sabato 31 ottobre 2020

Letture - 437

letterautore

Adottive – A volte sono amanti – le figlie adottive. Si fa scandalo di Woody Allrn che ha sposato Son Yi - figlia adottiva peraltro non amata della sua compagna Mia Farrow quando era sposata con André Previn. Sartre e de Beauvoir fecero senza scandalo figlie adottive ed esecutrici testamentarie due giovani amanti. Sartre Arlette Elkaim, Simone de Beauvour Sylvie Le Bon - che forse era stata anche amante di Sartre.
 
Adriatico – Configura una comunità linguistica? Tale la suggerisce Giacomo Devoto (“Civiltà di persone”), addebitandola al linguista Matteo Bartoli, alla sua pubblicazione degli scritti dell’ultimo “utente” della lingua dalmatica, il veglioto Antonio Udia, morto nel 1897. Il cui nome dalmatico era Tuone Udaina. “In queste forme dittongate ritroviamo sulla costa adriatica, diciamo da Pescara a Brindisi”, nota Devoto, “la selvaggia alterazione delle vocali accentate, propria anche delle aree interne, dall’Abruzzo alla Puglia”. Questa analisi di Bartoli, un linguista vissuto a cavaliere del 1900, “parve provocatoria e rimase indecisa”, nota Devoto. E aggiunge: “Bilanciata dalla interpretazione «settentrionale», che richiamava invece caratteri in parte analoghi del Friuli”. Cioè, dal Friuli alla Dalmazia, all’Abruzzo e alla Puglia la stessa parlata.
 
Amore-morte - Al celebre detto di Oscar Wilde dal carcere, “l’amore uccide ciò che ama”, fa da pendant Boris Vian: “Le persone infelici uccidono quelli che amano perché non hanno altro sotto mano”.
 
Asterischi – “Un po’ Lev Tolstoj e un po’  Agatha Christie”, uno legge questo sommarietto sul “Robinson” e si dice: perbacco, un’occasione di lettura eccezionale. Ma si tratta dell’ultimo romanzo di Jo Nesbø, “Il fratello”, a cui Claudia Morgoglione dà poi, in fondo perplessa, solo tre asterischi su cinque – leggetelo se non avete di meglio. Gli asterischi, per i libri come per i film, sono più veritieri del giudizio scritto. Che risente della promozione (l’amicizia dell’addetto\a stampa, l’abilità dello stesso\a, con fornitura di giudizio completa, la confidenza speciale, l’esclusiva in anteprima)? L’asterisco invece condensa l’umore personale.
 
Boccaccio – Surrealista? Flaiano lo fa dire al suo personaggio di “Oh, Bombay”, Adamante, arredatore, “architetto”, gidiano. Che, “anzi, voleva preparare un film sula settima novella della Seconda giornata del Decamerone, la principessa di Babilonia inviata per sposa al re del Garbo”. Surrealista forse per la conclusione: quando la principessa, spesi quattro anni di viaggio in galanti avventure, infine arriva dal re del Garbo, questi fa “gran festa e, mandato onorevolmente per lei, lietamente la ricevette”. Onorevole e lieto, per una che “con otto uomini forse diecimila volte giaciuta era” – e “allato a lui si coricò per pulcella”.
 
Dante – È il quinto nella top ten dei nomi di vie, piazze e altri spazi pubblici che Gravino compila sul “Venerdì di Repubblica” – dietro Roma, Garibaldi, Marconi e Mazzini. È il solo poeta (letterato, artista) fra i primi dieci – dopo Dante vengono Cavour, Matteotti, Verdi, Moro e IV Novembre.
 
Poeta letterato coltissimo, di più aspetti del sapere, dei cui studi – della cui biblioteca – non sappiamo nulla. Mentre della biblioteca di Petrarca sappiamo tutto, e abbiamo anche qualche volume. È notazione di Dionisotti – che per questo non è si avventurato nella “dantesca”?
Si direbbe un poeta-letterato non per filologi. E invece ne è il massimo campo di esercitazione: la filologia preferisce i non-documenti (il campo vergine) ai documenti? .
 
Divinità – “Non sono gli dei che hanno fatto la musica, è la musica che ha fatto gli dei”, A. Malraux, “La speranza”, 2da parte, cap. VII.
 
“Altra cosa è le fede
....So che voi non credete
a Dio, Nemmeno io.
Per questo mi sono fatto prete
... e prego: prego non so ben dire
che e per che cosa: ma prego:
prego (e in ciò consiste
- unica! – la mia conquista)
 non come accomoda dire
al mondo, perché Dio esiste,
ma , come uso soffrire
io, perché Dio esista”.
Giorgio Caproni, “Lamento (o boria) del preticello deriso”, poemetto dedicato “a Mézigue”, cioè a me stesso (Caproni sta traducendo Céline, “Morte a credito”, 1936).
 
“Sopprimete il condizionale e avrete distrutto Dio”, Boris Vian, “Trattato di civismo”

 
Gelosia - “L’amore genera la gelosia, che ne è la prova”, Boris Vian, “Trattato di civismo”.
 
Grecia - “Troviamo nella Grecia ciò che ci manca, non ciò che contiene realmente” – la Grecia nascosta, “dietro ogni riga della sua letteratura” – V.Woolf, “Non sapere il greco”.
 
Lisbona – È Ulixabona, la città di Ulisse, davanti all’oceano - Piero Boitani ripercorrendo il mito di Ulisse sul “Sole 24 Ore” di domenica.   
 
Oriente – “Un soldato scende dal camion, si guarda intorno e mormora: «Porca miseria!». Egli sognava un’Africa convenzionale, con alti palmizi, banane, donne che danzano, pugnali ricurvi, un miscuglio di Tirchia, India, Marocco, quella terra ideale dei film Paramoount denominata Oriente, che offre tanti spunti caratteristici er orchestrina. Invece trova una terra uguale alla sua, più ingrata anche, priva d’interesse”.  
 
Roma – “La  città meno romana del mondo” la trovò Silvio D’Arzo (Ezio Comparoni) nel 1948, di ritorno dalla prigionia, come racconta nella prefazione a “L’uomo che camminava per le strade” (un racconto appassionante, la prefazione, dell’avventura militare del giovane scrittore in guerra). Dopo due anni di prigionia “ai piedi dell’Himalaia, a Lahore, in mezzo ad altri 4200 ufficiali”, la liberazione, tra i primi, e la scoperta, ancora con la divisa, dell’autunno a Roma: “Sempre bella, a settembre lo è due volte di più”. Perché “Roma non è Milano. È la città meno romana del mondo”.
 
È il nome che più ricorre fra strade e piazze d’Italia. “Fu Mussolini in persona a ordinare che ogni città avesse una via Roma” – Michele Gravino sul “Venerdì di Repubblica”. E in ogni paese.

letterautore@antiit.eu

BarLume sulle Alpi

“Perché no?”, Massimo del BarLume a Pineta consola la commissaria Alice, che non vuole si sappia che i serve dei Quattro Vecchi come consulenti: “Siamo in Italia, in fondo. Siamo pieni di professori emeriti, senatori a vita e centoventagenari assortiti nei posti che contano, a badare che i giovani, quelli che hanno meno di settant’anni, non facciano tropo casino quando tentano di fare le cose per davvero”. Obiezioni?   
I terribili vecchi che impestano il BarLume sono in montagna tra i crucchi, con la gita delle Poste, ma il sollievo è solo temporaneo a Pineta: presto s’imbattono in un assassinio anche a Ortisei. Che la commissaria Alice questa volta può delucidare con calma, da lontano. Ricordando i brutti e bruttissimi che impestarono la Repubblica col terrorismo, finendo spesso col pentirsi, per evitare il carcere - ma non la morte, di cui erano dispensatori.
Malvaldi al solito tra Dickson Carter (meglio nella versione Carter Dickson) e Rex Stout, ma più svelto. Crea un  mondo simpatico prendendo in giro il giallo – la detection è degli sdentati. Senza il bisogno di “giustificarsi”, di giustificare l’assurdo. Perchè non c’è bisogno di credere, solo di passare il tempo divertiti con un mondo altro, quello quotidiano, solitamente spento.
Marco Malvaldi, Aria di montagna, “LA STAMPA-la Repubblica”, pp. 46, gratuito col quotidiano

venerdì 30 ottobre 2020

Millennio sociale

La domanda è insidiosa

O anche coraggiosa

La risposta puntuale

Che non ha l’eguale

Nel reale e nel virtuale:

La posa è nebulosa

Nel Millennio sociale.

Problemi di base papali corporali - 603

spock

Perché il prete si vuole sempre in camera da letto?
 
E anche fuori, dovunque si goda?
 
Anche solo in pensiero?
 
È un voyeur?
 
L’amore è un peccato perché i preti se ne privano?
 
Perché il corpo è peccaminoso, in quale comandamento è scritto, in quale Bibbia o Vangelo?
 
E perché c’è, cos’è questa cosa?

spock@antiit.eu

Contro l’indifferenza

Una testimonianza secca, e dura, quella della senatrice Segre sull’Olocausto al quale è sopravvissuta ragazzina, separata all’arrivo a Auschwitz dal padre, che non rivedrà più. Non ha perdonato. La testimonianza si conclude con le colonne di detenute che vengono fatte marciare per mezza Germania, centinaia di km. senza cibo, e senza mai un segno di attenzione della popolazione. E, il primo maggio 1945, con le guardie tedesche e gli ufficiali che si spogliano delle divise, in mutande, e delle famiglie che, finiti i sogni di gloria, ammassano il possibile sulle carrette per scappare verso Ovest. Senza mai guardarsi intorno: mai uno sguardo per gli ebrei in Germania, nemmeno di commiserazione.
L’ultima testimonianza dello sterminio, con cui Liliana Segre novantenne si è voluta congedare dalle scuole, presso le quali l’ha portata per decenni, è sempre ferma, al dato storico, senza sentimentalismi. L’indifferenza la senatrice ha voluto incisa a caratteri cubitali sulla parete dei sotterranei della stazione Centrale a Milano, ora Memoriale della Shoah. De Bortoli la rappresenta nell’introduzione nelle finestre chiuse della città quando gli ebrei a centinana la mattina venivano condotti a San Vittore, o da San Vittore ai sotterranei della stazione per la deportazione. Per segre è sempre quella di quando, aveva otto anni nel 1938, non poté andare a scuola.
Liliana Segre, Ho scelto la vita, “Corriere della sera”, pp. 62, gratuito col quotidiano

giovedì 29 ottobre 2020

Que viva Barcelona!

Balordo post-partita Juventus-Barcellona a Canale 6, surreale. Si magnifica più volte, “un arcobaleno”, “un pallone piovuto al cielo”, un cambiamento di fronte di Messi, mentre Bonucci ne ha fatti quattro-cinque altrettanto lunghi e precisi. Elogi sperticati all’arbitro, che ha arbitrato a senso unico. Occhio di lince per avere visto in tre goal il fuorigioco “millimetrico” (millimetrico?) del centravanti juventino, e niente da ridire per avere dato un rigore che non c’era al Barcellona – il fallo parte da fuori area. Occhiuto dispensatore di ammonizioni agli juventini, a fini dissuasivi nel match e nel girone – il Barcellona non deve solo vincere possibilmente questa gara, ma assicurarsi anche il prosieguo del girone – mentre li evita accurato per gli stessi falli, tattici e pestoni, agli iberici (gli arbitri che arbitrano Real Madrid e Barcellona sono sempre a favore delle due squadre  spagnole: possono pestare e interrompere il gioco avversario senza essere punite, gli avversari vanno amoniti subito per intimorirli, e non hanno mai il var contro: sarà per caso). Ed elogi sperticati, ripetuti, come già in partita, per tutti i giocatori iberici, di cui si narrano e si ripetono le gesta, e specialmente per due debuttanti iberici minorenni, uno dei quali è solo sembrato un imbranato.
Antijuventini e juventini delusi uniti nella lotta hanno stravinto per il Barcellona anche il dopopartita. Canale 5 ha la audience in Catalogna? I giornalisti e commentatori sportivi italiani ormai non sanno che ripetere i giornali sportivi spagnoli, che sono molti, e li sollevano dal pensare e scrivere per conto proprio.

