sabato 25 luglio 2020

Letture - 428

letterautore

Aragon e Breton – Due francesi etnici, dicono i nomi, rinnovano un secolo fa, nel 1924, col manifesto del surrealismo, le lettere francesi. Ci provano, due provinciali.  
 
Bach
– “La lingua musicale di Bach sta a quella di Mozart, e ancor più di Beethoven, come la sfinge egizia sta alla statua greca che raffigura l’uomo”, è Wagner irriverente in un inciso del “Giudaismo nella musica”, il saggio antisemita del 1850. Con una coda: “Come la sfinge dal volto umano cerca di uscire dal corpo animale, così la nobile testa umana di Bach si sforza per uscire da sotto la parrucca”.

Dialetto – “«Molta parte dell’Anima nostra è dialetto», scriveva Croce sulla sua rivista ‘La Critica’ agli inizi ‘900” è l’attacco di “Do you speak dialetto?”, brillante servizio di Gaia Melone su “D”. con i linguisti Cortellazzo, Mioni, Regis sul ritorno del dialetto. Su Instagram è un pullulare di rubriche che riesumano i modi di dire popolari – tutte in inglese: Rome is more, Sicilian Says, Tuscanian Says, Calabrian Says, Milano says.

Il dialetto si è imposto – o non è stato imposto? – dalle serie di successo, “Suburra”, “Gomorra”, “L’amica geniale”. Si scelgono nomi dialettali come brand comerciali in quanto “segno e sinonimo di genuinità, purezza e tradizione”, Regis. Che ci trova anche tracce identitarie, la fissa del momento: “C’è sicuramente un aspetto identitario in questa riscoperta.  L’aggettivo identitiario è da considerarsi però non in senso politico, bensì legato … al desiderio di sentirsi vicini a casa, agli amici”.
Senza trascurare l’espressività, che Melone sintetizza con un Erri De Luca: “L’italiano  è una lingua senza saliva,il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole”.
  
Eros – Non c’è in Omero. È scoperta di Pascoli, “Il fanciullino”, 1897: “Non sono gli amori, non sono le donne, per belle e dee che siano, che premono ai fanciulli; sì le aste bronzee e i carri da guerra e i lunghi viaggi e le grandi traversie” – Omero non ne parla perché Pascoli lo vuole  il cieco al braccio del fanciullo che lo guida, che vede quello che il fanciullo vede,
L’omissione fu subito accantonata e anzi se ne tentò una riparazione, aggiunge Pascoli in nota, ma non a beneficio della poesia: “Non solo i poeti moderni, così assolutamente fissati sull’amore e sulla donna, ma anche gli antichi poeti tragici e persino i poeti corali immediatamente successi alla poesia epica, si diedero a colorire l’elemento femminile ed erotico dei poemi omerici. E le donne designate e mentovate in essi poemi , non bastarono, e se ne crearono di nuove. Ciò accrebbe l’interesse drammatico del ciclo, ma segna in esso la diminuzione di essenza poetica. Così Orlando innamorato e furioso per amore è più drammatico ma meno poetico di Rolando nella «Canzone»”.  
 
Indice – Le opere di Machiavelli, messe all’Indice nel 1559, al decollo ufficiale dello stesso Indice, erano state stampate tutte, compresa e”La Mandragola”, con il privilegio del papa Clemente VII.
 
Nietzsche – Si identificava in Gennaro, il santo. A lui dedicava il “motto”, una poesiola, “Motto zum Sanktus Januarius” – poco conosciuto, ripreso da Ramondino-Müller, “Dadapolis”:
“Tu che con l’asta fiammeggiante
Rompesti il ghiaccio della mia anima,
che ora rumoreggiando corre al mare
della sua estrema speranza:
sempre più chiara e più sana,
libera nella più amorosa delle leggi,
celebra quindi i tuoi miracoli,
bellissimo Gennaro”.
Se ne potrebbe argomentare l’omossessualità anche se latente. Che spiegherebbe i grandi trasporti, per Wagner o Paul Rée, e la maldestrezza con le donne, cui solo sapeva proporre il matrimonio.
Il bellissimo Gennaro – non il santo, il guappo che gli sfila il portafoglio “durante un trasporto amoroso” - è anche di Pasolini. E com’è possibile dire il bastone pastorale del santo “asta fiammeggiante”?
 
Opera – Meglio d’epoca, o aggiornata? Augias, già benemerito della lettura della musica nelle concertazioni radio con Roman Vlad, ha ripreso il tema col “Rigoletto” di Gatti e Michieletto nella stagione estiva all’opera dell’Opera di Roma, in difesa della attualizzazione. Attirandosi il sostego dello stilista Bruno Piatelli (Piattelli?), il rimprovero di Vittorio Emiliani, la riprovazione di Paolo Flores d’Arcais, e l’ironia di Nicola Piovani – “lei non pensa che il Perigordino”, il movimento coreutico di Verdi alla corte di Mantova, “(non) si potrebbe sostituire con una la musica di una Lambada, o di una pop Dance”?  Certo, “Il flauto magico” ridotto in trincea di Kenneth Branagh, tra bombe e crolli, è puro pretesto. Ma “Rigoletto” post-lockdown, col distanziamento, al Circo Massimo in qualche modo – in molti modi – ci stava.
 
Pound – Lancia nel 1913 il “vorticismo”, movimento di rinnovamento della lingua e la poesia inglesi. Come spiega in vari saggi, e come dice in “Blast”, la rivista del movimento, che lanciò col pittore Wyndham Lewis, che sottotitolava “A review of the Great English Vortex”, sulla traccia dichiarata del Futurismo e in particolare di Boccioni, dell’arte come espressione di un “vortice di passioni”. Ma più probabilmente, consciamente o no, come eco dell’acmeismo  russo, fondato un anno prima da Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam e altri poeti russi come appunto “movimento di punta”, dal greco akmé.
Pound e Wyndham Lewis, i rinnovatori di programma dell’inglese letterario, erano non etnici: Pound americano, Wyndham Lewis canadese.
 
Processioni – “Anche la bande”, lamenta il maestro Muti con Anna Bandettini sul “Robinson” a proposito delle quarantene da virus, “senza più feste patronali, sono senza lavoro”. Ma non lo erano già da tempo, le feste patronali essendo state bandite dal politicamente corretto dei preti, impegnati nel sociale, o ridotte a giaculatorie, senza nemmeno canto?
 
Romanzo – Può essere “letale” per la democrazia, secondo gli studi specifici condotti a Trento da Emanuele Castano – che ne riferisce sul “Corriere Salute” – e il Dipartimento universitario di psicologia evoluzionista. I romanzi sono “letterari” o “di genere” anche per la psicologia, per gli studi sui riflessi della lettura nella psicologia. I primi sono problematici, spiega Castano, i secondi di svago, non una novità. Ma c’è di più, spiega Castano: “Dal punto di vista della salute mentale i romanzi letterari, chiamando in causa le credenze, gli schemi e le certezze, possono aumentare la nostra ansia esistenziale. I romanzi di genere, al contrario, sono rassicuranti. Per coloro che auspicano un modello di società basato sui principi della libera democrazia, però, una dieta esclusiva di romanzi popolari può essere letale”. Contribuiscono a ottundere, spiega lo studioso, la capacità di analisi e la mentalità.

letterautore@antiit.eu

Sovranismo vs. nazionalismo

Priti Patel ministra dell’Interno di Boris Johnson , è alla testa dell’ala più nazionalista del partito Conservatore. D opo il primo ministro ma particolarmente dura contro l’immigrazione, degli europei compresa. Patel è figlia di indiani dell’Uganda, di emigranti due volte.
Prima di Patel la carica di ministro dell’Interno era detenuta da Sajid Javid, ora cancelliere dello Scacchiere, la seconda posizione nel governo dopo quella del primo ministro. Javid, figlio di immigrati poveri dal Pakistan, che nella bio fa valere l’ostracismo subito a scuola dai compagni inglesi, era meno duro di Patel ma solo nello stile. Il sovranismo è una forma aggiornata di nazionalismo. Ma senza gli ingredienti del nazionalismo, che in qualche modo lo giustificano: la tradizione, la cultura, lo stile di vita. Basta la chiusura. 
 Il linguaggio di Salvini, che pure nella sua riedizione della Lega ha dismesso il razzismo, per esempio verso il Sud, potrebbe essere articolato. È semplice – ripetitivo, rozzo – probabilmente perché voluto, per una strategia di comunicazione: l’immigrazione è un’aggressione, l’Europa è troika. Perché il sovranismo è – in qualche misura anche si vuole, rivolgendosi a un pubblico – rozzo.  


Alle radici – leggibili – di “Finnegans Wake”

Dieci brevi racconti, di un fatto, un  personaggio, che Joyce svilupperà in “Finnegans Wake”, qui ancora parzialmente leggibili. Abbozzati nel 1923, qualche mese dopo avere licenziato l’“Ulisse”. Con irriverenze memorabili. Il “martirio” di san Kevin. San Patrizio e la creazione del bisniss della “relittigiosità irlandese”, cominciando con l’abolire la lingua. La lettura anti-wagneriana di Tristano e Isotta, Tris e Issy: Tris “amante senz’amor, peccator senza peccato” di Issy, “il suo poco men che nipote” e “sua zia prossima ventura”. L’ultima riga certifica la nascita di Donn’Anna Livia Plurabelle Earwicker, che troneggerà in “Finnegans”.
Il Joyce goloso, si fa per dire, del traduttore – ammesso che ci sia gusto nella traduzione. Ottavio Fatica, cui si deve la traduzione-invenzione di questi brani, si dice offeso e arrabbiato in una larga nota, con se stesso, con Beckett&Co, i moschettieri dell’illleggibilità post-“Ulisse”, e con Joyce stesso.
Un strenna. Per joyciani e - in traduzione - non. Un’edizioncina elegante, con le illustrazioni dell’edizione inglese, di Casey. Con i due saggi che hanno accompagnato quella edizione. Danis Rose fa dell“Ulisse” l’epopea dublinese e di “Finnegans” l’epopea irlandese, di quando Giacomo e Nora riscoprono Dublino e l’Irlanda, da cui erano fuggiti – lei lavorava da sguattera al “Finn’s Hotel” di Dublino. Fatica irriverente racconta la vera storia di James e Nora. E sulle citazioni di Joyce vuole precisare che “non era il «prodigioso lettore» che hanno voluto farci credere, bensì un piluccatore”.
James Joyce, Finn’s Hotel, Gallucci, pp. 1125, ill. ril. € 13


