sabato 7 dicembre 2019

Il mondo com'è (388)

astolfo


Barba – È segno di libertà, secondo la “Storia della barba”, alla voce “Barba”. Che la vuole anche in correlazione con la conoscenza: più barba più saggezza. Fu decorazione consueta tra gli ecclesiastici, papi compresi, ai tempi dell’esilio avignonese per la perduta libertà. Successivamente proscritta da Adriano V, in obbedienza al diritto canonico, barbis rasis per i preti, fu ripresa in segno di lutto nel secolo che seguì al sacco di Roma. In Oriente è sempre stata il segno della distinzione maschile e della saggezza.
II rigido papa Fieschi sarà contraddetto a fine Cinquecento dal cardinale Cesare Baronio, cresciuto dal 1557 all’ombra di Filippo Neri, che aveva adottato anche lui la barba in segno di lutto,  nell’Oratorio. Richiesto di una consulenza da Carlo Borromeo, Baronio stabilisce nel “De Clericorum Barbis”, sull’autorità di Ezechiele (“Sacerdotes caput suum non radunt”) c di una lunga serie di Padri, ai quali l’onore del mento conferiva un aspetto venerabile, che la barba è un segno di virilità, che distingue l’uomo dalla donna, e che “la barba è segno di buona salute”. Infatti, spiega il cardinale, “come l'albero senza fronde, la faccia abrasa appare deforme”.
Più vicino a Baronio e a Filippo Neri viene l’imperatore Giulia­no, autore di un “Misopogone, o il nemico della barba”, da intendere come barbosità, poi­ché l’apostata, glabro in carriera in obbedienza alla tradizione (l’uso romano non voleva la barba), si rifece pelosissimo appena incoronato — un rapporto rafforzato dal comune spirito ecumenico e dall’insofferenza per l’immagine pubblica e per la porpora.

La barba è vecchia materia di discordia. A un certo punto la barba ritornò rivoluzionaria anche fuori delle chiese. Per Marx il suo avvento segna la fine della borghesia: “La rivolta degli uomini moderni con la barba sta minando le basi su cui la borghesia focalizza la sua attenzione. La sua caduta e la vittoria della barba sono ugualmente inevitabili”.
Poi la borghesia ha vinto, ma imbarbarendosi. Mentre Marx il 28 aprile 1882 ad Algeri, dov’era in vacanza per risollevarsi dalla morte della moglie, è andato dal barbiere e si è fatto tagliare la barba. I ruoli della barba si sono invertiti?.

Bérillon – Coevo, tra Otto e Novecento, del criminologo quasi omologo, se non per una consonante, fu uno psichiatra francese, famoso per praticare l’ipnosi. E per avere individuato nella Grande Guerra la bromidrosi fetida, e la polichesia della “razza tedesca”. La polichesia è la quantità di cacca che si produce. Quella dei tedeschi Bérillon attestava abnorme: “I francesi si rendono conto di essere in territorio tedesco dalla dimensione degli stronzi”.
Aveva dei precedenti, sul vino puro, bevuto in moderate quantità: “L’uso moderato del vino naturale nuoce alla salute, se uno è artritico, degenerato, o sedentario. L’uso del vino puro esercita un’azione particolarmente dannosa sul carattere delle donne. Le rende irritabili e bisbetiche. È qui il punto di partenza di buon numero dei problemi nei matrimoni. C’è di certo una relazione tra l’uso del vino puro e molti dei dissensi coniugali che portano al divorzio”. Sfuggì forse in quanto astemio alla deportazione durante l’occupazione tedesca nella seconda guerra, e morirà a novant’anni nel 1848.

Bertillon – Ricorre nel film di Polanski sul caso Dreyfus, “L’ufficiale e la spia”, come l’esperto grafologo che avalla come autentiche, di mano di Dreyfus, le false scritture che vengono sottoposte alla sua perizia. E quando le scritture risultano di un altro ufficiale, non si rassegna: “Si vede che gli ebrei hanno imparato a copiare la grafia” dell’ufficiale spia.
La sua fu la “prova”, artatamente falsificata, del processo. Polanski ne fa una macchietta. Di fatto era un personaggio importante della criminologia all’epoca. Con una lunga esperienza alla questura di Parigi. E da una ventina d’anni prima del caso, dai primi anni 1870, creatore del primo laboratorio di analisi criminale, inventore delle foto segnaletiche, da allora utilizzate per la catalogazione dei criminali condannati, e dell’antropometro, un sistema di riconoscimento biometrico fondato su 14 misurazioni. Si sbagliò sul Dreyfus per professo e mai disconosciuto antisemitismo.
Alphonse Bertillon era figlio di uno statistico famoso e fratello minore di un demografo altrettanto famoso, Jacques, il precursore dello standard di classificazione delle malattie Icd (International Classification of Disease”), con un sistema, pubblicato nel 1893, denominato “Classificazione delle cause di morte Bertillon”. Al padre Louis-Alphonse, antropologo amico di Michelet, e poi demografo, risaliva una prima nomenclatura delle cause del tasso di mortalità.
Nonno materno di Alphonse e Jacques, i due fratelli, padre della madre Zoé, era Achille Guillard, al quale si fa ascendere la parola demografia e la relativa disciplina, o ambito di studi.  

Biki – La stilista di cui si celebrano i vent’anni della morte è nome d’arte di Elvira Bouyeure (sposata B.) Leonardi, figlia cioè di una sorella dei Crespi del “Corriere della sera”, industriali tessili. Quindi cugina di Giulia Maria Crespi, che negli anni Sessanta già gestiva il giornale. In qualità di vedova del conte Marco Paravicini, una bella figura di socialista, ex giovane della Resistenza, sposato nel 1953, morto in un incidente d’auto nel 1957, apprezzato al giornale per le sue qualità umane, più che da azionista. Nel 1961 Giulia Maria aveva bocciato la candidatura di Spadolini, direttore del “Resto del Carlino”, designato da Missiroli a succedergli alla direzione del “Corriere della sera” (Missiroli aveva voluto Spadolini praticante giornalista al “Messaggero” nel 1947, e ne 1953 lo aveva chiamato al “Corriere della sera” come editorialista). Nel 1968 invece chiamò Spadolini, per la mediazione del bel Giovanni Sartori, amico di famiglia del marito defunto.
Nel 1972 Biki entra nella storia del “Corriere della sera” vendendo la sua quota a Angelo Moratti, che si portava compratore per conto dell’Eni - del presidente dell’Eni Girotti, che voleva far contare la quota dell’Eni stesso in Montedison.
Nel 1961 Biki si era fatta nominare commendatore della Repubblica. Fu alla sua festa per la commenda che Missiroli apprese che Giulia Maria lo aveva liquidato.