Ombre - 535

Erdogan attacca la Francia che è sotto assedio da parte del terrorismo islamico. E quando un attentato più spregevole degli altri interviene, sulle ali del suo vituperio, se ne dissocia, con parole alate. Nell’islam la taqiyya, la dissimulazione, è onesta e anzi richiesta.
 
Erdogan non aveva finito di attaccare Macron e la Francia che nelle capitali arabe file ordinati, disciplinate, in “divise” curate, anche se in abiti civili, tutti bianchi, tutti neri, tutti uomini, tutte donne, hanno occupato le piazze con cartelli ben scritti e ben stampati in francese e in inglese, e il solito vezzo di bruciare bandiere e volti avversi in effige. Il vezzo è appreso dai khomeinisti, l’organizzazione è dei Fratelli Musulmani, come già nelle primavere “spontanee” del 2011.  
 
Si celebrano gli eroismi del personale sanitario, ma l’epidemia impazza soprattutto per le inefficienze del sistema sanitario – tracciamento, trattamento. Evidenti  in questa seconda fase: poco o niente è stato fatto nei mesi di grazia del virus per rimediare alle inefficienze. Che anzi sono state aggravate – mancano perfino i vaccini antinfluenzali. È perché la sanità, a lungo stella polare del sottogoverno, cioè della corruzione politica, e del sindacalismo del posto, ora inevitabilmente lo è della disorganizzazione. Nei 42 anni di esistenza del Ssn non si è ancora formato un personale di gestione della sanità. Sono tutti sottopancia politici, che sanno solo gestire gli appalti e gli acquisti.  
 
Fa senso leggere su “Style”, il magazine maschile del “Corriere della sera”, dove non c’è niente a meno di mille euro, la eulogia della democrazia, che purtroppo Alex Foti firma, in cui si fa colpa ai poveri di essere razzisti. Peggio, agli impoveriti. A parte il fatto che non lo sono, gli italiani poveri come i ricchi – sono quarant’anni che si tenta di dire l’Italia razzista, come se non avesse altri problemi, mentre non lo è, l’anarchia si svegli (l’anarchia degli orologi da 155 mila euro, prezzo medio 4-5 mila?) - il problema è la “sinistra” italiana, puzza al naso e autoelogi. E il fascismo eterno di U. Eco, l’Ur-fascismo, che assolve i “belli-e-buoni” dal fascismo.
 
Merkel parla ai suoi, del suo partito, con fermezza e chiarezza: “ Altri quattro raddoppi dei contagi e il sistema è al collasso”, il  sistema sanitario. Cioè tra quattro settimane: sa che i contagi di oggi intaseranno le terapie intensive tra quattro settimane, è la matematica. Notevole la differenza con Conte. È quella tra chi sa di matematica e un avvocato, non di cause celebri? O tra chi governa e chi è lì per caso – non c’è un matematico al Cts?
 
La Turchia finanzia 161 moschee in Francia, l’Algeria 120, il Marocco 20. Nominandone gli imam, i predicatori. I turchi sono “in gran parte funzionari”, spiega Montefiori sul “Corriere della sera”. Si fa molta confusione nell’islam  e attorno all’islam, una fede e uno strumento politico. Ma gli errori sono soprattutto di sottovalutazione: è un mondo che da cinquant’anni si distingue per bruciare bandiere e simboli, un mondo dell’odio.
 
Debutto col botto per la serie Calvino con cui si promozionano in edicola “Sorrisi e Canzoni” e “la Repubblica”. Tiratura venduta al primo giorno, nelle … mila edicole, ed era uno dei Calvino più ardui, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e triplicata oggi per la seconda uscita. Merito della scuola, non c’è altra spiegazione plausibile.
Calvino non è nei social né nei serial tv. È autore eminentemente “scolastico”, la scuola ha ancora una funzione, insegna a saper leggere.
 
L’arbitro Fourneau è applaudito a Firenze, in Fiorentina-Udinese, perché a Crotone-Juventus ha espulso lo juventino Chiesa, che a Firenze è considerato un traditore. In Juventus-Verona l’arbitro Pasqua ha avuto 7 perché ha fischiato un fallo ogni dieci dei calciatori del Verona. L’italiano fa – è portato a fare - il tifo “contro”: non per godersi la propria squadra ma per le sfortune altrui. Per questo in così rapida involuzione-regressione-rimpicciolimento?
 
O anche – sempre gli arbitri Fourneau e Pasqua: si fa carriera con l’opposizione (il lavoro svolto bene non conta, la carriera ne prescinde). È l’equivoco della resistenza, che chiama l’opportunismo: l’Italia degli opportunisti, come mai prima d’ora, di nessuna dirittura morale, è quella “nata dalla Resistenza” – la resistenza assolve.
 
Si rompe il femore, va in ospedale a Roma, al San Camillo, contrae il coronavirus, e muore. Un caso eccezionale? Contrarre il virus in ospedale? E morirne? No, in Italia no: succedeva a marzo, aprile e maggio, e succede ora, niente è stato fatto in tanti mesi per sanificare soprattutto gli ospedali. Sembra grave. È gravissimo.
 
Mentre i contagi si moltiplicavano Feltrinelli e il ministro Speranza pubblicavano “Come guariremo”, le solte menate sul non siamo tutti morti. L’imprevidenza non è dei 5 Stelle, non solo – e del sottogoverno.
 
Scioperano i mezzi pubblici a Roma una mattina all’ora di punta. Per moltiplicare il panico e l’affollamento? Il sindacato non ha più una funzione ma nemmeno una faccia.
 
Il calciatore tedesco – ma si sente più turco – Özil è per Erdogan e la dittatura, contro i cristiani, i curdi, e i democratici in Turchia, ma per gli Uiguri in Cina, perseguitati dal partito Comunista Cinese. È una combattente per la libertà?

L’avventura del padre che non c’è, o come liberarsene

Penny fugge di casa, il 12 maggio 1721, nella contea americana di Pictown, vestito di giallo, per la vergogna di non avere un padre nobile, non averlo avuto, dato che è orfano di padre, abbandonando la buona madre, levatrice. Ha molte avventure con gli altri ragazzi, e con il maestro, un oste, un cieco che vende i biglietti della fortuna, e da solo libererà la contea dai briganti.
Un racconto pubblicato per la prima volta nel 1978, da Einaudi (Ezio Comparoni, “Silvio D’Arzo”; è morto nel 1952, poco più che trentenne), a cura di Rodolfo Macchioni Jodi, con disegni originali di Alberto Manfredi, poi ripreso dall’università di Parma, e da Greco e Greco, ma non più in circolazione, anche se di D’Arzo si pubblica un po’ di tutto: l’unico D’Arzo che non si ristampa è questo racconto per ragazzi, forse il più riuscito – anche se “Casa d’altri” gode del titolo montaliano di “racconto perfetto”.
Su un impianto falsato, un mondo remoto, un tempo remoto. Ci fu un tempo, nel dopoguerra, in cui era di moda ambientare in America i racconti - soprattutto i gialli, anche Scerbanenco lo fa, anche Boris Vian, alias Vernon Sullivan. Era pure il tempo in cui il padre c’era… Un rito di passaggio in proprio, autogestito.
Uno spunto, pare, autobiografico: la propria madre dello scrittore non era sposata, una ragazza-madre. E non aveva mestiere. Cioè ne aveva uno che a Ezio Comparoni, il nome proprio dello scrittore, non piaceva, al punto da sottrarsi spesso ai conoscenti, e la ragione per cui aveva dottato, già da ragazzo, lo pseudonimo: faceva la cartomante - così lo ricorda Giorgio Soavi, che lo frequentò da lontano in libreria a Cremona nel 1943, in un elzeviro su “Il Giornale”, il 29 giugno 2015, “Lo scrittore che cambiò nome”.
Un racconto alla maniera un po’ di Pinocchio, un po’ di Kipling, di Stevenson. D’Arzo ci lavorò per cinque anni, dal 1943 al 1948 – questa è la terza redazione. Negli stessi anni in cui scriveva e riscriveva “Casa d’altri”, il racconto “perfetto” di Montale che lo renderà famoso – anche quello postumo.
Silvio D’Arzo, Penny Wirton e sua madre, Einaudi, pp. 120 € 8,50

mercoledì 28 ottobre 2020

Il sesso fuori della chiesa

Un papa che vuole i matrimoni omosessuali è un controsenso. Un contro-chiesa, la chiesa di cui il papa è il capo. Ma tutto in questo papa è un controsenso, dicono i molti che non lo sopportano: il suo credo è tutto apparire, una sorta di influencer  in cerca di gradimenti. E: papa Francesco non argomenta, ha delle trovate. D’altra parte è il papa, cioè ha lo Spirito Santo con sé. E allora?
Però, se papa Francesco intendesse, più meno consciamente: “Che me ne frega a me del sesso?”, cosa privata, privatissima. Libererebbe la chiesa e la religione dal sessismo, dal tabù del sesso, del sesso elevato a tabù. Che da troppi secoli è un peccato, e anzi praticamente l’unico peccato – o il 50, 60, 70 per cento del peccato. Dal concilio Lateranense IV del 1215, che vietò il concubinato e impose la confessione obbligatoria? Dalla Controriforma, il moralismo finto contro Lutero? E non si vede perché. Non dalla Bibbia, per esempio, non dal Vangelo. Non dal buonsenso.

Cronache dell’altro mondo – il boom della crisi (75)

Si continua a rappresentare il presidente eletto Trump come un pazzo – clinicamente pazzo. E Trump accusa il rivale in campagna elettorale di essere pazzo.
“Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti hanno registrato il più alto numero di contagi e di morti è perché hanno standard di protezione sanitaria tra i più poveri fra le grandi economie sviluppate (più bassi ora di quanto fossero sette anni fa) e il più alto livello di disparità sanitarie”, J. Stiglitz, economista premio Nobel.
C’è il Covid e la recessione, c’è l’incertezza del voto presidenziale, la Cina vola alto, e le azioni Netflix, una casa di produzione televisiva, sono a 490 dollari, e in corsa - domani o dopodomani a 500. Un’azione Google è quotata 1.600 dollari – ieri è salita di 15 dollari. Una Amazon a 3.286 dolari – ultimo aumento di 79,29 dollari (quasi ottanta…). Una Apple a 116, una Facebook a 283, una Tesla a 425.
A Lynchburg nel Tennessee, l’unica città della contea di More, un paese di 6 mila abitanti, cresciuto attorno alla distilleria del Jack Daniel’s, il whisky bourbon (americano) per eccellenza, i visitatori della distilleria possono dissetarsi dopo il giro con un bicchiere di tè. Il Tennessee è proibizionista: proibito vendere a consumare alcolici. Lo steso in numerose contee in Alabama, Kentucky, Mississippi e Texas.
Difficile capire l’America, “qualcosa che non appartiene alla nostra coscienza” – Ennio Flaiano, “Oh, Bombay”.