venerdì 24 luglio 2020

Islam è bello

Claudio Monge, un domenicano che vive a Istanbul, dove dirige un Centro domenicano per il dialogo interreligioso e culturale, dà oggi, giorno della consacrazione islamica in pompa di Santa Sofia, su “la Repubblica” questo ordine di spiegazioni. Primo, la colpa è dei cristiani e dell’Occidente: “Chi parla di sfregio alla cristianità sembra non avere la più pallida idea che a Santa Sofia i cristiani si sono aspramente combattuti fra di loro per secoli”. Mentre Erdogan “trova una sponda perfetta in un certo Occidente dove sono più che mai vive le logiche da crociata, da tifoseria, facilmente eccitabili con l’ostentazione blasfema dei simboli religiosi” – lui però no, Erdogan non è blasfemo. Secondo, ai vescovi americani in lutto, dice: “Vorrei far notare che da 580 anni Santa Sofia non è luogo di preghiera cristiana!”
Sul settimanale del quotidiano, “il Venerdì di Repubblica”, per la stessa evenienza Filippo Di Giacomo fa parlare un gesuita professore di teologia all’università Gregoriana, Felix Körner. Il cui messaggio così sintetizza: “I cristiani dovrebbero rallegrarsi, perché, dopo 85 anni durante i quali era stata ridotta a museo, Hagia Sophia finalmente verrà nuovamente usata per la preghiera”. Ottima il gesuita dice anche la situazione delle minoranze cristiane in Turchia e nel mondo islamico, greci, armeni e di altra etnia – qui con le sue proprie parole: “Non sono trattate peggio delle minoranze religiose che risiedono nella maggior parte dei Paesi cristiani”. Vengono cioè nella maggior parte dei Paesi cristiani tranquillamente trucidate, a tiro singolo o in gruppo, come avviene in Egitto, in Pakistan e nella stessa Turchia?   
Per i preti islam è bello? Si capisce la confusione in Vaticano, e la solitudine del papa, dopo i tanti errori commessi con l’islam – Körner si definisce “consigliere del papa per le questioni islamiche” – e nel dialogo delle fedi. Ma con un senso di sconforto per tanta inettitudine, incultura anche, di ordini religiosi pure famosi per capacità critica e sapere. Sembra il racconto di Gogol': cosa non si fa per uscire sui giornali.


Marrano è bello

Da una condizione di segretezza, e quasi di latitanza, a una di affermazione sul mondo, anche se non orgogliosa né dichiarata: un’estensione e non una mutilazione dell’ebraismo. Anzi, una sorta di modo di essere dell’ebraismo, se non di ogni sorta d’identità comunitaria, Donatella Di Cesare arguisce in questa svelta ricostruzione della condizione dei “marrani” storici, obbligati in Spagna da “re cristianissimi” alla conversione ma in cuor loro - e in famiglia, al chiuso – renitenti: “La definizione di marrano mette in questione quella di ebreo”.
La disamina la filosofa utilizza anche, allargando l’obiettivo, per configurare il tema della identità oggi: non più univoca, e anzi impossibile se non nel meticciato – che non nomina ma sottintende nella condizione dei marrani. Dichiarandolo fin da subito: “Con loro implode e si frantuma il mito dell’identità”.
Si può pensare la condizione del marrano, costretto a una fede che non sente sua, come di sofferenza e di ingiustizia, situazioni da riparare. Di Cesare se lo dice, leggendo le storie che ne sono state fatte, da Cecil Roth a Yersushalmi, partendo da Maimonide. La dissimulazione porta all’“angoscia della doppiezza”, dice anche, al sé diviso. Ma per coglierne una ambivalenza, che fa sua. Riportando il marranismo ancora più lontano di Maimonide, del secolo dodicesimo, al libro di Ester nella Bibbia, la prima marrana, che vinse per dissimulazione – in un racconto peraltro che Di Cesare mostra divertito, da “Mille e una notte”, più che messianico.
Una condizione non di oppressione, né una furbata. Intanto, una condizione che si è ritorta subito contro il cristianesimo, inventando e introducendo nella storia l’irreligiosità, la miscredenza, l’ateismo. E una condizione oggi comune: “Con loro implode e si frantuma il mito dell’identità”. Anzi, di privilegio, una sorta di autoimunizzazione, di cui beneficerebbe tutto l’ebraismo. “Il messianismo si reitera”, è la conclusione di Di Cesare, cioè l’ebraismo. Dopo aver ricordato Shmuel Trigano: “C’è una sindrome marrana nell’ebraismo”.  O, di suo: “Il marranismo è inscritto sin dall’origine nell’ebraismo. Altrimenti detto: l’origine dell’ebraismo è marrana”.
Curiosa rivendicazione, di non appartenenza e di dissimulazione. Che si traduce peraltro in una sorta di avocazione universale, “da Cervantes a Pessoa, da Montaigne a Proust”, con Teresa d’Avila e altre sante, “Lazarillo”, la scoperta dell’America, e Benjamin e Derrida. Una rivendicazione della “purezza del sangue”, la setssa che si rimprovera giustamente all’Inquisizione. E a un certo punto anche una vasta rete di connivenze, “una straodinaria rete di collegamenti… un legame fraterno sviluppato nella clandestinità forzata”. Anzi, ebraica è la storia, è l’altra conclusione di Di Cesare: “Nella tradizione ebraica il ricordo è un obbligo: zakhor! L’ingiunzione si ripete ossessivamente nella Torà, anima i versetti, sorregge il testo…  Così il popolo ebraico – secondo Yerushalmi – introduce il concetto di «storia» destinato a diventare patrimonio universale”.
Finale ancora più curioso, la negazione del mondo. Al termine di tante esclusioni e auto-esclusioni solo l’ebraismo esiste: il concetto, e la pratica, della thomasmanniana “elezione”. Ma l’elezione nella dissimulazione?
Donatella Di Cesare, Marrani, Einaudi, pp. 113 € 12



giovedì 23 luglio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (431)

Giuseppe Leuzzi

Lo scandalo Wirecard in Germania non ha il morto, ma ha tutti gli altri ingredienti della mafia. L’imbroglio contabile, connaturato e non occasionale. Le complicità, per anni, decenni. Le protezioni – la cupola. Una mafia che pagava (li ricattava?) i controllori: agenzie di rating e funzionari dell’Autorità di Borsa.

“Intanto sono crollati tredici ponti, e nessuno sa il perché”, tuonano sul “Corriere della sera” Milena Gabanelli e Fabio Savelli. Mentre, pare, dall’articolo che gli stessi firmano, che ne siano crollati quattro. Che sono sempre molti ma non tredici.
L’autostrada ancora non è digerita in Italia, anche se Fanfani ne commissionò molti km. negli anni 1960. Sarà per questo che la Salerno-Reggio Calabria è tanto vituperata – lo è stata, adesso, da un paio d’anni, non più: è un principio di autostima?   

“Sotto il governo austriaco”, nota a un certo punto Riccardo Pazzaglia in “Partenopeo in esilio”, e precisa: “Molti non lo sanno, ma qui abbiamo avuto anche quello”. Qui al Sud.

Il Regno di Cavour
Che la questione meridionale – il ritardo del Sud – sia conseguenza dell’interruzione improvvisa del Risorgimento, del processo unitario, nel momento in cui si concludeva dopo i Mille, è nelle ultime parole di Cavour, nel letto che abbandonerà con la morte. Variamente riportate, ma tutte convergenti in un solo pensiero: la necessità d procedere a una unificazione equa, nel rispetto della libertà di ognuno. Montanelli lo fa in queste ultime parole “montanelliano” – un colpo al cerchio e uno alla botte – nelle ultime parole al Re in visita: “E i nostri poveri Napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire sì, sì, si lavi, si lavi! Niente stato d’assedio, nessun mezzo di governo assoluto. Tutti sono buoni a governare con lo stato d’assedio…”.
Senza riserve la versione del segretario Isacco Artom - uno dei segretari, con Costantino Nigra: “Non sarà ingiuriando i Napoletani che li si modificherà… Basta con lo stato d’assedio, con questi strumenti di dominio assoluto. Tutti sanno governare con lo stato d’assedio. Io governerò con la libertà e dimostrerò cosa possono diventare queste belle contrade con dieci anni di libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia”. 
Se non che Cavour dice anche l’opposto – in questo caso lo scrive: “Anche la truppa è un grande elemento civilizzatore”.

Il Regno di Camilleri
Camilleri ha spesso riferimenti alla Calabria – non ad altre regioni oltre la Sicilia, solo alla Calabria. Riferimenti comuni nel messinese, da sempre legato alla parte bassa della Calabria, mentre lui è di Agrigento, diametralmente all’altro capo della Sicilia. Ha anche riferimenti - non di modi di dire ma storici, aneddotici, giuridici - anche a Napoli. Da Regno delle Due Sicilie. Che sembra ovvio ma non lo è: nella narrativa meridionale il Regno borbonico è come se non ci fosse stato, a parte la lamentazione.

“Testa firrigna di calabrisi”, pensa Montalbano di Livia. “Testa di calabrisi”, pensa sempre Montalbano dell’Autore, che lo importuna con continue telefonate. Usa anche “schettu” e “turduni”, due parole in uso e d’immediata comprensione in Calabria , nel reggino, infrequenti in Sicilia – “schettu” sta per “celibe” e – in questo caso – per “diretto, veritiero, leale”, “turduni” per “cocciuto”.

Il Regno com’era
Torna periodicamente la questione del Regno delle Due Sicilie, se al momento dell’unità se la passava così male oppure se non stava bene e fu depredato. Una cosa è vera e anche l’altra, si sa, ma insieme: non stava tanto male come si è poi detto, e in parte fu depredato, ma non stava nemmeno bene, e non fu messo in ginocchio.

