sabato 4 gennaio 2020

Ombre - 494

Si sono letti per anni commenti critici o sgomenti sul ritiro americano dal Medio Oriente, e ora che il capo del terrorismo iraniano muore sotto l’attacco ordinato da Trump, si finge timore e tremore. Ignoranza non è - sanno tutti chi era Suleimani. È il cupio dissolvi. Che però è sempre servile, anche se non sa a chi – all’islam (e a quale islam)? all’antiamericanismo vaticano? al reducismo Pci?  

Il generale Suleimani, organizzatore delle milizie speciali iraniane, ha fatto decine di migliaia di morti in Iraq, alle moschee e le madrasse sunnite di preferenza. Migliaia di morti americani, in Irak e in Siria – oltre ai tanti siriani oppositori di Assad. Centinaia di morti in Iran nel mese di dicembre, su cui ha imposto la censura più stretta. Ma di questo non si legge oggi su “la Repubblica”, poco sul “Corriere della sera”. Il generale è un eroe e un padre della patria.

Per caso “La Lettura”, il settimanale del “Corriere della sera”, ha oggi due pagine sul regime perverso degli ayatollah in Iran. Ma il quotidiano nelle sue tante pagine dedicate all’evento non ne tiene conto.

L’informazione in Italia, nei grandi giornali e alla Rai, è sempre compromissoria. Fatta di antiamericanismo vaticano e picista, e terzomondismo sciocco - ignorante. Si finisce così per essere laudatori del khomeinismo. Che se vuol dire qualcosa, è “morte all’Occidente” – un regime che governa con le forche.

Conte fa in modo da uscire sui giornali ogni giorno, gratuitamente. Brinda con gli operai dell’ex Ilva alla vigilia, visita la prima neonata del 2020, eccetera. Come già Veltroni. Una tecnica promozionale che però era dello scià di Persia, di Saddam Hussein, di Gheddafi, ed è di Erdogan: ogni giorno è il loro giorno. Ma  giornali pubblicano compiacenti, i giornali in Italia, nel 2020.

Coppi vs. Bongiorno, dunque, nel processo per le morti delle due ragazze a Corso Francia a Roma. Gli avvocati che hanno fatto assolvere Andreotti dalle complicità in Sicilia con Salvo Lima e i Di Salvo. E ora? La colpa sarà del semaforo?

Mino Raiola, il procuratore re dei calciatori, fa del pupillo Ibrahimovic, che gli riesce ancora di vendere a caro prezzo tirandolo fuori dalla pensione, un olandese. Ripetutamente. Mentre è svedese, a tutti gli effetti – in Olanda ha giocato due o tre anni, molto meno di quanto ha giocato in Italia o altrove. Il grande business del calcio è approssimato.

L’ira di Casaleggio contro i 5 Stelle (che non pagano): “Parlano di lobby e conflitto d’interessi ma mi risulta che 12 di loro abbiano quote in aziende”. A  beneficio delle quali, insinua, “hanno presentato in qualità di parlamentari leggi o emendamenti”. Un bel partito: è l’eterna (piccola) Dc.

Casaleggio non dice naturalmente chi e come, e anche questo è vecchio stile: qui lo dico qui lo nego. Che non è mafia, naturalmente.

Conte si fa intervistare da “la Repubblica” per dire che non immagina per sé “un futuro senza politica”.  Avremo l’Italia degli avvocati? Anche Grillo viene spesso a Roma per contatti con avvocati, lo studio Sammarco (Raggi), lo studio Tonucci (As Roma).

Si rivede “Il traditore” su Rai 1 con una curiosa sensazione. In uno dei tanti processi in cui il “traditore” Buscetta si porta testimone, contro Andreotti, l’avvocato Coppi ne demolisce la testimonianza. La curiosa sensazione è che l’avvocato faccia la parte della mafia, addirittura dei violentissimi Corleonesi.  La mafia non si può giudicare, solo perseguire? Ma allora anche Andreotti non si può – non si poteva - giudicare, solo perseguire.

Pasolini contro l’aborto

Alcuni degli articoli di Pasolini contro la “società dei consumi”. Fascismo è l’“omologazione” culturale. Intesa come standardizzazione, e “come normalità, come codificazione del fondo brutalmente egoista di una società”.
La condanna Pasolini estendeva alla legalizzazione dell’aborto: “Sono contro l’aborto” il “Corriere della sera” poteva intitolare il suo articolo del 9 gennaio 1975. Nel quale, dopo essersi pronunciato a favore degli otto referendum che i radicali proponevano, sull’onda di quello stravinto nel 1974 sul divorzio, spiegava: “Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio”. Una posizione che Pannella, promotore dei referendum, bollava allora curiosamente di “sfascismo”.     
Pier Paolo Pasolini, Il fascismo degli antifascisti, Garzanti, pp. 96 € 4,90

venerdì 3 gennaio 2020

Il bluff degli ayatollah

Visto per una volta il loro gioco, il poker degli ayatollah si mostra un bluff. L’America che mostrano di disprezzare ne ha colpito con precisione l’obiettivo principale, il capo del fanatismo militare dei religiosi. 
I khomeinisti hanno adottato e esacerbato la pretesa imperiale dell’Iran a quarta – perfino terza – potenza mondiale che era del defunto scià. Approfittando delle debolezza dei presidenti americani con i quali si sono confrontati, Carter, Reagan e Obama, o benign neglect. E delle furie inter-arabe, in Libano, in Siria, e dopo Saddam Hussein nello stesso Iraq. Ma sempre minacciando molto, e limitando il fatto. 
La risposta di Trump li ha spiazzati. Non hanno gli strumenti militari per reagire, a parte i missili terra-terra a pioggia, a caso. Contro l’America perdono l’ombrello di Putin. Mentre riattizzano l’animosità araba e islamica anti-sciita, per esempio in Turchia. 
La Shiia predica il sacrificio, ma l’Iran è stanco degli ayatollah: avrebbe dovuto essere la Turchia del Millennio, un paese trasformatore e integrato nei mercati, e ristagna nell’arretratezza, con infrastrutture (strade, acqua, luce) primitive. Proteste spontanee in tutte le città a dicembre sono state confrontate con decine di morti, e la censura più rigida. 
La violenta reazione verbale è il segno della debolezza dei religiosi che hanno sottomesso lIran. Contro Trump è d’uso dire tutto, e non costa agitare folle qui o là per i video. Ma l’Iran è diviso e stanco, e gli ayatollah lo controllano poco.

Ma gli ayatollah sono nemici di tutti

Non si saprebbe dire se è più ignoranza o voglia di resa (disprezzo di sé) o residuo antiamericanismo, ma l’allarme italiano, in tutte le tv e i notiziari, e la paura che si esibisce per le invettive roboanti degli ayatollah è sorprendete. Il tg Rai 1 trascura il terrorismo islamico a Parigi per esaltare il Generale Eroe. Uno che faceva uccidere gli oppositori elevando a mito, delle squallide manifestazioni telecomandate di  Teheran - le prefiche comparse a decine di migliaia. Gli americani riducendo a statunitensi.
Nella escalation irachena c’è il rischio di una nuova guerra, che sarebbe più ampia e coinvolgente di tutte quelle che il Medio oriente ci ha imposto. Il petrolio, le vittime, i rifugiati, siamo già preda del peggio. E in Italia abbiamo (Rai 1) il peso dello squallore vaticano. Ma è anche chiaro che c’è un diritto e un torto. E una forza e una debolezza.
E poi l’Iran non è la luna. Si sa che è governato male, da una dittatura religiosa, che è avventurista, tiene in scacco il Libano, Israele, e in parte la Siria, vuole la bomba atomica, e amministra ogni anno migliaia di impiccagioni. Suleimani era il creatore e lo stratega delle forze speciali iraniane, specialmente responsabili delle migliaia di morti, sunniti, in Iraq. Nonché della guerriglia Hezbollah e Hamas dal Libano e da Gaza contro Israele.

