimana. Portati e riportati da autista, con auto di sevizio, per arrivare riposati alla fatica. Con la scorta. Un apparato ridicolmente diseducativo, oltre che inutile: inefficiente, dispersivo per le casse del Comune – i commissari prefettizi prendono lo stipendio, più un’indennità pari allo stipendio del sindaco dimesso, più l’indennità dei consiglieri comunali dimessi diminuita di un quinto (i due sub commissari prendono il 70 per cento delle indennità del prefetto). Il tutto a carico del Comune commissariato. Sembra incredibile, ma la giustizia è questa.
Nella provincia di Reggio, dove quasi tutti i Comuni sono commissariati, i funzionari prefettizi del capoluogo non bastano, vengono ora da Catanzaro, Vibo Valentia, Cosenza, qualcuno perfino da Crotone. Viaggi lunghissimi, una grossa fatica.

Resta una curiosità – che sia anche del sindaco Ciccone non esime: perché ai commissariamenti per mafia non seguono processi?
E un constatazione: che gli apparati repressivi non sanno fare altro che mandare al confino, a capriccio - il vecchio vizio, ora anche redditizio. Forse per questo non ci salvano dalle mafie. Che sono serie, non sono ballettomani burocratici.
Si può anche fare un’ipotesi: si può attribuire l’inerzia del Sud a questa tenaglia, tra delinquenti e prefetture. Tra la cancellazione della politica per mafia, anche se a volte non c’è, un lontano parente di un consigliere comunale non fa mafia, e lo Stato prefettizio. Con la burocrazia, che sicuramente c’è. Dura, insensibile, costosa, improduttiva.

L’Italia dei prefetti era vecchia topica di Spadolini, dei tempi di Giolitti, occhiuti  maneschi, del governo del non governo, ma altra non c’è. Certo, c’è di peggio. Per esempio, nei dopo-terremoti. Ma anche nella normalità si superano. 

leuzzi@antiit.eu

Grande Fratello Italia


Spettacolo Juventus-Atletico Madrid sul campo e spettacolo su Sky: Caressa e Bergomi, il romanista e l’interista per antonomasia, come dire gli antijuventini per costituzione, hanno tenuto incollato il pubblico alla tv per due ore abbondanti. Perché un evento sportivo va partecipato, come avviene per quelli che vanno allo stadio, pagando caro e con spostamenti difficili, non analizzato col bilancino, come ci impone la Rai avvocatesca della “Domenica Sportiva”.
L’entusiasmo ha indispettito il web. Furibondo. Anche quello juventino. Specie con Caressa ma anche con Bergomi. Se non c’è ingiuria e bestemmia non c’è spettacolo? Si dice il web, che rinfocola gli hater, gli spurga il fiele. Ma forse è solo l’Italia, incattivita. O ignorante: non sa pensare, e quindi parlare, in altro modo che al “Grande Fratello”, o “Isola dei famosi” che sia: liti, spintoni, e turpitudini, a chi “fa” il più cattivo. Con la lacrime, naturalmente, finte, e l’obolo pronto per terremoti e disabili – tanto chi se ne frega, per due euro...  

Chi si ricorda dell'internazionalismo


Ai primi di marzo del 1919 si teneva a Mosca una riunione di esponenti politici di mezza Europa di area socialista, che avrebbero dato vita all’Internazionale Comunista, o Terza Internazionale, di cui quella riunione sarebbe stata il primo Congresso. Diciannove partiti e “organizzazioni rivoluzionarie” parteciparono, dal 2 al 4 marzo. In quella che era la capitale della nuova Russia sovietica. Molti proveniente da paesi in fermento: Germania, Austria, Ungheria, Polonia, Finlandia, Bulgaria – nessuno dall’Italia. Che tutti confluiranno presto in regimi autoritari  di destra.
Essendo l’Internazionale Comunista, questo spiega il silenzio dei media, è un non-evento. Ma anche degli studi storici? E senza nessuna nostalgia, neanche una lacrima? Un’eccezione curiosa in una cultura ridotta a celebrazioni di centenari, cinquantenari, anche quarantenari, di Pasolini per esempio, di puro passatempo, per non saper che fare.
Il silenzio sulla nascita dell’internazionalismo è però una conferma, ulteriore: non solo la sinistra politica è sradicata, anche il passato. Lo sradicamento della storia è sicura certificazione del nazionalismo – dell’autoaffermazione, o sovranismo come si vuoole chiamare. Non nuovo e anzi vecchio, e disastroso.

