sabato 29 giugno 2019

La verità, per favore, sull’immigrazione

“In Carola rivedo la fierezza di Antigone”, la lettera di Vecchioni che apre “la Repubblica” mostra solo che non si sta parlando di africani e di immigrazione, ma di politica italiana: c’è chi odia Salvini e tira in ballo Antigone. Col cappello delle liti interne al Pd, con una parte che vuole regolare l’immigrazione, per cui l’altra la vuole selvaggia – il nostro eroe è un certo Orfini. Che sembra assurdo, ma non c’è altro “dibattito”.
Carola – per fortuna – non è Antigone: la Capitana dei sogni degli italiani, con le spalline come Belèn, è una di Greenpeace, scelta appositamente per fare un po’ di scandalo. Greenpeace è specializzata nella pirateria a fin di bene, coi gommoni e i barchini: abbordaggi, finti assalti, schermaglie nautiche. Nello scandalo, insomma, a difesa dell’ambiente. Solo che l’ambiente qui sono gli africani, e non si può “utilizzarli” come un gommone - semmai ci sarà un’Antigone questa sarà africana, e farà giustizia di Carola e Vecchioni.
Non si possono trattare gli africani come merce per l’indignazione delle anime che si vogliono belle. L’africano non è incognito, e non va disprezzato. Si raccontano storie di immigrazione balorde, in cui l’africano è un povero cretino, che va protetto. Un atteggiamento assurdo, di razzismo buono, ma razzista. L’immigrazione dall’Africa è per un terzo (si dice per dire, in grosse proporzioni) di ricongiungimenti familiari. Per un terzo di africani che tentano la fortuna, compresi alcuni perseguitati politici, che hanno voglia di fare e s’ingegnano. E per un terzo di organizzazioni criminali o paracriminali, che invogliano giovani in Europa, a pagamento, per farne prostitute, accattoni, pusher. Giovani che non hanno e non cercano lavoro, e se glielo offrite scompaiono. Organizzati per contro in ogni città da trafficanti noti. 
Tutto questo non è un mistero. L’Africa non è lontana, e non è segreta. Ma non si dice. Specialmente muta e quindi in colpa è la chiesa, i tanti prelati neri del Vaticano, che tutto sanno dell’Africa, dei regimi politici africani, tutti monocratici, della corruzione, e dell’immigrazione, ma niente dicono. Lasciando la questione al peronismo del papa argentino. Che non risolve – semmai aiuta i Salvini.

Chi dice che l’Africa invaderà l’Europa. Che è inevitabile. Che la pompa demografica funziona così – il vuoto e il pieno, cose così. Dice scemenze. E le dice, contro le sue intenzioni?, a danno degli africani. Tra i quali c’è chi cerca un’occupazione e un reddito, e un diritto di famiglia, e chi no, è spostato da mani sporche. L’immigrazione non è un’invasione: corre anche questa assurdità fra le anime che si vogliono nelle, che siccome l’immigrazione è un’invasione, bisogna accettarla.  

Un’Autorità per il volontariato – troppa criminalità

Il business degli affidi, dell’assistenza all’infanzia in genere, come quello dell’“accoglienza”, appena indagati, mostrano crepe vistose, di malaffare. Il “terzo settore”, o del volontariato, è cresciuto senza controlli, che invece sono necessari, non essendo questo settore altro che l’utilizzo di risorse pubbliche, a fini privati. Non c’è codice deontologico, non c’è alcun tipo di selezione all’ingresso, né Autorità di controllo di settore. Il vero volontario, anche non retribuito, vi costeggia il traffichino.
C’è un’opzione di favore per il volontariato, e anche questo contribuisce al malaffare. Alle intrusioni, che però non sono eccezioni. Dalla gestione dei fondi rom a quelli per l’immigrazione, ai disabili, all’infanzia. L’improvvisazione è il delitto minimo, di gente che non ha preparazione specifica e non se ne cura. Con una impunità strana, in questa epoca in cui si indaga su tutto. Da qui limpudenza, come a Reggio. Forse perché il settore si è sviluppato soprattutto all’insegna di quello che è oggi il partito Democratico: a Reggio Emilia come già a Milano e a Firenze – qui con speciali colpe, perché si sono difese per un decennio buono strutture di assistenza ai minori, attorno a Il Forteto, dove i minori stessi erano vittime di abusi di ogni genere.   
Il settore è immenso, anche se vive all’apparenza di piccole cifre. I 35 euro al giorno per immigrato sembrano e sono niente, ma ci si può guadagnare sopra, anche molto, senza faticare. Gli affidi sono più remunerativi, la criminalità vi è per questo più tracotante: si va dai 200 ai 400 euro al giorno, a spese dei Comuni (che tentano di rivalersi sulla famiglia originaria) e delle Asl. A favore di strutture convenzionate che non offrono alcun aiuto all’infante, solo vitto e alloggio, in camerate.
Si spiega così il numero abnorme degli affidi di minori in Italia, dove pure la famiglia è ancora un istituto sentito: 50 mila. Per un fatturato di un miliardo e mezzo di euro l’anno. Al netto delle “commissioni” che le famiglie privilegiate nell’affido da questi istituti e dall’assistenza sociale pagano volentieri – un obolo a fin di bene.

Sherlock Holmes impara a sciare

Nel 1893 Doyle aveva scelto le Alpi svizzere per “liberarsi” di Sherlock Holmes in “Il problema fìnale”, la ventiseiesima “avventura” del detective di Baker Street. E nelle Alpi aveva scelto proprio Meiringen, nell’Oberland bernese. Le Alpi e Meiringen non sono inventate, naturalmente. E anzi il medico-scrittore scozzese che Sherlock Holmes aveva reso celebre, ci soggiornava d’inverno. Anche sugli sci, di cui allora si diffondeva l’uso sportive, nelle discese.
Gli sci Doyle praticava, e anzi molto contribuì a diffonderne la pratica, pur rendendosi conto delle difficoltà che questo sport comportava, con gli sci e gli scarponi di allora quasi inevitabilmente. E ne scrisse un racconto semiserio l’anno dopo la “morte” di Holmes sullo “Strand Magazine”, quello che qui si propone.
All’infuori di Sherlock Holmes – e negli stessi racconti di Baker Street con qualche difficoltà (lungaggini, ripetizioni), non fosse per la superba imprevedibile personalità della sua creatura –Arthur Conan Doyle diverte poco. Si pubblica e si legge per e da holmesiani, come un rito. Ma scrive, seppure un po’ afflittivo, racconti più che altro di ruzzoloni, con garbo.
Arthur Conan Doyle, Sulle Alpi svizzere, Nuova Editrice Berti, pp. 90 € 12


venerdì 28 giugno 2019

Secondi pensieri - 388

zeulig


Amore – L’amore in chat è genere diffuso, molte le relazioni, anche i matrimoni. Di modello però unitario, rispetto alle altre infatuazioni: un coinvolgimento iniziale con una forte accelerazione, anche senza ragioni specifiche, che normalmente non resiste al primo incontro fisico. Odori, tonalità, vezzi, modi, senza escludere qualche progetto delittuoso, allontanano, separano. Una conferma che l’amore è soprattutto immaginazione. Anche reciproca.  Che si esercita ovviamente meglio a distanza : l’amore in chat ripete, arricchito dalle pose fotografiche, le vecchie relazioni-infiammazioni epistolari.  

