sabato 28 novembre 2020

Cronache dell’altro mondo (82)

Avril Haines, acclamata capo della Sicurezza Usa del presidente Biden – guiderà la rete delle 17 agenzie che compongono l’intelligence Usa (gli Stati uniti hanno diciassette servizi segreti) – è un’americana dei quartieri alti, a cui tutti vogliono bene, i bianchi degli stessi quartieri, perché è “una delle persone più gentili” che si possano incontrare. Una che ha studiato varie cose, anche fisica e, a Tokyo, arti marziali, ha gestito un caffè-libreria, era la moda agli inizi del Millennio, ha fatto l’avvocato, e si è segnalata nel 2013 quando Obama al secondo mandato l’ha incaricata della “guerra dei droni”, numero due della Cia, diretta da John Brennan - lo stesso che ora critica gli attacchi mirati in Iran contro gli esponenti della politica del terrore. 

Si chiama guerra dei droni il programma di “assassinii selettivi”, di terroristi e altri nemici: 583 attacchi, secondo il Bureau of Investigative Journalism, dieci volte più, in tre anni, degli attacchi aerei segreti selettivi di Bush Jr, il predecessore di Obama, in sette anni. Con molte vittime “casuali”, cioè civili: fra 384 e 807.
 
Trump ha avuto 72 milioni di voti, ne aveva avuti 63 nel 2016. Trump ha vinto in Florida col voto ispanico, e nei distretti operai del Midwest. Qui per la seconda volta – gli stessi distretti erano stati decisivi per le due vittorie di Obama. Un afroamericano su cinque ha votato Trump – i quartieri abitati in prevalenza da famiglie nere sono più infestati dalla delinquenza spicciola.
Biden ha vinto nettamente il voto popolare, e anche quello presidenziale. Ma il parito Democratico ha perso seggi alla Camera dei Rappresentanti, rispetto al voto di medio termine due anni fa, e in molti Parlamenti statali. Mantiene la maggioranza alla Camera bassa, ma risicata, e potrebbe non avere la maggioranza al Senato – i senatori della Georgia, per i quali si vota il 5 gennaio, sono decisivi.
 

Secondi pensieri - 435

zeulig

Auschwitz - Il silenzio di Dio Camus l’aveva sentito nel 1944, nel “Malinteso”. Era nell’aria, non si può darne colpa ai tedeschi?
 
Dio – Indubbiamente è la causa di più atrocità e morti al mondo dacché il mondo esiste, di morti precoci, assassine, in massa, innocenti – la statistica è impossibile, ma non c’è paragone tra il nome di Dio e altri nomi o cause di morti e conflitti. Senza sua colpa, chi lo sa, sono gli uomini che hanno ucciso e uccidono in nome suo, ma c’è altro Dio?
 
Imagine there is no heaven” è John Lennon di cui si ricorda la morte, giusto il cielo sopra di noi, e niente inferni là sotto. E anche “immagina non ci siano nazioni”, e niente religioni, né “possessions”, né bisogni, non bisogni non soddisfatti. Tutto questo sarebbe possibile, perché no, ma senza paradiso? Altrimenti sarebbe tutto inferno, seppure senza nome, già a partire da oggi qui. L’ateo riflessivo – che riflette sull’ateismo – se ne immagina uno di arcobaleni e prati verdi. Dio, al fondo, resta una consolazione – che è parte della logica.
 
Filosofia tedesca - Si può leggere Wittgenstein (“Philosophische Untersuchungen”) e non trovare mai un riferimento tedesco. Si dice che venisse da Schopenhauer, ma è l’esatto opposto.
Si può leggere Anscombe, seicento pagine di Anscombe, e non imbattersi in un tedesco. Un paio di righe al più per Kant, ma niente Hegel, Schopenhauer, l’onnipresente Nietzsche. L’analitica è tosta, ma è filosofia, e non si incontrano i poderosi filosofi dell’essere e della storia, gli ordinatori, i sistemisti, tutti risolutori – roba da Marvel, Eroicomics. E le facili sorprese dei rovesciamenti – la dialettica come egualizzatrice: la vita è la morte, l’amore è l’odio, la passione è dolore, la vitalità inganno e allucinazione – e Sofia Loren Tina Pica?
 