Scisma d’Oriente – La divisione della chiesa dopo la separazione di Bisanzio fu più volte per essere superata, ma sempre fu impedita da questo o quell’interesse particolare. L’occasione migliore  per superarla fu la possibilità che un orientale diventasse papa, molto concreta nel Quattrocento con Bessarione. Glielo impedì la barba, secondo una tradizione aneddotica: i cardinali in conclave non la gradivano. Ma più concretamente la Francia, che non voleva dismettere il peso preponderante che aveva, anche dopo Avignone, sulla chiesa di Roma,  e giunse con ogni verosimiglianza ad avvelenare il possibile papa orientale.

Nel conclave di Callisto III, nel 1455, l’elezione di Bessarione fu bloccata da Alain de Coëtivy, cardinale d’Avignone. Nel 1472, narra Benedetto Orsini, vescovo di Alessio in Albania, nella “Verità essaminata”, “permise Iddio che il detto cardinale finisse in breve tempo la sua vita, con grandissimi dolori colici, e tutti l’altri suoi seguaci finirono con poca loro riputazione l’un dopo l’altro”: reduce da un’ambasceria al re di Francia Luigi XI, “s’ammalò in Torino, “con sospetto di veleno”, e a Ravenna morì. Lo stesso giorno e degli stessi sintomi del podestà veneziano di cui era l’ospite, Antonio Dandolo – che era sbarbato.  

astolfo@antiit.com

Manie d’autore

Uno sciocchezzaio d’autore: di manie, abitudini, pretese, fissazioni, frasi celebri di grandi scrittori. Un centinaio sono esplorati e “beccati” da Marías. Che ci ha lavorato in gioventù, negli anni di formazione – di grandi letture. Sui testi sacri, ma più su quelli di contorno: memorie e testimonianze di amici, parenti, conoscenti, lettere, biografie affidabili. Henry James fissato con le parole (prolisso, noioso), Mishima con l’igiene, Joyce con gli escrementi, Faulkner con i cavalli, Stevenson con i criminali, Thomas Mann con l’intestino. Conad Doyle difensore, a pugni, delle donne, Oscar Wilde e la mano molle.
Da Madame du Defand e Sterne in poi una galleria di tic, vezzi e disastri dei maggiori scrittori degli ultimi secoli, non spagnoli. Ritratti brevi, per aneddoti. Fino a Tomasi di Lampedsa e Nabokov. Non irrispettoso, curioso. Su Thomas Mann – l’uomo rispetto ai romanzi e ai saggi - ci sarebbe ben altro da ridire che non la semplice ipocondria. Jessie George Conrad, moglie di Joseph, ha questo complimento del marito per il suo libro di ricette: “Soltanto i libri di cucina posson considerarsi , dal punto di vista morale, al di sopra di ogni sospetto: il loro unico obiettivo concepibile non può essere che accrescere la felicità degli esseri umani”.
È la riedizione del 2004 dello stesso editore – la pubblicazione originale è del 1992.
Javier Marías, Vite scritte, Einaudi,  pp. 218 € 19

venerdì 6 dicembre 2019

Problemi di base arbitrali - 526

spock


Arbitrali

Perché i calciatori sputano e gli arbitri no?

Si fanno anche il segno della croce, tre volte: c’è in qualche setta, lo ordina la maga?

Oppure elevano le braccia al cielo, e torcono il collo: è calcio di paradiso?

Perché non è obbligatorio per gli arbitri aver giocato prima al calcio?

E per i giudici: che ne sanno del delitto, hanno solo superato il concorso?

Ci vuole pratica in ogni arte: perché la giustizia fa carriera senza?

Una vita da segnalinee: nessuno che ne faccia l’inno?


spock@antiit.eu

Se l’ebraismo è irriducibile

“Noi siamo un anacronismo… Questo non significa che dobbiamo sparire… Dobbiamo anzi con quello che c’è di sano, di vigoroso, nella nostra razza rinsanguare le sfibrate aristocrazie occidentali che hanno poi più ragioni di vivere perché hanno radici profonde nella terra, nella storia europea, mentre noi siamo nomadi…”. Al centro del romanzo, il ragionamento centrale, gattopardesco, dell’uomo d’affari ebreo di successo, già liberale, risorgimentale, ricevuto a corte, che decide di consacrare l’ascesa sociale con l’impenetrabile aristocrazia nera, per via di matrimonio, salvandola dalla miseria e col sacrificio della figlia. “I «Promessi sposi» dell’ebraismo otto-novecentesco”, secondo Alberto Cavaglion. Ma non esattamente. Forse come valore simbolico, ma non di contenuto o di prospettiva: non è un romanzo storico, il ritratto di una nazione, di un modo di essere (dei suoi modi di essere), ma di una vicenda particolare, e perfino speciale, in un momento specifico.  
Castelnuovo è uno degli ultimi, si potrebbe dire, prima del diluvio. Uno che non vive il dilemma, è italiano e basta. Uno che si è fatto da sé, come i più, lui in particolare, essendo stato abbandonato dal padre commerciante subito dopo la nascita. Tra mille mestieri avventizi. Veneziano di adozione, narratore infine prolifico, autore di una trentina di romanzi, di buon successo nel secondo Ottocento, apprezzato da Croce, “dilettoso narratore” ancora per Luigi Russo, poi eclissato, ristampato con questo romanzo negli Stati Uniti da Gabriella Romani - editor di Edith Bruck, italianista nelle università americane, ispirata dagli studi di Alberto Cavaglio - e recuperato infine anche nell’originale italiano dalla stessa Romani. “I Moncalvo” è una delle ultime opere di Castelnuovo, 1908, quando già era collaboratore apprezzato delle migliori riviste e introdotto negli ambienti letterari e editoriali milanesi. Il romanzo fu tradotto in inglese, francese, tedesco e russo. Castelnuovo morirà poco dopo, nel 1915, di settantasei anni. La sua fama durerà ancora un decennio – Romani attesta che alla Bbc dei primi tempi furono letti alcuni suoi racconti, nei programmi culturali serali, quindi dopo il 1922, anno di fondazione dell’emittente brtannica.
“I Moncalvo” si apprezza in effetti come nuovo, “dilettoso”, anche se vecchio di un secolo. E più per il tema, oggi come allora ambiguo. Ma esposto in dialoghi vivaci, e in tutte le sfaccettature che poi emergeranno tragiche. Due fratelli ebrei, un uomo d’affari molto ricco e un matematico molto rigido, vivono a Roma, nell’equivoco tra l’assimilazione, col passaggio dal ghetto ai Parioli e perfino, chissà, con l’ascesa alla più chiusa nobiltà nera, e l’antisemitismo nascente in Europa, con la consequenziale ipotesi sionista. Uno storione familiare, con l’eco inevitabile del coevo “I Buddenbrook” di Thomas Mann, 1901, che Castelnuovo può aver letto o di cui può aver saputo – la traduzione del romanzo tarderà ma la fama internazionale fu vasta all’uscita. O, più probabile, del genere narrativo in voga del secondo Ottocento italiano, “L’eredità Ferramonti, “I viceré”, et al.. In una con l’altro tema del romanzo, la delusione postrisorgimentale: la Rivoluzione Italiana, che aveva inebriato l’Europa, aveva fatto in fretta a deludere - Pirandello, oltre De Roberto, vi si cimenterà.
“I Moncalvo” è diverso nel suo genere perché lo storione non ruota sul tema economico o politico, ma su quello etnico. Sotto l’apparenza della religione, pretestuosa per i più. Dibattuto in molta letteratura fuori d’Italia, specie in Germania (tra i tanti Otto Weininger, Karl Kraus, che ebbe tra i collaboratori perfino Houston Stewart Chamberlain, il teorico dell’antisemitismo, Maximilian Harden, W. Benjamin con Scholem), e in Francia (Némirovsky su tutti). In Italia probabilmente solo con questo Castelnuovo – in Bassani non c’è la irriducibilità. Per l’antisemitismo montante, di cui ancora non si avverte la radicalità, dice Romani. O non parte di esso? Non una difesa pre-emptive, ma la radicalizzazione di una differenza? Tra il rifiuto, fino all’odio-di-sé di Theodor Lessing, e la glorificazione.
Matrimoni non d’amore e tra confessioni diverse si sono sempre fatti senza drammi. Anche tra cattolici e ebrei: la chiesa imponeva il battesimo dei coniugi e l’impegno al battesimo dei figli, ma non esercitava speciali inquisizioni al riguardo. Senza contare i tipi alla Mariannina, la vergine che si immola all’ascesa sociale, la quale ragiona di suo: “Se fossi in Turchia mi farei turca”. Cinica, si direbbe, ma poi no: la sua non è una vittoria, “vincere tutte le antipatie, tutti i pregiudizi”? La differenza è insorta in ambito limitato, europeo, e europeo occidentale. Per il nazionalismo che ha caratterizzato per un secolo abbondante, fino alla Germania di Hitler, questo particolare Occidente. Di cui l’ebraismo ha mediato, per il bene e per il male, i germi. Che inevitabilmente sfociano nell’etnicismo, anche se la razza è di difficile delimitazione, e comunque contrasta con i diritti di uguaglianza.
Il tema è come Pirandello lo denuderà presto nella novella “Un goj”, 1922: un Levi che ha mutato il nome in Catellani e “s’è imparentato con una famiglia cattolica, nera tra le più nere”, finisce in un groviglio di intolleranze. Qui il “gojsmo” non è rovesciato, come nel sarcastico Pirandello, ma viene implicato come differenziazione etnica. Proposto e sofferto da buoni ebrei, cittadini eccellenti, ma non osservanti - non frequentano le Scritture, che non praticano, e non celebrano le pie pratiche.
Enrico Castelnuovo, I Moncalvo, Interlinea, pp. 241 € 15