“L’amore somiglia a degli esercizi di nuoto con un salvagente: facciamo come se l’altro fosse il mare che ci porta. E perché diventa per noi così prezioso e insostituibile quanto la nostra patria d’origine è altrettanto inquietante  e sconcertante quanto l’infinito”. – Lou Andreas-Salomé, “Ma vie”, p. 32.

Id. p. 33: “Si distingue nel discorso l’Eros che ci conduce – e l’erotismo che ci seduce; la sessualità come luogo comune e l’amore come emozione che abbiamo tendenza a tacciare di «mistica»… Questo dono perfetto che è un erotismo armonioso non poteva che toccare agli animali. Solo essi conoscono, al contrario degli uomini il cui amore si fa e si disfa in funzione dei conflitti, questa regolazione che si manifesta del tutto naturalmente nell’alternanza tra fregola e libertà. Noi soli viviamo nell’infedeltà”.

Dio – Anche ipotizzandolo sotto forma di “perdita”, o di “mancanza”, non è meno ingombrante o presente.

Una “curiosa prova di Dio” è quella di Lou Andreas-Salomé, nell’autobiorafico “Ma vie” (“Sguardo sulla mia vita”), come “rispetto”: “Contro ogni logica, devo confessare che qualsiasi forma di fede, anche la più assurda, sarebbe preferibile al fatto che l’umanità perda ogni rispetto”, p.23 - “Rispetto” sarà una canzone di Aretha Franklin, ma questo non vuol dire.  .

Essere - “Siamo tutti poeti, molto più di quanto non siamo essere ragionevoli; ciò che siamo nel senso più profondo, in quanto poeti, sorpassa largamente ciò che siamo divenuti – questa non è una questione di valore, è molto più profonda e si situa nella necessità imperiosa  in cui l’umanità cosciente si trova di analizzare ciò che la porta e deve permetterle di tentare di orientarsi” - Lou Andreas-Salomé, “Ma vie”, 32.

Libertà – “La parola libertà esprime anzitutto una tensione violenta, forse la più violenta di tutte. L’uomo vuole sempre andare più lontano e, quando non sa il nome di questo altrove che l’assedia,  impreciso al punto che non può distinguerne i contorni, lo chiama libertà” – Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, 23.

Maternità – È atto fisico, privilegio della donna – “la grande salute della donna la spinge a trasmettere la vita, anche quando l’istinto non è divenuto personale al punto che essa voglia coscientemente far rinascere in sé l’infanzia dell’uomo che essa desidera” – Lou Andreas-Salomé, id. 34. È creazione, atto divino. “Ciò che è più sconvolgete quando si genera un essere umano non proviene da considerazioni morali o volgari, ma dal fatto che questo ci fa passare dallo stato di individuo a quello di creatura, che questo ci priva radicalmente di ogni decisione personale, e questo nel momento più creatore della nostra esistenza”.

È anche atto produttivo – “bocche da sfamare”, “braccia da lavoro”. Ma solo per il materialismo scientifico, che forse è una parentesi della storia, breve. Con la surroga, invece, che si presume durevole, lo diventerebbe definitivamente. In attesa della riproduzione artificiale, con l’estinzione dei mammiferi.

Mètis – Tra prudenza e perfidia, era il linguaggio degli dei e degli eroi prima del logos. Il linguaggio dell’epoca orale, la filologia concorda. Ma non della conoscenza pratica, manuale: è già qualcosa di più, che si direbbe destrezza.
Ma era un linguaggio di tutti, anche degli emarginati? No, di Zeus, il re degli dei, che appunto fagocita la moglie Mètis, la figlia di Oceano e Teti, prima di “partorire” Athena. E di Odisseo, polimethys. Omero nell’“Iliade” dà parecchi esempi in tal senso al canto XXIII: “Per mètis più che per forza eccelle il boscaiolo. È per la mètis che il pilota sul mare spumeggiante guida rapida la nave, a dispetto dei venti. È per la mètis che l’auriga può superare l’auriga”.
Era il linguaggio dei portenti e dell’immaginazione (i giganti della Bibbia), prima della ragione  raziocinante. Sarà il linguaggio del futuro, ? Via il terreno neutro, o la tabula rasa storica e culturale, della rete?

Occidente - È un building culturale, una cultura. Nella tradizione cosiddetta “classica”, greco-latina-cristiana. Che è durata perché, si dice, “la storia è stata occidentale”, dominata cioè negli ultimi duemilacinquecento anni dalle potenze di questa filone culturale. Ma è nozione disgiunta dal potere, dall’imperialismo. Si è visto e si vede in varie derive storiche all’interno dell’Occidente sicuramente non occidentali, da ultimo la guerra o mobilitazione totale, la Shoah, Hiroshima. Si vede oggi nel paese “occidentale” per eccellenza, gli Stati Uniti, nel senso che prolungano l’impero occidentale, dove però la cultura non viene più collegata a una tradizione. Non da dagli ultimi movimenti afroamericani, dapprima invece orgogliosi essi stessi della “tradizione”, all’insegna del “politicamente corretto” e di “diritti storici” da rivendicare. E di più dalla comunità latina, che pure si sarebbe pensata più radicata nell’Occidente attraverso i cordoni ombelicali iberici. Sempre per lo stesso revanscismo postcoloniale, ma con un di più di misconoscenza – non di negazione, proprio di ignoranza, non colpevole.  

Paternità – “Sommamente giusta, benevola, ferma e forte è la paternità” – Ildegarda di Bingen, “Cause e cure delle infermità” p. 42. Per questo assimilato a una ruota – “integro come una ruota”: “La ruota è in qualche luogo ed è piena di qualcosa, altrimenti, se non avesse altro che il cerchio esterno, sarebbe vuota”.
È padre per la santa del secolo XII Dio, ma “in virtù della sua bontà”:  “Il suo essere padre è colmo di bontà”. Svanisce la paternità per la tecnica riproduttiva, il ruolo maschile riducendosi alla produzione del seme? O perché non c’è più bontà – bisogno di bontà.
Era vir, vires (da vis, forza), virescere, viridis, virer: un richiamo al vigore, alla virilità, alla capacità di generare. E seme - di cui non riesce (per ora) la sintesi.

