sabato 6 giugno 2020

Letture - 423

letterautore

Classico – Noioso. E seduto, lo fa dire Savinio, “Alcesti”, da un personaggio in età: “Il classico è noioso. Vuole che non lo sappia? Sono così classico io stesso!” E: “Sa perché sto seduto? Sempre seduto? Perché sono classico. Il classico è seduto”.
 
Flaubert – Scrittore “fotografo”, lo dice Savinio, “Alcesti di Samuele”: “E il migliore del suo tempo”.
 
Giudici – Non hanno buona stampa. La collettanea “Giudici”, di Camilleri, De Cataldo e Lucarelli, racconta solo personaggi positivi, ma come a programma.  Il racconto di Camilleri “La revisione”, rivisto sceneggiato nella serie dei film Montalbano, col titolo “Come vuole la prassi”, è molto meno rispettoso della figura del giudice di quanto sembra. Il presidente di Corte d’Assise che ha svolto il suo compito “con estremo scrupolo”, come dice Camilleri, e in pensione si fa copiare e scandaglia tutti i processi per rilevare eventuali errori, non è raffigurato simpaticamente: Montalbano lo rispetta, e come vicino lo accudisce, ma è un tipo strano. E lascia il commissario, dice Camilleri nel racconto, con “molti interrogativi” sulla ricerca della verità e sul giudizio. 
L’impressione è forse accentuata dalle cronache: il mercato delle cariche tra giudici, e i giudici che condannano nei talk-show in tv. Ma Camilleri nella sua vastissima produzione non ha un solo giudice in positivo. Nel solo scritto in materia, repertoriato nella raccolta di scritti vari “Come la penso”, un intervento peraltro proprio al Csm, a un seminario di studio organizzato nel 2007 per magistrati giovani, si rifà a Montaigne, a Manzoni, e a Sciascia, che sulla giudicatura hanno molte riserve, ed elenca una serie di lettura “formative” tutte negative: il giudice Petrovic di “Delitto e castigo”, che dice di “intelligenza luciferina”, il giudice del tiranno di Lope de Vega, “Fuente Ovejuna”, il “Processo” di Kafka, e il cattivissimo “Gli dei hanno sete” di Anatole France..
Anche Sciascia, che pure dalla giustizia appare ossessionato (“Giustizia come ossessione” è una tavola rotonda organizzata dagli Amici di Sciascia, nel 2005), sia in “Porte aperte” che in “Una storia semplice”, racconti attorno alla figura del giudice, è problematico, sospettoso.
Ma sono problematici gli stessi giudici-narratori, Dante Troisi, Salvatore Satta.
Manzoni è cattivissimo. I giudici della “Storia della colonna infame”, quelli che ai torturati stremati che imploravano: “Ditemi cosa volete che io dica”, glielo dicevano, e poi li mandavano a morte, erano persone note in città, di nome illustre, Monti e Visconti, celebrati per “l’integrità, l’illibatezza, l’ingegno, l’amore pel bene pubblico, lo spirito di sacrificio e il grande coraggio civile”.
 
Gramsci – Crociano lo vuole Savinio scrivendo a Bompiani, il 19 agosto 1947: “Molti tengono per importanti le lettere di Gramsci, questo povero crociano”.
 
Mitteleuropa – Rumiz la sposta a Est, molto a Est – anche se questo Est dice Centro (“Trans Europa Express”): “Macché Est. Questo dove mi trovo è il Centro. La pancia, l’anima del Continente. E quest’anima sta tutta fuori da quell’impalcatura burocratica che si chiama Unione europea”. Attorno e a nord di Odessa, tra “facce slave, caucasiche, turche, centro asiatiche”.
In Ucraina, sul Tibisco, trova un obelisco che segna “il baricentro di terraferma tra l’Atlantico e gli Urali, il Mediterraneo e il mare di Barents”. Molto dentro l’ex cortina di ferro: “Il cuore batte qui”. Tra nomi evocativi, Botnia, Carelia, Lvonia, Curlandia, Largalia, Masuria, Polesia. L’obelisco è austroungarico: “Già allora si sapeva che la Mitteleuropa non sta affatto nei caffè viennesi ma molto più a oriente, anche di Budapest e Varsavia”..
 
Occidente – È la deriva dell’Europa, nell’immagine di Savinio (“Alcesti”, 74), dell’Europa “europea”: “Questa Europa più «europea» non sta ferma. Si sposta via via da oriente a occidente. Va dietro al sole. Al pricipio l’Europa «europea» è in Grecia. Poi dalla Grecia passa in Italia. Poi dall’Italia passa in Francia e in Inghilterra. Trova il mare. Lo traversa. Sbarca in America. Ora è là”.
Un’altra Europa, invece, asiatica, “fa tumore”: “Il contrario dell’Europa è l’Asia. L’Asia è grossa e ogni tanto sconfina in Europa.Ogni volta che l’Asia sconfina in Europa fa tumore. L’ultimo tumore asiatico in Europa si chiama nazismo”.
 
Pavese – Ha un antecedente remoto, sul piano letterario, nel suo abbandono al destino, quasi una fede, seppure in negativo, dei “Dialoghi con Leucò”, nel Pečorin-Lermontov di “Un eroe del nostro tempo”. Dove “si ragiona sulla credenza mussulmana che il destino dell’uomo sia iscritto in cielo, credenza che trova anche in mezzo a noi cristiani molti seguaci”.
 
Roma – Pesante la vuole Savinio, scrittore allogeno, ma per meglio galleggiare (“Alcesti”, 24): “Tutto è pesante a Roma: il parlare degli abitanti, i cibi, l’aria, l’acqua. Per peso, il collo, i fianchi, il sedere degli abitanti si allargano.  Peso fisico e peso metafisico. Peso dell’Autorità. Peso comod,. Peso rassicurante. Zavorra necessaria. Si traversa, con questa zavorra in corpo, il mare tempestoso della vita…”..
 
Romanzo – All’origine è del giovane in pena , “Werther”. E questo filone resterà importante nel primo ottocento: “Ortis”, Foscolo, “Adolphe”, Constant, “René”, Chateaubriand, “Evgenij Onegin”, Puškin, “Un eroe del nostro tempo”, Lermontov, “Confessioni di un figlio del secolo”, De Musset, spesso col suicidio incluso.
O se ne può tracciare uno anche di genere, uno femminile – come soggetto se non come autore: “Pamela”, Françoise de Graffigny (“Lettere di una peruviana”), Madame de Lafayette. Ma è nell’Ottocento che il romanzo vira al femminile: in Inghilterra, e in Stendhal, Flaubert, Tolstòj.
 
Savinio – Ha il vizio, dice Savinio, “Alcesti di Samuele”, di “mescolare scherzo e serietà”.
 
Scandalo – Racconta Mario Telò sul “Sole” di una presentazione del “Quichotte” di Salman Ruhsdie cui ha assistito in una chiesa di Oakland. Di un Rushdie che sornione denuncia la “solitudine”, o “sistemica confusione tra realtà e irrealtà”, come “espressione di una società in preda a un’overdose narcotica”, eccitante-deprimente. E finisce con un aneddoto di Rushdie che ne mette a nudo l’“istrionismo senza più troppo riserbo”: “Quando un giovane Rushdie incontrò Graham Greene in un club londinese, Greene – dopo aver bevuto tre bottiglie di vino e mangiato con moderazione –gi chiese: «Dimmi, com’è che riesci sempre a provocare tanto trouble?Io ci ho sempre provato, ma non ci sono mai riuscito”. Non c’è riuscito Graham Greene - anche senza l’alcolismo di (non) era afflitto? Ma Rushdie “nasce” coi “Versetti satanici”, con  la fatwa  di Khomeiny, fine 1988, quando ha quarant’anni, e Greene vive infermo a Vevey in Svizzera, dove morirà due anni dopo.

