sabato 25 gennaio 2020

Letture - 409

letterautore

Dante – Tolkien leggeva Dante in italiano. E ha voluto molte espressioni “tradotte” con “formule dantesche”, quali gliele proponeva la sua prima traduttrice, Vicky Alliata di Montereale. Alliata, accusata dal nuovo traduttore di Tolkien, Fatica, di aver travisato “Il Signore degli Anelli”, lo spiega sul “Venerdì di Repubblica”: all’epoca “mandavi per posta in Inghilterra l’unica copia del testo tradotto, e pregavi che Tolkien la leggesse e l’approvasse… Tolkien leggeva Dante in italiano e così cercai formule congeniali all’orecchio di chi a scuola aveva studiato la «Commedia» e Petrarca”. Tolkien è nato filologo e glottologo, professore per venti ani di antico inglese, e per altri quindici di lingua inglese.

Delrio – Si direbbe “del reo” nei “Promessi sposi”, al cap. XXXII, il “funesto Delrio”, Martino. Il gesuita della Controriforma “le cui veglie costaron la vita a più uomini che l’imprese di qualche conquistatore”. Autore delle “Disquisizioni magiche”, un prontuario di pratiche stregonesche, che, “divenute il testo più autorevole, più irrefragabile, furono, per più di un secolo, norma e impulso potente di legali, orribili, non interrotte carneficine”.

Grouchy – Sophie de Grouchy nel 1819 fu afflitta per oltre un mese da Alessandro Manzoni, convenuto da Milano in casa sua con undici persone: i genitori, cinque figli, nonna Giulia e tre domestici. Perché, vedova di Condorcet, si era portato in casa Fauriel, italianista come lei, ma in più amico e corrispondente di Manzoni.
Condorcet aveva una moglie, Sophie de Grouchy, nipote di Condillac, italianista, anglista, bella, che gli fu compagna negli studi, nel salotto rivoluzionario che illustrò la buona società di Auteuil, con quelli di Olimpia de Gouges e di Fanny de Beauharnais, e infine nella cattività, quando il marchese rivoluzionario fu imprigionato da Robespierre. Ma fino a un certo punto, poi se ne separò per salvare il patrimonio. Sophie tradusse Smith, “La teoria dei sentimenti morali”, curò le opere del marito, indirizzò al cognato Cabanis le “Lettere sulla simpatia” che ancora si leggono, scrisse biglietti ardenti a Mailla Garat, aitante nipote semianalfabeta e baro di Joseph, il ministro degli Esteri del Direttorio. Infine si era preso in casa Fauriel, il letterato più fico su piazza, più giovane di una decina di anni, senza sposarlo, perché non era nobile.

La Pentecoste – Il più bello degli “inni sacri” costò a Manzoni una vita di fatica – anche se le bibliografie lo dicono redatto “in soli cinque anni”, dal 1817 al 1822. L’“operosissima Pentecoste” Manzoni la rifece per trentott’anni, dal 1817 al 1855. Sembra una poesiola, in cantabili settenari, e invece ha posto all’autore problemi ardui. Due per trovare la rima a ebrei e Sinai. Di più per infilarci Haiti, che è facile per la rima, “liti”, “riti”, “uniti”, ma fa scadere l’altisonante geografia. Di cui Manzoni è maestro, “dal Manzanarre al Reno”, e nella stessa “Pentecoste” tra Vistola e Tebro, Senna e Ebro. Fuori d’Europa probabilmente la vena gli s’inaridiva. Forse per mancanza di un atlante, uno dettagliato - negli inventari della biblioteca non c’è. Haiti, che Manzoni prima assimila alla Brianza, terra di agricoltori, e poi scopre montuosa, potrebbe essergli stata evocata da qualche figlia di schiavi a Parigi. In francese in effetti Haiti suona bene, fa pure rima con Tahiti.
La sterilità della fede dopo il fervore della conversione potrebbe essere in rapporto con la scrittura faticosa della Pentecoste. Che, chissà, fu causa e non effetto: la fede più robusta può essere scossa da una cadenza non riuscita, e il settenario è traditore.

Migranti – “Il naufragio del Deutschland” Carlo Ossola propone (“Dopo la gloria”, 80) a inno europeo oggi, “un canto del dolore”. È un poemetto di Gerald Manlely Hopkins, il poeta gesuita, recuperato in Italia da Montale, e poi da Fenoglio.

Occidente Largesse e Gelassenheit, tutta la sapienza dell’Occidente in uno slancio”, C. Ossola, “Dopo la gloria”, 121. Imperiale?

Opinione pubblica – “Pubblica follia” la dice Manzoni al principio del cap. XXXII del romanzo, dove assimila la credenza negli untori a quella nelle magie – la credulità, si direbbe, la stessa che alimenta le fake news debordanti: “Da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ben poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia”. Ma già, al cap. precedente, con meno sussiego: “L’opinione di quello che i poeti chiamavano volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico”:

Tempi – Scrivendo di Proust nel 1921 (“Biglietto a Angèle”) Gide dice anche conclude: “È strano che simili libri vengano alla luce in un’epoca in cui l’evento trionfa dovunque sull’idea, in cui il tempo manca, in cui l’azione si burla del pensiero, in cui la contemplazione non sembra più possibile, più permessa, in cui, prosciugati dalla guerra, non abbiamo più considerazione se non per ciò che può essere utile, che può servire”. Per “vengano alla luce” Gide intende “abbiano successo”, di pubblico prima che di critica – Gide, che rifiutò “Dalla parte di Swann” alla prima lettura, vi si convertì subito dopo, e non cesserà di apprezzare Proust.
Allora non era così, non ancora, ma un secolo dopo è più che vero. Anche senza guerra. Un Proust non è più possibile, e nemmeno Gide.