L'umorismo onanista

Il racconto “Melampus” riunito con “Oh, Bombay”. Due racconti del tardo Flaiano, 1970 – morirà pochi mesi dopo. È lo stesso Flaiano che li pubblica insieme sotto questo titolo, accomunandoli, nella nota che introduce il volume. Nel segno della metamorfosi: “Oh Bombay” dell’uomo, “Melampus” di una donna. E dell’amarezza: “Come quei suppliziati di una volta, chiusi in casse dalle quali sporgevano soltanto con la testa, essi si riconoscono e, per ingannare il tempo della pena, raccontano le loro storie, sempre meno improbabili in una società dove la metamorfosi è una vita di ricambio, tra il gioco e il massacro” – il cambiamento di genere, di sesso.
“Melampus” è malinconico, cechoviano di programma. “Oh Bombay” è un pirotecnia di flaianismi. Dozzine. Ma dello humour che Woody Allen ha immortalato al cinema e Faiano, pur lavorando molto per il cinema, non si è potuto concedere: lo praticava in segreto, in solitario, una sorta di onanismo dell’umorismo. Alcuni, più seri, e anche tristi, che faceti:
“La noia conduce alla letteratura”.
“Tra diavoli e maschere c’è un abisso…  Quello che noi chiamiamo cinismo, cioè il comportamento del cane, è la sola filosofia accettabile dalle maschere”.
“La donna vuole la parità nel piacere sessuale, pertanto la necessità di mascherarsi”.
“Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui”.
“Se temete la solitudine non sposatevi”.
“Oggi il Diavolo è insopportabile perché è utilitario”.
“La guerra è un happening, e questo spiega il successo che ha sempre avuto”.
“La pubblicità fa più danni della pornografia perché unisce l’inutile al dilettevole”.
“Una volta il rimorso veniva dopo, adesso mi precede”.
“L’unico modo di trattare una donna alla pari è di desiderarla come un uomo”.
“L’oppio è ormai la religione dei poveri”.
“L’avarizia è la forma più sensuale di castità”.
“Il traffico ha reso impossibile l’adulterio”.
“Prima di Freud l’amore era un piacere, adesso è una necessità”. “Aspettavamo la fine dell’arte, è venuta la fine della moda”.
“L’ideale è una lavandaia senza mutande presa di spalle”.
“La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia”.
“La domenica e gli altri giorni preferisco dormire”.
Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Adelphi, pp. 316 € 14

martedì 27 ottobre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (438)

Giuseppe Leuzzi

“Era a Firenze da trent’anni, ma vi aveva vissuto anche in anni lontani, da studente. Non aveva preso niente dalla città, come tutti noi del nord, così diversi per voce, pronuncia e prontezza di riflessi” – Giacomo Devoto, commemorando l’illustre clinico Enrico Greppi, in morte, nel 1969 (“Civiltà di persone”). Il leghismo ha radici profonde.
 
La questione meridionale criminale
Con Sciascia, riflette Walter Pedullà ne “Il pallone di stoffa”, 179-180, “il narratore, il confessore, il commissario di pubblica sicurezza e il giudice”, tutto assieme, la questione meridionale “è diventata anzitutto una questione c riminale”. È stato giusto, con  i corleonesi che stringevano Palermo tra delitti quotidiani, e i più efferati, non si può dargli toro – i corleonesi era difficile anche immaginali. Ma lo è ancora?
È una cappa. “Prima o poi ogni giacobinismo diventa ancien régime”, conclude Pedullà: “Quello del realista, empirico o illuminista che sia, è un sguardo che per non essere un visionario o un sognatore percepisce solo reati e punizioni previsti dal codice”. E nient’altro? “Sciascia tiene a tiro i servizi segreti, ma essendo da neorealista un visivo, colpisce ciò che appare in superficie o nascosto negli archivi”.
 
I siciliani sono francesi
I siciliani sono francesi. Sono stati arabi, e poi normanni e angioni, francesi. Quando erano punici e greci, erano in realtà siculi di lingua punica e greca.
Poi gli spagnoli sono venuti, ma non si sono mischiati.
Visi s’incontrano sbalzati dalle tappezzerie di Bayeux. Intagliati nel marmo bianco patinato, le code degli occhi leggermente all’insù, teste ovali, riccioline, minute, come l’ossatura, occhi chiari. È impressionante quanti se ne incontrino. I nomi francesi sono in maggioranza, i nomi anagrafici – i luoghi sono sempre greci e arabi: i normanni, seminomadi, curavano poco il territorio, molto il clan, il  gruppo familiare. Lo sostiene convinto, con cifre, percentuali, mappe, un amico di Palermo che non nomineremo, come incitamento a venire allo scoperto e farsene il copyright.
Quando la Sicilia avrà riavuto l’onore e creerà un vero servizio anagrafico, come i public records, americani, la tenuta degli alberi genealogici di ognuno, le origini francesi saranno incontestabilmente acclarate. L’amico ne è certo. I siciliani sono di fatto di ogni bordo, e cultura. Ma anche francesi, indubbiamente. Non ne hanno la burocrazia, non avendo avuto un regno unito e una Vesailles, ma il rivoluzionarismo sì, del tipo jacqueries (oggi gilets jaunes). E l’amore delle parole.
Lui è albanese: crespo, nero – del genere che solitamente si dice arabo (molto, troppo, in Sicilia si vuole arabo, specialmente dagli anni 1970, da quando gli arabi si sono arricchiti) ma lui è albanese di nome e provenienza, albanese di montagna, di Piana degli Albanesi. Sua moglie, bionda, il corpo abbondante, le ossa minute, la pelle diafana, gli occhi verde-azzurri, ne sostiene il ragionamento con una dentatura smagliante.
 
Napoli
“Non sempre i meridionali sono convinti meridionalisti, l’ismo di chi le prova tutte per dare lavoro in ogni campo al Sud. Non solo i settentrionali gli fanno male, danneggiano il Mezzogiorno anche i meridionali”, Walter Pedullà, “Il pallone di stoffa”, 331: da presidente Rai, lo scrittore aveva ottenuto un’edizione del Tg 2 da Napoli che però i giornalisti napoletani snobbarono.

Bakunin ci passò quindici mesi, eccezionali, da giugno 1865 ad agosto 1867, tanto da progettare di tornarci definitivamente. Fondò a Napoli un Circolo dei socialisti rivoluzionari, che sarà nel 1869 la prima Sezione italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Ma fu a Bologna che riuscì a organizzare una rivolta, nel 1874 – anche se con l’aiuto del napoletano Cafiero.

Sua figlia Sofia, nata su Lago Maggiore nel 1870, andrà sposa a Napoli del grande chirurgo Giuseppe Cacciopoli, e sarà la madre di Renato Cacciopoli, il genio matematico che andò in cattedra a 27 anni a Padova. Tornato a Napoli, Renato Cacciopoli si esibì personalmente nel 1938 in varie contestazioni della visita di Hitler a Mussolini. Evitò il carcere col manicomio, per sospetta follia. Dopo la guerra fu matematico sempre in cattedra, membro dei Linccei e premio Lincei – finirà suicida nel 1959, dopo l’abbandono da parte della moglie, per il dirigente del partito Comunista Mario Alicata, calabrese ma deputato di Napoli-Caserta.

L’idea di fare passare Renato Cacciopoli per pazzo fu della zia Marussia Bakunina, “Maria”, nata a Krasnojark ma addottorata a Napoli, dove insegnava la Chimica all’università. Anche lei cooptata all’Accademia dei Lincei nella sessione del 1947,  insieme col nipote.
Alla morte di Bakunin, i tre figli, Sofia, Maria e Carlo, furono accolti, con la madre Antossia, a Napoli da Carlo Gambuzzi, avvocato socialista, che li ospitò nella sua villa di Capodimonte.

Si fa molto caso di “Napoli”, il breve saggio di W.Benjamin e A.Lacjs, col concetto di “porosità”, su cui molti a Napoli si esercitano. Ma il saggio si apre con questa constatazione: “Impressioni di viaggi fantastiche hanno colorato la città. In realtà è grigia”. E termina paragonando Napoli e la porosità al kral degli Ottentotti, il villaggio circolare, comunitario della popolazione bantu del Sud Africa.   

Anche Goethe, a proposito dei lazzaroni, nella seconda tornata a Napoli di ritorno dalla Sicilia, avrebbe menzionato il kral degli Ottentotti, ma non nell’edizione definitiva del “Viaggio in Italia”.  In questo secondo soggiorno, fa visita a William Hamilton, dice wikipedia, che gli mostra la sua collezione di reperti archeologici. Tra questi individua due candelabri di probabile provenienza pompeiana, al che Hackert lo invita a tacere e a non indagare oltre sulla loro provenienza.

Goethe approfondisce in questa seconda tappa napoletana gli usi e le abitudini del popolo, del quale elogia l’operosità e l’efficienza nella pulizia delle strade, a differenza di altre città che aveva visitato in precedenza. 

Avvicinandosi a Napoli, nel viaggio in Italia dell’ottobre 1951, Sartre si sente (“Verso Napoli”, due pagine all’inizio della compilazione postuma “La regina Albermarle o l’ultimo turista”) “chiudere il cuore”. Per il solito catalogo: “L’amo e ne ho orrore”, etc.. Ma per un  motivo preciso: “Niente querencia. È l’immagine arida dell’uomo”. Niente affettività, oggi si direbbe empatia.

In effetti crudele, nella disinvoltura – da sempre metropoli.
 
Accolse Gor’kij, esule politico, trionfalmente nel 1906. Nei circoli socialisti, nei grandi alberghi, e nella stampa.  Con cronache passo passo delle sue giornate, e foto sui giornali, che lo mostrano contento e a suo agio, malgrado il poco o nullo italiano, come uno di casa.
L’entusiasmo si trasmise allo scrittore, per il teatro napoletano, di cui resterà sempre appassionato, e per la politica – trasferendosi a Capri, vi aprirà una scuola di formazione socialista per esuli russi.
 
A Napoli, il “napoletano” Boccaccio fa furbo il perugino Andreuccio, a spese dei napoletani. Una rivalsa? Non si saprebbe immaginare quante ne ha sofferte il giovane Boccaccio commerciante a Napoli.
 
Il siciliano non ha il futuro (Sciascia), il napoletano non ha il no. Zola, che avversava il Sud più di Sciascia, gli trova (“Mes voyage. Lourdes. Rome. Carnets inédits”) “una singolare avversione per il No: se gli domandi qualcosa a cui deve rispondere negativamente, fa una smorfia, oppure sta zitto e non si muove, in breve: esprime la sua negazione eufemisticamente. Solo l’uomo libero nega”. Che sembra una condanna, e probabilmente lo è. Ma Zola così prosegue: “Solo l’umo libero nega, solo lui distrugge, annienta l’oggetto, provando piacere nel negare e nel contraddire i dati di fatto”. E allora? “L’uomo naturale è invece imbarazzato quando deve contrapporsi” – l’uomo libero non è naturale?
 
Meta preferita del Grand Tour, ne sopporta i limiti, di ammirazione condita dalla delusione, immancabile. Ma, certo, secondo il repertorio di Ramondino e Müller, “Dadapolis”, tutti hanno fatto a Napoli esperienze straordinarie, mostruosamente straordinarie, inattese, anche sconvolgenti. Tutti i “viaggiatori”. I napoletani ne sono salvi? Si direbbe un’osteria, tenuta da un oste giudizioso o astemio.
 