letterautore@antiit.eu

Napoleone ha sempre ragione, e risolve il giallo

Interessi sordidi, nobili propositi di tirannicidio e tradimenti, inseguimenti, a piedi e a cavallo, tranelli, violenze squisite oppure immani s’intrecciano in un romanzo d’avventure con un tratto costante di suspense. L’anno dopo la creazione di Sherlock Holmes, avendo deciso di fare lo scrittore”, il dr. Conan Doyle rianimava il vecchio vecchio romanzo di cappa e spada. Tra grandi nobiltà, vecchie e nuove, ussari animosi, e vergini incorrotte, in terra di Francia, al tempo di Napoleone all’assedio dell’Inghilterra.
Sotto un titolo infelice: lo zio è il genio del male - lui come l’altro intellettuale del racconto, uno intrigante e uno debole. E favolistico, mentre invece gira attorno a tattiche e strategie, beni appropriati e rivendicati, tirannicidi. Alla fine, un raccontino. Ingigantito con un centinaio di pagine su Napoleone.
Pagine aneddotiche, probabilmente da compilation, ma per ogni aspetto sorprendenti – forse perché di Napoleone non si legge più da molto tempo? Un Napoleone privato. Ma anche qui tirannico, nelle cose grandi e nelle minime, impositivo, uno che alla fine ha sempre ragione, ma “non si regge molto bene in sella”, ex povero pieno di rancori, solo fulmineo come si sa, sul campo di battaglia. I generali, Murat, Massèna, Ney, Lannes, “sono stati l’uno un cameriere, l’altro un contrabbandiere di vino, l’altro ancora un bottaio e l’ultimo un imbianchino”. Si salva la madre, “una regina tragica, alta, severa, riservata, silenziosa”. 
Arthur Conan Doyle, Lo zio Bernac alla corte di Napoleone, Donzelli, remainders, pp. 190, ril. € 11  

venerdì 5 giugno 2020

Problemi di base schopenhaueriani - 570

spock

“Nel genere umano solo gli individui e la loro vita sono reali, i popoli e la loro vita sono semplici astrazioni”?

 

Schopenhauer non sapeva fare le somme?

 

“L’uomo era all’origine un animale nero e pulito”?

 

“La storia letteraria è il catalogo di un gabinetto di aborti”.

 

“La filosofia, come l’ouverture del «Don Giovanni»,  comincia con un accordo in tonalità minore”?

 

“Schopenhauer negli ultimi anni divenne sempre più pessimista perché si accorse di non essere Mozart”. W. Allen?


spock@antiit.eu

Diderot scimmia parlante

“Fermatevi”, implora la scimmia parlante, “sono Diderot”. “Questo lo possono affermare tutte le scimmie”, risponde l’addestratore, cui la scimmia parlante è stata affidata dalla zarina Caterina la Grande, e giù legnate.
Diderot a Pietroburgo è sommerso di diamanti e altre ricchezze, ma diventa vittima della sua galanteria, al punto da immaginarsi zar della Russia, e della saputaggine, avendo dichiarato alla corte imperiale e all’accademia delle scienze che l’uomo era scimmia. Richiesto di un esemplare di scimmia parlante, si spinge a dire che ce ne sono in Madagascar. La zarina Caterina ne vuole una, e alla fine, per non smentirsi, è Diderot stesso che si mette nella pelle di una scimmia.
Una beffa. Sacher-Masoch si vendica dell’illuminismo, ma non da reazionario: colpisce la superficialità. Anche se, a ben guardare, la conferenza che Diderot presenta alla corte russa è darwiniana, ha titolo come il sottotitolo dell’ “Origine della specie”: “Sulla parentela e la discendenza dell’uomo”. L’uomo che discende dalla scimmia era tema nel secondo Ottocento di molte facezie. .
Un racconto svelto e saporito, sulle debolezze degli scienziati, erotiche e scientifiche, e soprattutto sulla zarina di Russia e la sua amica del cuore, Caterina la Grande e la principessa Dashkova, con brillanti repartee e escogitazioni. Un racconto molto diderotiano, sulle scarse virtù o debolezze dell’illuminismo e degli illuministi, e sulla intelligenza del potere.
Leopold von Sacher-Masoch, Diderot a Pietroburgo, Sellerio, pp. 95 € 7 


giovedì 4 giugno 2020

Secondi pensieri - 421

zeulig

Capitalismo – È un più che si accresce del meno. Del plusvalore nella produzione, a danno di chi lavora, nel senso di Marx. Ma più in generale, in un quadro di risorse limitate, definite. Con la rendita fondiaria, l’interesse, la speculazione finanziaria, a danno del risparmio. È il suo limite. Che può essere governato, ma più spesso non lo è: è la forza contro la debolezza.
Il neo capitalismo (fordismo) voleva fare ricco anche il povero, far marciare i due insieme, lasciando un margine al produttore (plusvalore) per il consumo, che diventa una sorta di motore perpetuo della ricchezza universale.
 
Condizione umana – È diventata quella del lago vulcanico – l’immagine è dello scrittore Savinio, nel monologo che apre il dramma “Alcesti”: “L’uomo non è più comandato da Dio, si comanda da sé. Differenza come tra il lago alimentato dal fiume e il lago vulcanico,  che si alimenta da sé: dal proprio fondo”.
 
Conquista – “Il segreto del conquistatore è si essere passivo”, Alberto Savinio, “Alcesti di Samuele”:  “Sentire il proprio vuoto e cercare di riempirlo per fecondazione altrui”.
Savinio lo fa dire a Roosevelt, “conquistatore del mondo” nella guerra contro Hitler: “Fare senza saper di fare. Senza programma. Senza preconcetti. Senza fine prestabilito…. Senza minacce. I conquistatori che non fanno paura”, dice lo scrittore, “a differenza dei Tedeschi”.
L’ultimo caso si direbbe della Cina ora con gli Stati Uniti.
 
Dio – “Dio nasce in Asia e muore in Europa”, è considerazione ancora di Savinio, “Alcesti d Samuele”: “L’Europa divide Dio. Così vuole la ragione di questa terra. Di un Dio fa tanti dei. Piccolissimi. Minuscoli. Tanti quanti sono gli uomini. E ogni uomo, così, diventa un minuscolo dio”.
 
Europa – Nasce nei misteri, è l’argomentazione di R. Calasso, “Le nozze di Cadmo e Armonia”, al cap. 1: Creta è il nucleo originario dell’Europa, ed è anche quella che avvia i misteri, pur vivendoli in modo fanciullesco, acritico, astorico. È l’Attica, spiega ancora Calasso, che produce misteri – elaborando quelli di Creta. La terra cioè del logos, se non della ratio.

Globalizzazione – È entrata presto in crisi perché ha rotto il patto neo capitalista. Progettualmente su un universo neo capitalista più largo. Ma ha finito per spostarlo a beneficio di altre aree, altre popolazioni, altri regimi politici (non democratici). A danno del modello iniziale. Produce povertà in un’area a vantaggio di un’altra. In pratica ha ricostituito il modello pre-neocapitalista.  Ricostituendo il modello dello sfruttamento. Attraverso strumenti più sofisticati: la mediazione, la copia, la contraffazione, e la banca d’affari – l’interminabile ingestibile catena della intermediazione finanziaria. Ma non meno distruttivi di quelli del mondo precedente.
 
Metafisica  Calasso (“Cadmo e Armonia”, 95) la dice una deriva erotica. Dopo aver analizzato “la mirabile dissimmetria su cui si fonda l’amore ateniese per i ragazzi” come “descritta con la più minuta precisione dal geometra erotico, Platone”. La cosa è semplice: “cedere all’amante”. Ma gli Ateniesi sono diversi dai loro vicini, “un po’ più complicati e screziati, anche nella «legge sull’amore»”, e s’inventano la parola. Non “rudi galanterie, ma l’avio fiammeggiante di ciò che un giorno, usando una parola greca senza ricordarne l’origine, si chiamerà «metafisica»”.
 
Mito – Secondo Rosmini, “Storia dell’empietà”, il mito – i miti – è la narrazione del mondo dei Giganti. Gli essere umani che si indiavano. Anti-diluviani, tramandati da Noè e dai suoi figli che li avevano conosciuti. Una spiegazione come un’altra – sul presupposto che le origini e la funzione del mito siano misteriose.
Le compilazioni, invece, da Graves a Kéreniy e Calasso, lo storicizzano. Alla maniera di Evemero, che legava i miti agli eroi e ai re. Né favola né mistero. E neppure logica.
La storia (il mito) come cronaca. Ma di una cronaca che si sa impossibile, perché la divinizzazione di re e eroi (evemerismo) è venuta dopo, per ragioni politiche, mentre il mito è anteriore.
 