giovedì 5 dicembre 2019

Ombre - 490


Un Consorzio Universitario di Agrigento si è affidato a Mifsud, l’uomo del Russiagate, sedicente professore maltese, per creare una università euromediterranea. Sembra una bufala leghista contro il Sud, e invece è vero.

Mifsud non ha fatto niente, e si è speso 200 mila euro del Consorzio in tre anni tra viaggi, cene e telefonate – con cinque blackberry. Senza nessun controllo, solo ora, dopo due anni che è sparito.

La storia di Mifsud ad Agrigento è anche buona: un consorzio universitario che può dilapidare 200 mila euro per cene e telefonate di un “professore”. 
Sempre che il Consorzio non sia un’altra copertura dei servizi segreti – perché allora uno si dovrebbe chiedere: servizi a chi?

“Clima malato: tra i paesi con più vittime c’è anche l’Italia”. Al sesto posto per numero di decessi, poco meno di ventimila (19.947) nei venti anni 1999-2018, riconducibili a eventi naturali, temporali, alluvioni, esondazioni, terremoti. In realtà al dissesto idrogeologico, ai mancati interventi infrastrutturali, e all’edilizia obsoleta o non a norma. Ma questo non è ritenuto un delitto, nemmeno un errore, a fronte dell’effetto sera.  

Va il Pd al governo, l’unico partito che (forse) sa cosa succede nel mondo, e chiede di firmare il Mes senza ah né bah, si disinteressa della Libia, si disinteressa dell’immigrazione, non sa nulla della Cina, e non si occupa di Trump, dei dazi, della Nato. Ma l’Italia non è così provinciale, questa era la (vecchia) Dc.

Il pareggio del Sassuolo in casa della Juventus ha pagato un notevole 5.50. Con la vittoria – Sassuolo vinceva dopo la papera di Buffon, l’arciportiere - avrebbe pagato 9.50. Poi lo stesso Sassuolo in casa si è fatto beccare dal Perugia, squadra da poco tornata in serie B e nome solforoso di scandali di ogni tipo, compreso perfino Paolo Rossi. Tutto ok, siamo sicuri?
Non si scommette più: questa sì che è una notizia.

Nessuno spiega sui giornali, lasciamo stare le tv, cosa è esattamente il Mes e come funzionerà. Non sul “Corriere della sera”, non su “la Repubblica – nemmeno sul “Sole 24 Ore”. Benché la Banca d’Italia abbia esplicitato da tempo le riserve. E sia facile anche saperne di più attraverso le banche, che hanno addetti alla comunicazione molto attivi. Solo le beghe tra Conte e Salvini vengono illustrate. Che interessano a chi?

Roberto Perotti s’incarica su “la Repubblica” - tre giorni dopo il focoso dibattito parlamentare sul nulla - di spiegare il Mes. Dando addosso a Salvini: le cifre non sono quelle che dice il capo della Lega. Ma dandogli ragione: la ripartizione dei fondi ha favorito, potrebbe favorire, le banche tedesche. Ma in misura ridotta, intendiamoci, per alcuni miliardi. Cioè?
Perotti è un economista, non è un ingenuo. Forse nemmeno cattivo. È uno del Pd, confuso.

Convocato in audizione in Parlamento il governatore della Banca d’Italia Visco conferma il rischi che il Mes imponga una ristrutturazione del debito: “I benefici contenuti e incerti di un meccanismo per la ristrutturazione del debito vanno valutati a fronte del rischio enorme che si correrebbe introducendolo: il semplice annuncio di una tale misura potrebbe innescare una spirale perversa di aspettative di insolvenza, suscettibili di autoavverarsi”. Ciononostante, lo assolve. Senza cioè che nessuno, a Bruxelles o altrove, escluda la ristrutturazione del debito.

Mentre Visco parlava a Roma, il presidente dell’Eurogruppo Centeno a Bruxelles chiudeva la riunione dei ministri del Tesoro liquidando qualsiasi obiezione o interpretazione restrittiva del Mes: “l’accordo per il nuovo Mes è stato chiuso a giugno, e va firmato tra un mese”.

