sabato 9 maggio 2020

Problemi di base germanici - 563

spock

Miracolo a Berlino?

Hanno i tedeschi sana e robusta costituzione fisica, più e meglio dei latini, dei britannici, degli americani?

È meglio dire morti di coronavirus tutti quelli che hanno avuto, in fin di vita, anche il coronavirus, a fini dissuasivi – che la gente prenda sul serio il virus?

O è meglio dirli morti di tumore, cuore, diabete, reni, se col coronavirus hanno una di queste patologie, e far salire il gradimento di Angela Merkel?

È Angela Merkel la mamma, o la fidanzata, dei corrispondenti italiani a Berlino?

E che gli ha fatto di bene?

spock@antiit.eu

Ombre - 512

Si è visto solo nel serial “I diavoli” ieri sera, quindi solo per una piccola quota del piccolo pubblico  Sky, il sorriso di scherno per l’Italia prossima al fallimento nel 2011 di Angela Merkel e Sarkozy. Una scena drammatica, spettacolare, che però non si fa vedere alla Rai o a Mediaset. Merkel anzi ha ottima stampa in Italia, tipo benefattrice. Perfino Sarkozy, in bassa fortuna in Francia per i tanti scandali, resta onorato in Italia – non è molto che Fazio ne invitava la moglie.

Si fa il campionato per Lotito, che ha passato i due mesi di sosta da vincitore, anche se tante partite sono da giocare, e per il bisogno della Juventus d’incassare diritti, delle tv e della Champions. Condannando in anticipo alla retrocessione, con tanti contagi da coronavirus, Fiorentina e Sampdoria. Ma non è un campionato falsato?

Decine di milioni intascati da mediatori improvvisati, che li dividono coi fornitori cinesi, di mascherine senza certificazione. Ogni giorno se ne scopre uno: Irene Pivetti, la vergine leghista di “Micromega” vent’anni fa, Federfarma, la regione Lazio, il commissario Arcuri, cioè il governo. Ma la Cina è stata scoperta da tempo, prima di Gesù Cristo. O bisogna rivalutare Napoli?
La Cina sarà una Napoli al miliardesimo, industriosa, ingegnosa, e buggerona, ma perché cederle il brevetto?

I consiglieri grillini sfiduciano il Municipio IV a Roma perché contro il virus ha accettato tre regali: 1) dieci personal computer da anonimo; 2) 100 tanniche di soluzione idroalcolica disinfettante per ambienti da Basf Italia; 3) un contributo prr scivolo e gioco a molla da Reinmetall. Che male c’è? Basf, il gruppo chimico, è “industria insalubre di prima categoria”. “ Reinmetall “equipaggiava la Wehrmacht durante la II Guerra Mondiale”. Bella ciao de noantri?

L’agitazione al Muncipio IV di Roma è contro la presidente, grillina anch’essa: deve mollare il posto. I grillini andrebbero turnati per patto, il Fondatore ci pensi: un anno da ministro, un anno e mezzo da sottosegretario, due anni da capo-circoscrizione (l’appannaggio è minimo) – giusto i sindaci per cinque anni, altrimenti dovrebbero dimettersi: la gloria va condivisa. Una vale uno, una testa un posto.

“Dopo la seconda guerra mondiale fino all’introduzione dell’euro, la crescita del pil pro capite in Italia e in Germania è stata simile. Solo dall’introduzione dell’euro abbiamo una disparità crescente”, Daniel Stelter, berlinese, economista, autore da ultimo di “Coronomics: Nach dem Corona-Schock: Neustart aus der Krise”, come fronteggiare la crisi.

“L’Ue e l’eurozona avranno tassi di crescita bassi nei prossimi anni, pertanto la situazione potrebbe non migliorare per l’Italia”, id.. Dal 2008 L’Ue e l’eurozona sono l’unica grande area economica che non si ripresa dallo choc bancario. In omaggio alla politica tedesca dell’austerità. Solo la Germania ha avuto tassi di crescita americani - la metà di quelli cinesi.

Il supercontrollore britannico contro il coronavirus Neil Ferguson, arcigno, catastrofista, riceveva tranquillo a casa l’amante. Senza mascherina. Oltre che degli scrittori questa pandemia ci lascerà brutte tracce anche degli scienziati: attorucoli, da avanspettacolo.

Si ride - insomma, si sorride - a “Striscia la notizia” che prende in giro Giovanna Botteri sciamannata corrispondente da Berlino. Oh sciagura! La rete subito di riempie di contumelie, e anche minacce, ai conduttori e agli autori di “Striscia”, e all’editore Berlusconi: Giovanna è “compagna”, intoccabile. È un riflesso condizionato – si spiega l’astio contro Berlusconi, più che trentennale, dai tempi del referendum veltroniano contro Mediaset: un odio politico trentennale è sacrale, chiesastico.   

Pecoraro, il prefetto di Roma della stagione Alemanno, di non buona memoria, è stato premiato per meriti politici al tribunale del calcio. Dove si fa sentire solo contro la Juventus – si era dimesso a dicembre ma è ancora lì. Da napoletano. Perché sempre napoletani al vertice del tribunale del calcio, non dovrebbero sapere il diritto?

Tripla bordata del “Corriere della sera” contro gli Stati Uniti, e cioè pro Cina, mercoledì 6 maggio: Pompeo è un cretino – il segretario di Stato. Il dottor Fauci, l’unico sapiente americano di coronavirus, è zittito da Trump. La ministra dell’Istruzione fa la caccia alle streghe – del “comunista cinese”. Dal Pcus al Pcc? Quanto vende l’antiamericanismo?

Con l’occasione il “Corriere della sera” informa, per inciso, che tre mesi fa è stato arrestato negli Stati Uniti il presidente del dipartimento Chimica e Biologia di Harvard, Charles Lieber. Niente di meno. E le accuse? Socio di  un programma cinese inteso a reclutare scienziati stranieri e ricompensare i furti dei diritti di proprietà intellettuale – i brevetti. Una cosa così, quattro righe.

Un giudice tedesco “molto europeista”, Vosskuhle, all’ultimo giorno di mandato silura la Bce e l’euro. Si sottovaluta la Germania – la voglia di distruzione non è finita con Hitler.

La danza di Echternach, per la processione della Pentecoste. Paolo Valentino spiega finalmente sul “Corriere della sera” la politica di Angela Merkel: un passo avanti, uno indietro, due di lato.

Nessuno in Europa si è sognato di sfidare la Corte di Giustizia europea. La Germania lo fa. È un segno di coraggio, di buon diritto? No, di arroganza.
Lo ha fatto un giudice che si vuole “buon europeo”. Immaginarsi il resto.

Su 1.900 miliardi Ue di aiuti statali anti-crisi alle imprese autorizzati da Bruxelles, mille sono andati alla Germania. Passeranno attraverso le banche, per rimpolparle - le banche tedesche, benché privilegiate negli stress test della Banca centrale europea, se la passano sempre male e anche malissimo.