Il mito non ha buone opinione, contrariamente alla vulgata - epica, lirica, elegiaca. I miti inventati dai greci erano riprovevoli per Senofane, ridicoli per gli illuministi ionici (Talete, Anassimandro, Anassimene), matti per Cicerone, scandalosi e corrotti per la patristica e sant’Agostino, favolosi per Francesco Bacone.
Il mito del mito è recente. Ancora Max Müller (1823-1900), il primo titolare di una cattedra di Filologia comparata, professore a Oxford, si impegnava a spiegare “ciò che nella mitologia greca c’è di stupido, di assurdo e di selvaggio, da far inorridire il più selvaggio dei pellirosse”.
 
Oligarchia – È la forma di reggimento politico diffusa oggi, seppure sotto il nome di democrazia. I governi democratici sono dei pochi e immutabili, seppure strutture aperte con cooptazioni e uscite. Una struttura autoriproduttiva e e durevole, sulla quale i mutamenti elettorali incidono poco o nulla – moti umorali. Sono quarant’anni, dalla crisi fiscale dello Stato liberale e da quella dello Stato sovietico, che nessuna novità politica si registra. Con scarsa  articolazione politica peraltro, oltre che poco incisiva, se non in superficie, tra destra e sinistra, tra conservazione e progresso, sperimentazione. Limitata al finanziamento pubblico – alla disposizione della risorsa fiscale. Che comunque finisce per articolarsi sugli interessi e le progettualità della struttura di potere, per quanto magmatica.
 
Risparmio – Era una virtù, la virtù economica per eccellenza, è una colpa. L’Italia più risparmiosa al mondo, insieme con il Giappone. Le lezioni di Einaudi, e di ogni scienziato delle Finanze esperto. La giornata del risparmio. Un serbatoio per gli investimenti, tramite le banche. Un accumulo senza sfruttamento.
Risparmiava in qualche modo anche l’America spendacciona, con i fondi ad accumulo per l’istruzione dei figli.
Ora la Germania, economa per eccellenza, può pretendere che il risparmio si punito con una patrimoniale – un’altra, ce ne sono già alcune, sulla casa, su depositi.
Il risparmio ora va punito: è la proprietà, è una colpa. Ma non per ragioni sociali o di equidistribuzione, per aumentare la liquidità, l’orizzonte della speculazione – la Germania è un caso a parte, di psicologia sociale.
 
Storia – Si suppone, si dice, la cronaca – una storia annalistica. Mentre è il suo contrario – è il rovescio del tappeto, la trama.
C.A., famoso poi conduttore tv e scrittore, a suo tempo inopinato capo servizio cronaca in un quotidiano, si limitava a proporre tutti i minuti eventi che l’agenzia Ansa proponeva alla ripresa del servizio, occorsi durante la notte o nelle prime ore del giorno.
L’aneddoto non è da ridere: C.A. non selezionava (proponeva): quella era la cronaca, l’elenco. La scelta sarebbe stata non più giornalismo (“giornalismo puro”), ma storia.
 
Verità – È il luogo dei molti – una  sorta di conventio ad excludendum, ma aperta, non faziosa. Anche in epoca di crisi, autogena (è la verità della crisi) o indotta.
Un luogo che non è il common sense, ma quello duraturo. Sotto traccia. Inteso anche se non  proclamato. E una forma di resistenza.
Della persistenza come resistenza, e non come accumulo – del quale può anche fare a meno: i punti di forza (durata) sono minimi, impercettibili, anche indecifrabili.

zeulig@antiit.eu

“Non posso respirare” al tempo di Obama

“Non posso respirare” è un classico, dal tempo di Obama. Di un nero robusto che però soffoca, stretto nella “presa” della polizia, e muore dopo avere ripetutamente - undici volte nel primo caso, di Eric Garner il 17 luglio 2014 - dato l’avvertimento fatale. Sotto l’obiettivo di passanti o degli stessi poliziotti, in entrambi i casi, testimoni passivi.
Il video della fine di Garner è nitido, sonoro compreso, come quello della fine di Floyd. L’unica differenza è il luogo: New York nel 2014, e l’affollamento di poliziotti, per il caso di un ciccione nero sospettato di vendere sigarette sfuse, che nega ripetutamente - una dozzina s’intravedono nel video della fine di Garner, più un dirigente in abiti civili che quando Garner cessa di rantolare allontana i passanti.
Con un precedente, ancora a New York, seppure non reale, che merita citare. Moriva strangolato da un poliziotto per primo il protagonista di “Fa’ la cosa giusta”, il film di Spike Lee, una trentina d’anni fa.
“The New Yorker” ripubblica l’articolo che Jelani Cobb, obamiano (già autore di un’apologia, “The Substance of Hope: Barack Obama and the Paradox of Progress”, 2010), scrisse il 4 dicembre del 2014 per stigmatizzare la mancata reazione del primo presidente nero all’assassinio di Garner. Così  come aveva fatto per altri neri prima di Garner, due giovanissimi, anche loro indifesi, disarmati, e senza imputazioni specifiche, uccisi uno da una specie di guardia giurata e uno dalla polizia. Obama si era limitato a “chiedere pazienza”. Sia al momento degli assassinii sia quando, ai relativi processi, tutti gli accusati erano stati assolti.
L’articolo di Cobb è in punto di diritto. Se è lecita, come i difensori dei poliziotti e le giurie popolari avevano argomentato, la presunzione di colpa per via del colore. Del “profilo razziale”. Per cui la colpa presunta è della vittima se appartiene a una “razza” il cui profilo razziale è pericoloso, mentre la presunzione d’innocenza va all’assassino se di profilo razziale non pericoloso. La colpa è a priori, della criminalità nera, e non della brutalità della polizia. Un obbrobrio giuridico, è evidente. Che, argomenta Cobb, Obama patrocina con intenti di pacificazione. Ma l’effetto è che, “anche eliminando gli omicidi a opera dei neri, gli Stati Uniti avrebbero comunque una popolazione più violenta delle democrazie occidentali come la Gran Bretagna, il Canada e l’Australia”.
L’assassinio a freddo di un nero da parte della polizia in America non è una novità. Era parte del linciaggio, anche a opera di civili, che la legge non perseguiva, per tutto l’Ottocento, anche dopo la guerra civile, e fino ai primi del Novecento. Nella forma specifica, di un nero non armato e non in flagranza di reato ucciso dalla polizia, ha avuto due precedenti negli anni di Obama, di Eric Garner il 17 luglio 2012, e di Trayvon Martin, il 26 febbraio 2012, e un terzo precedente sotto la presidenza di Bush jr., quello di Sean Bell, alla vigilia del matrimonio, il 25 novembre 2006 – sul cui processo, nel 2008, durante la sua prima campagna presidenziale, Obama chiese di sorvolare.
Anche Bell è stato ucciso dalla polizia di New York. A 22 anni, da tre agenti in borghese, due dei quali afroamericani, a colpi di pistola, benché fosse disarmato. All’uscita dal locale dove aveva festeggiato l’addio al celibato. Insieme con due amici, anch’essi colpiti dagli agenti ma sopravvissuti.
Garner è morto come George Floyd. Stessa età, 43 anni Garner, 46 Floyd. Stessa imputazione, minima: smercio di sigarette sfuse per Garner, spaccio di una banconota falsa per Floyd, una baconota da 20 dollari dal tabaccaio per le sigarette. Stessa “presa” per il collo, per immobilizzare gli indiziati, fatale, mentre lamentavano di non riuscire a respirare.
Trayvon Martin, 17 anni, stava andando a trovare la fidanzata del padre, e fu sparato senza motivo. Non dalla polizia, da uno Zimmermann della ronda di quartiere. Che poi è stato assolto due volte, sia per l’assassinio sia per la violazione dei diritti civili (razzismo).
Sono stati assolti anche i poliziotti del caso Garner e del caso Bell.
Jelani Cobb, No Such Thing as Racial Profiling, “The New Yorker”, 3 giugno 2020


mercoledì 3 giugno 2020

L’Europa della lesina

Calma e ghiaccio, è sempe l’Europa della lesina – merkeliana, del “troppo poco troppo tardi”. L’Europa non affronterà la crisi tutta subito, come fanno Cina e Stati Uniti, malgrado abbia anch’essa decine di milioni di disoccupati, e il crollo della produzione e dei redditi. La lascerà marcire – lascerà marcire l’Europa.
Alla lettura, il Recovery Fund, che il governo italiano voleva un gigante ammazza-crisi, risolutivo, è poco più di niente: una selva di micro-interventi, scaglionata negli anni, soggetta a molte condizioni, cioè a lunghi controlli burocratici.
Come già nel 2008, l’Europa si avvia a non fare niente. Cina e Stati Uniti sono subito riemersi – la famosa “conversione a V” – dopo la crisi bancaria, l’Europa no. Lo stesso si avvia a fare ora, anche se la crisi è perfino peggiore che nel 2008.
Imprenditori ed economisti sanno che i crac si evitano con una reazione forte, concentrata. Ma la commissione von der Leyen non ha modificato il merkelismo al comando in Europa: meglio non fare.