Visco ha detto anche di più. Ha lamentato la mancanza di “un disegno organico di completamento dell’unione monetaria”. E il mancato completamento dell’unione bancaria. Non riesce a collegare le due “mancanze” – che sono rifiuti espliciti, non dimenticanze, della Germania – con il Mes.

Flaubert da ridere

Tra Lourdes e Fatima, i pastori  “tutti stregoni. Hanno la specialità di parlare con la Santa Vergine”. L’asfalto “ha soppresso le rivoluzioni: impossibile fare le barricate”. Lo champagne “provoca l’erotismo della gente da poco. La Russia ne consuma più della Francia”.  L’ottimista è “equivalente di imbecille”.
Flaubert spurga, uno scemenzario lungo una vita, qualche volta anche faceto. Brune - “più calde che le bionde (v. bionde). Bionde - “Più Calde delle brune (V. Brune)”. Nere - “Più calde delle bianche (v. bionde  e brune)”. Crociate - “Sono state benefiche per Venezia”. Borsa - “Termometro dell’opinione pubblica”. Cigno – “Canta prima di morire”.  
Non granché – ci sarebbe di peggio, nella lingua che si parla e si scrive senza riflettere. Con le illustrazioni, di Giancarlo Ascaro e Pia Valentinis, un po’ meglio.
Queste edizione recupera uno scritto di Flaubert che spiega la raccolta come una “vendetta”. Contro la fatuità della conversazione, che si sviluppa per frasi fatte: “Un’apologia della trivialità umana”, ma “ironica e stridente”
Arbasino ne aveva fatto un aggiornamento-rivisitazione: le frasi fatte di oggi erano le stesse.
Gustave Flaubert, Dizionario illustrato dei luoghi comuni, Centauria, pp. 115 € 18

mercoledì 4 dicembre 2019

Ecobusiness – verde marcio elettrico

Ci vuole il cobalto per le batterie a ioni di litio, a lunga durata, che è caro ed è estratto in Congo dai bambini. Questo si sa ormai da un lustro e forse due, ma non si rimedia.
Alle origini dell’auto elettrica è l’industria petrolifera. Con la crisi petrolifera del 1973, la guerra del Kippur e la paura del Medio Oriente, dove il petrolio si trova, nasce la teoria della fine delel fonti di energia fossili, e la Exxon-Chase Manhattan Bank (Rockefeller) lanciano le ricerche per l’auto elettrica.
Non bastano venti auto elettriche a compensare l’inquinamento prodotto da un Suv.
Le case automobilistiche che non non hanno modelli Suv sono fuori mercato.
Carlo Buontempo,  climatologo romano a capo della sezione Cambiamento Climatico del programma europeo Copernicus, che da cinque anni monitora la salute della terra con un sistema di satelliti, è contento di armare la sua barca a elettricità. Non a vela, sempre a motore, ma con 100 chili di batterie invece di un paio di litri di gasolio.
E come si produce l’elettricità? Le biomasse, la fonte alternativa (al petrolio) più diffusa – bruciare i materiali vegetali di risulta, e anche qualche albero, perché no, anche molti – accrescono le emissioni di CO2 rispetto ai combustibili fossili. In centrale e come pellet di legno. Si privilegiano semplicemente non contando le emissioni di CO2. E si moltiplicano grazie ai fortissimi incentivi per le fonti “rinnovabili”.
Il “tutto elettrico” è stato la politica francese, con Edf, allora monopolista, all’indomani della crisi del petrolio del 1973. Un modo per varare un gigantesco piano nucleare, con la costruzione di una trentina di centrali, oggi obsolete, eccetto che per il trattamento dei rifiuti – analogo programma italiano fu bloccato da un referendum.