Tolkien – Stroncato da Vittorini, e quindi escluso dall’editoria che contava, attorno al 1968, fu infine proposto da Vicky Alliata di Montereale, che lo traduceva per sfizio, al neo editore Rusconi. Per il quale Quirino Principe operò una revisione della traduzione per ridurre Tolkien alla nietzscheana volontà di potenza, per un pubblico di destra – erano gli anni in cui i libri Rusconi erano banditi dalle librerie Feltrinelli. 
Per decenni Tolkien è stato nume e totem dei giovani di destra, dal missino Fuan (che però non leggeva) ai gruppi extraparlamentari, nelle loro letture e nelle esercitazioni paramilitari, soprattutto nei campeggi in Abruzzo e Alto Lazio, denominati “Aragorn” etc.. La sua riscoperta, con accettazione non più di parte, è degli ultimi venti anni, a seguito dei film del “Signore degli Anelli”, della trilogia.
Vicky Alliata ne propone una lettura aggiornatissima, al politicamente corretto di oggi: “Tolkien vuole dimostrare quanto sia possibile lottare insieme tra diversi, rispettandosi l’un l’altro”.

Wagner – In Italia fu “bolognese”, rappresentato e idolatrato a Bologna in contemporanea con Parigi (Baudelaire), e anche un po’ prima che in Germania. Ne fa racconto goloso Valerio Cappelli sul “Corriere della sera”, con la scusa della prima della stagione operistica, “Tristano e Isotta” – in una articolo compresso per lo spazio o “tagliato”: la cultura non fa più informazione.

letterautore@antiit.eu

La scoperta dell’Africa è ferma al 1947

Cendrars è variamente tradotto, ma non per questo classico, anche se di facile accesso (in traduzione è però “Piccole storie negre per i bambini dei bianchi”, seguite da “Com’è che i bianchi un tempo erano neri”. Del resto non ripubblicato nemmeno in originale, da trent’anni, dopo le molteplici edizioni negli anni della decolonizzazione. L’Africa indipendente si è perduta.
Lo scrittore svizzero, più famoso come globe-trotter, ma anche romanziere, poeta, cineasta, propone qui una messe enorme di materiali su tutti gli aspetti culturali del continente sub-sahariano. Nel 1947, venti anni dopo e a seguito del successo sorprendente  delle esposizioni africane a Parigi a cavaliere degli anni 1930, quelle su cui si innesteranno alcune esperienze artistiche europee, Cendrars recuperava a futura memoria una cultura senza scrittura nei suoi aspetti di miti, credenze, riti e poesia orali. Un’antologia costituendo ancora insuperata, perfino in culture, quale quella francese, molto aperta all’Africa. In materia di feticismo, soprattutto, totemismo, cosmologia. Con una ricca panoplia di racconti, fantastici, d’avventura, di animali, morali, d’amore, nostalgici, umoristici, e contemporanei o modernizzanti.  Testimonianza anche di una lingua francese allora più ricca, di termini e concetti afro-francesi.
Nel buio che avvolge l’Africa in quello che si dice sarà il suo millennio – l’Africa invaderà l’Europa, la demografia lo decreta, eccetera – uno dei pochi fari ancora disponibili sul continente. Sarà che l’Africa era conosciuta meglio quando c’era il colonialismo.
Blaise Cendrars, Anthologie nègre

venerdì 24 gennaio 2020

La visita

L’attesa è sempre di oppressione, ma il dottore c’è all’orario, le visite procedono secondo gli appuntamenti, una ogni quarto d’ora. Vanno anzi più spedite, questa è l’impressione, si entra all’ora prevista dell’appuntamento, anche prima, la sala d’attesa sembra vasta tanto è vuota, con uno-due pazienti dell’altro dottore, che condivide lo studio, e chi si limita o ordinare o ritirare una ricetta
L’attesa, ogni volta che bisogna ricorrere al dottore di famiglia, è sempre di oppressione per un motivo. La stanzetta dell’attesa strapiena, quasi fumosa, di gente in piedi e in agitazione, vociante,  rumorosa, di donne soprattutto che vanno di fretta e in qualche modo vi passano davanti, per i buoni  uffici di F., la segretaria tuttofare che dirige il traffico. Che anche voi vi ha fatto venire di straforo, “tra un appuntamento e l’altro”, ma inevitabilmente privilegia le conoscenze con cui ha confidenza, per esso, età e pratica sociale, di linguaggio se non di mestiere.
Ora sembra un altro mondo. I pazienti non siamo diminuiti. “Oh no, siete sempre in tanti”, sorride la segretaria: “Il dottore ha il massimo dei pazienti consentiti, purtroppo dobbiamo dirottare le nuove iscrizioni”. Forse ci ammaliamo di meno? Compriamo meno medicine? Sarà la crisi: spendiamo di meno, ci curiamo anche di meno. Il dottore non sembra convinto: “Le medicine le ordino io, non è che le ordino in base alla crisi!” E azzarda: “È un problema di linguaggio”.
Il dottore aveva ambizioni, mantiene gli interessi, gli piace divagare col paziente, s’immagina con ognuno secondo la sua specialità. Il fatto è semplice: F. era in età e andava sostituita. Al suo posto c’è ora, la mattina, la moglie dell’altro dottore, la sera una studentessa di medicina. Due persone che, per motivi diversi, hanno cognizione delle tipologie e le sigle degli accertamenti diagnostici, nonché dei medicinali caratteristici: con loro si parla breve. Possono così essere inflessibili sugli orari: hanno un’autorevolezza che dà fiducia e libera la sala d’attesa dalle ansie, che si concentrano su quella di passare per primi – l’impazienza che crea gli ingorghi e le code.