Il mondo com'è (391)

astolfo
Chi ha fatto la guerra – Il 19 settembre il Parlamento europeo ha approvato una mozione della Polonia sulla “importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, in cui si dice che la guerra fu voluta da Hitler e Stalin: il patto Molotov-Ribbentrop, del 23 agosto 1939, “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”. Accomunando nella condanna “le dittature comuniste, naziste e di altro genere”. Una risoluzione che ha suscitato una critica radicale sul “Manifesto” di una ventina di storici e intellettuali italiani, ex Pci e non, da Guido Liguori a Aldo  Tortorella. E ha rischiato una crisi diplomatica, con la Russia, presa nella celebrazione della vittori contro il nazismo. Come dirà tre mesi dopo Putin, parlando ai presidenti delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica in una di queste celebrazioni: “Quando parlano dell’Unione Sovietica, parlano di noi”.
L’1 settembre, anniversario dell’inizio della guerra (una nave della marina militare tedesca attaccò la guarnigione polacca della fortezza di Westerplatte, alla foce della Vistola, nell’area tedesca occupata dalla Polonia dal 1918:  è l’atto che si ritiene l’inizio dell’invasione della Polonia), la Polonia ha organizzato una cerimonia celebrativa a cui ha invitato i leader delle potenze mondiali, eccetto Putin. Ha invitato anche l’ex presidente ucraino Poroshenko, finito nella corruzione, e il suo primo ministro Yatseniuk, autore della teoria che la guerra fu scatenata da Stalin e non da Hitler. Alla riunione non parteciperà neanche Trump – con la falsa giustificazione di impegni interni, per l’uragano Dorian, mentre si esibiva su un campo da golf.
Gli ottant’anni della guerra sono insomma una questione politica. Per il rinnovato antirussismo della Polonia. E per quelle nuovo dell’Ucraina, sempre più radicale da una ventina d’anni a questa parte – che ha già portato alla perdita della “repubblica autonoma di Crimea”, abitata da russi, e rischia la secessione del Donbass, il bacino minerario nell’Ucraina orientale, a forte presenza russa. C’è ampia materia di contesa, diplomatica e non.
Il 30 dicembre Putin ha fatto ribattere che all’origine della guerra c’è il patto di Monaco, sottoscritto nel settembre 1938 dalla Germania con l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna. Che diede via libera a Hitler per annettersi i Sudeti, smembrando la Cecoslovacchia. Mentre la Polonia del maresciallo dittatore Piłsudski e l’Ungheria del dittatore ammiraglio Horthy se ne prendevano vari pezzi – l’Ungheria di Horthy sarà poi in guerra a fianco di Hitler. La dichiarazione pubblicata dal “Manifesto” riporta le premesse della guerra all’invasione italiana dell’Etiopia (1935) e alla guerra civile in Spagna (a partire dal 1936). Nonché all’Anschluss, l’annessione dell’Austria ala Germania.
Sugli eventi che hanno preceduto l'ultimo conflitto mondiale è però tutto chiaro. I fatti erano stati accertati subito dopo la guerra, nei primi anni 1950, dallo storico britannico A.J.P. Taylor con più forza, e dalla storia diplomatica di Duroselle: non ci sono segreti diplomatici né militari. A  Monaco il 29 settembre 1938 Hitler, che il 13 marzo si è annesso l’Austria, ottiene l’annessione dei Sudeti, l’area tedescofona all’interno di Boemia e Moravia. In pratica la dissoluzione della Cecoslovacchia. Francia e Inghilterra si sono divise a Monaco, sulla prospettiva di confrontare la Germania. A questo punto la Francia si muove nella certezza che il prossimo attacco tedesco sarà sul Reno e al confine polacco, e cerca l’alleanza russa. Ma senza concludere: la definizione di un’alleanza militare ritarda, per le resistenze che i governi polacco e rumeno, per quanto vicini alla Francia, oppongono al diritto di passaggio delle truppe russe in caso di conflitto con la Germania.
L’argomento della Polonia oggi è quello del suo fantomatico governo in esilio al tempo del blocco comunista. Un argomento unico aveva negli anni 1960 a Roma l’ambasciatore in petto di questo governo presso la Santa Sede, Casimiro Papée, nomen omen, papalino infelice: nel 1939 la Polonia fu aggredita non soltanto da Hitler ma anche da Stalin, che intervenne a cose fatte, “alla maniera di Mussolini, per prendersi le spoglie”. Aggredita a tenaglia con ferocia, aggiungeva, “per essere cattolica”. Per lo stesso motivo nel 1944, quando la Polonia insorse, Stalin non l’aiutò. Senza il patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, “Hitler avrebbe scatenato la guerra?”, era l’argomento supremo dell’ambasciatore in petto Papée: “La risposta è no. E fu Stalin a proporre il patto, divisione dell’Europa compresa”.
Non a torto, il Patto fu un momento di verità e non un errore: l’Urss incamerò dopo le vittorie di Hitler più territori e popolazioni della Germania. Ed è anche vero che in Francia il patto di Hitler con Stalin condurrà a una sorta di sabotaggio, benché non dichiarato, della produzione e dell’impegno militare da parte dei lavoratori e coscritti comunisti o filocomunisti. Il patto Molotov-Ribbentrop fu salutato da “L’Humanité”, il giornale del partito Comunista francese, con un titolo a tutta pagina in rosso: Hitler et Staline sauvent la paix”.
Ma è un fatto che all’Est Europa tutti i regimi erano fascisti, filotedeschi. Che l’Anschluss fu un trionfo nazista, l’Austria era entusiasta di unirsi a Hitler. E che Stalin ha sempre saputo che il suo nemico era Hitler. All’approssimarsi della guerra, dopo Monaco e la Cecoslovacchia, dopo la trionfale domenica delle Palme viennese, non potevano non impensierirlo le presunte aperture diplomatiche francesi, e anche inglesi: indecise – mai un vero negoziatore fu a Mosca - e comunque mai su piani o prospettive specifiche. Mentre è vero che il patto con Hitler gli diede due anni per preparare la guerra. E vincerla – poiché è vero che la guerra Hitler l’ha persa in Russia.  