Il romanzo di Lalla in figure

Un semplice ottimo catalogo omaggio, di una mostra romana in onore di Lalla Romano, pittrice e scrittrice – “Romanzo di figure” viene da uno dei suoi tanti libri di fotografia. Di quando Roma aveva un dipartimento Cultura, 2001, un altro mondo – sembra impossibile ma c’è stato, appena
Ieri. Con fotografie, quadri e libri, di versi, racconti, romanzi. Dalle foto col padre, Roberto Romano, 1904-1914, ai quattro album fotografici che pubblicò con Einaudi dopo il successo letterario, “Lettura di un’immagine”, “Romanzo di figure”, “Nuovo romanzo di figure”, “Ritorno a ponte Stura”, alla collaborazione finale con Antonio Ria.
“Io dipingo sempre mentre guardo, allo stesso modo scrivo sempre”.  Dapprima indirizzata alla pittura, a scuola da Casorati, scrittrice poi per immagini. Fin dal debutto, nel volumetto “Le metamorfosi” che Vittorini subito pubblicò nei Gettoni. Di vita facile, che sa apprezzare. Narratrice di memorie, che però non sono selfie, ma altrovi, geografici e mentali. Anche nei libri che si rileggono, privati e privatissimi, particolareggiati, ma con l’effetto di costruirsi a romanzo: “Le parole tra noi leggere”, 1969, la vita del figlio Piero, allora ventiseienne, e “L’ospite”, 1983, di cui è personaggio il nipote Emiliano, figlio di Piero. L’esposizione terminerà con se stessa, “Una giovinezza inventata”, 1979, sulla vita da studentessa a Torino, con lo zio Peano, il matematico celebre. E col marito moribondo Innocenzo Monti, “Nei mari estremi”, 1987.
Con più grazia, un po’ borghese, senza lamenti  cioè né rivalse, una Annie Ernaux del secondo Novecento. 

Romanzo di figure, Casa delle Letterature

giovedì 14 marzo 2019

Tante scuse alla Cina

In parallelo con il culto della personalità, del nuovo Grande Timoniere Xi Jinping, si è sviluppata in Cina un politica di assertiveness internazionale. Sotto traccia sul piano militare, ma robusta e anzi virulenta su quello economico e dell’immagine. Con investimenti ovunque e in tutti i settori, specialmente qualificati come investimenti “nazionali”: autorizzati dal governo, in settori e aree che il governo stesso individua. E con una politica di immagine incondizionata: la Cina ha ragione. Generosa, ma le redini tenendo strette.
Una politica che ultimamente si è espressa con la richiesta insistita e formale di scuse a molte multinazionali: Mercedes, Delta, Qantas, Marriott, Zara (abbigliamento), Medtronic (strumentazione medica). E con l’autocensura imposta ad alcune case editrici  occidentali, per quanto influenti.
La Mercedes si è dovuta scusare più volte, e in termini esageratamente umili, per avere usato come by-line pubblicitario per un suo modello su Instagram (che peraltro in Cina è proibito), una frase del Dalai Lama – “guarda da tutti gli angoli, ci vedrai meglio”. Le linee aeree per avere una destinazione Taiwan separata dalla Cina. La catena alberghiera – anch’essa tenuta a ripetute scuse, anch’essa con le formule “fiorite” di omaggio alla Cina che sono in uso nella propaganda cinese – per avere rappresentato in un dépliant con colori diversi – diversi da quello della Cina – il Tibet, Taiwan, Hong Kong e Macao. Ci sono tabù in Cina che non bisogna nemmeno nominare: il Tibet, col Dalai Lama, Taiwan, gli statuti speciali di Hong Kong e Macao.
Uno studio di due organizzazioni tedesche di ricerca politica, il Mercator Institute for China Studies, e il Global Public Policy Institute, sulla “politica attiva di influenza” della Cina, elenca una serie di imposizioni di questo tipo in Sud Africa e in Australia – “Authoritarian Advance: responding to China’s growing political influence in Europe” (un lavoro di gruppo, con la specialista italiana della Cina, Lucrezia Poggetti). Nonché di interferenze nelle politiche europee, attraverso la Grecia dell’austerità, e l’Ungheria di Orbàn. Un anno fa Orbàn ha bloccato una lettera di denuncia da parte della Ue delle torture cui erano sottoposti in Cina alcuni avvocati impegnati sul fronte dei diritti umani. A giugno è stata la Grecia di Tsipras a bloccare una dichiarazione del Consiglio europeo per i Diritti Umani contro la Cina. Due casi senza precedenti nella Ue.
In Sud Africa Pechino ha mobilitato la popolazione locale di origine cinese contro la visita di Lobsang Sangay, capo del governo tibetano in esilio. In Australia il governo cinese ha ottenuto dalla Allen & Unwin la cancellazione di un libro in uscita,  “Silent Invasion”, del professore di Etica Pubblica e leader dei Verdi Clive Hamilton, contro le interferenze cinesi nella vita politica e intellettuale. In Inghilterra Pechino ha ottenuto dalla Cambridge University Press la cancellazione dalla consultazione online di 315 saggi  del suo trimestrale “China Quarterly”, per evitare l’oscuramento del sito in Cina. Innumerevoli sono i tagli e le censure che i big della rete, Apple, Google, Facebook, etc., si sono imposti su richiesta di Pechino.

Niente Brexit, siamo inglesi

Dunque, è subito chiaro: Londra conferma, senza più ipocrisia, di puntare a un rinvio della fuoriuscita dalla Ue. Per ottenere qualche concessione di più – magari presentando un nuovo governo, più oltranzista o minaccioso di Theresa May. O anche, novità da non scartare, per avviare un ripensamento, se, dovendo partecipare fra due mesi alle elezioni europee, troverà un elettorato a grande maggioranza partecipe.
La novità è relativa, già da tempo l’opinione non era più per la Brexit. Da quasi due anni, dall’assassinio della giovane parlamentare laburista Jo Cox, uccisa a rivoltellate e coltellate da un nazionalista perché europeista schierata. I sondaggi subito rovesciarono le intenzioni di voto, dal 6-4 a favore dell’uscita a 6-4 a favore della permanenza. Un ribaltamento immediato, senza altri fatti nuovi, né ripensamenti o ragionamenti politici: d’istinto. Poi i conservatori si sono serviti della Brexir per le loro faide di partito.