Ma Hölderlin non è Heidegger

Hölderlin è una Dichtung, una poetica, meglio un esercizio in poetica, che sotto il suo  nome si tramanda, a opera di Heidegger – Zaccaria è l’autore di un “Heidegger e l’essenza futura della filosofia”. La cui ricchezza sta “in quello che, grazie all’opera, si lascia tacere”. Un poeta da seminari, un poeta per filosofi. Flebile e fertile – fertile per essere flebile, un riempitivo. Di ogni avventura, perché esercita soprattutto ad “apprendere, dai suoi versi, il silenzio”. Una suggestione.
Questo non è Hölderlin, poeta di molti versi, drammatici, tragici, lirici, religiosi, storici, logici, anche nei lunghi anni di follia. Di molteplici esperienze, compresa la follia, che non gli impedì di versificare con compiutezza, seppure dietro identità fittizie. Un poeta in radice religioso, come i coevi Hegel e Schelling, condiscepoli a Tubinga. È quello che un certo germanesimo, e Heidegger, hanno elevato nel secondo Novecento a ombra. Un manichino o attaccapanni buono per qualsiasi abito, purché “ispirato” – indistinto, esoterico.  
Zaccaria rifà Hölderlin con Heidegger - ma in parte anche contro. È un seminario a conclusione di un corso che Zaccaria ha tenuto alla Bocconi “Sull’essenza del linguaggio (Hölderlin, Heidegger)” . Alla poesia del silenzio segue una polemica contro un “Apparato di controllo” all’opera per prevenire e impedire il “pensiero poetante” di Heidegger: “La ricerca del ritmo e del tono non sembra essere un tratto esclsuivo del poetare: anche il pensiero scientifico avrebbe la sua propria tonalità”. Quindi una discussione sul perché la poesia non è la matematica. E il Mitsein, “il con-essere dell’autentica poesia” - ma “autentico” oggi non suona bene? Con il poeta-profeta-povero Hölderlin. A p. 23 la “decisività destinale” è già troppo. O poco dopo il polemos che si fa sinonimo di das Heilige, e questo non si traduce, come è, “il sacro”, ma “il salubre”. Unica notazione significante di Heidegger sul poeta, una o due righe sulle migliaia sotto cui lo ha seppellito: “Un poeta strano , se non addirittura misterioso, recondito”.
Uno dei partecipanti, Andrea Ghislandi, a un certo punto sbotta: “Avrei paura di un uomo che non ha mai scritto nulla di inessenziale, che ha indovinato tutto, un uomo sempre «grande»”. Che non è Hölderlin ma Heidegger.
Una lettura fuori tempo, controcorrente. Anche se il seminario è del 2000: le cose mutano in fretta. Affascinante, e in fondo l’unica cosa interessante, è la tabella che i partecipanti compilano alla lavagna segnando ognuno ciò che a suo parere lega Heidegger e Hölderlin. Una dozzina di temi. Che ne dicono la multiversità – o se si vuole l’instabilità, se non l’incauto impossessamento – della relazione. Specie per Hölderlin, che ne guadagna poco e ci perde molto – non si legge più.
Gino Zaccaria, Hölderlin e il tempo di povertà, Ibis, remainders, pp. 175 € 4


venerdì 8 maggio 2020

Problemi di base lombardi - 562

spock

Milano non resiste all’aperitivo?

Vedere e farsi vedere è meglio che morire?

Meglio pure che uccidere?

Milano non ha altri svaghi?

E dunque i lombardi non sono tedeschi – non sono disciplinati e muoiono a frotte?

O sono i meridionali immigrati che muoiono in Lombardia?

La razza si è imbastardita?

spock@antiit.eu

La peste liberatoria

Il “Capitolo primo della peste” è dedicato a “Maestro Piero Buffet cuoco”. Si può leggere come di oggi, al tempo degli chef. Il “Capitolo secondo” pure. E la peste? La stagione migliore, “la più bella che la natura sappi fare”. I benefici sono tanti: “porta via tutti i furfanti”, “non hai chi ti dia impaccio”, si evitano gli accattoni, “buoni arrosti si mangiano e buoni lessi”, e “sopra tutto si fugge la fatica”. Tutte le prescrizioni contro la peste rovesciate a fin di di bene. La peste è “quel secol d’oro e quel celeste\ staro innocente primo di natura”.
Come ridere al tempo della peste? No – tra l’altro non c’era peste nel 1532, al tempo dei due Capitoli. Le “pesti” sono il capriccio di questo scrittore che a rileggerlo sembra l’italiano vero, e forse per questo è trascurato.
Berni passa  per poeta giocoso. Specialista dei giochi (equivoci) verbali. E satirico. Delle buone maniere letterarie del primo Cinquecento, il petrarchismo bembiano – “chiome d’argento fino, irte e attorte”.... Nonché della corruzione, ai suoi anni senza paragoni, né prima né dopo. Ma raramente lo è -o giusto per l’organo maschile, i capitoli dei “ghiozzi”, delle “anguille”, dei “cardi . E in subordine, all’invettiva, al malaugurio, all’ira. Senza un criterio, non religioso, non morale, e nemmeno letterario o linguistico. Non c’è con chi non ce l’abbia: le puttane, le mogli, papa Adriano, il suo ragazzo, l’Aretino, gli abati, qualche vescovo, i preti. Senza un criterio, né religioso né morale. Mentre elogia, con la peste, i “bravi” poi manzoniani, e i papi e i cardinali simoniaci. Di tutto facendo un’arma, perfino dell’omossessualità, che agita contro l’aborrita procreazione – senza privarsi di farne materia di sberleffo.  
Berni è poeta irridente, fino alla crudeltà, e anche cattivo, astioso. Forse perché inerme, e inoffensivo: si ritiene inerme di fronte all’altrui cattiveria, ma per ciò stesso, per quando sbraiti, resta inoffensivo, non considerato, gregge, massa, il sorite o mucchio indistinto e inutile – il problema dell’Italia politica, l’impasse inconturnabile, l’impossibilità di “fare gli italiani”, è tutto qui: caratteriologico, o dell’anarchismo insoddisfatto, per natura insoddisfatto. Ma non si perde una battuta.  
Francesco Berni, Rime burlesche, Bur, remainders, p. 277 € 4

giovedì 7 maggio 2020

Secondi pensieri - 418

zeulig

Conoscenza – È terreno sempre vergine, un work in progress – il più resta da fare. Come ogni azioni, o attività, anche di pensiero. Che vada avanti o indietro, nella storia, la riscoperta, il riconoscimento, la ricostituzione (ermeneutica). E tanto più quando si vuole conclusiva, perfino sistematizzata. Il tasso d’ignoranza resta più spesso di qualsiasi conoscenza.

Dio – Non è empatico. È distante.
Cristo non avvicina a Dio: non gli ha dato un’altra identità di quella della Bibbia, nevrotica.
Ma è creatore – Gesù lo è: ha creato l’uomo, con la coscienza. L’uomo riflessivo, quale usa pensarsi – prima pensava il mondo. L’individuo, l’uomo che merita attenzione. In ogni caso, in ogni condizione. L’anima c’era prima, in quanto principio vitale, nel corpo ma distinto, ma non la coscienza – la responsabilità, il diritto.
Conoscevamo Dio senza Cristo, di fatto non ne conosciamo altri, sempre quello della Bibbia. Ma conosciamo l’uomo solo per via di Cristo, e per come lui intende.
Che può essere un limite?  