Fenomeno Hitler – C’era anche un uomo Hitler dietro il dittatore. Ovvio, ma non per gli storici. A parere di Emilio Gentile, sul “Sole 24 Ore” di domenica, solo ora, con l’ultima biografia, dello storico e giornalista Volker Ullrich, si comincia a “ricostruire la singolare e sconvolgente  esperienza di un individuo che, dopo aver trascorso una giovinezza disordinata con la velleità di diventare un grande artista, nel 1919, all’età di trent’anni, a Monaco di Baviera, entra in politica come un ignoto reduce della Grande Guerra”. Il che non è esatto: la personalità di Hitler è stata più che studiata subito dopo la guerra, ma per concludere che era uno sciocco e un folle. Uno che, forse sorpreso e inebriato dall’aver conquistato la Germania in poche elezioni nei primi anni 1930, ha concepito il piano di impadronirsi dell’Europa operando in contemporanea tre guerre, a Occidente contro l’Inghilterra e gli Usa, a Oriente contro l’Urss e sul fronte interno contro gli ebrei - una macchina della morte che, a prescindere dagli aspetti morali, ha impegnato ingenti risorse. Una follia, da ogni punto di vista.
Ma Gentile ha ragione in senso più generale. C’è in atto una “umanizzazione di Hitler”. Dell’uomo prima del dittatore. Vegetariano. Occhi blu magnetici, eccetera. Scapestrato fino ai trent’anni. Figlio di un padre che ebbe tre mogli, in successione. Le ultime biografie analizzano la storia e il carattere del’uomo. I narratori la sua vita quotidiana e passionale – Geli Raubal, adorata nipote, suicida, Eva Braun, Magda Goebbels, le assaggiatrici (Alexander, Postorino), l’architettura.
Risorge il “fenomeno Hitler”, come sempre, quando si vuole sgravare la Germania dal peso di averlo adottato. Hitler non è Mussolini: non è un politico di lungo corso, né il capo della destra politica, è uno che s’impadronisce in un fiat della Germania sull’onda semplice del risentimento dopo la sconfitta. Con un solo argomento: l’odio. Contro i vincitori, i traditori (il colpo alla schiena), gli ebrei – per l’antisemitismo di cui Vienna lo ha contagiato negli anni di bohème.
Uno che fece la guerra facile, panzer contro cavalli, con l’aiuto di Stalin. E alla Francia cialtrona, con l’aiuto di Stalin via Comintern, occupando le Fiandre indifese. Dove il gioco fu duro, in Russia, nel Caucaso, in Africa, sempre ha beccato. Si scelse gli ebrei come nemici perché erano gli unici  indifesi, e gli zingari. Già gli italiani gli sembravano invincibili. 
Si vorrebbe accreditare a Hitler personalità eccellente, volendo bene alla Germania. Ma era un vorace opportunista, di frasi fatte beccate a destra e a sinistra, anche se di un’idea pagante, una sola:  per dieci anni capitalizzò sul bisogno di ordine che affligge le democrazie. Adunate, sfilate, film di Riefenstahl, sempre la viltà s’imbelletta - la viltà dei tedeschi è categoria da instaurare.

astolfo@antiit.eu

La scoperta dell’Africa

Si ride meno, anzi poco, e la cosa non è piaciuta ai critici – ma non c’è una critica della commedia,  I critici del cinema non capiscono la commedia. A parte le battute, anzi, e il solito personaggio sognatore fallito figlio di mamma, che si presta a tanti equivoci, un viaggio all’interno dell’immigrazione dall’Africa. Fatto a ritroso: Checco, il sognatore che nella rovina ha trascinato la parentela, riemerge cameriere in un resort africano per ricchi. Sono gli unici momento di spasso, il ristorante sushi nel paese delle Murge, e il cameriere in Africa che può seguire incognito “non visto”, un signor nessuno, le conversazioni dei ricchi clienti italiani. Poi comincia la Grande Traversata, il ritorno di Checco in patria come migrante. Allucinato e allucinante.
È il primo sguardo italiano su questa tragedia. Da vicino. Dal vero. Sembra impossibile ma è così: nessuno scrittore italiano, nemmeno un giornalista, si è mai avventurato su una traversata che ogni giorno da una dozzina d’anni fa tanti morti, tra tante abiezioni. Fra i drammi – i ricongiungimenti familiari, di donne e bambini. L’avventura, dei ragazzi. Le drittate, dei piccoli affaristi. Nella corruzione, a ogni piega. Nessuno che abbia mai voluto dare uno sguardo all’Africa, a parte il compiaciuto “bovero africano”, che esaurisce la francescana compassione, ci doveva pensare un comico. Che ci ha lavorato sopra due anni. E ora è sospettato di aver voluto fare il furbo, dai critici cinematografici come dai monopolisti della compassione.
Il politicamente corretto prevale, ed è il solo limite del film. Che a tratti dà l’impressione, e ne mantiene il ritmo, del musical, Lo Zalone-Medici è musicista e ne deve essere stato tentato - e sarebbe probabilmente stato un vortice travolgente. Col coraggio della Grande Traversata, Zalone avrebbe comunque avuto facile gioco, e fatto un favore agli spettatori, beffando i compassionevoli – che tanto non capiscono, ortodossi di non sanno che.
Checco Zalone, Tolo tolo

giovedì 2 gennaio 2020

Problemi di base renziani - 532

spock
Mi conviene di più la prescrizione o la sospensione dopo il primo gado?

Mi conviene votare per l’incriminazione di Salvini o contro?

Se bisogna dare ai giudici un politico in pasto, perché non lui?

Ma, senza la prescrizione, poi bisognerà dargliene un altro?

Mi conviene di più fare le elezioni o non farle?

Mi conviene di più il Pd inesistente di Zingaretti, Gentiloni e Conte?

Di quel Conte lacchè di Merkel, il democristianesimo eterno – dei pitocchi?

Mi conviene abbaiare, ma mordere?