 



Meno Europa nel mondo – molto meno Italia

La quota europea del commercio mondiale si è erosa rapidamente, dalla crisi bancaria del 2007-2008. La Ue copriva il 38,5 delle esportazioni mondiali nel 2006, e il 33,8 per cento dodici anni dopo, nel 2018. L’export mondiale è cresciuto nel dodicennio del 63 per cento, quello europeo del 42.
La quota italiana si è dimezzata. Crescendo nei dodici anni di poco, il 13 per cento. L’export italiano contava per il 3,5 per cento dell’export mondiale nel 2006, e per il 2,4 nel 2018.  
È andata bene, fino al 2019, la Germania, ma solo perché perché si è assunti dal 2006 otto milioni di lavoratori a carico parziale dell’assistenza pubblica.


A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (427)

Giuseppe Leuzzi
Federico Zeri mostra in “Dietro l’immagine” una piccola tavola di Antonello da Messina, dipinta nelle due facciate, che su quella frontale ha un Cristo in “aspetto che oggi si definirebbe mafioso”.  Un Cristo dolente, alla flagellazione, certo non bello. Nell’ovale, il nasone, gli occhi. Però fa effetto che un dipinto del Quattrocento, di Antonello, un Cristo nascosto in una collezione privata americana, diventino notevoli grazie all’aggettivo mafioso. 
 
Il professor Zarrillo, direttore del San Raffaele di Milano, lo stesso ospedale che propagò il contagio tre mesi fa, lo dichiara ora finito – “il virus è sfinito”. Così si fa. Nessuno ride.
Oppure: il virus sara sfinito al San Raffaele, troppo lavoro.
 
L’eroe è un bruto
L’eroe classico (greco) è un bruto, prima di Teseo. Si potrebbe argomentare in questo retaggio la proliferazione “naturale” (spontanea) delle mafie. “Pare che in quell’età”, scrive Plutarco (dove?), “vivessero uomini che, per destrezza di mano, velocità di gambe e forza di muscoli, superavano la natura consueta ed erano instancabili. Mai usavano le loro doti fisiche per fare del bene e giovare agli altri, bensì si compiacevano nella brutale arroganza e godevano a sfruttare la propria forza per azioni selvagge e feroci, soggiogando, maltrattando e sterminando chi cadeva  nelle loro mani. Il rispetto, la giustizia, l’equità, la magnanimità per loro erano virtù apprezzate soltanto da chi mancava del coraggio di fare il male e aveva paura di subirne, ma non riguardavano chi aveva la forza per imporsi”.
Non è così. Le mafie sono un problema dei Carabinieri. E non si conoscono mafiosi atletici, sono flaccidi in genere, e abili solo con le armi, a tradimento. Del resto, Teseo, fondatore di Atene, deve esserne espulso: ha fatto un numero eccessivo di morti, ha abusato degli dei, morirà assassinato in una faida – nessuno è santo in vita. Però, volendo nobilitare le mafie, è suggestivo.
Con Teseo peraltro le cose cambiano, avendo lui inventato “l’arte della lotta”, sena più trucchi e sotterfugi: “Prima di Teseo era solo una questione di statura e di forza bruta”. Prima della legge – del canone, del codice.
 
Il virus va al Sud
“Vorrei vedere, se invece della Lombardia, al centro del’epidemia ci fosse stata una regione del Sud”. Non proprio in questi termini, ma contrariato dalle pressioni della Lombardia per aprire gli spostamenti senza più alcun controllo, il presidente della Toscana Enrico Rossi lo ha però detto: “Vedere Fontana e anche Sala così spinti verso le riaperture, dopo il disastro che proprio in Lombardia ha avuto il suo epicentro, mi lascia sbalordito e contrariato. Chissà se al posto della Lombardia ci fossero state altre regioni, magari del Sud…”. Fontana, Lega, e Sala, Pd come Rossi, uniti nella lotta.
Non è sorprendente ma è incredibile che non ci sia autocritica a Milano. Anche una limitata, di una sola persona. Un articolo di giornale - se ne scrivono tanti ogni giorno.
A Bergamo intanto la Procura della Repubblica solerte lavora a incriminare Roma. Il governo. Le autorità sanitarie. È colpa loro se gli ospedali sono stati gestititi male e malissimo in Lombardia, negli ospedali e dai medici di base, disinformati. E se Bergamo non è stata dichiarata “zona rossa”.
Non sembra. La Procura chiama a testimoniare il presidente della Regione Lombardia e il suo assessore alla Sanità. Personaggi non si sa se più ridicoli o incapaci. Ma la giudice milanesissima Maria Cristina Rota, che ha attivato la procedura, non lo nasconde: si aspetta che la colpa sia di Roma. Solo, annora non sa come.
Milano non ha finito di appestare e già butta la merda ai piani bassi, come usa. Il leghismo non è un episodio.
 
Calabria
Ha allevato e valorizzato personalità notevoli: Cassiodoro, Cicco Simonetta, Campanella, Telesio. Che però non hanno proliferato. La Calabria non fa sistema. Per una aloofness che ritiene da puzza al naso (snobismo) ma è più probabile tribale (anarchismo).
 
Un Joanni (Joanne) Maurello è autore di un lungo “Lamento per la morte di don Enrico d’Aragona” un epicedio in dialetto calabrese, cosentino: 296 versi, divisi in quattro parti (“capituli”), stampati a Cosenza nel 1478. Ma non se ne sa nulla, né della vita né dell’opera, e nessuno se ne occupa.
Di don Enrico d’Aragona, un non personaggio, invece si sa tutto: figlio bastardo del re di Napoli Ferrante, morì giovane – l’occasione dell’icedio – nel castello di Terranova di Sibari, per avere mangiato funghi velenosi.
 
I Bronzi di Riace a Reggio Calabria si celebrano per la bellezza. Mentre sono esemplari unici: “Sono un esempio praticamente unico di cosa dovessero essere i grandi bronzi greci del V secolo a.C.”, Federico Zeri, “Dietro l’immagine”, 61-62. Non ne sono rimasti altri. Ma Reggio, che li espone, non attira gli studiosi – non promuove studi, non organizza simposi, non si fa pubblicità.
 
La regione con la sanità ufficialmente più disastrata, con le amministrazioni di destra e con quelle di sinistra, ha effettuato lo stesso numero di tamponi, più o meno, per 100 mila abitanti della Toscana, l’Emilia-Romagna, la Liguria, e molti di più di tutte le altre regioni meridionali. La necessità aguzza l’ingegno? Al Sud è proverbio errato. Ma qualche verità deve avercela.
 
Il maestro Arlia, 31 anni, concerti ala Carnegie Hall e alla Filarmonica di Berlino, è celebrato da “Buone Notizie”. Tipo un immigrato che ce l’ha fatta. O una coltivazione sfiziosa – il crisantemo sulla tomba, o sulla spazzatura.
 
Arlia è celebrato anche come “più giovane direttore di conservatorio d’Italia”, il “Tchaikovsky” di Catanzaro-Nocera Tirinese – lo dirige dal 2014, cioè dai suoi 24 anni. Un conservatorio di cui si dice: “900 studenti, una parte consistente dei 5 mila aspiranti musicisti della regione”. Come di perditempo, o di illusi, superficiali. Calabria non si può legare a musica, anche se molti la praticano.
 