Presi nella rete - i monopoli internet

“Finché al capitalismo di sorveglianza e ai suoi futuribili mercati comportamentali  si consente di prosperare, il possesso dei nuovi mezzi di modifica comportamentale eclissa il possesso dei mezzi di produzione come la fonte della ricchezza e del potere del capitale nel secolo ventunesimo”. Con accenti paleo marxisti, da vecchio partito Comunista, una requisitoria biblica, ma fondata sui principi  economici, della scienza economica. Anche perché il paleomarxismo è una forma estrema di liberalismo, il cui esito finale è l’anarchia, e non per caso la voluminosa ricerca è pubblicata in Italia, un’operazione editorialmente impegnativa, dall’università liberale per eccellenza.
L’approccio di Zuboff, la maggiore esperta di psicologia sociale, emerita a Harvard, alle promesse e allo stato di internet è anzitutto etico, cioè politico. Ma l’evidenza che porta è economica. È l’analisi pronta, intuitiva ma meticolosamente illustrata e provata, di come Amazon, Google e Instagram, Facebook e Tweet (doppiati in questi dicotto mesi dal licenziamento del volume dalle centrali cinesi, n.d.r.), tutte le forme del nuovo capitale della comunicazione, massificano l’individualizzazione dei consumi. Uno sviluppo che che ha poco o nulla dell’“inevitabilismo” tecnologico, e molto invece dell’“orientamento economico” di Max Weber, di una “azione economica”. Cioè di una politica gestionale, cui la tecnologia solo offre “i mezzi appropriati”. Per un meccanismo semplice già individuato da Durkheim, che la produzione (il capitale) si adatta alle “nuove condizioni di esistenza”che lo sviluppo tecnico viene via via creando, impadronendosene.
I monopoli della comunicazione se ne appropriano con la parcellizzazione della funzione di consumo, la singolarizzazione, e col tracciamento dei comportamenti e gli orientamenti più reconditi e le pulsioni. E si affermano, all’istante, per il bisogno dell’utente-consumatore di uscire  dal consume di massa: se ne appropriano l’esigenza, e la massificano. Con ramificazioni più sottili ed estese di ogni altro mercato mai esistito.
I comportamenti, una miniera
Questo lo vede ognuno. Internet è presto diventato, da pascolo di libertà, una minuziosa e gigantesca rete di controllo. Filosoficamente, o come sociologia della comunicazione, lo sviluppo è stato pensato da Marshall McLuhan, con “La galassia Gutenberg”, 1962, sul passaggio dall’oralità alla scrittura, e dal sociale o comunitario all’individuale, e con “Gli strumenti del comunicare”, 1972, sulla creazione del “villaggio globale”. La rete è presto evoluta nella forma del “Truman Show”, 1998, del villaggio globale chiuso in una bolla totalitaria.
Sono cadute pesto le prime-pie illusioni, che il mercato dell’informazione in rete, senza frontiere, avesse intriseca “una qualche forma interna di contenuto morale”, che essere “connesso” è “qualcosa di intrinsecamente sociale, innativamente inclusivo, o naturalmente tendente alla democratizzazione della conoscenza. La connessione digitale è ora un mezzo a scopi commerciali di altri”. A fini di profitto. Profittando di “eventi storici, quando l’apparato nazionale di sicurezza allarmato dagli attacchi dell’11 settembre fu portato ad alimentare, imitare, proteggere e appropriarsi le capacità emergenti del capitalismo di sorveglianza a scopo di conoscenza totale e per  la sua promessa di certezza”.
Un meccanismo subito esteso a tutta l’economia internet – a tutta l’economia, va aggiunto, la rete è un servo invadente. Non c’è un mercato, uno scambio, spiega Zuboff con serie interminabili di casi. Noi non siamo i clienti del capitalismo di sorveglianza, siamo la sua miniera, a cielo aperto. E non è solo questione di soldi, non di prendi i soldi e scappa: è un sistema che si viene costruendo sopra la società globale.
I nuovi poteri
Si è sviluppato a velocità utrasonica un “mercato”, il “capitalismo della sorveglianza”, che si impadronisce dei dati personali di ognuno e dei suoi comportamenti e li trasforma in dati di comportamento a fini commerciali. Per ora commerciali, ma già – Russiagate, Oxford Analytica e altre interferenze – politici, se non ancora di sistema: il big data come riserva di potere politico, per molti aspetti assoluto, incontrollabile cioè e inevitabie. Siamo già al controllo dei comportamenti economici o di consumo, si punta alle emozioni e alle voci, veicoli di promozione-indottrinamento.
 “Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” è il sottotitolo. Ambizioso programma, forse in funzione scaramantica – il futuro non sembra, come il presente, apocalittico. La stessa studiosa ha individuato, analizzato, sistematizzato tre diversi futuri nell’arco di trent’anni, o poco più, come lei stessa ricorda. Ora siamo nella fase in cui l’ingegnoso, benevolo, benefattore Google, che ci fa trovare tutto con un clic, mette a frutto plurimiliardario la conoscenza che con i clic si fa di noi. Cosa mangiamo, cosa compriamo, chi vediamo, dove abitiamo, per chi (presumibilmente) votiamo.”
“Già nel 2018 nel 1018 le presupposizioni della Società Informata erano via col vento”. Dove sono finite? “La Società Informata, come altri progetti visionari,immaginava un futuro digitale che potenzia gli individui a condurre una vita più reale e attiva”. È il contrario che è avvenuto: è “l’oscuramento del sogno digitale e la sua mutazione rapida in un vorace e del tutto nuovo progetto  commerciale che io chiamo capitalismo di sorveglianza... Dall’analisi al controllo e alla gestione”. Un affare colossale: “Alla fine del 2018 il mercato globale della «casa intelligente» era valutato a 36 miliardi di dollari, e si prevedeva che giungesse ai 151 miliardi nel 2023”.
Orwell, e Deleuze
È Orwell, “1984”, qui abbondantemente citato: i numeri dietro l’ideologia. E Deleuze, che Zuboff invece trascura, “Poscritto sulle società di controllo”, pubblicato prima in “L’autre Journal”, poi in “Pourparler”, 1990, che a seguire sulla “società dei consumi” e la “società dell’informazione” vedeva quella del controllo.
Siamo definitivamente nell’“età della sorveglianza”, o del controllo, occhiuto, invasivo, penetrante, costante? La dizione è già nel linguaggio comune americano, avendo rapidamente soppiantato quella di “età dell’Ict” o “dell’informazione”. Ed è oggi, non nel Sette-Ottocento di Foucault, la “vera società” della sorveglianza. Non della sorveglianza come atto punitivo, ma come atto comune, corrente, commerciale, “naturale”. Come la mente (l’amicizia, la parentela, gli interessi culturali, gli hobbies, il lavoro e il tempo libero, l’occupazione e lo svago, gli affetti e le passioni) è sfruttata per carpire dati. Un procedimento che a sua volta reagisce sulla mente, condizionandola, cambiandola, anche rapidamente, anche radicalmente. Un’architettura globale di sorveglianza. Non poliziesca, commerciale. Ma tale da indurre poi i comportamenti, in automatico o quasi, invece che sanzionarli. Ubiqua, altra novità, continuativa, senza soste. E invasiva, senza eccezioni o riguardi.
Liberale e libertaria contro il liberismo
La Bibbia del nuovo populismo. Del ritorno al rispetto dell’individuo e dei popoli, delle differenze. Non marxista negli esiti, non socialista: liberale e libertaria nell’impianto, di radicale condanna del liberismo – che come si sapeva quando l’economia politica era una scienza approda inevitabilmente al monopolismo, allo sfrutatmento intensivo e illimitato.
Zuboff riassume gli esiti della sua ricerca prima di cominciarne l’esposizione, all’ipotetica voce “Capitalismo di sorveglianza” di un nuovo dizionario. Con ben otto significati, altrettanti capi d’accusa in una teoria liberale del mercato, radicali. “Un nuovo ordine economico”, che fa dell’“esperienza umana la sua materia prima”. “Una logica economica parassitaria”, che la produzione di beni e servizi subordina “a una nuova architettura globale di modifica comportamentale”. Una “furfantesca mutazione del capitalismo, segnata da concentrazioni di ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti”. Una “economia di sorveglianza”. Una “minaccia alla natura umana”. L’origine di “un nuovo strumento di potere” sulla società e la “democrazia di mercato”. Un movimento “inteso a imporre un nuovo ordine collettivo basato sulla certezza totale”. “Un esproprio di cruciali diritti umani” come “un golpe dall’alto: il rovesciamento della sovranità popolare”.   
Uno scontro di due forme opposte di populismo, alla fine: quello liberale e quello liberistico, del popolo dei digitanti. Una conclusione che però Zuboff evita – la sua conclusione, “un golpe dall’alto”, è da terzomondismo, quando usava: dei frequenti, inevitabili?, colpi di mano che lo contrassegnavano, sotto questa o quella bandiera, popolare, democratica, socialista, eccetera, ma tutti di dittature, personali.
L’esposizione, appassionata, comincia dalla coda, dal futuro: se “il futuro digitale” non sarà “patria”, per i più, “o esilio”, se non saremo “operai o sudditi”, “padroni o schiavi”. Un Armageddon prospettando, il luogo dove i cattivi re, complici della Bestia, confluiscono per la guerra contro Dio. Un Behemot hobbesiano in chiave digitale.
Con un indice dettagliato dei vari capitoli, centocinquanta dense pagine di note, e un fitto indice dei nomi e le parole chiave.

martedì 3 dicembre 2019

Ecobusiness - verde marcio alimentare

Il consumo di carne (l’allevamento) è tra i principali colpevoli del cambiamento climatico. C’è la carne senza carne, di proteine vegetali. Riduce il colesterolo, e l’effetto serra, ma introduce più grassi, e più sodio e più calorie, e i tumori. Che altro? Si sostituisce il latte vegetale a quello animale. Consigliato come dietetico, il latte vegetale, che all’80 per cento è acqua, si vende a due volte, e anche quattro volte, il latte animale.
E questo è il meno. È evidente a tutti che la chimica nell’alimentazione ha moltiplicato le patologie, le specie e il numero – non c’è alimentazione  senza chimica, anche a coltivare personalmente l’orto e tenere il pollaio. Ma non è materia del forum Onu di Madrid.
Non c’è ricerca sugli effetti della chimica sulla salute. Cesare Maltoni, l’oncologo bolognese che si è dedicato a questi studi, analizzando la tossicità di oltre duecento sostanze chimiche, è un isolato e quasi una bizzarria, meritevole di un bio-doc, “Vivere che rischio”. La cancerogenesi dell’industria alimentare, che è il solo fattore certo della diffusione dei tumori, è materia non trattabile.

