sabato 11 luglio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (430)

Giuseppe Leuzzi

Tra i cimeli di Joe Bonanno nella biografia del figlio Bill scritta da Gay Talese, “Onora tuo padre”, c’è, ancora nell’edizione tascabile degli anni 1990, la foto del capomafia con Bernardo Mattarella, il padre del presidente. Con questa didascalia: “Potente ministro del governo italiano, nativo di Castellammare del Golfo e amico d’infanzia di Joe”. Bernardo Mattarella si era querelato contro gli autori dell’autobiografia di Joe Bonanno, successiva di un decennio a questa del figlio Bill, pubblicata nel 1971.

Nella mattutina retata di mafiosi per i tg e i giornali radio, il 25 giugno finisce in carcere Giorgio De Stefano. Che di suo fa Giorgio Condello Sibio, come figlio della madre, ma da grande si sarebbe unito ai fratelli di sangue paterno, figli di Paolino, un boss di Reggio ucciso nel 1985 in una guerra di mafia. Giorgio vive nello show-business. Ha a Milano un ristorante per calciatori e vip. È compagno di Silvia Provvedi, cantante, influencer e ex di Fabrizio Corona. Noto come Malefix. Per aver fatto gli auguri alla fidanzata un paio d’anni fa con la scritta “Buon compleanno Principessa. Malefix”, portata da un aereo sopra Cinecittà. Ma questa non è in Italia la normalità?

Il mondo è narrazione
Si vedono inglesi accalcati gli uni sugli altri nelle pallide spiagge, e a Liverpool per lo scudetto.
Nel paese cioè che ha il record di morti in Europa per il virus. Gli italiani sono diventati disciplinati mentre gli inglesi costumati delle file si scatenano a contagiarsi reciprocamente? È così, ma non cambia nulla: conta la narrazione, e quella degli inglesi è epica. Si amano. Anche nella morte, si potrà ora dire.
 
Similmente la Toscana, che ha la narrazione forse più positiva: regione di grande bellezza, oltre che di tesori culturali, e per questo virtualmente bene amministrata, nella sanità, nella viabilità, nell’igiene, nella protezione paesaggistica e ambientale. Cose tutte vere e non vere per chi la frequenta: Firenze è una panineria, genere squallido, e rumorosa, anche sporca, per una movida che più becera non si immagina – ed è il solo atto di vivenza della città. Ma la fama, il “discorso su”, la narrazione sono coriacei, indistruttibili.
 
L’economia sommersa, tutta produttività e niente tasse, De Rita spiega a Concetto Vecchio sul “Venerdì di Repubblica” di averla “scoperta” a Prato, nel 1969: “Tutti avevano un secondo lavoro, se non un terzo… C’era un’evasione fiscale spaventosa”. Ma era già nel “Calzolaio di Vigevano” di Mastronardi un decennio buono prima. “Molti avevano un telaio nel sottoscala”, spiega De Rita. Anche gli “scarpari” di Vigevano. Il lavoro in nero e l’economia sommersa non erano – non sono – del Sud, ma le etichette vi si sono appiccicate e questo è tutta la storia.

I banditi (di passo) dell’autostrada

Tra i 130 commissari alle 130 opere pubbliche urgenti previsti dal decreto “Semplificazioni” del governo per reagire alla crisi economica indotta dal coronavirus ce n’è anche uno per la “Tirrenica”. Tirrenica è l’autostrada Civitavecchia-Livorno, che attende da sessant’anni. Questo del governo Conte non è il primo commissario straordinario all’opera, altri due o tre sono stati nomionati. Uno si chiamava Antonio Bargone. Un altro Giorgio Fiorenza. Uno specialissimo commissario all’opera si dichiarò un ministro dei governi Berlusconi, prima all’Ambiente poi ai Trasporti, di Orbetello, il ragionier Altero Matteoli , ex Msi, ex An, poi Popolo delle Libertà e Forza Italia. Che però è morto quattro anni fa proprio in un incidente stradale sull’Aurelia, e proprio vicino Capalbio, la capitale del no alla Tirrenica.

Si dice che l’autostrada non si fa perché i ricchi possidenti di Capalbio si oppongono. In realtà si oppone la Maremma, i Comuni della Maremma: nessuno può fare nulla perché i Comuni si oppongono. Non si oppongono, il Pd, il partito al governo, non lo consente. Cavillano: i governi intanto cadono, le legislature chiudono, i fondi allocati vanno perduti, e la solfa ricomincia di nuova.
I sindaci si oppongono in teoria per motivi ambientali: l’autostrada inquina eccetera. Ma l’inquinamento c’è uguale, anzi peggiore, sull’Aurelia serpeggiante, un po’ a doppia corsia un po’ no. Si oppongono perché utilizzano l’Aurelia come cassa. Grazie alle multe per eccesso di velocità, da eredi dei vecchi banditi di passo, ora per il buongoverno.
Nei sessant’anni due brevi tratti si sono fatti, per una ventina di km., fuori Maremma: nel livornese, da Livorno a Rosignano, e nel viterbese, da Civitavecchia a Tarquinia. Sul tratto di Aurelia da Tarquinia a Grosseto Sud, un’ottantina di km., sono stati contati oltre 700 segnali stradali, di cui 150 circa di variazione della velocità massima consentita.  

Napoli
Scrive un lettore al giornale che periodicamente ritorna a Napoli, e non ci vede nulla di quanto scrivono i giornali. Vede una città operosa, e all’interno molte grazie. Vecchie strade, vecchi palazzi, vecchi monumenti, e nuove costruzioni, ingegnose, ardite, colorate, rifacimenti, ristrutturazioni, ammodernamenti. Perfino pulizia, che in Italia è rara. Con gente dappertutto garbata nel tratto, colloquiale, coinvolta e coinvolgente. Non disperata, disadattata. Un paradiso, senza diavoli?
 
Al tempo di Bach, aveva quattro conservatori di musica.
 
Era capitale della musica ancora per Stendhal, primo Ottocento. Che il teatro San Carlo dice “un colpo di Stato”, per aver legato il popolo al re.
 
“Non a caso da qui sono partiti i maestri di Plauto, non a caso l’opera buffa è nata qui”, Riccardo Pazzaglia, “Partenopeo in esilio”, 90.
 
Era famosa nel Cinquecento per il gran numero di cavalli delle sue scuderie. Fino ad Agnano, che ha saputo chiudere, con tutta la lotteria.
 
La vera “radice ebraica mediterranea” Ernst Bernhard nella “Mitobiografia” dice la città. Dove la gente mangia cipolla e parla con le mani, come gli ebrei, un tempo.
Ognuno ci trova, si direbbe, quello che ci cerca: una città metamorfica, meglio caleidoscopica.
 
Senza citarlo, probabilmente senza conoscerlo, Riccardo Pazzaglia volgarizza il pensiero di Alfred-Sohn Rethel su Napoli, nel saggio “L’ideale dello sfascio” - Das Ideal des Kaputten. Über neapolitanische Technik”: “Nacqui in una città, in un rione, in un fabbricato e in una casa dove attorno a me non c’era niente che fosse nuovo, tutto era già antico, vecchio e rotto. Ma anche riaggiustato con molta abilità e fantasia”.
Pazzaglia ci aggiunge di suo l’autoconvinzione: “Anzi, per tutti gli anni dell’infanzia, fui convinto che tutto il resto del mondo fosse sosì: aggiustato, rattoppato, rammendato, tenuto insieme con filo di ferro, spago, chiodi arrugginiti”.
 
Una scena sohnretheliana di Napoli è in Goethe, che nella città inghirlandata di salsicce per il carnevale, vede una ventina di ragazzi seduti in cerchio, sopra le gambe piegate, con le mani aperte stese a terra, immobili e in silenzio. Non disperdevano il calore: erano seduti sul cerchione di una grande ruota, che il fabbro aveva appena saldato.
 