Alarico, dopo aver saccheggiato Roma, pretese per il riscatto metalli preziosi e sacchi di pepe. Forse per questo si avventurò in Calabria: era ghiotto di peperoncino.
Ma questo Alarico, di cui Cosenza si onora, in effetti è rincuorante: che il glorioso impero romano sia crollato per mano sua. C’è sempre una speranza.
 
Emanuele Trevi, “Due vite”, dice che Rocco Carbone s’immaginava come il comm. Ingravallo di Gadda, “misero e pertinace”. Per essere, pensa Trevi, “arrivato in città da un Meridione opaco, per niente solare e tanto meno dionisiaco: un retroterra di grigiore sociale e culturale dal quale era possibile portarsi dietro nient’altro che il decoro del contegno e una scienza disillusa del cuore umano”. Ma a Reggio, dove Rocco era nato, e a Cosoleto, dove era cresciuto, con la madre maestra e il padre sindaco, no: la cultura non manca, né il decoro.
 
Nella villa palladiana di Nugola a Pisa, dove Rocco vive un matrimonio alla Grande Gatsby con Samantha Traxler, Trevi nota invece un particolare molto calabrese: “Nel garage fiammeggiava una Bmw rossa, regalo di nozze dei suoi”. Al Figlio.
 
Persefone, nume tutelare di Locri e delle subcolonie locresi, figlia di Demetra e Zeus, è incestuosa, prima che vittima di Ade – che peraltro era suo zio, fratello del padre: con Zeus genera il Toro, di molte toponomastica e varia simbologia.
 
Locri è colonia femminista – matrilineare. Ma la donna non vi ha nome in realtà. “Persefone o Persefatta” Calasso (“Le nozze di Cadmo e Armonia”,225-6) dice “nomi oscuri, nelle cui lettere risuonavano l’assassinio (phónos) e il saccheggio (pérsis). Sovrapposti a una bellezza senza nome se non di Fanciulla: Core”. I Greci non amavano le donne.

leuzzi@antiit.eu


La Grecia era spaventosa

“Si danno due regimi dei rapporti fra gli dèi e gli uomini: la convivialità e lo stupro. Il terzo regime, quello moderno, è l’indifferenza, ma implica che gli dèi si siano già ritirati”. Calasso va forte, apodittico, come tutto in questa rivisitazione, ma poi vero, forse. “Gli eroi omerici sappiamo che un Dio li agiva”, è altra apodissi. Ed è tutto quello che la psicologia sa, da allora non ha fatto un passo, se  non per indorare la pillola con la “responsabilità” di cui “i moderni sono fieri”, così pretendendo di lavarsi le mani “con una voce di cui non sanno neppure se a loro appartiene”. Vittime di Ate, divinità dell’accecamento, e di Ananke, “la necessità che tutto sovrasta” - “ogni idea di progresso è confutata dall’esistenza dell’Iliade”. Un mondo di ossessioni: “Lo stupro è un possesso che è una possessione”. Di un antifemminismo, si direbbe oggi, radicale. Di un’umanità poco attraente: “Olimpia è la felicità dei Greci, esperti d’infelicità”. Un’altra Grecia, non levigata, non idilliaca.
Un vagabondaggio nel mito greco. Greve più che lieve. Come la sua materia, venendo – con Omero – dopo “quattro secoli senza scrittura e senza centro”. Devastante anche, di una superficiale “mitologia greca”, del bello, il buono e il logico. Con poche concessioni: “I Greci evasero dal sacro verso il perfetto, confidando nella sovranità dell’estetico”. Peraltro per un periodo “brevissimo”- “finché durò la tensione fra ils acro e il perfetto, finché il saco e il perfetto riuscirono a convivere senza sminuirsi”.
Un racconto di vite divine contrastate. Di Zeus. Di Apollo. Di Ercole. Di Dioniso: “Il fallo di Dioniso è allucinogeno prima che impositivo. Ha natura vicina al fungo, al parassita, all’erba tossica”.Teseo è quello che regola la lotta, trasformando l’eroe da bruto a regolato e regolatore. Ma è anche quello che rapisce le donne:”Teseo trasformò in vezzo umano l’abitudine divina di rapire fanciulle”. È una delle tante manifestazione di una misoginia costante, profonda: il greco odia le donne, il femminile. Forse in memoria dell’epoca delle Amazzoni, feroci.
Cadmo e Armonia sono la coppia di identici, e la storia più breve delle “favole” mitiche di Igino, il bibliotecario di Augusto. Cadmo fu punito da Marte per avere ucciso il serpente che proteggeva la fonte Castalia: perse i figli. Si isolò allora in Illiria, insieme con la moglie Armonia, figlia di Venere e di Marte. E lì la coppia fu mutata in serpenti – il serpente è il prolungamento del mare in terra, la froma liquida.
Calasso, novello Igino, nel mentre che narra i miti, con Erodoto, Pausania, Plutarco, e Omero evidentemente, Esiodo, Eschilo, Sofocle, Euripide, Pindaro, Platone, li legge – li interpreta. Fantasticare non è illecito, in fondo i mirabilia medievali, per quanto santificati, non sono da meno. Con buoni affondi filologici. Uno dettagliato, al cap. III, documenta la guerra alle donne, a letto e in ogni occasione – “La moralità classica discendeva in larga parte dalla riflessione sull’amore”, ma “sull’amore per i ragazzi”, fondato “sull’esaltazione dell’ areté e sulla negazione dell’evidenza: il piacere”. Con richiami non si sa se più maliconici o pruriginosi. Di Armodio e Aristogitone che – questo ormai è saputo – non sono tirannicidi ma innamorati insidiati: Armodio, “nel fiore della giovinezza”, da Ippia, il figlio del tiranno Pisistrato, con gran dispetto dell’amante del giovane, Aristogitone, “cittadino medio”. Mentre Dioniso è scoperto da Clemente Alessandrino, padre della chiesa, nell’atto di improsarsi con un ramo di fico, esendo l’uomo della bisogna morto.   
Non uno sberleffo al mito, anzi, una revisione del “classico” – bello e puro. Una Grecia inquietante, malgrado i saperi, e la forza militare. Un Olimpo inquietante. “Quando  Greci dovevano appellarsi a un’autorità ultima, non citavano testi sacri ma Omero. Sull’Iliade si fondava la Grecia. E l’Iliade si fondava su un gioco di parole, sullo scambio di una lettera. Briseide, Criseide”. Entrambe indistinguibili, kallipàreos, “dalle belle guance”, se non per la lettera iniziale. “Se dovessimo definire cos’è stato il mito per i Greci, potremmo dire, usado il rasoio di Occam: tutto ciò che ci allontana dalla sensazione media del vivere «Insieme a un dio, sempre si piange e si ride»”, leggiamo nell’«Aiace»”.   
Una narrazione in antitesi – non polemica, non detta – con le riletture dei miti greci condotte da James Hillman, pure autore pregiato da Calasso in Adelphi, sulle tracce di Jung - “gli dei sono diventati malattie”.
C’è di più nella eccezionale mitografia greca, di immaginario e di materiale. Che Calasso puntiglioso - non gli sfugge, si direbbe, una virgola - mette in mostra. Con una vertiginosa rilettura in chiaro delle ingarbugliatissime mitologie greche – un’aneddotica che ha più dell’accumulo che del sensato. Senza paura, e senza riguardi: “Le figure del mito vivono molte vite e molte morti, a diferenza dei persoanggi del romanzo, vincolati ogni volta a un solo gesto”.  Vertiginosa anche la destianazione: un pubblico affollato, per molte edizioni, in Europa, a fine Novecento – era appena ieri (riproposto peraltro per i vent’anni, arricchito da immagini, nella grafica passatista, fine ‘400, della”Hypnerotomachia Poliphili”, in un’edizione “di lusso”, € 150).
Calasso ha sbrogliato la matassa? In parte sì, da cultore della materia mitica, come ha già fatto, all’epoca di questo “Cadmo e Armonia”, 1988, con Ignazio di Loyola, e come farà con la materia indiana. In parte la racconta, cioè la inventa. Seguire Dioniso, al cap. 5, è un’impresa. Viene in mente naturalmente Nietzsche, filologo anch’egli in libertà, benché in cattedra, e cioè “il mito siamo noi”. Il mito è “scandaloso”, dirà Calasso altrove (al convegno “Raccontare il mito”, maggio 1990, salone del Libro di Torino), di “irrefrenabile menzogna” – Platone sarà colto da “vertigine di terrore di fronte al proliferare delle immagini”. Ma questa non è una compilazione, per quanto dotta, al contrario, è un libro d’autore: la sistemazione (l’ordine) è invenzione.
La lunga, minuziosa, narrazione resta un ordinativo del magma. Anche se al modo chi sa i miti greci meglio dei greci - una messa in opera dell’erudizione molto creativa, anche troppo - ma l’erudizione si salva in altra maniera? “Le storie mitiche sono sempre fondatrici. Ma possono fondare sia l’ordine sia il disordine”. I miti non hanno buone opinione, contrariamente alla vulgata, epica, lirica, elegiaca. I miti inventati dai greci erano riprovevoli per Senofane, ridicoli per gli illuministi ionici, Talete, Anassimandro, Anassimene, matti per Cicerone, scandalosi e corrotti per la patristica e sant’Agostino, favolosi per Francesco Bacone. Il mito del mito è recente. Ancora Max Müller (1823-1900), il primo titolare di una cattedra di Filologia comparata, professore a Oxford, si impegnava a spiegare “ciò che nella mitologia greca c’è di stupido, di assurdo e di selvaggio, da far inorridire il più selvaggio dei pellirosse”.
Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, pp. 487 € 15