Un bilancio si può fare – oltre che con le cifre, come usa, che però non risolvono la questione - con le testimonianze di osservatori o viaggiatori accorti quando ancora il Regno era rispettato, da Campanella, 1692, a Montesquieu, 1728, a Dupaty, 1785, al marchese d Sade, 1796. “In Napoli son  da trecentomila anime”, scriveva Campanella ne “La città del sole”, “e non faticano cinquanta milia” – che “patiscono fatica assai e si struggono”, mentre “l’oziosi si perdono”, e molti “guastano tenendoli in servitù e povertà”. La povertà meraviglia Montesquieu: “Ci sono circa 50-60 mila uomini chiamati Lazzi, che non hanno niente al mondo: né terre né mestiere”. Più dettagliato Dupaty, un giurista: “L’intelligenza non è affatto rara a Napoli… Ma oggi, su cento persone, soltan to due sanno leggere”. Aveva esordito notando: “Le arti meccaniche mancano qui degli strumenti più comuni nel resto d’Europa. Qui impiegano otto giorno per fare un lavoro che in Francia si farebbe in un’ora”. Sade lamenta che l’unica occupazione siano le feste, “simili infamie”.


La porta dell’Oriente
Fino a tutti gli anni 1950, fino a quando l’aereo non ha soppiantato la navigazione per i viaggi intercontinentali, Napoli è stata per secoli la porta dell’Oriente. Giapponesi, cinesi, indiani arrivavano in Europa, e ne partivano, via Napoli. È uno dei gtanti asset che la città ha spregiato, e sprecato, nel dopoguerra – non potendo più essere l’hub viaggiatori avrebbe potuto trasformarsi imn hub merci, e comunque
segnalarsi come punto di collegamento con l’Oriente – un asset di cui residua solo L’Orientale, l’università.  
Montesquieu in viaggio per l’Italia testimonia nel 1728 di un progetto sino-partenopeo, avviato da un “bravo ecclesiastico, don Matteo Ripa”. Che aveva costruito, “con i soldi fornitigli dal papa”, un collegio per giovani cinesi, da istruire nella fede cristiana e poi rimandare in Cina. Un progetto che trovava l’entusiasmo della Cina: “L’imperatore contribuisce alle spese”.


Ecoballe
56 “ecoballe”, da usare come combustibile per termovalorizzatori, giacciono da cinque anni nel canale di Piombino, nel mare di Follonica, noto posto di mare in provincia di Grosseto. Dopo cinque anni, la cosa diventa nota perché il governo ha dovuto disporne la rimozione. Ma giusto in otto-dieci righe nelle cronache locali. Per due o tre estati invece dieci anni fa a Cetraro, Diamante, Amantea, in Calabria si sono cercati invano tre – o trenta, o centotrenta - bidoni di “materiale tossico”, “affondati in mare dalla ‘ndrangheta”, che non si sono trovati. Benché il governo abbia speso molto in campagne di ricerca. Con molto clamore, locale, nazionale e internazionale. E utile dei pentiti, che a mano a mano, avvertiti, non mancavano di menzionare l’affondamento, anche se purtroppo imprecisi.
Contenti soli i pescatori. Che più non pescavano già da molti anni, ma sono stati indennizzati per un paio di stagioni della mancata operatività – si sono molto arrabbiati quando il ministero dell’Ambiente ha sospeso le ricerche, avendo trovato solo il relitto di una nave affondata nel 1917. Cetraro, che puntava a un turismo di qualità, cerca ora di riqualificarsi. Le stagioni estive rovinate all’industria dell’accoglienza nell’Alto Tirreno cosentino non contano.
La paura è di se stessi.


Milano
“Il «primo teatro al mondo» (Stendhal) riapre dopo il virus con quattro concertini stile Martini&Rossi, mentre intorno abbiamo: La Fenice con «Ottone» di Vivaldi, Torino-Rai con Gatti e il Novecento storico, e Roma addirittura in doppietta (Gatti-«Rigoletto» e Pappano – tutto Beethoven)”, lamenta il milanesissimo “Mephisto” sul “Sole 24 Ore”.
I milanesi sempre si lamentano. Ma, certo, il virus ha vanificato la prosopepoea di essere la prima e la migliore città d’Italia, che dico d’Italia, d’Europa, che dico d’Europa, del mondo – come Ezio Greggio avrebbe potuto dire.
 
Virgilio è lombardo. Se ne accorge Ceronetti a Mantova, in avvio di “Albergo Italia”. “Soprannominato la Vergine, messo da Orazio nel raro club degli esseri senza macchia, Virgilio incarna l’aura lombarda nella sua specificità mantovana”.
E a Mantova “quanta bellezza d’anima lombarda” Ceronetti trova – “e per lombardo dell’anima intendo amabile, generoso, tollerante, non incline alla fatuità, pensoso, virgiliano”.
 
“Devi falsificare le carte”: non è il corruttore che in insidia il corrotto, è il corrotto, il funzionario milanese, che vuole la falsificazione, in appalto e nei lavori. Anche a rschio strage: “Falsifica il cavo”, dice il funzioanario all’appaltatore, “se ne accorgeranno solo se brucia tutta la galleria”.
 
La corruzione non è di oggi, casuale, lo è di sempre: “Se sul cavo è stampigliato FC-16 o RFG-16”, dice uno dei funzionari della metro milanese ora sotto accusa, “deve essere scartavetrato e ristampigliato R-18. Ci sono le macchine apposta, lo facevamo trent’anni fa in ferrovia”.
 
Si ruba a Milano normalmente: le mazzette, richieste e date, non fanno scandalo e non necessitano trattative, sono la normalità – forse per questo non c’è più bisogno di “bravi”, di mafiosi. Le mazzette che la Procura con gran dispiego di mezzi ha denunziato all’azienda della metro milanese sono inezie - scontato pure il cinismo della mancata sicurezza delle forniture.
 
Sono pratiche in cui la stessa Procura si era imbattuta all’inizio del 1992, le tangenti all’Atm, l’azienda dei trasporti, ma poi decise di concentrarsi sul Psi e una parte della Dc, nel golpe giudiziario battezzato Mani Pulite. Non sconosciute cioè alla Procura, e tenute in serbo per quando servono, politicamente. Anche la Procura è milanese, benché tenuta solitamente da giudici napoletani, sempre ossequenti. Ora bisogna abbattere Sala, il Pd?
 
Era – è stata a lungo nel dopoguerra, anni 1950-1960 - il luogo delle leggerezza. Del cabaret, inventivo, brillante, fascinoso: Fo-Parenti-Durano, Jannacci, Gaber, Cochi e Renato. Anche Franca Valeri – parla milanese benché romana per scelta. Con la panna montata di Camila Cederna. Era un maschera?
 
Si magnifica il Bosco Verticale. Un palazzo per miliardari. Con manutenzione costosissima. Quasi fosse una soluzione all’inquinamento. E forse i milanesi ci credono – perché, sennò, tanto imbonimento?

L’allenatore di calcio Conte sbarcato all’Inter si fa subito lagnoso. Contro la Juventus naturalmente, contro la federazione, contro gli arbitri. È la sindrome Milano: sono il migliore ma non me lo fanno fare – in questo caso vincere.

leuzzi@antiit.eu

L'Autore ferroviere a Pontedera, infelice

Singolare racconto, del nulla. Di un non evento, il primo impiego di un giovane fiorentino alla stazione di Pontedera, di una non personalità. Da lui stesso raccontato, uno che si interroga su cosa pensano e sono il collega d’ufficio, il vice-capo ufficio, il capo ufficio, l’ostessa, la ragazza che si vede passare. Scritto piano, in lingua, invece che nel vernacolo che Tozzi privilegiava – e gli costituisce un’aura di mistero. La fidanzata sta a Firenze, manda lettere che non scrive, perché è inabilitata, e morirà di consunzione, ma non è un dramma.
All’apparenza un racconto di formazione, ma c’è molta poca formazione. Al meglio, si può leggere come un anticipo del racconto per frammenti, quale sarà teorizzato mezzo secolo dopo da Sollers. Di pensieri e parole che fluiscono quasi in automatico, non regolate né organizzate, per insorgenze casuali. Ma ugualmente lascia freddi.
Piaceva a Giacomo Debenedetti e per questo si ripropone? C’è comunque tutto l’universo Tozzi: il giovane confuso, lo scontro con la famiglia, l’amore incerto. Autobiografico, Tozzi ventenne passò ben un mese e mezzo da ferroviere a Pontedera. Un ricordo che riemerge nel 1920, uno dei suoi ultimi scritti.
Debenedetti cì vede (nel saggio “Con gli occhi chiusi”, 1963, ripubblicato nella raccolta “Il personaggio-uomo”) “un personaggio della più rivelatrice famiglia che sia comparsa nella narrativa moderna”. Quella del Gregorio Samsa di Kafka, della “Metamorfosi”: “un impiegato della vita” – “uomo subordinato, umiliato, costretto all’obbedienza senza un perché, da un mondo che lo comanda e lo disprezza”. Della riduzione umana, del sé, all’istintualità, irriflessa, ripetitiva. “Di qui”, Debenedetti deduce, “l’innato antinaturalismo di Tozzi. Il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare”. Tozzi – Debenedetti allarga l’obiettivo – “sotto il suo trafelato autodidattismo, custodiva atavicamente il patrimonio della matura, adulta civiltà toscana e cristiana”.
Un racconto che fu vittima all’uscita dello zelo di Borgese, il critico cui Tozzi deve, postumo, la “scoperta”: Borgese lo leggeva come un naturalista in ritardo, e il racconto, che gli era stato affidato per la pubblicazione alla morte dello scrittore senese, taglieggiò per allinearlo sulla sua lettura.
Federigo Tozzi, Ricordi di un impiegato, Ecra, pp. 76 € 7,50
Edizioni Clandestine, pp. 72 € 7