Heidegger – Il nichilista di riporto Sartre alla fine ha trovato l’esserci delle cose, il Roquentin della sua “Nausea” lo trova, nelle radici di un castagno ai giardinetti – ma come avrà fatto a vederle, il castagno ha radici a fittone, non si sarà trattato di un pioppo, un platano, un ippocastano?
 
Lettura – “Un’amicizia pura e calma” è una delle tante definizioni che Proust ne dà – questa in “Journées de lecture”, 66. Con la virtù del silenzio – l’amicizia non ha bisogno di dichiararsi.
 
Mercato – È il regime dell’incertezza. Si dice della sfida, ma è un gioco aperto, in campo libero, senza avversari, o allora tutti avversari – senza un avversario diretto, né una disciplina o un torneo regolati.
È un gioco per eccellenze, non di massa. Le masse sono necessarie al mercato, ma come subordinate – anche carne da macello.
 
Si vuole il mercato egualizzatore delle opportunità – l’egualizzatore migliore possibile. Ma si basa sugli hedge funds, speculazioni che intendono annullare il rischio moltiplicando i rischi. Basati cioè sulla moltiplicazione dell’incertezza. Che senso ha la moltiplicazione della ricchezza mondiale che
è un gioco di specchi? La razionalità della confusione.
 
Risparmio – Risparmiare ha una duplice funzione: mettere fieno in cascina per l’inverno (il futuro incerto) e accumulare (per orgoglio, potere, ostensione, o per la famiglia, stante il diritto all’eredità). Questa seconda funzione attiva oggi un po’ meno, in epoca di singletudine, e d’incertezza costituiva nel regime del mercato – il mercato è il regime dell’incertezza. Ma per questo stesso motivo più attivo nella prima funzione, anche se con scarso beneficio o addirittura, oggi, a un costo – si risparmia in perdita. L’alternativa è il consumo, stigma sociale e di beneficio incerto, anche in temperie edonista, epicurea.  Le società progrediscono (accrescono, migliorano, egualizzano) nell’equilibrio tra risparmio e consumo.
Oggi il risparmio in Italia (liquidità) supera il valore della produzione annuale, e questo è un indicatore dissolutore: espressione e fattore d’incertezza, una spirale negativa. Analogo lo squilibro sul debito. Il debito mondiale oggi è calcolato nel 365 per cento del pil mondiale, tre volte e mezzo la ricchezza prodotta. Praticamente impagabile. Il costo annuo di questo debito erode quote crescenti, presto insostenibili, del pil stesso, della ricchezza che si riesce ancor a promuovere. Un’economia senza senso, poiché non ha basi. Del tipo che una volta – ancora ieri – si programmava col retropensiero che qualcuno avrebbe pagato che non siamo noi. Ma ora che è così sovrabbondante?
 
La “teoria monetaria moderna” vuole il debito pubblico un non debito: gli Stati non possono diventare insolventi sul debito da loro emesso nella loro valuta. E che potrebbe finire nell’inflazione. Se non che l’inflazione, la perdita di valore della moneta che lo Stato liberamente emette, azzera il debito ma anche i crediti. Che per la massa dei suoi cittadini sono il risparmio.
C’è una che d’irragionevole nella logica dell’economia lasciata a se stessa – “triste scienza” – quando opera su presupposti sbagliati, oggi il liberismo. Che la libertà, anche di stampare moneta, vuole illimitabile. Non c’è mai stata accumulazione – accrescimento della ricchezza – senza risparmio – rinuncia oggi al consumo, alla spesa. In tuta la storia, di tutte le civiltà. E più per quelle ostensive, basate sul grandioso, il ricco, il lussuoso, il raro – anche se i valori di scarsità sono soggettivi.
 
