sabato 1 febbraio 2020

Il mondo arabo abbandona i Palestinesi

Il Medio Oriente arabo si smarca dalla questione palestinese. È la novità del piano Trump. Che non passerà all’Onu, poiché contrario alla Risoluzione 1967 sulla Cisgiordania, ma è nei fatti.
Per questa stessa ragione il piano Trump non sarà però nemmeno proposto all’Assemblea dell’Onu: perché i governi arabi che finora, almeno formalmente, hanno sostenuto i Palestinesi, e la stessa Russia, già loro bastione in Consiglio di Sicurezza, non vogliono più esporsi a loro favore. I potentati della penisola arabica, l’Egitto, la Siria e - per il poco che conta in Medio Oriente - il Maghreb non si occupano dei Palestinesi. La risoluzione della Lega Araba è una formalità.
Un equivoco durato mezzo secolo si dissolve: il nazionalismo arabo è morto con Nasser. Rinverdito dieci anni fa dalle “primavere arabe”, ma quello era un equivoco indotto dall’amminisrtrazione americana, di Obama e Hillary Clinton.

Modello Deutsche Bank

Un “buco” di bilancio di sei miliardi non si cumula in un anno, il 2019: viene da lontano – e non si è chiuso al 31 dicembre.
Le nuove gestioni – Deutsche Bank ha rinnovato il management – caricano di regola tutte le possibili perdite nel loro primo bilancio, imputandole alla gestione precedente. Questo è anche il caso del gruppo tedesco, la maggiore banca d’Europa, ma non esaurisce il potenziale di sofferenza.
Per valutare i possibili sviluppi è utile il quadro che ne fa G.Leuzzi, “Gentile Germania”, Robin ed., (il libro è di fine 2013, ma tuttora in edizione) alle pp. 97-100,  § 4. Le colpe dell’Italia, “La ricetta Ackermann”:
“Sul debito bisogna intendersi: la colpa qui, per la Germania, è senza dubbio dei latini. Prendiamo il caso dell’Italia, dell’offensiva contro i Btp della primavera 2011, i buoni del Tesoro italiano. La Deutsche Bank, subito imitata dalle banche tedesche minori, vendette tutti i suoi Btp, che allora quotavano a valori superiori al nominale. Vendette cioè non per ricoprirsi da perdite ma per guadagnarci. E a luglio ne informò il Financial Times, dopo aver ricomprato Btp a termine, a prezzo prevedibilmente più basso. E aver fatto incetta di credit default swap collegati ai Btp, titoli di controassicurazione sul rischio insolvenza dell’Italia, sui quali intanto lucrava un rendimento elevato. Con una mano. Con l’altra diffuse a fine luglio un rapporto favorevole ai Btp.
“Un modello di speculazione. Fu l’inizio della crisi dell’Italia. Innescata a freddo, non per caso. Era a capo di Deutsche Bank Josef Ackermann, “il più potente banchiere del mondo” per il New York Times. Potente coi politici, in Germania e fuori – in Italia aveva Giuliano Amato a “maggior consulente”. Per Simon Johnson, capo economista al Fondo Monetario, “uno dei banchieri più pericolosi del mondo”. Amministratore delegato dal 2002, aveva impegnato Deutsche Bank nei mutui senza garanzie, la bolla scoppiata nel 2007. Per queste e altre attività arrischiate della sua gestione - la vendita di derivati agli enti locali in Italia e la manipolazione dei tassi interbancari – la banca tedesca è tuttora la più coinvolta in azioni risarcitorie, per fronteggiare le quali accantona in bilancio tre miliardi.
“Ackermann era stato a capo del Credit Suisse dal 1992 al 1996. Nel 1996 fu cooptato nel consiglio della Deutsche Bank e in quello della Mannesmann, la banca e la fiduciaria più potenti della Germania. Nel 2002, subito dopo l’ascesa al vertice della Deutsche, era stato accusato a Düsseldorf di corruzione nell’acquisizione di Mannesmann da parte di Vodafone, nel 1999. Assolto rapidamente, ebbe la sentenza cassata dalla Corte Costituzionale. In appello, quattro anni dopo, aveva patteggiato un indennizzo di 3,2 milioni, col diritto di dichiararsi non colpevole.
“Nella prima parte dell’affare, la cessione da parte di Olivetti di Omnitel Pronto Italia, nota coi marchi Wind e Infostrada, a Mannesmann, la Oliman, finanziaria di diritto olandese del gruppo italiano, allora di Carlo De Benedetti, realizzò una plusvalenza di 14.200 miliardi di lire. Düsseldorf contestava inizialmente – la traccia fu presto trascurata – il trasferimento di tali ingenti somme, a carico e a beneficio di Mannesmann, in paradisi fiscali. Olivetti si risparmiò nella vendita Omnitel 3.800 miliardi d’imposta al fisco italiano, il 27 per cento della plusvalenza. Nello stesso 1999 Mannesmann aveva ceduto Wind e Infostrada all’Enel, allora gestito da Franco Tatò, per 11 mila miliardi.
“A settembre del 2008 Ackermann aveva salvato la Hypo Real Estate, il gruppo tedesco specialista dei mutui, vicino al fallimento per la crisi. Un piano pubblico di salvataggio da 35 miliardi era stato autorizzato dall’Ue a condizione che i soci ne sottoscrivessero un quarto, 8,5 miliardi. I soci si rifiutarono. Seguì una fase concitata, con Hypo falliva la Germania modello. Angela Merkel si rivolse allora ad Ackermann, che in poche ore trovò la somma. L’anno dopo Merkel contraccambierà, ricapitalizzando Deutsche Bank con la cessione a condizioni di favore della banca di Deutsche Post – senza obiezioni di Bruxelles. A metà ottobre 2013 la Süddeutsche Zeitung calcolava in 290 miliardi gli interventi del governo tedesco dal 2008 a favore delle banche. Una cifra record. Ma molti interventi sono del tipo propiziato da Ackermann, e poi a lui ricambiato”.
Con una coda:
“Un metodo, insomma, che è una dittatura, il criterio gestionale dello spregiudicato svizzero, del mordi e fuggi. Del breve e brevissimo termine, del guadagno immediato, dello “strozzo”. Nel quale ha inciampato nell’ultimo incarico, la presidenza di Zurich Insurance, avendo vessato il direttore finanziario della compagnia al suicidio, agosto 2013. Una sorta di Shylock, il mercante di Venezia di Shakespeare, meno loquace ma, se possibile, più spietato, quello che chiedeva la libbra di carne viva a chi non pagava il prestito. 
“A maggio 2012 Ackermann sarà in pratica licenziato, dai piccoli azionisti Deutsche, e dai grandi. Ma dodici mesi prima proiettava “una lunga ombra sull’Europa”, notò il New York Times. In precedenza, il 18 ottobre 2010, sul lungomare di Deauville, Angela Merkel aveva imposto a Sarkozy, quindi all’Ue, il principio che “gli Stati possono fallire” - la Grecia, ma non solo. Era la ricetta Ackermann: non ristrutturare il debito (allungare le scadenze, tagliare gli interessi) ma farlo pagare con l’austerità, anche cruenta. A questo fine limitando gli aiuti Ue. Il capo della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, francese, reagì furioso: “Non vi rendete conto di cosa provocate”. Ma il suo presidente, lo statista emerito Sarkozy, lo mise a tacere.
“Al contempo, in una sorta di divisione del lavoro sporco, i consiglieri monetari di Angela Merkel impediva-no alla Bce ogni intervento calmieratore, Axel Weber, Jürgen Stark, Jens Weidmann. Tre personaggi influenti, accreditati portavoce della migliore Germania, di saggezza incontestabile e potere decisivo. Anche se il curriculum di Weidmann si limita a una laurea (non di dottorato), e ad alcuni anni di servizio nella segreteria di Angela Merkel…”.     