martedì 2 giugno 2020

Problemi di base proustiani - 569

spock

“Tempo perduto”, cioè sprecato?

 

Non si legge nella pandemia, benché sia piena di tempo?

 

E prima?

 

Le fanciulle in fiore - di cardo?

 

Albertine dorme un terzo del tempo: tutti lo facciamo, ma il romanzo è della dormita?

 

Mille pagine di gelosia, e il fegato ancora sano?

 

Ci saranno molte ricerche, ora che di tempo ne abbiamo perduto tanto?


spock@antiit.eu


Servizi cinesi rapinosi - 2

Il dispenser delle pasticche stevia Misura – s’incaglia subito.
Il modem Sky – togliere e mettere la presa elettrica.
Il modem internet fibra – per colate di internet “a consumo” (cento euro al mese).
Windtre di Hutchison - provare per credere.
Il telefono da tavolo Brondi: se prende la linea è un miracolo - per le altre funzioni “attaccarsi”: chiamata vocale, segnalazione chiamate non risposte, volume suoneria, contrasto Lcd.   
“Tonnellate” di medicinali, attrezzature sanitarie, dispositivi di protezione individuali, gel, visiere  vengono - venivano - scaricate trionfalmente, giornalmente, nei notiziari, dalla Cina. Non si sa quanto utili, ma come una cornucopia. Per i cinesi, che istantanei si fioccano sui mercati che si aprono, anche quelli della morte. A prezzi sempre esorbitanti sul costo. Favoriti da una selva di mediatori (importatori, distributori, grossisti) – i quali, è vero, arricchiscono pure loro.
Con Zhang, padrone cinese, tutto all’Inter è in crescita record, in Italia e in Europa: tifosi, audience, marketing - eccetto che sul campo, malgrado Conte, ma questo non importa. 
Tutto cresce soprattutto per Zhang, che si paga un comodo 8 per cento sul d del club: più debito più entrate, è il nuovo miracolo (cinese) a Milano.
Monopolio della telefonia cellulare di nuova generazione a Huawei? Contro tutte le regole antitrust, e contro tutte le protezioni, costituzionali e giuridiche, in materia di comunicazione. Ma per una ragione semplice: Huawei è cinese. Che in termini di Occidente-Oriente sembrerebbe un handicap, e invece è un vantaggio quasi decisivo – in Italia ma non solo: la Cina paga bene.





Savinio profondista

Il teatro “impossibile” di Savinio. Impossibile da rappresentare, come il curatore Alessandro Tinterri spiega con la corrispondenza e le recensioni in appendice. Benché “Alcesti” abbia avuto la prima al Piccolo di Milano, Strehler alla regia, 1950, e sia stato in cartellone per un paio di settimane, addirittura, di repliche, ma col pubblico e i critici divisi.
Un’idea geniale, nata da un triste aneddoto che Savinio ha già raccontato in varie sedi, “Il Tempo”, “La Lettura”, “La Fiera Letteraria”, “Corriere d’informazione”, e ha ripreso in “Sorte dell’Europa”, 1945.  Assistendo alle prove del “Wozzeck” di Alban Berg al teatro dell’Opera di Roma nell’autunno del 1942, ha notato in sala uno sconosciuto che attira la sua attenzione, in quanto “carico di fato”. Roman Vlad gli ha spiegato che è un editore di musica di Vienna, editore anche del “Wozzeck”, sposato a un’ebrea, la quale all’inasprirsi dell’antisemitismo si è uccisa per non danneggiare il marito.
Un gancio formidabile. Che il classicista Savinio trasla automaticamente nel racconto mitico di Alcesti, la moglie che sola seppe immolarsi per salvare il marito. Un precedente commovente, energizzante – Alcesti è la sola donna eroica nella sterminata mitologia greca, ha commosso perfino Platone, che al paragone dice Orfeo “di animo molle”. Ma da Savinio estenuato – sia il fatto, l’aneddoto, che il mito -  nella rappresentazione;  tra la politica, nella persona di F.D .Roosevelt, l’“Ercole dei nostri tempi”, raddrizzatore dei torti, la discesa agli inferi, anche qui, in un Kursaal della Morte, e una Morte che si maschera di Resurrezione. Un dramma freddo. Difficile da argomentare, e tanto più da compartecipare in teatro. Nella “Nuova Enciclopedia” Savinio stesso andava ammonendosi dell’impossibilità: “La verità è questa sola: dramma non c’è più da quando non c’è più Dio” – evoluzione che diceva “ragione per noi di profondo compiacimento”. Deludente due volte. Non è vero che non c’è dramma senza Dio, anzi. E non c’è leggerezza nei filosofemi.
Lo scrittore professo anti-“profondista” si espande per duecento lunghe pagine, il doppio di una rappresentazione a teatro, sulla vita e la morte, e altre metafisiche – la libertà, l’amore, etc. Non sempre chiaro, anzi più confuso che non. La colpa non è di Hitler né di Mussolini, è uno degli argomenti minimi – altri sono estesi, tipo la morte che è vita, o l’esserci che non c’è. “La colpa è dei popoli che hanno espresso dai propri visceri questi due personaggi”, etc.. Lezioso: “La morte ci coglie per noia”. O per la “luce indiretta” in salotto: “Ora capisco da dove è venuta la moda della luce indiretta. Apposta nei salotti di oggi mi sento morto tra  morti”. La freddura è micidiale quando non incide.
Vale la prima recensione, all’“Alcesti” publicato da Bompiani, prima della messinscena al Piccolo, di Silvio D’Amico, che Tinterri cita nelle “Note”: “Savinio qui finisce per discorrere de omni re scibili: ve lo ritroviamo tutto, con le sue predilezioni e le sue ripugnanze, le sue puntate polemiche sino al pettegolezzo e le sue sublimi illuminazioni; che parla della vita e della morte, della pace e della guerra, della tirannia e della libertà e perfino, ma sì, del teatro”. 
Il teatro era l’ambizione da ultimo di Savinio, più della musica. Che vi eccelse con scene e scenografie, ma non con la produzione drammatica. I tre atti unici, “Il suo nome”, “La famiglia Mastinu” e il monologo, che ha avuto maggior fortuna, “Emma B. vedova Giocasta”, ruotano anch’essi attorno alla morte – Emma è “vedova” del suo figliolo amato, come la Giocasta classica madre dell’edipo freudiano.
Savinio è in realtà – il suo anatomopatologo Pedullà, Walter, l’ha accertato - autore di “profondità”, sotto l’avversione professata per il “profondismo”. Alla pari degli anti-“profondisti” classici, Pope, Swift e gli altri “scribleriani”. “Alcesti” non è un caso, anche in “Casa «La Vita»” non si parla che di morte. L’autore ha il vizio, dice Savinio di se stesso, di “mescolare scherzo e serietà”. Ma qui no. “L’azione comincia quando comincia la parola”, finisce per professare in quanto Personaggio-Autore: “Si cambi la definizione, il teatro è parola. Meglio ancora: «tutto» sta nella parola”.