Dio giardiniere, di un mondo plurale

Più del fatto conta la rappresentazione, ha stabilito Fontenelle prima di Nietzsche. Dio giardiniere, dell’effimero? Tale lo immagina in queste “Conversazioni sulla pluralità dei mondi”, in polemica con l’ateismo sensista: “Se le rose, che durano solo un giorno, scrivessero la storia, farebbero del loro giardiniere un ritratto a loro modo, e come un essere di più di mille generazioni di rose. Le successive, nel tramandarlo alle altre , non cambierebbero una parola. Su questo punto direbbero: «Abbiamo sempre visto lo stesso giardiniere. A memoria di rosa, non si è mai visto altri che lui»”. L’uomo dura più della rosa. Ma la sua memoria?
Quello di Fontenelle è “il sofisma dell’effimero”, obietta Diderot nel “Dialogo di D’Alembert”: “quello di una creatura passeggera che crede nell’immutabilità”. Che “crede”, però, non è effimero né sofistico, è un’altra cosa. 
È la vecchia traduzione di un secolo e mezzo fa, ma rende bene l’idea. Una fra le tante teorie sui mondi abitati nel cosmo,forse anche nel sistema solare, di ipotesi filosofiche e speculazioni scientifiche, che si accavallan a partire almeno da Anassimandro, VI secolo a.C. Con Platone curiosamente a favore dei mondi paralleli, Aristotele contro. Questa di Fontenelle si distingue per un tratto poetico, nell’ipotesi scientifica, Fontenelle è seguace naturalmente di Copernico, ma non in contrasto, come si vorrebbe, con la tradizione cristiana, che nella sua stragrande e più qualificata (Alberto Magno, lo stesso Tommaso d’Aquino, Cusano, Occam) tradizione vede con favore l’onnipotenza divina estesa alla molteplicità dei mondi – Bruno fu bruciato, ma non per questo.
Fontenelle, figlio della sorella di Corneille (Pierre Corneille) ,educato dai gsuiti, avvocato e scrittore, non era un ideologo – ma molto illuminismo si rifarà a lui. La giurisprudenza si limitò a stiudiarla, come lavoro preferì la letteratura, che a Parigi poté esercitare già da ventenne nel quotatissimo “Mercure galant”, il periodico letterario che l’altro zio Corneille, Thomas, maggiore di Pierre di vent’anni, anche lui commediografo, ma sfortunato, dirigeva. Anche Bernard fu commediografo, non fortunato, e anzi sfortunato, ma laico e scettico. Prima di Bayle, con una commedia di nessun successo, “La Comète”, fustigò la ciarlataneria scientifica, degli astrologi,dei Rosacroce, della credulità popolare. Poi famoso per le opere galanti.
Le “Conversazioni”, pubblicate nel 1686, furono uno dei primi libri a spiegare in volgare (francese) un problema scientifico, e il più importante. Giordano Bruno sullo stesso tema l’aveva preceduto in volgare, “De l’infinito, universo e mondi”, che però non si poté diffondere per la condanna dell’autore. Un filosofo galante accompagna una marchesa a passeggio di notte sotto le stelle, e spiegando il sistena eliocentrico prospetta la possibilità che non sia il solo.
Le “Conversazioni”, pubblicate nel 1686, a 29 anni,valsero a Fontenelle cinque anni dopo l’elezione all’Académie Fraçaise. Morirà di cento anni, nel 1757, nel pieno dei Lumi che con le “Conversazioni” aveva anticipato, quanto a curiosità scientifiche dei letterati.
Bernard le Bovier de Fontenelle, Conversazioni sulla pluralità dei mondi, pp. 130, free online

giovedì 23 gennaio 2020

Problemi di base dimaiani - 534

spock
Di maio o Di gennaro, cambia qualcosa?

Cambiano i 5 Stelle come all’opera dei pupi, un caso di ventriloquia?

O c’è un disco sotto?

Come le maschere dei pupi, che però hanno personalità?

La partita del partito parte sempre vinta?

“Perché la mente si interroga su se stessa?” (E.Scalfari)

Perché la mente si interroga?

Di Maio si interroga – a parte la cravatta?