Cronache dell’altro mondo – alluvionali (53)

“L’America, la prima  democrazia, il primo Paese inventato al mondo, si è costruito su due crimini, ancora oggi sotterrati: la schiavitù e lo sterminio dei nativi” – Paul Auster, La Lettura”, 2 febbraio. Eco, deluso dal giornalismo nel suo ultimo romanzo-pamphlet  “Numero zero”, ne spiega in sintesi la cosa a Scalfari in una video intervista, stampata su “la Repubblica” del 23 dicembre 2014: “Un tempo, se un presidente non piaceva – fosse Lincoln o Kennedy – succedeva che gli sparavano. Già con Nixon e poi con Clinton si è visto che si può distruggere un presidente tirando fuori le intercettazioni oppure  parlando di cosa ha fatto la sera, con chi è andato a letto. Tutta la nostra politica è ormai su questo piano. Il comandamento è: bisogna distruggere, delegittimare, sputtanare”.
Kenneth Starr, uno degli avvocati di Trump nella causa per impeachment, è “un clown” (“The Nation”) per gli oppositori. Era un acclamato procuratore speciale venti anni fa nel procedimento di impeachment contro Clinton, osannato dal “Washington Post” e dal “New York Times”. Purché sia bordello.
L’ossessione del bagno è uno dei focus dei social, in siti molto frequentati come Quora e Reddit. Negli ultimi cinquant’anni, calcola “The Atlantic”, il numero dei bagni per cittadino americano è raddoppiato, da due persone per bagno a una per bagno. E crescono in ampiezza e arredamento. Quello che era un disimpegno, e comunque l’ambiente più piccolo della casa, si ingigantisce e si abbellisce. Non proprio a imitazione dei bagni pubblici dell’antica Roma, ma sì nell’idea: un luogo dove passare il tempo.
I bagni si moltiplicano anche in ragione dell’ansia. Ora da disastro ambientale. Per prevenire o alleviare la quale si consuma molta acqua. Se necessario, con due e tre docce al giorno.

L’Italia all’estinzione

Niente nascite, niente futuro. “Il Paese ai tempi del malessere demografico” è il sottotitolo. Non catastrofico, il deficit demografico si può colmare con l’immigrazione. Che in un paese solido è un arricchimento e non un problema – gli Stati Uniti, la maggiore potenza mondiale, sono un paese di immigrati. A condizione però di un riordino generale, a partire dalla cultura. Che si può sostenere con uno Stato solido, sorretto da uno spirito nazionale compatto.
Golini, decano dei demografi italiani, lo sa da tempo. Lo prospetta dagli anni dagli anni Novanta - succedendo peraltro a Massimo Livi Bacci, che già negli anni da bere”, yuppie, dell’Italia riccastra e rampante, avvertiva che senza nascite non c’è futuro. Le proiezioni Onu, difficilmente a questo punto modificabili, danno all’Italia nel 2050 una popolazione di 54 milioni di abitanti, rispetto ai 60 che conta da una trentina d’anni a questa parte. I malthusiani del controllo delle nascite dovrebbero esere contenti, tutto va per il meglio: meno bocche da sfamare, più elevato il reddito pro capite. E invece sono preoccupati anche loro. Per almeno tre motivi: per quanto ridotta, la popolazione sarà prevalentemente di vecchi; per i quali non ci saranno più abbastanza risorse, per le pensioni e la sanità; il collasso travolgerà anche i (pochi) giovani e attivi.
Lo Prete non ha dubbi, in demografia il futuro è noto: “Altri dieci anni così e il paese sarà morto”. Conciso e anche severo: “Si parla di emergenza demografica, ma abbiamo un calo delle nascite da venti anni”. Da venticinque per l’esattezza, il primo segnale veniva raccolto da “Il Mondo” nel 1995. E niente è stato fatto in questo quarto di secolo per invertire la tendenza: favorire la costituzione di nuclei familiari (alloggio), accudire gli infanti, consentire eventualmente a un coniuge di non lavorare, per un periodo più o meno lungo (gli assegni familiari coprono in Francia con tre figli lo stipendio iniziale), favorire il reinserimento al lavoro dopo la maternità.
Forse no, l’Italia non finirà in un decennio, forse si terrà su con gli immigrati. Ma non per sempre, finché il suo patrimonio di conoscenze e di (scarso) capitale non si sarà esaurito. E non nella leggerezza di spirito, o superficialità, oggi dominante. Meno donne fanno meno figli. Per i problemi economici noti: il caro-casa, il reddito sempre più incerto e in calo, l’insopprimibile allargamento della presenza femminile nel mercato del lavoro. E per problemi anche di genere a generare. Ma il tutto nella spensieratezza, che è la cifra dell’Italia in ogni aspetto: non solo non si rimedia, non se ne parla neanche.
Santo Mazzarino, lo studioso del crollo dell’impero romano, diceva la decadenza segnata dalla depressione. No, è segnata dall’allegria – dalla frivolezza.
Antonio Golini-Marco Valerio Lo Prete, Italiani poca gente, Luiss, pp. 221, ill,. € 14

venerdì 31 gennaio 2020

I cannoni di Draghi

Massima onorificenza tedesca per Draghi, la Croce al Merito. Prima del “whatever it takes” con cui ha salvato il debito italiano e l’euro, Draghi ha debuttato alla Bce con una “grosse Bertha”, come dissero i media tedeschi, col salvataggio delle banche nordiche, tedesche soprattutto.
L’operato di Draghi viene così sintetizzato, già nel 2014, in G. Leuzzi, “Gentile Germania”: “È la prima cosa che Draghi ha fatto subito dopo il suo insediamento l’1 novembre 2011: un intervento spettacolare a salvaguardia delle banche. Un gigantesco prestito a tre anni a bassissimo costo che ha salvato tutti, ma soprattutto le banche tedesche, olandesi, belghe e austriache. Salutato come una “Grande Bertha” dai consulenti di Angela Merkel, per una volta non critici - Stabile Architektur für Europa, rapporto 2012/2013 del Consiglio degli esperti economici, pubblicato a novembre 2012. Una cannonata: era “Bertha” il supercannone Krupp nella Grande Guerra.
“Poi, dieci mesi dopo, Draghi intervenne con altrettanta determinazione a salvare l’Italia e la Spagna, e con esse l’euro. Creando, e annunciandolo irrevocabile, lo strumento nuovo delle Omt, Outright Monetary Transactions, operazioni monetarie di acquisto senza limiti di titoli di Stato di paesi membri in caso di attacco contro gli stessi, quindi contro l’euro. Senza formalità, sul mercato secondario come un qualsiasi operatore, con la stessa prontezza”.
In politica monetaria bisogna saper decidere, e decidere all’istante. Come in politica del resto, seppure con meno tempo e più incisivita, di taglio. Per farlo, bisogna sapere anzitutto di che si tratta. Draghi resta per questo eccezionale: uno – l’ultimo? – che sa di che si tratta nel pullulare di dilettanti ambiziosi che affollano il “nuovo” e purtroppo hanno infettato il Millennio. A questo punto irreparabilmente – in Italia per ancora tre anni, una lunga legislatura alla deriva.

