sabato 11 gennaio 2020

Ombre - 495

“Il Venerdì di Repubblica” calcola in circa 750 i morti in Europa (compresa Istanbul) per terrorismo islamico nei quindici anni dal 2004. Nel conto non ci sono i morti russi.
I feriti saranno almeno sei e forse dieci volte i morti. Molti di essi gravi, gente che ha avuto comunque stroncata la vita, tra menomazioni, chirurgie, incapacitazioni.

Nella passata legislatura ha perso i “volenterosi” o “responsabili” di Verdini.  In questa quelli di Carfagna. Berlusconi si perde a pezzi in favore del Pd, che l’ha esecrato e continua a tenerlo in punta di bastone. Ha costruito un monumento per sé, di che natura?

L’inconsistenza era nella sostanza del progetto, non negli eventi o i personaggi esterni che hanno portato Berlusconi in ogni vittoria sempre al fallimento, Scalfaro con Bossi e Fini, Fini e Casini contro Tremonti, Napolitano? 

5 Stelle e Pd rinviano il voto in giunta al Senato cotro S alvini, per non farne un martire. I vista del voto alla regione Emilia-Romagna. È legittimo, la politica si fa anche con i rinvii. Ma siamo alla frutta: non un’idea o una proposta per vincere il voto, giusto un non fare – si vuole mandare Salvini ar gabbio ma non farne un martire della politica dell’immigrazione. Non una proposta politica sull’immigrazione.

È un colpo prendere “la Repubblica” dal giornalaio piegata sulla firma di Di Maio. A che punto è la notte… È vero che Mattarella D Maio lo ha fatto ministro degli Esteri. Ma un minimo di orgoglio?

Quarant’anni fa, al tempo della guerra di Saddam Hussein contro gli ayatollah, “la Repubblica” spolverava Bernardo Valli, che evocava Susa e Alessandro Magno. Oggi ha sempre Valli, in veste canonica, ma non rinuncia ala storia: con Lerner spiega che gli ayatollah sono l’impero persiano – di duemilacinquecento anni fa. Ma le scuole hanno cambiato i programmi.

Il dopo-Suleimani conferma ciò che il  pazzo Trump va dicendo dal primo giorno, che la Nato è unidirezionale. Se la Russia, o la Cina, per ipotesi, decidessero di attaccare-annientare gli Usa, la Francia e l’Inghilterra si guarderebbe dallo sganciare la Bomba.

Conte che riceve Haftar, e si fa vedere al Tg 1 mentre lo abbraccia caloroso, ufficialmente un criminale di guerra, mentre Serraj trasvola Roma, l’uomo e il governo che l’Onu e l’Italia hanno scelto a interlocutore, è non si sa se più da ridere o da piangere. Una diplomazia scesa così in basso, da non contare nulla, è qualcosa di impensabile: nessuno che sappia che si può mediare solo se le due parti lo vogliono, comunque non con un “criminale di guerra”?.
Che nessuno lo abbia fatto rilevare è ancora peggio – il povero Conte non è solo.

“Ogni anno in Italia muoiono 34 mila persone (quasi 100 al giorno) per malattie ricondotte allo smog. In realtà il collegamento diretto tra malattie e inquinamento è difficile da identificare”, “la “Repubblica”. La quadratura del cerchio?

L’Australia semidistrutta dagli incendi, che si vogliono provocati dal cambiamento del clima, è il maggior produttore, utilizzatore di carbone prodotto e importato, per la produzione di energia. La vendetta dell’ambiente?

Ma sono in Australia state incriminate 140 persone per avere appiccato i fuochi, cinquanta delle quali minorenni. S’immagina della generazione di Greta. La protezione ambientale è vendicativa – si esercita al rovescio? I 140 si possono immaginare tutti verdi, che vogliono denunciare la politica australiana del carbone.

Gianni Amelio fa un film in cui riabilita Craxi. Non lo riabilita,  ma ne parla, e questo, nel silenzio imposto dall’apparato compromissorio, è una piccola rivoluzione. Ma Bobo Craxi, il figlio, rifà non richiesto le bucce al film. Come dire, a chi ne avesse avuto voglia: non andate a vederlo. Una forma di misantropia ereditaria, sempre il disprezzo del mondo?

Nelle celebrazioni dell’assassinio di Piersanti Mattarella a opera della mafia s’intromette sul “Corriere della sera” l’ex Procuratore Caselli per ribadire che Andreotti invece era mafioso. Voleva dire che Andreotti ha fatto uccidere Mattarella? No, vuole rilanciare la testimonianza di Marino Mannoia, il pentito pazzoide del film “Il traditore”. Che accusò Andreotti, ma anche Mattarella.

Si dice di Caselli che è un po’ “svagato”. Ma evidentemente non lo è: vuole dire che la Dc era mafiosa. E uno non sa a questo punto, con Conte & co., se dargli torto. È vero che ora non spara più.

Il giornale Radio 3, la rete orfana, apre il notiziario la mattina dopo la Befana dicendo le Borse in caduta per il generale Suleimani. Subito dopo il giornale Radio 1 dice le Borse in salita in apertura (le Borse europee e asiatiche seguono Wall Streeet, che per la Befana aveva recuperato 240 punti, finendo in positivo di quasi un punto, con un nuovo record stagionale e storico).
Si può fare politica col giornalismo – anche se suicida? Sì. Ma se la Rai è servizio pubblico la falsa informazione non è reato?

Si discute se nella fusione con Peugeot la famiglia Agnelli non abbia in realtà venduto la Fca, anche se manterrà la maggioranza azionaria relativa. In realtà ha comprato Tavares, il manager di visione, dopo aver perduto Marchionne. Il mercato dell’auto è in trasformazione accelerata e costosa (gli investimenti sono giganteschi) e ci vuole visione e mano sicure – Marchionne aveva fatto di due gruppi falliti, Chrysler e Fiat, uno di successo.