spock@antiit.eu

L’islam, come potrebbe essere

Un manualetto didascalico del maggiore esperto in Italia di islam. Autore vent’anni fa di un “Istituzioni del mondo musulmano” che ancora fa fede, docente a Ca’ Foscari, l’istituto orientale di Venezia. E in precedenza di una rappresentazione “Tra veli e turbanti” della vita privata nei tanti mondi dell’islam. Il volumetto è come Giunti lo presenta:; l’islam Vercellin analizza come referente storico e sociale di diverse realtà etniche, culturali, politiche, statuali, lungo una storia diversificata di ormai millecinquecento anni.  
Un regalo, il racconto e le illustrazioni. Se non che il mondo musulmano, soprattutto l’arco Medio Oriente-Nord Africa, dall’Afghanistan al Marocco, è in evoluzione permanente, ora modernizzante, ora retrattile - “tradizionalista “ (fondamentalista). Nel diritto ma anche nella fede – nella lettura del “Corano”. Ora pluralista, ut to a point, politicamente, ora monocratico. Per l’improvvisa ricchezza di cui ha beneficiato dal 1973, dal primo “shock petrolifero”, che triplicò i prezzi del petrolio e del gas naturale.
Inoltre, si assume (si accetta la lezione fondamentalista) che le istituzioni siano determinate dal Corano, e invece no. Se non nel senso che, il testo sacro dovendo essere interpretato, ogni sua lettura è possibile, in un senso e nel suo contrario. La politica, la giustizia, la condizione femminile e il rapporto uomo\donna, perfino l’urbanistica, sono, nei diversi contesti territoriali o nazionali, variamente intese e organizzate. Fino alle guerre civili, che sono una costante della storia islamica. Generalizzare fa comodo – il “mondo islamico” – ma non alla verità della cosa.
Altro punto contestabile – non nuovo – è “la mancanza di qualisiasi mediazione fra il credente e Dio… Nell’islam non è necessario alcun ministro consacrato del culto cui sia delegate in esclusiva la celebrazione di funzioni religiose”. Che non è vero di fato, in nessuna situazione reale: il “sacerdote” ha nell’islam più potere, intellettuale e politico, che nel cristianesimo o nell’ebraismo. Nella scuola, lettore autorizzato e esegeta del “Corano”, nella moschea (preghiera del venerdì e zakat, la complessa struttura di gestione dell’elemosina), nei problemi legali comunitari, nell’etica delle persone e della comunità, dai lavacri e l’abbigliamento ai rapporti sessuali. L’imam o mullah o sheikh non amministra sacramenti, ma ha un ruolo molto più invasivo del parroco o pastore. determinante. E gli ulema, gli interpteti della volontà divina? Non c’è la struttura, ma c’è la sostanza.
Basta la lettura del versetto del “Corano” che sembra autorizzare la poligamia. Poche parole e, spiega Vercellin, confuse, se non nel senso che dopo una brutta sconfitta con molti morti, Maometto autorizzava a sposare le vedove, anche più di una, per salvaguardare la prole (gli “orfani”), e per moltiplicarla. Il matrimonio è trattato minuziosamente, in tutti gli aspetti, legali e sessuali, la poligamia solo in queste poche parole d’occasione. Ma che monumento ci è stato costruito sopra, normativo, etico, di genere. Se questa non è strutturazione – una chiesa.
Giorgio Vercellin, Islam. Fede, Legge e Società, Giunti, remainders, pp. 127 ill. € 1,95


mercoledì 22 gennaio 2020

Ombre - 497

“Il lodo Conte è incostituzionale”. Renzi può non essere simpatico, ma dice la verità. Dividere la prescrizione tra assolti in primo grado e condannati è assurdo, prima che incostituzionale. Tanto più se la distinzione la fa un uomo di legge – Grillo, ancora ancora, si potrebbe capire, è un funestatore. Ma, a parte Renzi, nessuno lo dice: Conte dirige l’opinione pubblica? per conto di chi?

 “Ho sentito parlare bene di lei”, è un complimento? Per un ministro degli Esteri? Per Di Maio sì, e per il suo partito, che il commento da maestrina di Angela Merkel diffondono nei social. In genere si dice degli alunni che bisogna recuperare, per incoraggiarli.

Non c’è partita fra Greta e Trump a Davos. Ma Trump ha ragione: la partita è universale, e c’è chi bara, mentre gli Stati Uniti sono il paese che ha fatto di più.
Di più, Trump avrebbe potuto dire: gli Stati Uniti sono quelli che hanno inventato e imposto l’ecologia, da Nixon in giù. Anche come industria.

Due avvocati e un revisore contabile, Francesco Ardito, Antonio Lupo e Antonio Cattaneo, contestano i piani di ArcelorMittal a Taranto, i piani finanziario, produttivo (specialità, quantità), tecnico e commerciale. Possono contestarlo in tribunale, come se ne fossero esperti. Mentre sono avvocati di provincia.

Cioè no: i tre avvocati commissari i piani di ArcelorMittal li fanno contestare da altri tre avvocati. Che denunciano “le multinazionali” e il “capitalismo d’assalto”, come si diceva quando erano bambini. I commissariamenti sono una mangiatoia, ma senza decoro? Leggere un libro o un giornale più recente? Leggere un giornale?

I commissari pubblici che si ergono parte accusatoria nella questione della siderurgia sono gli avvocati Francesco Ardito, di Fasano, e Antonio Lupo, di Grottaglie, eletti al prestigioso incarico  dalla ministra leccese Lezzi, una compaesana, col concorso di un revisore dei conti, anch’egli avvocato minore, Antonio Cattaneo. Cercano di guadagnarsi il cachet, lucroso. Ma che ne sanno di acciaio, di impresa? Hanno avuto un “posto”, di sottogoverno, ben pagato, per fan di Grillo, e come lui puri e duri. Ma questo non  si dice: i giornali, i telegiornali non capiscono, non sanno, sono complici?

“4\3\1943”, il bellissimo poema di Dalla – la parte prima, prima di ridurre Gesù Bambino a rimare con “bevo vino” – è nei social e nelle tv citato e eretto quale inno all’immigrante: “Dice che era un bell’uomo e veniva\ veniva dal mare…”. Mentre è una storia di invasione, e forse di stupro – o di prostituzione (minorile). La bontà fa confusione.