spock@antiit.eu

Che lusso la noia

“La noia è lo sprone che fa marciare il mondo”. Un trattatello spiritoso lasciato inedito dal barone, offerto postumo nel 1790, a un anno dalla sua morte, ai residui abbonati dalla sopravvissuta “Correspondance littéraire” già del barone Grimm e di Diderot. Il severo materialista della “Morale universale” si dilettava anche de minimis, in tono più o meno faceto. Per esempio “Dell’arte di arrampicarsi, a uso dei cortigiani”.
Della noia e degli annoiati si era già occupato nei tre tomi dell’opus magnum in tono censorio, al t. 1, sezione III, cap. VIII, “Della pigrizia, dell’ozio, della noia e dei suoi effetti”, fustigando colui  “il cui spirito è senza cultura, senza altri mezzi di distinguersi nel mondo che il fasto, l’abbigliamento, il lusso, la fatuità”, e che “non sa mai come impiegare il suo tempo; porta di circolo in circolo la sua noia, la sua inettitudine, la sua presenza incomoda: sempre faticoso a se stesso, lo diviene agli altri; la sua conversazione sterile non gira che su minuzie indegne di occupare un essere ragionevole”. Bersaglio sempre il cortigiano, razza allora diffusa a Parigi e dintorni.
Qui rigira paradossalmente il punto di vista: “Tuttavia, se esaminiamo la cosa a sangue freddo troveremo che la noia produce esseri molto reali e ben caratterizzati, che gli annoiati hanno un ruolo molto rispettabile nelle società opulente e raffinate, e che la felicità degli Stati esige che ci sia un gran numero di annoiati”. Insomma, la noia è segno di benessere: “In effetti, è in seno alle nazioni ricche, istruite, civilizzate che la noia comunemente staziona; una nazione selvaggia, laboriosa, non ha il privilegio di conoscerla, tutti lavorano e nessuno ha il tempo né i mezzi di annoiarsi”.
Un paradosso con un brivido: l’orizzonte del barone è ristretto a Parigi e alla corte. Al più, il suo trattatello è sulla linea della “Favole delle api” di Mandeville - che sarà anche di Marx: dell’inutile come motore dell’utile. Ma presto si riprende: “Come ci si annoierebbe in un paese infelice in cui non ci sono né Avvocati né Autori né Medici né vapori. Dove tutti, perfino le donne, sono all’opera, e il lavoro come si sa è nemico mortale della noia”.
Poi si diverte. Specie con la noia dei filosofi: “attiva e passive”, “assoluta e relative”. Il noioso relativo esce da un film dei Vanzina, “un uomo fuori posto, uno che è gradevole per molti ma forse è agli occhi di sua moglie il più noioso dei mortali”. “Il noioso assoluto è quello che un sapiente italiano ha chiamato noioso di passo” – “in effetti, solitamente inoperoso, non ha altra funzione che tendere imboscate”. L’analisi si allarga agli sbadigli, alle “visite”, ai fischi in teatro, alla digestione dei ricchi. E ai sovrani: “Un sovrano che s’annoia mette in moto l’universo. Se Alessandro non si fosse annoiato…” Perché è come Omero dice, che chiama i re “mangiatori di popolo”: “Obbligati a digerire nazioni intere, devono avere lo stomaco molto affaticato e indigestioni frequenti…”. Ma il più resta da fare: “Ridurre l’arte di annoiare a sistema è scoperta riservata al progresso futuro dei Lumi”.
Paul-Henri Thiry d’Holbach, Apologie de l’ennui et des ennuyeux, free online

mercoledì 1 gennaio 2020

Letture - 407

letterautore
Bravo – In spagnolo - e nella Milano spagnola? – è “coraggioso”.

Brexit – “La nazione inglese, la meno educata dell’universo, è conseguentemente la più grande, la più imbarazzante e, fra non poco, la più disgraziata di tutte” – l’abate Galiani l’aveva previsto scrivendone a madame d’Ėpinay da Napoli il 4 agosto 1770. La “meno educata” intendendo come la meno costretta, addomesticata – per Galiani l’istruzione è imporre l’ingiustizia (la museruola, il passo, o il gesto costretti, i “programmi”, etc,), e di conseguenza la noia: “Non è l’utilità della cosa che interessa, ma che si abitui a fare la volontà altrui”.

Dante – Dante e l’islam è il tema più gettonato: almeno una dozzina di libri e saggi si chiamano “Dante e l’islam”, da Asìn Palacios in poi: Maria Corti naturalmente, Ziolkowski, Raffaele Donnarumma, Maria Soresina, Cesare Capone, Valerio Cappozzo,  Massimo Campanini, Valeria Pucciarelli, Giuseppe Baudo, Giordano Berti, la mostra a Milano nel 2011, Stefano Rapisarda, Brenda Deen Schildgen… ”.

Italiano – Wikipedia in italiano ha 1.572 mila voci. Meno dell’inglese, quasi sei milioni (5.982.000), del tedesco, che però ha le parole composte (3.375 mila), e del francese (2.164 mila). Quasi alla pari col russo (1.584 mila) e con lo spagnolo (1.564 mila), che pure hanno dieci e più volte il numero di parlanti dell’italiano. Molto indietro vengono Giappone (1.181 mila voci) e Cina (1.086 mila), insieme col portoghese (1.017 mila) – pur essendo questa la lingua anche del Brasile, dell’Angola, del Mozambico e della Guinea Bissau. C’è più domanda – e frequentazione - d’italiano? O la presenza è cospicua in virtù dell’acculturazione (la redazione di wikipedia è volontaria)? Questo è probabile – dopo l’italiano la lingua che ha più voci è il polacco (1.373 mila).

Lettura – “Si legge un libro per impulsi pratici…. E si rilegge per ragioni artistiche. L’emozione estetica non è quasi mai di prima lettura”, A .Gramsci, “Quaderni dal carcere”, Quaderno 21, Problemi della cultura nazionale italiana 1° Letteratura popolare, § Sul romanzo poliziesco.

Montalbano – Alessandro Zaccuri di “Avvenire” lo annette alla chiesa: il “Montalbano di Andrea Camilleri” dice - introducendo “Sherlock Holmes e Padre Brown” di Gramsci - “altro detective a suo modo «cattolico»”. Al modo cioè come Gramsci dice “cattolico” il padre Brown di Chesterston – uno che attraverso la confessione sa cosa e come pensa il popolo. “Fino a un certo punto lo sviluppo del giallo italiano è parso conseguente  con le premesse fissate da Gramsci”, spiega Zaccuri, “è stato la rappresentazione di una società”, non l’enigmistica del giallo all’inglese, né la violenza del noir americano: “Questa tendenza non si è esaurita, ed è anzi ben riconoscibile nella funzione di eroe civile ormai unanimemente assegnata al Montalbano di Andrea Camilleri”.

Occidente – Il can-can francese è la polka veloce del concerto di Capodanno a Vienna. E la polka è musica zigana.
È una deriva – fino a un certo punto – dall’Oriente.

Omero – Un “libro sacro” lo dice l’abate Galiani scrivendo a Melchiorre Cesarotti, che aveva appena tradotto l’“Iliade”, nel 1787, e gliene aveva fatto dono. Altrimenti “non si capisce perché abbia fatto pro et contra tanto romore in tanti secoli” – “Io nelle mie pazzie oraziane parlo assai d’Omero. Fo vedere presso tutti i Gentili joua le rôle della Bibbia e dell’Alcorano. Deriderlo era filosofia incredula; attaccarlo irreligione, ateismo”. L’“Iliade” l’abate non se la spiegava, filosoficamente, cristianamente.

Religione - “Se a me chiedessero le ragioni profonde dell’inquietudine occidentale, risponderei senza esitare: la decadenza della fede e la mortificazione dell’avventura”, Filippo Burzio scrive sulla “Stampa” il 22 ottobre 1930 recensendo Dumas, “I tre moschettieri”. Gramsci, che lo riprende nei “Quaderni dal carcere”, sottolinea con un perplesso “(!)” la “decadenza della fede”. Poi dice la religione “la più grande avventura, la più grande «utopia» che l’umanità ha creato collettivamente”.

Rifiuti  - Gide bocciò Proust. Vittorini “Il Gattopardo”. Sciascia (a lungo) Camilleri. E se avessero avuto ragione? Come consulenti editoriali no, errori gravissimi: hanno bocciato miniere. Ma come cultori della materia?