La democrazia vuole un playmaker


L’“uomo forte” Salvini è naufragato per una minuzia: citofonare un bravo ragazzo, con codazzo di tv e media vari, per accusarlo di spaccio, solo perché figlio di un tunisino? Allertato da una vicina e da un carabiniere che non amano “i negri”? Forse no, forse ci sono dei limiti alla crescita della Lega, peraltro ancora inspiegata. Ma forse sì: la politica si basa su percezioni, non su calcoli.
Muovere la piazza su spinta di uno dei tanti solitari che incontriamo a blaterare sui mezzi o al mercato è un limite. Di personalità, di mentalità, di cultura, e di consulenza remunerata, di consigliori. Demenza consigliare una provocazione sulle turbe di sconosciuti, demenza montarla. Si capisce che l’uomo non ha la stoffa, neanche del politico cinico vecchio stampo (si fa ancora caso del “nuovo”, benché inerte): nessun politico sarebbe andato al traino di una donnetta – avrebbe pensato che gliela mandava il nemico, una provocazione.
Ma l’“uomo forte” occupava, e ancora occupa, una forte rendita di posizione. Il bisogno di governo è tale che si adatta a chiunque, basta occuparsi dei problemi reali. Anche sbagliando. La democrazia si anima come lo sport, con i playmaker.

Appalti, fisco, abusi (164)

Nexi in grande spolvero, stella di piazza Affari, traina il Ftse-Mib, si celebra sui media, si glorifica. Sembra il suo momento: il governo vuole i pagamenti tracciabili. Questioni di antiricclaggio, di antievasione. Che si sa non sono vere, si tratta solo di far guadagnare qualche centesimo alle banche. Ma questo è un altro discorso. Sulle decisioni del governo, gli operatori (americani) del credito si affrettano a mandare a casa carte gratuite. Nexi no, non rinnova nemmeno quelle in scadenza, garantite da un conto in banca. Vuole per il rinnovo una pratica nuova: bisogna andare in banca, aspettare, mettere una decina di firme – i fogli sono quattordici.
  
Perfino il sito Nexi riesce a complicare senza necessità. Variabile, volubile.  Che propone insistente una chat a cui non risponde – se non per il classico inutile “domande e risposte” precompilato.

L’efficienza di Nexi è quella delle banche. La banca italiana deve spendere una buona mezzora di un funzionario per uno strumento, la carta di credito, che altre rinnovano in automatico. Stampando carte che non saprà dove immagazzinare. Perché la tavola elettronica non le ricarica, nove su dieci.
Un mondo di servizi difficili. Di personale anche incompetente, benché continuamente decimato? O solo demotivato.

Nexi e le banche non sono un’eccezione, il mondo dei servizi è inefficiente oltre ogni aspettativa. Le utilities sono in prima linea, col governo, per farsi pagare in automatico, online, su carta o Iban. Ma i siti dove farlo sono impraticabili, specie quelli degli operatori telefonici, Tim, Wind. E al 155 o al 187 si perdono ore, più spesso senza esito – a un certo punto scartano.

Si provi a passare con Tim da una tariffa Tutto Voce a una Voce Special (dimezza il carissimo abbonamento, raddoppiato senza preavviso due anni fa, semplicemente passando dalla bolletta bimestrale a una mensile – dopo aver tentato quella di ventotto giorni, tredici bollette in un anno invece di dodici….).  Ci vuole un anno - cioè bisogna pagare 180 euro di sovrabolletta.
Questo dopo aver esperito molteplici tentativi via 187 per avviare la pratica.

Si dice che la colpa dei disservizi sia dei “consulenti” rumeni o albanesi. Ma due cambi di tariffa che si sono resi necessari con Tim sono stati esperiti infine, dopo tre o quattro tentativi andati a vuoto, uno da una consulente rumena e uno da una albanese.  

La guerra è dei materiali

La guerra non è più nostra, umana: “In questo scontro non si confronteranno, come al tempo delle armi lucenti,  le capacità del singolo, ma quelle dei grandi organismi. Produzione, stato della tecnica, chimica, organizzazione scolastica, rete ferroviaria: sono queste le forze che, invisibili, lottano tra di loro dietro le nuvole di fumo della battaglia dei materiali”. Ormai è scontato, ma all’epoca no, al tempo della Grande Guerra. Di cui – poco o nulla celebrato nelle celebrazioni – Jünger resta il testimone più attendibile, la patina di un secolo lo conferma.
Non c’è gloria, la guerra è uccidere. Qualcuno è morto sucida. Il tenente Sturm, cioè Jünger, procede alla sua solita routine, il passaggio da un bunker all’altro, più o meno raffazzonato ingegnosamente, da una gavetta a un liquore, da un anno sempre nella stessa trincea, dopo aver mirato al cannocchiale del fucile un soldato inglese che ha appena dato il cambio di guardia, e forse lo ha ucciso. “Ci si scagliava verso la morte senza vedere il nemico; si veniva colpiti senza sapere da che parte veniva lo sparo”. Si combatteva anche alla baionetta, corpo a corpo, senza altro slancio che della sopravvivenza.
Il secondo libro di Jünger, 1923 – poi dimenticato, da lui stesso recuperate nel 1960. Con gli stessi materiali del primo, “Nelle tempeste d’acciaio”, che aveva fatto furore nella Germania della sconfitta: i taccuini del giovane tenente, che, mentre studiava zoologia a Heideberg, “improvvisamente, per una momentanea confusione dello spirito”, si era trovato mobilitato. Ma non  drammatizzati, se non per la tensione interna alle considerazioni che vi si volgono. Che l’entomologo futuro scrittore condivide con due compagni di trincea, al modo dei dialoghi platonici. Con la nostalgia già di Parigi, ancora non conosciuta: di Baudelaire, del flâneur – come già di Stendhal nel primo libro. Cioè dell’ipernemico.
Dialoghi-soliloqui platonici, tristi. Ma qui si avvia l’entomologia dell’umano, singolo e in  comunità (qui ristretta, nelle trincee al fronte), che sarà la cifra di Jünger. Sovrastata già dalla tecnica, fredda. Solo temperata dal cameratismo, dalla socievolezza. Dopo aver mirato alla sentinella inglese, il tenente Sturm “continuava a chiedersi con insistenza: era ancora lo stesso di un anno fa? L’uomo che ancora di recente stava scrivendo una tesi di dottorato su «La riproduzione dell’ameba proteus per sezione artificiale»?” La guerra ha perduto molti, oltre ad averne uccisi.
Ernst Jünger, Il tenente Sturm, Guanda, pp. 89 € 11

giovedì 30 gennaio 2020

Ombre - 498

Si dileggia il piano Trump perché opera del genero affarista, e richiamo elettorale alle presidenziali Usa. Ma Trump non è solo, ed è l’America – Obama pensava diverso?