zeulig@antiit.eu

C’è del genio nella follia


Una mostra documentaria sui manicomi (Teramo, Mombello, Maggiano – quello diretto da Mario Tobino, numen loci, che molto ne scrisse) e rappresentativa della follia nelle arti figurative. Con molte opere, soprattutto toscane (la mostra si vuole itinerante, e in ogni luogo verrà “localizzata”), una larga presenza di Ligabue e Pietro Ghizzardi, consentita dalla collaborazione col Centro Studi Antonio Ligabue di Parma, e esemplari di Bacon, Silvestro Lega (“L’adolescente”, con l’“apribocca”, strumento terapeutico di tortura), Fausto Pirandello. E un affresco a olio lungo oltre dieci metri di Enrico Robusti, altro esponente parmigiano dell’arte borderline, caricaturista e illustratore. Qui e lì sempre menzionando naturalmente Van Gogh.
La follia nell’arte non è tema nuovo. Che però non si si indaga a fondo, neanche qui - la mostra si limita a rappresentare. Specialmente carente è l’analisi in poesia, dove la follia registra casi eccelsi di resa, da Hölderlin a Alda Merini. Come se le parole venissero dall’inconscio, che la follia libera.
Una mostra che è un impegno. Invasiva e non catartica. Se non per il lato umanitario della questione – il trattamento manicomiale sembra perfino inconcepibile. Questa volta Sgarbi non libera ma, quasi, aggredisce. Se ne fa il percorso con un senso di colpa quasi metafisico, inconoscibile e ineliminabile. O della miseria della condizione umana.
Ma Sgarbi non è di fatto il curatore - della mostra sembra qui e lì una sorta di patrono. Il lavoro è di Sara Pallavicini, Giovanni Lettini e Stefano Morelli.
Vittorio Sgarbi (a cura di), Museo della follia, Lucca, ex Cavallerizza

giovedì 27 giugno 2019

Problemi di base comitali - 492

spock


I conti non tornano a Conte – già sentita, vero?

 Quanto conta Conte – già sentita?

Ma che altro?

C’era un re senza terra, c’è un conte senza contea?

Il vero Conte non sarà quello, ora all’Inter, che alla Juventus vinceva di forza?

Lo cercavano e si sono sbagliati – confusi dall’accento?

Almeno un urlo, come quello che vinceva: che gli costa?

Il vero Conte che avrebbe fatto a Taranto, un calcio all’acciaieria?


spock@antiit.eu

Ildegarda, la prima naturopata

Poetessa, musicista, badessa e fondatrice di monasteri, medico, naturalista, santa, Ildegarda di Bingen sul Reno, 1098-1179, consigliera ascoltata di papi e imperatori, è ora anche Dottore della Chiesa Universale. Papa Benedetto XVI, suo connazionale, lo ha voluto nel 2012 spiegando della sua opera che “per quantità, varietà e vastità non ha paragoni con alcun’altra autrice del Medio Evo” - un riconoscimento nazionale e anche di genere, alla donna.
Qui è riproposta la farmacopea di erbe medicinali, quali allora erano in uso, e anche oggi nelle erboristerie. Se ne fanno anche convegni di studio: a Stresa a ottobre si è tenuto il secondo convegno internazionale di medicina ildegardiana, della “prima naturopata”.
Ildegarda era la decima figlia, e per questo fu data in “decima” alla chiesa. Girovaga, malgrado l’obbligo regolamentare alla Stabilitas Loci, consigliera di quattro papi, due imperatori, Barbarossa incluso, il re d’Inghilterra Enrico II, Bernardo di Chiaravalle, e di margravi, vescovi, abati, ai quali scriveva dettando, a monaci che sapevano il latino, un Volfram dapprima, poi Gilberto di Gembloux, sorta di segretari, del convento maschile adiacente il suo. Devoti, ne trascrissero gli inni farciti di lancinanti verghe, copule, amplessi, amplessatori, di poesia odiernamente scabrosa nel repertorio di Rémy de Gourmont: “Oh virga ac diadema\purpure Regis”, invoca per la Madonna, o verga e corona\purpurea del Re. Nonché opere di edificazione, un bestiario di sorprendente bizzarria, e un inferno non turbato da vendette. Di cui pure non mancarono occasioni alla fondatrice di conventi, colpita d’interdetto alla soglia della morte, per gelosia, e per la debolezza dell’intima amica Riccarda von Stade, che la tradì.
La farmacopea è assortita da analisi cliniche di ogni sorta di disturbo, del corpo e dell’anima, che invece sono di poco uso, rinviando tutte agli “umori”, della depressione come della continenza, o incontinenza, intesa alimentare, dello starnutire, del raffreddore, di ogni sorta di disturbo. Resta comunque una testimonianza,  e anche una lettura di varie sorprese. Del concepimento. Del mestruo. Delle fecondità, eccetera. “I malinconici hanno le ossa grandi con poco midollo, che è tanto ardente da renderli incontinenti con le donne come le vipere”. Equini, li chiama, “sono libidinosi come gli asini”.
Una lunga minuziosa trattazione. Un’enciclopedia, la sola sopravvissuta dell’epoca. La fisica fa difetto – al meglio è astrologia, “I dodici segni”. Ma non quella “natural”, delle erbe se non dei quattro elementi.  Una raccolta tramandata da un solo manoscritto, di copista, in latino, con interpolazioni, rare, di alto-tedesco, trascritto e montato con disinvoltura, che la curatrice e traduttrice Paola Calef ha portato in piano.
Si apre questa riedizione con la prefazione alla prima pubblicazione, nel 1997, di Angelo Morino, l’ispanista. Curiosa perché in chiave anticlericale, e per questo riduttiva della personalità di Ildegarda. Che non è una donna d’ingegno e di potere, ma una strega, che l’ha scampata.
Un indice dei paragrafi, dei malanni, avrebbe fatto grande lettura.
Ildegarda di Bingen, Cause e cure delle infermità, Sellerio, pp. 397 € 14

mercoledì 26 giugno 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (396)

Giuseppe Leuzzi


“Napoli non è solo violenza, è anche santità”, così il papa in visita rincuora i napoletani. Dalla stessa distanza dell’editorialista infastidito – Napoli non è “solo” violenza?

Avevamo lasciato Vittorio Pisani perseguito quattro anni fa dai giudici partenopei, e sospeso dal servizio, per avere arrestato i capi della camorra casalese, lo ritroviamo vice-capo dei servizi segreti. La polizia non teme i giudici, neanche napoletani.

Camilleri dice, “Come la penso”, 49, “il cosiddetto brigantaggio”, per un motivo: “Dico cosiddetto perché uno specchietto riassuntivo  del fenomeno, emanato ufficialmente dal comando militare di Gaeta, reca i seguenti dati concernenti il periodo 1861-64: briganti fucilati e uccisi, 5.212, arrestati, 5044; presentatisi, 3,597”. Semplice. Briganti?

“Il generale dalla Chiesa”, insiste Camilleri a proposito del brigantaggio, “concludeva un suo proclama che incitava a distruggere le abitazioni contadine con queste parole: «Tanto, dentro, vi troverete più fucili che pane»”.
C’era già un generale dalla Chiesa in missione al Sud,

L’ideologo del nazionalismo russo e dell’Eurasia Aleksandr Dugin, invitato all’università di Messina per un convegno e in un’aula del consiglio regionale a Reggio Calabria per un conferenza, è ospite sgradito e viene cancellato. “È l’ideologo di Putin” è l’accusa. E quand’anche fosse – non lo è, Putin pensa ad altro, ma quand’anche? Si ripetono al Sud ingigantendole le stracche parole d’ordine nazionali. Di un politicamente corretto peraltro confuso – Dugin da Messina è passato a Udine, a discutere con Noam Chomsky, Diego Fusaro, Edoardo Sylos Labini, roba seria.