Russia – È italianofila, senza eccezioni: “Tra le tante cose singolari che li caratterizza, una cosa singolarissima, dei russi, è il pregiudizio positivo che hanno dell’Italia”, Paolo Nori su “il  “Venerdì di Repubblica”, a proposito di Muratov, “Immagini dell’Italia”, il diorama delle impressioni che il futuro italianista aveva ricavato da suo viaggio in Italia, in tre volumi, nel 1911, nel 1912, e nel 1923, in piena rivoluzione – ma alla vigilia dell’autoesilio, dapprima a Roma (dove collaborò con Ettore Lo Gatto) e poi a Parigi - che ora si ripubblica. Tutto in Italia è “meraviglioso”, all’ingrosso e nei particolari, il paesaggio, l’arte, la lingua e i caffè. Anche per i russi che non ci sono mai stati - Puškin è solo uno dei molti, che canta le “adriatiche onde” e “il Brenta”... E forse per un secondo motivo, secondo Nori: “Lo scrittore russo meno russo di tutti, Ivan Turgenev, una volta ha scritto che quello che gli piaceva, dei russi, era la pessima opinione che avevano di se stessi; ecco io credo”, ne deduce Nori, “che questa sia una cosa che noi condividiamo con loro”.

Shakespeare – Non può essere nato cattolico (v.”Letture” 406), se è nato – come è certo, questo almeno – nel 1564: la chiesa era anglicizzata da qualche decennio. Ma è vero che inscena molti cardinali e preti.

Vaccini - L’introduzione dei vaccini – contro il vaiolo – fu contestata nella Parigi degli Illuministi, accettata a Napoli. “Di tutti i ragionamenti che si fanno a Parigi contro l’inoculazione”, l’abate Galiani scrive  il 28 marzo 1772 a madame d’Ėpinay, con la quale intrattiene una corrispondenza settimanale, “qui non se ne fa nessuno”. Qui a Napoli. Colpa del fatalismo, dice l’abate: “Nessun Napoletano provvederebbe a far chiamare il signor Gatti, ma poiché c’è, ci si fa inoculare”. E aggiunge, ripetitivo:  “Il fatalismo è il solo sistema conveniente ai selvaggi, e se si comprendesse i linguaggi degli animali , si vedrebbe che è il solo sistema di tutte le bestie”, etc..
Giovanni Angelo Gatti, un medico docente all’università di Pisa, medico consultore del re di Francia Luigi XV e medico particolare del re di Napoli Ferdinando I, fede adottare la vaccinazione in Toscana, con una tecnica sua di inoculazione contro il vaiolo.

letterautore@antiit.eu

Morte a Milano

Faletti in libertà. Nella Milano ancora non “da bere”, dove la malavita è ancora marginale. Tra Br, la solita Dc corrotta, e la inevitabile “linea della palma” mafiosa, già determinante ma ancora sott’acqua.
Evirato per una questione di malavita, un innominato Bravo procaccia escort milionarie. Ma siamo al tempo del sequestro Moro, e la cosa non può non avere conseguenze sul tran-tran quotidiano del magnaccia, i clienti importanti, le malandrinate, le bevute, il tiratardi, le schedine del totocalcio da fregare. Il romanzo sarà, dopo una lunga buona metà delle quattrocento pagine, delle Br e dei servizi segreti – naturalmente “deviati”, anche se non ci sono mai state spie vergini, o comunque giuste.
Tutto vero. Cioè falso, inventato, ma è quello che è successo. Cioè: non c’è altra spiegazione.  Tra sparizioni, agnizioni, buoni improvvisamente cattivi e cattivi buoni. Molte morti fredde, poco sesso malgrado il titolo, e la crudeltà della politica – Moro rapito considerato un Moro morto. 
Una sorta di esercitazione in bravura di Faletti dopo i primi successi. Pieno di colpi di scena. Forse troppi: un noir freddo, benché dispendiosamente parlato, in una Milano disanimata. Con molte massime sapienziali: “Non c’è memoria che possa ricordare ogni attimo”, “La memoria mezzo per avere la certezza di essere esistiti”, “Mi chiedo se Dio ha provato rimorso quando ha permrsso che uccidessero suo figlio”….
Anche il racconto è disanimato. Malgrado le complicate geometrie, o forse a causa di esse. Il racconto lo fa il protagonista, che quindi è obbligato a vedere tutto, oltre che a sopravvivere. E la cosa procede per inerzia: si ha voglia di andare avanti, ma, si sa, verso la delusione.

Giorgio Faletti, Appunti di un venditore di donne, Bcd, remainders, pp. 397 € 2,97


martedì 31 dicembre 2019

La politica del populismo

È il todos caballeros. Biancaneve e i sette nani. Cenerentola. The King and I. L’asino che vola. Il mendicante e il re. Il principe azzurro. Il mondo delle fiabe. La fantasia fatta realtà. La logica democratica. La democrazia dal basso, uno vale uno. Mai politicizzazione fu più diffusa, e quotidiana, ossessiva – quanto oggi che è in discredito. È questo il contenuto ultimo dell’inafferrabile populismo: gli individui più inverosimili si candidano alla guida del governo, e vengono creduti, i fedeli sono come gli officianti.
C’è da meravigliarsi? No, solo da compiangersi – o altrimenti dichiararsi reazionari: gerarchici, sanzionatori, intolleranti. Il populismo è sempre stato attivo, sottotraccia e sopra le righe, per l’equivoco individualista. Che è alla radice del liberalismo – alla radice il liberalismo è anarchia. E oggi della democrazia, intoccabile. Che può essere solo egualitaria, uno è uno.
Il populismo è stato l’ingrediente che ha cementato la chiesa per duemila anni, l’istituzione più longeva al mondo: tutti potevano diventare vescovi, cardinali e papi. Anche santi: essere assassini, incestuosi, stupratori non ha disturbato. Ma c’è per questo da rallegrarsene?

Pinocchio in grigio

Un rifacimento gradevole, benché senza sorprese. Come già ne “Il racconto dei racconti”, Garrone indulge alla maniera fantastica – alla Pasolini della trilogia, realistico-fantastica. Qui meno colorato, sui toni del grigio. Pinocchio è sempre lo stesso, il bambino svogliato che marina la scuola e ne combina di tutti i colori. E insensibile, col povero Geppetto e altri benefattori, essendo di legno. Ma intelligente.
O è questa la maniera di Garrone. Essendo anche quella dei suoi primi film, “L’imbalsamatore”, anche “Primo amore”.  “Gomorra” sarà stato un’eccezione - o lo stesso “Gomorra” si può leggere come di un realismo popolato di orrori, maschere, eccessi, in fondo, è opera di un romano che “legge” Napoli. Un regista del fantastico – della durezza della fantasia.
Il rifacimento si propone anche per l’utilizzo della tecnica digitale, che consente di umanizzare i burattini e gli animali, il grillo, la lumaca, il gatto e la volpe, il tonno. Che non si possono rappresentare se non antropomorfi, ma qui con visi veri truccati da maschere.
Matteo Garrone, Pinocchio

lunedì 30 dicembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (413)

Giuseppe Leuzzi


Si vede nella mostra romana della fotografa Inge Morath, la moglie di Arthur Miller, una vecchia foto del suo viaggio in Spagna, 1951, con la didascalia “I Giganti, a Vigo”. Le figurazioni di coppia ancora in uso nelle feste di paese in Calabria e Sicilia, di un personaggio di colore moro, lui o lei, e di uno bianco, lei o lui. Che volteggiano, ingigantiti, al rullo dei tamburi – più speso suonati da ragazzi. Una figurazione dunque spagnola, ispirata al regno di Granada. Di cui in Calabria e in Sicilia non si ha, né si cerca, la minima memoria.