“Una volta, a Napoli, il tassista, che passava clamorosamente col rosso, ricevette una strombazzata da un’auto”, ricorda Maurizio Ferraris su “la Repubblica” (“Adorno vide Napoli e non morì”), “che passava regolarmente con il verde. Il tassista commentò: se ne approfitta perché ha ragione”. Ferraris si spiega così che “Napoli abbia sempre esercitato una così forte attrazione sui filosofi”. Soprattutto su quelli “venuti da Nord”, come lui stesso.
 
Lo stesso Ferraris si ritrova a girare per Napoli “infastidito come un leghista di una volta” ma pure “sottomesso a una realtà più profonda infinitamente più antica” della sua. “Nelle insensate processioni della Madonna dell’Arco” rivede “le usanze delle fratrie greche che nessun cristianesimo è riuscito ad addomesticare. Nelle donne grassissime e panterate che girano in moto come se le ruote facessero parte del loro corpo riappare il Pantheon pittoresco” – il Pantheon, ricorda, “era bianco e composto solo per i gentiluomini della Virginia del diciottesimo secolo”.   

leuzzi@antiit.eu

La depressione, che ridere

Schopenhauer non c’entra, se non come cappello a un nonsense ioneschiano, prolisso. Tra un filosofo, sua moglie e un amico che si scrivono e scrivono alla psichiatra. La quale da ultimo risponde ai tre con un apologo, che sembrerebbe di fastidio verso gli importuni e forse vuole solo dire che la stupidità è contagiosa. Una satira, della depressione – e della psicoterapia.
Pensato probabilmente per il teatro, di cui Reza è specialista, il racconto è di un non-evento, o delle turbe borghesi sulla depressione. Ingrossate dal fantasma di Althusser, il filosofo per definizione, che ha finito per strangolare la moglie, per nessun motivo. Ma il tutto in filigrana, sottile anche troppo. Appesantito dall’etnicismo: tutto è ebraico, i nomi, le cose, i riferimenti, Spinoza compreso - oltre che lo Schopenhauer del titolo, “la slitta di Schopenhauer”, non c’entra nemmeno Spinoza, di cui il filosofo è specialista e di cui quindi si parla. Una satira coraggiosa? Un dispetto?
Yasmina Reza, Dans la luge de Schopenhauer, Folio, pp. 77 € 5

 


venerdì 10 luglio 2020

Senza governo non c’è Parlamento

Il governo Conte in stallo, ormai da mesi, ripropone il problema dei governi parlamentari. Che il Parlamento costruisce, a prescindere dalle elezioni.
Il governo Conte, di centro-sinistra dopo essere stato di centro-destra, serve solo a non mandare a casa il Parlamento, evento temutissimo dai parlamentari. Non ha altra funzione, a parte i proclami senza seguito. Potrebbe darsela? Con questa maggioranza parlamentare evidentemente no.
I governi parlamentari sono irresponsabili? Il problema si pone per la posizione, più volte ribadita, di rispetto della “volontà del Parlamento” da parte di Mattarella. Altri presidenti hanno trovato vie d’uscita, con indirizzi politici, motral suasion, avvertimenti ai gruppi parlamentari.
Dei Parlamenti nelle istituzioni resta vero che essi sono il popolo. Non c’è dubbio. Anche quando il popolo è bestia. Non c’è dubbio che questo Parlamento sia rappresentativo. Anzi, è specchio troppo fedele, magnifica l’immagine che riflette. Ma la democrazia ha bisogno di indirizzi.


Berlusconi perché no, o dell’opinione pubblica

Berlusconi col partito Democratico? Al netto delle ambizioni di Romano Prodi al Quirinale, per le quali i voti di Berlusconi sono utili e anzi necessari, l’ipotesi è una delle infinite possibilità della politica. Non è peraltro un fatto nuovo, Berlusconi ha già fatto da ruota di scorta al Pd: al governo Napolitano-Monti dapprima e poi, tramite Verdini, a Renzi e Gentiloni. La novità è lo spiazzamento dei media: la proposta di Prodi al forum online di “la Repubblica”, che ha quarant’anni, poco meno, di antiberlusconismo quotidiano.
Una conferma che l’opinione pubblica non esiste – si fa e si disfa, “si mena”, direbbe Machiavelli, a piacimento. La coerenza va adattata, la politica è flessibile, ma ci sono dei limiti, se non altro di gusto.


Quel che va bene a Volkswagen va bene all’Europa

Quel che va bene alla Germania va bene all’Europa: Angela Merkel questo non l’ha detto, ma è con questo vecchio detto americano alle orecchie, con riguardo alla General Motors, che ha pensato il programma del suo semestre di coordinamento europeo. Pensato forse no, è un riflesso condizionato. Comunque, in questi termini lo ha presentato al vertice europeo.
Affari in libertà con la Cina – la Cina è il più grande mercato di Volkswagen. E con Putin la faccia dell’arme, ma non per la Germania, che raddoppia gli acquisti di gas. Il Fondo europeo Recovery Angela Merkel ridimensiona a 500 miliardi, mentre la burocrazia europea insiste sui 750, ma si sa già come finirà.
Poca fantasia è stata sempre addebitata a Merkel. Ma non senza un fine.


Appalti, fisco, abusi (179)

A un anno, poco più, dall’uscita prevista del Tesoro dal capitale, Monte dei Paschi non ha un acquirente - c’era Ubi, resta Bpm, che però non ne vuole sapere. Né il Tesoro può cedere il suo 68 per cento, costato 6,9 miliardi nel 2017, per 1,2 miliardi, quanto la quota vale oggi in Borsa. Il risanamento della gestione, se c’è, non ridà smalto a Siena, non cancella la zavorra, vecchia e nuova.
 
Unicredit accende un prestito obbligazionario da un miliardo con Cassa Depositi e Prestiti, dopo aver condotto la battaglia obliqua fatto contro i 5 miliardi di Cdp a Fca, assistita da Intesa. Mentre Intesa annuncia una disponibilità di 10 miliardi per il finanziamento delle pmi. Tra i due grandi gruppi bancari la differenza è solo di comunicazione? 
 
Roma e il Lazio, la città e la regione peggio amministrate fra le città e le regioni ricche, esigono il doppio di addizionali Irpef rispetto a Milano e alla Lombardia – o alla Toscana. L’addizionale Irpef regionale è per il Lazio, a tutti i livelli di reddito, il doppio della Lombardia (amministrazione di destra) e della Toscana (amminsitrazione di sinistra).
 
Roma, con l’addizionale comunale allo 0,9 per cento, e esenzione solo per reddito fino a 12 mila euro, esige mediamente il doppio di Milano, che ha esenzione fino a 27 mila euro, e tariffe scaglionate per i livelli di reddito successivo, fino a un massimo dello 0,70 per cento. Benché il reddito medio a Roma sia due terzi di quello milanese.