“A ognuno dei suoi compleanni celebrava un piccolo servizio funebre alla propria memoria, perché non avrebbe potuto essere morto, dopotutto?” È fantasia di Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, 25. Molto meglio l’onomastico, se non altro non è funereo.

Sgarbi difende Feltri, che ha rubato la scena a Camilleri in ospedale dicendo: “Mi dispiace se muore. Mi consolerò pensando che Montalbano non i romperà più i coglioni”. Sgarbi lo trova “prudente e misurato”. Lo difende sul “Giornale”, che è stato a lungo diretto da Feltri, ma lo dice “prudente” ironicamente. Intanto rubando la scena a Feltri e a Camilleri.

Feltri aveva a corrispondente dalla Calabria Antonio Delfino. Che ne era un ammiratore, benché lo sapesse leghista. È che Feltri gli pubblicava tutte le corrispondenze, e senza metterlo in coda, per settimane e mesi. “Mi ha fatto guadagnare 400 copie in Calabria”, Feltri complimenta Totò nella presentazione che ha voluto fare a un suo libro. Che in una regione che non legge in effetti erano tante. Il giornalista vive di copia.

Sud immaginario e Sud reale
Nella prefazione 1962 a “Un re senza distrazioni”, 1947, Jean Giono spiegava di avere creato un Sud immaginario per molti suoi romanzi, di cui si era fatto “un piano completo” fin dal 1937. Una ventina di titoli, tra i quali, poi realizzati, oltre a “Un re senza distrazioni”, “Noè”, “Le anime forti”, “I grandi sentieri”, “Le Moulin de Pologne”, “L’Iris de Suse”. Con questa idea. “Si trattava per me di comporre le cronache, o la cronaca, cioè tutto il passato di aneddoti e ricordi, di questo «Sud immaginario», di cui avevo, con i miei romanzi precedenti, composto la geografia e i caratteri. Dico «Sud immaginario» e non Provenza pura e semplice…. Ho creato in tutti i sensi i paesi e i personaggi dei miei romanzi”.
Il Mezzogiorno invece, il Sud italiano, è sempre stato “realista”, da Verga, De Roberto e Alvaro, a Domenico Rea, Scotellaro, Sciascia, etc, la lista è lunga. Il Sud di Giono la Provenza, era il luogo im cui Giono stava benissimo, e se lo riservava per sé, per i romanzi inventandosene uno. Il Sud nostrano è invece “denunciato”, in vario modo rifiutato. Si capisce che vada “n’arreri”. 

Mafia indistruttibile
“Maxiblitz all’alba, centinaia di arresti e scacco matto alla camorra”, “Il Mattino” di oggi dà i titoli ai giornali radio. Ma ogni mattina da alcuni anni il giornale radio è aperto dai Carabinieri, qualche volta intervallati dalla Guardia di Finanza o dalla Polizia, con una retata di mafiosi. Venti-trenta arresti in media ogni mattina. Nel foggiano, nel leccese, nel napoletano, e dappertutto in Calabria e in Sicilia, con propaggini al Nord, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria.
Mettiamo due anni. A venti arresti ogni mattina sono oltre settemila. A trenta oltre diecimila. Su tre anni sono ventidue e trentatré mila. Ma quanti sono questi mafiosi? E dove li mettono?
Gli arresti sono scaglionati: una retata ogni mattina. C’è un ordine nel crimine? Nell’informazione?
E prendere un mafioso quando fa il mafioso e importuna il “territorio”, la società, la gente, la terrorizza? Quando vende droga, appicca il fuoco, spara contro il portone, le finestre, le gomme, fa un’estorsione, ha “bisogno di 500 euro subito”, compra e vende armi da guerra? Non se ne potrebbe fare lo stesso un annuncio la mattina? Senza aspettare, cioè, venti, trenta anni di soprusi.

Mafia onnipotente
Sotto titoli roboanti, “Da Gioia Tauro ai porti del Nord fiumi di cocaina”, “Passa dalla ‘ndrangheta il fiume europeo della cocaina”, si arresta Emanuele Cosentino, o Gaetano Tomaselli, o altro illustre latitante, tutti “Pablo Escobar gioiese”, inteso di Gioia Tauro, il paese di Arlacchi, si legge poi di 53 kg. sequestrati al porto di Gioia Tauro, o 144 kg. al porto di Genova. Cioè di niente. Sulla base di una testimonianza di un pentito mai prima sentito, che tiene in piedi con le sue rivelazioni un’intera Procura Antimafia calabrese. Un pentito che si vuole tramite con i “Colombiani”, i quali, dice,  “trovavano la merce, e la possibilità di fare la salita là in Argentina” – la “salita” cioè l’uscita in castigliano, l’imbarco. Ma “là in Argentina”, che è un po’ distante dalla Colombia?
Si fa molto credito al delitto nei media, perché, si ritiene, fa vendere. Non è vero, ma è quello che pensano i direttori. È lo stesso per i giudici e le polizie? La ‘ndrangheta prospera per un rapporto dei servizi segreti dieci o quindici anni fa che, in un anno di magra del crimine internazionale, la dichiaravano l’associazione a delinquere più ricca e pericolosa del mondo. Non è vero, e dunque a che pro dirlo – a parte l’esigenza per i servizi segreti di giustificare lo stipendio?
Perché dire che il porto di Gioia Tauro è il punto d’ingresso della droga in Europa, quando non è vero e si sa che non è vero - le intercettazioni dicono Gioia Tauto non sicuro, cioè controllato dalle dogane? A parte il fatto che è facile controllare gli arrivi, e se non si fanno i controlli è perché ci sono connivenze, e queste sono, all’evidenza, più facili e comuni a Rotterdam - dove peraltro molta droga è fabbricata industrialmente, le pasticche - e in Spagna, in Galizia, terminale della Colombia, e nella Costa Brava. Magnificando il crimine, ben oltre la sua dimensione e “qualità”, si allerta la vigilanza oppure non la si indebolisce?    

Il Sud è (solo) depresso
I giornali locali, in Sicilia e in Calabria, impongono teppismi, attentati, furti, litigi, “ladri di ferro sulla passerella dei disabili”, agrumeti e oliveti a rischio, se non c’è il baco non c’è mercato… Il carattere meridionale si ritiene allegro, ma perché è depressivo – o non si leggono i giornali (il Sud non legge) per questo, perché sono deprimenti?
Se non c’è crimine, il Sud non c’è, non si ritrova. Si restituiscono il Café de Paris e altri locali romani rinomati a un Alvaro di Sinopoli in Calabria. Dice che non c’entrava con la ‘ndrangheta. Dopo quindici anni. La notizia è una non notizia.
Lo stesso di Chiara Rizzo, moglie di Matacena, un imprenditore di Reggio Calabria diventato parlamentare di Berlusconi e quindi inviso all’allora Procuratore capo Pignatone, buon Democratico. È stata assolta, dopo sei anni: non ha rubato, non ha trafugato soldi, ne aveva molti ma erano suoi. La cosa non fa notizia. La cronaca può essere solo nera.