Una risata sul puritanesimo

Una risata sul puritanesimo Il Woody Allen delle origini. A quarant’anni da “Manhattan”, ci riprova – “senza monossido di carbonio non so vivere”. La metropoli per antonomasia facendo rivivere come un paese, tra incontri e visite occasionali, sorprendenti per le abitudini spersonalizzate del vivere cittadino, tra alti (grandi alberghi, grandi ricevimenti, il parco sontuoso) e bassi (marciapiedi, ombrelli, poker, compagni e compagne di scuola). E come ai vecchi tempi, da cabarettista e commediante, delizia con un seguito di battute.
Due ragazzi, che da un’università di provincia si fanno un un week-end a New York, sperimentano in poche ore, in un concatenarsi casuale di eventi, mezza America: il mondo del cinema, anche alternativo, quello del college, il Nord e il Sud, il democratico e il repubblicano, la ricchezza dei parvenus o Sogno Americano, dell’ebraismo compreso, l’alcol a ogni passo. Col parco e la pioggia che fanno di New York, dell’America, una bellezza malinconica.
Sui toni della malinconia, ma è un calcio di Allen al puritanesimo di ritorno negli Stati Uniti,  dall’Arizona desertica al college sperduto nelle nevi del New England. Che il film hanno non per caso messo all’indice, a partire dallo stesso produttore, Jeff Bezos di Amazon – il più grande sfruttatore di manodopera dal primo Ottocento: ci guadagna di più non facendo distribuire il film... Non cattivo ma feroce con la vergine americana.
Woody Allen, Un giorno di pioggia a New York

lunedì 2 dicembre 2019

Ecobusiness – Verde CO2

Stati generali del clima e impegni solenni a Madrid. In un clima da fine del mondo. Con India e Cina che moltiplicano le centrali a carbone, le più produttive e meno costose. Le più inquinanti?
Le centrali a carbone di Cina e India, che le moltiplicano malgrado gli impegni presi a Parigi, potrebbero salvarci dall’effetto serra. Non è un paradosso e non è una bufala: è un fatto. E significa che la polemica antindustriale con cui il business verde o della sostenibilità si promuove è solo un aggiornamento delle guerre fra monopoli industriali, e può fare danni.
Fino al 1975, per almeno 35 anni, malgrado la guerra, la mobilitazione industriale bellica, e e la superproduzione del lungo boom postbellico, anche sgangherata, senza controlli delle emissioni, la temperatura terreste fu in diminuzione. Lieve, ma allarmante. E misteriosa: l’ipotesi più accreditata fu che il particolato di solfato rilasciato dal carbone riflettesse nello spazio l’energia del sole, la rimandasse indietro. Ma incrementava le piogge acide. La decarbonizzazione ha fatto sparire le piogge acide, ma contemporaneamente ha portato al rialzo la temperatura del gloco.
Nel quasi mezzo secolo dal 1975 la temperatura media è aumentata di poco più di mezzo grado, di 0,6° C. Non è poco ma non è allarmante. E gli studi più accreditati ne danno merito all’uso estensivo del carbone nei grandi paesi asiatici, da quando hanno accelerato il decollo economico: India e Cina sarebbero leader dell’antinquinamento con le loro centrali a carbone perché le imponenti emissioni di solfato ritardano il riscaldamento da gas serra.
Uno studio, che porta la firma di otto ricercatori di vari paesi, pubblicato sull’autorevole “Geophysical Reserach Letters”, “Climate Impacts from a Removal of Anthropogenic Aerosol Emissions”, si conclude con questa minaccia: “La rimozione dell’insieme delel emissioni aerosol del mondo potrebbe aggiungere 0,7°C alle temperature globali”.

Letture - 404

letterautore


Bach – È “arabogotico”, A. Savinio, “Scatola sonora”: bello, checché voglia dire.
E non è profondo – ancora Savinio: “Il contrappunto è nella musica ciò che la dialettica è in filosofia. È la dimostrazione del principio che «da cosa nasce cosa»” come uno che fischiettasse, sovrappensiero. “Il contrappunto, e così la dialettica, vanno a scapito della profondità. Ed è appunto questa mancanza di profondità di Bach, questa sua ingenua serietà, questo suo «non costituire pericolo», che fanno il suo fascino e giustificano l’attrazione che ch’egli esercita ormai sulla borghesia”.

Barba – Riportata in auge e anzi imposta dal messianismo islamico, di vaie confessioni o sette, sciite, ismailite, sunnite salafite, fu il segno distintivo della maschilità per tutto l’Ottocento, con poche eccezioni, quasi tutte di letterati. Marx se la fece radere, insieme con la folta capigliatura dei ritratti, ad Algeri, quando vi andò in vacanza dopo la morte della moglie, ed era vecchio e malato, scrivendone a Engels il 28 aprile 1882 in questi termini: “Ho messo da parte la mia barba da profeta e la parrucca in testa”.
Si argomenta anche su questo punto in “Grand Hotel Scalfari”, in questi termini: “Nel 2001 una mostra sulle barbe italiane chiarì che quelle davvero storiche sono tutte ottocentesche, le barbe del Risorgimento: Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele, Cavour, Verdi, ma anche Mameli e poi Carducci. Al contrario, la storia d’Italia del Novecento è decisamente sbarbata, nonostante la barba fiumana di Gabriele D’Annunzio, quella fascio-aviatoria di Italo Balbo  e quella fascio-idealista di Gentile. L’era della Dc fu sbarbata e il Pci aveva un pensiero ben rasato”.