L'infanzia travestita di donna Marella


I ricordi d’infanzia e dell’adolescenza. Nelle ville e i palazzi di Firenze, Bressanone, Roma, Ankara, Istanbul, Lugano, e Roma di nuovo. Prima di?
Ricordi di genitori molto innamorati e molto assenti, Filippo e Margaret, americana del Wisconsin, e delle nonne, i fratelli Carlo e Nicola, lo zio Adolfo con la moglie Anna Visconti di Modrone, sorella maggiore di Luchino, molto personale di servizio, e personaggi dai nomi interessanti, che s’incontrano nelle varie capitali al seguito del padre diplomatico.
Una prima tranche forse, benché tarda, 2015, di un ciclo di ricordi. Curata da Roberto Calasso, ma curiosamente priva di spessore – di aneddoti, personaggi “seguiti”, atmosfere. Si nominano Ugo La Malfa, i von Papen, i Visconti, ma in una sorta di name dropping – cui donna Marella è di proposito aliena. Gocà è “go to the car”, la formula speditiva con cui Margaret, “col solito desiderio di liberarsi di noi”, licenziò Marella e Carlo una volta che l’assediavano travestiti e chiedevano “ora che dobbiamo fare” 
Marella Agnelli, La signora Gocà, Adelphi, pp. 236 € 12

mercoledì 13 marzo 2019

Londra mercanteggia

Brexit non è un dramma, è una farsa. Un dramma sarebbe se fosse sancita la separazione netta, senza un accordo con Bruxelles. Ma per ora la separazione è una trattativa farsa. Con un governo che va a Bruxelles, ottiene una virgola di più e i conservatori che ai Comuni danno pollice verso. Contro il loro governo, conservatore. 
Facendo anche i conti – i conservatori, una parte dei conservatori – con la loro leader, la premier Theresa May.
Questo è un aspetto che la politica italiana conosce: i conservatori copiano le faide Dc  - o i Dc copiavano, copiano ancora in sede Pd, le faide tory. Sull’accordo con l’Unione Europea, che non può non esserci, gli inglesi fanno invece rilanci al buio, nel gergo del poker: drammatizzare per vincere la mano. Con una grande differenza rispetto alla prassi democristiana: che un governo sfiduciato si dimetteva, perfino Renzi lo ha fatto, mentre May ne incassa in serie restando al suo posto - prassi di che costituzione? 
May resta al suo posto per ottenere un rinvio del termine ultimo. Per tornare a trattare e ottenere qualcosa di più. Magari facendosi sostituire sa un altro premier, anche solo un po’ sbruffone - Johnson. Oppure per ottenerla lo stesso, nel caso che la scadenza del 29 sia rinviabile.
C'è molta riverenza nelle nostre cronache per quanto avviene a londra. Ma la politica inglese è sempre stata del suk.

Antidemocratica la laurea per tutti

Le industrie e gli affari vogliono le lauree magistrali – il 70 per cento dei manager assume laureati a cinque anni. Non c’era da dubitarne, all’industria e negli affari serve gente formata, non diplomati, reduci da un esamificio, da una sorta di scuola dell’obbligo universitaria – un titolo non si nega a nessuno. Cade l’ultima maschera dell’infausta riforma universitaria di vent’anni fa, del ministro Berlinguer, mascherata da democratizzazione dell’università, con accessi liberi e “politiche del non-abbandono”, cioè il tutti promossi. Una “riforma” che Moratti e Gelmini, patrone dell’università privata, non hanno fatto che aggravare, “esecutrici volenterose”: il danno della “riforma” è mirato all’università pubblica, per aprire il business, quello sì molto anglosassone, dell’università di mercato, dai trenta ai centomila euro, l’anno – con finanziamenti bancari agli studi, etc, la solita economia del debito.
Cade con i manager una delle tante maschere. L’altra, altrettanto radicale tra le tante, è l’abbandono delle humanities per un presunto percorso pratico di studi, presunto modello vincente anglo-sassone. Per cui all’università non si impara un mestiere e non si impara a imparare: niente. Con grave danno dei ragazzi e delle famiglie, illuse. Con gravi restrizioni alle classi meno abbienti, quelle che non hanno i libri in casa. Che non sapranno nulla di storia né di geografia, cioè non sapranno nulla.