leuzzi@antiit.eu

A Grillo l’Oscar del malaffare

Ha detto no, personalmente, e il no ha imposto alla Raggi, all’Olimpiade a Roma. Tutta spesata dal Cio. Mentre ha detto si a Cortina-Milano, per impianti da finanziare per un quarto con le tasse. in aree di montagna già eccessivamente antropizzate.
“Vittoria del M5S, dei lombardi, degli italiani” è il manifesto online della ditta Casaleggio-Grillo per l’Olimpiade invernale 2026. E quindi è chiaro che si tratta di appalti: se non li governa, Grillo non li vuole, e al contrario vuole appalti anche in danno.
A Roma, che l’Olimpiade avrebbe rigenerato, nella viabilità e nella riqualificazione delle periferie, peraltro meglio attrezzate di qualsiasi altra città italiana, venne apposta per dire no. E subito dopo venne apposta per far dire sì al progetto “stadio” dell’As Roma, un enorme complesso immobiliare, per il quale tutti sono finiti dentro. Tutti i manutengoli di Grillo, di lui personalmente il potere giudiziario ha rispetto - Grillo è certamente un uomo di rispetto.

Di Maio superstar fa il pinocchietto

“Nessuno ha evidenziato che il progetto di Roma era a spese dei romani. Quello di Milano non prevede un solo euro da parte della città”. È il contrario, ma Di Maio non ha difficoltà a dire bugie.  
Ne ha dette di Taranto, della Tav, dei “navigatori”, una in più non cambia. Si vede anche da come parla, senza riflettere: un pinocchietto.
Assimilarlo a Pinocchio è improprio, è semplicemente un ragazzotto napoletano sfaccendato e facondo, niente immaginazione. Ma da napoletano verace pensa di potersele permettere tutte, il mondo è stupido. Anche perché, anche questo è vero, fa ricche le tv. Gratis: a parlare non si fa pagare.
Per essere bugiardo, d’altra parte, lo è in tutto. “Siamo alle solite”, lamenta dopo l’Olimpiade a Milano e Cortina, di cui i suoi nemici Sala e Zaia vorrebbero la privativa, “tutto il sistema è contro di noi”. Mentre è vero il contrario: i media pendono da lui, nessuno evidenzia la sua evidente bugia sull’Olimpiade di Roma, né la Rai né Sky, né la stessa Mediaset.
Che un pinocchietto così spudorato abbia catturato tantissimi buoni voti, di italiani che in buona coscienza volevano cambiare la politica, dice quanto gravi sono le colpe dei media, dell’informazione.

Il rifiuto della morte

“Il mio odio della morte procede dalla perpetua coscienza che ne ho; mi meraviglio di poter vivere così”. Questa è una delle prime riflessioni del 1946, a guerra finita e non ancora ricominciata, come guerra fredda. Perché: “La schiavitù della morte è il nocciolo di ogni schiavitù e, se questa schiavitù non fosse riconosciuta, nessuno accetterebbe di sottomettervisi”. In tempi di eugenetica e di buone morti in Svizzera, una voce controcorrente – ma, certo, postuma.
In “La lingua salvata”, primo volume dell’autobiografia, Canetti spiega l’origine della sua ossessione con la morte. Ha sette anni, gioca in cortile con altri bambini, e la madre si affaccia dal balcone urlando: “Stai lì a giocare e tuo padre è morto, tuo padre è morto”. A trentun’anni, di infarto. “È come se dalla morte improvvisa di mio padre io fossi rimasto lo stesso”, spiegherà: “La morte, che si annida in me da allora, mi ha improntato di sé, e io non posso sbarazzarmene”.
Non ci riuscirà nemmeno scrivendone, tutta la vita. Un terzo delle carte postume finora sfogliate di Canetti ha come tema la morte. Trascritte, le note sulla morte sarebbero circa duemila cartelle dattiloscritte. Questa raccolta è un estratto. In parte messo a punto dallo stesso Canetti in vari progetti di “libro contro la morte”, da “nemico della morte”. Anche sotto forma di romanzo , “Il nemico contro la morte”. Certo che questo fosse il “suo” libro: “È ancora il mio libro per antonomasia. Riuscirò finalmente a scriverlo tutto d’un fiato”? A partire dal 1942, spinto anche dagli eccidi della guerra. programmò un dossier specifico, col titolo “Libro contro la morte”, di pensieri vaghi.  Di cui pubblicherà una parte, circa 170 pagine dattiloscritte, in “La provincia dell’uomo”, 1973. E varie note includerà in altre pubblicazioni - di cui il curatore, Peter von Matt, dà qui conto. Per un totale di un decimo delle note manoscritte. Questa raccolta, per due terzi inedita, organizzata editorialmente, tenta di venire incontro al desiderio dell’autore.
Una sorta di anti-filosofia, se la filosofia è essere-per-la-morte, imparare che non siamo nulla. L’ossessione si presenta in forma di rifiuto. Canetti si vuole “corazzato” contro la morte, nell’autobiografia e anche qui. A  proposito di Nietzsche annota nel 1948 che non lo teme: “Nietzsche non sarà mai pericoloso per me perché c’è in me, al di là di ogni morale, un sentimento di una forza smisurata, il sentimento inespugnabile del carattere sacro della vita, di ogni vita, senza eccezione”.
Non un massimario. Rare le battute aforistiche. “Non voglio odiare, odio l’odio”. Dell’ipocondriaco - massima afflizione con il massimo di egoismo: “Nessuno gli sopravviverà; perché tutti quelli che l’hanno sopportato sono morti”. Della mistica fiamminga Antoniette Bourignon: “Se muoio, sarà contro la volontà di Dio”. Non una grande lettura, se non per la vena grottesca. Curiosamente espressa in inglese, invece che in tedesco. Il boia di Parigi che ha le sue ghigliottine distrutte dai bombardamenti. Il matrimonio combinato in Cina tra i figli morti, che Marco Polo testimonia. La serva di Fröhlich nel diario di Grillparzer, che pensa di ridare calore al padre stecchito composto sul letto dormendogli accanto. I naufraghi cinesi che puntano a evitare la deportazione dal Canada protestandosi morti e reincarnati canadesi. Gli aborigeni che in Australia affrettano la morte di un ferito succhiandone il respiro per rinvigorirsi.
Annotazioni come vengono, osservazioni, qualche riflessione. Secondo questo programma della prima ora, il 15 febbraio 1942: “Ho deciso oggi di annotare i miei pensieri contro la morte come il caso me li porta, nel disordine e senza sottoporli a un piano costrittivo” . Ma sotto questo proposito: “Soprattutto non diventare più comprensibile, non morire”, la morte come appiattimento dell’autore.
Un lungo, insistito, Grünewald. Con letture-ritratti lampo, qua e là, di Pavese, Musil, Goethe, lo scrittore tedesco più amato, con Bùchner, Robert Walser. Max Frisch a lungo, un amore diventato odio quando Canetti ebbe il Nobel, “al posto di Frisch”. Dürrenmatt, sempre con rispetto. Heinrich Böll – apprezzato in sé, e contro Bernhard, e perché è all’“inverso di un G.G.” che ha l’aria di essere Gunther Grass, “i cui atteggiamenti dittatoriali non fanno che mascherare la stupidità”. E incontri, quello con Bernhard, che lo disprezza, specialmente gustoso. Padrini Stendhal (“Non posso pensare di scrivere il mio «Della morte» al posto del suo (Stendhal) «De l’amour». Sarebbe forse bene che tenti la cosa con la stessa determinazione sua. Ma io sono uno zelota e un ebreo, e ho la Bibbia nel sangue, che non era uno dei suoi libri preferiti”), Gogol e Aristofane.
Intollerante a volte – “Qualcuno si lascia crocifiggere per mostrare che questo non ha niente di straordinario”, p. 113. Insoddisfatto, avendone trattato per quasi sessant’anni ininterrottamente, dal 1937 al 1994. Non trovando “l’istinto di morte”, di cui molti discetterebbero.  O di fatto la cosa avendo esaurito in “Vite a scadenza”, a teatro. Il primo progetto è del 1937, “Il dissipatore” – il dissipatore è la morte. Avviato nel 1942, trascurato per un paio di decenni, il progetto riprende slancio nel 1980, a 75 anni: “La mia sola speranza risiede nel libro sulla morte”. A un certo punto, a fine 1965, ha questo dubbio: “Quello che più mi meraviglia è che il mio atteggiamento di fronte alla morte non suscita sarcasmi”. Perché dovrebbe? “La morte è sempre insensata” è pensiero dell’anno successivo.
Un “rituale”, dice von Matt nel commento di questa “mania” di Canetti, che nei lunghi decenni d’incubazione non provò nemmeno a immaginare “il libro”, un canovaccio, un’idea, non ne è rimasta traccia nelle carte. Una forma di scongiuro. Ma poi lo “raccorda a diverse tradizioni, in particolare austriache, che vanno da Nestroy a Jelinek”.  Oltre che a Dürrenmatt, “di cui Canetti parla sempre con grande rispetto” - che però è svizzero, e non c’entra. Musil non è menzionato, giustamente, che Canetti mostra di non apprezzare. Ma, a Bernhard no? Di cui Canetti parla invece con sarcasmo, di uno che in effetti è un suo “figlio”. Con l’aggiunta: “Un discorso sulla morte che fa pensare a qualche testo di Elfriede Jelinek incrociato con Abraham a Sancta Clara” – che però è un viennese che viene da Messkirch, e dunque Heidegger? Di Vienna, dove Canetti visse fino al 1938, ha qui un solo ricordo: di quando nel dopoguerra su un autobus urbano due tizi lo squadrano a lungo, e poi l’uno dice all’altro “BCG” – che quando Canetti s’informa, gli spiegano che significa “Buono per la Camera a Gas.
Non una grande lettura. Di pensieri anche vani. “Il nome come prima ma segreta morte”. “Tutti gli artisti sono i cannibali dei loro antenati”. “Non c’è sofferenza che non sia preferibile alla morte”. La morte è nuda? “Maledetto sia colui che l’ha dicharata nuda, il sacro era la sua parure; finché restò drappeggiata in questa parure gli uomini, questi eterni assassini, potevano vivere tranquilli”.