Globalizzazione - È una forma di uguaglianza. Quindi ingiusta.
È, storicamente, l’immissione dei tre quarti del globo agli scambi a condizioni di parità, col quarto più industrializzato e più ricco. Un’apertura che si condensa nell’arricchimento rapido, a ritmi molto elevati, della Cina, un continente a sé, col suo miliardo e mezzo di abitanti –l’area industrializzata e ricca Ocse, o occidentale, serviva la metà di quella cifra. E con un parallelo impoverimento, relativo (in rapporto alla crescita complessiva del pianeta), e selettivo (sociale e generazionale), dell’area ricca. Una forma tipica di eguaglianza, dagli effetti cioè disuguaglianti.
Tocqueville, liberale, non se la spiegava, “la passione moderna dell’eguaglianza”. Che pure è l’essenza del liberalismo. Fino alla proposta di legge Hansen, 2012, a nome del partito dell’estrema sinistra svedese, il terzo maggior partito, per la proibizione agli “individui di sesso maschile” di urinare in piedi.
Il socialismo assunse l’eguaglianza nel momento in cui ritenne necessario assumere la modernità – il mercato. L’eguaglianza come diritto era per Engels “qualcosa che cade necessariamente nell’assurdo”. La “rivendicazione proletaria di eguaglianza” Engels indirizzava all’abolizione della società di classi, e di ogni arbitrio, di forza o di legge, non di un astratto principio di eguaglianza – “ogni rivendicazione di eguaglianza che va al di là cade necessariamente nell’assurdo”, scrive nell’“Anti-Dühring”. E a Bebel, il 18 marzo 1875: “Gli abitanti delle Alpi avranno sempre altre condizioni di vita degli abitanti delle pianure. Rappresentarsi la società socialista come l’impero dell’eguaglianza è una concezione francese troppo ristretta”, che risponde agli obiettivi della rivoluzione dell’Ottantanove ma “dovrebbe ora essere sopravanzata, perché non crea che confusione negli spiriti ed è stata sostituita da condizioni più precise e che rispondono meglio alle realtà”.
Di fatto, nella globalizzazione, l’eguaglianza è delle “catene di valore” basate sul lavoro cinese, senza garanzie (limiti, vincoli), né di salario né di orario. E della finanza segreta, una sorta di iperuranio angelico-demoniaco che travalica qualsiasi norma - un gioco senza barriere, ma non a somma zero, poiché la moneta, che si vuole magica, è invece inflessibile: non c’è arricchimento senza una perdita, a danno di qualcuno. Una uguaglianza compensabile di fatto dall’accresciuta produzione globale di beni e servizi (ricchezza), ma parzialmente, e attraverso squilibri, di impoverimento relativo. Di singoli, di collettività, e di Stati – di capacità di una comunità di provvedere a se stessa, e comunque di salvaguardarsi.

La globalizzazione è un ciclo della storia, di ascese\decadenze. Con riflessi sull’identità: l’impoverimento più che la misgenation mette in questione l’identità - la mescolanza c’è sempre stata, anche traumatica, con le invasioni, ma può far valere il detto “Graecia capta ferum captorem coepit”.

Induzione - Da Eco e Sebeok ai social. Dall’epistemologia e la semiotica al manuale del fai-da-te  del so-tutto audodidatta.
È sempre materia scientifica – la probabilità. Ma più è materia pratica ultimamente . Speculativa, materia di operatori finanziari (speculatori): Nassim Nicholas Takeb, “Il cigno nero”, Paolo Basilico, “Uomini e soldi”, Guido Maria Brera, “I diavoli”. O come fare soldi – derubando lecitamente, su vasta scala.

Male – Si direbbe il punto debole di Dio, del Dio ebraico. Accettato per come è nella Bibbia, anche cattivo o vendicativo. Ma non consono al vangelo. O allora, non il padre degenere del figlio, che lo abbandona nel bisogno, una divinità. Di un regno che si vuole al possibile umanizzare – nel senso di ragionevole, collaborativo, partecipe – compassionevole, direbbe papa Francesco.

Marx – Si trascura quanto ha mediato dalla tradizione liberale, anche se non di formazione liberale – la formazione in Germania non glielo consentiva (lo teneva all’oscuro), ma presto a Parigi e Londra entrò in altra formazione culturale, tra illuminismo e liberalismo. Dalla tradizione in ultima analisi anarchica, della libertà incondizionata. Che si esprime, con difficoltà, resistenze, rivolte, in una rivoluzione continua.
La nozione di eguaglianza Marx ha mediato dalla Rivoluzione francese, con riserva. La nozione di classe ha mutuato anch’essa dagli storici liberali della Rivoluzione, Thierry e Guizot.

Morte – “Lo refrigerio de l’etterna gioia” evoca Dante in morte, al canto XIV del “Paradiso”,

Peste – Non cambia niente, non ha mai cambiato niente: assetto politico, assetto sociale, psicologia, teologia. Il contagio non è una stranezza o un punto debole della razionalità. È un’estensione del dominio della morte. Più massiccio ma anche meno drammatico – di un incidente stradale, di un suicidio, di un assassinio. Non più casuale di altre morti. Non più anticipata. E anche, in sé, prevedibile – misurabile, contrastabile.
“Moralità della peste”, annota Camus nei “Taccuini”, dicembre 1942, sotto uno specchietto del romanzo “La peste” che si avviava a riscrivere: “Non è servita a niente e a nessuno. Non ci sono che quelli che la morte ha toccato, in se stessi o nei loro prossimi, che sono istruiti. Ma la verità che hanno così conquistato non riguarda che loro stessi. È senza avvenire”. Senza presente.

Storia – Si può dire immutabile, se non per slittamenti insignificanti, per via di eventi, ma non nei registri (patterns). È stabile. È conservativa, anche nell’innovazione.
La storia ha tremila anni, quattro-cinquemila contando la civiltà minioca, la scrittura cuneiforme e le ascendenze mesopotamiche. Regni o repubbliche, migrazioni, potere e (in)giustizia, guerre, canoni, anche estetici o del gusto, dei desideri, la nozione di felicità inclusa. Gli stessi materiali, le stesse fogge, gli stessi canoni, di comportamento e di giudizio. Le stesse istituzioni, perfino, civili e sociali, dalla procreazione alla morte. La stampa e la rete macluhaniana hanno moltiplicato la comunicazione, non hanno mutato gli assetti, sociali, psicologici, giuridici. Non c’è una polizia oggi, o una giustizia, o un governo migliori di quelli di duemila anni fa, o solo differenti.
La tecnologia è molto cambiata, ma non nei suoi principi. L’elettricità è stato l’unico Grande Balzo, che ha fatto della notte giorno, con l’accumulatore di energia, e il motore elettrico o a scoppio – la dinamo di Faraday e Pacinotti. L’igiene forse – l’asepsi.

Vita – Che cos’altro ha l’uomo - possiede, in senso attivo?

Voluttà – È invenzione tarda – non c’è nei poemi omerici. La gioia, l’ebbrezza, gli affanni, sono scoperta del VII-VI secolo a.C., di Alceo, Saffo.


zeulig@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (169)

Ha accantonato l’accantonabile e di più, per una perdita record di 2,7 miliardi nel primo trimestre – il doppio delle peggiori previsioni: 1,7 miliardi per l’operazione Yapi Kredi, la consociata turca, 1,3 per pagare i cinquemilacinquecento licenziamenti, 900 milioni per il coronavirus. Definendolo “un approccio conservativo”. Cioè: può andare molto peggio? Dopo avere innescato il divieto europeo di dividendo. Malgrado una forte ripresa dell’attività.
Invece che per creare valore, Mustier lavora per il contrario: scoraggiare gli azionisti - le fondazioni e i cassettisti? Poiché è un bravo manager, a che fine?