Dileggia Trump l’Europa, che Trump non ha informato. Nemmeno dopo che ha pubblicato il piano di suo genero – le cancellerie europee se lo procurano attraverso i giornali. Quand’è che l’Europa scoprirà l’America?

Nessun governo arabo ha protestato. Anche se il piano Trump imbarazza perfino Israele – è un sostegno elettorale alla destra e all’estrema destra. E qui è il vero nodo del Medio Oriente: l’ambiguità dei regimi arabi sulla questione palestinese. Il nazionalismo arabo è morto prima di Nasser. Solo l’Europa non ne è stata informata.

È tornato a votare a Bologna e dintorni il vecchio “popolo della sinistra”, o non sono, via Sardine,  quelli che si erano avventurato con Grillo e ora tornano all’ovile? Lo stesso Di Maio, padre candidato missino pluritrombato, solo s’intede(va) da ministro dell’Industria con Camusso e poi Landini.
Non si può nemmeno dire che siano anti-sistema. Vanno col vento.

Bologna si governava bene anche col papa. La sua università aveva tre volte l’organico accademico delle altre in altre città.

Totti, De Rossi, Florenzi, core de Roma, sono d’improvviso dimenticati, ignorati, ceduti per niente. È il core de Roma evanescente? Conta solo vincere, non la fedeltà ai colori. Anche a costo (Totti, De Rossi) di rimetterci.

Mezzo Napoli domina e sconfigge la Juventus. Che guadagna tre volte tanto. Ma con tre attaccanti e un quarto aggiunto non fa un tiro in porta. Più un quinto attaccante che si vuole terzino e fa fare i gol, agli altri. Tutti lo vedono, ma nessuno lo dice. È sempre la sindrome Avvocato?

Fulco Pratesi difende una “magnifica magnolia bianca” in via Jacopo Peri a Roma, dove la regina dei Belgi Paolo Ruffo di Calabria, sua cugina, abita quando viene in Italia, contro il condominio che vuole abbatterla. Si eliminano tranquillamente a Roma gli alberi dalle strade, quando danno fastidio a qualche condomino, pretestando radici ingombranti, distanze ravvicinate, malattie.  Roma elimina ogni anno il doppio degli alberi che pianta, pur in questa congiuntura Greta-green.

Si fa la Cristoforo Colombo, da Roma a Ostia, come correndo in mezzo a dentiera sdentata. I pini crollati o abbattuti, ormai la maggior parte, la Repubblica non li ha piantati. 

Adele Grisendi, a lungo sindacalista Cgil, di cui ha raccontato in “La famiglia rossa”, dice a Cazzullo che per il libro fu messa all’indice, senza un dibattito o una contestazione: “Passai da una rapida ascesa a un capitombolo rovinoso: mi misero in un sottoscala. La mia colpa? Rispettare la componente socialista del sindacato”. “La famiglia rossa” è del 2003, quando il partito Socialista era morto, e il partito Comunista pure: l’odio del comunista (Pci) è eterno.

Uno rilegge Aciman, “Chiamami col tuo nome”, o rivede il film di Guadagnino, dove il ragazzo è sedotto con arte e artificio, e si chiede: dov’è il limite con l’illecito? A meno che il seduttore non sia un prete, perché allora la curia vescovile paga buoni risarcimenti.
È l’etica degli avvocati a percentuale. Del (basso) mondo anglosassone del “diritto” – della violenza (seduzione) ipocrita.

Molti capi di Stato, molti allarmi e molti buoni propositi sul clima a Davos. Dove si arriva solo in automobile. Da Zurigo per 150 km. Ogni capo di Stato preceduto e seguito da una dozzina di automobili – il presidente americano con trenta. Tutte rigorosamente tedesche, di grande ampiezza e cilindrata, anche se portano un solo dignitario. Sarà per questo che Davos non ha più aria buona per i tbc.


La Grande follia della Guerra

Una storia vecchia, del 1962, ma è la più nuova della Grande Guerra, il “suicidio del’Europa”, di cui si sono da poco ultimate le celebrazioni – tradotta a suo tempo da Bompiani ma bizzarramente non riproposta. Pur coprendone solo il primo mese. Che fa precedere da ritratti succosi dei suoi protagonisti, regnanti e generali, nelle loro albagie e idiosincrasie, quasi tutti ricostruiti con i propri detti famosi o ricordi.
Minuzioso, dettagliato ma ben raccontato. I capitoli introduttivi non lasciano alternative: la guerra non fu casuale, era preparata da tempo, da tutti gli Stati maggiori e da tutti i governi, Francia, Germania, Russia, Austria-Ungheria, Inghilterra. E data per scontata – Bismarck ne aveva previsto anche l’innesco: “qualche dannato stupido affare nei Balcani”. Solo il momento era incerto.
Il capitolo finale, attorno all’occupazione mancata di Parigi, che consentì alla Francia la controffensiva, umanizza la Germania: anche il soldato tedesco si rifiuta di marciare, quando è stanco.
Le confessioni involontarie dei protagonisti convergono, anche quando sono spiritose o autocritiche, verso la follia – Barbara Tuchmann svilupperà questo aspetto nelle monografie de “La marcia della follia”, da Troia al Vietnam: la guerra, anche scientifica, preparatissima, studiatissima, è sempre un azzardo, crudele. Generali che non si coordinano, e anzi si fanno la guerra. Armate che dormono in piedi, anche sotto i colpi di cannone, dopo marce di 40 o 50 km., per due o più giorni. Una Germania nettamente anglofila che fa la guerra all’Inghilterra. La guerra in contemporanea su due fronti, all’Est e all’Ovest, eresia per Clausewitz, e per l’intelligenza media.  
Barbara Tuchmann, I cannoni d’agosto

mercoledì 29 gennaio 2020

Il mondo com'è (393)

astolfo


Accerchiamento – Diventa decisivo nell’arte militare, in alternativa all’attacco frontale, con la battaglia di Annibale a Canne. Riferimento costate di tutti i manuali di arte bellica. I principi della strategia e tattica militare sul campo sono in effetti inalterati da millenni. La tattica di Annibale è assunta su questo presupposto: l’obiettivo non è il fronte avverso, essenziale è attaccare sui fianchi, e poi colpire il nemico da dietro.