“Il calcio non è il baseball, il football o il basket,”, spiega Rocco Commisso a Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore”. Non si può decidere a tavolino chi partecipa ai campionati: “Servono le promozioni e le retrocessioni, i campionati a inviti ammazzano la passione”. Ma è quello a cui i maggiori club di calcio, in Italia la Juventus degli Agnelli, stanno lavorando.

“Fanno il lavoro sporco” per Haftar in Libia “duecento mercenari russi”, informa “Il Sole 24 Ore”, “una presenza confermata da diverse fonti. Anche se, ripete il Cremlino, non rappresentano lo Stato russo”. Ci mancherebbe. Il governo però sì, chi li paga sennò.

Mieli prende spunto da uno dei tanti articoli di Ian Bremmer, il fondatore e presidente di Eurasia Group, una società di consulenza in politica estera, uno dei tanti anti-trumpiani, per dire del “rischio della giustizia utilizzata come un’arma”. E per dire che “la situazione è assai diversa da come si presentava all’inizio degli anni Novanta, quando tutto cominciò”. E intende: allora sì che andava bene la giustizia politica, quando lui la spalleggiava. Con gli avvisi di garanzia recapitati – cioè “sparati” – attraverso il suo giornale.

Uno clamoroso, con cui Borrelli incastrava finalmente Berlusconi, dopo accanitissima caccia, fu sparato dal “Corriere della sera” in anteprima, in tempo per affondare una conferenza internazionale sulla criminalità che Berlusconi andava a inaugurare il giorno dopo a Napoli – poi risultato infondato. Mieli non ha mai detto chi glielo fornì in anteprima.
Nella storia bisognerà fare un processo ai giornali più che ai giudici: la giustizia politica è l’informazione politica, l’informazione avvelenata.

“Ronaldo, Dybala e Higuaìn in campionato hanno segnato tanto quanto Immobile /(23 gol)” – Tomaselli sul “Corriere della sera”. Quanto Immobile da solo, che è pagato un decimo dei tre.

“Il 15 dicembre del 1992 grida di giubilo si levarono dalla sala stampa del palazzo di giustizia di Milano: Bettino Crtaxi aveva ricevuto il primo avviso di garanzia nell’inchiesta Mani Pulite”, Goffredo Buccini, “Corriere della sera”. Tutto l’articolo merita la lettura (benché ridotto, curiosamente, rispetto a quello di corriere.it) 
L’applauso l’allora cronista di nera Buccini dice “abiura sonora ad ogni garanzia di terzietà: perché tutta l’inchiesta, sino a allora, era stata un inseguimento al vero bersaglio Craxi”. Di giornalisti e giudici uniti nella lotta.

I giornalisti – economici questi, non più di nera – usavano all’epoca applaudire anche l’Avvocato Agnelli ogni anno alla presentazione dei risultati di bilancio. Un’attitudine di minorità mentale più che di non terzietà.

“Craxi più odiato che antipatico”, dice Claudio Martelli presentando il suo libro “L’Antipatico”, inteso Craxi, a Milano. È solo vero, si può dire di Craxi come della Juventus, che è odiata dai due terzi degli italiani, i non juventini. Allora democristiani e berlingueriani erano la grande maggioranza. Non hanno vinto allora - solo macerie dal compromesso storico. E hanno promosso l’antipolitica, che li ha affossati e ci affligge.

Si celebra Craxi, nei venti anni della morte, con imbarazzo soprattutto degli ex socialisti, Martelli, Amato, Formica, eccetera. Quelli che lo abbandonarono. Dopo, però, essere stati scelti e promossi da lui – Craxi fu un bulldozer nel e del suo partito, il Psi, al quale impose i suoi uomini con durezza.  Ma la gratitudine fa politica: i delfini di Craxi che se ne sono allontanati sono finiti nel nulla.

Lucio Dalla il problema dei preti sposati l’aveva risolto da tempo in “L’anno che verrà” (più noto come “Caro amico, ti scrivo…”): “Anche i preti potranno sposarsi\ ma a una certa età”.
Il problema è semplice. Perché affrontarlo di sbieco, per il bisogno di preti in Amazzonia? L’ipocrisia è connaturata alle religioni, o non è loro nemica?

Molto lutto, solo doveroso, per Giampaolo Pansa. Ma evitando di ricordare che nessuno gli affidò mai la direzione di un giornale, negli anni 1970-1980, come pure avrebbe meritato. Aveva gli occhi aperti, il Grande Inviato, ma anche molta capacità di lavoro, come dimostrò nel secondo semestre del 1980, quando Scalfari gli affidò la vice-direzione esecutiva di “Repubblica”. Poi fu costretto ad andarsene, confinato all’“Espresso”. Era uno spirito libero, oltre che colto e intelligente, e questo non si confà al giornalismo (italiano)?