Dio è il racconto di Dio

La memoria “di Dio come oggetto, e Dio come soggetto”. Le due cose, ricordarsi di Dio e che Dio si ricordi di noi, sono in dialettica costante. In antico, nel tempio c’erano gli “svegliatori”, che ogni mattina aprivano la giornata col salmo: “Perché dormi? Svegliati”. Rivolto a Dio, e agli uomini.
Dio è il racconto di Dio - di Dio come oggetto, si direbbe, e di Dio come soggetto.
Il “racconto di Dio” è “il rapporto con Lui. In tutt’e due i sensi: stare a sentire Dio che si racconta e pregare Dio che stia a sentire noi che gli raccontiamo. Questa è la condizione fondamentale di ogni fede”.
Piano, arguto, un altro concetto di Dio. Per l’ebraismo, ma anche per il cristianesimo. In ebraico “il concetto di storia si pensa e si esprime” come memoria, “come una sequenza di generazioni che ricevono ciascuna dalle precedenti e trasmettono ciascuna alla seguente”. Nella storia biblica, ebraica, “la stella polare è il ricordo (Zachor)”. Storia è ricordare, se ne parla “in termini di toledot (generazione)”, “di contro al concetto greco-latino di historia, che viene da indagare”. O della “storia come genealogia” – “nella coscienza ebraica, anche nella mia, la passione per le genealogia è dominante”. L’esigenza è “conservare il nome”: questo resta, per altre cose non si vive comunque abbastanza.
Una delle ultime conferenze di De Benedetti, biblista, teologo, non fondamentalista, anzi “un po’ marrano” (“a chi mi chiede se sono ebreo o cristiano, io risponde secondo i giorni: sono cristiano la domenica, ed ebreo… tutti gli altri giorni”), con arguzia e profondità, semplice sempre. Pdb è uno dei bersagli delle mascalzonate (“incarrighiane”) di U.Eco, col quale condivise per molti anni il lavoro redazionale alla Bompiani: “Non si sa mai se PDB\ quando parla piano piano\ è ortodosso oppur marrano:\ lui è fatto un po’ così!”
A cura e con una concettosa introduzione di Francesca Nodari. E una nota bio-bibliografica.
Paolo De Benedetti, La memoria di Dio, Mimesis, pp. 53 € 5


giovedì 9 luglio 2020

Cronache dell’altro mondo – 67

Wall Street ha chiuso il miglior trimestre degli ultimi venti anni, malgrado la recessione senza precedenti storici provocata dal coronavirus - e col rischio di un nuovo lockdown. Gli indici sono a livelli storici record.
Tesla, 500 mila auto vendute, vale in Borsa il doppio di Toyota, il primo produttore mondiale di automobili, 10 milioni di auto.
Una sola giornata di aumenti in Borsa di Tesla vale da sola tutta la quotazione di Fca.
Tre giornate di incrementi di Tesla in Borsa valgono più della quotazione di Gm, Ford e Fca messe assieme.
Amazon quota 3 mila euro – per una sola azione.
Le azioni più ambite, che quotano rispettivamente 3.000 e 1.500 euro, Amazon e Tesla, sono soprattutto ricercate da “un elevatissimo numero di piccoli azionisti”.
Rocco Commisso, imprenditore americano di successo nato a Siderno, Reggio Calabria, era fiducioso che il suo nome sarebbe apparso una volta sul “New York Times”, annota Massimo Basile su “la Repubblica-Firenze”. In aspetto lusinghiero: come l’interprete dell’American Dream, quello che dal nulla ha creato un’impresa da 5 miliardi, ha fatto donazioni, ha salvato il Cosmos, la squadra di calcio di New York, e ha salvato e finanzia la Fiorentina. Ma sul giornale ambito è finito come l’allocco di un sagace, ammiratissimo, macedone, agente di “molti dei giocatori slavi arrivati alla Fiorentina”, che ora vuole da lui molti soldi, a vario titolo. Un articolo, quello del “NYT”, scritto per conto del sagace agente, Fali Ramadani, con disprezzo di Commisso. Forse nemmeno a pagamento.


La paglia in autostrada

Sono le 13,50, è un’ora e mezzo che siamo fermi sull’autosrada Roma-Civitavecchia, tra Ladispoli e Santa Severa. Siamo stati chiusi in macchina un’ora e mezza, il sole brucia, con l’aria condizionata accesa. Il sito Autostrade dice che si è formata una coda di 3 km. – diceva un’ora fa, poi non è stato aggiornato - indietro verso Ladispoli, e di 2 km. in direzione opposta, da Santa Severa – che è vicina un paio di km., chi ci arriva avrà fatto in tempo a uscire, e continuare sull’Aurelia.
Una sosta lunga non si sa perché. Un incidente, si dice. Una nuvoletta ristagna sull’autostrada un po’ più avanti, starà bruciando una macchina, un camion, forse, una cisterna. Una cisterna no, il fumo sarebbe denso. I molti che sono scesi per fotografare la scena tornano incerti, non si vede granché. Un’ambulanza è arrivata da una mezz’ora a passo lento, indecisa, e si è fermata sul lato destro, davanti a noi. Un’altra più piccola e mobile, di una Misercordia locale, è sopraggiunta con più voglia di fare, l’autista è smanioso, scende dal mezzo, parla con l’altra ambulanza, va avanti, torna indietro, telefona. Ma non cambia nulla. Anche da una volante della Polizia, che pure è arrivata lentamente, perplessa, felpata, un poliziotto è sceso, robusto, sudato, che ha dato un’occhiata e si è attaccato al cellulare, col quale va avanti e indietro, concitato, nervoso, finché non scompare dal nostro campo visivo, camminando e parlando, dietro le nostre spalle.
Una terza ambulanza infine arriva col lampeggiatore, rallenta, accelera, e se Dio vuole scompare, non si è nemmeno consultata con le altre due: risolveranno l’incidente, si spera, avranno risolto. Ma non succede niente, sono ora le 14. Se non che il poliziotto Grande Parlatore torna di corsa, col cellulare sempre attaccato all’orecchio che tenta di spegnere correndo, s’infila nella volante, loro partono, e anche noi, infine, lentamente, defluiamo.
La nuvola è proprio davanti a noi, lo spazio di poche macchine. Deviata dal vento sulla nostra corsia, proviene dall’altra, da uno di due camion caricati a balle di fieno che ha preso fuoco. Senza fiamma, fumiga, lentamente, dal di dentro, come da dentro la pancia. La paglia, che non si vede più in campagna, in autostrada. Le balle di paglia. Un camion di balle, affastellate. L'autostrada ferma, il nastro della velocità. nel sole di mezzogiorno. Nella luce che insonora, il tempo lento, all'ora meridiana. 
Qualcuno s'è piantato quando ha visto il fumo, e dietro la colonna si è presto formata. Avere paura è meglio che evitarla. Per la sicurezza naturalmente - la sicurezza non è mai bastate. Ma tre km. di fila, ma ora probabilmente tredici, dietro di noi, e due sull’altra corsia, quindici km, o anche solo cinque, di coda coi motori accesi quanto fa di ossido di carbonio, con polveri sottili, nell’aria? Più del fumo svogliato della paglia, non velenoso, non altrimenti pericoloso.


Sotto Lady Chatterley la misoginia

Un ultimo sprazzo della vecchia Inghilterra, in chiave sempre “Lady Chatterley”, marchio di fabbrica di D.H.Lawrence. Una vecchia canonica, a Papplewick, come dire a Sgurgola Marsicana, un pastore abbandonato dalla moglie, la Madre tirannica, “Mater”, la sorella arcigna, e due figlie educate nel continente, che ai vent’anni non sanno che fare. Finché lei, la più piccola, non incontra lui, lo zingaro calderaro - nel film che ne è stato tratto è Franco Nero.
Meglio una vita da zingaro che nella canonica di un piccolo paese: il tema è romantico. Ed è il fondo di D.H.Lawrence, trasparente in questo che è il suo ultimo romanzo, 1926, pubblicato postumo. Non una grande storia, se non per mettere in chiaro l’autore: il suo fondo misogino, accanto a quello sociale – il migliore, oltre che maschio, è povero. E per il razzismo diffuso un secolo fa: la vicina giovanile, che divorzia dal marito e convive con l’innamorato prima del divorzio, contro la quale il bonario vicario-padre ritiene necessario uscire dall’iperuranio e proibire ogni contatto, la svergognata, è “l’Ebrea”.    
D.H.Lawrence, La vergine e lo zingaro