Elias Canetti, Libro contro la morte, Adelphi, pp. 393 € 18

“Il mio odio della morte procede dalla perpetua coscienza che ne ho; mi meraviglio di poter vivere così”. Questa è una delle prime riflessioni del 1946, a guerra finita e non ancora ricominciata, come guerra fredda. Perché: “La schiavitù della morte è il nocciolo di ogni schiavitù e, se questa schiavitù non fosse riconosciuta, nessuno accetterebbe di sottomettervisi”. In tempi di eugenetica e di buone morti in Svizzera, una voce controcorrente – ma, certo, postuma.
In “La lingua salvata”, primo volume dell’autobiografia, Canetti spiega l’origine della sua ossessione con la morte. Ha sette anni, gioca in cortile con altri bambini, e la madre si affaccia dal balcone urlando: “Stai lì a giocare e tuo padre è morto, tuo padre è morto”. A trentun’anni, di infarto. “È come se dalla morte improvvisa di mio padre io fossi rimasto lo stesso”, spiegherà: “La morte, che si annida in me da allora, mi ha improntato di sé, e io non posso sbarazzarmene”.
Non ci riuscirà nemmeno scrivendone, tutta la vita. Un terzo delle carte postume finora sfogliate di Canetti ha come tema la morte. Trascritte, le note sulla morte sarebbero circa duemila cartelle dattiloscrite. Questa raccolta è un estratto. In parte messo a punto dallo stesso Canetti in vari progetti di “libro contro la morte”, da “nemico della morte”. Anche sotto forma di romanzo , “Il nemico contro la morte”. Certo che questo fosse il “suo” libro: “È ancora il mio libro per antonomasia. Riuscirò finalmente a scriverlo tutto d’un fiato”? A partire dal 1942, spinto anche dagli eccidi della guerra. programmò un dossier specifico, col titolo “Libro contro la morte”, di pensieri vaghi.  Di cui pubblicherà una parte, circa 170 pagine dattiloscritte, in “La provincia dell’uomo”, 1973. E varie note includerà in altre pubblicazioni - di cui il curatore, Peter von Matt, dà qui conto. Per un totale di un decimo delle note manoscritte. Questa raccolta, per due terzi inedita, organizzata editorialmente, tenta di venire incontro al desiderio dell’autore.
L’ossessione si presenta in forma di rifiuto. Canetti si vuole “corazzato” contro la morte, nell’autobiografia e anche qui. A  proposito di Nietzsche annota nel 1948 che non lo teme: “Nietzsche non sarà mai pericoloso per me perché c’è in me, al di là di ogni morale, un sentimento di una forza smisurata, il sentimento inespugnabile del carattere sacro della vita, di ogni vita, senza eccezione”.
Non un massimario. Rare le battute aforistiche. “Non voglio odiare, odio l’odio”. Dell’ipocondriaco - massima afflizione con il massimo di egoismo: “Nessuno gli sopravviverà; perché tutti quelli che l’hanno sopportato sono morti”. Della mistica fiamminga Antoniette Bourignon: “Se muoio, sarà contro la volontà di Dio”. Non una grande lettura, se non per la vena grottesca. Curiosamente espressa in inglese, invece che in tedesco. Il boia di Parigi che ha le sue ghigliottine distrutte dai bombardamenti. Il matrimonio combinato in Cina tra i figli morti, che Marco Polo testimonia. La serva di Fröhlich nel diario di Grillparzer, che pensa di ridare calore al padre stecchito composto sul letto dormendogli accanto. I naufraghi cinesi che puntano a evitare la deportazione dal Canada protestandosi morti e reincarnati canadesi. Gli aborigeni che in Australia fanno morire un ferito succhiandone il respiro per rinvigorirsi.
Annotazioni come vengono, osservazioni, baluginii estemporanei, qualche riflessione. Secondo questo programma della prima ora, il 15 febbraio 1942: “Ho deciso oggi di annotare i miei pensieri contro la morte come il caso me li porta, nel disordine e senza sottoporli a un piano costrittivo” . Ma sotto questo proposito: “Soprattutto non diventare più comprensibile, non morire”, la morte come appiattimento dell’autore.
Non una grande lettura. Di pensieri anche vani. “Il nome come prima ma segreta morte”. “Tutti gli artisti sono i cannibali dei loro antenati”. “Non c’è sofferenza che non sia preferibile alla morte”. La morte è nuda? “Maledetto sia colui che l’ha dichiarata nuda, il sacro era la sua parure; finché restò drappeggiata in questa parure gli uomini, questi eterni assassini, potevano vivere tranquilli”.
Elias Canetti, Libro contro la morte, Adelphi, pp. 393 € 18

martedì 25 giugno 2019

Ombre - 468


L’ esame di “maturità” a quiz. Lo smantellamento dell’Italia comincia dagli intellettuali, perché tali sono, quelli che hanno distrutto e distruggono l’università e la scuola ormai da vent’anni, dal ministro Berlinguer. Con la scusa di modernizzarla.