Il nuovo papa è svogliato

Il primo episodio della nuova serie è svogliato: un interminabile conclave. Tutto ricco al solito, magniloquente, ma è lo sfruttamento da varie angolature della stessa scena. Tenuta su da un cardinale Voiello-Silvio Orlando invadente, nemmeno tanto spiritoso. Dopo l’ombra di una suora che va in estasi lavando il corpo esanime del papa giovane – di cui sapremo che è sopravvissuto a tre (?) trapianti di cuore. E un accenno di balletto delle novizie in sottoveste trasparente, sotto una grande croce luminosa, ma modeste. Confrontate da una brusca guardiana, una suora nana - ripetizione da Fellini, ma anche questa fredda. 
Sorrentino resta irrispettoso e grande bellezza, ma è disappetente: il serial non è il suo genere (Fellini avrebbe voluto cimentarvisi, ma non ce la fece, e quindi non abbiamo maestri del genere)?
Il secondo episodio è più mobile. Loquace anche questo, ma sui toni a sorpresa dello “young Pope”. Girato in una residenza inglese, con parco, maggiordomo e tutto il necessario di “Downton Abbey”. Interlocutore il futuro papa Malkovich, un nome che è già una presenza. Con argomenti da cardinale Newman, inglese santo e eccentrico. Che non è parte dello sceneggiato, ma ne aveva anticipato lo spirito. Da “ultimo cercatore di verità”, quale si voleva, che diceva: “Il Signore rifiuta la simpatia”. Lui personalmente invece l’apprezzava, che ebbe come motto “cor ad cor loquitur”, il cuore parla. E si volle sepolto nella stessa tomba di Ambrose St.John, un frate, amico di una vita fin dal collegio, la cui morte aveva pianto “più di un marito, o di una moglie”.
Questo nel “New Pope” non c’è, la parte che sarebbe stata più succosa della trasferta inglese – Sorrentino non fa ricerca, il suo del resto non è un cinema storico. Ma Malkovich supplisce, in proprio e anche come personaggio: vive con i vecchissimi genitori, con i quali però non si parlano. Più vivace pure il contorno: la location, i dialoghi british, l’obbligatoria scena di sesso – qui “dal vero”: un cunnilingus telefonato - con le vibrazioni del cellulare? - di una sapida Cécile de France. E suppliscono le immagini, sempre memorabili, in cui Sorrentino eccelle. E i dialoghi mai banali, questioni perfino arcane discusse con diletto. Limitate le provocazioni  – il minimo di quanto il produttore pretende, di nudi, amplessi, #metoo etc..
Resta comunque sempre un Fellini in grande stile. Rifinito, “classico” - alla Bertolucci, “L’ultimo imperatore”. L’idea che Fellini non ebbe – e soprattutto non i mezzi, ora delle potenti reti tv, i contenitori il più mirabolanti possibile di pubblicità. 
Al fondo ancora l’innominato Moretti. Del film sul papa renitente - della inadeguatezza - e di altri tic, o modalità. Qui - oltre che nei tempi e gli stacchi, sorprendenti e irriverenti-riverenti - nel verbiage del protagonista, che si chiama e si risponde. 
Paolo Sorrentino, The new Pope

venerdì 10 gennaio 2020

Il mondo com'è (392)

astolfo
Assab - 1882, muore Garibaldi, Egidio Osio annota: “L’impressione generale è che tutto quanto veniva direttamente da Garibaldi era buono, bello, nobile, generoso: tutto quanto viene dagli altri era, è, e sarà sozzo, ignobile, perverso”. Osio, generale, era il vice-governatore - una sorte di vice-padre - di Vittorio Emanuele III. Lo fu dal 1881 al 1889, dai dodici ai vent’anni del futuro re, di cui completò l’educazione. Lombardo (il nome è ben manzoniano), era stato giovane volontario col Piemonte nel 1859, quindi militare e diplomatico, a Berlino e in Africa.
Nel 1883 il governo preparava lo sbarco a Massaua. Osio, richiesto di un parere dal ministro degli Esteri Mancini, gli spiega che “nessun punto della costa del Mar Rosso risponde a un concetto serio di politica coloniale” (“Dunque, secondo Lei, tutti quelli che mi spingono a occupare Massaua sono tutti matti?” “Tutti matti, eccellenza”). Il generale conosceva Massaua per essere stato nel 1867-68 osservatore di una spedizione punitiva britannica in Abissinia contro Ras Teodoro.

Franchi – Erano tribù germaniche, ha stabilito Nicholas Fréret nel 1714, “De l’Origine des Français et de leur établissement dans la Gaule”. Che comincia apodittico: “Non si dubita più oggi che i Francesi non siano originari della Germania, e l’opinione che li fa discendere dai troiani, da un Francus, figlio di Ettore, o sbucare dalle paludi del Tanai (Don, n.d.r.) è abbandonata da tutti. Le nazioni hanno le loro chimere, come i casati illustri…”. Subito poi smentisce la ricostruzione storica più verosimile: che le tribù di Pannonia, nel V secolo, furono talmente apprezzate per il loro valore e la loro fedeltà all’impero, che l’imperatore Valentiniano le congedò esentandole dalle tasse. Da qui il nome di “franchi”, uomini liberi. Che dalla Pannonia erano intanto arrivati al Reno, e da qui passarono in massa in Francia. No, sostiene Fréret al terzo capoverso: la Francia era tedesca già nel 240, perché si hanno “prove incontestabili” che in quell’anno le tribù dette Franche erano attestate sulle due rive del Reno, da Colonia all’oceano, ed erano forti e indipendenti.
Fréret fu un poligrafo molto dotato, fin da giovane, e molto dotto, autore di molte memorie che resistono negli annali, specie degli studi di mitologia e religione. Avviò anche lo studio del cinese. “L’origine dei Francesi” gli costò la Bastiglia: ne approfittò per riesumare la “Ciropedia” di Senofonte.
Nicolas Fréret sarà anche uno pseudonimo fra i tanti di D’Holbach, il barone Tedesco Paul Heinrich Dietrich d’Holbach, naturalizzato francese (anche il titolo baronale era francese, acquisito da uno zio, che aveva fatto buoni affari sotto le Reggenza, successiva alla morte di Luigi XIV), grande massone, membro della loggia cui era affiliato Benjamin Franklin, e lo sarà Voltaire nell’ultimo mese di vita. D’Holbach pubblicherà a suo nome, quando Fréret era morto da tempo, l’“Examen critique des apologistes de la religion chrétienne” e altra saggi di ateismo.
Ma quella di Fréret sui francesi-tedeschi non era del tutto una novità. Nell’anno 49 a.C., del ritorno di Cesare dalla Gallia, “un gran numero di Germani – centoventimila venne riferito – ha attraversato il Reno e si è stabilito nelle terre degli Elvezi, una tribù bellicosa, la cui risposta è stata di spostarsi a loro volta verso ovest, all’interno della Gallia, in cerca di nuovi territori” (R.Harris, “Conspirata”, p. 336)
Molta letteratura d’appendice nell’Ottocento, decine di migliaia di pagine, divide la Francia tra franchi oppressori e galli onesti lavoratori, oppressi.