Antiamericanismo – C’era già ai tempi di Gramsci. Se nei”Quaderni del carcere” lo annota così: “L’antimericanismo è comico, prima di essere stupido” (“Quaderni”, V, 105)

Brexit – Interviene a un secolo dalla celebrazione dell’impegno britannico in Europa con la Grande Guerra – un impegno di massa e al fronte, diverso da quello antinapoleonico due secoli fa. A  centodieci anni dalla celebrazione a Londra, alla presenza dei regnanti di tutta l’Europa,del funerale di Edoardo VII, detto “lo zio d’Europa”. In senso diplomatico, poiché aveva creato l’Intesa con la Francia, e in subordine con la Russia. E in senso proprio, spiega Barbara Tuchmann, che fa l’elenco delle parentele dei regnanti inglesi aprendo “I cannoni d’agosto”: “Era lo zio non solo del kaiser Guglielmo ma anche, attraverso la sorella di sua moglie, l’imperatrice vedova Maria di Russia, dello zar Nicola II. La sua propria nipote Alix era la zarina; sua figlia Maud era la regina di Norvegia; un’altra nipote, Ena, era la regina di Spagna; una terza nipote, Marie, stava per diventare regina di Romania. La famiglia danese di sua moglie, oltre a occupare il trono di Danimarca, aveva generato lo zar di Russia e fornito regnanti a Grecia e Norvegia. Altri familiari, progenie in vari grado dei nove tra figlie e figli della regina Vittoria, erano disseminati in abbondanza nelle corti d’Europa”.
La storica americana spiegava, 1962, anche l’ambivalenza: “Nei suoi nove brevi anni di regno”, del Re socievole, del Re charmeur, “lo splendido isolamento inglese aveva ceduto il posto, per la forza delle cose, a una serie di “intese” e legami, ma non ad alleanze – all’Inghilterra non piace il definitivo”.

Collapsologia – È la “nuovissima filosofia” in Francia. Elaborata attorno all’istituto Momentum, di cu sono fondatori e teorici Yves Cochet e Agnès Sinai. Cochet, matematico di formazione, è un politico del movimento dei Verdi. È stato deputato in tre legislature, dal 1997 al 2011, deputato europeo alla terza e ala settima legislatura, ministro dell’Ambiente per un anno, 2001-2002, nel governo socialista di Lionel Jospin . Promotore delle produzioni bio e teorico della decrescita. Convinto del rischio di “collasso permanente” della civiltà. Specialista dell’esaurimento delle riserve energetiche fossili, specie del petrolio (una “Pétrole apocalypse” prediceva nel 2005). Fautore del controllo delle nascite, contro la politica francese d’incremento demografico. Anche, aggiunge ora, “per permettere agli occidentali di accogliere meglio i migranti”. Programma una moratoria sull’allevamento intensivo, e una serie di misure per ridurre il consumo alimentare di origine animale. Vive, spiega in tv, “trincerato nella campagna a Nord di Rennes per prepararsi al collasso che ci arriva in pieno muso”. Ma è stato citato dal settimanale “The Sunday Times” (22 ottobre 2017) tra i parlamentari europei sospettati di molestie sessuali – “una dozzina di giovani assistenti intervistate accusano i parlamentari di palpeggiamenti e persecuzioni («ci trattano come carni»)”.
Agnès Sinaï teorizza la fine della civiltà con la riduzione della biodiversità.

Kaiser – L’ultimo kaiser, Guglielmo II, della Grande Guerra e il tramonto della Germania, era mezzo inglese e tutto anglofilo. Presenziò in prima fila nel 1901, in lacrime, a piedi, al funerale della regina Vittoria. Di cui era nipote, per parte di madre. Dopo averla assistita per settimane moribonda - un fatto che aveva commosso gli inglesi.
Diresse poi il funerale dello zio Edoardo VII, il successore di Vittoria – benché Edoardo avesse, discreto ma perseverante, tessuto la rete dell’Intesa anti-tedesca - corteggiando anche l’Italia. Di Edoardo aveva detto a Theodore Roosevelt: “È un vero inglese e odia tutti gli stranieri, ma non mi preoccupa fin tanto che non odia i tedeschi più degli altri stranieri”. Alloggiato per il funerale al al castello di Windsor, negli appartamenti di sua madre, ne scrisse in questi termini: “Sono orgoglioso di dire questo posto casa mia,e di essere un membro di questa famiglia reale”. Colonnello onorario del primo reggimento Dragoni Reali, usava in gioventù distribuire sue foto nell’uniforme dei Dragoni, facendo precedere la firma dal detto presuntamente delfico, “aspetto il mio tempo”.
Gli Stati Uniti non rientravano nel suo orizzonte, ma la tedesca Pennsylvania gli tributo la laurea honoris causa - che gli revoco solo a fine 1918, a guerra perduta.
Concepiva sempre grandi disegni, di imperi e regni. Nel 1904 invitò Leopoldo del Belgio a Berlino e illustrò lungamente, “nella maniera più cortese del mondo”, dirà il re belga, gli antenati gloriosi di Leopoldo, i duchi di Borgogna. Finendo col proporgli la restaurazione del ducato, mettendo insieme mezza Francia, l’Artois, le Fiandre francesi e le Ardenne – “mi lasciò a bocca aperta”, dirà Leopoldo.
Ranuccio Bianchi Bandinelli, germanista oltre che archeologo, che gli fece visita durante il Ventennio, lo ricorda nel “Diario di un borghese”, in esilio in Olanda ma sempre sul Reno. La Germania, racconta Bianchi Bandinelli, aveva un principe buono, Federico III, amico della Francia, che però morì dopo 99 giorni di regno. Guglielmo II, che amava Watteau, Puccini e la Sicilia, esordì apprezzabilmente: licenziò Bismarck, e Zanzibar cedette agli inglesi in cambio di Helgoland. Apprezzato a Londra per il sense of humour, spiegò al “Daily Telegraph” in un’intervista a puntate che la guerra voleva farla al Giappone. Per la Cina.
Bismarck aveva modellato la Germania come una grande Prussia. Avrebbe potuto essere meglio una Grande Italia, piena com’era di emigrati di ritorno, contadini, artigiani, campanili, palazzi, nobiliari e mercantili, città libere e città capitali di vecchi principati, con musei e piazze, benché vuote di naiadi, e maestri di cappella. Prima di Bismarck c’era la Prussia e c’erano gli altri. Non solo a Colonia e a Monaco, tra i cattolici devoti.. La Prussia non c’era neppure a Danzica, e da poco era a Königsberg, che a lungo fu città libera.
I tedeschi erano prolifici, ma vivevano per due terzi in paesi di duemila abitanti e meno. Il kaiser amava questa Germania non prussiana, ma con la sferza. Anche se un braccio aveva anchilosato. In esilio in vecchiaia, dopo aver distrutto la Germania e l’Europa, segava legna: per esercitare il braccio buono faceva ciocchi degli alberi del parco. Circondato sempre da affetto e rispetto. Nel treno con l’argenteria i tedeschi gli avevano mandato una collezione di dodicimila foto. Invisibile, non c’è spazio nell’occhio per dodicimila immagini, ma consolatoria.
Lo stesso “vento di soave” siculo Guglielmo giovane aveva prussianizzato. Bordeggiando la Sicilia su uno yacht monumentale, essendo egli un Hohenzollern, forse in omaggio alla Triplice, o per indispettire i francesi che col binocolo lo controllavano da Tunisi, restaurò la tradizione sveva nell’isola col culto del “vento di soave”: nella sua bontà, ambiva a farsi amare dai siciliani, nobilitandoli con ascendenze nordiche. “Ancora ieri”, scriverà a fine 1918 “Junius”, Luigi Einaudi, prendendo, inavvertitamente?, lo pseudonimo di Rosa Luxemburg, “con implacabile tracotanza, il segretario tedesco agli Esteri von Kuhlmann invocava la tradizione imperiale degli Hohenstaufen e le loro bramosie di terre italiane”.
Nel 1933, in visita al kaiser esiliato a Doorn, Bianchi Bandinelli ci trovò un nipote, secondo figlio del Kronprinz, che così descrive: “Giovanotto dall’aria tra il romantico e il vizioso, tornato da poco dall’America, dove dice di aver lavorato da Ford”. Era Luigi Ferdinando, che aveva passato cinque anni a Dearborn, la prima fabbrica del vecchio Ford, sempre più antisemita. Il kaiser parlò per tutto il pranzo, nel silenzio generale, solo interrotto dal nipote che prendeva in giro un generale, “un vecchio generale intagliato nel legno”, il quale non ribatteva. Alla Mahlzeit, l’ora del sigaro col cognac, il ricordo dello storico Beloch, del suo vezzo di frapporre fra il lavoro serale e quello della mattina una lieve sbornia di vino genuino, “dà lo spunto a una serie d’allusioni all’indirizzo del nipote, che sembra un gran costruttore di tali intercapedini serali”. Il Parlamento nazista si apriva quel giorno a Potsdam, “sacra alle memorie del grande Federico e cittadella dei fedeli della monarchia”, che Hitler maltrattò.
“La cosa che mi ha più impressionato”, scrive Bianchi Bandinelli, “è la stretta parentela intellettuale fra il kaiser e Hitler”. Ma è dubbio che Guglielmo avrebbe tollerato il Führer. Era stato studente a Bonn, cinquant’anni dopo Marx, iscritto allo stesso club aristocratizzante di studenti nel quale Marx aveva militato, il Borussia. Nonché modernizzatore della Germania ingessata di Bismarck, e del mondo arabo, cui portò la ferrovia fino a Baghdad, e riformatore della scuola. Nel 1900, col nuovo secolo, introdusse l’inglese in tutte le scuole, e il liceo inglese o scientifico. Non fece il colpo di stato che il principe ereditario Eugenio chiedeva contro i socialisti nel 1912, quando vinsero le elezioni. Solo il quartogenito Augusto Guglielmo sarà nazi in famiglia, modesto. C’era insomma di peggio. La guerra avrebbe fatto in odio ai suoi parenti inglesi, i Sassonia-Coburgo-Gotha, che nell’occasione si ribattezzarono Windsor: è possibile. Di fatto, secondo tutte le testimonianze, non era sicuro di voler fare la guerra alla Francia, di nuovo.  