Meglio conservatore che liberista

Conservatore meglio che liberale - liberista. O in antitesi a progressista – “il pessimismo salverà il mondo”. Ma da high tory, il conservatore a suo modo progressista. Venendo comunque dal Sessantotto, dal Maggio parigino. Sulla traccia di Burke, che fece la tara alla rivoluzione francese (come poi farà anche Manzoni, in una storia che si trascura).   
Polemico, ma anche semplice. Giurato in Italia di premi di poesia. Autore da ultimo di un “Bevo dunque sono. Guida filosofica al vino”.
Consuetudine e tradizione, ma con giudizio. Non un rifiuto del nuovo o del sociale, ma dell’approssimazione, sia pure bene intenzionata.
Roger Scruton, Manifesto dei conservatori, Cortina, pp. XII + 247 € 22

martedì 21 gennaio 2020

Salvini si aggrappa agli immigrati

Nella regione più rossa e più bianca – da Dossetti a Prodi – decide il voto di domenica l’immigrazione. È questo il senso della decisione di Salvini di farsi processare – la decisione anticipata, prima del voto (dopo il voto l’incriminazione sarà sicura, con questo Parlamento).
Arrivato alla vigilia del voto con una candidata non brillante, e al culmine di una campagna elettorale stanca, Salvini tenta la rimonta con la questione immigrazione.  
Non detto, ma l’immigrazione è un punto sensibile nella regione, specialmente in Romagna. Negli anni 1960-1970 si muravano le case abbandonate in campagna, a Sant’Arcangelo e verso Bagno, verso l’Appennino, per evitare che vi si stabilissero le famiglie dei meridionali che lavoravano la campagna.
Nel merito, il Senato non condannera Salvini, ma lo manderà al giudizio ordinario. Al quale Conte e Di Maio non potranno non dire che la quarantena imposta alla nave Grregoretti era un atto di governo. Il sostegno di cui godono da parte del Pd non sarà dirimente in Tribunale.

La scoperta del Dio unico - o l’atto di fede di Scalfari

La divinità può prendere molte forme – gli antichi romani se le assumevano tutte – ma poi è unica. O si riconosce oppure no. È come dice il papa, e non può essere altrimenti. Che “il Dio creatore è unico in tutto il mondo”.
Scalfari, agnostico professo – “mi manca la fede” – viene incontro al Dio unico della chiesa cattolica. Quello della Bibbia e dei Vangeli – e della chiesa. Esplorandone problemi e prospettive col papa Francesco e col cardinal Martini, per adeguarne i comportamenti. Con questi colloqui, e con quelli che editorialmente li hanno preceduti, e li seguono – da ultimo su “la Repubblica” giovedì, su clima e migrazioni. Un atto di generosità – di curiosità giornalistica. Che molto aiuta la chiesa. Un atto di fede in realtà: Scalfari parla della fede come un fatto (“mi manca la fede”), mentre è una ricerca, una inquietudine, quella che lo porta dal papa - per quanto non è ostentazione di potenza.
Papa Francesco sente molto l’attrattiva di una certa massoneria. Ha ricevuto anche Carlo De Benedetti. Scalfari ricambia con un interesse, sembra, sincero. Giornalisticamente sfrutta l’evento eccezionale, di un giornalista ateo in dimestichezza col papa, in vecchiaia, e dopo essersele fatte passare tutte. E anche editorialmente: il volume è una ripresa ampliata di due libri già pubblicati, del dialogo col papa (“Dialogo tra credenti e non credenti”), e con Martini - insieme con Vito Mancuso, qui omesso - (“Conversazioni con Carlo Martini”). Con gli articoli che al papa Scalfari è venuto via via dedicando su “la Repubblica”. E qualche suo “sermone domenicale”, sempre su “la Repubblica”, le articolesse con cui commenta settimanalmente il mondo, quando si riferiscono al papa, collegando il mondo al papa.
Lo fa con taglio giornalisticamente opportuno, un build-up sempre vivace. Sempre un po’ sopra le righe – eccitato, o solo esagerato - come è giusto: il lettore deve avere netta l’impessione che l’evento è eccezionale. La confidenza spingendo fino al personale. E a un’amicizia, si direbbe, tra ragazzi. Scalfari chiede al papa di santificare Pascal, il papa promette che si impegnarà. Lo chiama al telefono. Gli prepara regali. Lo riceve senza segretari nè altri intermediari. Lo accompagna sempre fino alla macchina, e anzi gli apre lo sportello e lo aiuta a salire. Un rapporto personale si è stabilito tra i due uomini, che Scalfari a suo modo immortala.
Si vede anche dal contrasto con Martini. Molto preciso, in ogni aspetto, nelle poche conversazioni che ha con  Scalfari, il cardinale Martini. La Resurrezione dei morti? Un mistero e una necessità: “La necessità di vivere con  carità e speranza”. Ed è vero che “bisogna amare profondamente la vita per essere poi illuminati dalla grazia e dalla fede” – il ardinale non lusinga l’interlocutore. Mentre papa Francesco, gesuita, Scalfari elogia in questi termini: “Candido come una colomba ma furbo come una volpe”. Dei gesuiti sottolineando “la proverbiale e non sempre apprezzabile flessibilità”. Il papa lo commuove in ogni occasione di incontro che qui racconta, ma Eugenio non rinuncia per questo alla “oneupmanship”.
Fa però il papa rivoluzionario. E non da poco: papa Francesco, Scalfari annuncia, ha abolito il peccato. È una cosa buona? Ma probabilmente è vera, il papa non sembra smentire l’entusiasmo di Scalfari. Che gli fa ripudiare la legge mosaica, del Dio “unico, giudice, vendicativo”, che “ordina e impone divieti” e “non contempa diritti, non prevede libertà”, a dire di Scalfari. Il papa non obietta - avrà sorrico dell’entusiasmo del suo vegliardo amico, ma chissà: papa Bergoglio, da buon latino, “rivoluzionario” vuole esere. E poi, insinua Scalfari, non ha scritto l’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, in cui rifiuta il peccato e l’inferno? Si parla anche di “verità assoluta” – il contrario essendo dissoluta?
È anche vero che il papa, in puro scalfarismo, gli ha confidato: “Dio non è cattolico”, non è universale – “cattolico” è greco per universale? Peggio: non è della chiesa cattolica, Dio è di tutti. Insomma, una conversazione all’inglese, da vegliardi eccentrici che se le permettono tutte – con una buffa anticipazione, o un parallelo, dei “Pope” su Sky, gli sceneggiati di Sorrentino.