mercoledì 22 luglio 2020

Ecobusiness 3 -

astolfo

Di che parliamo quando parliamo di protezione dell'ambiente

Tutto elettrico
La Tesla Model 3 si dice il modello più venduto nella pandemia – una macchina da 50 mila euro in su. Anche in Europa. Tra i primi dieci modelli più venduti. Non è vero - è tra i primi dieci modelli più venduti fra le auto elettriche – ma è come se.
Una Tesla Model 3, l’elettrica economica a partire da 50 mila euro, emette più CO2 di una Mercedes C220 diesel, prezzo a partire da 37 mila euro.
Poiché stiamo per morire di inquinamento, bisogna comprarsi l’auto elettrica: via tutto il resto, tutto ora sia elettrico. Lo ordinò la Francia mezzo secolo fa, per riempirsi di centrali nucleari, una tren tina, che ora non sa come “decommissionare” (chiudere e disattivare) – la radioattività si spegne con difficoltà. Analogo programma italiano fu precluso da un referendum.
Bisogna comprarsi un’auto al doppio del costo di una col motore a scoppio. Dotarsi di un garage – 80-90 mila la quotazione a Roma. Con un colonnino di ricarica – 2 mila euro, più spese d’installazione, per 4-5 anni di durata. E pagare 80 centesimi al kWh – ottanta euro per quattrocento km..
Per ora, cioè con l’elettricità da combustibili solidi. Con l’elettricità da fonti rinnovabili il doppio, e pure il triplo. La salvezza costa cara.
Invece di ridurre la circolazione. Magari con i mezzi pubblici. Per esempio a Roma, dove circolano tanti mezzi privati quanti sono i residenti.
Ci vuole il cobalto per le batterie a ioni di litio, a lunga durata, che è caro ed è estratto in Congo dai bambini. Questo si sa ormai da due lustri e forse tre, ma non si rimedia.
Le case automobilistiche annunciano investimenti “colossali” nell’auto elettrica. Con relativa corsa in Cina, come se la fabbricazione fosse il problema principale, mentre non necessita di investimenti, essendo ridotta alla potenza e alla durata delle batterie. Gli investimenti sono invece infrastrutturali, e nei mercati maggiori, euro-americani. Di questi non si vede l’inizio e nemmeno il progetto.
Per i lunghi viaggi, su percorsi stradali extraurbani e autostradali, bisognerà prima costituire una rete di ricariche elettriche di una certa potenza. Ma l’impianto di colonnine a ricarica veloce imporrebbe di ridisegnare tutta la rete di distribuzione elettrica.
Una stazione di ricarica con dieci colonnine a ricarica veloce, quindi impegnando 4,5 megawatt, equivale all’illuminazione e agli usi elettrici di una comunità di 1.500 abitanti, di ceto medio – di un paese. La reti locali sono quindi da ridisegnare, per i picchi di potenza assorbibili dalle stazioni di ricarica. Quindi con la stagionalità. Il rischio black-out è comunque ineliminabile nei giorni e le stagioni di picco.
Un investimento di circa 1.000 miliardi di dollari sarà necessario per infrastutturare l’auto elettrica, nei mercati euro-americani. Circa 360 miliardi sono stati calcolati per la rete di colonnine di ricarica. Più 300 miliardi, costo minimo, per adeguare la rete elettrica. In aggiunta ai 300-350 miliardi di dollari di spesa già pianificati dalle case automobilistiche per i prossimi 5-10 anni..
Toyota ha realizzato una geniale promozione pubblicitaria dotando alcune centrali di taxi del suo ibrido a prezzi di favore. Una testimonianza visibilissima di quanto è bello il motore elettrico. Ma le reti di taxi hanno garage attrezzati per la ricarica dei mezzi fuori servizio – otto ore su ventiquattro. Il privato, tre su quattro, non ha dove effettuare la ricarica, e comunque, se ha il garage, deve dedicarci ore.
La colonnina di ricarica elettrica, installata lungo le strade o in grandi garage, prende un’ora e mezzo per una ricarica di 50 km, cinque ore e mezzo per una ricarica completa. Il costo di installazione delle colonnine è elevato, 5-6 mila euro.
Colonnine di ricarica più veloci sono tecnicamente disponibili, ma vogliono un investimento molto più elevato: con una potenza d a 50 kW, che ricarica 5 km al minuto (dieci minuti per 50 km di autonomia) l’investimento è di 50 mila dollari. Per una da 100 kW, che dimezza i tempi di ricarica, il costo è di 200 mila dollari.
Il rendimento della trazione elettrica è limitato dalle tariffe in vigore per il kWh.
In alternativa alla colonnine veloci, e a costi di ricarica concorrenziali col motore a scoppio, a benzina o a gasolio, la ricarica si puo’ effettuare con una presa di corrente, in garage o in abitazione: alla potenza di 1,5 kW il tempo di ricarica di una Ford Focus elettrica, per una autonomia di 185 km., è di trenta ore.
Ecomodello Suv
Alle origini dell’auto elettrica è l’industria petrolifera. Con la crisi petrolifera del 1973, la guerra del Kippur e la paura del Medio Oriente, dove il petrolio si trova, nasce la teoria della fine delle fonti di energia fossili, e la Exxon-Chase Manhattan Bank (Rockefeller) lancia le ricerche per l’auto elettrica.
Non bastano venti auto elettriche a compensare l’inquinamento prodotto da un Suv.
Le case automobilistiche che non non hanno modelli Suv sono fuori mercato.
Carlo Buontempo,  climatologo romano a capo della sezione Cambiamento Climatico del programma europeo Copernicus, che da cinque anni monitora la salute della terra con un sistema di satelliti, è contento di armare la sua barca a elettricità. Non a vela, sempre a motore, ma con 100 chili di batterie invece di un paio di litri di gasolio.
E come si produce l’elettricità? Le biomasse, la fonte alternativa (al petrolio) più diffusa – bruciare i materiali vegetali di risulta, e anche qualche albero, perché no, anche molti – accrescono le emissioni di CO2 rispetto ai combustibili fossili. In centrale e come pellet di legno. Si privilegiano semplicemente non contando le emissioni di CO2. E si moltiplicano grazie ai fortissimi incentivi per le fonti “rinnovabili”.
La lobby elettrica è dominante. Che è tutto il contrario dell’ecologia o protezione dell’ambiente.
Nulla si sa dell’auto elettrica, se non che è un must. Sulla durata delle batterie, in condizioni di tempo variabili, per un uso intensivo. Sugli sbalzi di tensione. Sulla rete di rifornimento. Sugli investimenti nella rete – un doppione rafforzato delle reti esistenti per illuminazione e forza motrice.
L’Ecoburo cinese
La Cina ha imposto l’auto elettrica  - si fa per dire, non può obbligare i cinesi a indebitarsi a vita – per imporla al mondo. Poiché si è fatta produttrice monopolista delle batterie.
La Scienza politica ha assunto il concetto di Politburo, dei regimi ex sovietici. Dovrebbe ora aggiornarsi, sull’esempoio del partito Comunista Cinese, con un Ecoburo.
Si celebra, e si finanzia, il passaggio all’auto elettrica a batterie di litio, pur sapendo che pone problemi di approvvigionamento (la rete elettrica, la produzione di elettricità) e di smaltimento delle batterie. E che il futuro pulito è l’idrogeno, l’alimentazione a fuel cell, celle di combustibile: leggere – pesano un dodicesimo delle batterie a litio – e a rifornimento rapido – come per il motore a scoppio, mentre l’elettrico richiede mezze ore.
Si passa alle batterie a ioni di litio perché la Cina ne è la grande produttrice. E vi ha puntato, imponendo quote crescenti, ogni anno, di vendite di auto elettriche. Il regime dittatoriale cinese può permettersi questo tipo di programmazione, e le maggiori case automobilistiche che operano in Cina, Toyota, Volkswagen, General  Motors, vi si sono adeguate.
Nel solo mercato cinese, il passaggio sarà (molto) redditizio. Ma la Cina è già il primo fabbricante di auto al mondo: produce e assorbe un terzo dei 100 milioni di autoveicoli che vanno al mercato nel mondo annualmente. La produzione continua in forte crescita, e in questo stesso 2020, per quanto segnato dal coronavirus e il lockdown, dovrebbe cominciare a esportarsi.
Si dà per fatto il passaggio all’auto elettrica. Piani d’investimento colossali si annunciano, per orizzonti ravvicinati, a cinque-dieci anni. Magnificando l’accelerazione, 0-100, e la potenza degli elettrici. Ma non si dice a che costo unitario per mezzo, con quanta autonomia per ricarica, con quale organizzazione di ricarica, con quali effetti reali sull’ambiente, mettendo nel conto delle emissioni anche la produzione moltiplicata di elettricità, e lo smaltimento delle batterie esauste. Ora come ora, è solo una operazione commerciale, per ravvivare le vendite. 
Per ridurre i tempi dì ricarica a un minutaggio non molto superiore a quello del rifornimento di carburante, ci vorranno colonnine della potenza di 400-450 kW. Non ci sono oggi batterie in grado di alimentarsi a questa potenza elevata.
Non ci sono del resto nemmeno colonnine di potenza inferiore: quelle interurbane non ci sono di fatto, quelle (poche) urbane in esercizio sono già fuori uso. Le ricariche si fanno in garage, trenta ore per duecento km., il percorso medio giornaliero di un taxi - la categoria di utilizzo che più è dotata di propulsioni elettriche.
L’Eurocina
Già prima del corona virus, il rallentamento dell’economia tedesca – e di quella italiana al carro tedesco – era l’esito del rallentamento dell’economia cinese. Con uno sfasamento di due trimestri, quello che succede in Cina si riproduce in Germania.
La Germania ha con la Cina un interscambio commerciale di 180-200 miliardi di dollari. Tre volte quello dell’Italia. Più dell’interscambio con gli Stati Uniti, 160 miliardi nel 2018. Huawei, di cui (in teoria) si contesta la primazia nel nuovo sviluppo della telefonia mobile, il G 5, in quanto azienda di Stato cinese, è da anni stabilmente insediata in Germania, con laboratori di ricerca e centri di produzione. Duisburg, dove Xi è stato in visita già sette anni fa, è da quasi dodici anni l’hub ferroviario della Cina in Europa: l’80 per cento del traffico ferroviario della Cina con l’Europa fa capo allo scalo tedesco.