astolfo@antiit.eu

Quando l’America era innocente

Una rivendicazione, nell’America di Trump, ma più una consolatio. Un tuffo nell’Età dell’Innocenza Americana, a Concord, nel New England colto e buono  dopo la guerra civile. Con un tocco di genere, anch’esso salutare – la storia è femminile.
Le quattro sorelle sbocciano, sognano, amano, sposano, muoiono, nella concordia di fatto. Personale, familiare, sociale e, si suppone, nazionale. Nel solco corretto – qui, 1861, unionista, il fronte per il quale il padre assente professa come cappellano. I più agiati compartecipano con i meno fortunati, e questi con i poveri. Tutto romantico romantico, con accompagnamento di Chopin, Schubert, Beethoven, Brahms, Dvorak. Senza rivendicazioni litigiose, di razze estranee o minoranze.  
Venticinque anni dopo l’ultima riduzione  cinematografica, ma già la sesta o la settima: la nostalgia è forte.
Greta Gerwig, Piccole donne

martedì 28 gennaio 2020

Secondi pensieri - 408

zeulig
Fede – “Non ho la fede”, dice l’agnostico - Scalfari, per esempio, che ama intrattenersi con cardinali e col papa. Lamentandosene. Ma se è un bisogno, c’è: quella è la fede. “La vera fede è forte, cieca e senza fondamento”, direbbe Szymborska,  “Scoperta” (nella raccolta “In ogni caso”). .

Filosofia . Quella dei philosophes non regge, non oltre l’aneddoto. Anche di aneddoti che avrebbero potuto avere sviluppo approfonditi, meno smart, di pronta presa. Tipo l’“anima” di Angélique, la figlia di Diderot, come la bambina si spiegava col padre nell’agosto del 1867: “Qualche giorno fa mi è venuto in mente di chiederle cos’è l’anima. «L’anima?», mi risponde. «Ma si fa dell’anima, quando si fa della carne?»”

Freud – “Le letteratura «freudistica» ha creato un nuovo tipo di «selvaggio» settecentesco sulla base «sessuale» (inclusi i rapporti tra padri e figli)” - Gramsci, “Quaderni dal carcere”, I, 62. Le parole virgolettate sono molto “freudistiche”. Ma cosa non lo è? È il limite del decostruttivismo – di Freud (del Freud volgare).

Guerra –Non c’è guerra “giusta” – mandare gli eserciti a morire , sia pure per un nobile scopo. Questo può essere solo di difesa, ma non di attacco, per qualsivoglia ragione sia pure di rappresaglia. Clausewitz, il teorico più accettato della guerra, che la guerra nella vulgata riconduce nell’alveo della pace – “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi” – non teorizza una guerra di difesa, ma una comunque di attacco. Anche se combattuta in difesa. Il rapport guerra-politica della famnosa frase va invertito: la guerra è un atto di una politica di guerra. La guerra non può essere di schermaglie o di attrito, ma va combattuta e vinta come e con una “battaglia decisiva”, è il suo primo precetto. L’occupazione del territorio del nemico e il controllo delle sue risorse è il secondo: fare la guerra a spese del nemico invece che proprie. Il terzo è vincere nell’opinione pubblica, solo apparentemente democratico o pacifista: questo obiettivo si acquisisce con “grandi vittorie, e con l’occupazione dell capitale del nemico”, per fiaccarne il morale. Il fondamento è: “La guerra è un atto di forza per ridurre un avversario al nostro volere”.
Clausewitz in realtà non fa che teorizzare l’arte della guerra romana – eccettuando la sua parte migliore, la prospettazione dell’assimilazione, della cittadinanza romana, che fu la vera ricetta, bellica e politica, dell’imperialismo romano.
Clausewitz è anche uno che il trattato redige per spiegare quale deve essere la guerra della Germania alla Francia (scriveva negli anni di Waterloo): “Il cuore della Francia sta tra Bruxelles e Parigi”, spiegava – la Francia si conquista passando per il Belgio, come faranno il Kaiser e Hitler.