Nella storia, i ruoli Otto-Novecento – da metà Ottocento a metà Novecento - fra tedeschi e francesi, aggressori e aggrediti, sono stati anche rovesciati. Simone Weil, “L’enracinement”, pp.138-43 /tradotto come “La prima radice”), che pure scriveva nel 1943, esule a Londra con De Gaulle contro il nazismo, denuncia l’atroce conquista della Francia sotto la Loira da parte dei francesi-franchi. I “tedeschi” di un tempo erano i francesi, nella Francia attuale sotto la Loira, massacratori di Albigesi e trovatori che non erano francesi, nonché in Borgogna, nelle Fiandre, in Sicilia. E nella conquista feroce del Sud hanno creato l’Inquisizione, per meglio perseguitare i felici popoli sottomessi.
La filosofa ricorda tra l’altro: “La Franca Contea, libera e felice sotto la lontanissima sovranità spagnola, si batté nel Seicento per non diventare francese. La popolazione di Strasburgo si mise a piangere quando vide le truppe di Luigi XIV entrare nella sua città in piena pace, con una trasgressione della parola data degna di Hitler”.

Dante Giacosa – I venticinque anni della morte non si celebrano dell’ingegnere designer che “fece” la Fiat quando era tra le prima case automobilistiche mondiali.Ha progettato e disegnato la Topolino, la Seicento e la Nuova 500. E poi anche l’850, la 128, per la quale ebbe riconoscimenti internazionali, e la 127.

Guardiano notturno – Detto dello Stato limitato, o Stato “debole”. Era stato Lassalle, il primo socialista, nel 1862 in Was nun?, e ora che fare, a proporre l’alleanza fra trono e classe operaia, “contro il liberalismo e la teoria inglese dello Stato debole”, la teoria del “guardiano notturno”. Che invece, spiegherà Gramsci, non è lo Stato debole: “L’espressione di «Stato-veilleur de nuit» corrisponde all’italiano di «Stato carabiniere» e vorrebbe significare uno Stato le cui funzioni sono limitate alla tutela del’ordine pubblico e del rispetto delle leggi”, come se le private e privatissime forze e funzioni non fossero anch’esse Stato, “anzi, lo Stato stesso”.

N.N.Nomen nescio, non conosco il nome in latino, oppure “non nominato”, cioè non iscritto all’anagrafe da un genitore, era in uso nella carta d’identità fino al 1975, quando il rivoluzionato diritto di famiglia abolì dall’anagrafe e dal documento l’identificativo paterno. Era in uso specialmente per i nati da madre sposata, il cui marito avesse disconosciuto la paternità.

Fernand Pouillon – Architetto e costruttore, nonché romanziere, è stato il precursore-inventore dell’edilizia popolare di grandi conglomerati – tipo il Corviale di Roma, le Vele di Napoli – già negli anni 1950 ad Algeri, allora colonia francese. Costruttore prima che architetto: il primo edificio da lui costruito è del 1936, quando aveva 24 anni, la laurea del 1942  - facilitato dalla smobilitazione dall’esercito. Coniugava la creazione di comunità, seppure unite solo dal vincolo abitativo, moltiplicando i servizi in comune, con la limitazione dei costi. In teoria – in pratica realizzò grossi complessi presto invivibili, e i rovina, per una impossibile cogestione dei servizi tra i condomini.
Negli oltre cinquant’anni di vita professionale, ha progettato e realizzato più di 2 milioni di metri quadri in Francia, Algeria e Iran, stima nel 1986, nel risvolto del suo romanzo “Il canto della pietra”, tradotto. Ha scritto pure questo romanzo, sempre sul fabbricare. Era nato in Provenza, terra di armonie. È finto fallito.

Moro-Rapacki – Il Piano Rapacki, dal nome del ministro degli Esteri di Polonia dal 1956 al 1968, da lui presentato all’Onu all’assemblea generale dell’autunno 1957, prevedeva la creazione al centro dell’Europa di una zona denuclearizzata. Comprendente le due Germanie, la Polonia e la Cecoslovacchia. La proposta fece sensazione ma non ebbe seguito. Tre anni dopo fu ripresentata, sempre all’Onu, col nome di piano Gomułka, il segretario del Pc polacco.  
Il piano Rapacki si vuole anche Moro-Rapacki. Ma di Moro non c’è traccia negli annali - nel 1958 ancora brandiva le armi contro i socialisti, contro il centro-sinistra. Di un piano Moro-Rapacki si parlò, ma solo in Italia, quando Moro fece lui stesso il governo con il partito Socialista, che era stato in passato, con Pietro Nenni, neutralista – ma Nenni, ministro degli Esteri di Moro, fu molto “atlantico”.

Paul Robeson – Il grande basso baritono americano, alfiere dei diritti civili dei neri, in America e a Londra, dove lavorò per una decina d’anni tra le due guerre, attore di teatro e cantante di concerti, era potente e prestante anche fisicamente - il miglior giocatore di football americano nei suoi anni di università. Al punto da meritarsi nel 1932 l’elezione in tribunale ad amante di lady Edwina Mountbatten, la ricchissima ereditiera futura vice-regina dell’India – in quanto moglie di Lord Louis Mountbatten, cugino del re Giorgio V e nipote della regina Vittoria, ma spiantato, o quasi.
In tribunale il suo nome fu fatto da un giornale di pettegolezzi. Anche per la fama di donnaiolo che l’attore-cantante si era fatta a Londra - testimoniata pure dalla moglie, che però gli resterà accanto. Lady Edwina dichiarò di non conoscere Robeson e il tribunale le credette. I biografi dei Mountbatten sono divisi. Era stato il giornale “The People” a parlare della relazione di lady Edwina con “un amante nero”, e a dire in tribunale il nome di Robeson.
Un amante nero, almeno uno, di lady Mountbatten c’era, riconosciuto per tale: Leslie “Hutch” Hutchinson, un cantante jazz dei Caraibi, anche lui dotato fisicamente, molto popolare nella cafè society londinese. Ma forse la relazione – come l’indiscrezione a “The People” – era solo promozionale. Hutchinson fu in attività a lungo, anche dopo la guerra, e le conquiste a mano a mano moltiplicò, a beneficio dei giornali popolari: Merle Oberon, una duchessa di Kent, la principessa Margaret, sorella minore della regina Elisabetta II, a lungo dominio del gossip, e anche un uomo, ma di fama anche lui, il compositore Cole Porter. Sembra invece accertato che quando morì, nel 1969, solo e povero, i funerali furono pagati dai Mounbatten - lady Edwina e il marito erano già morti da dieci anni.  