Cronache dell’altro mondo 28

Si contestano le carte a una candidata presidenziale democratica, la senatrice della California Kàmala  Harris, in quanto nera a metà, o non abbastanza nera. Nel presupposto che sia di origine giamaicana. E quindi di una negritudine inferiore a quella degli afro-americani, cioè nordamericani. Contestano la senatrice i neri americani – afroamericani. Ma Kàmala Harris è in realtà americana-americana, nata in California. E di origine semmai asioamericana: suo padre era nato in Giamaica, ma sua madre era indiana, una tamil di Madras, oggi Chennai. Niente di più americano della senatrice Harris, Procuratrice distrettuale di San Francisco, e poi Procuratrice Generale della California, prima di accedere al Congresso, una delle due senatrici della California, che ha vinto tutto con largo margine nel 2016, primarie e consultazione elettorale.
Il giudice costituzionale Clarence Thomas è giunto a ritenere la libertà di stampa un diritto “estremista”. Un “estremista” dice per questo anche James Madison, il padre dela Costituzione ameircana – uno dei padri. Thomas, un afroamericano, il secondo afroamericano nominato alla Suprema Corte americana, dove siede da quasi trent’anni, nominato nel 1991, a soli 43 anni, da George Bush, il repubblicano liberale che fu presidente dopo Reagan e prima di Clinton,  è il membro più longevo, se non di maggiore esperienza, della Corte.
Dopo due anni l’inchiesta speciale sul Russiagate si avvia a conclusione. Pare senza nulla di fatto. Si spiega così che i media americani, che sul Russiagate – l’elezione di Trump da parte di Putin – ci puntavano, ora puntano il Procuratore speciale Mueller, fino a ieri incensato. Da una parte. Dall’altra invece lo salvano, in quanto ha comunque scardinato una corte di affaristi attorno a Trump. Come se Trumpp non fosse un uomo d’affari, su piazza, e in piena attività. La stampa è libera in America di dire sciocchezze.

Contro i preti, omofobi omosessuali


Una “inchiesta” boomerang. Pur marciando su un terreno sicuro, la pedofilia, e dall’effetto scontato, la condanna. Che si dà cioè la zappa sui piedi, per quanto impossibile sia in tema di violenza sui minori.
Un’inchiesta sconvolgente sulla comunità gay più numerosa e potente al mondo: il Vaticano”, annuncia la fascetta, “Un caso editoriale che scuoterà la Chiesa cattolica”. Effetto di ricerche durate quattro anni, assicura l’autore. Col contributo di “decine di cardinali, centinaia di preti”. Con indagini in ben trenta paesi. E con l’obiettivo di “salvare” papa Francesco dagli intrighi omosessuali in Vaticano, terra di lupi. Ma Francesco non è un papa che condanna la pedofilia ma vuole salvare l’omosessualità?
Non è l’unica incongruenza dell’arringa – un atto di accusa più che una indagine. Che finisce per somigliare troppo a quello che si sospetta sia: un fendente anticlericale, benché prolisso, al passo con le cause per Danni alla moda in America. Una serie di fendenti. A destra, contro la pedofilia dei preti. E a manca, contro l’omosessualità dei preti, mentre si ritiene giusta e santa l’omosessualità in generale. In realtà contro il celibato dei preti, vecchio pane dei mangiapreti. Una delle vecchie diatribe anticlericali aggiornata alla crociata in uso. 
Un libro voluminoso, monocorde: la misoginia dei preti. Sotto la cappella Sistina, “una delle scene più grandiose della cultura gay, popolata di corpi virili e circondata dagli Ignudi”, porporati e prelati si riuniscono in conclave e concistoro per meglio farsi i giovani, e i meno giovani. Mentre si professano omofobi, della peggiore specie. Niente si salva tra i preti, già dal seminario.
Una pubblicazione anticlericale, nella tradizione francese. Nella tradizione della massoneria francese. Che usa farsi forte di questo o quel papa – la vecchia tradizione di Avignone. Qui del papa regnante. Sotto il cui ombrello si pone in esergo: “Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto: in tanti casi una doppia vita”, papa Francesco. E il libro anzi presenta come una difesa del papa contro l’opposizione del Vaticano, il papa argentino riducendo a “utile idiota” dell’anticlericalismo.
L’effetto, bizzarro, è di riconciliare col clero – le parrocchie, le funzioni, la comunità, la socialità. E allentare la pressione becera dell’omosessualità, minoranza molto aggressiva. La stranezza è doppia se si ha riguardo all’editore: che ci fa Feltrinelli qui, l’editrice che protegge e promuove le minoranze? In una diatriba forsennata contro i “froci” – “Esiste una regola non scritta che si applica quasi sempre a Sodoma: più un prelato è omofobo, più è probabile che sia lui stesso omosessuale”.
Frédéric Martel, Sodoma, Feltrinelli, pp. 555 € 24

martedì 12 marzo 2019

Un’altra storia

Mia madre avrebbe dovuto sposare il giudice Cananzi, ed emigrare a Milano. Se io fossi nato sarei stato un altro. Mio padre doveva sposare una signorina di Verona, di nome Bice, Beatrice, la famiglia di lei ci teneva e lei pure, e stabilirsi nella campagna veronese dopo il servizio militare, mantenendo la possibilità di godersi l’opera all’Arena d’estate. Sarebbe stata un’altra storia anche per me se fossi nato. Avrei scritto bei libri, con buoni editori, fatto buoni affari in Borsa e fuori, giudicato benevolo il resto dell’Italia, viaggiato con facilità in Germania, dove mi piace tutto, anche la lingua. O avrei imparato a nuotare, e giocato bene al pallone, basta poco a volte per essere felici. Ma forse mio padre e mia madre avrebbero fatto separati due fatiche inutili, perché io, se fossi nato, sarei lo stesso che sono stato. Amorevole, e non. 