Eugenio Scalfari, Il Dio unico e la società moderna, Einaudi, pp. 192 € 16


lunedì 20 gennaio 2020

Recessione (84)

A  Roma “nel 2010 le bancarelle erano 1.830, oggi sono 5.120”, “Corriere della sera-Roma”. Quelle legali. Un abuso? Una necessità, per chi vende e per chi compra.

Per il dodicesimo anno consecutivo l’Europa è l’unica grande area economica a crescita zero, o poco più – a fronte del 2-3 per cento degli Stati Uniti e del 6-9 per cento della Cina.

Nel terzo trimestre 2019 il pil è cresciuto nell’eurozona dello 0,2 per cento rispetto al trimestre aprile-giugno. In Italia e in Germania è cresciuto dello 0,1 per cento.

Il pil tedesco cresce nel 2019 dello 0,6 per cento, cioè non cresce. La produzione industriale è diminuita del 3,6 per cento.

Il pil italiano è previsto crescere nel 2019 dello 0,1 per cento. Cioè non cresce – lo 0,1 è effetto di artifici contabili, e comunque in termini economici significa stagnazione.

La cassa integrazione autorizzata è aumentata nel 2019 del 20,45 per cento rispetto al 2018.
La cassa integrazione straordinaria (prodroma al licenziamento) è aumentata di un terzo, il 33,4 per cento, per una platea di circa 60 mila lavoratori.
L’esborso Inps nell’intero anno per sussidi all’occupazione è stato di poco meno di dieci miliardi, 9,5 – “Il Sole 24 Ore”

Cronache dell’altro mondo - (52)

I morti per abuso di farmaci sono ogni anno negli Stati Uniti 70-80 mila.
Più della metà dei morti per abuso di farmaci, esattamente 47 mila 600 nel 2017, è stata causata  dagli oppioidi - 130 morti mediamente al giorno, uno ogni undici minuti.
Cause sono in corso contro le tre maggiori aziende fornitrici di oppioidi, Johnson & Johnson, Purdue Pharma, e l’israeliana Teva, per “pressioni sui medici” perché prescrivessero oppioidi. Di fatto, il dolore è proibito in America, nella psicologia nazionale e nella professione medica. Per preveniro o lenirlo sono in libera vendita oppioidi a base di ossicodone e altri sostituti sintetici della morfina – con potenza due e tre volte superiore, e assuefazione quindi più rapida.
Gli oppioidi debbono essere prescritti, perché se il paziente può provare che non è stato trattato con abbastanza antidolorifici, la sua assicurazione può non pagare l’ospedale. Un’assicurazione per la morte.
 “Weinstein chiude decine di cause civili con i soldi delle assicurazioni” - le cause che gli hanno in tentato le donne abusate. “Senza ammettere le violenze”. L’onore è salvo, di Weinstein e delle abusate. Le tasche degli avvocati a percentuale piene.
La deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez, democratica (“eroina dell’estrema sinistra” per “la Repubblica”), tacco 12, è contro la schedatura delle bande giovanili che tormentano New York: poiché molti sono i sudamericani, sarebbe una misura razzista.

L’amore è puro

Una stracca coppia gay è ravvivata da due ragazzi affidati loro da un’amica, che ha problemi di salute. Con un che di autobiografico: anche il regista ora si prende cura di due ragazzi, che la sorella gli ha affidato (ai tre dedica il film).
Özpetek ama il melodramma, alla Almodovar. Ma con un pizzico di crudeltà. Il suo mondo lgbtq, che resterà uno spaccato della realtà contemporanea, corredato anche qui del contorno del casamento (condominio), con la comare commentatrice, un marito qui assente, da Alzheimer, e altre situazioni di vita vissuta ma sempre caratterizzata, gira attorno a un connubio gay di sesso e gelosie. Quello che una volta si diceva isteria. Più le maschere da Mucca Assassina, il vecchio cabaret gay del suo quartiere, il Testaccio. I ragazzi vi introducono le emozioni.
Ferzan Özpetek, La dea fortuna

domenica 19 gennaio 2020

La guerra è tra sunniti, contro la Fratellanza Mussulmana


La guerra civile in Libia è ormai una guerra di Egitto, Emirati e Arabia Saudita contro il Qatar e la Turchia, due regimi vicini alla Fratellanza Mussulmana. Un passo più in là dell’embargo imposto due anni e mezzo fa da Egitto, Emirati, Arabia Saudita e Bahrein al Qatar, accusandolo di “terrorismo”.
Una faida tra opposti islamismi. Non però per motivi religiosi: tutti i paesi coinvolti nell’embargo e in Libia, negli opposti schieramenti, fanno capo al mainstream dell’islam, quello sunnita – eccetto Bahrein, a maggioranza sciita. Egitto, Emirati e Arabia Saudita sono in guerra perché temono politicamente il sunnismo della Fratellanza Mussulmana.
La Fratellanza è una formazione politica in qualche modo democratica, e quindi la più prossima alla sovversione. I regimi patrimoniali e monocratici la temono più del terrorismo, proprio perché vicina sul piano dottrinale e rituale ai propri credenti, alla massa dei credenti in Egitto, Emirati e Arabia Saudita.
Una sorta di guerra civile interna al sunnismo. Il rais dell’Egitto, il generale Al Sisi, ha rovesciato il regime, eletto, della Fratellanza Mussulmana. La politica saudita opera quasi esclusivamente per evitarne la formazione, con l’affrettata, anche se limitata, modernizzazione.