La Cina è il secondo centro di produzione di Volkswagen-Audi, per un investimento che in quindici  anni ha superato i 15 miliardi. E dovrebbe raddoppiarsi nel decennio fino al 2018 per la produzione di almeno 12 milioni di vetture elettriche e di un rete diffusa di colonnine di ricarica. La Cina è anche il maggior mercato di vendita Volkswagen. Bmw, per dare un’idea dell’impegno, ha investito in una fabbrica in Cina quattro miliardi di dollari, la Basf dieci.
 “La guerra gentile della Cina” la dice Alberto Bombassei, l’industriale meccanico della Brembo, presidente della Fondazione Italia-Cina, sul “Sole 24 Ore”. In tanti modi, specie l’inquinamento. E in particolare con l’auto elettrica.
Si impone l’auto elettrica perché le case tedesche ci puntano. Perché la Cina andrà a elettrico – insomma, ha fatto una legge per questo - e il mercato dell’avvenire dell’auto è la Cina.  Che non si pone problemi di inquinamento, malgrado faccia finta di avere firmato gli impegni di Parigi: ha il quasi monopolio della produzione - inquinante - di batterie, e si propone per il big business del trattamento delle batterie esauste - le batterie durano sette-otto anni.
Ma la Cina inquina, si può dire, anche la politica, nonché i media – con i media è facile, credono a tutto. Il diesel ultima generazione inquina meno, polveri inclusi, dell’ibrido elettrico. Che invece si protegge con finanziamenti pubblici e si vuole imporre. Tassando il diesel.
L’elettrico inquina di più a prescindere dallo smaltimento. 
Un’ecologia per ricchi
Si magnifica a Milano il palazzo-giardino verticale - il Bosco Verticale. Tacendo che è un immobile da ricchi e ricchissimi, che richiede manutenzione costante, con nessun effetto sull’ambiente se non d’immagine.
Poiché stiamo per morire di inquinamento, bisogna comprarsi l’auto elettrica: via tutto il resto, tutto ora sia elettrico. Lo ordinò la Francia mezzo secolo fa, per riempirsi di centrali nucleari, che ora non sa come “decommissionare” (chiudere e disattivare) – la radioattività si spegne con difficoltà.
Bisogna comprarsi un’auto al doppio del costo di una col motore a scoppio. Dotarsi di un garage – 80-90 mila la quotazione a Roma. Con un colonnino di ricarica – 2 mila euro, più spese d’installazione, per 4-5 anni di durata. E pagare 80 centesimi al kWh – ottanta euro per quattrocento km..
Per ora, con l’elettricità da combustibili solidi. Con le rinnovabili il doppio, e pure il triplo. La salvezza costa cara.
Invece di ridurre la circolazione. Magari con i mezzi pubblici. Per esempio a Roma, dove circolano tanti mezzi privati quanti sono i residenti.
Nell’inerzia – ignoranza? stupidità (viva il nuovo)? corruzione? – dell’informazione.
L’auto elettrica inquina più del gasolio di ultima generazione, spiega lo stesso Bombassei di Italia-Cina sul “Sole 24 Ore”, ma gli italiani dovranno finanziarla con l’ecobonus deciso dal governo – ben settemila euro a veicolo. Non solo inquina, ma mette fuori mercato un terzo dell’occcupazione metalmeccanica legata all’automobile.
I motori a gasolio di ultima generazione inquinano meno degli ibridi. Degli ibridi in esercizio, senza tenere conto dell’inquinantissimo processo di demolizione delle batterie esauste. Ma il governo finanzia gli ibridi e punisce il gasolio. Potenza della lobby elettrica, di chi produce l’elettricità e dei tanti che la distribuiscono – la fatturano in realtà, la gestione è solo di Terna.
Si finanziano gli ibridi perché così ha deciso l’industria tedesca dell’auto, che ha in cantiere trenta modelli di ibrido o elettrico. Bmw, Mercedes e Volkswagen puntano sull’elettrico perché “il” mercato dell’auto è la Cina, e la Cina, che fa le batterie, procedimento molto inquinante, andrà a elettrico. Poi ci sarà da pagare la Cina per smaltire le batterie esauste, mezza tonnellata per ogni ibrido. Nel frattempo metà dell’industria metalmeccanica europea avrà chiuso – in Italia un terzo dell’occupazione del settore.  
I governi in Europa pagano fino a un terzo del cosgto di una macchina elettrica. Che pochi ricchi si possono permettere, per costo, garage, potenza elettrica impegnata, personale di servizio. Chi non può permettersela paga per chi può. Un controsenso. Con beneficio, tutti considerato, irrisorio o nulle per l’ambiente.
Le ecolobbies
Pioggia di contributi per l’auto elettrica, seimila euro, cifra paperoniana. E tasse, di 1.000-1.400 euro, per chi compra una piccola cilindrata. Sembra di sognare ma è il progetto del governo: finanziare chi può spendere i restanti 20 mila euro per l’auto elettrica, e punire chi, magari stringendo la cinghia, arriva a una da 8 mila. Un governo furbo oltre che cattivo. Che la spara volutamente grossa, per poi arrivare a quello che le lobbies vogliono, che lo Stato, cioè noi, paghi l’auto elettrica a chi può permettersi di pagare la differenza – pagare 15-20 mila euro, e avere un garage, attrezzato. La tassa sulle piccole cilindrate si minaccia per poi arrivare al “compromesso”, al contributo per i ricchi senza discussioni. Tipica tattica da lobbies: puntare (distrarre) su un falso scopo per centrare l’obiettivo. 
Il governo non solo fa quello che le lobbies dicono, e quella dell’auto elettrica, che non vende, ha mezzi straordinari, quelli nippo-coreani, notoriamente facili, e quelli di mezza Europa. Ma lo fa con sapienza: ne ha esperienza. Grillo è da poco al governo, ma ha molto esperienza di politica lobbistica. Attraverso il suo sito. E in politica già con l’Olimpiade: l’Olimpiade no, lo stadio della Roma sì. Non a un evento che non sarebbe costato e avrebbe portato a Roma e in Italia alcuni miliardi delle organizzazioni olimpiche, ma non appoggiato da una lobby, non da una convincente. Lo stadio della Roma invece sì, che è una speculazione edilizia, dichiarata: trattata da avvocati d’affari, messa in opera da speculatori sotto processo. Per la quale il Comune di Roma di Grillo fa spendere allo Stato, cioè a noi, 180 milioni solo per costruire il ponte di accesso – ce ne vorranno altri 300 per urbanizzare, urbanizzare una zona altrimenti incostruibile.
Fuori l’operaio
Con l’elettrico sparisce il metalmeccanico. Il settore di punta dei paesi industrializzati, in Europa e le Americhe, sia per il valore della produzione che per l’occupazione e quindi la distribuzione del reddito.
Sono cifre rispettabili che vanno a sparire. L’Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, calcola 3,4 milioni di addetti nel vecchio continente. Più qualche milione di meccanici, addetti alle riparazioni. Quattro milioni di addetti che avranno poco o niente da fare. Sono – erano nel 2016 – 935 mila in Germania, 213 mila in Francia, 184 mila in Polonia, 172 mila in Romania, 168 mila nella Repubblica Ceca, 162 mila in Italia, 155 in Gran Bretagna, 152 mila in Spagna, 93 mila in Ungheria, 72 mila in Slovacchia.
Secondo il sindacato tedesco, il motore elettrico ridurrà l’occupazione dell’80-90 per cento. L’industria automobilistica è meno radicale, ma dà lo stesso riduzioni importanti. La Volkswagen del 30 per cento nell’insieme. L’Acea del 60 per cento nei comparti powertrain (propulsione e trasmissione), ricambi, manutenzione.
In Italia le regioni più colpite sarebbero Lucania e Molise. Non molto in valori assoluti, avendo 8 mila e 2.800 occupati rispettivamente, ma sì come quota dell’occupazione complessiva, il 36 e il 24 per cento. In Germania potrebbe finire la leadership economica del Sud: della Svevia (Mercedes, Porsche), con 150 mila addetti, e della Baviera (Audi, Bmw), con 150 mila – il 28 per cento dell’occupazione complessiva in entrambe le regioni.
Lucciole per lanterne
Le lucciole erano scomparse con Pasolini cinquant’anni fa. Poi sono rìtornate. E ora ci sono in città libellule e cicale. Ma la fine del mondo è sempre più vicina.
Un terzo dei gas serra è causato dall’agricoltura, in crescita esponenziale da tre decenni. E crescerà con la crescita del reddito diffusa nel globo.
L’inquinamento atmosferico è l’effetto della circolazione automobilistica. Un conto è l’auto per tutti per 400 milioni di persone, tra Europa e Stati Uniti, un altro per due o tre miliardi, col migliorato tenore di vita dei Bric, di Cina e India, del Sud-Est asiatico.
Si propaganda l’auto a batterie solari, che ingombra il doppio di una berlina di lusso equivalente, e costa 150 mila euro.
La macchina comoda, più larga, con più bagagliaio, più pesante, per la sicurezza naturalmente, che consuma tre e quattro volte il carburante di una vecchia berlina, ingombra (consuma spazio) il doppio e il triplo, e solleva più polveri.
Si magnifica l’auto elettrica per incentivare il rinnovo del parco macchine. Che elimina, si argomenta, le polveri sottili da combustibile esausto, mentre invece le accumula nei luoghi di produzione delle batterie, in quelli di produzione dell’energia elettrica, e  poi nello smaltimento delle batterie, una volta esauste. E non elimina quelle di attrito, viaggiando su gomma, su asfalto.
Il trasporto su gomma, anche elettrico, che l’ecologia preferisce al treno, creatore e stramoltiplicatore delle polveri sottili
L’industria delle fonti di energia rinnovabili, che l’utente paga a carissimo prezzo, massima inquinatrice della politica: un torta da 16 (sedici) miliardi di euro l’anno, pagata dagli utenti in bolletta come investimento di ricerca, a vantaggio di piccoli e micro produttori “amici degli amici” – circa 800 operatori.
Un’industria che inquina l’informazione.
Si moltiplicano gli sciacquoni di origine californiana a doppia vaschetta, una per la pipì, una per la cacca. Per tacitare le coscienze e anzi renderle ecofriendly. Per nessun risparmio di acqua – un litro? L’acqua non si risparmia e si rigenera.
L’ecologia è il business del momento, con molti sovrapprezzi, e molti danni all’ambiente, per lucrare sulla buona volontà – attraverso il terrore: si fa un uso dell’ecologia come arma terroristica a fini di profitto.