mercoledì 8 luglio 2020

Cronache dell’altro mondo – 66

Nell’imminenza della campagna presidenziale una mezza dozzina di parenti, collaboratori e amici dei Trump, da ultimo una nipote in età, Mary, e la ex segretaria della moglie, Stephanie Winston Wolkoff, pubblicano memorie scritte editorialmente per andare addosso al presidente uscente e alla sua famiglia. Libri in genere irrilevanti, pieni di “potrebbe”, “forse” e “sì” - gli editori in America lavorano in contatto stretto con gli uffici legali. Ma le case editrici fanno a gara per promuoverne uno, almeno uno, pagando ottimi ghost writer. E ogni pubblicazione di questo tipo parte con centinaia di migliaia di copie di presentazioni. Grazie al patrocinio dei migliori media, “New York Times”, “Atlantic”, “New Yorker”, “Washington Post”: il pubblico crede ai suoi giornali, anche se questi non leggono i libri scandalo – ne scrivono sulla base delle anticipazioni degli editori.
L’incipit memorabile della Dichiarazione d’indipendenza americana, col diritto alla felicità, era il sentimento diffuso all’epoca, quella dei Lumi, in mezza Europa oltre che in America: in Francia, in Gran Bretagna, in Italia, in Germania. Tra i bennati naturalmente. Lo spiegò nel 1997 la storica Pauline Maier, “On American Scripture: Making the Declaration of Independence”, di cui la “New York Review of Books” ripropone online la recensione all’epoca dello storico dell’America Gordon S. Wood, “Dusting off the Declaration”. La Dichiarazione è un atto giuridico-politico, che dopo il preambolo muove 18 contestazioni contro il re d’Inghilterra. Una serie di delitti politici, che giustificavano la secessione.


Il mondo com'è (408)

astolfo


Antisemitismo – Fu francese, più radicale e diffuso che in Germania, nel secondo Ottocento e nel primo Novecento, fino alla sconfitta di Hitler nel 1944-45 – lo scrittore Céline non è eccezione. Si presenta l’affare Dreyfus come uno spartiacque, come se dopo il falso processo al capitano ebreo l’antisemitismo fosse cessato, mentre invece restò diffuso e radicale ancora per oltre mezzo secolo. Parte del fondo sciovinista che periodicamente in Francia, paese  per antonomasia di accoglienza, emerge virulento, contro ogni straniero – contro gli italiani nel 1936 e dopo, benché al governo ci fosse il Fronte Popolare, socialcomunista.
Di una di queste campagne fu vittima Mare Curie, benché benemerita della patria per essersi guadagnata due Nobel, per la Fisica e per la Chimica. Prima della grande guerra subì una violenta polemica di stampa, innescata dalla moglie manesca di un ricercatore che se ne separava e aveva una relazione, tra le altre, anche con la scienziata. I giornali additarono Marie Curie per mesi al pubblico disprezzo in quanto polacca. Suggerendo, poiché Maria-Marie si chiamava Solomea di secondo nome, che fosse anche ebrea, cioè indifendibile.
 
Bombardamenti - I bombardamenti non sono onorevoli. Non c’è solo Hiroshima, o Dresda, o Amburgo, la tempesta di fuoco, la Raf bombardò anche gli alleati forse perché evitava la contraerea. Bombardò per esempio gli olandesi della Zelanda: ruppe le dighe che proteggono l’isola e l’intera popolazione annegò, che stava lavorando i campi.
 
Corsica – Nel 1973, nel pieno della crisi petrolifera, quando i prezzi del greggio triplicarono e l’Italia, grande importatore, non aveva abbastanza valuta per pagarlo, si ipotizzò facetamente la cessione di un’isola del canale di Sicilia, Lampedusa o Pantelleria, a Gheddafi in cambio dell’oro nero. Ma una cosa del genere effettivamente è avvenuta con la Corsica: Genova ha dato la Corsica, che pure è molte volte più grande delle isole siciliane, alla Francia in pagamento per molto meno.  Gliela diede quando i francesi le presentarono il conto dell’operazione di polizia che per conto di Genova avevano fatto nell’isola contro Pasquale Paoli e i suoi indipendentisti. Operazione per modo di dire, perché la Corsica non se n’era nemmeno accorta. Ma chiesero due milioni. Cioè niente. Genova preferì lasciargliela in pegno piuttosto che pagare. Diede la Corsica in patrimonio personale al re di Francia Luigi XV, con un trattato di Versailles  – ce ne fu uno anche per l’Italia, nel 1768. Napoleone nascerà un anno dopo a Ferragosto famiglio del re di Francia Luigi XV.
 
Immacolata - Il cardinale Juan Torquemada, domenicano, si schierò al Concilio di Basilea (1431-1449) tra quanti si opponevano all'Immacolata Concezione. “Difensore del papa”, Juan Torquemada non è quello dell’Inquisizione – quello è Tomàs, posteriore di una generazione.
 
Lauraguais - Una duchessa di Lauraguais, Diane Adélaïe de Mailly-Nesle, figlia di una delle nipoti di Mazzarino, si distinse nel Settecento per pronunciare il famoso dubbio: “Mio marito mi è stato così infedele che non sono nemmeno sicura di essere la madre dei suoi figli”. Lei stessa amante di molti, da ultimo del re Luigi XV, che se ne incapricciò dopo le sue due sorelle maggiori, e prima della quarta – nonché della sorellastra Henriette, figlia di sua madre con un amante, il principe di Condé.
 
Lincei – L’Accademia è presentata come “una banda omoerotica incline al misticismo e al melodramma, organizzata come un ordine religioso e pericolosamente vicina all’eresia” - John Heilbron, “Vita di Galileo”.
 
Viola Liuzzo - Non si ricorda nei tanti precedenti che si esumano di questa ondata di razzismo-antirazzismo in America. Appartenente al movimento per l'integrazione razziale, fu assassinata al tempo dell'amministrazione Lyndon Johnson. Non si ricorda perché non è nera, e anzi wasp, sposata a un italo-americano: la questione razziale è politica, ma oggi si vuole che sia esclusivamente razziale.
 
Montaigne – Montaigne per purgarsi si metteva sul tavolo da lavoro il clistere (la pompetta del clistere) e gli  emollienti, li guardava mentre scriveva, e automaticamente seguivano le sedute, anche in loco se la seggiola era di quelle col buco. Una sola volta la pratica di Montaigne non funzionò, e fu perché la moglie mise sul tavolo, per avarizia, emollienti di scarsa qualità.
 
Polonia-Russia – Rinnovato dal cinismo di Stalin, che facilitò la guerra di Hitler alleandosi a lui per spartirsi la Polonia. Con acquisizioni che Stalin e i successori mantennero dopo la guerra. Imponendo anche alla Polonia un regime comunista di tipo sovietico, abbattuto solo dopo quarant’anni, malgrado le tante sollevazioni, a partire da Poznan nell’estate del 1956 – il regime fu abbattuto solo negli anni di Giovanni Paolo II papa, mediante l’accordo segreto o implicito fra “il cardinale e il generale” Jaruzeslski, secondo la nota formula di Sandro Viola. Ma il risentimento polacco parte da lontano, dal duro regime russo di occupazione nell’Ottocento, dopo un primo periodo di benevola disattenzione, subito dopo il Congresso di Vienna,1815, che “assegnava” la Polonia alla Russia. I russi arrivarono a proibire l’uso della lingua. E ogni atto di normale socialità, la scuola, l’università, le professioni, costrinsero a un clima resistenziale, di disobbedienza passiva e più o meno segreta.  
 