Diverso, in contemporanea con Unicredit, l’approccio di Intesa San Paolo. Che segnala e incoraggia la ripresa dell’attività. Facilita le pratiche dei nuovi decreti. Apre nuovi fronti di credito, per venire incontro alla decina di milioni di operatori colpiti dal lockdown. Messina sembra una persona normale: incoraggia perfino gli azionisti – quando cadrà il divieto, pagherà il dividendo. Il bravo banchiere si dichiara pessimista o ottimista? Prevenire le insolvenze non è meglio che indurle?

Non hanno nemmeno aspettato il varo ufficiale di WindTre per prendere il sopravvento. Gli aggressivi manager “3” di scuola Soru, il Grande Disgregatore di fortune, al posto dell’onesta gestione Infostrada ex Enel, gente di formazione pubblica. Disservizi, disinformazione, addebiti anticipati, una valanga di piccoli e non piccoli soprusi ha investito i malcapitati abbonati.


Si dice che la pandemia riporta lo scassatissimo mercato italiano sotto l’ala pubblica, ma sulla telefonia vige ancora la scuola Colaninno: spolpare, e scappare.

Auditel addomestica gli ascolti – con proiezioni statistiche, medie, sondaggi? Di Canale 5 attesta un giorno sì e uno no audiences primato. Quando a Roma e dintorni, per dire solo un’area, uno dei bacini maggiori di ascolto, ma anche sulla costa toscana, sono bastate le pioggerelle dell’altra settimana per oscurare il segnale – d’inverno è raro vedere Mediaset sul digitale terrestre. Non da ora, e non solo nelle aree testimoniabili: il passaggio all’HD ha peggiorato la ricezione di Mediaset ovunque, notevolmente.

Un’ascesa al Venusberg

La ninfa Callisto, invitata a Parigi, scopre che tutto è come duemila o tremila anni prima, fogge, materiali, abitudini, tessuti, metalli, pietre, passioni, paure, pose. Il racconto del titolo è un piccolo capolavoro. “Un’ascesa al Venusberg”, il monte di Venere, pure. Che non è pornografia, Louÿs stesso lo spiega: monte di Venere è un toponimo, una collina nel Marienthal in Turingia, la valle di Maria, davanti alla bachiana Eisenach, con una Venushöhle, una grotta di Venere, in custodia ai monaci, castamente ribattezzata monte Hörsel, da cui Tannhäuser luminoso è stato generato per il genio di Wagner allora impaludato nella “Saracena”, la fase mediorientale dell’opera - e forse è Ursel, Orsolina, quella delle undici o undicimila vergini, che reincarna la dea germanica Freya.
Altri brevi racconti esplorano relazioni impossibili: della mummia di Psammetico, di una delle gemelle siamesi, di uno stupro inconsumato.  
Fantasia e erudizione sono il proprio del francesissimo scrittore belga, che la pornografia cui ha indulto ha bollato all’Inferno – l’Enfer è (o era, prima del liberi tutti) chiamato il reparto della Bibliothéque Nationale a Parigi che custodisce i testi in odore di oscenità. Compagno di liceo di Gide, primo editore di Valèry, appassionato fotografo di nudi, molto somigliante da ragazzo al ritratto canonico di Proust, e molto mondano, anche lui si “ritirava” per “scrivere”, chioma disordinata, sguardo insonne.  
Pierre Louÿs, Una volupté nouvelle, L’Arbre vengeur, pp. 123 € 7,50

mercoledì 6 maggio 2020

Problemi di base virali bis - 561

spock
Il caffè bevuto dentro il bar è letale e fuori no?

E meglio in piedi che seduti?

Perché le Poste riducono l’orario e gli sportelli, invece di aumentarli: prima le impiegate e i loro cari?

Perché, se le mascherine sono obbligatorie, nessuno le porta?

Perché, se le mascherine non costano, non si trovano?

Perché le donne si litigano al cellulare in mezzo al marciapiedi invece che a casa?

spock@antiit.eu

Il Corriere tedesco

Io sono convinto, con testardaggine illuministica, che un giorno anche la Germania darà luce verde agli eurobond, così come ero convinto che avremmo indotto la Merkel ad accettare che la Bce stabilizzasse il mercato dei titoli di Stato contro la speculazione”. Così tuonava Monti, dall’alto del “Corriere della sera, non più tardi di una settimana fa. Ma il Bundesverfassungsgericht, la Corte Costituzionale tedesca, non si è fatto scrupolo di dargli torto. Di eurobond non si parla, la suprema corte tedesca non vuole nemmeno gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce – anche se la banca centrale europea esula dalla sua competenza.
Il professore non conosce la Germania – è a due passi, grande, ben aperta? Possibile. Ma c’è dell’altro: “Bce. Sì al Quantitative Easing dalla Germania”, titolava ancora ieri il sito del “Corriere della sera”- “quantitative easing” è l’acquisto di titoli di Stato da parte della banca centrale. Problemi di lingua? Ma la decisione della Corte era in italiano su tutti i siti.

Più Stato meno Cina - 2

Ci sarà comunque più Stato nelle economie occidentali in conseguenza della pandemia. Anche in quelle, come l’americana o la britannica, che più recalcitrano contro l’investimento pubblico.
Ci saranno dei capitali pubblici da risarcire, e nuovi investimenti a diretta filiazione pubblica, sia pure sotto forma di partecipazioni non di controllo.
Anche l’ottica va a cambiare. Non si sarà più il privilegio del privato, come è avvenuto negli ultimi trent’anni. Per esempio nella sanità.
In aggiunta alle circostanze già analizzate che giocano contro le catene internazionali (leggi: cinesi) di fornitura – in breve: l’esigenza di accrescere la quota nazionale di valore aggiunto - gli investimenti tecnologici necessitano ora di controlli. Che per natura sono nazionali – la sicurezza è ancora nazionale. Gli investimenti nella comunicazione e nell’intelligenza artificiale toccano la sicurezza, personale e nazionale, e la privacy, lidentità delle persone. I dati in gioco sono sensibili a tutti gli effetti, commerciali o economici, giuridici, e perfino – come si vuole stia succedendo nelle ultime elezioni – politici.
Il dibattito sul 5 G, che si popone unicamente a imprinting cinese, è la punta di un iceberg sommerso. La materia è vasta e sensibile – anche se Huawei, l’azienda protagonista unica del nuovo sistema digitale, fosse solo privata e non al servizio del partito Comunista Cinese. Ora nel contact tracing contro la diffusione del coronavirus. Oggi e domani in una sorta di schedatura universale di tutti i dati personali di ognuno.
In America si celebrano i Bell Laboratories. Finiti nelle ristrutturazioni degli anni 1990 alla Nokia, che li ha anestetizzati, ma una industria di primo piano nello sviluppo tecnologico. Impresa privata, privatissima, ma che con capitali di ricerca anche pubblici aveva creato l’industria di questi anni: il transistor, il fotovoltaico, il microchip, la telefonia cellulare.   
(fine)

La chiesa di Voltaire, contro “la Herezia”