astolfo@antiit.eu

Dell’insignificanza dei sogni

Dell’irrilevanza dei sogni – se non a occhi aperti. Dalla A alla Z migliaia di voci, probabilmente tutto il vocabolario, la parte sostantivale, per dirne, affermandone il contrario, l’insignificanza? L’esito è quello. “Tiresia” peraltro fa precedere questa “smorfia” da un saggio “sulle dottrine oniriche dai Babilonesi a Freud”. Da persona colta. Era infatti il bibliotecario della Braidense – dopo esserlo stato all’Universitaria di Pavia e alla Estense di Modena.  Un funzionario siciliano, di Palermo, Paolo Nalli. Amava frequentare la libreria antiquaria Hoepli, e scrisse anche molto. Soprattutto adattamenti per ragazzi di romanzi celebri. Collaboratore della “Fiera letteraria” e altre riviste, da specialista della letteratura popolare e dialettale siciliana. Coi sogni si divertiva, e il lettore con lui – allontana ogni angoscia.
È una compilazione del 1933 per le edizioni Hoepli, in ristampa anastatica delle edizioni Cisalpino.
Dottor P. N. Tiresias, Il libro dei sogni, Cisalpino, pp. 360 € 10

giovedì 9 gennaio 2020

Letture - 408

letterautore


Bare – Pierre Loti si portava dietro la madre nella bara. Raymond Roussel usava scrivere dentro una bara. Nella quale ogni tanto si distendeva per prepararsi alla morte. Nella mitografia di D’Annunzio vecchio – D’Annunzio al Vittoriale – ci sono amplessi dentro una bara, nella quale la ragazza doveva fingersi morta. 
Secondo Ballard, “tombe e cimiteri calmano e prolungano la vita”.

Lotteria di Capodanno - La Rai e l’Italia entrarono in crisi a fine 1969, quando ancora era forte l’impressione per la strage d piazza Fontana, perché alla Lotteria di Capodanno, alle finali, dovevano gareggiare Massimo Ranieri e Gianni Morandi. L’uno doveva cantare “Se bruciasse la città”. L’altro “Che se ne importa”.

Lutero – Il fustigatore della corte romana era un monaco bon vivant e un versificatore A lui si deve tra gli altri il couplet in rima: “Quel che non ama il vin, le donne, il canto,\ mena da stolto il viver tutto quanto”.

Lysenko - La teoria lysenkiana del’agrobiologia o del miciunismo, che produsse negli ani 1940 e 1950 molti danni al’agricoltura sovietica e fece molti morti, fucilati o condannati ala Siberia, tra gli scienziati sovietici, fu prontamente propagandata in Italia dall’Universale Economica di Feltrinelli, uno dei pochi titoli di un editore allora all’esordio.
Ne fu proposta la divulgazione a opera di Jacob Segal (Segal, J., “Miciurin, Lysenko e il problema dell’eredità”, Universale Economica, Milano 1952) - c’erano ancora ebrei in Urss, ebrei staliniani – malgrado Stalin ne avesse denunciato, mortalmente, il “complotto”.
Il lysenkoysmo, anti-Darwin e anti-chimica, restò in vigore nell’Urss e nei partiti Comunisti europei fino alla destituzione di Krusciov, quindi fino al 1964 – anche se Krusciov da tempo aveva denunciato Stalin, dal 1956.

Mitteleuropa – Non sarà stata una prefigurazione dell’Europa oggi?
La dice ipocrita, erotica, libertina, freddurista e grottesca Cristina Battocletti leggendo una riedizione di Schnitzler, “Terra sconfinata”: “C’è tutta l’arte del Fortwursteln, l’attendismo elegante e nefasto in cui si crogiolava la Mitteleuropa prima dell’imminente tonfo.  Le apparenze erano impeccabili mentre l’impero veniva corroso dal cancro della decadenza, in cui proliferavano gli inetti sveviani e musiliani, abili a ogni tipo di conversazione, dal pettegolezzo ala confessione, sempre pronti ad andare a teatro o ad ascoltare un concerto”. Sopratutto se gratis?
Sembra l’Europa oggi anche perché Fortwursteln è – era - poco elegante: una trascuratezza piuttosto casalinga, un ciabattare.   

Mulatto – Il termine, per meticcio, è attestato nel Battaglia e nel Petit Robert nel primo Seicento. Si usavano contare, non molti anni fa, fino a ventidue o ventiquattro definizioni, corrispondenti ad altrettanti tipi di incroci etero etnici: quarterone (figlio di un-a bianco-a e di un-a mulatto-a), ottavino, eccetera. Numeri proporzionali, che indicavano la parte di “sangue bianco” che si deduceva dal calcolo degli incroci.
Alla denominazione per quarti corrispondeva anche nei gerghi, e corrisponde tuttora nei Caraibi francesi, una denominazione specifica: Cabine è chi è nato da un nero e una mulatta, sacatra il figlio del mulatto e della nera, griffe, griselle, marabù etc. usano per le varie gradazioni.
La prodigiosa voglia di accoppiarsi vince il riflesso condizionato razziale, arricchendo il vocabolario.

Nietzsche - Nietzsche, “baffuto filosofo dagli occhi ingrottati”, è Monteverdi – Monteverdi ha scritto la musica che lui avrebbe voluto saper scrivere (Savinio, “Scatola sonora”)

Oceanico – La parole magica dei media in lutto per la morte del generale terrorista iraniano è di origine dannunziana, assicura il Battaglia – con la citazione: “La folla… manda sul vento, da lontano, il suo clamore oceanico”. Iperbole, “specie nelle espressioni - particolarmente usate dalla stampa fascista”, assicura il vocabolario Treccani, “adunata o., folla o.”.   

Piazza Fontana - Il “Corriere della sera”, dopo lunga ponderazione, aveva appena aperto il giornale a un intervista con un politico socialista, Pietro Nenni, al governo ormai da qualche lustro, giusto perché il direttore era il professor Spadolini, che aveva il senso della storia, la signorina Crespi, che è la padrona, non voleva – poi passerà alla sinistra estrema, con Capanna. La storia non è remota.

Razze - A fine guerra, la guerra perduta di Hitler, un disastro, c’erano “razze inferiori” per i tedeschi interpellati da Padover. Erano, nell’ordine crescente di riprovazione: russi, polacchi, italiani, francesi, ebrei.
 
Sessantotto  Günter Grass ne faceva l’autopsia in anticipo, in “Anestesia locale”, 1969 - una storia scritta nel 1967. Le resistenze erano molteplici, e robuste.