L'ecologia è un business che crea più danni di quanti ne evita.

(fine)



Wagner contro gli ebrei

La “naturale stoltezza degli ebrei” dice tutto, si può anche non andare oltre. Anche perché poco prima o poco dopo Wagner rivendica una “insormontabile ripugnanza nei confronti della natura ebraica”. Ma la lettura merita: dice molto del razzismo, oltre che della Germania e di Wagner.
Wagner scriveva molto, di musica e di politica, e quasi sempre in guerra contro qualcuno. Da polemista, quindi, anche qui. Contro Hegel, tra i tanti, per “la devastazione provocata” dalla sua filosofia “nelle menti tedesche”, rifacendosi a Schiller, estetica del bello, e a Kant, dalle “grandi idee”. Contro gli impresari d’opera, che non lo mettono in scena. Contro i critici musicali, che non apprezzano la sua “musica dell’avvenire”. Ma soprattutto contro gli ebrei. Che monopolizzano l’informazione, l’editoria, i teatri, il mercato dell’arte. E contro gli artisti ebrei, incapaci di “vera arte”.
Contro Heine: “L’ebreo Heine, pur dotato di rare qualità poetiche, ha portato alla luce, con beffardo sarcasmo, la menzogna, la smisurata monotonia e la gesuitica ipocrisia dei fabbricatori di versi che si danno arie da poeti”. Ma soprattutto contro i musicisti. Contro Meyerbeer, che non nomina, dopo avere abusato dei suoi favori, a Parigi e anche in Germania, per un lungo decennio, importunandolo con ogni sorta di richieste. Mendelssohn-Barholdy, delle cui doti “germaniche” inoppugnabili si profonde in elogi e rimpianti, ripetitivamente ricacciando nel suo limite invalicabile dell’essere comunque ebreo.
Sulle prima non sembra, Wagner non è virulento. Sembra, vuole essere, persuasivo. La premessa è perfino onesta. Di uno, afferma che non è mai stato in conflitto con gli ebrei “sul piano esclusivamente politico”. Di più, “non ce la prenderemmo con loro nemmeno se fondassero un regno di Gerusalemme” – concludendo però beffardo: “Piuttosto abbiamo un solo rammarico: che il signor Rothschild  sia stato troppo astuto per diventare re degli ebrei, preferendo invece, com’è noto, rimanere «l’ebreo dei Re»”. Il problema è gli ebrei tra noi, “la natura di questa involontaria ripugnanza che la personalità e l’essenza degli ebrei suscitano in noi, questa istintiva e spontanea avversione… il nostro naturale disgusto verso la natura ebraica”. Niente di meno.
Abbiamo combattuto, ha premesso, “per l’emancipazione degli ebrei”, ma “combattevano più per un principio astratto che per un fatto concreto”. Wagner è reduce dalla rivoluzione del ’48, ancora bakuniniano, e quindi democratico, molto, ma con preclusioni. Psicologiche, dice: essere tedeschi di fronte a una presenza aliena. E di radicamento. Tanto più per un artista: il radicamento è necessario all’arte, il riconoscersi parte di una storia e una comunità, di un popolo. Con subisso già all’epoca, quarantottesca, di Volk e völkisch - quale si avrà nella Germania hitleriana e in Heidegger (ma anche, nota Wagner in segno di rimprovero, in Berthold Auerbach, che si vuole cantore ebraico di Volk  e völkisch). L’arte ha bisogno di radicamento, storico, tradizionale, sociale: popolare. Il poeta non può creare, solo il popolo. L’ebreo è incapace di arte perché è sradicato, non ha un popolo.
E non è tutto. Con l’emancipazione, aggiunge, abbiamo “consegnato nelle mani di ebrei operosi il comune gusto artistico del nostro tempo”. Da qui “l’impossibilità di produrre, sulla base dell’attuale sviluppo delle arti, opere d’arte naturali, necessarie e veramente belle”. Lunghe pagine quindi per dimostrare che l’ebreo resta straniero. E che l’ebreo è incapace, di musica, di arte. Quello  che si dice razzismo biologico, tra raffigurazioni fisiche grottesche e ripetuti sarcasmi sule melopee in sinagoga.
Con tutta la buona volontà, l’ebreo non ha la lingua, il suono, il canto. “La musica è la lingua della passione”. L’ebreo ne è incapace. Un’insensibilità particolare ha per il canto. È arrivato alla musica con l’imborghesimento. Che però facilita la riflessione ma non la poesia, non la musica. Per quanto accettato, l’ebreo riane diverso, specie nelle arti, limitato. E di suo inerte: “L’ebreo non ha mai avuto un’arte propria”. Per l’ebreo in generale anzi non c’è salvezza. Alla fine dell’argomentazione Wagner si fa profetico. La sola redenzione per lui possibile è la rovina, sono le ultime parole: “La redenzione di Ahasverus, la rovina, la fine, la morte, la caduta!”
Un senso c’è, è giusto non censurare questo Wagner. Il nazionalismo völkisch, tradizionale, etnico, sia pure rivoluzionario, fa più paura dell’antisemitismo – l’antisemitismo radica nel völkisch, ne è l’espressione popolare, fare breccia contro l’estraneo, l’intruso, in automatico eretto a nemico. Non vi vergognate di non provare ribrezzo per l’ebreo, chiede a un certo punto Wagner, sdegnato che non tutti i buoni tedeschi facciano quello che lui dice debbono fare.
A Wagner si perdona molto, ma ha molto da farsi perdonare. Non di cattiveria, ma di confusione. Da “buon tedesco”.
Il testo del 1850, di una trentina di pagine, pubblicato con uno pseudonimo, K. Freigedank, libero pensiero, tradotto per la prima volta nel 1897, è qui rimpolpato per la prima volta con la lettera, di lunghezza analoga, che inviò nel 1869 a Marie Muchanoff, contessa Nesselrode, che ne desse conto agli amici e nel suo circolo, per lamentare le critiche, vittima dei “giornali, non solo in Gerrmania, ma anche in Francia e persino in Inghilterra”, e le resistenze dei direttori dei teatri d’opera. Che il compositore attribuisce “agli ebrei”, agli editori, direttori di teatro, giornalisti e musicisti ebrei, che non gli perdonano la critica del giudaismo, di cui allega la copia. Leonardo V. Distaso, che ha tradotto e cura la pubblicazione dei due scritti wagneriani, li dota di un’ottima dettagliata contestualizzazione. Ricca di golosi dettagli. Basti quello di Spontini, ricavato dall’autobiografia di Wagner. È il bello algido compositore marchigiano che, a Parigi, porta il tedesco all’antisemitismo “musicale”: fautore della “serietà dell’arte”, gli spiega che gli italiani sono cochons, i francesi imitatori degli italiani, e i tedeschi rovinati dagli ebrei.      
Richard Wagner,
Il giudaismo nella musica, Mimesis, pp. 171 € 15


martedì 21 luglio 2020

Il morbo cinese attacca il lavoro

La Massimo Zanetti Beverage inagura glamour a Shenzen, in Cina, la prima caffetteria 24 ore completamente self-service, robotizzata. Come primo passo nell’intelligenza artificiale. È una partenza sbagliata, come se il caffè fosse uno smercio qualsiasi, e non un luogo di incontro e una pausa, un colloquio, sia pure col cassiere e il barista. Ma è la Cina. E il modello che la Cina, retta da un partito Comunista tra i più ferrei, a capo di un paese arretrato, con una forza lavoro immane tenuta alla sopravvivenza, impone a un sprovveduto Occidente di affaristi. Della presunta innovazione continua unicamente mirata non al progresso scientifico o alla ricchezza di tutti ma allo svuotamento dell’Occidente stesso nella sua valvola socio-economica rigeneratrice, la catena lavoro-accumulazione-investimento (innovazione).
Il caffè robotizzato non è un caso. Pieranni del “Manifesto” ha potuto passare una giornata interamente robotizzato, servito da WeChat, come vanta in apertura al suo “Red Mirror”: ha fatto tutto per lui la super app WeChat - la superapp cinese, tiene a precisare, che gli americani  cattivi non riescono a replicare.
La “fabbrica del mondo” prospera sul lavoro servile, nelle paghe e negli orari. Col plusvalore del quale insidia e svuota l’onesta produzione occidentale, che il lavoro rispetta e retribuisce. Non è un caso, è un progetto. Che la “fabbrica del mondo” prosperi arricchendo una miriade di occidentali furbi, delocalizzatori o mediatori di affari, non dice altro, semmai che il progetto è raffinato, ben articolato.
Il vero morbo cinese è l’umiliazione del lavoro. Che è stato il volano del boom economico dell’Otto-Novecento: il lavoro per tutti, a condizioni sempre più dignitose. Per proporre, dietro la vetrina dell’intelligenza artificiale, un mondo di esseri senza arte né reddito. Alle condizioni delle sterminate masse popolari che il Partito Comunista Cinese ferreamente gestisce, che però vengono da secoli di fame, e di sottomissione.


Mesto congedo di Camilleri

Una strenna Camilleri per gli affezionati. Una prima edizione speciale con le due redazioni dell’“ultimo” Montalbano, del 2005, dallo scrittore affettuosamente riservata a Elvira Sellerio, “la  migliore amica”, collazionata con una successiva, l’ultimissima, del 2016 (di questa l’editore fa una pubblicazione a parte). Con una breve nota di Salvatore Silvano Nigro, l’editor di Camilleri in casa Sellerio, sulle variazioni tra i due testi, quasi tutte fonetiche – “un lavoro da maestro lapicida, o miniaturista”.
La vicenda si risolve con “mascherine bianche di quelle che portano medici e infermieri”, e con “guanti di gomma”. Questo già nella prima versione, 2005. Ma nulla di profetico. Anche se Montalbano si supera, quasi divinatorio. In contesa con il suo autore, Camilleri, che lo importuna al telefono con critiche e suggerimenti. E affronta un lungo, complicato, indovinello di filosofia con il vescovo..
Non il migliore Montalbano. Camilleri mette insieme le sue due vene narrative, il racconto “di costumi”, cioè di letto, e il giallo (il suo genere preferito era il romanzo storico, ma si legge per questi due generi). Per un ordito più che altro arruffato, sia la storia che i personaggi. “Riccardino” si ricorderà, oltre che per la simpatia dell’autore a un anno dalla morte, per l’intromissione dell’Autore. Per la quale i riferimenti pirandelliani naturalmente si sprecano. Mentre ha uno scopo preciso: dire la sua sul rapporto dell’Autore col racconto cine-televisivo, e con la critica.
I Montalbano sono due, anche se quello scritto è inevitabilmente cannibalizzato da quello mediatico. Nulla di scandaloso, precisa l’Autore, personaggi sdoppiati troviamo in Werfel, Jean Paul, Maupassant, Poe, e in Raymond Roussel. Più precisa, e malinconica, la contesa con la critica, amara benché il successo sia enorme, o per questo – la ragione probabilmente perché Camilleri ha voluto che “Riccardino” fosse pubblicato postumo. “Sono considerato uno scrittore di genere. Anzi, di genere di consumo”, lamenta l’Autore. Che non controbatte, anche se insinua che sono critiche invidiose: “Ma tu lo sai quanti, tra quelli che mi accusano di essere un prodotto mediatico…vorrebbero disperatamente esserlo? Hai presente la storia della volpe e l’uva?” Solo precisa: “Io semmai sono il risultato di un passaparola tra i lettori”.  Una cerimonia di addio, apprestata dallo stesso dipartente, che quindi commuove, a prescindere.
Andrea Camilleri,
Riccardino. Seguito dalla prima stesura del 2005, Sellerio, pp. 276 + 286, ril. € 20