Un divertimento, questo del filosofo collaboratore del “Foglio”. Ma serio – volendo prendere Voltaire sul serio. Voltaire era un ottimo scrittore, per “Candido” e qualche verso, ma un pessimo tipo: un traffichino. Non si può dire nemmeno anticlericale, perché si professava ateo in pubblico, ma in privato no.
Delle 187 lettere catalogate che scrisse in italiano, la maggior parte (a parte cioè quelle di letto alla nipote Mme Denis) sono indirizzate a uomini di chiesa: sacerdoti, frati, gesuiti, teologi, cardinali, e i due papi Benedetto XIV (tre lettere) e Clemente XIII. Di tenore sorprendente – o di odore, lo zolfo tramutandosi in incenso.
Con Benedetto XIV, un intellettuale, gli scambi furono culturali. A Clemente XIII inviò, congiuntamente con Mme Denis, la richiesta di un reliquia di san Francesco per una chiesa che “Francesco di Voltaire” intendeva edificare “nelle vicinanze dela Herezia”. Non uno scherzo blasfemo, come si potrebbe pensare: le reliquie furono spedite, la chiesa fu edificata, e Voltaire vi prese anche la comunione, per dare “un esempio edificante” ai popolani, contro “la Herezia”.
Antonio Gurrado, Voltaire cattolico, Lindau, pp. 192 € 17

martedì 5 maggio 2020

Problemi di base virali - 560

spock

Si muore in massa al Nord, non si muore più a Roma e Palermo: cos’è, una rivoluzione?

Si è rigirata la carta e il Nord è a Sud?

O non sarà un castigo di Dio, il virus giustiziere?

In Lombardia, Piemonte, Veneto, record di morti e tuttora di infetti, i governatori ridono: è rictus?

È l’etic-a-etta leghista, che al funerale si ride?

Perché i meridionali scappano appena possono dal Nord: ingrati, disertori?

spock@antiit.eu

La peste è noiosa

Per un anno, dal dicembre 1664 al dicembre 1665 (con una coda nel 1666), l’unico rumore di Londra fu il grido dei monatti: “Portate fuori  vostri morti!”. I morti di peste. Che si diffuse d’un colpo, senza possibilità di prevenzione, e fece 100 mila morti (ufficialmente 68.596), un quinto della popolazione. Senza rimedio possibile: “Le peste sfidava ogni medicina, gli stessi medici che se ne occupavano e i dirigenti che prescrivevano cosa fare cadevano morti, distrutti proprio dal morbo che dicevano agli altri di combattere”.
L’epidemia crebbe con la primavera e l’estate, e prese a scemare solo in autunno, dopo otto-nove mesi di terrore. La città fu zona rossa, isolata, non si poteva entrarvi né uscirne. Solo il re, Carlo II, la corte, il Parlamento e i tribunali poterono trasferirsi fuori, a Oxford - la città restò governata dal sindaco. Ma, di fatto, chi poteva scappare, avendo casa o famiglia altrove, scappò. Tutto come oggi: quarantene, distanziamento, sepolture a due metri di profondità, lavacri, per lo più inutili.
Un caso di peste bubbonica, il penultimo in Europa, o uno degli ultimi: si manifestava con i bubboni nei linfonodi - alle asclle, all’inguine e al collo – e con febbre, mal di testa, vomito. Poi siamo passati, con la “spagnola” un secolo fa, e con le varie epidemia che hanno contrassegnato questo inizio di millennio, alla peste polmonare, che uccide per asfissia, e si propaga attraverso starnuti, tosse, respiro umido, o per contatto, se i germi si sono depositati su una superficie.
Scritto cinquant’anni dopo, nel 1722, il “Diario” è una lettura non catartica nel lockdown, con i morti a centinaia. E nemmeno allettante, quale sarà stata sicuramente in altro momento – Defoe è narratore irresistibile, è quello del settecento pagine di “Robinson Crusoe”, dell’uomo solo nell’isola, che fu un bestseller transatlantico, il primo della storia. L’isolamento, nell’incertezza, non ne trae beneficio, nemmeno pedagogico, didascalico. Nella disgrazia si preferisce non pensarci?
I pregi tuttavia sono lì. Il “Diario” fu una delle quattro o cinque pubblicazioni scritte in fretta per sfruttare il successo straordinario del “Robinson Crusoe” nel 1719. La peste sembrò un buon argomento, di largo interesse. Già nel 1720, subito dopo il “Robinson”, Defoe aveva messo su un “Due Preparations for the Plague”, sulla peste in corso a Marsiglia. E il racconto va veloce
È un racconto, non una storia. Da parte di un H.F., che sarebbe Henry Foe, zio di Daniel, trentasette anni nell’anno della peste – Daniel ne aveva cinque: un sellaio, che a un certo punto mette in scena un fratello commerciante da poco tornato dal Portogallo. Un racconto di cose viste che in realtà sono per sentito dire. Quindi, si direbbe in tribunale, poco o nulla attendibili. E invece è una vera storia – non ce n’è un’altra altrettanto esaustiva dello stesso evento. È la chiave, il segreto, di Defoe, scrittore tardo e per caso, commerciante fallito due volte, carcerato per debiti, perseguitato dai creditori, ma da qualche tempo, da whig, cioè liberale, passato al servizio di un conservatore per scrivere il suo giornale, giornalista attivissimo, che tutto controlla di prima mano, onesto. Veridico nel racconto, che tutto fa sembrare di prima mano, con la caratteristica capacità di rappresentazione, d’immedesimarsi, lui prima del lettore, negli eventi.
C’è il conto dei morti, periodico. L’esposizione delle misure anticontagio, della Corte, del governo, delle parrocchie. Ci sono furti, una forma d’incontinenza, e qualche violenza, ma non disordini. La cronaca è punteggiata di aneddoti. Il giovane pifferaio addormentato sul carretto, che si ritrova coperto da un ammasso di morti. Una folla di donne che ruba cappelli dal magazzino del fratello del narratore. Uno che chiude accurato casa e va a dormire-morire su un letto sopra il pub, dopo l’ultima birra.