 Alberto Savinio, Alcesti di Samuele e atti unici, Adelphi, pp 358 € 18




lunedì 1 giugno 2020

L’Europa tra due sedie

Il no di Angela Merkel al G 7 americano a fine mese, non concordato in sede europea, ha aperto un falla pericolosa negli assetti internazionali consolidati, secondo i vertici della diplomazia italiana. Pericolosa perché aperta al buio. Unicamente dettata dalla volontà della cancelliera tedesca di non mettere in discussione i rapporti con la Cina. È questo anche il motivo per cui la Ue non critica Pechino su Hong-Kong: tra un mese Merkel presiederà a Bruxelles, e vuole spendere in proprio il credito con la Cina per la mancata denuncia.
Il disallineamento tedesco è giunto a sorpresa, per questo più sgradevole. Ma, al netto della suscettibilità, alla Farnesina non si vede come uno scontro senza precedenti con gli Usa possa portare. Tanto più che la Cina è in una fase quanto mai indifendibile, aggressiva su ogni scacchiere, commerciale, militare, dei diritti politici e dei diritti umani.
Il no tedesco, si aggiunge, potrebbe suscitare una reazione americana. Sul piano commerciale e forse su quello militare. Con strascichi polemici che potrebbero durare anche se Trump a novembre non fosse più presidente: il contenzioso con la Cina (commercio, Hong Kong, diritti umani e politici) e il riequilibrio delle spese militari Nato sono temi istituzionali a Washington.


A Mosca, a Mosca

Trump vuole recuperare Putin e la Russia al G 7 – con l’attenuazione, se non l’eliminazione, delle sanzioni economiche. Come era fino al 2014, prima che Mosca si annettesse la Crimea, e l’Occidente la sanzionasse economicamente. Per  consolidare e ampliare l’ombrello contro l’espansione cinese. Macron si recherà in settimana a Mosca in pompa, per annunciare accordi economici. E anche in Libia, dove Putin arma l’insurrezione di Haftar, si vuole che abbia intenti ora pacificatori.
Un riorientamento della politica occidentale - europea, americana – nei confronti della Russia? Su tutto, pesa la nuova sintonia tra Putin e il regime saudita, per il mercato del petrolio, e per il riassetto della Libia. L’intesa ha però due effetti contrastanti.
L’adesione della Russia a una “politica dei prezzi” in campo petrolifero può spiegare le aperture di Trump. Ma in Libia il fronte russo-saudita è contro il governo legittimo di Tripoli, e specialmente contro i suoi sostenitori, il Qatar e la Turchia.
Resta che Putin, finito nell’angolo, della depressione economica e della diffusione del virus, ritorna centrale per gli Stati Uniti e per l’Europa.


Spezzare le reni alla Grecia

L’Italia oggi è unicamente preoccupata delle vacanze. Non si legge altro nei giornali, non si parla di altro in tv: “Non possiamo andare dove vogliamo”. Non in Grecia, per esempio, non in Austria, perbacco, perfino la Slovenia ci snobba. Si chiedono sanzioni, si minacciano vendette. Il presidente del Veneto Zaia detta la linea: “Ce ne ricorderemo”. Riecheggiando il sindaco di Milano Sala contro i sardi. Ma, nel caso, evocando il fatidico Mussolini: “Spezzeremo le reni alla Grecia”. Il ministro degli Esteri Di Maio è già all’opera – non ne manca una.
Si penserebbe che, con tutti i rischi, una vacanza in Italia sarebbe più tranquilla. E contribuirebbe a far respirare il business dell’accoglienza, dato che dall’estero verranno in pochi o non verrà nessuno. Ma no, e del resto ognuno è libero di andare dove vuole. La Grecia però fa vergognare. E non per caso.
L’altro ieri Fubini spiegava sul “Corriere della sera” come, con semplicità e costi minimi, la Grecia ha evitato le stragi da coronavirus. Lo stesso si può vedere nelle regolamentazioni degli afflussi turistici, che mirano certo a far arrivare in Grecia più stranieri possibili, ma anche a garantire vacanze in sicurezza. E il paragone è siderante fra la classe politica greca, oggi impersonata dal un primo ministro di destra, Mitsotakis - di robusto pedigree politico e di esperienze formative: culturali, professionali, gestionali - come ieri dal primo ministro di sinistra Tsipras, e i bibitari e gli avvocaticchi a caccia di posto dei governi italiani. Che non sono lì per caso, sono stati eletti. E imperversano in tv, la gente li sta ad ascoltare.


L’arte del Rinascimento è l’architettura – anche in pittura

Zeri in stato di grazia: una narrazione dell’arte briosa e succulenta, in aspetto di lezioni, tenute nel 1985 alla Cattolica,  sulla traccia “l’arte di leggere l’arte” – in un’edizione, quella originaria di Neri Pozza, corredata puntualmente, pagina per pagina, di immagini nitide e tutte in tema.
Una miniera di spunti critici, di aneddoti, d storia. Il cetriolo? Simbolo della rinascita di Cristo, la Resurrezione, dopo i tre giorni passati nell’adilà. Il garofano è simbolo nuziale. L’immagine di Cristo è mutevole, anche a distanza di pochi anni: inizialmente era “giovanile, dolce, affabile”, diventa “giudice e punitore” quando è assunto a protezione dell’Impero romano. Venezia, “considerata durante il Medioevo come un’appendice dell’Impero romano d’Oriente, come l’area più influenzata dalla cultura costantinopolitana, produce una civiltà figurativa capace del revival  più perfetto e più prodigioso di tutto il Rinascimento”, il “Tiziano verso il 1515-1520, la scultura del Vittoria, l’architettura del Palladio”.
Asseverante. “Tutta la grande arte è sempre il prodotto di una straordinaria abilità tecnica” – l’arte non si improvvisa. “La qualità è dimostrata anche dalla possibilità che un’opera ha di sostenere l’ingrandimento”. La neve è difficile da dipingere. Lorenzo il Magnifico colonizzava l’Italia con gli artisti: mandò Verrocchio a Venezia, Leonardo a Milano, Biagio di Amntonio a Faenza, e un gruppo nutrito (Ghirlandaio, Botticelli, Cosimo Rosselli, lo stesso Biagio di Antonio) a Roma.
Deciso anche nei punti controversi. L’arte antica per eccellenza era la pittura, non la scultura: tutto era dipinto, anche le statue, e i palazzi, per esempio il Partenone. L’arte guida del Rinascimento è l’architettura – anche in pittura. L’assolutismo di Giustiniano indebolì l’impero, e lo lasciò facile preda della conquista araba, un secolo dopo o poco più. La conquista islamica Zeri apprezza. Anche quando distruggeva: spazzò via le selve di stature e monumenti di bronzo e di marmo, che infestavano le città romane, ma non distrusse le chiese (come no), limitandosi a trasformarle in moschee. Impassibile davanti alla miseria spirituale: il bottino delle conquiste fatto a pezzi, per agevolarne la divisione, anche gli oggetti piccoli.
Con molte curiosità. Bernini pasticciere, di “dolci monumentali per l’aristocrazia romana”. “Per secoli, la guardia personale dell’imperatore romamno a Costantinopoli fu formata da soldati che venivano dall’Islanda”. Il “Reggisole” a Pavia, una statua equestre di condottiero romano col braccio alzato in gesto di saluto, “conosciutissimo durante il Medioevo”, fatta a pezzi nel 1797 dai giacobini locale quale segno di dittatura.
Federico Zeri, Dietro l’immagine



domenica 31 maggio 2020

Ombre - 515

Per ascoltare Paul McCartney, 78 anni, in piedi, si sono spesi 190 euro, a biglietto. E si protesta perché il rimborso non arriva, dopo la cancellazione del concerto. Che abbiano ragione gli olandesi?
 
Nicola Morra, senatore grillino di Cosenza, evoca “illogicità e incompetenza, irrazionalità ed inettitudine, a tutti i livelli”, a proposito del coronavirus, della politica nel contagio. Un rigurgito di onestà.
 
Strana organizzazione internazionale, l’Oms. Registra solo i dati occidentali, di epidemie, decessi, ricoveri. Non un’antenna sensibile sui dati sanitari planetari, quale è stata disegnata, ma una sorta di banditore dell’Occidente, di dove e quando ha un punto debole. Benché finanziata dall’Occidente, con esperti e statistici normalmente occidentali, britannici, francesi, e anche americani. La sindrome da Terzo Mondo che pervade le organizzazioni Onu, della rivincita.
 