Conte levantino a Berlino

Con garbo e diligenza la Germania ha organizzato infine un vertice mondiale sulla Libia. Senza possibile risultato, poiché i due contendenti per il potere in Libia, l’eletto Serraj e l’autoeletto “maresciallo” Haftar, sono solo i paraventi di due schieramenti islamici opposti, quello Turchia-Qatar, o della Fratellanza Musulmana, e il fronte Egitto-Emirati-Arabia Saudita. Una situazione alla “Lawrence d’Arabia”. Aggravata dal fatto che sia Serraj che Haftar devono comunque fare capo alle tribù.
L’Europa a questo punto può poco o niente. Come Serraj ha spiegato: “Non ha affrontato le sfide in Libia, sebbene alcuni paesi abbiano relazioni speciali con la Libia, e anche se siamo vicini e abbiamo molto interessi comuni”. Perché, si sa non da ora, la diplomazia senza la forza è musica senza orchestra. Ma può alleviare le ostilità con la cooperazione economica.
Il vertice tedesco si segnala per la professionalità soprattutto rispetto a quello organizzato di nascosto da tutti da Macron a Parigi nel maggio 2018. Con la firma di una pace che nessuno dei due contendenti libici pensava di onorare e ha onorato. Mentre l’Italia di Conte si distingue per aver voluto sacrificare il suo ambasciatore a Tripoli, Perrone, reo di aver gestito gli interessi italiani con acume, e di essere quindi inviso ad Haftar. E per gli abbracci esibiti, calorosi, ripetuti per  le tv, di Conte ad Haftar. Un Haftar ritroso. Una scena di levantinismo. Esilarante, non ci fosse la guerra civile di mezzo: fare il levantino con un levantino nato?
Haftar è stato di molte bandiere.  Anche spia una ventina di anni fa della Cia, che gli fece avere la cittadinanza americana, contro Gheddafi.

Il tradimento è delle istituzioni

Evocare la Dc eterna, come su questo sito giovedì 16, è equivoco e non serve a nulla. È il malaffare che domina incontestato. Tra le istituzioni peggio che nella politica che tutti invece contestano. E nelle istituzioni più venerate, dalla cosiddetta opinione pubblica - i media. Specie il giudiziario, che si pone al di sopra della legge.
Il Csm dà scandalo, senza colpa. Da ultimo con le divisioni nettamente politiche sulle sue nomine. Il Parlamento sopravvive di furbizie procedurali, giusto per l’opinine pubblica (un po’ di fumo agli elettori), e di trasformismi costanti, ormai una regola – ogni legislatura fa un nuovo record di cambi di partito. La Corte Costuzionale, che nel 1)81-92 impose il sistema elttorale amgioritariao, ora impone invece quelo proporzionale. Per un qualche riferimento alla Costituzione? Non se ne cura. Senza nemmeno il rispetto dei precedenti, che in diritto fa legge.  

La giustizia è una strega


Una rievocazione che sembra una premonizione, della “follia” giudiziaria che di lì a poco si sarebbe abbattuta sull’Italia. Sciascia recupera, nel 1985, al cap. XXXI dei “Promessi sposi”, il caso di una innominata strega che il protofisico Settala “coooperò a far torturare. Tanagliare, bruciare come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa strani dolori di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei”. Fino a portarla a confessare, a confessarsi strega. Il paradigma che sarà ripreso a Milano pochi anni dopo. Compresa la pubblica opinione da Sciascia assimilata, sempre con Manzoni, alla “pubblica follia”.
Ludovico Settala Manzoni riconosce persona eminente di studi e rispettabile di carattere. Rappresentandolo, “poco meno che ottuagenario”, impegnato contro la peste, ammirato “per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri”. Anche lui vittima della pubblica follia – “l’opinione di quello che i poeti chiamavano volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico”: “Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno  gente, gridando essere lui il capo di coloro che volevano per forza esserci la peste”. Il protofisico fu salvato dai suoi portantini. Ma per diventare il responsabile della persecuzione e la morte della “strega” Caterina Medici.
Se ne può fare un caso della Provvidenza un po’ confusa. Manzoni, e Sciascia con lui, ne denunciano i pessimi effetti nella vita pubblica.
Sciascia recupera il nome della “infelice sventurata”, in un complicato rimando a Pietro Verri, “Storia di Milano”, e ai suoi litigiosi – come è d’uso nelle lettere – editori postumi. E ne ricostruisce dai pochi indizi la vita e la morte. Dopo aver dato un altro colpo “profetico” a uno dei cardini della  caccia politica alle streghe che si sarebbe scatenata, nella stessa Milano, qualche anno dopo: tacere gli errori.
Il caso della povera Caterina Medici Sciascia racconta soprattutto in polemica con la giustizia. Si ripubblica probabilmente per mere strategie commerciali, ma è sempre di attualità.
Leonardo Sciascia, La strega e il capitano, Adelphi, pp. 84 € 15