Daniel Defoe, Diario dell’anno della peste, Elliot pp.198  €17.50



lunedì 4 maggio 2020

Più Stato meno Cina

Non sarà più lo stesso il mercato mondiale dopo il coronavirus. Non tanto per il virus – anche nel caso che le accuse americane contro la Cina avessero un qualche fondamento. Peseranno di più condizioni e considerazioni che nel corso della pandemia sono maturate, anche per effetto della stessa, o che il morbo ha evidenziate.
La Cina è l’eldorado degli affari. Ha continuato a esserlo perfino nella pandemia, vendendo ogni sorta di attrezzatura parafarmaceutica. È una sorta di cornucopia. Per affaristi anche di mezza tacca - il virus ne ha fatto emergere uno spaccato: basta una ditta di import-export, anche in nome proprio, e un indirizzo cinese (in Cina non c’è carenza di mediatori) per montare in poche ore un affare milionario.  E per ogni più onesto produttore: chi non vorrebbe poter vendere in un mercato come quello cinese, immenso, e anche ricco?
Ma più probabile è che la nuova crisi del lavoro – e del reddito – dopo le chiusure forzate di ogni attività in Occidente proponga una qualche forma di redistribuzione mondiale della “catene di produzione” mondiali – cioè asiatiche. Ottocento milioni di persone, non contando la Russia, non possono continuare nell’impoverimento progressivo: l’impoverimento, relativo e anche in assoluto, potrebbe essere stato precipitato dal coronavirus nell’insostenibilità. Anche se larghi settori di affari  di ogni tipo ci prospera.
In Italia, cinque milioni di poveri in qualche modo sono stati affrontati, dopo i due-tre milioni di licenziamenti degli anni 1990. Ma dieci milioni non sono una prospettiva sostenibile. Né un bambino su cinque denutrito in Gran Bretagna. L’economia degli affari finisce per non essere più un’economia, ma un imbuto che risucchia.
La globalizzazione ha avuto sinora effetti moltiplicativi, in un quadro globale.  Gli artefici della globalizzazione – gli Stati Uniti anni 1980 – ci rimettono sempre più globalmente. Anche se grossi e potenti settori ancora ci prosperano, specie le banche d’affari. Ci sarà, è necessaria, una nuova divisione del lavoro, con Trump e senza Trump.
In Europa il problema è confuso, come tutto. Ma è chiaro in Gran Bretagna, che per questo si è smarcata dalla confusione europea. E nella stessa Germania che conta, a partire da Volkswagen, che pure ha in Cina il suo maggiore mercato singolo – ma non il più profittevole. Il programma di von der Leyen, di emancipare l’Europa dalle “catene di valore” cinesi per il digitale e l’ambiente andava già in quella direzione, prima del virus. Lo statu quo ha interessi robusti, ma è solo ovvio prevedere che anche l’Europa si collocherà sulla linea americana, che s’impersona in Trump, ma continuerà anche senza.
Al pettine la “rivoluzione” di trent’anni fa, con l’outsourcing e la delocalizzazione. Non paga più. L’outsourcing ha indebolito i servizi al limite del’inefficienza e quindi del costo. La delocalizzazione sottrae risorse nel complesso e non le incrementa. Se non per gruppi ristretti, e per tutti in fase discendente – quando non è integrata in un mercato unico, a vasi comunicanti. Cioè, paga anche molto, ma pochi. Ma poi, alla sommatoria, impoverendo i più, indebolisce tutti, anche i profittatori: chi comprerà le loro merci (chi potrà comprarle)? La Cina supplisce ma non è “il” mercato: è un mercato aperto ma controllato – non un mercato libero.
Una rinegoziazione dei termini di scambio, come l’ha pretesa Trump, può aiutare. Ma un accordo è difficile da ipotizzare. La Cina è brillante ma non elastica come si mostra. È un pachiderma politico, con un processo decisionale lento, e soggetto ad aggiustamenti imprevedibili – la cosa meno conosciuta è il Partito Comunista Cinese, che pure in teoria governa il mondo.
Il riallineamento porterà all’inflazione? In fondo, questa è la sola carta cinese: il costo del lavoro minimo e quasi nullo. Le lavorazioni riportate in Occidente saranno quindi più care. Ma non più care di quanto l’Occidente le paga adesso, seppure allinsaputa delle statistiche - quando le ragioni di scambio sono ineguali. E comunque non nei servizi: energia, comunicazioni, servizi all’impresa e alla persona non sono mai state così cari, e inefficienti – si veda la sanità. 
(continua)

Cara Cina

Il “Financial Times” dice che molti Stati africani, i cosiddetti beneficati dalla Cina con la Via della Seta, non sono in grado di pagare i debiti e hanno chiesto a Pechino dilazioni. Perché la Via della Seta è questo: finanziamenti, per investimenti e infrastrutture, da confidare a imprese cinesi. Un doppio business, un doppio vantaggio per Pechino.
Pechino, dice sempre il “Financial Times”, non ha risposto. E non è 
detto che accetti le richieste africane, di rinvio, riduzione o abbuono del debito: la Cina non è una tigre di carta, è un dragone coi denti. Il sorridente presidente Xi è un uomo duro a capo di un regime duro, dove si procede per “purghe” .
Ugo Tramballi ne dà sul “Sole 24 Ore” uno scorcio eloquente. “A Roma, suonando l’inno cinese, alcuni italiani cantano «grazie, Cina!» dai loro balconi. E i loro vicini applaudono”. Così, dice Tramballi, twittava Lijan Zhao, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino - “erano i giorni del picco, e dei primi arrivi di mascherine dalla cina, non sempre di qualità”. Il Ministero è soprattutto impegnato a disinnescare le tante manifestazioni di irritazione o critica nel mondo, quasi come dopo Tienanmen.

L’epidemia occidentale

I dati della pandemia al 3 maggio la dicono una sorta di peste occidentale. L’Ecdc, European center for disease prevention and control, aggiorna ogni poche ore i dati sui contagi e le morti per coronavirus, analiticamente, paese per paese, dall’Afghanistan allo Zimbabwe. Fornendo anche specchietti sintetici, più indicativi, per aree continentali: Africa Asia, America, Europa, Oceania.
L’ultimo aggiornamento, domenica sera, registra 3.388.665 contagi, e 243.312 morti. Con una distribuzione territoriale che ne fa con tutta evidenza un morbo “occidentale”, dell’Europa cioè (Turchia inclusa), e del Nord America. Il 79 per cento dei contagi si registra in queste aree. Con una percentuale ancora più elevata di morti: l’87,3 per cento.
Questo virus è letale in Occidente. Nei paesi dove, teoricamente, è stato confrontato con le migliori condizioni sanitarie.  
Oppure le statistiche sono benevole nei paesi controllati – tanto, la verità è inutile ai cittadini, il potere fa già da sé abbastanza paura. 