Si vedono nella stessa mostra le foto che Inge Morath fece di Venezia negli anni 1950, per l’agenzia Magnum per la quale lavorava e per un volume di Mary McCarthy, “Venice observed”. Di una povertà squallida: mura scrostate, bambini scalzi, donne sgraziate, sguardi incavati, cupi – c’è anche un banco della tombola. Che non c’era in Calabria, o in Sicilia. E che naturalmente a Venezia non  c’è più, da tempo: alla povertà si rimedia, di solito.

Meglio non fare
Al tempo del trattato “Della Moneta”, 1751, Ferdinando Galiani poteva concludere che i regni di Napoli e Sicilia si risollevavano, grazie a un loro proprio sovrano, Carlo III di Borbone, mentre il resto d’Italia declinava. Per il non governo. Che il resto dell’Italia subiva però per una pretesa, molto meridionale, al governo perfetto, fatto cioè di regole e regolamenti “ferrei”.
Sintomo della decadenza Galiani dice “l’infinito discorso e l’innumerevole quantità di riforme, di miglioramenti, di leggi e d’istituzioni sul governo, sul traffico, e sopra tutti gli ordini dello stato civile, fatti da per tutto e a gara intrapresi”. Sembra l’Italia d’oggi, perfettissima e ferma, tutta regole, che la corruzione finiscono per imporre.
Il passo è intitolato “Non fare”, ma è da intendere: meno chiacchiere, più fare. L’autonomia, seppure non nella libertà. E il fare, anche con errori – che Galiani dice “non fare” (“il non fare è cosa molte vlte ripiena di prego e d’utilità”, e “inoltre difficile molto, e faticosa assai più che non pare ad eseguire”). Questi i presupposti della crescita, dello sviluppo economico.

Due anni dopo Galiani individuava, scrivendo al medico e naturalista toscano Cocci, la radice forse principale del ritardo del Sud: “Un regno di tre milioni d’anime pieno d’opulenza e di spiriti meravigliosi feudo d’un principe che l’ha sempre (avuto) donato senza averlo mai conquistato e senza averlo mai potuto possedere”.
Che si può intendere il principe in carica a Napoli. Oppure, peggio, il papa: nominalmente il regno era infeudato al papato, che l’aveva riconquistato, dai Longobardi, i Bizantini e i Saraceni, con i Normanni.

La sussidenza di Napoli
Fulminante l’avvio di Roberto De Simone, il suo scrittore migliore che Napoli non onora, a “L’opera buffa del Giovedì Santo”: “Napoli nel secolo XVIII: una famosa capitale europea, una promessa non mantenuta, una speranza delusa, un’avventura culturale conclusasi con un canto sospeso, vagamente conosciuto attraverso una memoria confusa e lacerata. Insomma, un interminabile e immobile giovedì santo, in attesa di una domenica di resurrezione, destinata a rimanere sempre attesa”.
Già per l’abate Galiani, circa il 1770, la città era il nulla. Un decennio prima, nel trattato giovanile e classico “Della moneta”, trovava il Regno messo molto meglio del resto dell’Italia, perché aveva un re proprio, e un’autonomia di decisione e di governo. Nel 1770, tornato nella capitale del Regno dopo dieci anni di Parigi, la scopre un deserto. Nocivo, scrive al barone d’Holbach: “Sono Gulliver tornato al paese degli Houyhnhnms”.

Ma l’abate restava ambivalente. Dieci anni dopo, “Del dialetto napoletano”, saprà anche perché, in qualche misura lusinghiero – il napoletano è malinconico: “Merita riflessione che non sono certamente i Napoletani né i più loquaci né i più facondi tra le nazioni”. I Toscani, i Francesi parlano “con copiosa vena di parole”. Che “è sempre un indizio di molta dose di delicatezza di spirito e di scarsa sensibilità nel cuore”. È questa, la “sensibilità nel cuore”, che zavorra “il Napoletano, l’ente della natura che ha forse i nervi più delicati e la più pronta irritabilità nelle fibre”. Il Napoletano, “se non è tocco da sensazioni, tace: se lo è…. subito s’infiamma”, e ragiona a modo suo.
L’abate si è dimenticata la delicatezza di spirito.

Ma già in precedenza, nel 1753, scrivendo a un suo corrispondente toscano, Antonio Cocchi, letterato, naturalista, professore di medicina e anatomia, per lamentare la superficialità del Grand Tour, delle impressioni forestiere, ne vedeva acuto il limite: “Una città di quattrocento mila anime, che è l’unica in Italia e forse nel mondo che da duemila anni non ha respirato mai aria di libertà, che ha mutato padrone più spesso d’ogni altra della terra,  e che mostra in sé un meraviglioso contrasto di natura benefica e d’arte di struggitrice, che cede alla fine vinta dall’infinita forza della natura”.
La sussidenza parte da lontano.
Per quanto, il “meraviglioso contrasto” non si direbbe il contrario: la natura distruttrice e l’arte benefica? Ci sarebbe una riserva d’umanità, malgrado tutto.

Si rilegge l’abate Galiani, o Genovesi – peraltro non più editi, da molti decenni – come un’apparizione che riporta alla scomparsa di Napoli. Alla sussidenza, all’inabissamento.

Calabria
Bizzarra ricostruzione (giornalistica?) del voto di scambio a Aosta: non ci sono famiglie mafiose colpevoli, ci sono famiglie calabresi. “Corriere della sera” e “la Repubblica” non si distinguono in questo.

Curiosamente, dovunque ci sono giudici napoletani, da Boccassini a de Raho, non ci sono camorristi, solo ‘ndranghetisti. La malavita è a senso unico.

Fa (costose) campagne promozionali, a periodi sempre più ravvicinati, ma raccoglie pochi turisti, benché abbia punti di attrazione notevoli, naturali, storici, culturali, perfino culinari, dice il “New York Times”. Che evidentemente non sa mettere a frutto. Pochi turisti, documenta Claudio Visentin sul “Sole 24 Ore”: il 2,2 per cento del totale nazionale. Concentrato, è da aggiungere, nelle due settimane a cavaliere di Ferragosto – familiari per lo più di vecchi genitori o zii, che tornano per una rapida visita. Pochi, tra i pochi turisti, gli stranieri: solo uno su cinque è straniero. Mentre nella media nazionale lo è uno su due: l’ospitalità richiede umiltà e costanza, mentre la dottrina è sempre selvaggia , del “pochi, maledetti, e subito”.
È l’eterno problema di una borghesia inconsistente, dell’eterno anarchismo.

“Aspettare coll’ova ‘mpietto” l’abate Galiani spiega “metafora presa dagli uovi de’ bachi da seta, che le donne che fanno tale industria mettono a schiudere nel caldo delle loro tette”, attente e levarli appena schiudono. L’esercizio si praticava in Calabria, la terra della bachicoltura, di donne dunque prosperose.