Sentimenti  - La compassione è rimessa in circolo dal papa, la consolazione è terra incognita, “l’immaginazione per una teoria delle emozioni” è scarna riflessione, la prima delle tante, di Sartre al debutto. L’“altra conoscenza” è ferma a Adam Smith – anche a Kant, ma Smith è più preciso. Oggi si ricompatta sotto il termine frusto di “empatia”. Una volgarizzazione che fa letame dei sforzi cognitivi in materia di Husserl e della sua allieva Edith Stein - oggi santa, patrona d’Europa, con Caterina da Sema e Brigida di Svezia. Delle riflessioni già avanzate ma presto interrotte sull’Einfühlung, il potenziale comunicativo, il pensiero che non pensa. Il complesso di sentimenti, risentimenti, eredità linguistiche che fanno la vita di relazione. Memoria, radicamento, sensibilità, fantasia – “un’esperienza vissuta originaria, la quale non è stata vissuta da me, e tuttavia si annunzia in me”, E. Stein.   
 

Storia – È anche una furbata. Heine dice “lo storiografo, il profeta retrospettivo”. La storia è la scienza di ricostruire il passato, su fondamenta profetiche.
 
SS – Un corpo religioso? “Simili formazioni procedono necessariamente da un’ispirazione religiosa” - spiegava Simone Weil nel 1942 al generale de Gaulle proponendo le “infermiere di prima linea” - le SS con l’“eroismo della brutalità”, come i parà e gli altri gruppi scelti di Hitler: “Non nel senso dell’adesione a una Chiesa determinata, in un senso assai più difficile da definire ma al quale solo questa parola è adatta. Ci sono circostanze in cui tale ispirazione costituisce un fattore di vittoria più rilevante di quelli militari in senso stretto”. Hitler vinceva perché sapeva quanto il fattore morale è decisivo nella guerra ideologica: “Non che l’hitlerismo meriti il nome di religione. Ma è senza dubbio un surrogato di religione, e questa è una delle cause principali della sua forza”. Avere soldati “animati da una diversa ispirazione rispetto alla massa dell’esercito, un’ispirazione che somiglia a una fede”.

zeulig@antiit.eu

Il giallo indigesto

Formidabile avvio, dell’anziano solitario a Milano alle prese con la massa quotidiana di truffatori che gli tocca fronteggiare – che il mercato ha imposto a ognuno di noi: telefoniste minacciose, con offerte prodigiose per gas, luce, telefono, lettere iperboliche di premi vinti, visitatori che vogliono leggere la bolletta della luce, premi a josa, basta pagare un fee, lettere – solitamente africane – con offerte finanziarie da sballo, e il vecchio armentario di richieste di un obolo, per ciechi, africani, orfani. Al quale invece fa visita proprio il commissario di Polizia antitruffa. Ma poi non se ne fa nulla, lo svolgimento è svogliato. I fatti si accavallano mostruosi senza cogenza, come per buttare il racconto in faccia al lettore: te ne sparo una ancora più grossa? Senza convinzione, da autore disappetente per indigestione. O per non amare la suspense – sfiducia, stanchezza.
Sembra essere la ricetta delle raccolte Sellerio, di gialli per l’Estate, Natale, Capodanno, Un anno in giallo (questo racconto è di “Un anno in giallo” 2017). Dell’editore principe, peraltro, del genere. Come se i suoi autori si acconciassero al racconto di malavoglia – ma il racconto breve è la spia del buon racconto.    
Il meglio di questo Recami, fiorentino a Milano da una vita “per lavoro”, è Milano. Sotto una coltre di luce gialla – non si trova un autore non milanese che ne parli con entusiasmo. Con un omaggio a Santo Piazzese, e ad Amanda Colombo. E una nota sballata dell’autore, che promette “compagnie aeree e aree di servizio” che qui non ci sono, e una “scenetta del cane che ha sete” (attribuita ad Amanda Colombo – la libraia di Legnano?) anch’essa assente.

Francesco Recami, Ottobre in giallo a Milano, LA STAMPA + la Repubblica, pp. 46 gratuito col quotidiano

venerdì 27 novembre 2020

Ombre - 539

“Dentro i problemi del modello lombardo: medici di base difficili da trovare, Covid hotel in ritardo, cure domiciliari insufficienti”: a dieci mesi dalla peste – si dice “modello lombardo” ma si intendono le centinaia di migliaia di contagi, soprattutto dopo l’estate, tra ottobre e novembre, 260 mila positivi in cinque settimane, non male, e le diecine di miglia di morti nella regione - il “Corriere della sera” comincia a porsi qualche dubbio. Poi dice che la gente non compra i giornali.
 