La vera storia del Cinquecento

Una presentazione tra le più accurate del Cinquecento italiano - il Secolo dOro in cui lItalia si è perduta. Sotto tutti gli aspetti: i sentimenti, le politiche, le guerre, le leggi, la giustizia, la religione. E quasi una testimonianza dal vivo. Sotto forma di racconti tratti dal vero, da cronache del tempo, di eventi o di processi, che Stendhal venne pubblicando tra il 1829 e il 1842 – più alcuni pubblicati postumi.
“Storielle romane” per Stendhal, che ne pubblicherà alcune anonime, o sotto diverso pseudonimo, F. de Lagenevais. Raccolte sotto questo titolo nel 1855 dal cugino e esecutore testamentario, Romain Colomb. In realtà testimonianze dal vero, che reggono ancora oggi a ogni altra esegesi storica, per il gusto che Stendhal aveva dell’aneddoto storico, dei grandi temi storici in forma di aneddoto. H.Martineau aggiungerà alla raccolta nel 1947 tre altre “storiette”, “San Francesco a Ripa”, “Troppo favore uccide”, e “La commedia è impossibile nel 1836” – anche se è fuori tema.
Dominique Fernandez, curatore dell’edizione tascabile francese, la più ampia, arricchita da note anch’esse succose, le “storielle” dice ricavate dai manoscritti che Stendhal, console a Civitavecchia annoiato, fece copiare nel 1833 da vecchi manoscritti italiani – una collezione che andrà in dono alla Bibliothèque Nationale, per iniziativa di Mérimée. In quell’anno Stendhal ne scriveva al suo editore: “Ho acquistato a caro prezzo certi vecchi manoscritti dall’inchiostro ingiallito, che datano dal XVI al XVII secolo. Contengono delle storielle, tutte assai tragiche”. E a Sainte-Beuve un anno dopo: “Ho impiegato le mie economie nel diritto di fare copie negli archivi conservati qui con una gelosia… per la semplicissima ragione che i possessori non sanno leggere. Ho dunque otto volumi in-folio, ma con la pagina scritta da un solo alto, di aneddoti perfettamente veri, scritti dai contemporanei in un semi-gergo”. Ma alcune di queste “cronache italiane” aveva già pubblicato.
Gli originali italiani sono stati pubblicati da Victor del Litto quale volume XIX della sua edizione delle opere complete di Stendhal. Uno di essi, l’“Origine delle grandezze della famiglia Farnese” germoglierà nella “Certosa di Parma”.
Stendhal, Chroniques italiennes, Folio, pp. 373 € 8,40
Cronahe italiane, Garzanti, pp. 392 € 9,50

lunedì 11 marzo 2019

Tristezze

S’incontrano tristi la mattina gli accompagnatori dei cani, che più spesso sono donne. Al cellulare, pensierose, oppure no. Il pomeriggio pure. Sarà lo stesso anche la notte?
Più tristi ancora deambulano i cani, muti e come stanchi.

Problemi di base capitali ter - 477

spock


Cadono gli alberi a Roma, non cadono nella città del Vaticano, sarà lo Spirito Santo?

Pina Montanari, assessora (ex) che più pentastellata non si può, dice che Roma è governata dagli “amici di Lanzalone”, noto affarista in carcere per corruzione, portato a Roma dai pentastellati: senza reazioni?

E le Fosse Ardeatine sono un orrore oppure un errore, © Raggi?

La sindaca Raggi vuole la raccolta dei rifiuti a Roma privatizzata, a favore di chi?

Scappano gli assessori e le assessore dal Campidoglio, c’è la peste?

“L’illusione non può essere sradicata da nessun insegnamento”, Kant?

spock@antiit.eu

Il gerarchismo è feroce nel miracolo giapponese

Una testimonianza  del gerarchismo giapponese, tanto stupido quanto feroce. Sarcastica, come è nelle corde di Nothomb, e anch’essa feroce. Tanto più in quanto si sa che è il racconto di una vicenda vera, vissuta dalla stessa scrittrice, che, nata belga, di padre diplomatico, ha passato la prima infanzia in Giappone, alla scuola giapponese, e di sé ricorda qui, quando il padre lasciò Tokyo per Pechino: “Lasciare il Giappone fu per me uno sradicamento”. Ma quando a ventidue anni vuole lavorare in un gruppo commerciale, scopre l’inverosimile, tra l’arrabbiato e il divertito.
È il racconto di un mobbing generale a nessun effetto, se non l’umiliazione, di sottocapo, capo, supercapo - il sottocapo è una danno longilinea, tipo inconsueto a Tokyo, giovane, bellissima, curatissima, che ha aspettato dieci anni per avere un avanzamento. Nothomb, tornata in Giappone a imparare “la lingua tokyota degli affari”, assunta come interprete in una multinazionale, viene indirizzata senza motivo ad altre funzioni, via via più inutili e degradanti: il caffè, la fotocopia, il protocollo, il registro delle fatture, il controllo delle note spese. Punita quando riesce a fare un lavoro da interprete. Finendo per essere addetta alla pulizia dei gabinetti, anche maschili.  Rimproverata a ogni passo come “occidentale”, sospettata perché “bianca”.
Nothomb non si dimette, nell’etica giapponese sarebbe dichiararsi sconfitta: se ne va quando termina il contratto. Ma ne ricaverà racconti devastanti, che la consacreranno nel mondo delle lettere, a pochi anni dall’esordio: questo, il primo racconto “giapponese”, 1999, ebbe il Gran premio romanzo dell’Accademia francese. È il racconto di sette mesi di stupidità. Inframezzato da un’antropologia desolante della donna giapponese, in una dozzina di pagine. Col ritornello anti-occidentale: il Bianco suda, il Bianco puzza, non ha pudore, non è affidabile, e altri. All’ombra del potere divino: “Stupore e tremori” sono prescritti al cospetto dell’imperatore.  E del suicidio: “Il Giappone è il paese col tasso di suicidi più elevato”.