Esumando i due anni trascorsi dopo la guerra, tra il 1944 e il 1946, a Vibo Valentia, Scalfari tratteggia “la Calabria” così (“Grand Hotel Scalfari”, 119): “Entrai in contatto fisico con i pregiudizi e il sottosviluppo, ma anche con un’idea molto calabrese di bellezza e di libertà”.
Una immedesimazione che si trasforma in rifiuto nel 1972, quando ci torna per il funerale del padre, “quando le costruzioni spesso non finite del selvaggio sacco edilizio ormai irraggiavano un senso di smarrimento, con  scheletri di cemento e mattoni, mozziconi di case, finestre murate o divelte, piloni”. Un “sacco” di necessità – l’abusivismo famoso di necessità.
La democrazia ha dei costi, e la Calabria li paga tutti, in eccesso. La casa interminata è il prosciugamento di qualsiasi risorsa, l’asservimento a vita, alla banca, al mutuo.

Racconta la bio wikipedia di Vittorio Gassman che il futuro mattatore “all’età di cinque anni visse un anno a Palmi, dove il padre era impegnato nella costruzione del nuovo quartiere Ferrobeton. Gassman raccontò spesso di ricordi legati a quella esperienza” – che viene citata anche ne “Il mattatore”, il film su misura di Dino Risi per Gassman, 1960. Ma Palmi non ne ha ricordo.

È “Caffè Reggio” il caffè storico d New York. Ornato di stucchi e boiseries primo Novecento. Dove fu proposto per la prima volta in America il cappuccino, nel 1927, l’anno dell’apertura. Da Domenico Parisi, che aveva voluto per il caffè il nome della città da cui proveniva, Reggio Calabria.

Aschenez, nome di strade e ambienti importanti a Reggio fa ascendere al solito a Omero. Ma perché non sarebbe il nome di una comunità ebrea, ashkenazita invece che sefardita, quale era quela reggina.  

“Una natura scabra, immiserita dagli uomini”, C.Alvaro, “Ultimo diario”. Dagli uomini nel senso dei maschi.

Una raccolta esiste delle sorgenti calabresi compilata dal ministero dei Lavv. Pubblici nel 1932: 19 mila nomi di sorgenti suddivisi per Province e Comuni (“Calabria Illustrata”157\58, pp. 7). Con nomi anche vocativi: Spilinga, grotta, Calamona, canneto, Marafù, finocchietto, Ciniti, Cinicà, azzurro (da kianos), Santo, giallo (xanthos)


leuzzi@antiit.eu

Il lutto per la fede

“I secoli del credere in Occidente” è il sottotitolo. Come di un’epoca passata, forse anche remota. Ripercorrendo il “credere” di Novalis, i venti capitoletti di “La cristianità e l’Europa”. Allargati alla contemporaneità, alla “compiuta secolarizzazione del tempo presente”. In cui “ogni «affidarsi» alla ricerca d’interiorità (mostrano qui Jorge Luis Borges e Italo Calvino, come Maria Zambrano e Wisława Szymborska) è parte, non solo etimologica, di questo credere per costruire una nostra, irrinunciabile, «innerste Hauptstadt»”.
Il titolo intero sarebbe “Dopo la Gloria dell’Incarnazione”. Cosa avviene con Cristo, e dopo. Un tracciamento della fede anche negli anditi controversi, “improbabili” – dell’improbabilità di Pascal, che è più probabile della probabilità. Fino, in quest’epoca di miscredenza, alla commozione per Nôtre-Dame. Attraverso le tracce più sottili - ritrovamenti o pubblicazioni nei più dei venti brevi saggi della raccolta. Assortite da riletture di Dante: notevoli la “ramogna” del verso 25 del canto XI del “Purgatorio” ricondotta al francese ramoner, spazzare, e il “pianse” oppure “salse” della Madonna “in su la croce”, al verso 72 del canto XI del “Paradiso”.
Riflessioni sul divino. Ma intrise di nostalgia. E quasi un atto di fede, ma con un senso di tramonto quale non si leggeva dalla fine dell’impero romano – da Rutilio Namaziano. O anche, è vero, da sant’Agostino. Un’elaborazione del lutto. Perché, anche qui, domani è un altro giorno – il domani sarà l’oggi. 
Con varizioni a sorpresa. L’illuminismo attraverso Alfonso Maria de’ Liguori, e Giovan Battista Roberti, gesuita – l’altra storia. La riproposta di don Milani, con le due forme del credere, la Scrittura e il Tempio. Riletture di Pessoa (la centralità del “Quinto Impero”), Northrop Frye, Simone Weil, l’“Antigone” di Zambrano. E Italo Calvino, “Le città invisibili”, “La giornata di uno scrutatore”: letture queste da capogiro, che però sono Calvino.
Finale con l’apologia di Nôtre Dame dopo l’incendio, “una chiesa di resti, come a san Galgano, aperta sul cielo”. Non una fine, un’apertura.  Perché “i cristiani del resto non sono «residenti» ma inviati: apostoli”. Nomadi, si può aggingere, mai quieti: “Il loro Dio non è in trono ma in cammino”. Con Rilke, “Dio nel Medioevo”, che chiude la raccolta – “la speranza non ha bisogno di mura, ma di varcarle”. E con Bonnefoy profetico, in una composizione di poco prima dell’incendio, “Après le feu”, dopo il fuoco: “È ancora una chiesa? I pilastri\ hanno vacillato nella morsa del fuoco….”.
Un  debutto nell’editoria di “varia da banco” per Treccani, che lascia la curiosità per il Carlo di Carlo Ossola proposto in corsivo. 

Carlo Ossola, Dopo la gloria, Treccani, pp. 143 € 12


domenica 29 dicembre 2019

Secondi pensieri - 405

zeulig


Ateismo – “In verità, in questo secolo Dio fa miracoli in favore degli atei, che dovrebbero almeno, vedendoli, convertirsi”, F. Galiani a madame d’Ėpinay, Napoli, 12 gennaio 1771.

Dio – “Questa è la condizione delle cose del mondo, chi ruba poco è un ladro,chi molto è un conquistatore. Quel che in piccolo pare sproposito, in grande diventa mistero”, F. Galiani, “Dell’idea di Dio”. Così funziona “la grande, gloriosa, misericordiosa, divina, ed imperscrutabile redenzione del genere umano”.
Non è tutto. “Se un Dio avesse fatto il mondo”, è altro ‘pensiero’ dell’abate, il mondo “sarebbe senza dubbio il migliore di tutti, ma non lo è, di certo; dunque non c’è Dio”. Galiani usa il sillogismo per dire la furbizia dell’ateo, che nega mentre afferma. Ma la creazione non nasce dall’imperfezione?
Leibniz peraltro, cui si farebbe risalire il sillogismo, è per Galiani il miglior tesista: “Se fosse vero che questo mondo è il migliore dei mondi possibile, sarebbe chiaro che esso sarebbe increato e non ci sarebbe bisogno di Dio”.

Equilibrio – È condizione instabile, in economia e in diplomazia, dove è termine di riferimento, come in psicologia – emozioni e passioni, felicità e infelicità, virtù e vizio. E nella storia – i popoli, i governi, gli imperi. E nella natura: le stagioni, le nascite, le morti. È la stabilità dell’instabilità, semovente: la vita è moto.