L’Olimpiade invernale, dice Conte,, che ha schierato diplomazia e “ aiuti allo sviluppo” per la candidatura, “è un’occasione per il paese”. Detto da chi non ha voluto l’Olimpiade vera, subito, un investimento che avrebbe rifatto Roma – e l’ha ridotta invece a porcile. È l’ambiguità del “nuovo”: supponenza, confusione, stupidità.

Si rimesta la minestra attorno a un quadro (non bello) di recente attribuzione a Velasquez, che ritrae Olimpia Maidalchini Pamphili, la “Pimpaccia”, che governava Roma nel primo Seicento, quando papa era suo cognato Giovani Battista, da lei fatto eleggere col nome di Innocenzo X. Ma si sente ancora il bisogno di farla amante del papa, cosa che lei non era. L’anticlericalismo è ancora un valore? O non è il femminismo anti femminista – quello per cui una donna non sa e non può fare niente se non dandola?

C’è una ragione per cui lo spread è salito, e poi è sceso, restando immutate le condizioni e le prospettive del debito? No, non c’è. C’è per concertazione tra gli speculatori – senza concertazione non ci può essere un movimento deciso , in un senso o nell’altro, al rialzo o al ribasso, dello spread.

È anche possibile – è probabile – che all’origine dello spread sia l’antenna al Quirinale. Che sapeva della decisione di Napolitano di liquidare Berlusconi. E sa della decisione di Mattarella di non liquidare Conte. È possibile che e cose vadano così.? Sì.

Una “information operation” russa ha utilizzato account e documenti falsi. Secondo il Digital Forensic Reserach Lab dell’Usa Atlantic Council, “in almeno sei lingue” per alimentare screzi e rotture fra alleati occidentali, specie tra gli Stati Uniti e la Germania con il Regno Unito. Putin ha “eletto” Trump, per dividere l’Occidente? È più che logico: il complotto non ha mai fine.

Si vota a Istanbul come se in Turchia ci fosse la democrazia, una costituzione. In un paese dove i giornali vengono chiusi e i giornalisti condannati, senza nemmeno accuse. Si è rivotato in realtà. la prima  elezione sfavorevole a Erodogan essendo stata cancellata dalla giustizia di regime. Perché tanto rispetto per Erdogan?

Dopo la riconferrnata vittoria a Istanbul del candidato anti-Erdogan, il “Corriere della sera” chiede a un politologo turco cacciato due anni fa dall’università dallo stesso Erdogan senza un motivo: “Come mai il presidente ha commesso l’errore di chiedere una nuova elezione a Istanbul?”. Così, come se invalidare un’elezione fosse ovvia pratica democratica. È solo questione di logge?

Vanta un comunismo a prova di declino con “la Repubblica” Barbara d’Urso, la vedette della tv leggera berlusconiana: “Ho votato sempre Pci, adoravo Berlinguer, il padre dei miei figli era di Rifondazione, ero pazza di Bertinotti”. La cosa si spiega.

L’entrata in funzione della nuova legge sulle intercettazioni, già rinviata dai garantisti al governo di tre mesi, al 31 marzo, col decreto milleproroghe, e poi al 31 agosto con la legge di bilancio, è ora posposta al 31 dicembre coll decreto sicurezza. Garantisti di Travaglio, il dominus  delle intercettazioni?

Si moltiplicano tra i giovani a Roma, in discoteca e fuori, le coltellate e i colpi proibiti, calci nelle parti molli, testate, bottigliate in testa. Era questa la cronaca di Roma di About, centocinquant’anni fa, all’uscita dei romani dalle cantine. C’è una resilience dei modi d’essere, o mentalità, più forte delle leggi, l’alfabetizzazione, la globalizzazione. 

Il classico egualitario e sradicato

Che bisogno c’è di dire l’“Odissea” un classico? Perché Tayari Jones è afroamericana. E non collega l’“Odissea” a una cultura, benché l’America si voglia ancora Occidente, con cupole e campidogli, e le università, di cui lei ha buon ricordo, coltivino le humanities greco-romane, il pensiero, la storia, il diritto, la poesia. La sua “Odissea” è un libro di avventure, nel quale si è imbattuta come lettura obbligatoria a cinque anni - cacciata dalla maestra perché troppo precoce per la seconda elementare, fu salvata dalla scuola materna dal preside, che la confinò in una sorta di limbo per un anno, con Omero lettura obbligatoria, una riduzione in prosa per ragazzi.
L’autrice di “Un matrimonio americano” propone questa idea del classico: una lettura per tutti. Lo identifica come un museo, su scalinate di marmo che conducono a colonne monumentali, ma vorrebbe – immagina, non costa – che fossero “distribuiti in giro per il mondo, alla ricerca del proprio destino tra i popoli della terra, avvolti in anonimi fogli di carta da pacchi, senza alcun riferimento storico o letterario”. Il “classic” sradicato insomma, Odisseo come Robinson Crusoe.
C’era una volta la cultura che si voleva tradizione e radici, storia, filologia, che ora si riduce a curiosità. E ringraziare, la lettura si potrebbe benissimo limitare al bestseller. O a facebook, instagram, whattpad. Dopo la scuola, certo, per tenere i bambini mentre i genitori lavorano, con un programma di alfabetizzazione, minimo.  
Tayari Jones, Perché l’Odissea è il mio classico, Festival Letterature di Massenzio

lunedì 24 giugno 2019

Problemi di base olimpici - 491

spock


L’Olimpiade è “un’occasione per il paese” a Milano, e a Roma invece non lo fu?

Roma che sarebbe stata dieci volte più illustre e conveniente – il Cio paga tre quarti degli investimenti?

È solo questione di appalti?

Qual è la speculazione buona, quella che paga Grillo?

O Grillo lo fa gratis?