Suvorov - Il padre di Suvorov, il generale della guerre russe contro la Polonia e contro la Francia rivoluzionaria, si prestava da sé il denaro, rilasciava a se stesso una cambiale, spesso la protestava, e poi si puniva con durezza, come volevano allora le regole del credito, che erano cattive con gli insolventi. Si voleva liberare del senso del denaro.
 
Testa di morto - Alla morte di Federico Guglielmo I di Prussia, 1740, il padre di Federico II “il Grande”, la testa di morto tedesca, senza la mandibola e con le ossa tra i denti (in realtà sotto il teschio), che il re aveva adottato per la cavalleria, fu rappresentata nelle gualdrappe funerarie.
 
astolfo@antiit.eu

La storia inverosimile della prima scienziata premio Nobel

Marie Curie è quello che si sa: premio Nobel, due volte, per la Fisica e per la Chimica, prima e a lungo unica donna premiata, benemerita dell’umanità, e una che si è fatta da sola, giovane polacca a Parigi, pur condividendo il primo Nobel col marito, Pierre Curie, poi deceduto. Questa biografia ha il merito di situarla - oltre che nella difficile condizione femminile di un secolo fa, prima della prima guerra - nella famiglia d’origine: di polacchi intellettuali e, come tutti, patrioti, contro l’ottusa occupazione russa, e di genitori che il patriottismo e la malattia costringono a una vita sempre più difficile. Ma tutti combattenti: intelligenti, volitivi. Ne viene bene il carattere, volitivo e riservato, la resilienza, di Maria Skłodowski, “Marie Curie”.
È la figura forse più indicata per la collana che inaugura, Grandi Donne della Storia. Nell’ottica femminista corretta che Barbara Biscotti, curatrice della serie, spiega nella presentazione. Non l’agiografia, la personalità eccezionale, non soltanto: anche il contesto, familiare, sociale, storico. In questo caso doppio, a Varsavia e a Parigi, due mondi diversi. Marie, presto orfana della madre, e anche di ogni fede religiosa, in una famiglia che l’ottimo padre, il professore Władislaw Skłodowski, fa fatica a mantenere, cresce rigida e sola, concentrata nello studio: presto “nasce il copione che Maria ripeterà più volte nll’arco dela sua vita grandi depressioni che lei chiamerà crolli di nervi che attribuirà alla fatica, e ritiro ascetico negli studi, e poi nella ricerca”.
Una vita non facile, e anzi molto difficile. Si legge d’un pezzo, Stefania Dodda sa rendere commestibile e anzi golosa la documentazione, per molti aspetti terribile. Che lascia un gusto al fondo amaro: la pluripremiata, universalmente riconosciuta, scienziata, benefattrice per definizione dell’umanità, non ebbe vita facile. Per nessun aspetto, personale, sociale, scientifico. Se non il rapporto col marito, e con le figlie, di cui sempre si curò con minuzia. Sembra una storia inverosimile.  
Stefania Dodda, Marie Curie, Corriere della sera, pp. 157, gratuito
 


martedì 7 luglio 2020

Problemi di base di mercato - 578

spock

Un’azione Amazon “vale” tremila dollari?

 

E una Tesla millequattro – 160 volte l’utile (atteso)?

 

Tesla vale il doppio di Toyota?

 

Ogni giorno Tesla rimbalza di 14 miliardi di dollari, tanto quanto vale tutta la Fiat-Chrysler?

 

Cinque giorni di rimbalzi di Tesla valgono come General Motors, Ford e Fiat-Chrysler insieme?

 

È il mercato dei fessi?  

 

Ci sarà Putin dietro Wall Street, che ne dice la Cia?


spock@antiit.eu

Letture - 426

letterautore

Bemporad – Giovanna Bemporad, che fu poetessa anche illustre negli anni 1960, poi del tutto dimenticata, era ricordata così sul “Corriere della sera” il 4 settembre 2013 – era morta per la Befana dello stesso anno, celebrata sullo stesso giornale da Pierluigi Panza commosso: “Quello tra Pasolini e Giovanna Bemporad è stato un rapporto unico, dice Gabriella Sica. La Bemporad già a sedici anni era una traduttrice formidabile e trascinava Pasolini a Casarsa dove facevano lezione insieme. Sono stata a lungo sua amica e un giorno Giovanna mi ha rivelato che a un certo punto aveva capito di dover cedere il passo a Pasolini, perché era lui il più grande”.

Giovanna si era sposata con un politico democristiano, senatore e ministro, Giulio Cesare Orlando, con Ungaretti testimone di nozze. Di suo passò la vita a perfezionare la raccolta “Esercizi” pubblicata da Garzanti nel 1948. Amava dire i versi degli altri, in tutte le occasioni, pubbliche e private. E tradurre: Omero, Virgilio, Goethe, Novalis, von Hofmannstahl. Da ultimo volle tradurre l’“Odissea” in endecasillabi – consegnando infine un’edizione “definitiva” ma “non completa”.

Concilio di Trento - “Erant ibi etiam 300 honestae meretrices, quas cortigianas vocant”, c’erano anche trecento meretrici oneste, che si chiamano cortigiane - Kant, “Antropologia dal punto di vista pragmatico”.

Kant cita dalla “Historia Concilii Tridentini”, e “ibi” intende nella sola Trento, mentre il congresso si svolse per lo più fuori della città. La “Historia” è opera tarda del cardinale Pietro Sforza Pallavicino, in polemica con la storia di Paolo Sarpi - la storia, invenzione dell’Europa, è traditrice?

Follia – È poetica nel senso proprio, volgare, medico, della parola: molti poeti furono “pazzi” – ebbero crisi di vari tipi di follia, prima di Dino Campana e Alda Merini: Hölderlin naturalmente, o Tasso, e Nietzsche (è Nietzsche poeta? si), Heine, Nerval, Celan.

Heine – È in Germania come la Resistenza: c’è, “abbondante”, ma la Germania non sa che farsene.  La Germania, finalmente libera dal dovere imperiale, aveva alla sconfitta pronto da cent’anni il “partito dei fiori e degli usignoli”. Ma non ha saputo che farsene. E che c’è di più ideale dell’unità organica di democrazia, cosmopolitismo, pacifismo, diritti dell’uomo, e di più realistico anche, dovendosi dare un’altra storia, di quanto Heine prospettava? Ma niente, silenzio. Dovendone celebrare il centenario nel 1956 la buona Repubblica Federale se la cavò con un comunicato di poche righe.

Forse la Germania si vergogna. Così si dice, intendendo che si vergogna di Hitler e di sé. Ma forse si vergogna di Heine, che ha insegnato il tedesco ai tedeschi ma era ebreo, incancellabilmente benché apostata. Non per caso dovette andarsene a Parigi e farsi chiamare Henri.

O non sarà l’io e il mio Dio? Non si valuta a sufficienza l’eversione di Lutero, radicale, barbara. Sì, inni, salmi, canti e corali, ma è il nomadismo dell’anima che Lutero impone, a piccoli borghesi da secoli e millenni sedentari e abitudinari, uno sconvolgimento del loro minuscolo focolare intimo. Per non sanno bene che, ma fuori di loro. “Tutti i popoli”, diceva Heine, “quelli europei e quelli del mondo intero, dovranno superare questa lotta mortale, affinché dalla morte risorga la vita, dalla nazionalità pagana la fraternità cristiana”. Lo diceva ai tedeschi, cristiano neofita dopo tante prove – “keine Messe wird man singen,\ Keinen Kadosh wird man sagen,\ Nichts gesagt und nichts gesungen\ Wird an meinen Sterbetagen”, niente messe cantate, niente kadosh recitati, niente detti e niente canti ai miei centenari – alle celebrazioni della morte. 