La peste è il potere

Una città, un mondo a sé, contro la peste. Un’ampia sceneggiatura di cui il soggettista sembra Manzoni, per molteplici evidenze: la lenta percezione, gli scettici alla don Ferrante, gli speculatori, le fake news, sull’origine, la natura, la propagazione del contagio, la diatriba sul male nel mondo (la Provvidenza), la rassegnazione, i riti collettivi, di preghiera, di espiazione, e la giustizia, divina soprattutto, e umana. Che però l’edizione critica Pléiade non dà tra le fonti di Camus. Il quale si sarebbe documentato soprattutto sui libri di un paio di medici, tra essi il professor Adrien Proust , il padre, “Défense de l’Europe contre la peste”, e il dottor Alibert, “padre della dermatologia”, “Physique des passions”. Nonché, sorpresa, su Berni, “Il secondo libro dell’opere piacevoli”, là dove sotto forma di elogio della peste critica la viltà umana. Oppure le pesti sono tutte eguali – anche di Manzoni si può dire che è molto Defoe. La peste arriva coi topi, si sa. Ma niente di drammatico, giusto alcun topi qua e là, alcuni sanguinano. In una città indaffarata, Orano. Si fa la coda al cinema (da duemila posti…). Si fa la messa solenne. Nell’Algeria polverosa, niente alberi, niente uccelli, dove niente succede. Eccetera.
Ma, poi, Manzoni è ineguagliato. Almeno, rileggendo Defoe e questo Camus - che pure è quello che ne ha creato il nome, nel 1943 
(ma quanto non ha influito la peste intesa come guerra, e la non rassegnata certezza che la notte ha una fine, basta aspettarla?). Un racconto lento, piano, anzi piatto, dell’origine del contagio, lo svolgimento, la conclusione, malgrado ci siano stati morti. Che un picco drammatico tenta, due volte, attorno al problema del male – non nuovo, né risolto, il classico “si Deus est unde malum”. Tra il dottor Rieux, scettico, intelligente, dedicato soprastante dell’evento, nonché suo occulto narratore, e l’eloquente gesuita padre Paneloux. Il problema di Camus, del “Mito di Sisifo”, dello “Straniero”:  che ci fa l’uomo ragionatore in un mondo assurdo. Un mondo atono:”Un mondo senza avvenire né finalità”.
Ma anche il problema del male resta piano, piatto. Il tema è senz’altro la giustizia, divina e umana – a margine, c’è anche questa: Camus fa “vedere” una condanna a morte, la fucilazione, coi fucili puntati a un metro del condannato. Ma non c’è dramma in questa epidemia. Camus ci ha lavorato quattro anni, dal 1939 al gennaio 1943. Con molte annotazioni a margine, rimaste nei “Taccuini”. Tra esse, a fine 1943, a opera già chiusa: “Ciò che rimprovero al cristianesimo, è che è una dottrina dell’ingiustizia”. Gli appestati sono i dannati, gli abbandonati da Dio. Tale sembra essere il senso della prima predica del colto raffinato gesuita, padre Paneloux. Per cui “il medico è nemico di Dio”, annota nei taccuini lo scrittore, “lotta contro la morte”.
Jean Grenier dice “La peste” “una bestemmia”. Altrove, dopo le polemiche religiose montate all’uscita dal libro, Camus dirà “La Peste” il più anticristiano dei suoi libri. Ma neanche questo si vede. Il fatto religioso c’è, a due riprese, discusso anche troppo lungamente. Nei “Taccuini” il progetto è impiantato nella Bibbia, con una lunga messe di punti biblici di riferimento. L’aspetto sociale o politico, della peste come isolamento, come esilio, viene dopo, e con disprezzo: “Ciò che manca loro è l’immaginazione. Si installano nell’epopea come a un picnic”. Ma tutto il progetto comunitario di contrasto all’epidemia è molto cristiano. E lo stesso Paneloux, dopo la prima predica contro gli appestati, rientra nella narrazione per morire, solo, incerto – uomo di fede onesta, come lo stesso agnostico Rieux tiene a dire.
Un’altra lettura ci vede invece un’opera contro l’occupazione tedesca. Una lettura a cui Camus tenne, sempre a posteriori. La peste è la drôle de guerre , la strana guerra perduta senza combattere del 1939-1940. Gli appestati i soldati francesi confinati nei lager nel lontano Oriente. Le divisioni in città quelle della Francia, tra occupazione e Vichy. Le “formazioni sanitarie” di volontari del dottor Rieux i partigiani. Non si vede come. Ma Camus ha voluto questa lettura. Anthony Burgess, in un saggio sulla peste di Defoe, il “Diario dell’anno della peste”, dice a questo fine il romanzo di Camus “allegorico”. Come allegoria può essere.
Può essere anche di più, come a un certo punto Camus ha pure voluto: un’opera  contro tutti i poteri, non solo quello della Chiesa – che comunque nella peste e nella città non ha  nessun potere. “La peste” viene pubblicata, in terza o quarta revisione, nel 1947. L’unica contestazione è della chiesa. Ma intanto monta la guerra fredda. Nel 1955, in polemica con un saggio di Roland Barthes al debutto, quarantenne già stimato, gli scrisse: “«La Peste», che ho voluto che si legga su più piani, ha tuttavia come contenuto evidente la lotta della resistenza europea contro il nazismo”. E rispetto allo “Straniero”, altro suo romanzo, pubblicato nel 1942, “segna, senza discussione possibile, il passaggio da un atteggiamento di rivolta solitaria al riconoscimento di una comunità di cui bisogna condividere le lotte”. Di più: “«La Peste» termina, va aggiunto, con l’annuncio e l’accettazione delle lotte a venire”. A un Barthes confuso “compagno di strada”, che gli ha obiettato nell’apprezzata recensione: “Che farebbero i combattenti della «Peste» davanti al viso troppo umano del flagello?”, risponde diretto: lo rifarebbero – “lo rifaranno senza dubbio, davanti a qualsiasi terrore e a quale che sia il suo viso, perché il terrore ne ha parecchi, ciò che giustifica ancora che io non ne abbia nominato precisamente alcuno, per poter meglio colpirli tutti”. Ed è vero che il romanzo forse più romanzato – meno pensieroso o schematico – di Camus, è rimasto a lungo trascurato perché non in linea con la guerra fredda.
Senza queste premesse - ignote forse alla riedizione, in una traduzione nuova, di Yasmina Mélaouah - si legge un po’ come il ritratto delle nostre città oggi: non molto animato.


Albert Camus, La peste, Bompiani, pp. 333 € 17


domenica 3 maggio 2020

Orge nella peste a Milano

Camus, “La peste”, 1942, ha “gli accoppiamenti dei viventi nei cimiteri di Milano”. Un aneddoto horror che ha preso da uno dei libri sui quali si è documentato, del dottor Alibert, “Physiologie des passion”, 1826. Un corposo volume di seicento pagine, che alla p. 178 racconta: “Si dice che nella peste di Milano gli abitanti non vollero assolutamente cancellare i divertimenti del carnevale, e che la maggior parte di essi si davano ancora ai Saturnali al bordo della tomba”.
San Carlo Borromeo Alibert registra come patrono degli appestati – non san Rocco.
In precedenza, riferendo della peste a Villefranche (Beaujolais), il dr. Alibert notava: “È successo a Villefranche ciò che si era notato a Milano e in altri luoghi. Parecchie persone ignoranti si ostinavano a non credere al contagio”. Don Ferrante non era solo. Villefranche ha l’aggravante che la peste vi è stata endemica: due epidemie si registrano nel Cinquecento, tre nel Seicento.
Jean Marie Louis Alibert non è uno storico. Ex rivoluzionario tourné monarchico alla Restaurazione, ritenuto il “padre della dermatologia”, si era dato in vecchiaia a pubblicazioni storico-letterarie.

Il nuovo modo di produzione asiatico

L’Africa non può pagare la Cina, la via della Seta. Numerosi governi, secondo il “Financial Times”, hanno scritto a Pechino per avere dilazioni e abbuoni sul debito, ma non hanno avuto risposta. La via della Seta è una serie di infrastrutture di cui Pechino è finanziatore - a un interesse - e costruttore: gli appalti vanno a ditte cinesi. La quadratura del cerchio. Ma se ne parla poco – questa è la prima volta.
Dev’essere, questo della via della Seta, un modo asiatico di produzione. Sia il vecchio proprietario dell’Inter, l’indonesiano Erik Thohir, sia i nuovi, i cinesi Zhang, sono finanziatori esclusivi della società. Thohir si prendeva l’8 per cento. Una favola.
Gianni Sofri dovrebbe riscrivere “Il modo di produzione asiatico”.