Detto questo, Nothomb sa di sollevare un problema: “Il peggio è pensare che sulla scena mondiale questa gente è privilegiata”. È il mistero nel mistero della grande e costante performance economica dell’impero.  Ma non solo il gerarchismo lascia perplessi – si può confermare per esperienza negli anni 1980. Fra le tante altre incongruità due Nothomb certifica qui: il rifiuto della informatizzazione, di cui il Giappone era all’avanguardia, e la spersonalizzazione del dipendente nello stesso lavoro di gruppo che era la sua novità vincente in fatto di management e di lavoro in fabbrica. 
Amélie Nothomb, Stupore e tremori, Guanda, pp. 128 € 9

domenica 10 marzo 2019

Letture - 378

letterautore


Brecht – Hannah Arendt lo legge all’insegna di una “ipocrisia inversa” (inverted hypocrisy), di lui come di W.A.Auden del quale sta scrivendo (“Remembering W.H.Auden”): di finti arrabbiati, di cattivi buoni e buonissimi. Che consiste, nel caso di Auden, “nell’indossare la maschera dello snob”, mentre in Germania si esprimeva “in una diffusa pretesa di malvagità”. A Berlino – dove Auden passò una stagione felice prima di Hitler. “A Berlino”, nota H.Arendt, “si scherzava su questa ipocrisia inversa di moda”. Era un  modo “di nascondere un’inclinazione irresistibile a essere buoni e fare il bene, qualcosa che entrambi si vergognavano di ammettere, meno che meno di proclamare”.
Di Auden Arendt trova che ha preso molto da Brecht, negli anni di Berlino e dopo (lo ha anche tradotto). Ma, di più, ha preso l’abito del mascheramento, della “ipocrisia inversa”. La bontà, continua Arendt, “plausibile per Auden poiché alla fine è diventato un cristiano”, può scioccare per Brecht, “ma un’attenta lettura dei suoi drammi e le poesie mi sembra invece che lo provino”. Con drammi quali “Il buon uomo di Sechuan” e “Santa Giovanna dei Macelli”, e i versi centrali dell’“Opera da tre penny”, là dove l’invito è ribadito alla bontà. “Ciò che ha condotto questi poeti profondamente apolitici nella scena politica caotica del nostro secolo è stato lo «zèle compatissant» di Robespierre, la spinta potente verso «les malheureux», distinta da ogni bisogno di azione per la felicità pubblica, o una desiderio di cambiare il mondo”.

Cronache italiane – Sono state una fonte preziosa per molti scrittori stranieri, su tutti Stendhal, ma non per gli italiani. Con l’eccezione del Ripamonti per Manzoni. 
Stendhal lasciò alla morte quattordici volumi di manoscritti italiani, racconti violenti di avventure vere, gran parte dei quali aveva fato ricopiare mentre era console a Civitavecchia.  Che Mérimée fece comprare dalla Bibliothèque Nationale. Da cui li ha ripresi il biografo Victor Del Litto, riproducendoli nel vol. XIX delle “Opere complete”.

Dante – È anche personaggio cinematografico. Lui in persona e non i suoi personaggi. In un film del 2014, “Il mistero di Dante”, di Louis Nero (Luigi Biancone). Interpretato da F. Murray Abrahams, con altri noti attori, e con Franco Zeffirelli. Un film di interviste ad artisti e critici, interpolato con sceneggiati delle opere e la vita di Dante.
Dante è impersonato dal regista. Abrahams, il personaggio principale, che lega le varie scene, il regista disse ispirato alla figura di René Guénon, l’esoterista francese del primo Novecento, autore nel 1928 di “L’esoterismo di Dante”, e a quella di Ibn Arabi, il mistico arabo del primo Duecento. Molto nel film si fa il caso di una Dante “fedele d’amore”, della omonima setta, o dei Rosacroce, altro gruppo esoterico.

Don Giovanni – Una epitome importante, se non propriamente la creazione del  Don Giovanni moderno, del “dongiovannismo”, ne fa Stendhal in una delle “Cronache italiane” introducendo il racconto “I Cenci”, in cui s’inventa di sana pianta il personaggio del padre. Ne fa una sorta di archetipo del dongiovannismo, il piacere satanico della trasgressione. Mentre la cronaca dell’epoca su cui Stendhal ha lavorato, e che ha conservata, lo dice un debosciato, e un debole benché violento, e piuttosto ottuso.
Il racconto “I Cenci” si apre con una lunga digressione sul personaggio. “Il don Giovanni di Molière è galante, senza dubbio, ma anzitutto è un uomo di buona compagnia”. Quello di Mozart “è già più vicino alla natura, e meno francese, pensa meno all’opinione degli altri”. C’è anche, c’era, un dongiovanni ateniese… In Italia ne trova solo due ritratti, “uno dei quali non posso assolutamente fare conoscere”, essendo l’epoca, gli anni 1830, “ipocrita” e “noiosa”. L’altro è Francesco Cenci.
Uno Stendhal perfido. Presentando Cenci, si chiede: “Perché in Francia i don Giovanni sono rari?” E si risponde: “Da noi le donne non sono più alla moda”.