lunedì 20 luglio 2020

Ecobusiness 2

astolfo 

Di che parliamo quando parliamo di protezione dell’ambiente.
L’ambiente è in cima alle “scalette” mondiali delle priorità, politiche  e personali, e se ne fanno convegni mondiali, dal Brasile a Parigi e a Madrid, ma solo come nuova attività economica – promozionale di nuovi business.
Impegni solenni cinque o sei anni fa a Parigi sul clima, e inquinamento moltiplicato successivamente a casa. Negli Stati Uniti di Trump ma anche, e soprattutto, in Cina, che continua a costruire centrali a carbone. E impone l’elettrico perché ne costruisce, a grande inquinamento, le batterie. Materiale tossico, che sarà alimentato dalle centrali a carbone.
Veleni alimentari
È soprattutto l’effetto dell’agricoltura, secondo il rapporto Onu-IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change: delle coltivazioni intensive e sempre più estese, anche se “la terra è scarsa”, per fare fronte a consumi più ampi e sofisticati, con le crescita diffusa del reddito per effetto della globalizzazione. Al secondo posto dopo i combustibili fossili, ma in più rapida crescita. E soprattutto incontenibile, mentre sul consumo dei combustibili fossili si può agire col contenimento dei consumi e le fonti di energia alternative. L’Ipcc calcola che un quarto dell’effetto serra sia provocato direttamente dall’agricoltura. Un’incidenza che arriva alla metà con la combustione per cucina e conservazione (raffreddamento) degli alimenti.
Il consumo di carne (l’allevamento) è tra i principali colpevoli del cambiamento climatico. C’è la carne senza carne, di proteine vegetali. Riduce il colesterolo, e l’effetto serra, ma introduce più grassi, e più sodio e più calorie, e i tumori.
Una bistecca inquina più di un’automobile – non è vero (i dati non sono comparabili) ma è suggestivo: per ogni chilo di manzo si producono nella filiera a partire dall’allevamento “fino a 60 kg di CO2”, equivalenti a venti litri di benzina bruciati da una macchine di media cilindrata.
E l’acqua? Per arrivare a un kg. di carne dal macellaio si utilizzano fino a 15 mila litri di acqua.
Per un kg. di riso 2.500 litri. Per uno di patate 500. Per un rotolo di carta da cucina 1.500. 
Si sostituisce il latte vegetale a quello animale. Consigliato come dietetico, il latte vegetale, che all’80 per cento è acqua, si vende a due volte, e anche quattro volte, il latte animale.
La chimica nell’alimentazione ha moltiplicato le patologie, le specie e il numero – non c’è alimentazione  senza chimica, anche a coltivare personalmente l’orto e tenere il pollaio. Ma questo non è materia del’Earth Day né delle crociate di Greta né dei forum ambientalisti mondiali. Tanto meno degli accordi internazionali per la riduzione dell’inquinamento.
Non c’è ricerca sugli effetti della chimica sulla salute. Cesare Maltoni, l’oncologo bolognese che si è dedicato a questi studi, analizzando la tossicità di oltre duecento sostanze chimiche, è un isolato e quasi una bizzarria, meritevole di un bio-doc, “Vivere che rischio”. La cancerogenesi dell’industria alimentare, che è il solo fattore certo della diffusione dei tumori, è materia non trattabile.
Meglio il carbone?
Stati generali del clima e impegni solenni a Madrid a fine novembre 2019. In un clima da fine del mondo. Con India e Cina che moltiplicano le centrali a carbone, le più produttive e meno costose. Le più inquinanti?
Le centrali a carbone di Cina e India, che le moltiplicano malgrado gli impegni presi a Parigi, potrebbero salvarci dall’effetto serra. Non è un paradosso e non è una bufala: è un fatto. E significa che la polemica antindustriale con cui il business verde o della sostenibilità si promuove è solo un aggiornamento delle guerre fra monopoli industriali, e può fare danni.
Fino al 1975, per almeno 35 anni, malgrado la guerra, la mobilitazione industriale bellica, e e la superproduzione del lungo boom postbellico, anche sgangherata, senza controlli delle emissioni, la temperatura terreste fu in diminuzione. Lieve, ma allarmante. E misteriosa: l’ipotesi più accreditata fu che il particolato di solfato rilasciato dal carbone riflettesse nello spazio l’energia del sole, la rimandasse indietro. Ma incrementava le piogge acide. La decarbonizzazione ha fatto sparire le piogge acide, ma contemporaneamente ha portato al rialzo la temperatura del gloco.
Nel quasi mezzo secolo dal 1975 la temperatura media è aumentata di poco più di mezzo grado, di 0,6° C. Non è poco ma non è allarmante. E gli studi più accreditati ne danno merito –merito, nonm colpa - a una sola causa,  all’uso estensivo del carbone nei grandi paesi asiatici, da quando hanno accelerato il decollo economico: India e Cina sarebbero leader dell’antinquinamento con le loro centrali a carbone perché le imponenti emissioni di solfato ritardano il riscaldamento da gas serra.
Uno studio, che porta la firma di otto ricercatori di vari paesi, pubblicato sull’autorevole “Geophysical Reserach Letters”, “Climate Impacts from a Removal of Anthropogenic Aerosol Emissions”, si conclude con questa minaccia: “La rimozione dell’insieme delle emissioni aerosol del mondo potrebbe aggiungere 0,7°C alle temperature globali”.
Concertistica e bandiere
I Coldplay dicono “basta concerti”, inquinano. Per vendere il nuovo disco?
Lo stesso Jovanotti: prima fa i concerti sulle spiagge poi dice stop ai concerti. Che in inverno, certo, non si possono fare.
Pioggia di bandiere blu, quest’anno come ogni anno, di Legambiente per i mari toscani, per la quasi totalità infrequentabili, per affluenti sporchi, a cominciare dal Versilia, e altri scarichi. Con il record italiano, mediterraneo, europeo e forse mondiale, di microplastiche nel mare, lungo le coste e nell’arcipelago toscano, portate dai fiumi, Arno compreso – più inquinato del Po e del Tevere. Vecchia complicità Pci – la Toscana è l’ultima roccaforte?
Quest’anno bandiera blu anche per Marina di Carrara. Che si apprestava a farne celebrazione quando grossi topi di fogna si sono segnalati tra le scogliere artificiali a protezione del (residuo) arenile.
Finis aquae
Si finanziano abbondantemente a fondo perduto le fonti di energia “rinnovabili”, biomasse, voltaico, eolico, che tutte sono comunque inquinanti, qualcuna anche più dei combustibili fossili, e costano un’enormità. Si vede in Italia, dove la decarbonizzazione si riduce invece di incrementarsi, malgrado gli enormi sussidi.