Nel repertorio dell’urbanista Giovanni Laino delle “immagini molto diffuse” della città in calce a “Dadapolis”, Napoli non ne ha uno solo positivo. Come “luogo doppio” – “vulcanica e mediterranea”, “serena sull’abisso”, “legale e illegale”, “miserabile e opulenta”. Ma su fondo negativo: città della miseria, città mostruosa, città corrotta, città di rapina, città camorra, città complessa. E da ultimo, “alla fine degli anni Ottanta”, del Novecento, “tavolo da gioco” – la più positiva: ognuno vi gioca la sua parte.


leuzzi@antiit.eu


Calvino sfida il lettore - e Umberto Eco

“Sorrisi e Canzoni TV” e “la Repubblica” avviano la serie promozionale del “tutto Calvino” con il romanzo dei non-romanzi, una “narrazione” cerebrale, che ogni poche pagine, ogni capoverso, se possibile ogni riga, si raffredda. Nel nome del Lettore di romanzi, anzi della Lettrice – il lettore tipo, maiuscolo, si vuole sia avido di romanzi. Al quale Calvino ne serve uno per ogni capitolo – solo l’inizio, il capitolo iniziale, che però, si capisce, è già un racconto. Secondo un intreccio dei “generi” romanzeschi non casuale. Che Calvino stesso schematizza nell’indice, nei titoli. E in una lettera al critico Guglielmi, qui proposta come introduzione (se ne riproduce il dettaglio da una ulteriore sintesi dello stesso Calvino all’Istituto italiano di cultura di Buenos Aires, qui ripreso in nota): “Un romanzo tutto sospetti e sensazioni confuse; uno tutto sensazioni corpose e sanguigne; uno introspettivo e simbolico; uno rivoluzionario esistenziale; uno cinico-brutale; uno di manie ossessive; uno logico e geometrico; uno erotico-perverso; uno tellurico-primordiale; uno apocalittico-allegorico”. Di fatto, malgrado le sensazioni forti dei titoli, tutti gelidi, volutamente. 
Contro il nouveau roman
Un paradosso dichiarato: Calvino pretende la celebrazione del libro con un non libro. Meglio: col racconto di un romanzo, come avrebbe potuto essere e non è. Fatto di dieci ipotesi di romanzo. Con una punta di nouveau roman, la descrittiva minuta di ogni gesto o persona, il viaggiatore alla stazione, il soffritto di cipolla, il jogging, la tintura dei capelli, le geografie, le geometrie, eccetera, parodistica. Nel genere pastiche, ma lo scherzo non dura se ripetuto, interminabile – diventa pietra dura, la “fissa” su cui si ironizza. Proust, che ne ha lasciato esempi piacevoli, vi si esercitava con gusto, ma con scherzi brevi e su un autore riconoscibile, non su un filone, una tendenza, un mercato. Calvino ne fa il tema di questo “Se una notte”, nella conferenza di Buenos Aires in questi termini: “L’impresa di cercare di scrivere romanzi «apocrifi», cioè che immagino siano scritti da un autore che non sono io e che non esiste”. Ma la parodia è aspra, cattiva, a tratti ossessivamente sprezzante. O allora la (vecchia?) prosa di arte, il ricamo arabo, non figurativo, la calligrafia.
Il lettore può provare a leggere il “romanzo inesausto” come proposta di visita al laboratorio dello scrittore. Come un open day dell’autorialità, perché possa vedere come si lavora. A disposizione del visitatore mettendo vari abbozzi e non un artefatto-prodotto completo, finito. Un esempio dal reale di work-in-progress, teorico e pratico. A cui però già l’introduzione – la lettera al critico, abuso editoriale? - che si dilunga sul perché e come l’autore ha voluto deliziare (deludere) il Lettore, maiuscolo, con un romanzo fatto di dieci generi di romanzo, di dieci ipotesi di generi di romanzo, toglie tutta la poesia, cioè la voglia di leggere. Gli estri ci sono, ma gettati lì, come a dire: “Ci so fare ma non voglio, non mi piace, non m’interessa”. Una parodia di fatto del romanzo come genere, negli anni in cui si profetava la fine del romanzo.
Contro Eco
Si può anche leggere il romanzo-non-romanzo come una canzonatura di Umberto Eco, che aveva  appena celebrato il romanzesco nel “Superuomo di massa”, 1976 - per la Cooperativa Scrittori, ultimo residuato del Gruppo 63  (e si apprestava a praticarlo, con “Il nome della rosa”, 1980). 
Ma bisogna sapere troppe cose. Anche che Eco reagirà cinque anni dopo con un elogio sperticato del “Conte di Montecristo”, e della letteratura (romanzi) di consumo, a puntate, di colportage, di massa, popolare – il saggetto si legge come introduzione al “Conte di Montecristo” nella Bur. Con tutti i loro difetti, spiegava lungamente perfido, il “Conte di Montecristo” dicendo “uno dei romanzi più mal scritti i tutti i tempi e di tutte le letterature”, stiracchiato, perché pagato un tanto a riga, di uno scrittore che sapeva “scrivere” - “I tre moschettieri” “fila via che è un piacere”, “secco, rapido”… Un duello a distanza, senza sfide e senza padrini, ma cattivo. Quindici anni dopo Eco metteva Calvino, nelle “Sei passeggiate nei boschi narrativi”, accanto a Campanile, Carolina Invernizio e Ian Fleming. Sotto un titolo che rifà esplicito le “Lezioni americane” - da Calvino intitolate “Sei proposte per il prossimo millennio”. Per un pubblico sempre americano – un duello in campo neutro, o forse perché in Italia con la Seconda Repubblica della letteratura non interessava più nulla a nessuno. Un duello con ottimi argomenti da parte di entrambi, entrambi partendo dal Gruppo 63, dall’ipotesi di rinnovare l’italiano letterario e la letteratura, entrambi convincenti, ma l’uno opposto all’altro, senza mai nominarsi. Marciando su terreni diversi, Calvino esploratore, Eco storico - ma queste cose nei duelli non contano.
Controvoglia
In questo come in molti altri libri d’invenzione Calvino è narratore manifestamente controvoglia, che ha difficoltà a tenere teso il filo della narrazione, come ce l’aveva a parlare, avendo in uggia il parlarsi addosso – volendo parlare delle cose essenziali, vaste programme? È autore di un’opera voluminosissima, in tutti i generi, anche nella scrittura giornalistica e d’occasione, meno che nel romanzo – tre o quattro li ha lasciati inediti. Ne ha scritti, come questo, ma di genere-non genere. Un tipo di racconto nuovo invece articola, e inclassificabile. Si annovera nella scrittura fantastica, ma non era narratore di fiabe, fantasy, fantascienza, gotico, del terrore, o altro filone del genere. Era scrittore di scritture, di ricerca. Presto insofferente – non incapace, ne ha scritti, e non di malavoglia – al racconto tradizionale, di personaggi e sviluppi più o meno storicizzabili, abituali, conservativi. Un po’ avulso com’è noto dalla politica, o a disagio, la realizzava (intendeva realizzarla) nel suo ambito, letterario – fu anche funzionario editoriale e lettore professionale. Come innovatore.
Nulla di più semplice della sua prosa. Frasi corrette, svelte. “Cose” di tutti, di tutti i giorni, non usa eccezionalità, trovatine, agudezas. Eccetto quelle della normalità, della quotidianeità. Attraverso le quali conduce il lettore in strani percorsi. Il cap. I (ogni proposta di romanzo è preceduta da un capitolo introduttivo, con  progressione ordinale, in numero romano, ma è scollegata dalle altre) spiega al Lettore, a cui confidenzialmente dà del tu, come vedersi, mentre compra “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e poi si dispone a leggerlo. Nulla di più semplice anche come tema – piano, tradizionale. Ma inconsueto: il piacere della lettura propone in questa “novità”.
Contro Joyce
Come nei racconti di Borges, tradizionali nel taglio e inconsueti nell’argomento, lo svolgimento, l’esito. Per un qualche aspetto a sorpresa ammirabile. È lo stesso per Calvino? Calvino non chiude, lascia il filo dipanato, il congegno visibile. Lo “straniamento” di Sklovskij e Brecht pratica con naturalezza, ovvietà. Non vuole l’immedesimazione, tiene il lettore a distanza. E questo disorienta, respinge. Col sospetto, per il lettore avvertito, tutto sommato, della trovatina. Non per circonvenire il lettore, ma come di un autore in lite con se stesso. Che procede sfidandosi - sfidando se stesso, figurarsi il Lettore. L’“opera aperta” ha questo handicap: affatica l’autore ancora prima del lettore.
Nella lettera-introduzione Calvino si appella “al” Joyce che non nomina – Joyce è un nome che non ricorre mai nella vastissima produzione di Calvino – del “romanzo che racconta una giornata qualsiasi di un tizio di Dublino in diciotto capitoli ognuno con una diversa impostazione linguistica”. Se non che Joyce aveva voglia di raccontare, tanto che ne sperimentò in continuazione forme nuove. Come Calvino, si direbbe. Solo che Calvino sembra invece disappetente lui per primo, al limite dell’anoressia. O come uno chef che lavorasse per disappetenti, e riduce l’oggetto, il tema del suo lavoro, la narrazione, a ghirigori mentali su un muro che non scalfisce – come nelle foto di Mario Mazzetti di Pietralata, l’endocrinologo che non riusciva a scalfire il male e lo rappresentava nei muri ciechi. A distanza, non si infetta, non si spreca.
Esercizi di stile
Un novista condannato al novismo, a una sorta di moto perpetuo, dell’insoddisfazione, irrequietezza, rigurgito acido - la ricerca può essere applicata, fra ipotesi e prove, o fine a se stessa.
Negli stessi anni del “Viaggiatore” Calvino è allegro traduttore, editore e riscrittore di Queneau, cioè di una scrittura probabilistica. Una deriva del surrealismo, in ambito matematico, o l’indistinto ipotetico della meccanica statistica applicato alla scrittura. L’idea di “Se una notte” gli viene, dice, mentre traduce il Queneau più ostico, “Esercizi di stile”. Apostolo ancora fervido della letteratura dell’Oulipo nella quale è stato cooptato a Parigi, della letteratura “potenziale” – per una narrazione caricaturale, non a caso del Lettore, entro un gioco del tipo “vieni a prendermi”. Essendo partito da Raymond Roussel, che in Italia si conosce solo per la morte a Palermo romanzata da Sciascia, come un vagabondo un po’ svitato, ma è un iper-letterato che studiava ”operazioni romanzesche”, dice Calvino - punto di partenza e punto di arrivo le allitterazioni… Calvino non ha amato, forse non ha nemmeno letto, l’“Ulisse” né le altre “stravaganze” linguistiche di Joyce, ma allora?
Contro il Lettore
“Se una notte d’inverno” si legge più correttamente come una continua beffa della narrazione, del piacere di raccontare. Calvino stesso lo dice nel progetto, riflesso nell’indice, i dieci “romanzi” avendo organizzato secondo una traccia che espone nei titoli: “Se una notte d’inverno un viaggiatore\ Fuori dell’abitato di Malbork\ Sporgendosi dalla costa scoscesa\ Senza temere il vento e la vertigine\ Guarda in basso dove l’ombra s’addensa\ In una rete di linee che sì allacciano\ In una rete di linee che s’intersecano\ Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna\ Intorno a una fossa vuota\ Quale storia laggiù attende la fine?” Un esercizio goliardico. O l’anti-romanzo – il  punto interrogativo finale. Se il Lettore eletto dovesse fermarsi alla lettera-introduzione e al primo capitolo con annesso “romanzo”, come dargli torto? Un lettore scampato. O uno che sa, come l’autore, “che il meglio che ci può aspettare è di evitare il peggio”.
 “Sorrisi e canzoni” e “la Repubblica” hanno scelto quest’opera per promuoversi in edicola, cioè tra quanti, per età, mezzi o abitudini di lettura, non si erano ancora avvicinati a Calvino. È buona scelta? Certamente ardita.
È l’edizione Oscar, con la presentazione dello stesso Calvino, e la corposa cronologia di Barenghi  e Falcetto per i “Romanzi e racconti” di Calvino nei Meridiani.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Sorrisi e Canzoni TV-La Repubblica, in edicola, pp. XLVII + 276 € 9,90





lunedì 26 ottobre 2020

Secondi pensieri - 432

zeulig

Grecia - Perché la sensibilità d’animo e la bellezza vi nacquero? Perché non ebbe sacerdoti, solo qualcuno importato dall’Egitto, né chiese né dogmi, ma una libera fioritura. Dio la Grecia concepì anche malvagio e lussurioso, ma non geloso dell’uomo.
È un’ipotesi, ma perché no. Dio era suo, la divinità fu greca come i greci, fu della parte più ambiziosa di sé la Grecia che lo forgiò e nutrì. Seppure tra   guerre continue – i greci inventarono anche quella dei trent’anni.
 
Heidegger
– La questione si può chiarire (svelenire) col personaggio – comunque è la via maestra per l’insondabile filosofia. È heideggeriano il Walter Matern di Güter Grass, “Anni di cani”, l’ubriacone, comunista, milite SA, hitleriano che, disertore in guerra e tourné cattolico, va col cane di Hitler alla ricerca dei colpevoli. Nel 1933 si era fatto pure i baffetti alla Hitler – Heidegger, di Matern non sappiamo. La Germania è fatta così, a volte si sorprende.
 
Elegiaco, quasi sentimentale, nei versi e anche in prosa: della tribù, la provincia provinciale, il dialetto, la solitudine, il silenzio.
Chiercihetto, e quasi mistico, non fosse per la foia. Dell’“abbandono” preda, che deriva all’esoterismo: “Pervenire a quell’assenza del pensiero di cui finora non si è fatta esperienza”,  e alla “trascendenza (che) oltrepassa la percezione degli oggetti”. In Attesa, all’Aperto, dell’Aperto. Dagli ossimori affascinato del misterico Trakl, che ritrova fino in Rimbaud – del “sapere ignorando”, del “nominare tacendo”, e “il non parlare” come “un aver già detto”. Ossimori che ripetono la dialettica appena insolentita – “la dialettica è la dittatura dell’ovvio”.
 