Liberalsocialismo per tutti

De Benedetti vuole un giornale “liberalsocialista” - “l’Unità”. Scalfari pure: Maurizio Molinari, il nuovo direttore di “la Repubblica”, non lo ha chiamato, e lui vuole che il giornale sia “liberalsocialista”. Claudio Martelli prova a fare qualche numero dell’“Avanti!”, nel solco liberalsocialista. Si direbbe un’epidemia.
Passi Martelli, che liberalsocialista è sempre stato, e con l’“Avanti!” fa solo un paio di numeri di vecchie glorie, come certificato di vivenza. De Benedetti, tessera numero un del partito Democratico quindici anni fa, era quarant’anni fa il pilastro di De Mita, il front-man di tutti gli anti-socialisti, liberali e non. Infatuato di De Mita era pure Scalfari – che ora si copre con Berlinguer, col quale invece non aveva confidenza.
In chiave di liberalsocialismo, Molinari sembra la persona più indicata. Che vogliono dunque De Benedetti e Scalfari? Forse lavarsi la coscienza: non sono credenti, ma ai posteri ci tengono.

Cronache virali – apertura al buio, a viso aperto

In previsione della fase 2 domani, dal primo maggio a Roma non usa più la mascherina: la indossano pochi eccentrici. Non solo i runner, anche le vecchiette, e le signore che passeggiano telefonando, non solo non la indossano, non la portano neanche.
“C’è l’obbligo di mascherina in pubblico”, fa sapere Zingaretti, il presidente della Regione Lazio. Ma nella sua ordinanza non se ne parla. Non c’è l’obbligo di mascherina.
Aldo Grasso sul “Corriere della sera” satireggia Arcuri, che si è fatto apostolo della mascherina in tv.
Dopo l’annuncio della fase 2, da lunedì 27 aprile a Milano i passeggeri sui mezzi pubblici sono raddoppiati di colpo, da 100 mila a 200 mila al giorno.
Si apre domani la fase 2 uguale in tutta Italia su questi presupposti: nella settimana dal 22 al 29 aprile l’80 per cento dei nuovi contagi (16.264) si è avuto in cinque regioni, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria, Veneto e nella provincia di Trento.
Lo stesso per i decessi, che sono stai 2.597.

La peste di Proust

Lezioni d’igiene, la materia d’insegnamento del dottor Adrien Proust (è il padre) all’università di Medicina, epidemiologia, padre del confinamento sistematico. Un’attività avviata nel 1869, al ritorno da una missione in Russia e in Persia, al fine di prevenire l’importazione del colera che là si manifestava. Sono “i principi”, dice il dottore, “di politica sanitaria liberale. Nel 1892, al ritorno dall’Egitto e da Venezia, dove è stato infine raggiunto un accordo sulla prevenzione, un accordo europeo, compreso l’impero ottomano, pubblica questa “Défense” – molto voluminosa, cinquecento pagine, per lo più di accorgimenti sanitari.
Nel 1879, dieci anni dopo la prima missione in Russia e in Persia, c’è stato un nuovo allarme in Europa, sempre per il colera in Russia, ai bordi del Volga presso Astrakan. Ma l’epidemia era stata presto circoscritta, grazie a un generale Melikoff – “in quel focolaio non perirono 400 persone”.
Anche allora c’era la Cina, con la peste, ma era lontana: “La peste di Canton del 1894 passò quasi inosservata. Non si trattava è vero che di Cinesi. Causò tuttavia la morte di 100 mila persone”. La peste di Canton e di Hong Kong in realtà, che si manifestò anche a Pakhoi, la “porta della Cina” nel bordo settentrionale del Golfo del Tonchino, a Nord di quella che era allora era l’Indocina francese.
La peste di Bombay due anni dopo, invece, provocò allarme in tutta Europa, per la morte tra settembre e ottobre a Londra di due marinai che venivano dalla città indiana. Si parlò perfino di isolare l’Inghilterra, nota il dottore. Il contagio fu circoscritto, ma si decise di “prendere delle misure comuni contro l’invasione e la diffusione della peste”. Una Conferenza sanitaria internazionale fu convocata per il 16 febbraio 1897 a Venezia.
Alla Conferenza si decise di applicare alla peste “il nuovo principio di base della profilassi internazionale moderna”, stabilito sempre a Venezia nel 1892, alla Conferenza sul colera. La misura decisa è una: che tocca ai paesi di approdo applicare le proprie misure sanitarie di prevenzione a qualsiasi natante.
Il resto della Conferenza sembra inverosimile. L’Inghilterra non vuole controlli, né dell’Egitto né dell’impero ottomano, nel Golfo Persico, che considera suo dominio esclusivo. La stessa Inghilterra decreta la sospensione in India, che allora comprendeva il Pakistan, del pellegrinaggio alla Mecca – su richiesta esplicita del dottor Proust. L’impero ottomano si oppose a qualsiasi protocollo congiunto di risposta alla peste, giidicandolo un’intromissione nella sua autonomia legislativa. La delegazione anglo-egiziana (l’Egitto era sotto protettorato inglese) litigò con le potenze europee perché voleva “nazionalizzare” il Consiglio sanitario d’Egitto ad Alessandria,  che nella precedente conferenza di Venezia, nel 1892, “aveva reso l’azione delle potenze preponderante”. La questione indigna specialmente il dottor Proust, che lottò e impose il mantenimento del Consiglio nella conformazione e nella sede attuale – “Alessandria è la città del commercio”, etc. . Si esaminano i casi della Persia, di Mascate, del Marocco. Infine, tutti sottoscrivono la cosiddetta convenzione di Parigi del 1894. Sperando per il meglio.
Niente che possa essere d’insegnamento oggi. Dove però non c’è nulla di nuovo. A parte il fatto che quello era un altro mondo, benché solo poco più di un secolo fa: colonizzato, direttamente o indirettamente, per il quale potevano decidere poche potenze europee, Italia compresa. La sola differenza è la Cina: non faceva parte del mondo, non essendo colonizzata.
La prima lezione del volume è “La peste in Cina”. Quanto di più remoto – tra l’altro il dottor Proust cita di passata “la situazione miserevole dell’impero ottomano, aggravata dai recenti massacri di Armeni”, 1896. A Hong Kong i morti contati furono solo 2.500-3.000, su una popolazione di 200 mila abitanti. Ma “a Hong-Kong la prima cosa che gli ammalati vedevano arrivando all’ospedale era una piramide di bare”. A Canton i 100 mila morti stimati si rapportavano a una popolazione di 1,6 milioni. Una peste, quella cinese, con una particolarità (sarà la stessa nella “Peste” di Camus, il romanzo della peste a Orano, in Algeria): “Un fatto interessante fu constatato. A  Canton e a Hong-Kong l’apparizione del morbo fu preceduta dalla morte dei topi… In certi quartieri si contarono fino a ventimila cadaveri di topi. In una sola strada ne son stati raccolti più di 1.500”. La particolarità è che “la morte dei topi non è stata segnalata nelle epidemie del Medio Evo” – né in quella, si può aggiungere, della Guerra dei Trent’anni, quella di Manzoni: “Prima dell’inizio dell’epidemia, la bestiola esce dalla sua tana sul pavimento o sul suolo della casa. Vacilla, si gira su se stesso, butta sangue, e soccombe”. Un altro regalo dalla Cina? “Si è detto anche che la razza dei topi che subiamo”, aggiunge il dottor Proust, “viene dalla Cina, e che forse questa sola razza può essere infettata dalla peste”. Ma poi ricorda che se ne parla già nella Bibbia, al libro di Samuele, capp. VI e VII.
Adrien Proust, Défense de l’Europe contre la peste, free online