Sherlock Holmes – Era gay? Non è stato detto ma non si saprebbe pensarlo diversamente – o allora asessuato. A parte la convivenza col dottor Watson.
La questione è risolta da Conan Doyle in apertura del racconto “Uno scandalo in Boemia” (“Le avventure di Sherlock Holmes”, 1892, la prima raccolta di racconti dopo i primi tre romanzi): “Per Sherlock Holmes essa fu sempre la donna, e ben di rado egli la nominava diversamente. Agli occhi suoi essa eclissava, dominava tutto il suo sesso. Non già che avesse provato per Irene Adler alcun sentimento d’amore”.
Il racconto dice che Irene Adler è ammirata non per la bellezza ma per l’acume, un alter ego.
Sherlock Holmes è contro l’emozione, specie sentimentale, d’amore: “Tutte le emozioni – questa particolarmente – erano estranee al suo animo freddo e compassato”, continua il suo creatore. E ancora: “Holmes era una specie di macchina di meraviglioso congegno… non saprei figurarmelo sotto le spoglie in un innamorato”. La conclusione, benché dispettosa, conferma i dubbi: “E però non esisteva per lui che una donna sola, e questa donna era la defunta Irene Adler di dubbia fama”. Non una donna in carne, non c’è feeling, giusto una sorta di dovere assolto. Quale i gay assolvevano in epoca vittoriana.
Per il resto, in tanto Sherlock Holmes non si trova mai che pratichi il sesso, in una qualsiasi forma. E questo non è normale per la narrativa vittoriana, che, come in tutti i regimi proibizionisti, ne aveva l’ossessione: è un’omissione ostentata.

Umm Khaltum – “Umm Khaltum è una delle Anthal o Exempla degli arabi. Ruffiana per piacere e grande nel peccato. Prostituta fino a trent’anni, ruffiana nelle tre decadi successive, nell’ultimo terzo della sua vita era ridotta all’immobilità. Per consolarsi, fece legare nella stanza una capretta e un caprone e si divertì a osservare le loro schermaglie amorose – Richard F. Burton, “L’Oriente islamico”, 67.
Umm Khaltum si è fatta chiamare l’ultima grande cantante egiziana, la più celebre e amata in tutto il mondo arabo, nel primo Novecento, e poi dagli anni 1960, col diffondersi delle radioline a transistor anche nei luoghi più remoti.

letterautore@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (163)

Un rimborso Enel da 173 euro sulla bolletta elettrica getta nello sgomento: quando si è pagato tanto di più? Tanto peggio se uno ha la fissa di controllare la bolletta. E chi garantisce che altri pagamenti non dovuti non siano stati intanto richiesti ed effettuati? Ma non c’è modo di saperlo, i contatori non contano.

L’obbligo di pagare 173 euro non dovuti è un’estorsione. Ma non si può denunciare. Non ai Carabinieri, ne riderebbero. Ma nemmeno alla famosa Autorità per l’Energia, che pure manteniamo a caro prezzo.
Questo mercato libero è una truffa. Garantito dalla “trasparenza”, che è solo un ombrello verbale (propagandistico) veicolato dai media. A pagamento.

Un anno, 2018, Infostrada-Wind fa mancare la linea telefonica fissa due mesi. Defalcati per il mancato servizio, su un canone mensile (Noi Unlimited + Libero Adsl Free + Canone inVista) di € 28,23, appena € 10. Inutile protestare.

Quest’anno, novembre-dicembre 2019, Infostrada-Wind ha fatto mancare l’Adsl. Grossi danni anche per questo. Ma non c’è rimborso, nemmeno pro forma – il 155 non lo sa, deve chiedere, è complicato… Senza contare i tempi d’attesa al 155.

Un Millennio di crac, statali (Argentina), industriali (Cirio, Parmalat) e bancari, questi soprattutto, a partire da Lehman Brothers, 2007, sono costati a 1,3 milioni di risparmiatori italiani perdite per 45,5 milioni, in azioni, obbligazioni e altri titoli. Lo ha calcolato il Codacons (i conteggi sono ripresi online da Camillo Cipriani sul sito firenzepost.it  il 30 dicembre, e da Federico Fubini su “L’Economia” una settimana dopo). Robetta? In Germania, li hanno evitato, Bce o non Bce, Ue o non Ue.

Salvata la NordLB in Germania, la banca Norddeutsche, un buco di 7,3 miliardi, con ben 3,6 miliardi di denaro pubblico. Che non sono “aiuto pubblico” per la commissaria alla Concorrenza di Bruxelles Vestager. La stessa che si era opposta alla ricapitalizzazione delle banche italiane in crisi attraverso il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Vestager è stata per questo confermata alla nuova  Commissione di nomina tedesca, e anzi promossa a vice-presidente. 

Quella della banca di Hannover non è una distorsione alla concorrenza, anche se il rifinanziamento è abnorme, a giudizio della Commissione Ue - la Bce tace. La ricapitalizzazione di  Etruria e le altre banchette italiane invece lo era.
Nel caso almeno di una di queste, l’abruzzese Tercas, per la quale il ricorso era stato presentato, Vestager è stata condannata dalla Corte Europea. Ma nessuna rivalsa è possibile – a carico di chi?
Per il salvataggio di NordLB Vestager è stata criticata dal “Financial Times” con asprezza, e anche dalla “Frankfurter Algemeine Zeitung”. Ma non c’è rimedio.

Pelosi impicciata

Si guarda Nancy Pelosi, ottant’anni, tirata “ai quattro pizzi”, una levigata maschera, che punta Trump col suo impeachment anche nella crisi con l’Iran, e uno non può fare a meno di vederci la vice-presidente del “presidente scomparso”, il romanzo di Bill Clinton (e Patterson). È precisa lei, la vice del presidente scomparso, che in combutta con lo Speaker (nel romanzo è maschio ) della Camera dei Rappresentanti, pendente il solito impeachment, se ne fa incoronare futura presidente – “diverrai presidente per dieci anni”. 
Questo a Nancy non può dirsi. Ma molti nel suo partito, i Democratici, pensano e dicono che si è avventurata nell’impasse dell’impeachment per questa illusione  - lo(la) Speaker è secondo in linea di successione, ma insieme con Trump cadrebbe anche il suo vice, Mike Pence. Specie dopo il tentativo, caduto nel patetico, di rubare con l’impeachment la scena a Trump nel dopo Suleimani - il giorno dopo.... 
Il romanzo - un atto di accusa violento, ripetuto per cinquecento pagine, da parte di Clinton, anche lui perseguitato dallo Speaker -  ricorda quello che dell’impeachment sosteneva il presidente Ford: “Reato da impeachment  è qualsiasi cosa lo Speaker dice che lo è”. Che in Italia risuona come il famoso Boskov, allenatore della Sampdoria, o della Roma, “rigore è quando arbitro fischia”, ma non altrettanto spiritoso: è la politica degli intrighi, mascherata da giustizia, la famigerata giustizia politica.
Finora Pelosi ha un’accusa sostenuta solo da tre (ex) funzionari degli Esteri antitrumpiani. Ora fa affidamento sulla testimonianza di John  Bolton, l’avvocato che ha lavorato per Reagan e i Bush, sempre per periodi brevi, presto allontanato, e per alcuni mesi con Trump, consulente per la National Security. Ma Bolton è un vero “Trump”: lui vorrebbe la guerra a tutti, a cominciare dall’Iran, è stato allontanato per questo.  