Il greco sapeva meglio dei greci.
E anche le cose che i greci non dicevano, non pensavano nemmeno. Il metodo del pensare e le vie del pensiero volendo diversi: “Questo fatto si lascia dire nominare nel modo più chiaro nella lingua\ greca, sebbene la seguente proposizione non ricorra\ in alcun luogo del pensiero dei Greci:\ La via (non è) mai un metodo”. Salvo, poi, concedere: “La via non conosce nessun metodo,\ nessun dimostrare, nessuna mediazione”, scoprendo di sapere di non sapere. Socratico. O un neoteros della sofistica. Perché sapere è “l’esperienza della mancanza”. O: “«Oblio dell’essere» nomina di primo acchito\ una mancanza, una negligenza. In verità\ questa parola è il nome dell’invio del diradare\ dell’essere, in quanto questo uò farsi palese solo come\ presenza”.
 
Nello scemenzario: la filosofia è solo tedesca. Perché la Germania è l’erede deal Grecia. Di quella dorica, presocratica.
 
Licht, Lichtung ha la stessa radice di leicht, facile facile.
 
Il 7 febbraio 1950 Hannah Arendt incontra dopo vent’anni Martin, a Friburgo. Dove lui abita con la famiglia. Il 14 marzo rivela alla sua “amata animuccia” Elfride che ne è stato l’amante. In questi termini: “L’Altro, ciò che è inseparabile dall’amore per te e, in altra maniera, dal mio pensare, è difficile da dire. Lo chiamo Eros, il più vecchio tra gli dei secondo Parmenide. Il colpo d’ala di quel dio mi sfiora ogni volta che compio un passo essenziale nel pensiero e mi arrischio nell’impercorso”. Bene, ma il meglio deve venire: “Mi tocca forse con più forza, e in modo più inquietante di altre volte, quando ciò che è stato lungamente presentito deve essere tradotto nella sferra del dicibile, e però il detto deve essere lasciato ancora a lungo nella solitudine”. Che sembra incomprensibile e lo è. Ma non se si capisce che pensare è scopare – geniale, no?
 
Marxismo liberale
– L’arciliberale Gobetti Giacomo Devoto, “Civiltà di persone”, può dire “marxista”. Non per convinzione, per tattica: “Non arieggia un «vocabolario», uno «stile» marxista, flirta apparentemente con formulari marxisti, in realtà si mimetizza, si maschera con quei formulari e quei simboli per battersi meglio sul piano tattico” E dunque, il marxismo è copertura liberale…
Ma è più vero il percorso inverso: è Marx l’iperliberale intransigente. Più conseguente – l’esito più coerente del liberalismo è l’anarchia, dolce, mite: l’abolizione dello Stato al coperto della lotta di classe, del supremo consegnatario del potere dei poteri.
 
“Furio Diaz, ricorda ancora Devoto in “Civiltà di persone” (1973), ex sindaco comunista di Livorno, “durante un pranzo abbastanza ufficiale ebbe a dire di sé «noi di formazione liberale»”. Diaz, lo storico del Settecento toscano, in realtà era socialista, avendo lasciato il partito Comunista nel 1956, dopo l’invasione dell’Ungheria, ma al tempo in cui era sindaco di Livorno era comunista professo - ma quando il suo collega universitario Devoto scriveva era vivo e attivo. Le radici liberali del marxismo non sono indagate, ma sono evidenti, tra l’illuminismo e Adam Smith, dal materialismo all’abolizione dello Stato.
 
Memoria – È mobile, essendo la memoria di un essere vivente – compreso lo storico, che pure è allenato ai suoi temperamenti, o trucchi, o movimenti (non c’è storico che abbia personalità, giudizio, misure costanti, inalterabili, non potrebbe). Nel tempo, anch’esso mobile. Ancorabile, a eventi passati, Che però non sono tutti, sempre, fissi,
Questo è vero delle memorie collettive, di eventi come la guerra, e di quelle personali, per diletto o testimonianza. Si vaga. Se è un fondamento, ci si fonda sulla labilità.
 
Un’altra sfaccettatura dell’interminabile autorappresentazione di Proust, dice Devoto analizzando i vari tipi di “memorie” (“Civiltà di parole”,) è la memoria “lirica”. Dice anche i ricordi “del Proust”, “trasfigurati ad altissimo livello”, come quelli di Cellini e di Alfieri, “disinteressati”. Cioè? “Senza secondi fini, né di potenza né di difesa”. Davvero? Un tipo di memoria fuori della storia?
 
Pirandellismo – È l’affermazione della negazione. E un modo di essere che si connota per non essere. L’essere al tempo della civiltà della crisi e della negazione dell’essere. Così è nell’opera, ed è come lo pensa e lo dice l’autore. Che ne ha fatto la scoperta dopo vari esperimenti (prove) di altro indirizzo: ha trovato infine un riscontro (il successo letterario, artistico) e lo ha caratterizzato – se ne è caratterizzato.
È una maniera di essere, più che di non essere. Anche qui testimone la stesa figura dell’autore. Che fu un bugiardo compulsivo, perfino eccessivo, senza necessità o forza maggiore. Finché del bugiardo-bugiardo, al modo del paradosso del mentitore (Epimenide cretese che dice: “Tutti i cretesi sono bugiardi”), fece un personaggio, il “fu Mattia Pascal”, il personaggio piacque, metafisicizzato, e il pirandellismo ci crebbe sopra. Una costruzione meditata ma non disperata: sapiente, calcolata, aggiornata, adattata, in innumerevoli racconti e nel teatro poi “pirandelliano”.
Di questo Pirandello dà ampi materiali l’ultima biografa, Annamaria Andreoli, “Diventare Pirandello. L’uomo e la maschera”, che lo apparenta a Pinocchio. Racconta normalmente bugie ai genitori su tutto, in genere per spillare denaro ma anche innecessarie. Fidanzato con una cugina che non gli piaceva, s’inventa stranissime malattie che lo porterebbero a morte in caso di matrimonio.
Andreoli può trovare il pirandellismo pinocchiesco – dove prende le parti dello scrittore contro i critici del “Fu Mattia Pascal”, “l’eroe pirandelliano che muore fintamente a trent’anni, l’età di Cristo, per risorgere con una falsa identità”:  “Si fatica a comprendere che Pascal è variante degradata dell’uomo-dio: uomo-burattino come Pinocchio, anche lui risorto. Nella trama compaiono in controluce due ladroni (il gatto e la volpe), un sentenzioso filosofo (il grillo parlante), una giovane «mammina» vestita d’azzurro (la fata turchina). Se il naso non diventa lungo le bugie attanagliano il personaggio finché non è più in grado di sostenerle. Per tornare alla verità deve fingere di morire un’altra volta”.  
 
Social – Sono un Ersatz della socialità, di fatto la aboliscono e la impediscono. Il contatto diretto, tra persone invece che tra detti e contradetti, o le vignette dei fumetti. Come impegno del tempo, e di più come forma di comunicazione, di fatto impersonale, malgrado le “amicizie” e i “likes”.
Il digitale sostituisce e abolisce il rapporto personale – l’impulso, l’umore, la passione. È come diceva McLuhan un mondo freddo, di messaggi e immagini fredde.
 
Storia – L’opera colossale di Tito Livio Devoto, “Civiltà di persone”, dice la “memoria collettiva” dei romani. La storia è memoria collettiva. 

zeulig@antiit.eu

L’immigrato in Italia è europeo

Erano censiti in Italia vent’anni fa poco più di due milioni di immigrati residenti, 2 milioni 122 mila. Meno del Benelux, quasi 3 milioni. Meno della metà della Gran Bretagna (4,7 milioni). Un terzo della Francia (6.3 milioni). Tra un quarto e un quinto della Germania (9 milioni).
La cifra per l’Italia risulta triplicata a fine 2019 (i dati sono Onu): 6,3 milioni. Mentre in Gran Bretagna è raddoppiata (9, 6), superando la Francia di 1 milione e 200 mila unità. In Francia e in Germania è aumentata di un terzo o poco più: in Francia risultavano 8 milioni 335 mila immigrati residenti, in Germania 13 milioni 132 mila. L’Italia ha avuto l’impatto maggiore di nuova immigrazione nel Millennio.
Altra peculiarità: gli immigrati residenti in Italia sono per più della metà europei: 3,2 milioni, rispetto ai 3,1 milioni di extraeuropei. Lo stesso equilibrato rapporto registra la Germania: 6,6 milioni di europei e 6,6 milioni di extraeuropei. In Gran Bretagna e Francia, paesi coloniali fino a cinquant’anni fa, il rapporto è invece di uno a due: in Francia 2,6 milioni di europei e 5.6 di extraeuropei, e in Gran Bretagna di 3,3 europei  6,2 extraeuropei.
Per europei si intendono soprattutto immigrati dall’Est Europa (Polonia, Romania, Bulgaria, Ucraina, Moldavia per lo più) e dai Balcani (Albania, Bosnia, Serbia, Montenegro, Nord Macedonia).

Gelo inter-genere

Singolare frigidezza di questa “fluidità di genere”, tra maschile e femminile, di cui Sky ha dato l’opportunità a Guadagnino. Una sorta di manuale di come farlo, tra anonimi, in una base militare, quindi per antonomasia di omaccioni. Il non-genere o multi-genere non si presta - niente affettività, niente passioni?
Freddissimo il linguaggio coatto. Non documentario: gli adolescenti non sono (del tutto) inespressivi. Nemmeno in America, è da supporre. Un’americanata anti-America?
Luca Guadagnino, We are who we are, Sky-Atlantic

domenica 25 ottobre 2020

Il mondo com'è (412)

astolfo

Antisemitismo – Nell’accezione moderna, tra Sette e Ottocento, è stato essenzialmente francese. Come teorizzazione e come sentimento diffuso, mediato dalla pubblicistica. Il caso Dreyfus, che divise la Francia tra fine Ottocento e primo Novecento, condensava le teorie di Vacher de Lapouge e del franco-tedesco de Lagarde. Lunga è la lista del sentimento antisemita espresso o coltivato dagli scrittori, da Voltare a Michelet e Céline. Compreso il socialismo di Saint-Simon, Fourier, Jaurès. 
Diffuso anche il risentimento popolare. Ancora nel 1944, con la Germania in rotta, all’Est, a Sud, nel Mediterraneo e in Italia, e sullo stesso fianco Ovest, si facevano denunce di singoli ebrei e arresti a Parigi. Max Jacob, che pure era buon cristiano da molti anni, molto pio, fu arrestato il 24 febbraio 1944 all’uscita dalla basilica dove aveva servito messa, la messa del mattino – morirà nel campo di Drancy.
 
Drôle de guerre – Poco analizzata la dissoluzione della Francia sotto l’attacco di Hitler, in quaranta giorni nl 1940, si presta a contrastanti illazioni. Pesò il sabotaggio del partito Comunista Francese e della Cgt, il sindacato legato al Pcf, essendo la Germania l’alleata dell’Unione Sovietica? O il francese medio era giunto a rallegrarsi, vendicativo contro l’esperienza governativa del Fronte Popolare, socialcomunista: “Adesso ci penserà Hitler a tenere a bada i comunisti!”.
 