Italiano – Brigitte Bardot imparò l’italiano prima del francese, dalla tata – lo racconta il suo biografo, Mauro Zanon, in “Brigitte Bardot, un’estate italiana”. La bambinaia, Dada, era stata portata in Francia dalla madre, Anne-Marie Mucel, francese nata e cresciuta a Milano, quando dopo il matrimonio con l’industriale Louis Bardot era andata a vivere a Parigi.

 La “ragazza bellissima, genere leonino”, etc., che sarà il grande amore del deus ex machina Malaussène, Pennac (“Il paradiso degli orchi”) dice avere “fianchi italiani che ondeggiano placidi”.

Jean Paul – Bisogna considerarlo fra i precursori, o ispiratori, di Marx? Hartmut Retzlaff, già direttore del Goethe Institut a Roma, in appendice a J.Paul, “Clavis fichtiana seu leibgeberiana”, ci trova tutto il primo Marx, che di Jean Paul era gran lettore: l’alienazione e il feticismo della merce, “i termini cardine della critica delle merce nel primo volume del «Capitale»” - molti studi sono stati fatti in argomento. E poi dopo: “L’uso metaforico delle Charaktermasken (termine che origina nella Commedia dell’Arte), come parametro di una sociologia dei ruoli ante litteram, e il termine Fetichismus per descrivere l’autoriduzione delle società evolute a un primitivismo percettivo, risultano decisive per la sociologia del tardo Marx”.

Letteratura –È femmina, non solo come genere grammaticale? Berardinelli lo dà per assodato, sul “Venerdì di Repubblica” parlando di Cesare Garboli, della sua infatuazione per il Pascoli “familiare”: “Il caso Pascoli metteva a nudo senza pudori la visceralità femminile della letteratura, il suo potenziale consolatorio e materno” – nel caso Pascoli a compensazione del “rifiuto di concepire ogni rapporto con la realtà e il principio di realtà se non come distruzione traumatica dell’intimità e amputazione del desiderio” (cioè, col rifiuto della femminilità?).

Norvegia – Nel 1946 il compaesano di Kunt Hamsum che gli si accompagna, l’unico che ancora parla allo scrittore premio Nobel da quando è stato sanzionato per hitlerismo, va scalzo. Porta le scarpe a tracolla per non consumarle - le porta per entrare un chiesa, le usa solo lì.

Padre – La figura è radicalmente cancellata dal romanzo familiare già nel 1985, da Daniel Pennac in “Il paradiso degli orchi”. La mamma sessantottina cambia spesso compagno, e con ognuno procura di fare un figlio – di cui non si occupa, ma è sempre la madre: la madre c’è per quanto assente, il padre no, e senza mancanze o nostalgie.

Popper – 1973-1974, si traduce infine Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, trent’anni dopo, da editore specialista, di pedagogia. A uso dei magisteri? L’Italia non voleva sapere che il socialismo bolscevico era totalitario, la colpa era di Stalin.

Shakespeare – “Ha scritto tragedie molto violente”, “Tito Andronico” o anche il “Mercante di Venezia” - Al Pacino, “Writers on writers”, il forum online di Antonio Monda, “la Repubblica”.

 V. Woolf – Amava “suo marito, colto, ma ebreo e per questo non trattato sempre come un vero gentleman, anche se lo considerava la pietra su cui appoggiare le proprie irrequietezze”, Alvar González-Palacios, “Nel cottage di Virginia Woolf” (“Sole 24 Ore”, 5 luglio) - e anche se ne ha preso il nome. Non per razzismo ma per snobismo. Che è razzismo, di chi si vuole racé, specie se non lo è per nascita.

letterautore@antiit.eu

Quarant'anni e non li dimostra

Un racconto di quarant’anni fa che sembra di oggi: la famiglia allargata (allargatissima, già allora senza padri: la mamma cambia spesso i compagni e con ognuno procura di fare un figlio), l’immigrazione, i marciapiedi dissestati e le buche, le febbri da centro commerciale, le manoleste, il “capro espiatorio” - l’impiegato su cui riversare le sontentezze dei clienti. Tutte le ubbie triviali  che esauriscono il nostro essere. Tutto da ridere. Con la pedofilia-necrofilia, e le bombe al centro commerciale, non da ridere - non c’è il darkweb perché non c’era ancora il web, ma funziona come se. 
 Non è il solo merito. Pennac, maestro di formazione e mestiere, già scrittore per ragazzi, romanziere per prova, si diverte e diverte. Con la grammatica, e con la grammatica del racconto. Forte italianista, che solo legge Gadda, il “Pasticciaccio”. Di suo pasticciando amabile, senza farlo pesare. Mette in scena il “capro espiatorio” appena filosofato da René Girard. La morosa del destino chiama “zia Julia”, e le dà 32 anni, come la zia di Vargas Llosa, da poco (1977) famosa. Anche lo stile buffone, aristofanesco, attorno a un protagonista, Malaussène, che è un “deus ex machina”,  sembra una ripresa, dal genere americano che trovava il suo riferimento nel “Mumbo Jumbo” di Ishmael Reed - Malaussène si vuole “Ubu Re, «cittadella vivente»”, e ha la “memoria omeopatica” delle “circa 24 mila vignette degli albi di Tintin”. 
Un divertimento, sovversivo, eversivo, irridente, nella naturalità-normalità del day-to-day. Il primo racconto del “ciclo Malaussène”, sette libri, e il primo del “quartetto Belleville”. Molto aiutato dalla traduzione:Yasmina Melaouah lo asseconda e quasi lo migliora – l’italiano sembra perfino più “maulassèniano” (disinvolto, paradossale) dell'originale.

 

Daniel Pennac, Il paradiso degli orchi, Feltrinelli, remainders, pp, € 3,75


lunedì 6 luglio 2020

Cronache dell’altro mondo - 65

Sembra moderato l’oltranzista Trump, che di fronte alla apparente incontestata sollevazione “generale” contro ogni principio di rodine – dal disarmo si è passati all’abolizone della polizia…- si limita a denunciare il “fascismo di sinistra”. A torto?
Un’azione di commandos, di guerriglia urbana bene organizzata, l’abbattimento della statua di Colombo a Baltimore. Poi trascinata, con veicoli speciali, essendo ancora pesante benché frantumata, di marmo di Carrara, fino al mare – è stato difficile anche buttarla a mare. Tutto ciò non nel deserto, a Baltimora, città storica, mezzo milione di persone, porto sempre importante. Nell’inerzia della polizia e della politica locali, e anzi nel silenzio dei più. Il sindaco, il
democratico Bernard Jack Young, afroamericano, si è limitato a dire: “Beh, succede”.
Nell’indifferenza perfino dei media, che pure in America privilegiano il sensazionalismo – chi era il commando, chi l’ha organizzato, come è stato organizzato l’abbattimento, quante ore e giorni ci sono voluti? Boh!
Forse non sono nemmeno neri i cacciatori di statue. Tutti comunque, neri compresi, sono eredi di Colombo. In tutti gli aspetti.
Le rivolte negli Stati Uniti, questa in corso come le tante che l’hanno preceduta, avvengono in modi “terzomondistici”, organizzati-disorganizzati: umorali, estremistici, incostanti.
La rivolta contro la storia lascia perplessi gli ambienti progressisti americani. Che non approvano ma non parlano. Come se avessero perduto la parola, l’uso della parola: gli intellettuali non sono in
America meno inefficaci che in Europa, ma sono più conformisti.


Secondi pensieri - 424

zeulig

Damnatio memoriae – Ha sempre colpito i potenti alla morte, o quando vanno in disgrazia: i monumento e le opere che li hanno glorificati vengono rimossi o dismessi o distrutti. Anche in effigie: si abbattono monumenti, si cambiano i nomi di strade e piazze. Per reazioni istintive, di massa, oppure per disegno politico - si riscrive la storia.