Mondo – Si vede (articola, istituisce, interpreta) per riflesso. Ovvio e assodato, ma non nel senso dell’esistenza umana, dell’uomo – della vita e la storia dell’uomo. Quanto mondo, i miliardi di galassie, esiste sono in quanto esiste l’uomo – e probabilmente, seppure concepibili, non ci sono altri mondi: l’infinità stessa (la concezione dell’infinità) è solo umana.
Esiste in quanto è “visto” (sentito, avvertito, sistematizzato). È - c’è - ma si legge (istituisce, regolamenta) per effetto della percezione. Degli organi della percezione e dei canoni (fisiologici, storici, etici) che li regolano, attraverso i sensi e la mente. Non è una creazione dell’uomo ma una sua istituzione sì. “The mode of the person becomes the mode of the world\ For that persone and, sometimes, for the world itself”, Wallace Stevens, “Conversation with three Women in New England  - “il modo della persona diviene il modo del mondo,\ Per quella persona e, a volte, per il mondo stesso” (trad. di Massimo Bacigalupo). Ed è anche vero “che il senso dell’essere cambia mentre parliamo”.

Opinione pubblica - “La verità dei fatti, l’oggettività. Per mio conto si riduceva tutta al «rassemblement des subjectivités», «consensus opinantium»”, Guido Morselli, “Dissiaptio H.G.” (58). Ma in conseguenza, anzi a specchio, di fatti o eventi: “Se ci troviamo d’accordo che bisogna, a dati intervalli,pagare le tasse e accendere le stufe, vuol dire che il freddo e il fisco sono, non fantasie, cose da prendere sul serio”..

Passato – Privarsene è una mutilazione, per quanto orgogliosa – c’è l’orgoglio masochistico.

Suicidio - Sant’’Agostino lo condanna al primo libro della “Città di Dio”: è l’omicidio di se stessi. Niente liberazione dalle miserie della vita, come argomentavano gli stoici. Senza eccezione per i primi cristiani, che invocavano il  martirio. Né per l’ecatombe suicida recente, del sacco dei Roma, il primo, quello dei visigoti di Alarico nel 410, che non risparmiando le violenze indussero molti a togliersi al vita di propria mano – in questi casi bisogna prendere esempio da Giobbe, il santo ammonisce. Dante sarà clemente, sant’Agostino non lo fu. E dunque, per i diversi pesi tra il santo e il poeta nella vita civile e divina, il suicidio è un omicidio.
Unica eccezione sant’Agostino fa per Sansone, perché si diede la morte per ordine di Dio. Preceduto in questa distinzione da Platone, “Fedone”, che fa dire a Socrate in punto di morte “non dover darsi la morte da sé prima che un dio non ne abbia mandato un’ingiunzione”. Ma un dio qualsiasi – non potrebbe esserlo il proprio daimon?
Fino a qualche anno fa la chiesa si è allineata a sant’Agostino. Il Secondo Concilio di Orléans, nel 533, dispose il rifiuto della benedizione religiosa al suicida. E trent’anni dopo, al I Concilio d Braga, la non sepoltura in terra consacrata.

Verità – Vetrina da marciapiede? Gramsci, “La città futura”, 408 (1917), lo dice dei politici di governo nella guerra: “La verità è una donna da marciapiede della quale si sono autonominati gargagnan”, protettori. La sintassi della frase, fuori contesto, ne fa un’affermazione non invalida in assoluto.

zeulig@antiit.eu

Sciascia subito contro – la Sicilia, l’Italia

La disperanza molto prima della caduta - l’opera è pubblicata nel 1961: “Incredibile è anche l’Italia: e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”. E già il leitmotiv di molte riflessione a venire: “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia”.
Con incursioni sempre da lince nella legge, o giustizia: L’assillo di chi non ne ha: “Non, per il confidente, la legge che nasce dalla ragione ed è ragione, ma la legge di un uomo, che nasce dai pensieri  e dagli umori dì quest’uomo, dal graffio che si può fare sbarbandosi o dal buon caffè che ha bevuto, l’assoluta irrazionalità della legge, ad ogni momento creata da colui che comanda”, la guardia municipale, il maresciallo, il questore, lo stesso giudice – “da chi ha la forza, insomma”. Il confidente siamo noi.
Un racconto, anche, in tralice, di quando il Sud credeva al Nord. Il Nord è intelligente e onesto, al punto di amare il Sud. Il Sud è disonesto e violento.
Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, pp. 137 € 10

lunedì 27 gennaio 2020

Problemi di base trumpiani - 535

spock
Trump vuole riequilibrare l’interscambio con Europa e Cina: ha torto o ha ragione?

Sostiene Trump che gli Stati Uniti fanno più per il clima che il resto del mondo: ha torto?

Lo stesso per la difesa dell’Europa?

E del governo eletto di Serraj in Libia?

Sostiene Trump che gli Stati uniti non possono fare guerre interminabili, nemmeno in Medio Oriente: ha torto?

Gli Stati Uniti fanno le guerre in Medio Oriente per conto di chi - del petrolio di cui la Cina ha bisogno, e l’Europa?

Si dice Trump, si intende la vergogna, ma di chi?

Torna il cazzone americano – l’Europa sconfitta disse cazzoni gli americani vincitori?

spock@antiit.eu

Il Pci che si voleva liberale - Calvino iironico e tragico

Quei comunisti che si volevano liberali – Calvino si diverte
Opera di lunga lena – Calvino ci lavorò dal 1953, anno a cui si riferisce lo scrutinio elettorale al Cottolengo, l’istituto che ospita i disabili a Torino – al 1963. Non a motivo della complessità o intreccio, che non ci sono, ma delle perplessità dello scrittore.Passato dalla militanza senza riserve nel partito Comunista a una quasi abiura, a una riflessione-indisposizione verso l’ideologia. Irridente, per questo, a tratti. “Vorrà dire che il comunismo ridarà le gambe agli storpi, la vista ai ciechi?”, è la riflessione irritata di Amerigo Ormea, scrutatore al seggio elettorale dell’istituto.
Resta il racconto del Cottolengo. Le figure dei disabili lì ricoverati, fisici e psichici, delle suore che li accudiscono, del prete. Lo scrutatore invece si perde. La conclusione cala Calvino, come notava Piovene nella quarta di copertina della prima edizione Einaudi, 1963, in “una sua personale, psicologica incertezza critica”: lo “scrittore dell’oggettività” diventa “lo scrittore dell’oggettività di quella incertezza”.
Nella sua propria presentazione, omessa da Einaudi e ora recuperata nell’edizione Oscar, Calvino spiega il racconto in termini a noi contemporanei, “temi” del racconto dicendo “quello della infelicità di natura, del dolore, la responsabilità della procreazione”. Ma confluendo nell’esegesi di Piovene: il racconto, “soprattutto, è una meditazione su se stesso del protagonista (un intellettuale comunista), una specie di «Pilgrim’s Progress» dì uno storicista che vede a un tratto il mondo trasformato in un immense «Cottolengo»”.
L’irruzione del male – del reale – nel giardinetto appartato dell’intellettuale. Per quanto materialista, comunista, critico - cioè avvertito. Calvino, spiega nella nuova introduzione, fu al Cottolengo per pochi minuti nel 1953, non come scrutatore ma come candidato del Pci, che interveniva nei colelgi dove veniva chiamato per delucidare qualche problema pratico agli scrutatori. Cominciò a scrivere il racconto trascrivendo, spiega, le battute intercorse fra gli scrutatori del Pci e quelli della Dc, ma poi non seppe quadrare il racconto. Risolse l’impasse facendosi nominare scrutatore alle amministrative del 1961, proprio al Cottolengo. Dove passò due giorni. Che lo segnarono ancora peggio: “Il risultato fu che restai completamente impedito dallo scrivere per molti mesi”.
L’esito – inavvertito? - è la malinconia di un individuo pensante in un partito “totalitario”, in una “chiesa” (“il partito la pensa così, il partito ha altre idee”) che non è “religione” ma è “politica”, quindi una camicia di forza ancora più stretta. In un’area in cui il Parito non può arrivare, e forse non concepisce, degli storpi, gli inetti, gli invalidi. Necessariamente dubbioso, quindi, sul “tesoro dell’utopia sepolto sotto le fondamenta dela dottrina «scientifica»”. Tanto più per essere, essere stato, animato da certezze. Del tipo: “Agiva in lui – più che uno spirito di tolleranza e adesione verso il prossimo – il bisogno di sentirsi superiore, capace di pensare tutto il pensabile, anche i pensieri degli avversari, capace di comporre la sintesi, di scrivere dovunque i disegni della Storia, come dovrebbe essere prerogativa del vero spirito liberale. In quegli anni in Italia il partito comunista s’era assunto tra i molti altri compiti, anche quello dì un ideale, mai esistito, partito liberale”.
Una critica perfino oltraggiosa, alla fine, beffarda, dell’essere o essere stato comunista – comunista del Pci. Il ritardo forse, la difficoltà del racconto, pertanto semplice oltre che breve, stava nell’incertezza, “lo dico o non lo dico”. Comune agli intellettuali comunisti, necessariamente delusi – molti aspetteranno il 1989 per dire che dal 1956 non credevano più, e perfino per sostenere di non avere mai creduto.
Con la cronologia dettagliata di Calvino messa a punto da Barenghi e Falcetto per i “Romanzi e racconti” dei Meridiani.  
Italo Calvino, Una giornata da scrutatore, Oscar, pp. 140 € 12