Come lo stadio della Roma?


spock@antiit.eu

Il giallo dell'occhio clinico

“Holmes, Dupin, Peirce” è il sottotiolo, di una collettanea, con saggi di Bonfantini, Caprettini, Ginzburg, Harrowitz, Hintikka, Proni, Rehder, Truzzi e Umiker-Sebeok, oltre che di Eco e Thomas Sebeok. La semiologia del giallo, che non è semplice.
Il titolo, spiega Eco in apertura, allude al “Segno dei quattro”, fanoso racconto di Sherlock Holmes, e al Castello delle triadi incrociate. Che Sebeok spiega in aperture: “I numeri magici e i suoni persuasivi” di Congreve, specie il tre e i multipli di tre, “tormentarono alcuni dei vittoriani più brillanti”. Per esempio Conan Doyle. Ma anche il professor Peirce, il logico matematico americano. Non una novità: “Lo stile di pensiero numerologico è stato applicato a lungo e estesamente, almeno a partire da Pitagora” – si risparmiano i “triadici” qui elencati (chi non lo è stato?). Ma Peirce ci innestò la semiotica, la scienza dei segni. Introducendo, accanto ai due procedimenti classici della conoscenza, induzione e deduzione, l’abduzione.
L’abduzione sarebbe l’intuito – Sherlock Holmes. I semiologi dicono di no, e lo stesso Peirce. Che però non va oltre “questo singolare istinto di indovinare bene”. O una “strana insalata… I cui elementi fondamentali sono la sua infondatezza, al sua onnipresenza e la sua attendibilità”. Thomas Sebeok e Jean Umiker-Sebeok aprono la raccolta con l’aneddoto di Peirce che ritrova a New York l’orologio, la catena e il cappotto che gli sono stati rubati, sfidando con l’intuito tutte le polizie, pubbliche e private.
L’abduzione, detta anche “retroduzione” o “inferenza ipotetica”, è propriamente il lavoro per ipotesi. Il metodo scientifico. Una forma di sintesi, la dice Eco, diversa dalla deduzione e dall’induzione, per inventare il futuro, tra i tanti possibili. È il “metodo” del giallo, e della diagnostica , compreso il vecchio occhio clinico. Deduzione e induzione Eco dice anche “travestimenti retorici espositivi” dell’unico meccanismo della scoperta, l’abduzione.
Una forma di volgarizzazione di Peirce e la semiotica. Non ristampata, in trent’anni. La disciplina stessa forse si è spenta, con Eco e Sebeok. Siamo in territorio infido, dove molto si può dire – male non fa. Lo stesso della “Poe-etica”, di Lacan e Derrida. Superbo, ma anche diminutivo: come fare con Sherlock Holmes la “fenomenologia di Mike Bongiorno” restando sotto il personaggio, il quale resta svettante e sfuggente. E tuttavia, quali che siano i destini della semiotica, e a dispetto della spessa concettosità di alcune esposizioni, una raccolta di saggi che si rincorre gustosa, le incommestibili “logiche” alternandosi con spunti di grande effetto, dalla numerologia alle “corna, zoccoli, scarpe” con cui Eco ipostatizza i “tre tipi di abduzione” – quali non è necessario esercitarsi a riconoscere, la logica è esercizio fine a se stesso. Di Ginzburg è qui il primo nucleo di “Spie. Radici di un paradigma indiziario”.
Umberto Eco-Thomas A. Sebeok (a cura di), Il segno dei tre

domenica 23 giugno 2019

Assicurazioni


Alcide esce dalla macelleria scuotendo la testa. I loro prodotti, dice, sono troppo sofisticati per essere venduti a gente incolta. Ma Ernesto non ci rinuncia. Salta fuori dalla decapottabile. Con un cenno del capo invita sor Mario, il macellaio, nel retro, la grande cella frigorifera con i quarti appesi. Spiega che la pensione e il vitalizio convengono perché sono inattaccabili: se anche sua moglie scoprisse le sue fraschette non potrebbe metterci le mani sopra. Il macellaio obietta che a sua moglie non gliene frega nulla, e che comunque non sa nulla. Ernesto gli fa capire che potrebbe non essere così: troppi malintenzionati in giro, fregnoni, avvocaticchi, le stesse ragazze, che hanno interesse a rovinare un onest’uomo, e lui ha due figlie oltre alla moglie.

- È come essere accerchiati – spiega - ma l’autostrada è libera. Bisogna lasciarsi sempre delle vie di fuga aperte. - Sor Mario capisce e sottoscrive le polizze. Ernesto lo consola: dopotutto ha fatto un affare. E si prende l’ammirazione di Alcide.



La mano forte del soldato italiano


La guerra inutile, anche se ideale. Un lamento per i caduti senza storia della guerra di Spagna, sul fronte giusto, repubblicano, democratico, nel quale Orwell aveva militato, che è anche un lamento contro la guerra, ogni guerra. Tanto idealismo, tanta generosità, che la stretta di mano del proletario italiano volontario in Spagna trasmettono, non meritano la morte, la sfida della morte. Di uno che “era nato sapendo già quello che io avevo imparato\ dai libri, e lentamente”. Una stretta che è iniezione di coraggio, di vita: “Al tuono dei cannoni\  oh, che pace ho conosciuto in quei giorni!”.
Il “soldato italiano” di cui alle prima pagine di “Omaggio alla Catalogna”, ritorna negli appunti successivi, “Looking back on the Spanish War”, 1943, come una delle due immagini che la guerra automaticamente genera in Orwell. Una è l’ospedale di Merida, “l’altro ricordo è del miliziano italiano che mi strinse la mano al corpo di guardia, il giorno in cui mi arruolai nella milizia. Ho scritto di quest’uomo all’inizio del mio libro sulla guerra di Spagna (“Omaggio ala Catalogna”, n.d.r.) e non voglio ripetermi. Quando ricordo – oh, quanto vividamente! – la sua uniforme trasandata e la sua faccia fiera, patetica, innocente, le complesse questioni della guerra sembrano svanire e vedo chiaramente che non c’era comunque alcun dubbio su chi aveva ragione. Malgrado i giochetti politici e le bugie giornalistiche, il punto centrale della guerra era il tentativo di gente come lui di guadagnarsi una vita innocente che sapevano essere loro diritto per nascita. È difficile pensare alla probabile fine di questo specifico essere umano senza varie dosi di amarezza. Quando l’ho incontrato alla caserma Lenin era probabilmente un trockista o un anarchico, e nelle speciali condizioni di questi anni le persone come lui quando non sono uccise dalla Gestapo sono di solito uccise dalla Gpu”, la polizia politica staliniana.
Per questo la poesia è stata sommersa nel rifiuto – che perdura – di Orwell antibolscevico. Anche se storicamente fondato: nella guerra di Spagna i comunisti di Togliatti andavano al fronte contro le forze reazionarie come contro gli “altri” socialisti. Orwell era fiducioso che la poesia avrebbe superato questo rifiuto: “La faccia di quest’uomo, che ho visto per uno-due minuti, mi rimane come una sorta di promemoria visivo di per che cosa la guerra si faceva. Simbolizza per me il fiore della classe lavoratrice europea, tormentata dalle polizie di tutti i paesi, gli stessi che riempiono le fosse comuni dei campi di battaglia in Spagna e imputridiscono ora, a milioni, nei campi di lavoro forzati”.
George Orwell, The Italian soldier shook my hand