Il più grande esempio è il più distruttivo: papa Gregorio Magno fece di Roma una discarica decretando l’abbattimento di tutti i monumenti pagani. A Roma si arriverà ad esumare anche cadaveri di papi per buttarli al Tevere. Le rivoluzioni si segnalano per l’abbattimento di statue e dipinti, qualcuna anche di specchi e lanterne – di ogni possibilità d’immagine. Si sono abbattuti i monumenti di Mussolini, le statue di Stalin, Nkrumah, Ceausescu, che le amavano. Il presidente Mao avrebbe ordinato per un periodo alle Guardie Fosse la distruzione dei monumenti, per ricavarne materiali da costruzione.

Ma non c’è memoria buona? Del milite ignoto, per esempio. Di Gandhi, o Lincoln, o Churchill. E Garibaldi. O lo stesso Colombo. E i santi? Budda per esempio – ogni immagine essendo proibita per certo islam, i talebani ne hanno potuto distruggere le immagini giganti a rilievo sulla montagna a Bamiyan.

La damnatio memoriae è parte della storia? Si spiega così che la distruzione dei Budda di Bamiyan è avvenuta senza riprovazione del mondo asiatico, variamente buddista.


Femminismo – È anticipato dal dogma dell’Assunzione di Maria Vergine, 1950 – “La Vergine Maria, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”. È tesi scandalosa di Jung in “Risposta a Giobbe” – dove prende a partito il Dio cattivo della Bibbia. Leggendo l’Assunzione come estensione del dogma della Trinità a Quaternità, a un modo di essere della divinità aperto anche alla dimensione femminile. Jung apprezzava l’Assunzione come riconoscimento femminista in quanto il metodo papale era quello giusto: “Il metodo che il Papa adopera per dimostrare la verità del dogma ha senso per la mente psicologica”.
L’Assunzione Jung dice “una reazione nel senso della speranza”, che alimenta l’inconscio collettivo, e una risposta al dolore umano, al senso dell’abbandono. Il dogma Jung trova possedere ha un carattere simbolico-psicologico forte , e dice “il più importante evento religioso dai tempi della Riforma. Si tratta di una pietra dello scandalo” solo “per una mente priva di sensibilità psicologica”. La proclamazione del dogma risponde a movimenti millenari di attesa e preghiera, che solo avevano un bisogno di decodificazione: “Il metodo dell’argomentazione papale è però del tutto chiaro e lampante per una mente dotata di sensibilità psicologica, in quanto si appoggia in primo luogo alle indispensabili prefigurazioni e in secondo luogo su di una tradizione di testimonianze più che millenaria. Il materiale di prova che dimostra l’esistenza dei fenomeni psichici è perciò più che sufficiente. La circostanza che si tratti dell’affermazione di un fatto fisicamente impossibile non cambia assolutamente nulla, in quanto tutte le affermazioni religiose sono altrettante impossibilità fisiche. Se non lo fossero, dovrebbero venir trattate nell’ambito delle scienze naturali. Esse si riferiscono però tutte alla realtà dell’anima e non a quella del mondo fisico”.
 Jung arriva a difendere il dogma anche contro le perplessità manifestate in ambito cattolico.

Una seconda considerazione di Jung allarga la questione a un interesse suo personale per l’esoterismo, che Alain Corbin metterà in rilievo: “Per la nostra epoca è psicologicamente significativo che nell’anno 1950 la fidanzata celeste sia stata unita al suo fidanzato. Per l’interpretazione di questo avvenimento non vengono presi in considerazione, naturalmente, soltanto gli argomenti ai quali si riferisce la Bolla papale, ma anche la prefigurazione nelle nozze apocalittiche dell’Agnello e nell’anamnesi anticotestamentaria della Sophía. L’unione nuziale del talamo rappresenta lo hierósgamos e questo a sua volta rappresenta il prologo all’incarnazione, cioè alla nascita di quel salvatore, considerato, sin dall’antichità come il filius solis et lunae, come il filius sapientiae e come la corrispondenza di Cristo”.
Corbin, che la teologia dell’Assunzione vuole rivoluzionaria, eversiva, sulla base della junghiana  “Risposta a Giobbe”, in “Il circolo di Eranos a Ascona” riporta Jung ai suoi “Studi sull’alchimia” e “Psicologia e alchimia”. Per dire che
“Risposta a Giobbe”  “delinea una straordinaria fenomenologia della religione sofianica”. La fenomenologia di Jung è quella dell’anima, argomenta  Corbin, e trova uno straordinario compimento nel dogma dell’Assunzione di Maria: “Dalla domanda di Giobbe, rimasta senza risposta, all’annuncio del regno della Sophia eterna, che magnifica con un senso teologicamente imprevisto la recente proclamazione papale del dogma dell’Assunzione della Vergine Maria, è stata innalzata una fenomenologia senza precedenti”. Nella scia di Kierkegaard, “il Giobbe cristiano”, “che attirava giovani filosofi all’avventura della soggettività come verità”.
Il “circolo di Eranos a Ascona” Corbin si pregia di avere frequentato per la presenza fisica o aleggiante di Jung. E “col p. Sergej Bulgakov, araldo della Sophia e del pensiero sofianico”,  di Berdjaev, di Florenskij.


Lavoro – Disprezzato dalla Bibbia, è lodato da Esiodo - “Le opere i giorni” sono una defensio del lavoro. Ma già da Omero, con chiarezza anche se una volta sola, nell’“Iliade”: “L’arte – e non la forza – fa il buon boscaiolo; con l’arte il pilota, sul mare colore del vino, guida la nave veloce, battuta dai venti; con l’arte l’auriga vince l’auriga”.
Dicono “arte” varie traduzioni. In Omero è métis, che è divinità potente, figlia di Oceano e di Teti, e impersona saggezza, ragione e intelligenza – Kerényi ne fa l’intelligenza pratica.


Mercato – Per orni 100 euro di spesa alimentare - calcola un studio The European House- Ambrosetti sulla “filiera agroalimentare estesa”, dall’agricoltura alla ristorazione -  solo 5,1 euro vanno alla filiera agroalimentare. Il grosso va ai servizi accessori: 32,8 euro alla logistica e al packaging, 31,6 al personale, 19,9 al fisco, 8,3 ai fornitori di macchinari e immobili, 1,2 alle banche, 1,1 alle importazioni nette. La distribuzione si prende anche la parte maggiore del poco che in teoria va alla produzione: dei 5,1 euro il 43,1 per cento va all’industria di trasformazione,  il 19,6 all’intermediazione, il 17,7 all’agricoltura, l’11,8 alla distribuzione, il 7,8 alla ristorazione.
La filiera agroalimentare estesa è il primo settore per importanza di un’economia progredita quale quella italiana, con un fatturato di 538 miliardi, pari alla somma del pil di Danimarca e Norvegia.
Il mercato confina la produzione, sia pure di generi di prima necessità, in posizione e ambito subordinato e ristretto: la produzione è la parte minima del mercato. Che sempre meno è un mercato di produzione e sempre più è “La favola delle api” di Mandeville: l’economia è del superfluo – l’economia di mercato.