Italiano – Risale a Stendhal, al racconto “La duchessa di Paliano”, l’osservazione che l’Italia è un paese dialettale: “In tutta questa bella Italia in cui l’amore ha seminato tanti avvenimenti tragici, tre città soltanto, Siena, Firenze e Roma, parlano press’a poco come scrivono; dappertutto altrove la lingua scritta è a cento leghe dalla lingua parlata”.

Passione italiana – La “passione” italiana di cui era appassionato, tema di molte sue apologie entusiaste, Stendhal la riteneva in realtà spenta. Lo precisa annotando “La duchessa di Castro” sul manoscritto italiano da cui ha estratto il racconto: “Si parla spesso della passione italiana, della passione sfrenata che apparve in Italia nel secoli XVI e XVII e che non è morta che ai giorni nostri, sotto l’imitazione dei costumi francesi e degli stili di vita alla moda di Parigi”. E in bella copia aprendo il racconto: “Ai nostri giorni questa bella passione è morta, del tutto morta, nelle classi che sono state raggiunte dall’imitazione dei costumi francesi e dei modi di agire alla moda a Parigi o a Londra”.

Scrivere – “Una fondamentale accuratezza di espressione è il solo e unico principio morale della scrittura”. Carver teneva questa raccomandazione di Pound su un cartoncino sei per dodici attaccato al muto accanto alla scrivania. E lo commenta così: “Non che questo basti, per carità, ma se uno scrittore ha la fortuna di possedere «una fondamentale accuratezza di espressione», beh, per lo meno è sulla strada giusta”.

Stendhal – Dominique Fernandez, che si è prodotto anche lui nel genere delle “cronache italiane”, seppure omoerotiche, lo fa un represso sessuale nell’edizione delle “Cronache italiane” che ha approntato nel 1973. O uno pudico. Nell’introduzione e nelle note rimarcando “la timidità sessuale”. Con un criterio preciso: l’alleggerimento-censura che i suoi racconti fanno di eccessi di varia natura, dalla sodomia al sadismo, che invece dettagliano le cronache di cui si è servito per i racconti, buona parte delle quali sono resoconti di processi. A proposito dei Cenci, della badessa di Castro, della duchessa di Paliano, di Vittoria Accoramboni, i suoi racconti sono sempre verecondi  in materia di sesso.

Lo “stile italiano” lo imbarazzava. Stendhal aveva amato e teorizzava lo stile di vita italiano: l’essere diretti invece che circonvoluti, l’espressione diretta dei sentimenti invece delle buone maniere ipocrite che rimproverava allo stile di vita francese, per vanità o per rispetto umano, la considerazione sociale. Ma non trovava nulla del genere da leggere in italiano, anzi l’opposto della rapidità, la semplicità, la sincerità. Una delusione talmente forte che la registra spesso, nei diari, in “Roma, Napoli, Firenze”. Qui, per es., il 2 marzo 1817: “Per ragioni a me sconosciute, il naturale semplice non piace nei libri in Italia, hanno sempre bisogno del gonfiore e dell’ enfasi”. Il 12 marzo: “Si domandi alle persone che cosa sono, rispondono che cosa furono”. Il 10 aprile: in Italia “un uomo che scrive una lettera apre il dizionario, e una parola non  mai abbastanza pomposa per lui né abbastanza forte. L’ingenuità, la semplicità, le sfumature del naturale sono cose sconosciute in italiano”. E ancora: “Non si può essere brevi in italiano, difetto irrimediabile”.