Brutta Italia di Pasolini

Vecchio film documentario, 1963, sugli italiani e il sesso. Non comizi ma quieti macelli dell’amore, di ogni sesso. O quanto sono st… (stupidi?) gli italiani.
L’unico trillo è Cederna e Fallaci insieme, le due dame, senza artigliate in faccia.
Pier Paolo Pasolini, Comizi d’amore

mercoledì 8 gennaio 2020

Le trombe degli ayatollah

“Fuori le truppe Usa. Ma i soldati italiani vogliamo che restino”, si fa raccontare il “Corriere della sera”, con grandi titoli, da un rappresentante sciita iracheno filo-iraniano. Pronti, e subito partono, pochi minuti dopo, dall’Iraq, i missili iraniani contro i soldati italiani.
La fede negli ayatollah resta intatta, malgrado proclamino la taquiyya, la dissimulazione. C’è bisogno di fede?

Rampini, sa che cosa è in gioco tra Iran e Iraq, e ne capisce (lo spiega nei collegamenti tv), così come sa della re-direction  della politica estera americana (idem), si arrampica sugli specchi ogni giorno sul suo giornale, “la Repubblica”, per consentire titoli sull’America avventurista e isolazionista, sul pazzo Trump eccetera. Per leggerlo bisogna pagare, ma vale la pena – per esempio oggi:

Perché “la Repubblica” – ma anche il “Corriere dela sera” e “Il Messaggero” (giusto “La Stampa” sa e dice quello che succede) – dà ragione a Suleimani, che era un capo terrorista, e agli ayatollah, che sa essere un regime clericale e vessatorio. Anzi, malgrado le finte elezioni, una dittatura. Dura: solo nel mese di dicembre ha fatto più di un centinaio di morti nelle sue città. In odio a Trump? Non basta. Perché a favore dell’islam più folle, risentito come tale dagli stessi mussulmani?

Si fanno le bucce in Italia anche nel caso dell’Iran a Trump e agli Stati Uniti in ogni piega, come una minaccia alla pace, in nome dell’Europa, mentre l’“Europa” ha la guerra alle porte dell’Italia, in Libia, e ingovernabile, e non se ne cura. Anzi, ha una guerra promossa da un generale ottantenne creato dalla Francia del liberale Macron, che vuole la Libia solo per consegnare il paese alla Francia. Sottraendolo al legame privilegiato ormai secolare, nel male e nel bene, con l’Italia. Ma di che stiamo parlando?

Il Tg 1 è perfino imbarazzante, con i suoi corrispondenti intenti a denunciare Trump e l’America, e a santificare gli ayatollah. Sono tristi, con una smorfia alla bocca, e gli occhi come iniettati di qualcosa – la cattiva coscienza, l’odio?
Si fa vedere Persepoli, per i distratti come già distrutta dagli statunitensi...

Gli ayatollah, politicanti col pelo sullo stomaco alto quanto l’Himalaya, che si fanno venire la lacrima in piazza al funerale del generale Suleimani, fanno ridere. Ma non i nostri tg. Inteneriti.
Lo sciismo prega piangendo, con le lamentazioni. Ma le lacrime erano da vedere.

Anche le folle oceaniche schierate, in una Teheran che diffida degli ayatollah in ogni angolo, fanno fremere i nostri tg. Basta poco – Mussolini li avrebbe stregati (e lui non “spostava” le masse, nelle varia piazze da ripresa).

Gli ayatollah che piangono hanno fatto almeno cento morti nel solo mese di dicembre, l’altro ieri, nelle oltre cento città insorte contro il raddoppio del gas e della benzina. Bloccando i cellulari e internet. Gente semplice, sentimentale quella delle manifestazioni, buoni credenti delusi. Confrontata dal generale Suleimani, col fuoco dei “volontari” delle sue formazioni speciali.

Il disastro Clinton, Hillary

Leggendo lo “007” presidenziale di Clinton, “Il presidente è scomparso”, viene da pensare ai danni che ha fatto Hillary Clinton nella posizione presidenziale, anche se presidente era Obama, da segretario di Stato nei lunghi anni 2009-2013. Quando ha preso sul serio le “primavere”, sancendo il predominio nel Medio Oriente e Nord Africa delle forze islamiche più avverse, l’Iran e il terrorismo. E ha concepito il disegno di disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre mediorientali, civili e di altro genere. Senza dichiararlo. Il sostegno alle forze islamiche radicali. E\o il disegno di abbandonare il controllo politico e militare del Medio Oriente - non propriamente abbandonare il Medio Oriente, ma non più controllarlo in prima linea.
Una politica di benign neglect americana sull’ingovernabile Medio oriente, ora che gli Stati Uniti hanno di nuovo l’autosufficienza energetica, non è inconcepibile, e anzi è solo logica. Ma nessun piano è stato per questo predisposto, o riorientamento (re-appraisal) strategico, da Obama e da Hillary Clinton. Discusso, o almeno proposto in sede Nato – che invece il Clinton presidente più di tutti aveva voluto coinvolta nella “corsa all’Est” (la cosa è certificata nelle celebrazioni del centenario della alleanza, e nel testo finale).
Si capisce anche, in un certo senso, perché l’America ha votato l’outsider Trump invece della sicura vincente Clinton . Non si capisce però perché l’America si è poi rivoltata e continua a rivoltarsi contro Trump, qualsiasi cosa dica o faccia. O si capisce. Cupio dissolvi? Stupidità? Non può essere.
Hillary Clinton è sempre stata molto quotata, e in molti la dicono la vera presidente degli anni 1990, invece del marito. Si è fatta anche molto finanziare, attraverso la fondazione di famiglia, dall’Arabia Saudita e gli altri emirati della penisola arabica – gli stessi che hanno finanziato e armato il terrorismo. Ma questo può non essere influente. Il fatto è che ha sempre compiuto errori, gravi.