domenica 26 gennaio 2020

Ecobusiness – verde moda

Alta moda green: tessuti creati con alghe, bottoni in polvere di marmo, borse in foglia di legno o pelle di salmone, occhiali in fibra di fico d’india. Per creare i quali complessi processi di lavorazione sono stati necessari, con emissione di CO2, e scarti potenzialmente venefici sono stati prodotti.
Australia, il maggiore produttore, utilizzatore ed esportatore di carbone. La vendetta dell’ambiente?
Ma sono state incriminate 140 persone per avere appiccato i fuochi – 50 dei quali minori. La protezione ambientale si vendica?
Una Tesla Model 3, a partire da 50 mila euro, emette più CO2 di una Mercedes C220 diesel, prezzo a partire da 37 mila euro.
Una borraccia per ogni scolaro, mezzo milione di borracce. E nelle università, negli ospedali, nelle aziende? Una borraccia per ogni italiano adulto, 50 e più milioni di borracce. È l’ultima frontiera dell’ecobusiness.
La plastica è riciclabile. Le borracce, che sono miste, plastica e ferro?
Le borracce dopo il sacchetto di “plastica riciclabile”. Tutti i sacchetti sono riciclabili, ma quelli Montefibre sono meglio.
Tre ricoperture obbligatorie – “lo vuole l’Unione Europea” – al supermercato per ogni formaggio dolce, anche piccolo. L’ecobusines è l’industria degli imballaggi?”
Nel 2006 c’erano solo 25 anni residui di riserve (di gas naturale, n.d.r.) e il prezzo era salito alle stelle. Questo ha portato gli Stati Uniti a inventarsi lo shale gas (gas dalle argille, ndr ) e grandi oil companies a fare scoperte di successo in aree prima inesplorate: in dieci anni siamo passati a oltre 200 anni di riserve residue e il prezzo negli Stati Uniti si è ridotto di circa dieci volte, Marco Alverà, amministratore delegato Snam.
Tre milioni  mezzo i veicoli circolanti a Roma, auto, veicoli commerciali, moto: uno e mezzo per abitante.
Roma è la seconda città al mondo per ore persenel traffico – la prima è Bogotà.

L’uomo dice che l’uomo non esiste

La Dissipatio è Humani Generis. L’ultimo romanzo scritto da Morselli, sul suicidio, poco prima di commetterlo. Una divagazione di fantascienza, da day after, come esperienza normale, quotidiana.
Il personaggio prova il suicidio in una grotta, non ci riesce, e all’uscita trova il mondo disabitato, disanimato. Nel suo villaggio, nella vicina città di Crisopolis (Zurigo), nel mondo intero tra amici e conoscenti: tutti scomparsi.
È un racconto filosofico, Morselli torna alla fine alla sua prima vocazione, gli studi di filosofia. Non un racconto, se non per quel senso di deserto da cui il personaggio si sente invaso. Della “stipsi affettiva” (p. 60) – “ciò che mi manca è il gusto di me stesso” (67). Con A. Smith concordando a un certo punto che siamo tutti morti, se la morte è insensibilità. Altre esperienze così liquidando: “Sino a Ezechiele (dieci secoli dopo Mosè) nessun indizio di una vita ultraterrena” (81).  
La colpa è della Storia. “Gli uomini hanno scatenato, in trenta secoli, circa 5.000 guerre. Hanno avuto il torto (la trovata risale a Albert Camus), se non di cominciare la Storia, di proseguirla” (65). Per esempio oggi (siamo a cinquant’anni fa): “La loro colpa peggiore, o più recente”, è “l’Imbruttimento del mondo” – cui si sogliono “aggiungere altre imputazioni: l’Inquinamento, l’Inferocimento (anzi, con eufemismo, la «violenza»). L’Inflazione. (Senza eufemismo: la peste monetaria)” (ib.). Ma l’abbandono è esilarante all’irrealtà, al nulla che circonda il personaggio. Cioè alla realtà. Con “Berdiaeff l’esistenzialista” ipotizzando che “materialismo estremo avrebbe prodotto immaterialismo” (60).
Non conseguente, non molto. Con la coscienza del solipsismo in agguato, della riflessione avulsa e inconseguente. Quella che: “la società, dopotutto, è una cattiva abitudine” (74). Giustificandosi con Nietzsche,”solipsista non confesso ma furioso” (67), “il tremulo Marcel Proust, il belante Frédéric Amiel” – “pesi massimi (e noiosi eroi) dell’introversione”, che però “non sapevano cosa significhi «voglio il mondo per me solo»” (68). Non sapevano che l’uomo dice che l’uomo non esiste.
Un addio in forma di odio-di-sé. Un caso smisurato di autonientificazione: “La società, dopotutto, era semplicemente una cattiva abitudine”. Incisivo: un riesame ribadito, moltiplicato, dell’umano come aporia, dell’insignificanza della vita. Malgrado il robusto sé che si vuole misura di tutto, la riflessione. O a causa di essa, del rifiuto di essa – delle sue aporie. Che però solo si giustifica se dalla riflessione si pretende troppo – per l’assolutizzazione dell’umano. Di cui il personaggio è conscio, ma senza tranne le conseguenze: “Mi sto convertendo al realismo più piatto”. Che “si può permettere il lusso di essere irrazionale e inspiegabile. Anche pazzesco” (58).  
Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, pp.154 € 12