Legge – Quella perfetta si direbbe “illegale”: una legge cioè che non regola (delimita) ma decide (impone). I comportamenti come gli eventi.
È a questo tipo di legge che si riferisce l’eccesso di legiferazione. La pretesa di questo eccesso di normare tutto. Il cui unico effetto è l’eccesso di burocrazia, cioè di controllo sterile. Fino al blocco -  all’inettitudine - della stessa legge.
Si può dire anche – poiché lo è, questo è il suo unico effetto – l’eccesso normativo inteso a coprire, o garantire, atti e comportamenti viziati o delittuosi. Questo è quanto succede di fatto. Oggi vige l’ideologia del mercato, che dovrebbe assicurare più merci e più servizi al maggior numero, a condizioni più favorevoli. Mentre è l’esatto opposto che si verifica: prezzi e merci incontrollabili, mercati vistosamente oligopolistici. Ma il tutto vigilato, cioè protetto, da una serie infinita di norme, che vengono evocate in lunghe pagine di consenso informato, a nessun effetto. E da Autorità di controllo del mercato, che solo redigono lunghissimi in comprensibili regolamenti – inattuabili?

Libertà – Connota l’uomo. “Si potrebbe anche definire l’uomo un animale che si crede libero”, scrive Galiani a Madame d’Ėpinay il 23 novembre 1771, “e sarebbe una definizione completa”. Che “si crede” magari no, ma che ambisce sì. “È assolutamente impossibile per l’uomo dimenticare un solo istante,” continua l’abate, “e rinunciare alla sua persuasione di essere libero”. Questo è più vero – anche se persuasione andrebbe meglio detta convinzione, cioè ambizione.
Più conseguente il seguito: “Secondo punto: essere persuaso di essere libero è la stessa cosa che essere effettivamente libero? Rispondo: non è la stessa osa, ma produce gli stessi effetti in morale. L’uomo è dunque libero perché è intimamente persuaso di esserlo, e questo vale altrettanto che la libertà?” L’abate non risponde, e forse non ce n’è bisogno: la libertà è la volontà di libertà.

Morte – È, se è qualcosa, un segno di vita. Sia nell’attività, anche frenetica: è un “altro” segno di vita possibile. Sia nella stanchezza o nella noia, nella caduta dell’interesse (curiosità). È il rimpianto dei vivi, a memoria, quando c’è, della persona morta.

Nichilismo – Galiani rovescia l’argomentazione ateista: “La loro «maggiore» è falsa (“tutto è bene in questo mondo, che è il migliore dei mondi “. n.d.r.); talmente falsa che, se fosse vero che questo mondo è il migliore possibile, sarebbe chiaro che esso sarebbe increato e non ci sarebbe Dio. La sua imperfezione è la prova più convincente della sua creazione e della sua subordinazione a un essere più perfetto”.

Il nulla è sensibilmente depressivo. Estratto dalla ragione illuministica – la ragione semplice-istica – esso alimenta un arguto, per lo più, pessimismo, ridanciano – di Voltaire e Diderot, anche di Rousseau, che però ne percepiva un limite. Ėcrasé l’infame, non si sa più che pensare – il business del Cern, dei particellari del bosone di Dio, era ancora da inventare. Il materialismo è troppo “poco”, non soddisfa – il genere la vita è noia, tanto vale non essere nato, eccetera. Il rifiuto cioè di una spiegazione, accettazione.
L’abate Galiani, illuminista critico, lo dice mamma – femmina, complementare, nei “Dialoghi” facendone, non del tutto per ridere, una questione di genere. Si parta, suggerisce, dalla proposizione: Dio ha creato il mondo dal nulla. “Ebbene, noi dunque abbiamo Iddio per padre, e il nulla per madre”. È una maniera per l’abate di rovesciare l’argomentazione ateista: “Sicuramente, nostro padre è cosa grandissima, ma nostra madre non val proprio nulla”. Poiché si prende dal padre ma anche dalla madre, “ciò che vi è di buono nel mondo viene dal padre, e ciò che vi è di cattivo viene da madama niente nostra madre, che non valeva gran cosa”.
Il nulla è dunque femmina, ma complementare a che? All’Infinito, che invece sarebbe padre. Al suo modo scherzoso, ma non più assurdo del materialismo, l’abate argomenta: “Quando sentite dire lo Zero, o il nulla, voi fate subito concetto che quindi non debba nascer niente: e quando sentite risuonare il magnifico nome dell’Infinito, subito apprendete qualche gran cosa, che non possa capire nell’Universo”. Perché non “temperare un concetto con l’altro”? “Dalla moltiplicazione dello Zero con l’Infinito ne raccorrete veramente come si dee, né che il prodotto segua totalmente il ventre della madre, che è il nulla, né che totalmente rassomigli le fattezze e lo spirito del Genitore, che è l’Infinito, ma che sia un effetto mezzano tra l’infinito e il niente”, una “grandezza limitata, la quale sta al nulla, come l’infinito alla detta grandezza”.  

Opinione pubblica – Si dissolve, e con essa il senso della politica rigenerativa (ideologica) in concomitanza con la dissoluzione del mondo gutenberghiano, a stampa. Si era diffusa, e anzi era dominante, con la stampa. Si è dissolta ne due ultimi decenni, o in ancora meno anni, per il passaggio della lettura al digitale. Ossia alla dissoluzione dell’intermediazione, del ragionamento articolato. In favore di reazioni epidermiche, anche istintive, ma non ragionate (argomentate). Sotto il velo insidioso della democrazia, del’ugualitarismo.

Ruminazione – O riflessione, il processo di digestione di ogni idea, comunicazione, parola. È la funzione corporale che in antico si privilegiava nella lettura del presente e quindi del futuro, fino alla divinazione. Ed è conservata nel vocabolario, sotto la dizione “visceri”, per la quale non si intende gli organi dello stomaco ma l’intimità, il ricettacolo, dei sentimenti e delle passioni: la pietà, la compassione, l’affetto, l’ira (la radicalità). Un po’ in analogia col cuore ma senza motivo fisiologico, da sempre, dal antichità greca e romana, i visceri sono considerati sede delle emozioni - la macchina anzi delle emozioni, una sorta di coltura idroponica dei sentimenti. Il cuore del resto è anch’esso parte dei “visceri”, dell’interiorità in cui macera la sensibilità. E lo stesso, indirettamente, il cervello.
Gli organi interni sono distinti per funzione. La sede della morale, e della logica, è indistintamente riferita in latino come “praecordia”, “pectus” e “viscera”. Con  una minima distinzione: il cor è sede delle pulsioni sessuali, sensuali, il pectus e i praecordia di intelligenza, intuito, anche sentimento, ma ragionativo, senza trasporto. Non in un rapporto di causa ed effetto, ma come procedimento interiore, di riflessione, macerazione, ruminazione.


“Ciò che viene in maniera offensiva detto «ruminare» è piuttosto la «ripetizione», attraverso la quale la nostra esistenza ha un peso nel tempo, è ciò che forma la nostra storicità. Ciò rappresenta la costituzione storica, che dall’Antico Testamento ha pervaso la nostra esistenza occidentale”, scioccamente derisa dai moderni, con il loro “piatto razionalismo e una psicologia superficiale” – Karl Kaspers, “La questione della Colpa”.

zeulig@antiit.eu