Francia-Germania – Giacomo Devoto, “Civiltà di persone”, 131: “I germanici «Franken», in quanto «Frànconi», hanno definito la regione tedesca della Franconia, e in quanto «Franchi», la Francia. Ad  essi risalgono anche due parole italiane, derivate secondariamente da «Francia»: l’una, nome di popolo, «Francesi», l’altra soprannome individuale, «Francesco». Quest’ultimo dall’Italia è rientrato in Germania, e sotto l’influenza del pesante accento iniziale, si è ridotto a «Franz» - “gli rimase vicino la forma latineggiante «Franziskus», che, nel rituale ecclesiastico, è rimasta a indicare (più di) un santo». Franchi uber alles?
I tedeschi sono in realtà “francesi” anche in questo, nota Savinio, “Scatola sonora”, 137-8: “I Tedeschi, tre volte in meno di un secolo, hanno mosso guerra ai Francesi. Per vincerli? No. Per distruggerli? No. Per manducarli a scopo eucaristico. Per infranciosarsi (per indiarsi… Dieu est-il français?”.
Con una coda: “In altri tempi, e quando non la Francia ma l’Italia era la sirena di turno, i Tedeschi, e con lo stesso fine eucaristico, cercavano di manducarsi l’Italia (Goethe)”.
Jünger, che è nazionalista sensibile, voleva dare “tutto Stendhal per un poesia di Hölderlin” - poi si pentì, e riscrisse il romanzo, ma fu l’edizione originale a fare il successo di “Cuore avventuroso”.
La “linea Sigfrido” e la “linea Maginot”, residuati delle fortificazioni tedesca e rancese della Grande Guerra, Jünger vede fronteggiarsi, nel diario di guerra dell’inverno 1939, sulle due rive del Reno come cannicciati, “paraventi” o “contrevents” di canne.
Stefan George, che ha rifatto la poesia germanica, solo da grande a Berlino scelse il tedesco, essendo cresciuto col francese lungo il Reno, dopo aver fatto tesoro a Parigi di Mallarmé e Verlaine. I casi di tedeschi che si preferiscono francesi sono numerosi: da “Anacharsis” Cloots a Heine, Walter Banjamin, Heinrich Mann, Ernst Jünger. Anacharsis Cloots, il barone prussiano educato dagli oratoriani di Juilly, collegio colto ma civicamente salesiano, cioè laico, compagno di Héraut de Séchelles, il bello della Rivoluzione - tanti i nobili tra i boia del Terrore - e di Bonald, teorico della reazione, dapprima si volle l’Anacharsis in viaggio dell’abate Barthélemy, confutatore del cristianesimo col maomettismo, quindi si ribattezzò Jean-Baptiste, e “oratore del genere umano” - e fu feroce coi girondini, i liberali della Rivoluzione, ma era del gruppo estremista perdente e gli tagliarono la testa, anche a lui.
Il contrario è pure vero, di francesi che si vogliono tedeschi, ma in minor numero. Nerval al Reno esclama: “Germania, nostra madre a tutti!”. O Mme de Staël. Il Reno commuoveva anche Hugo e perfino Dumas.
 
Ma, poi, i francesi – galli e franchi – sono dappertutto. Nell’anno 49 a.C. , del ritorno di Cesare dalla Gallia, “un gran numero di Germani – centoventimila venne riferito – ha attraversato il Reno e si è stabilito nelle terre degli Elvezi, una tribù bellicosa, la cui risposta è stata di spostarsi a loro volta verso ovest, all’interno della Gallia, in cerca di nuovi territori” (R.Harris, “Conspirata”, p. 336). Con una distinzione, però, tra galli e franchi: molta letteratura d’appendice nell’Ottocento, diecine di migliaia di pagine, divide la Francia tra franchi oppressori e galli onesti lavoratori, oppressi.
Simone Weil, “La prima radice”, ha l’atroce conquista della Francia sotto la Loira da parte dei francesi-franchi - i tedeschi di un tempo erano i francesi, nella Francia attuale sotto la Loira, di Albigesi e trovatori che non erano francesi, in Borgogna, nelle Fiandre, in Sicilia. Così S. Weil: “La Franca Contea, libera e felice sotto la lontanissima sovranità spagnola, si batté nel Seicento per non diventare francese. La popolazione di Strasburgo si mise a piangere quando vide le truppe di Luigi XIV entrare nella sua città in piena pace, con una trasgressione della parola data degna di Hitler”.
Franck, barbaro libero, la cui lingua s’impose quando il latino fu desueto, nei secoli ha significato europeo, nel Mediterraneo e oltre. Carlo Magno, che s’illustrò battendo i longobardi per il papa, regnò su una Francia Occidentale e una Francia Orientale. Prima di Carlo Magno, Pipino il Breve fu franco e tedesco. Le parti s’invertivano ancora nel 1746, quando Maurizio di Sassonia sconfisse Carlo di Lorena per conto del re di Francia. Teutonicissime le mogli dei conti-duchi normanni, Adelasia, Eremburga, Fressenda, Sichelgaita, che s’incontrano a Mileto in Calabria, prima capitale del Regno del Sud.
I normanni, uomini del Nord, erano vichinghi, cioè tedeschi, anche loro.
 
La Francia identifica per la Germania anche l’antisemitismo moderno, ottocentesco. I migliori teorici in Germania furono francesi: Paul Anton de Lagarde, che scelse di essere tedesco malgrado le ascendenze lorenesi, e Vacher de Lapouge. Collaboratori volenterosi in questo campo degli occupanti germanici dopo la drôle de guerre.
 
Francia-Italia – Pesa sempre Cesare col “De bello gallico”, e la serie di Asterix, ma prima e dopo l’impero romano i rapporti sono stati sempre a senso unico, con le truppe e le signorie francesi in Italia. Cominciò Brenno nel 393 a. C. I galli-celti restarono nella Gallia Cisalpina, cacciando gli Etruschi: tutta l’Italia settentrionale fino al Rubicone, divisa dal Po tra Gallia Transpadana  e Gallia Cispadana. Bologna è nome gallico, dai Galli Boi che la abitavano (gli stessi che daranno il nome alla Boemia) – con gli Etruschi era Felsina. Senigallia è la città dei galli Senoni.
Poi vennero i Normanni, gli Angioini, i Valois. Carlo di Valois a Firenze nel 1301 sconfisse e scacciò dalla città la parte Guelfa Bianca – Dante compreso, condannato a morte e da allora in esilio per ventiquattro anni, fino alla morte. Disastrosa pure la spedizione di Carlo VIII nel 1494, per le distruzioni materiali da lui ordinate, e per la rottura degli equilibri italiani, che avrebbero potuto altrimenti assestarsi nel segno dell’unità nazionale. Lo seguì il successore Luigi XII ai primi del nuovo secolo, da ultimo chiamato dal papa Giulio II. E poi Francesco I – che il marchese di Pescara Ferrante D’Avalos sconfisse a Pavia e fece prigioniero.
Tra Carlo VIII, fine Quattrocento, e la fine del Cinquecento furono ben undici le “grandi guerre d’Italia” registrate dalla storiografia francese, condotte dai re di Francia in Italia, per presunti diritti sul regno di Napoli e\o sul ducato di Milano. La prima, di Carlo VIII, è per il regno di Napoli. La seconda, di Luigi XII, per il ducato di Milano. La terza, 1501-1504, per il regno d Napoli, con numerose battaglie, a Capua, Seminara (due battaglie), Barletta, Ruvo, Cerignola, Garigliano. Le altre sono tutte per il milanese. La quarta fu combattuta in tutto il Nord,  in una ventina di battaglie. La quinta, il battesimo del nuovo re di Francia Francesco I, è la battaglia d Marignano.  Le sei guerre successive sono repertoriate come “duello Valois-Asburgo”. La prima vide Francesco I sconfitto a Pavia, prigioniero di Carlo Quinto.
Poi venne Napoleone. Con la Repubblica Cisalpina, la Repubblica Italiana, le occupazioni di Roma, e la lunga guerra nel regno borbonico di Napoli. E con le enormi depredazioni di opere d’arte.
Saranno le truppe francesi a fiancheggiare il Piemonte nelle prime guerre del Risorgimento, Con la  parentesi, subito dopo il 1848, del 1849, quando abbatterono la Repubblica Romana per conto del papa.
Da parte italiana c’è solo la mini-invasione decisa da Mussolini due giorni prima che la Francia si arrendesse a Hitler con l’armistizio di Compiègne, e l’occupazione della Provenza per tre anni.  