Europa sola e ignara

“Ci ritiriamo, quando decideremo di farlo, prima o poi ci ritireremo, ma prima paghino la base che abbiamo costruito”. Ancora una volta Trump è stato chiaro: il Medio Oriente non interessa agli Stati Uniti, ci stiamo perché ce lo chiedono, se non ci vogliono semplicemente ce ne andiamo, ma non a un costo. Lo stesso che, con diplomazia, diceva Obama ormai da una dozzina d’anni.
Gli Stati Uniti sono tornati all’autonomia energetica, e il Medio Oriente torna per loro un punto nella carta delle strategie – in un quadro terrestre sempre meno influente in un teatro strategico cyberspaziale. Nei riguardi dell’Europa, il cui interesse per gli Stati Uniti era decaduto dopo il crollo dell’Urss, mantengono un legame culturale, e quindi politico generale, ma il Medio Oriente è appendice per lo più molesta – se non per i petrodollari sauditi e degli Emirati investiti in bond Usa.
Il Medio Oriente resta invece un fronte aperto per l’Europa, geografico e minerario: è un suo vasto confinante, turbolento, ed è necessario all’Europa per l’approvvigionamento energetico. Ma l’Europa non sa come è fatto, e non se ne occupa. Ci hanno badato finora il Pentagono e i servizi di sicurezza americani. Ma dieci anni di preavviso obamiano del disimpegno sono passati e l’Europa fa finta di niente, Berlino e Parigi come Roma – e forse peggio, dacché Parigi approfitta della confusione italiana per assoggettarsi la Libia.
Nemmeno la brutalità di Trump scuote l’Europa. Commentatori e politici argomentano su una guerra Iran-Usa, che non ci sarà, non ci può essere – gli ayatollah non sono scemi. Ma anche la “guerra” vedono cosa remota.

L’Italia del presepe, impossibile

Un film comico e didascalico. Rai 1 recupera negli interstizi della programmazione un film che ha prodotto quattro anni fa e ha poi dimenticato di promuovere – perché politicamente scorretto? Specialmente in palla visto retrospettivamente. Miniero e Petraglia (cosceneggiatore) mettono in scena l’Italia dei media – quella di cui si parla -  che è probabilmente l’Italia vera. Di paesi moribondi, dopo storie millenarie, senza scuola, medico, strade. A corto di nascite. In paese l’ultimo nato “ha fatto lo sviluppo”, obeso, e quindi non si può fare il presepe vivente, manca il bambinello. Il vescovo non può nulla (un Herlitzka impareggiabile), viene giusto a “lavare i piedi” a qualcuno. 
E perché poi il presepe, che si fa indifferentemente a Pasqua come a Natale? Ma per incoraggiare i turisti - che non verranno (e questo è il Sud, che sempre aspetta “i turisti”). Il macellaio, o droghiere, del paese, che ha la voce tonante, contro i kebabbari, o africani o negri che si voglia. Il prete pure, ma anche a favore. I “marocchini” dell’altra metà dell’isola litigiosi, tra di loro e con tutti, cristiani e mussulmani. La figlia del sindaco, ora buddista, fa un figlio col giovane marocchino indeciso a tutto, e il bimbo apparirà asiatico, col ciuffetto in testa. Una serie di gag che lasciano il segno.
Il tutto filtrato da due amici di un’altra generazione, Bisio e Gassman, che si sono divisi trent’anni i fa, e ancora ne discutono, su chi ha rubato la ragazza all’altro. Una ragazza (Finocchiaro), che si è fatta suora ma gestisce la pizzeria di famiglia in attesa dei turisti – senza contratti: Iciap, Irap, Inps, tfr, tredicesima, vacanze. In uno scenario da favola – le isole Tremiti.
Luca Miniero, Non c’è più religione

martedì 7 gennaio 2020

Prima che gli americani, via l'Iran dall'Iraq

L’Iraq vota il ritiro delle truppe americane, ma non ha fretta. Vota per il ritiro, senza scadenza e senza fretta, la metà del Parlamento di Baghdad che ha partecipato al voto, quella sciita. L’altra metà, quella sunnita, che è però largamente maggioritaria nel paese, non ha partecipato al voto. Il capo della coalizione sciita Saairun, “in marcia”, Moqtada el Sadr, che ha combattuto l’occupazione straniera già dal 2003, appena deposto Saddam Hussein, con l’“esercito del Mahdi”, si è opposto a un ultimatum. Contro le altre due formazioni sciite, il Dawa e lo Sciri.
Al momento, in Iraq, il dopo-Suleimani è un confronto all’interno del movimento sciita, tra El Sadr e i due pariti concorrenti. Creati e gestiti da iracheni che negli anni 1980, durante la guerra portata da Saddam Hussein contro l’Iran, si erano esiliati a Teheran, erano ritornati con i fondi e le paramilizie iraniane, e collaboravano con Suleimani e Muhandis nell’assedio all’ambasciata americana e in altre provocazioni. Dopo aver alimentato col terrorismo la guerra civile contro gli iracheni sunniti, le loro scuole, le loro moschee, i loro mercati.
È come Trump ha detto in uno de tanti tweet contro Suleimani: “Gli iracheni lo temevano e lo odiavano”. Suleiman e Muhandis sono stati colpiti di precisione su informativa irachena, probabilmente dello stesso Sadr.
C’è ostilità in Iraq, anche nella comunità sciita, per l’intromettenza iraniana. Che ha abusato dell’impegno anti-Is per esautorare le autorità irachene. Anche quelle sciite, ma non filo-iraniane.  Il risentimento si estende al piccolo commercio e allo sfruttamento locale degli idrocarburi, il petrolio e il gas, sempre per l’intromettenza iraniana, dei bazarì.

Secondi pensieri - 406


zeulig

Cristianesimo – Galli della Loggia, in parziale dissenso da Aldo Schiavone, “Eguaglianza”, per “la sottovalutazione del ruolo del Cristianesimo”, così lo sintetizza, sul “Corriere della sera” oggi: “Per la verità il Cristianesimo, a me sembra, fu ben altro che una singolare «teologia dell’eguaglianza» o un’ideologia politica mancata. Fu un’autentica «rivoluzione della coscienza morale» (Croce) che fin dall’inizio, tanto per dirne qualcuna, valse come mai era accaduto prima a condizionare e limitare il potere politico detentore della forza, a sovvertire per sempre il rapporto tra l’«alto» e il «basso» della società, tra uomo e donna, a legittimare la figura dei poveri e dei loro diritti: il tutto in una misura destinata a segnare per sempre le società europee nel loro intero sviluppo. Avrebbe mai potuto esserci addirittura anche l’Illuminismo, per esempio, senza il retroterra culturale cristiano?