La nautica italiana, che realizza la metà di tutti i super-yacht del mondo, 5 miliardi l’anno, è tassata dalle Entrate con Iva doppia rispetto a quella applicata in Francia. Superiore regolamentazione europea, si difende l’Agenzia. Che però non vige per i cantieri francesi?
 
Improntitudine non è, l’Agenzia è professionale. È
 che la Francia ha sempre trovato terreno fertile in Italia, a cominciare da Mussolini, con l’interventismo nella Grande Guerra. Senza nemmeno troppi soldi.


Sorrisi, applausi, cori, una kermesse: i 172 miliardi europei sono già in cassa per Conte e anche per i media, proni. Mentre sono solo proposta, che va discussa, e avrà un lungo iter di approvazione – ammesso che sia approvata. Unico dissenziente Enzo Amendola, che è ministro degli  Affari Europei, che spiega come stanno le cose, ma per il suo partito (Pd) e per i media è Carneade.

C’è voglia di buone notizie. Nel caso del piano di Rilancio di Bruxelles, di una rinascita dell’Europa, sepolta dai Grandi Statisti Merkel, Sarkozy & Co., a partire dalla crisi del 2008. Ma di più c’è la posizione italiana nell’Europa ultimamente, di mendicità.

“Durante le giunte che ho presieduto tra il ’95 e il 2012 la sanità lombarda nelle statistiche è sempre stata al primo posto, tranne due anni quando si è classificata al secondo. Dopo al riforma Maroni finì al settimo… Quando Maroni sottopose la sua riforme ai medici di medicina generale il 77 per cento gli disse no”. La verità della sanità lombarda comincia a emergere, sul “Corriere della sera”, tre mesi dopo l’inizio della pandemia, in breve, a fondo pagina, alla p. 12, affidata a Formigoni, politico lombardo condannato per corruzione proprio nella sanità. Tutto, meno che la verità.

L’arma che uccise Cerciello, il sottufficiale dei Carabinieri? Un attrezzo da campeggio. Le cronache dell’assassinio un anno fa, e ora quelle del processo, per le coltellate di due ragazzi americani al sottufficiale dei Carabinieri sono sempre a favore degli imputati. Abili i difensori degli assassini. O, più probabile, i cronisti romani di nera, soprattutto a “la Repubblica” e al “Corriere della sera” lavorano in tandem, e gli basta riferire le trovate degli avvocati degli imputati.

“È arrivata l’Epo e sapevo che con lei potevo vincere e diventare ricco”, spiega Lance Armstrong nel suo docufilm “The last Lance”. Dopo aver superato, a 25 anni, “dopo operazioni e cure pesanti”, un “cancro devastante”, probabile effetto dell’ormone della crescita, la sua droga precedente.

Lance non poteva prender e l’epo da solo: “Mi serviva un medico bravo. Eddy Merckx mi presentò il migliore, Michele Ferrari”. Eddy Merckx, il più grande ciclista di tutti i tempi.

“In Lombardia solo 1408 positivi”, annuncia trionfale il “Corriere della sera” martedì. Cioè la metà dei nuovi contagi in tutta Italia. Non c’è da obiettare, la Lega ha terreno fertile – è sempre “tutti noi” in Lombardia.

Il presidente del Veneto Zaia litiga con Crisanti, il microbiologo di Padova che ha imposto i tamponi del virus in massa, e ora spiega (giustamente): “La Regione non ha mai avuto un piano contro il coronavirus”. Il Veneto sta con Zaia. La Lega è inscalfibile, non c’è peste che tenga: è la peste.

“I Diavoli” batte i “Pope” lussureggianti di Sorrentino 3-1. Secondo gli ascolti Sky. La finanza, cinica, crudele, batte il sacro.

Un eroe di tutti i tempi

“La principessina Mary”, racconto da Settecento francese, galante, ha una piega e un personaggio maschile dostoevskijani, e contiene una storia d’amore e un personaggio femminile che fermenteranno in Tolstòj. Con un pizzico già di Oblomov: “Non c’era da annoiarsi, né da divertirsi”. E l’ironia soffusa che sarà di Gogol. Con un’anticipazione del “Dr. Watson”, il testimone che si confonde con l’eroe. E con un po’, anzi molto, selfie. Si spiega - in questi racconti del Caucaso, che l’unità del narratore propone a “romanzo” - la fortuna duratura di uno scrittore che scrisse poco, e riuscì a morire presto, di ventisette anni, nel luglio del 1841. Anche lui come Puškin, la cui morte quattro anni prima aveva celebrato con una “Morte del poeta”, ode per la quale era diventato famoso. Anche lui di duello, con un ex compagno di studi. Anche lui in sospetto presso lo zar, Nicola I, che dopo un duello lo aveva fatto mandare nel Caucaso, la Siberia dell’epoca. Uno scrittore e un personaggio anche lui della Russia post-1825, dopo l’insurrezione decabrista fallita, degli ufficiali giovani.  
Un “romanzo” di fondazione. Il primo vero della storia letteraria russa. Composta da cinque racconti, d’amore e d’avventura – uno, “Tamàn”, il più breve, è un giallo. Tra gli infidi ceceni, i kabardi, i lasghi, gli osseti, i circassi, e altre popolazioni poco affidabili del Caucaso e oltre, mezzo asiatiche, per lo più mussulmane (indossano il burka, anche gli uomini). E della Crimea. Tra tartari e cosacchi in ogni dove. Racconti di confine o di esilio, si direbbe dalla localizzazione, e invece russi – per quanto la storia e la tradizione russe siano complesse: di caratteri estremi, di decisioni improvvise.
Ufficiale degli ussari della guardia, nella residenza imperiale di Čarskoe Selo, giovane brillante, a corte e in città, ma “scontroso e maligno” per i contemporanei, byroniano, Lermontov coltivò la poesia nel disprezzo di quanto era russo, solo leggendo Shakespeare, Schiller, Schelling, Byron, e i francesi. E ne ha tratto ottima lezione in questo “Eroe”, col suo alter ego Pečorin - nome derivato da un fiume, sulla traccia sempre di Puškin, che anche Oneghin deriva dal fiume: Pečora e Onega. Un personaggio che vuole e non vuole – diseducativo diceva lo zar: “In me l’anima è guastata dal mondo”, si dice l’“eroe”, “l’immaginazione è inquieta, il cuore insaziabile”. Assolvendosi: “Non so se sono uno sciocco o un malvagio, ma io merito compassione forse più di lei”, più della bellezza circassa innocente che ha sedotto e ora abbandona. In altro luogo riconoscendo. “Bisogna rendere giustizia alle donne: esse hanno l’istinto dela bellezza dell’anima”. Tra ninfe – anche circasse, anche “onesti contrabbandieri” – e principessine.
L’edizione Oscar si affida alla traduzione di Pia Pera. Che l’aveva pubblicata orginariamente con Frassinelli nel 1996, e ripresa con Lemonnier nel 2001. Arricchendola con un saggio di Nabokov – ironicamente? Pia Pera, autrice di un “Lolita” al femminile, visto da lei, aveva avuto per i diritti una causa rovinosa col figlio dello scrittore, Dmitri.
L’edizione Garzanti è stata rifatta, traduzione e introduzione, da Luigi Vittorio Nadai (la prima Garzanti, 1977, riproduceva l’edizione Mursia dello stesso anno, con traduzione di Giacinta De Dominici Jorio e introduzione di Marina Rossi Varese).
Gli scritti aggiunti sono il racconto in versi, di ambiente turchesco, “Ashik-Kerib”, un uomo povero con un cuore d’oro e una bella voce, che accompagna col saaz, la balalaika turca. Un’apologia di Mosca, “antica capitale”, allora controcorrente - la corte stava a Pietroburgo. Il tipo del “Caucasiano”. E un racconto alla Hoffmann, “Stoss”. Tre o quatro aspetti di un autore giovane e già complesso, con più di un interesse, e di una sola corda all’arco. 
Michail Lermontov, Un eroe del nostro tempo e altre prose, Oscar, pp. XXXV + 214 € 8,50
Garzanti, pp. XXVI + 207 € 10