astolfo@antiit.eu

Vita dura e divertita del Critico Militante

Giuseppe Leuzzi  

“Non posso stare tranquillo un attimo: stanno ammazzando lo Stato Sociale, che è il massimo risultato della mia vita politica”. Walter Pedullà si angoscia, e non può nemmeno tanto, l’ischemia è in agguato. Ma non smette lo humour che lo ha fatto gigante, di uno e ottantatré, per settanta di spalle: si proclama vittima, mentre si accinge a raccontarceli, di “ricordi involontari che pretendono di dire la loro”. Mentre lui ha solo due certezze: “So solo che sarò sempre interista (lo sono da più di ottant’anni) e sempre socialista (lo sono da settantacinque)”. Una professione di fede oggi non comune – non la fede nell’Inter.
A novant’anni, quello che è stato il critico militante e anche il teorico dell’innovazione letteraria, della ricerca nella scrittura, soprattutto sulla pagina “Libri” dell’“Avanti!”, e negli studi di Svevo (“socialista e umorista”, che di meglio?), Palazzeschi, Gadda, Savinio, D’Arrigo, Pizzuto, Bontempelli, nonché a capo di importanti istituzioni, la Rai, il Teatro di Roma, prova a mettere ordine nei ricordi. Per un risarcimento personale, e per un bisogno di collocarsi, di rivedere il mondo com’era – quando “il passato remoto diventa presente infinito”. Socialista, tiene a dire, controcorrente sui tempi, dal primo all’ultimo voto – “ sempre a favore delle correnti di sinistra, Foa, Basso, Giolitti, Mancini, Lombardi” (ma “di fatto appartenevo alla corrente muta fondata da me stesso”).
La vita rimemora come un romanzo, pieno di sorprese anche negli angoli più frequentati, nelle pieghe più usate. Un “Buddenbrook” minore, in prima persona – e senza l’alterigia thomasmanniana, cioè onesto: l’altoborghese, di censo o cultura, è pur sempre nato piccoloborghese. Ma è storia, per lo più, seppure recente - una storia recente ma remota, già arcaica, nell’Italia del Millennio: familiare, locale, dei luoghi di origine, accademica, culturale, politica.
La famiglia a Siderno – “partimmo tutti”
Singolare è il quadro familiare, che viene per primo (in parte anticipato nella raccolta di scritti d’occasione, “Quadrare il cerchio”, qui sistematizzato) e del piccolo mondo in cui visse fino ai venticinque anni, Siderno, in Calabria, sul mare Jonio. Il padre sarto di paese, maestro di taglio, e quindi “don” Salvatore, uomo saggio e previdente. Il fratello Gesumino, uomo colto, modesto, ottimo insegnante, secondo padre del molto più giovane Walter, “che morì a trentadue anni nel viaggio di ritorno dalla lotta partigiana” -  organizzatore del Pci nel frusinate, a lui era intestata la sezione Pci di Alatri. Il fratello Alfredo, epico non-studente, anche all’università, alle università, Genova, Napoli, Messina, ma cultore irrefrenabile d’a zannella, lo scherzo con gli amici in paese, e comunista invece serioso, che ogni giorno spendeva ore sull’“Unità”, segretario inappuntabile della Camera del Lavoro – “nessuno senza un lavoro”. Sette figli, “quattro lauree, nonché tre diplomi con  studi universitari interrotti per urgenze o emergenze”. La memoria è lusinghiera: “Belli anche i corpi. Le figlie erano bellissime”. 
Ma niente di regalato. La memoria è pure un documento storico. La vita a Siderno negli anni 1930-1950 è solidale ma grama. “Il paese del melodramma”, Siderno Marina, cresce dal nulla fino a  diventare una cittadina – il borgo originario in collina resterà abbandonato. I sidernesi si disegnano il marciapiedi, dato che nessuno glielo costruisce. E indorano la giornata con l’ironia – che probabilmente inerisce al dialetto, è parte della forma espressiva dialettale - e lo scherzo. Ma l’isolamento è totale – nella Calabria di quegli anni, pur povera, la parte jonica era reputata un deserto.
Il nostos, il ritorno al paese, che Pedullà ha lasciato nel 1956, è la parte più combattuta dei “ricordi involontari”. “Eravamo tutti un’unica famiglia. Le case a un solo piano affratellano: sei contemporaneamente in casa e sulla strada, dove si fa salotto tra vicini” - le case a un solo piano, post-terremoto. Ma “d’inverno lo Jonio era quasi sempre violento, invadente e travolgente”. Si facevano tre ore di treno più una e mezza di traghetto per andare all’università, che era solo a Messina, altrettante per tornare. Walter per anni lavora fino a quattordici ore al giorno, con le lezioni private, dalle sei di mattina a mezzanotte, e fino a trenta studenti al giorno (diecimila lire per ventisei ore mensili – ma “lezioni gratuite ai bisognosi”), dormendo appena cinque ore. Furono anni anche difficili: “Avevamo tanta fame che avremmo sgranocchiato il legno”. E poi, morto Gesumino, “eravamo rimasti sei figli, partimmo tutti”. Gesumino era partito per primo.
Siderno è la parte più raccontata – verrà utile quando quei luoghi avranno infine una  storia. Walter ci tornerà da grande, e la troverà diversa. “Tranne che in Grecia, oggi ci sono sidernesi in ogni parte del mondo”, constata. E anche: “Un giorno mi accorsi che i sidernesi non pativano più la fame”. Quando la ficaia che copre il muro davanti casa appare stracolma di frutti maturi, di ogni tipo, che nessuno coglie, mentre da ragazzo Walter personalmente stava in agguato, tastando ogni giorno i fichi nella speranza che fossero mangiabili.
Per molti anni ci passerà le vacanze. “Abbiamo appreso ad accogliere i migranti e abbiamo imparato la lezione: il lavoro c’è dovunque”. Combatte, per ridere, anche lui la battaglia con la vicina, vicinissima, Locri: “Fatta salva la mitologia, che parteggia per Locri, la storia dice che i sidernesi opposero irriducibile resistenza prima al fascismo e poi alla Democrazia Cristiana”, che Locri invece locupletarono di “uffici da riempire con impiegati”, il Tribunale, l’ospedale, la sotto-prefettura, il liceo. Fino al conglobamento nella “locride”, neologismo presto famigerato (“ È chiamata Locride solo da quando le dette tale nome il mio professore liceale di italiano”) per dire riserva di caccia mafiosa, dai rapimenti di persona allo spaccio. E le vacanze di Walter tornano a Nord, anche se Siderno è il luogo dove un giorno si vede riposare. È lo stig ma del calabrese, come probabilmente di ogni altro costretto all’emigrazione: in sintonia col luogo natio, ma tra suoni discordanti.  
Il maestro, Giacomo Debenedetti
C’è il ricordo del maestro, Giacomo Debenedetti, che ritorna in ogni piega del ricordo – è il quarto o quinto libro di Walter Pedullà in cui Debenedetti è parte dominante. Qui assortito con quello di Galvano Della Volpe. “Ogni quindici giorni andavo a Messina dal giovedì al sabato, che erano giorni buoni per le lezioni di altri professori, da Mazzarino a Della Volpe” - altri in aggiunta a Debenedetti (Messina ha, aveva, una singolare abbondanza di teste pensanti). Che veniva da Roma dal giovedì al sabato a settimane alterne.
Galvano Della Volpe non ha studenti, solo tre: “Era davvero singolare, il filosofo aspettava me, Filocamo e Strati per fare le proprie ore di lezione, di almeno doppia durata” – “la lezione poteva durare più di un’ora e mezza, ma Della Volpe non se n’era accorto”. Erano lezioni-riflessioni per se stesso, “per lui noi non esistevamo”. Del “filosofo materialista” impegnato a “dimostrare quanta poesia c’è nella struttura razionale dell’opera”: “Ci pareva di sentire il ticchettio ossessivo del suo cervello”, impegnato nel parto concettuale. “Era felice lo sgravio”, Della Volpe sorrideva infine sprezzante: “Ho assistito così alle lezioni di un professore che insegnava filosofia a se stesso”.
Debenedetti di allievi ne aveva cento. I più non lo capivano, ma a decine lo andavano a prendere in albergo e lo accompagnavano a lezione. Che si concludeva con un applauso. Molto qui Pedullà spiega del modo di analizzare testi e autori di Debenedetti, la sintesi forse migliore della personalità, gli interessi e la metodologia del grande saggista. Ma è la sua vicenda personale a prendere il lettore, fra il semitragico e l’inverosimile. Debenedetti, incaricato a Lettere, fu  licenziato perché comunista – era il tempo della legge Scelba: niente uffici pubblici per i socialcomunisti. Galvano Della Volpe, che lo aveva portato a Messina (benché anche lui sospettabile…), fece in modo che mantenesse un incarico a Magistero, di Francese. Ma fu licenziato anche a Magistero. Fu chiamato allora a Roma, era il 1958, per succedere a Ungaretti. A Roma fu bocciato all’ordinariato: la commissione doveva cooptare un Dc e un Pci. E il Pci gli preferì Salinari. Presidente di commissione il professor Sapegno, Pci, torinese come Debenedetti, suo amico personale e estimatore. Che andrà anche in tv a dire: Debenedetti non meritava di vincere. “Meritavano di vincere invece Salinari (era membro della Direzione nazionale del Pci in quanto responsabile della Commissione Cultura del partito) e Petrucciani, che tra i suoi titoli aveva di essere democristiano come due commissari” della cinquina – Salinari si illustrerà tardi, spiega Pedullà, rivelando che del compromesso storico di Berlinguer era “precursore nientemeno che il Manzoni dei Promessi sposi”.
La letteratura
Moltissimi aneddoti o piccoli segreti Pedullà ha da richiamare o svelare, in una lunga vita per molti aspetti anche pubblica. Consigliere non assente per quindici anni e poi anche presidente della Rai, presidente del Teatro di Roma, responsabile dei Libri all’“Avanti!” per trenta e più anni, con collaboratori di gran nome, poi critico saltuario al “Messaggero”, “Il Mattino, “l’Unità”, referente di molti premi letterari (“più di me solo Carlo Bo”, che però “non leggeva i libri, li annusava”), professore alla Sapienza per quarant’anni di Letteratura Contemporanea, autore di monografie che fanno testo, su Palazzeschi, Svevo, Gadda, Savinio, D’Arrigo, Pizzuto, Bontempelli, Debenedetti, animatore di molte iniziative editoriali, la Cooperativa Scrittori con Pagliarani, Eco, Manganelli, Balestrini, Sanguineti e molti altri, la Lerici per una quindicina d’anni, le riviste “Il Cavallo di Troia”, “L’Illuminista” e “Il Caffè Illustrato”.
Pedullà è soprattutto un professore di Letteratura Contemporanea e Moderna e un critico letterario, e la letteratura ha molto spazio. Il metodo di lavoro del “critico militante”. Che deve seguire le programmazioni editoriali, con poca libertà di scelta, ma non va a occhio, di fretta, per caso o per un qualche obbligo o servitù. E sempre impegnato per la ricerca letteraria, il nuovo, le avanguardie. A decifrarle, spiegarle, metterle in valore. Senza mai smettere il sorriso, ma con impegno. Anche le lezioni conduce con allegria, col metodo socratico – insegnare, dice,  “è il mio vizio preferito”.
Loquace, a lezione e sulla pagina: “Le mie descrizioni mancano di sintesi, meglio l’analisi”. Ma sempre “col freno a mano tirato”, come riflette una mattina di sé e della sua scrittura mettendo in moto la Cinquecento. Un critico la cui maschera diventa personalità. Si direbbe per l’ironia insopprimibile. Walter dice per il senso del comico. Ma è l’ironia, tutt’altra cosa: un occhio non comico sul comico. Da maneggiare con attenzione: l’ironia è creativa ma anche velenosa, dissecca. Un’anatomia, sotto la lama insopprimibile di se stessi. Un match di scherma, con lama sottile, un fioretto, che incide senza sopprimere, ma isolante più che protettivo – la critica è una scherma, con l’opera e con l’autore, una scherma protetta, con maschera e visiera.
Questo è comunque Pedullà, un duellante. L’ultimo lettore probabilmente – tra i recensori specie rara: il recensore sembra anzi che odii i libri, Walter li legge. Che all’incontro con l’autore ne studia, carpisce, somatizza ogni tecnica e ogni abilità, più spesso mimandolo. In un corpo a corpo da scrittore a scrittore, più che da sarto a cliente, da professore a materiale, da presentatore a gentile pubblico. Sia da professore, è da credere dalle monografie, che da critico militante. Con un distinto penchant per la scrittura. Il progetto e l’innovazione, o la scrittura che pensa alla scrittura – si polemizza spesso contro la “scrittura”, ma da parte di “scrittori della non-scrittura” (Montale, Pasolini), altrimenti è sciatteria.
Le pagine settimanali sull’“Avanti!”, e poi, diradate, sugli altri giornali, sono ri-creazioni. Dissimulate ma immedesimate. Anche se, nelle amate avanguardie, il progetto tende a prevalere  - anche nel caso di Umberto Eco romanziere, per esempio, che la letteratura vuole e fa di massa, d’appendice, maestro Dumas. Lettore unico specialmente della vena comica e surreale, che è tanta parte della poesia e prosa italiane ma orfana di critica. Non piace al critico essere sfidato con le proprie armi: se la letteratura è faceta, tanto più la critica si vuole arcigna. Magistrale e quindi arcigna, severa.
E questo forse – è una vena che Pedullà intuisce ma non elabora - per quel tanto di calabrese (bizantino, sarmatico, sardonico) che è la cifra del calabrese integrale, lo stigma del dialetto, il “linguaggio naturale”. Fisico e spirituale, dialettico – dialettale dialettico? la commistione gli piacerebbe. Paziente e irritato. Vicino e lontano. Col tarlo del Witz, che è sempre aggressivo. Ma Pedullà addolcisce, generoso, altra virtù terranea. Gran signore. Prodigale perfino: i giudizi che qui ripete (un primo consuntivo aveva abbozzato dieci anni fa, sotto il titolo sartoriale “Il giro di vita”) sono sempre da pescatore di perle. Diversamente da Debenedetti, maestro e insieme apostolo, dalla sua “irrimediabile estraneità al comico”, Walter lo privilegia - come Debenedetti suo malgrado, anche “il saggista deve fare i conti con l’invisibile, trovandogli le figure che suggeriscono verità collettiva”, dice in altra occasione (“Debenedetti e Savinio”, in “Alberto Savinio. Scrittore ipocrita e privo di scopo”).