Viaggio – Dilata il tempo. Il pastore forbito dello scrittore Consolo in “Retablo”, 108, trova “l’essenza della vita dentro nel viaggio, per cui viaggio si fa dentro viaggio, ignoto nell’ignoto”. Così il pastore statico si accorge di capire “coloro che viaggiano: capisco gli eterni erranti, i nomadi, i gitani: vivono ancor di più dei sedentari, dilatano il tempo, ingannano la morte”.

zeulig@antiit.eu

Il genio in bianco e nero

 In pochi anni di vita e in pochissimi di attività quello che passa come “un illustratore” ha creato uno stile e una sensibilità. Le sue “illustrazioni”, in bianco e nero, ripetitive e tutto, restano a vario titolo vivaci e quindi memorabili. Il segno curvilineo. L’espressività grottesca. La lascivia, impura e semplice: malinconica.
Una galleria di immagini, situazioni, storie note e sempre nuove. Il segno in bianco e nero prende più del colore – non si saprebbe vedere colorato.
Una mostra aperta con molto richiamo a metà marzo e subito chiusa, ora fruibile online in streaming.
Aubrey Beardsley 1872-1898, Tate Britain

domenica 5 luglio 2020

Quando i bianchi morivano ballando – il virus del jazz

C’è una pandemia, un virus che si diffonde incontrollabile, mietendo vittime tra i bianchi, i bianchi americani – è il Jes Grew. Negli anni 1920, a Harlem, gli anni della Black Renaissance.
Un romanzo fusion. Una buffonata, costruita come tale. Da un autore accademico, professore a Berkeley. Con sapienza, poiché si rilegge, a quasi cinquant’anni dall’uscita, 1972, con godimento rinnovato. Il detective – poiché c’è una storia, naturalmente un giallo - è un animista, Papa Lebas. Che ha per aiutante un mago illusionista, Black Herman. Tutto il possibile avviene, e anche l’impossibile. Il virus Jes Grew porta i bianchi a morire di sfinimento per voler ballare come i negri, al suono del jazz – jes – di cui si sono appropriati.
Un divertimento, spensierato, ubuesco, esagerato. Tutta la storia, semiseria e anche seria, rimescolata per irridere, alla storia stessa. Una satira: gli Stati Uniti fanno la guerra ad Haiti – l’hanno fatta, dal 1915 al 1934 (la rifaranno vent’anni dopo il romanzo, con la operazione “Sostenere la democrazia”). La guerra al voodoo.
Contro i bianchi arraffatutto, anche il jazz, gli africani si prendono tutta la storia, passata e anche futura. “Nero è, con Cristo, tutto l’Occidente”. E non c’è scampo per i monogenetisti: nera era Eva e il paradiso terrestre, che sta in Sud Africa dalla parte della Rhodesia, o era in Kenya. Paradossale, incredibile, e divertente.
Mumbo Jumbo è il “prestito” linguistico africano dell’inglese d’America, il casino. Gli africani si prendono non solo l’Egitto e i faraoni, ma le crociate, i templari e ogni complotto, secolare e religioso, di prima e  dopo, gli africani d’America. Semplicemente mimando la razza bianca – di cui anche la Bibbia dice in fondo che i neri sono un’altra espressione. È l’essenza dell’uguaglianza.
Un mumbo jumbo, dice Reed, è anche giallo, gotico, d’azione e sentimentale, che un po’ di tutti i generi si appropria. La storia della cultura è seduzione irresistibile, benché rischiosa, e gli africani amano divertirsi, sono spensierati ed è il loro bello. Una volta individuato il meccanismo, l’operazione è semplice, la tentazione grande -  la storia è della stupidità. 
Con una nota di Elémire Zolla, sulla parte satanica.
Ishmael Reed, Mumbo Jumbo, mimimum f ax, pp. 303 € 14,50

Ombre - 520

Sabino Cassese, fine amministrativista, il bilancio lo fa semplice, con Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore”: “Nella pubblica amministrazione lo smart working è stato per molti una lunga vacanza”. Non si dice ma si sa. Toni Robinson, storico corrispondente del “Financial. Times”, un pomeriggio al Tesoro non trovò nessuno. E dall’usciere interpellato si sentì rispondere: “No, è la mattina che non lavorano, il pomeriggio non vengono”.

La presidente del Tribunale di Firenze Marilena Rizzo, della corrente sindacale di Palamara e sua compagna di merende al telefonino, costringe alla dimissioni il presidente di sezione Fernando Prodromo, dopo una mezza dozzina di angherie e procedimenti disciplinari finita nel nulla, per essere il presidente di sezione non della sua corrente, e anzi un po’ di sinistra.

Ora che Prodomo si lamenta, avendo deciso di dimettersi, la giudice Rizzo lo insolentisce. Palamara non è un caso.

Si gioca in Toscana una partita politica senza storia per le regionali, come già in Emilia-Romagna, che però il Pd rimette in gioco. Liquidando la centrale del latte, in un singolare vuoto di iniziative per la ripresa produttiva – la Toscana è maglia nera tra le regioni. Gli ex Pci si votano alla sconfitta per alterigia? Renzi nacque così: confinato alla Provincia in via di abolizione, come Dc in seno al Pd, dal 2009 vinse tutte le primarie, a sindaco di Firenze e a segretario nazionale, mobilitando i residui Dc mentre gli ex Pci sovranamente si dividevano per tre e per quattro.

Il giudice ansioso di condannare Berlusconi ad agosto del 2013, Esposito, minaccia fuoco e fiamme contro chi sostiene che il suo giudizio fu deciso da poteri occulti. No, fu deciso da lui. Che non era il giudice naturale di Berlusconi ma fu scelto appositamente. E personalmente condannò Berlusconi prima del dibattimento, come confidava a un giornalista del “Mattino”.

Berlusconi fu condannato per avere pagato sottobanco dei diritti tv. Per una cifra minima. E forse a sua insaputa. I diritti tv acquistati all’estero come veicolo di tangenti e di esportazione di capitali era dettagliato da G. Leuzzi, “Mediobanca Editore,” 1996, che vendette 500 copie, ma tutte a Milano e tutte probabilmente lette, in cui Fininvest brillava per non esserci, nella neo-costituita “capitale del cinema”. Ma nessuno dei fatti e dei nomi del libro è stato perseguito.

Il giudice di Berlusconi, Franco, cui è toccato redigere una sentenza di condanna che non condivideva e anzi sapeva essere falsa, è scomparso con la morte. Ma è raro tra i giudici: il vero giudice è Esposito, figlio, nipote e padre di giudici, corazzato dai quattro quarti.

Il figlio del giudice di Berlusconi, Ferdinando, giudice naturalmente anche lui, condannato a tre anni a Milano per aver ricattato un inquisito, evita la deliberazione della pena non presentandosi al Consiglio Superiore della Magistratura, che deve delibarla. Un giudice Esposito può, senza complotto: il Csm non obietta. Può continuare a fare il giudice, benché condannato

Pioggia di bandiere blu, quest’anno come ogni anno, di Legambiente per i mari toscani, per la quasi totalità infrequentabili, per affluenti sporchi, a cominciare dal Versilia, e altri scarichi. Con il record italiano, mediterraneo, europeo e forse mondiale, di microplastiche nel mare, lungo le coste e nell’arcipelago toscano, portate dai fiumi, Arno compreso – più inquinato del Po e del Tevere. Vecchia complicità Pci – la Toscana è l’ultima roccaforte?

Quest’anno bandiera blu anche per Marina di Carrara. Che si apprestava a farne celebrazione quando grossi topi di fogna si sono segnalati tra le scogliere artificiali a protezione del (residuo) arenile.

Vincono i Verdi nelle città francesi. Una scelta da ricchi? Dopo il contagio, malgrado la crisi – non produttiva, non sociale? L’Occidente non ha coscienza di che cosa è, si pensa sempre ricco dispensatore di grazie.

Un appello per l’accelerazione del vaccino anti-Covid promosso dal Nobel per la pace Younous raccoglie le firme di personaggi centrali dell’ex Terzo Mondo, e laterali dell’ex Occidente (Assisi, Prodi, WaĮesa) – le firme qualificate dell’ex Occidente sono di attori e cantanti.