Si annuncia la fine dell’acqua, che non può finire, per farla pagare il doppio – come si specula sulla fine del petrolio, che invece è strabbondante, per farlo pagare come l’oro. Speculano sull’acqua  Comuni e Acquedotti consortili che mediamente sprecano metà dell’acqua catturata agli invasi. 
L’acqua pubblica è più che raddoppiata di prezzo dopo il referendum nove anni fa, nel maggio 2011. Si fa pagare il terrorismo ecologico sulla “fine dell’acqua” – che è una scemenza. Invece di riparare le condotte e razionalizzare le sorgenti, le prese d’acqua. Si specula, i Comuni speculano, su una paura, invece di riparare il danno – metà dell’acqua prelevata alle sorgenti, montagna, fiumi, laghi, si disperde nelle tubature prima di arrivare ai rubinetti.
Quanta acqua non si spreca per pulire i rifiuti da raccolta diversificata, plastiche, vetri?
La “differenziata” non è una soluzione. Costa – le tariffe sono poco meno che raddoppiate. Si fa con spreco di tenpo, di acqua, e di calore, per ripulire vetri e multimateriali.
Scoppiati
L’Italia è al primo posto in Europa - dati Aea, Agenzia europea per l’ambiente - per morti premature da biossido di azoto, prodotto principalmente dai motori diesel: 14.600 nel 2018.
L’Italia ha anche il più alto numero – dopo la Germania, che ha però una popolazione di 82 milioni – di decessi prematuri causati dal particolato fine  PM2,5, le polveri sottili: 58.600 nel 2018. L’Italia muore di particolato pur avendo un clima relativamente mite: due quinti del particolato, il 38 per cento, è l’effetto del riscaldamento. Il 22 per cento è prodotto in campagna, dagli allevamenti e le colture. Il 16 per cento è l’effetto della circolazione stradale, compresi i carichi pesanti.
Non c’è salvezza – è il  secolo della paura? Con la paura si governa meglio.
La promozione dell’entusiasmo è magistrale, la narrazione deviata
Si sbandierano calcoli del genere: “Metà della plastica esistente oggi è stata prodotta negli ultimi quindici anni”.  O: “Nel 1950 la produzione di plastica era di 2,3 milioni di tonnellate, nel 2015 di 448 milioni. Si prevede che raddoppi entro il 2050”. Ma non si dice che non si beve acqua se non “minerale”, soprattutto al ristorante: non ce n’è altra. Trent’anni fa si beveva acqua corrente. Si beve anche sule Alpi, sull’Appennino tosco-emiliano, su mondi della Laga, acqua in bottiglia, di plastica. Molte famiglie sono passate all’acqua da bere “minerale”, cioè nella plastica. Né si può compare niente al banco alimentari del supermercato se non avvolto in triplice involucro di plastica.  Spesso servito con guanti indossati ad hoc. 
Viviamo compiaciuti, tra modelli superpromozioanti, all’epoca dei Suv. Macchine inutili, che ingombrano tre e quattro volte la dimensione utile, consumano il doppio, producono emissioni e polveri come un autobus. Per portare il bambino a scuola la mattina.
Il Suv è al centro delle strategie di fabbricazione – l’Alfa Romeo è in crisi perché non ha ancora un Suv.
Ma tutte le macchine sono cresciute di peso e dimensioni, a nessun effetto – la sicurezza, si dice, ma gli incidenti non sono meno onerosi: basta paragonare la vecchia Cinquecento alla nuova. Con doppio-triplo ingombro su strada, doppie-triple emissioni nocive, doppio-triplo consumo di materiali, gomme, plastiche, metalli, vernici.
Quanta CO2 inutile non si butta nell’atmosfera – se è sua la colpa dell’effetto serra – per avere il termosifone a 130 gradi, il condizionatore in ogni stanza, la lavapanni e la lavastoviglie sempre in funzione? Vent’anni fa non c’erano i condizionatori, e non si moriva di calore. Neanche quindici anni
Le risorse fossili sono in esaurimento ma per effetto della globalizzazione. L’urbanizzazione accelerata della Cina per effetto dalla globalizzazione – manodopera in città – ha consumato più sabbia per l’edilizia di quanta ne abbiano consumato gli Stati Uniti dalla fondazione due secoli e mezzo fa.
Flygskam e tagskryt, vergogna di volare e vantarsi di andare in treno, sono due hashtag in voga in Svezia per per dirsi impegnagti nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Come se il treno non viaggiasse con l’elettricità, che una centrale termica deve produrre. E non producesse con al frizione nuvole di particolato e altre emissioni nocive, metalliche. Mentre della Co2 in fondo viviamo.
“Io compenso sempre le mie emissioni di andride carbonica” è la nuova frontiera delle ecofavole. Anche se immobili non possiamo stare. Far scorrere l’acqua dal rubinetto produce CO2, anche mandare un sms. Alimentarsi ne produce molto di più: due chili per un bicchiere di vino, tre per una bistecca. Andare in macchina – o in treno – ne produce ovviamente molto di più.
L’ecofriendly preferisce la doccia al bagno, per ridurre l’emissione, non copre i termosifoni, usa un solo condizionatore per la tutta la casa, sbrina speso il freezer…. E pianta alberi. Questo è già un business, fiorente: ci sono onlus specializzate nel piantare alberi per noi, in Italia e all’estero, per un fee, mdesto naturalmente. Phoresta Onlus offre anche “servizi ecosistemici” – “Paghiamo, per esempio, per rimandare il taglio di un bosco da legna di dieci anni”, spiega il titolare.
Quel che resta di Parigi
Inverosimili copricapi d’inverosimili capi indiani e vecchi beatnik col codino declinano la morte del pianeta a Parigi. Declinavano qualche tempo fa, già cinque o sei anni. Ma la kermesse non è stata di parata, dietro il folklore c’è un business solido. Soprattutto tutti sono – erano - contenti coi cento miliardi da spendere nei paesi del “Terzo mondo” – a Parigi c’era ancora il Terzo mondo… Che poi non sono stati spesi.
La morte del pianeta sarebbe evitata nell’immediato, e di colpo, abolendo il motore a scoppio: basterebbe l’idrogeno, o altra miscela non fossile, e l’aria torna subito pulita, il surriscaldamento stoppato. Ma questo non era in agenda, non si fanno ricerche di combustibili alternativi. Si investe – soldi pubblici – per ridurre le emissioni nocive dopo averle prodotte e non per evitarne la produzione. Il resto – la deforestazione, le mascherine, etc. - serve a duper le bourgeois, sempre tenero di cuore, perché apra il portafoglio contento.
Gli obiettivi restano vaghi, gli impegni imprecisi, tutto ciò che serve è creare un po’ di panico che giustifichi presso l’opinione pubblica l’impegno di ingenti risorse pubbliche per il business. Obama lo ha detto all’apertura: “Mostriamo agli affari e agli investitori che l’economia globale è sul cammino stabile per un futuro a basso carbonio. Ci sono centinaia di miliardi di dollari pronti all’uso in giro per il mondo se avranno il segnale che abbiamo intenzioni serie. Mandiamo quel segnale”. Era questo il messaggio del primo presidente americano che lanciò l’industria dell’antinquinamento: Nixon, appena eletto, fine 1968.
A Obama ha fatto eco a Parigi l’allora segretario dell’Onu Ban-ki-moon: “Affari e investitori si aspettano un forte accordo a Parigi che mandi al mercato i giusti segnali”. E l’allora segretario di Stato Kerry il giorno successivo: “Quello che stiamo facendo è mandare al mercato un segnale straordinario”.
(continua)

Scoppiati
L’Italia è al primo posto in Europa - dati Aea, Agenzia europea per l’ambiente - per morti premature da biossido di azoto, prodotto principalmente dai motori diesel: 14.600 nel 2018.
L’Italia ha anche il più alto numero – dopo la Germania, che ha però una popolazione di 82 milioni – di decessi prematuri causati dal particolato fine  PM2,5, le polveri sottili: 58.600 nel 2018. L’Italia muore di particolato pur avendo un clima relativamente mite: due quinti del particolato, il 38 per cento, è l’effetto del riscaldamento. Il 22 per cento è prodotto in campagna, dagli allevamenti e le colture. Il 16 per cento è l’effetto della circolazione stradale, compresi i carichi pesanti.
Non c’è salvezza – è il  secolo della paura? Con la paura si governa meglio.
La promozione dell’entusiasmo è magistrale, la narrazione deviata
Si sbandierano calcoli del genere: “Metà della plastica esistente oggi è stata prodotta negli ultimi quindici anni”.  O: “Nel 1950 la produzione di plastica era di 2,3 milioni di tonnellate, nel 2015 di 448 milioni. Si prevede che raddoppi entro il 2050”. Ma non si dice che non si beve acqua se non “minerale”, soprattutto al ristorante: non ce n’è altra. Trent’anni fa si beveva acqua corrente. Si beve anche sule Alpi, sull’Appennino tosco-emiliano, su mondi della Laga, acqua in bottiglia, di plastica. Molte famiglie sono passate all’acqua da bere “minerale”, cioè nella plastica. Né si può compare niente al banco alimentari del supermercato se non avvolto in triplice involucro di plastica.  Spesso servito con guanti indossati ad hoc. 
Viviamo compiaciuti, tra modelli superpromozioanti, all’epoca dei Suv. Macchine inutili, che ingombrano tre e quattro volte la dimensione utile, consumano il doppio, producono emissioni e polveri come un autobus. Per portare il bambino a scuola la mattina.
Il Suv è al centro delle strategie di fabbricazione – l’Alfa Romeo è in crisi perché non ha ancora un Suv.
Ma tutte le macchine sono cresciute di peso e dimensioni, a nessun effetto – la sicurezza, si dice, ma gli incidenti non sono meno onerosi: basta paragonare la vecchia Cinquecento alla nuova. Con doppio-triplo ingombro su strada, doppie-triple emissioni nocive, doppio-triplo consumo di materiali, gomme, plastiche, metalli, vernici.
Quanta CO2 inutile non si butta nell’atmosfera – se è sua la colpa dell’effetto serra – per avere il termosifone a 130 gradi, il condizionatore in ogni stanza, la lavapanni e la lavastoviglie sempre in funzione? Vent’anni fa non c’erano i condizionatori, e non si moriva di calore. Neanche quindici anni
Le risorse fossili sono in esaurimento ma per effetto della globalizzazione. L’urbanizzazione accelerata della Cina per effetto dalla globalizzazione – manodopera in città – ha consumato più sabbia per l’edilizia di quanta ne abbiano consumato gli Stati Uniti dalla fondazione due secoli e mezzo fa.
Flygskam e tagskryt, vergogna di volare e vantarsi di andare in treno, sono due hashtag in voga in Svezia per per dirsi impegnagti nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Come se il treno non viaggiasse con l’elettricità, che una centrale termica deve produrre. E non producesse con al frizione nuvole di particolato e altre emissioni nocive, metalliche. Mentre della Co2 in fondo viviamo.
“Io compenso sempre le mie emissioni di andride carbonica” è la nuova frontiera delle ecofavole. Anche se immobili non possiamo stare. Far scorrere l’acqua dal rubinetto produce CO2, anche mandare un sms. Alimentarsi ne produce molto di più: due chili per un bicchiere di vino, tre per una bistecca. Andare in macchina – o in treno – ne produce ovviamente molto di più.
L’ecofriendly preferisce la doccia al bagno, per ridurre l’emissione, non copre i termosifoni, usa un solo condizionatore per la tutta la casa, sbrina speso il freezer…. E pianta alberi. Questo è già un business, fiorente: ci sono onlus specializzate nel piantare alberi per noi, in Italia e all’estero, per un fee, mdesto naturalmente. Phoresta Onlus offre anche “servizi ecosistemici” – “Paghiamo, per esempio, per rimandare il taglio di un bosco da legna di dieci anni”, spiega il titolare.
Quel che resta di Parigi
Inverosimili copricapi d’inverosimili capi indiani e vecchi beatnik col codino declinano la morte del pianeta a Parigi. Declinavano qualche tempo fa, già cinque o sei anni. Ma la kermesse non è stata di parata, dietro il folklore c’è un business solido. Soprattutto tutti sono – erano - contenti coi cento miliardi da spendere nei paesi del “Terzo mondo” – a Parigi c’era ancora il Terzo mondo… Che poi non sono stati spesi.
La morte del pianeta sarebbe evitata nell’immediato, e di colpo, abolendo il motore a scoppio: basterebbe l’idrogeno, o altra miscela non fossile, e l’aria torna subito pulita, il surriscaldamento stoppato. Ma questo non era in agenda, non si fanno ricerche di combustibili alternativi. Si investe – soldi pubblici – per ridurre le emissioni nocive dopo averle prodotte e non per evitarne la produzione. Il resto – la deforestazione, le mascherine, etc. - serve a duper le bourgeois, sempre tenero di cuore, perché apra il portafoglio contento.
Gli obiettivi restano vaghi, gli impegni imprecisi, tutto ciò che serve è creare un po’ di panico che giustifichi presso l’opinione pubblica l’impegno di ingenti risorse pubbliche per il business. Obama lo ha detto all’apertura: “Mostriamo agli affari e agli investitori che l’economia globale è sul cammino stabile per un futuro a basso carbonio. Ci sono centinaia di miliardi di dollari pronti all’uso in giro per il mondo se avranno il segnale che abbiamo intenzioni serie. Mandiamo quel segnale”. Era questo il messaggio del primo presidente americano che lanciò l’industria dell’antinquinamento: Nixon, appena eletto, fine 1968.
A Obama ha fatto eco a Parigi l’allora segretario dell’Onu Ban-ki-moon: “Affari e investitori si aspettano un forte accordo a Parigi che mandi al mercato i giusti segnali”. E l’allora segretario di Stato Kerry il giorno successivo: “Quello che stiamo facendo è mandare al mercato un segnale straordinario”.
(continua)