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L’Oriente vicino, e lontano

“L’Oriente guarda se stesso: non sa nulla del mondo esterno di cui sei cittadino, non ti chiede niente di te e della tua civiltà”. Valeva allora, 1894, forse meno di quanto valga ora. Anche perché Oriente e Occidente, anatomizzati, sono concetti storici, poco congruenti e anche poco consistente. Già in questo primo racconto del (Medio, o Vicino) Oriente. Racconto ferace, battistrada di Robert Byron, Vita Sackville-West, Schwarzenbach, Chatwin, Peter Levy – dopo Richard Burton naturalmente. Ai capitoli sui nomadi, la civiltà maschile, l’anderun, luogo femminile della casa, “di infelicità, di esistenze insulse”. E i deserti, i qanat, le torri del Silenzio, il fumo al qalyān (narghilé), profumato, i giardini segreti. In un Oriente “segreto” per modo di dire – l’Oriente di cui più non si può più dire dopo Edward Said (sottacendo il fatto che Said è un palestinese, cioè un arabo “occidentale”, anche nella critica dell’etnocentrismo, molto cristianizzato, dal diritto di famiglia alla logica).
La Persia a cavallo, in lunghe giornate. Anche in lunghe cavalcate serali “attraverso il secondo cerchio dell’Inferno e la «bufera infernal, che mai non resta»”. Ci sono già perfino “le bottiglie vuote e le carte oleate” dei “filistei in gita” lasciate a insudiciare “la purezza della brughiera purpurea”. E per finire alcuni tocchi su “Costantinopoli”, su Bursa - “Prusia”, sopra la quale Bell pone l’Olimpo, da cui vede “gli speroni del meraviglioso monte Ida, e nelle giornate più limpide la piana di Troia” - e sul mar Nero, mare greco, che rivede meraviglioso con Strabone, malgrado lo stato di abbandono, e gli infiniti soprusi in navigazione dei turchi, poveri e ricchi, e le loro famiglie.  
È l’opera prima della prima donna laureata a Oxford. Che è stata in Persia a venti anni e ne scrive e ventisei. La prima funzionaria militare britannica. Per di più nel settore intelligence, ingaggiata dal governo nel 1914 per la sua conoscenza del mondo arabo, e subito addetta all’Arab Bureau al Cairo, insieme con T.E.Lawrence, per fomentare la resistenza contro l’impero ottomano, alleato in guerra degli imperi centrali. Creatrice nel primo dopoguerra dell’Iraq, in ogni senso, impegnata da assicurare un regno ai sunniti dellIraq a scapito degli sciiti, pur avendo fatto la prima conoscenza dellislam tra gli sciiti dellIran. Alla dinastia filobritannica hascemita di fatto, cacciata dalla Mecca, dall’Arabia poi Saudita. Una creazione di cui disegnò i confini, “contribuendo di fatto all’instabilità politica, ai conflitti e agli spargimenti di sangue” che ne hanno costellato la storia e “che ancora oggi l’affliggono” (Chiara Veltri) - senza riguardo cioè agli sciiti, ai curdi, alle tribù, ai confini, problematiche irrisolte dopo un secolo.
Libro curioso. Di esotismo scontato lo dice la curatrice Chiara Veltri, ma “opera di una donna appartenente alla classe dominante di una Potenza imperiale di cui tuttavia aveva respinto gran parte delle convenzioni sociali e di genere”. Con una ancora più curiosa, per l’epoca “ambivalenza nei confronti del sistema di valori dell’Occidente”. A un certo punto qui, suo primo libro, interrogandosi: “Dov’è il progresso? Dov’è la marcia della civilizzazione? Dov’è l’evoluzione della razza? Non ci si trova più nel pezzetto di mondo in cui queste leggi prevalgono: esse non sono eterne, e ancora meno universali”. Una vittoriana insofferente alle ipocrisie. Ma ostile alle suffragette, in ogni loro manifestazione.
Veltri, traduttrice e studiosa di “teoria postcoloniale e gender studies”, ne fa una lettura politica, riduttiva come è giusto, ma troppo, secondo un criterio politicamente corretto, che è sbagliato. È un libro “scritto”, il primo libro scritto e pubblicato da Bell, a ventisei ani, prima della politica e dello spionaggio. Un racconto, e si legge come tale. Anche fedele, seppure a un criterio di lettura più sottile che il politicamente corretto: quello della verità. Teheran è la stessa anche oggi che non è più un villaggio semidesertico e semivuoto di fanghi seccati e giardini segreti, ma una metropoli brulicante – scentrata e informe. E l’Iran un paese di cui il deserto e la distanza – silenzi, isolamento – fanno il carattere: “Immaginate su ogni lato un paesaggio simile a quello del mondo dei morti che, nudo e deserto, turbina nell’interspazio stellare: una pianura grigia e monotona su cui si sollevano e cadono nuvole di polvere, che poi formano possenti colonne e crollano di nuovo tra le pietre all’ordine di venti caldi e forsennati; piante basse e pungenti, l’unica forma di vegetazione,  prive di foglie e ricoperte solo di spine; macchie bianche di sale su cui brillano i raggi del sole; un orlo di sterili montagne all’orizzonte…”. Un mondo muto. Che si rivela “nei suoi giardini”, inattesi, fascinosi – l’“Oriente” è il Medio o Vicino Oriente, Nord Africa compreso, da Suez fino a Nuakshott: “Poca acqua, e il deserto fiorisce”.
Il primo libro moderno (contemporaneo) sull’Iran. Repertorio di molti successivi anche per la parte politica, specie l’inconsistenza del potere imperiale. Se non nelle forme di accettazione rituali – si è devoti allo scià come si lacrima per Husseyn a metà del mese di Moharram, tra un pasticcino e una chiacchiera. 
La notte più difficile, stesi per terra, in casa di un Hadgi Mohammed sconosciuto, si rivela al ricordo uno dei tanti “piaceri semplici, così familiari in una terra così remota! Non nei grandi palazzi, non nelle grandi città avevamo percepito il legame di umanità che unisce Oriente e Occidente, ma in quel lontano villaggio sul ciglio della strada, sul pavimento del domestico dello Scià, rivendicando la nostra fratellanza con i lavoratori di un suolo straniero. Per una notte anche noi prendemmo parte alle loro vite”.

Gertrude Bell, Ritratti persiani, Elliot, pp. 190 € 18,50