La barba è vecchia materia di discordia. Per Marx il suo avvento segna la fine della borghesia: “La rivolta degli uomini moderni con la barba sta minando le basi su cui la borghesia focalizza la sua attenzione. La sua caduta e la vittoria della barba sono ugualmente inevitabili”.
A Bessarione costò il papato: entrò papa al conclave del 4 aprile 1455 alla morte di Niccolò V, ma la barba indispose i cardinali. La chiesa restò così divisa, latina e ortodossa, che Bessarione avrebbe unificato. Benché danneggiato dalla barba greca, Bessarione fu più volte per diventare papa. Ma sempre la Francia glielo impedì. Nel conclave di Callisto III, nel 1455, l’elezione fu bloccata da Alain de Coëtivy, cardinale d’Avignone. Nel 1472, narra Benedetto Orsini, vescovo di Alessio in Albania, nella “Verità essaminata”, “permise Iddio che il detto cardinale finisse in breve tempo la sua vita, con grandissimi dolori colici, e tutti l’altri suoi seguaci finirono con poca loro riputazione l’un dopo l’altro”: reduce da un’ambasceria al re di Francia Luigi XI, “s’ammalò in Torino, “con sospetto di veleno”, e a Ravenna morì. Lo stesso giorno e degli stessi sintomi del podestà veneziano di cui era l’ospite, Antonio Dandolo – che era sbarbato. 

Una Virgo, fortis, denominata Vilfgefortis, in Germania, tanto pregò di farsi trovare brutta dal promesso sposo, un princiope pagano, che Dio la accontentò facendole crescere una folta barba. Così è raccontata da Fo in “Dario e Dio”, p. 143: la barba “fece fuggire a gambe levate il fidanzato e infuriare come una belva suo padre. Non sapendo più che farsene di quella vergine irsuta, pensò bene di crocifiggerla in nome di quell’intervento divino tricologico”.

Bembo - Viaggiava molto per studiare. Dappertutto a caccia di donne, il futuro cardinale ne era avido, i suoi amici per questo lo soprannominarono il Motta, per assonanza con potta. La sua studiosa Carla Rossi Bellotto arguisce che l’appellativo derivasse da una sua proprietà in campagna, ma il doppio senso è chiaro - la rima è ancora quella in tarde canzonette di Rossini negli anni 1850, quale “Hai la sottana”: “Hai la sottana\stracciata e rotta,\mostri la po…,\mostri la po…,\mostri la povera tua condizion”.
La pratica usava per sgombrare la mente alle amate dissertazioni sulla lingua, come annotava all’epoca un chiosatore anonimo delle lettere dei suoi amici, il Caro, il Molza, l’Aretino, il Bronzino: “Il Motta, amando più donne a un tratto, amava senza passione e perciò il suo giudizio non era corrotto”.

Chesterston – “Di “sottile, astuto filisteismo, che ce lo rende così odioso” per Soldati. A proposito di “Scrittori inglesi e americani” di Emilio Cecchi, 1935, la raccolta di saggi. Soldati non perdona a Cecchi la “professione” di cattolicesimo: “Il cattolicesimo, fra gli intellettuali di oggi, è l’ultimo rifugio dei più scettici e sfiduciati”.

Immigrati – Nei tanti sceneggiati Ra che si vedono, a Torino Aosta, Matera, Prato, non c’è mai una faccia di immigrato, nemmeno per caso – giusto un gruppo di contorno, in un episodio di “Pezzi unici”, di africani in un programma d’integrazione. Anche se ve ne sono tanti, per esempio a Prato. Ce n’erano invece nei Montalbano di vent’anni fa, in Sicilia, parte del contesto.

Leggere – “Per me leggere è un piacere. Continuo a ignorare il contenuto di libri che ho letto. E persino di quelli che ho scritto” – U.Eco, alla Fiera del libro di Torino dieci anni, alla presentazione con Jan-Claude Carrière del loro libro “Non sperate di liberarvi dei libri”.

Scrivere – È “scavare un pozzo con un ago” per Orhan Pamuk, che Gianluigi Beccaria molto apprezza , traendone il titolo del suo “Intorno al mestiere di scrivere”. Ma è uno “scavo” o non piuttosto una passeggiata, con e senza meta, un trekking al buio?

Sessantotto - Il “partito dei fiori e degli usignuoli” è di Heine, che voleva la giustizia coniugata con la bellezza.

Stendhal - Beyle divenne Stendhal a 34 anni. Per scrivere articoli di giornale. Non è mai troppo tardi?

Verdi – Verdi “in una foto del 1855 circa” nel programma di sala di Santa Cecilia è tutto un altro.  Chiaro, fronte ampia, occhi e capelli chiari: un biondo, seppure padano. Cambia molto anche della lettura dell’arista, della sua musica.

Viaggiare – “Il viaggio è un sentimento, non soltanto un fatto”, M. Soldati,”Viaggi di letterati” (in “appendice a “Viaggio a Lourdes”).
C’è chi viaggia per passare il tempo, riflette Soldati, un “breve edonismo” – che rimprovera a Aldous Huxley: “L’incanto del viaggio per me è precisamente l’opposto. È un incanto attivo, non passivo. È il potere, che ogni viaggio ha, di turbare e sconvolgere tuta la vita”.

Yiddish – Per Manldel’stam (“Il rumore del tempo”, 1925, p. 33), “lingua melodiosa, interrogativa, sempre stupefatta e delusa, con accenti marcati sui semitoni”. Stupefatta dunque, ben prima dell’Olocausto: gli ebrei si sorprendono a essere tedeschi.

letterautorer@antiit.eu

Alla radice delle guerre di religione

Un racconto scomodo, un pamphlet in forma di racconto. Da parte di un autore poco politicizzato, Anatole France, e non sospetto di antisemitismo (uomo del cuore di Léontine Lippman, sposata Caillavet, la futura madame Verdurin di Proust, scrittore apprezzato da Proust, che ne farà Bergotte) sosterrà con questo racconto-parabola che l’intolleranza e la violenza si generano per la fede nel Dio unico, con corteo inevitabile di popolo eletto.
Riscoperto cinquant’anni fa da Sciascia, che ne fece anche la traduzione, come il “racconto perfetto”, il “Procuratore di Giudea”, qui tradotto come “Prefetto”(il titolo e la funzione  reali di Ponzio Polato, che Flavio Giuseppe, a cui France si rifà, scfambia per Procuratore), è oggetto da un paio d’anni di continue riedizioni, almeno quattro. Questa, in originale con traduzione, si avvale di una predentazione di Giovanni Iudica, il giurista della Bocconi. Che ne fa una perorazione contro l’intoleranza, seppure al modo quieto, non militante, di France.
La figura di Pilato, più che il suo vero titolo o la sua funzione, attrae da qualche tempo: Caillois prima di Sciascia, e poi Agamben, Schiavone.
Anatole Fance, Il prefetto di Giudea, La vita Felice, p. 62 € 7

domenica 1 dicembre 2019

Ecobusiness - Verde marcio promozionale

L’ambiente è in cima alle “scalette” mondiali delle priorità, politiche  e personali, e se ne fanno convegni mondiali, dal Brasile ora a Madrid, ma solo come nuova attività economica – promozionale di nuovi business.
Impegni solenni quattro anni fa a Parigi sul clima, e inquinamento moltiplicato successivamente a casa. Negli Stati Uniti di Trump ma anche, e soprattutto, in Cina, che continua a costruire centrali e carbone. E impone l’elettrico perché ne costruisce, a grande inquinamento, le batterie. Materiale tossico, che sarà alimentato dalle centrali a carbone.
I Coldplay dicono “basta concerti”, inquinano. Per vendere il nuovo disco?
Lo stesso Jovanotti: prima fa i concerti sulle spiagge poi dice stop ai concerti. Che in inverno, certo, non si possono fare.
Si finanziano abbondantemente a fondo perduto le fonti di energia “rinnovabili”, biomasse, voltaico, eolico, che tutte sono comunque inquinanti, qualcuna anche più dei combustibili fossili, e costano un’enormità. Si vede in Italia, dove la decarbonizzazione si riduce invece di incrementarsi, malgrado gli enormi sussidi.