È con l’Illuminismo, per l’appunto, che inizia il vero incontro tra la democrazia e l’eguaglianza…”
Da qualche tempo difendono il cristianesimo, la memoria del cristianesimo, non cristiani: buddisti, cinesi (confuciani?), islamici, ebrei - come già Hannah Arendt. Mentre è marginalizzato, quando non negato, in Europa, da nativi cristiani. Non tutti o non necessariamente “laici”, cioè massoni, come fu nella costituente europea di Giscard d’Estaing e Giuliano Amato, poi fallita. In tutte le sue confessioni, cattolica e protestanti. Si è imposto nell’ultimo mezzo secolo, come se il Concilio Vaticano II avesse imposto un’autocoscienza irredimibile, senza psicoterapeuta, a tutto il cristianesimo, una serie di autocritiche. Che non lo hanno redento e sembrano averlo abbattuto, nei termini che sul piano individuale si dicono di inadeguatezza e irresolvibilità.

Latino - “La questione della religio non si confonde semplicemente, se si può dire, con la questione del latino?”, argomentava Derrida nel 1999 nel seminario a Capri sulla religione, nel suo saggio “Fede e sapere”. Dopo aver rilevato che “il mondo oggi parla latino (più spesso attraverso l’anglo-americano)”.
Lo ha rilevato in fatto di religione, parola e concetto tutto latino, ma poi degli altri linguaggi fondamentali, giuridico, filosofico e anche scientifico e “ciberspaziale”, tutti legati originariamente alla religio.
Lo ha rilevato quando già l’Europa e la stessa cristianità romana ha da tempo e con costanza rinunciato all’eredità latina.

Marcuse – Si faceva parlare nel Sessantotto al modo di Marx, che è il suo opposto. Lui non si rifiutava, gli piaceva capeggiare il “movimento”, ma era nervoso.

Opinione pubblica – Si azzera e svanisce nell’era della mediantropia, dell’uomo mediatico. Che invece avrebbe dovuto essere il suo avvento, una sorta di incoronazione. Perché è mediazione – riflessione, critica, spiegazione (messa in prospettiva) – e non informazione. Approfondimento e non diffusione. Meglio: diffusione in un quadro critico.
La guerra perduta in Vietnam per la sua attualizzazione giorno per giorno è perduta all’interno prima che al fronte, per la critica e l’opposizione che solleva. Il moto emotivo che solleva Grillo - come poi Farage e Zelenskij, i comici al potere, e in larga misura Salvini – è l’effetto di un medianismo, o utilizzo dei madia, non riflesso, volutamente apodittico: semplice (semplicistico) e superficiale. Lo stesso, a un livello appena più riflesso, l’ideologia del mercato. Che vede il singolo o individuo (utente, consumatore, elettore) suddito più che mai, di attitudini, convinzioni, comportamenti, interessi che lo asserviscono invece di liberarlo, e perfino ne riducono (tagliano, comprimono, precarizzano) il tenore di vita – i livelli di reddito e l’uso del tempo. Avviluppandolo  (restringendolo) sempre più.

Preluce - L’alba, la preluce, non è un fatto di luce, di nero che traluce (barbaglia), ma di silenzio che viene crescendo, s’intensifica, per l’attesa del suono, del rumore, della vita che riprende. È ìl momento che il silenzio parla, dilaga. Si riesce a sentire. Si può compiacersene.
Si avverte in altura, ma anche in riva al mare, su un lago, in alpeggio, su un prato che il bosco oscuro delimita. attorno al laghetto (E-S): “A un certo momento, prima che il sole esca all’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si mossa, è un qualcosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria stessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle. E per conto mio è il brivido della creazione che il sole ci porta ogni mattina” - Mario Rigoni Stern (“Ritratti. Mario Rgoni Stern”, di Carlo Mazzacurati e Marco Paoloni).
Si può parare col silenzio? Si direbbe di no. Ma per immedesimazione sì: il silenzio è la lingua del mondo, pieno del suo pulsare, benché segreto. Scherza, sorride, ammiccante. Riflessivo sempre ma espansivo.  Da qui l’impressione che il nero si apra, si assottigli, si illumini.

È l’ora quando “un chiarore percorre la note”, lieve, secondo Apollonio (Rodio), in cui nacque Apollo, che non porta gioia ma inquietudine – che era bello forse, o bello si voleva, ma irrequieto - è l’“Iliade” che Omero gli dedica, subito facendolo untore di peste.

Ragione – “La ragione è sempre ragionevole” è argomento d’esordio di padre Brown. Inoppugnabile.

Rivoluzione - Gillo Pontecorvo lo sapeva, vecchio militante del Partito, che fa dire al capo rivoluzionario di “Queimada”, 1969: “È meglio sapere dove andare e non sapere come, che sapere come andare senza sapere dove”. Ribellarsi bisogna. Ma questo è solo il come.

Stelle - Per le tribù dell’Arizona la vita si è complicata per la mancanza di ordine tra le stelle. Mentre la Prima Donna  incastonava le gemme nell’oscurità della notte, e scriveva le leggi morali, il Coyote perse la pazienza e rovesciò le stelle fuori dal vaso in cui lei li teneva, spargendole nel firmamento.

Storia - “La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini” – Raymond Queneau, “Una storia modello”.
Era il piumaggio cangiante del pavone in Scoto Eriugena. È messa in scena strana e costosa per Mario Luzi. È una fantasista tra le più gaie per l’autore delle Demi-vierges - le vergini, per il resto, rotte a tutto. Le opinioni sono divise. Maschia però per Luciano, un atleta robusto e duro come un alce. Oppure no, è adattabile e ha struttura cartilaginosa: non è, ma non si può dire che non sia. E consola ruffiana. Per alcuni è un vulcano.

Suicidio - Si suicidavano i soldati di Hitler a Roma e a Firenze dopo il 1943.

Il padre di Ottone Rosai si calò sott’acqua nell’Arno, e si legò a un albero radicato nel letto del fiume – il repertorio è anche qui interminabile. Il marchese portoghese di Paîva nel 1872, a Parigi, sparandosi un colpo in bocca al ristorante La Maison d’Or, uno dei più costosi della città, dove aveva convitato gli amici, per sfuggire l’ex moglie Thérèse, non bella insolente cortigiana
Nerone, l’imperatore cantautore, dopo aver imposto il suicidio a Seneca, suo maestro, accusandolo di cospirazione, si dovette uccidere per non cadere nelle mani dei tanti complotta tori: aveva trentun anni e aveva dominato il mondo per sedici - è difficile resistere al complotto.

zeulig@antiit.eu