L’ultimo dei saggisti-moralisti, ricchi di letture, di curiosità umana e estetica, di lingua e di umori che hanno infiorettato le lettere italiane del secondo Novecento, nella tradizione di Croce e De Sanctis: Praz, Macchia, Ripellino, lo stesso Debenedetti - ma senza le sue idiosincrasie (Svevo su tutti), o le sue fisse (Tozzi). Aperto, curioso, lettore di servizio più che professore e giudice. Comparatista, un poco. Interdisciplinare. Critico militante più che accademico, ma di letture approfondite, che lasciano il segno.
Nell’insieme, i “ricordi involontari” si conformano in una sorta di vindicatio. Di un “destino” costruito con costanza e grande profusione di energia - “Impiegavo trenta ore a scrivere un articolo”, per la sua pagina sull’“Avanti!”. Con qualche regolamento di conti, con parsimonia. Con Angelo Guglielmi alla Rai. Con “Cesarino”, Cesare Garboli, “il facoltoso figlio di un grande costruttore” fascista, per questo animoso antisocialista, recensore “di scrittori spesso scelti tra i minimi affinché risultasse meglio la statura del critico”. Ma la letteratura è soprattutto il campo privilegiato, e quasi della felicità. Anche l’aneddotica, per quanto curiosa, è gentile. Fenoglio all’indice per molto tempo perché aveva fatto la Resistenza nelle “brigate partigiane monarchiche”. Stefano D’Arrigo, l’autore di “Horcynus Orca” - che Pedullà racconta in varie circostanze di avere praticamente tenuto a battesimo, dal primo vagito e poi per una quindicina d’anni (ma era stato Debenedetti, spiega, a “scoprire” D’Arrigo, “un critico d’arte siciliano”), la saga linguistica e mitica marina di cui diverrà il paladino critico - i miti se li creava dapprima per se stesso, discendenze illustri, gesta grandiose, essendo figlio di una prostituta (1). La stagione aurea da “Cesaretto” in via della Croce, già allora gestito da Crocetta col provvido Luciano, a tavola indifferentemente con Pagliarani, Arbasino, Maccari, Flaiano, Frassineti, Manganelli, i “milanesi” Eco, Balestrini, Porta. La pensione a via Castelfidardo, da giovane assistente straordinario di Debenedetti a Roma, in compagnia di Sciascia, Strati, Bonaviri e La Cava, due mutangoli e due chiacchieroni. O il ri-racconto, sfidato da uno studente all’esame, della mezza pagina di Pizzuto intitolata “Canadese”, che prende due pagine. Gli amici stimati Volponi, Pagliarani, Malerba, Zavattini. E istantanee numerose , di Ungaretti, Sibilla Aleramo, Tobino, Albino Pierri, Silone, Manganelli, Massimo Ferretti, l’inventore degli “indiani metropolitani”, il conversatore Arbasino, “il grande prosatore che avrebbe voluto essere narratore”, Bonaviri, i dimenticati Burdin, Renzo Rosso, Di Ruscio, la rivalutazione di Piero Jahier.
Curiosamente assente dalla pur dettagliata memoria il Millennio, compresa la coda del Novecento. Curiosamente per un contemporaneista, l’assenza dei contemporanei. Da ultimo, per dire, di Baricco, De Luca, o chi sono gli scrittori che il Millennio privilegia. In precedenza  di Tabucchi, Magris, Calasso, e perché no di Umberto Eco, con cui pure Pedullà ha condiviso esperienze importanti. Insofferenza comune a molti contemporaneisti, Citati, lo stesso Magris, ma che in Pedullà cozza con l’attenzione, che è la sua cifra, con la curiosità inesausta. Un ricasco probabilmente del senso della vita che questo “Pallone di stoffa” agita in continuo con forza - l’approccio che s’indovina più prepotente, il motore sincrono della ricerca applicata alla parola e del cachinno - e non trova nel prodotto editoriale.
La fede nel futuro
Molte, qua e là, le tracce aperte alla storia recente del partito Socialista – la storia che non  si fa. Un partito che ha sempre governato come ruota di scorta, eppure è riuscito a fare cose grandiose, col metro di oggi - una rivendicazione di appartenenza coraggiosa nel 2020, quasi solitaria. Con la riesumazione del primo centro-sinistra, la sola stagione delle riforme in Italia: i parchi protetti, archeologici e naturali, lo statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale, il nuovo diritto di famiglia (il divorzio, l’aborto, la parità dei coniugi - c’era il “delitto d’onore” fino a tutti gli anni 1970, la non punibilità del femminicidio…), la riforma della Rai, etc., il catalogo è lungo.  
Con qualche singolare risvolto politico, sempre sul filo della memoria. Il quadro del partito Socialista che costrinse De Martino alle dimissioni “quando annunciò che il Psi non sarebbe mai più andato al governo senza i comunisti”: “Fu costretto a dimettersi da un’alleanza fra gli ex demartiniani passati con Enrico Manca, la sinistra di Riccardo Lombardi e Claudio Signorile, il forte gruppo degli «autonomisti unitari» guidato da Giacomo Mancini, e gli autonomisti «integralisti» di Bettino Craxi”. Craxi, “già manciniano”, emerge su Manca e Signorile perché è il giovane più debole, quindi non avrebbe impensierito il Pci: “Aveva un punto di forza che era la sua debolezza nel partito: la sua posizione nettamente minoritaria nel Psi non avrebbe impaurito il Pci”. E anche perché “l’anticomunismo, che in Craxi non era meno forte dell’antisocialismo di Berlinguer, sarebbe parso paradossale in un partito che proponeva l’alternativa socialista in funzione antidemocristiana”. L’analisi storica sarà più sfumata, ma è su questa antitesi, caratteriale, che s’innesta il tramonto della sinistra in Italia, caso unico in Europa.
Il Pedullà politico è poco afflitto dalla realtà presente. Troppo “comica” forse per essere combattuta. Ma ben conscio dei limiti del paese, del sistema istituzionale che a questo punto è sociale e nazionale: “Dalla Rai”, di cui è stato a lungo consigliere d’amministrazione e poi presidente, “si vedeva un Paese dove il reato non è punibile, mentre lo è non averlo denunciato”. La Rai non poteva licenziare “nemmeno coloro che erano stati colti in flagrante mentre rubavano televisori, videoregistratori, e attrezzature tecniche di alto valore che rivendevano alle tv private”. Doveva fare causa, e inevitabilmente perderla. Contro tutti gli handicap, il Psi riuscì a portare in porto anche la riforma della Rai, almeno nella programmazione aperta, plurale, se non nella “linea” – che resta quella del vincitore. Col paradosso di Angelo Guglielmi, “il dirigente comunista più antisocialista della Rai”, promosso e difeso contro il suo partito dai socialisti Paolicchi e Pedullà, in omaggio al pluralismo….
L’orgoglio socialista è pervicace. L’elenco può essere lungo, all’“Avanti!” e poi alla Rai, di intellettuali socialisti, per le idee e non per il posto: “C’è stata una grande cultura socialista. Io l’ho vista, è stata quotidianamente in azione dagli anni Quaranta alla fine del Novecento”. Oggi sembra strano, ma “c’era un fitto dialogo fra cultura della politica e politica della cultura” – e politica. Malinconico naturalmente, ma convinto: “Era impagabile la fede nel futuro che il socialismo mi ispirava: ne avanzava tanta che la usavo per vivere, leggere e scrivere. Se ci credo, mi viene bene tutto”.
Una professione politica semplice, ed esemplare. Onesta, produttiva. La storia come avrebbe potuto essere e non è stata, in questa prolungata apnea di Repubbliche che si succedono a nessun fine, alla deriva.
Aristotelico un po’ platonico
Un memoriale con lo spessore di un documento, di un monumento – un po’ di cura editoriale ne avrebbe ricavato tre-quattro memoir di successo come ora usa, del filone zavattiniano “parliamo tanto di me”, denudandosi per farsi leggere: il com’eravamo, la navigazione critica, l’università, la piccola-grande politica (soprattutto avrebbe evitato i fastidiosi svarioni, un “istriano” per friulano nel caso di Pasolini, p.204, il mare a “ovest” di Siderno, 152, allievo di Debenedetti per “sette” anni, 148, D’Arrigo in due pagine successive, 183-184, figlio secondogenito e primogenito). E avrebbe incluso il necessario indice dei nomi. Ma anche così “di fretta” il racconto è stringato, se ne sarebbe voluto sapere di più.
Pedullà di suo non è un narratore. Non racconta, rimemora. Come viene, non organizza, probabilmente non riscrive, anche se ha la scrittura lenta, sofferta. Perché non può? Perché non vuole, se ne vergogna, è un critico. E in un senso ha ragione: non convincono, danno fastidio, i tanti giornalisti autori, manager autori, funzionari editoriali romanzieri, filosofi romanzieri, e a volte poeti. Ma i brani narrativi sono la cosa migliore. Insieme col piglio politico – socialista, lombardiano: sa di antan  ma è fresco, è vivo, “dice”.
Parlando della sua attività di “critico militante”, punto a lungo di riferimento della scena letteraria, nella profusione di elogi della sapienza di lettura di Giacomo Debenedetti, trova a un certo punto l’occasione di situare se stesso. Nella formazione, a Messina, tra Galvano Della Volpe e Giacomo Debenedetti, “un aristotelico e un platonico”, con “tre quarti di debenedettismo e un quarto di neoaristotelismo dellavolpiano”. Il suo “metodo” sintetizza così all’ombra dei due Dioscuri: “Metto così parecchia storia nella psicanalisi e nello strutturalismo, miscelo marxismo e formalismo, cerco significati nell’astrattismo, trovo la figura umana nell’informale, inseguo la vita nella retorica più sofisticata, trattengo per la coda chi spinge lo sperimentalismo verso l’autoreferenzialità, riconduco all’espressione la comunicazione cui ho dato briglia sciolta illimitata, acchiappo sempre il soggetto che si è immerso nella realtà oggettiva che lo renderà diverso”. Sotto la pervasiva curiosità, è da aggiungere, e il filo insopprimibile dell’ironia. Da lettore coscienzioso, va ripetuto. Forte anche di una memoria fotografica, come ricorda già da bambino (al fratello-padre Gesumino che gli fa leggere una pagina per poi riassumerla, risponde ripetendola parola per parola). Non amando la stroncatura, rispettoso sempre del lavoro altrui – “Walter è un nome che si rovescia da viva in abbasso”, nota, ma lui usa frequentare “la W normale”.
La critica “militante” non è – non era - mestiere da poco. Vuole fondamentali solidi del giudizio critico, e antenne sensibili: vigili ma anche intuitive, esercitate  e coraggiose (libere). Sainte-Beuve, il Critico Militante per eccellenza, prima di Debenedetti, con i suoi implacabili “Lunedì”, e uno che si pretendeva chiaroveggente, più di ogni altro, non salva – non ha saputo leggere – nessuno dei contemporanei, a partire da Stendhal. Il mestiere a Sainte-Beuve era chiaro – “Chateaubriand e il suo gruppo letterario”: “Tutti sono buon a discettare su Racine e Bossuet… La sagacia del giudice, la perspicacia del critico, si trova soprattutto sugli scritti nuovi, non ancora provati dal pubblico. Giudicare a prima vista, indovinare, anticipare, ecco il fondo critico. Quanto pochi lo posseggono”. Il fiuto gli mancava – ma è gusto, esercitazione al piacere della lettura. Pedullà mostra anche qui di averlo avuto, a beneficio degli autori che ha censito – la critica militante è uno dei pochi benefici dell’autore, che niente altro compensa dell’applicazione, e della fatica, scrivere può essere un esercizio di masochismo.
Walter si direbbe fisicamente platonico. In tutt’e due le accezioni, la larghezza delle spalle o la larghezza della fronte, che si riconoscono al soprannome del grande filosofo greco – che di suo si chiamava Aristocle, com’è noto, come il nonno. Ma solo fisicamente, il cervello implacabile muove aristotelico. Se c’è un effetto c’è una causa. Se uno è o dice una cosa, non può essere o dire il contrario. Se vogliamo il progresso non possiamo stare fermi. Eccetera: la mannaia del riformista. Anche nel senso dialettale calabrese, la radice che in età scopre incancellabile, dove per “mannaia” s’intende mannaggia – uno a volte vorrebbe accontentarsi, non stare sempre lì a indirizzare il mondo. È una fatica, insomma, ma ai novant’anni è probabilmente una benedizione: essere svegli, avere voglia. Un racconto, anche, di consolazione. Se ne dilettava Cassiodoro, pure lui novantenne, nel buen retiro calabrese, poco sopra Siderno.
A novant’anni, sopravvissuto da dieci a una crisi quasi fatale, il critico decide infine di lasciarsi andare, di parlare di sé. Il “pallone di stoffa” è quello della rivalsa dei ragazzi poveri contro il compagno ricco che, insuperbito, s’è preso e portato via il “suo” pallone di cuoio: non rimbalza, ma serve ugualmente a fare gol (non male: Maradona, dice Maradona, cominciò con una palla di stracci). È il primo socialismo: le differenze sociali si superano. Il memoir  di Walter non è rancoroso, al contrario, è tutto andante con brio, nemici o antipatici inclusi, singolarmente corroborante in questa età di mestizie, di crisi a ripetizione. Con la soddisfazione del lavoro ben fatto, anche se spesso improbo, e almeno una certezza, di non avere sbagliato politica, schieramento, partito – una trasgressione a novant’anni, e quasi una sfida, il partito essendo il Psi.     
Walter Pedullà, Il pallone di stoffa, Rizzoli, pp.543 € 22 

(1) A questo proposito Andrea Camilleri (“I detti di Nené”) ha un ricordo di D’Arrigo che “si appropria” di sua madre, della madre di Camilleri, in una cerimonia a Messina.