Quanti segreti, fra Andreotti e i servizi segreti

Per il centenario della nascita di Andreotti, il Master in Intelligence dell’Univesità della Calabria a Cosenza si è inaugurato quest’anno con un seminario su Andreotti e lo spionaggio. Si è partiti dalle primissime esperienze, come sottosegretario di De Gasperi, che lo incaricò nel 1947 di gestire per suo conto l’Ufficio Zone di Confine. Per arrivare agli ultimi suoi atti di governo con riflessi internazionali, al tempo della riunificazione tedesca e dello scioglimento dell’Urss, e al rapporto sempre scabroso con la Libia di Gheddafi.
Il convegno è solo un inizio, e per questo è promettente: gli archivi personali di Andreotti, ha spiegato l’ultimogenita Serena, che presiede l’Archivio Andreotti, si compone di 3.500 faldoni  di appunti, annotazioni, diari, documenti, conservati dal 1944 in poi. Il Master è quest’anno alla nona edizione, avviato a Cosenza da Mario Caligiuri nel 2007, col patrocinio e l’interessamento di Cossiga. Avrà modo, quando gli archivi saranno aperti, di accertare i punti controversi. Ma quello che era più interessante è rimasto fuori dal convegno, a partire dal rapporto di Andreotti con lo stesso Cossiga.
Quattro relazioni, di Paolo Gheda (università di Aosta), Vera Capperucci (Luiss), Luca Micheletta (La Sapienza) e Tito Forcellese (Teramo), hanno spolverato i lunghi decenni della guerra fredda, campo eminente di esercitazione dei servizic segreti, e il rapporto di Andreotti con la Libia di Gheddafi, specie nei sei anni, dal 1983 al 1989, in cui fu agli Esteri, dapprima con Craxi infine con da De Mita, suo nemico acerrimo. Il più curiosamente è stato lasciato fuori. Il tema cui ha accennato Stefano Andreotti, il secondogenito, leggendo alcune pagine inedite di diario, e sui “casi emblematici di Guido Giannettini e Mi.Fo.Bali”. Un tentativo quest’ultimo denunciato da Andreotti, va ricordato, per utilizzare gli “sfioramenti” (tangenti) sul petrolio libico a sostegno di alcune correnti politiche in Italia. Una denuncia speculare a quella, invece, che il partito Socialista monterà contro Andreotti, sempre a proposito del petrolio libico – lo scandalo cosiddetto Petromin. Sarebbe stata la traccia più interessante.
Il “dossier Mi-fo.Biali” è parte della lotta spregiudiata, scoperta, non si sa ancora se di difesa o di attacco, che Andreotti condusse nel 1974 contro Moro, allora leader princeps della Dc, con interviste pubbliche, da ministro della Difesa di Rumor, attaccando frontalmente il capo del Sid, il generale Miceli, uomo di Moro. Di difesa probabilmente. Cossiga, che si voleva di Moro figlioccio, dirà di Andreotti: “Non gli ho mai sentito dire una parola contro Moro, mentre non posso certo dire il contrario”. Ma, poi, Andreotti non ha mai parlato male di nessuno, se si eccettua Fanfani.
Lo stesso Cossiga dirà nella stessa occasione – un’intervista celebrativa con Cazzullo sul “Corriere della sera” del 9 gennaio 2009 per i novant’anni del senatore a vita: “Quando divenne ministro della Difesa un suo amico militare gli consigliò: «Occupati di tutto, tranne che di commesse e di servizi segreti», e lui gli diede retta. Il Massimo esperto di servizi nella Dc era Moro”. Era stato Cossiga da presidente della Repubblica a nominare Andreotti senatore a vita. Ma c’era stato un precedente diverso.
Con Cossiga il rapporto fu riallineato dopo che Fabio Isman, non provvidenzialmente, ebbe al “Messaggero” il rapporto dei servizi segreti da cui era stata strappata una pagina. La curiosità fu più che legittima del giornalista, perché in quella pagina Cossiga informava al telefono Donat Cattin che suo figlio Marco era indagato per terrorismo. Era il 1980, vivo ancora il dopo Moro, le polemiche del dopo Moro, con Cossiga capofila dei trattativisti, mentre Andreotti e il Pci erano stati per la negativa. La telefonata spinse il Pci a promuovere la messa in stato d’accusa di Cossiga in Parlamento, i due rami in seduta comune, per favoreggiamento. L’accusa fu archiviata, con 507 voti contro 406. Cossiga divenne amico di Andreotti. Nella stessa intervista del 2009 ne farà l’elogio a larghissimo spettro: “La Cia non lo voleva” e “Ama giocare a poker, mi ha sempre battuto”.   
Non sono i soli fatti su cui sarebbe stato più opportuno aprire un vero seminario su Andreotti e l’intelligence. Il più importante è la denuncia del “piano Solo” nel 1964, con cui fu accantonata la leadership di Antonio Segni sulla destra Dc. Il piano di golpe militare con cui Segni nel 1964 si sarebbe garantito contro la presenza dei socialisti al governo, attraverso il capo del Sifar generale De Lorenzo. La rivelazione del piano, l’11 maggio del 1967, su “L’Espresso”, porta la firma di Lino Jannuzzi, in accordo col direttore Eugenio Scalfari, entrambi buoni amici di Andreotti. Che era stato a capo della Difesa, e quindi del Sifar, anche se De Lorenzo in qualche modo già rispondeva a Moro, fino a qualche mese prima.
Andreotti si è fatto strada nella Dc lentamente, dopo la partenza lampo con De Gasperi. Da isolato, contro tutti. Contro Fanfani da subito, subito dopo De Gasperi, ma senza duello rusticano, il Senatore si è suicidato da solo, più volte – modello Renzi oggi. Di Moro e Cossiga si è detto. Forlani è finito in tribunale.
Tutta la DC è finita in tribunale, dopo la mancata elezione di Andreotti al Quirinale a maggio del 1992. Per Tangentopoli. Eccetto gli andreottiani, né a Roma né altrove – giusto Cirino Pomicino, che però ha pagato per altri aspetti.
Giulio Andreotti e l’intelligence, Università della Calabria, Master in Intelligence