Non è un mistero a Roma che c’è corruzione tra i Vigili Urbani, dell’annona, della viabilità, dell’igiene. Tanto che la stessa sindaca Raggi non può non occuparsene, dopo che per cinque anni, quasi, ha fatto finta di nulla. Non senza ragione: il suo predecessore, Ignazio marino,  fu costretto a dimettersi per avere osato provare a regolamentare “Roma Capitale”, come pomposamente il servizio si chiama: il Pd di Roma andò dal Notaio per rimettere il mandato elettorale in consiglio comunale e costringere il suo sindaco a dimettersi.
 
“«Veto fiscale» dei 5 Stelle sulla via delle nozze Unicredit-Mps”. I 5 Stelle sanno cos’è Mps? Quanto è costata ai risparmiatori e allo Stato - una ventina di miliardi, finora, cifra ardua pure per Paperone? I 5 Stelle sanno cosa è una banca? I più votati dagli italiani.
 
Roma e Lazio, i club di calcio, hanno già a Roma – potrebbero avere con un solo cenno – uno stadio di proprietà, l’Olimpico e il Flaminio. Con molte infrastrutture annesse per il merchandising. Ben serviti dai trasporti. Centrali, quindi utilizzabili nei giorni infra-partite. Ma non li vogliono: vogliono una struttura nuova, fuori città: vogliono gli stadi per “valorizzare” certe aree, con grosse cubature, lasciando le spese di urbanizzazione alla municipalità.
Lo stesso tentativo che fu fatto a Firenze da Della Valle, con la giunta ex Pci, e poi con Renzi sindaco: conurbare e urbanizzare una vasta area edificabile.
È la ricetta spagnola: Real Madrid e Barcellona sono diventati potenze finanziarie grazie a gigantesche operazioni immobiliari – esentasse – di cui le municipalità delle due capitali li dotarono. Ma questo non si dice. Non si sa, non si capisce, non si deve dire?
 
“Le scuole vanno aperte. O per i ragazzi sarà un massacro”. Lo dice Agostino Miozzo, che coordina il Comitato Tecnico Scientifico che assiste il governo contro il contagio. Bastava, dice, scaglionare gli ingressi a scuola, e predisporre mezzi di trasporto aggiuntivi per l’ora di ingresso e quella di uscita dalle scuole. Le scuole si sono organizzate, i trasporti no. Cioè i sindaci e il governo, la politica.
E il Cts che ci sta a fare - a parlare un mese dopo la chiusura delle scuole? La gestione del coronavirus sembra da sola un’allucinazione .
 
Marcello Sorgi ha una faccia naturalmente simpatica, ma con un che di sfottente. A Salvini da Barbara D’Urso su Canale 5 rimprovera le amicizie europee, l’ungherese Orban, il polacco Morawiecki. Salvini ha buon gioco a rispondere che Orban siede a Bruxelles con Berlusconi (e con Merkel, n.d.r., tra i Popolari, i Dc  europei), e Morawiecki con “la” - alla lombarda - Meloni. Sorgi balbetta, che gli costava informarsi? In un’arena in cui la conduttrice applaude Salvini.
 
“Debiti mondiali al 365 per cento del Pil”, titola “Il Sole24 Ore”. I debiti sono tre volte e mezzo la ricchezza mondiale. Praticamente impagabili, il costo annuo di questo debito erode quote crescenti, presto insostenibili, del pil stesso, della ricchezza che si riesce ancora a promuovere. Un’economia senza senso, poiché non ha basi. Del tipo che una volta – ancora ieri – si programmava col retropensiero che qualcuno avrebbe pagato che non siamo noi,. Ma ora il debito che è così sovrabbondante?
 
“È la democrazia”, dice il senatore Nicola Morra a proposito dei calabresi che hanno votato Jole Santelli, colpevole di essere poi morta: “Ognuno deve essere responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, sei grande e grosso”, Santelli, grillino genovese, si fa eleggere in Calabria. Quindi ha ragione: la stupidità esiste.
 
C’è un linguaggio doppio in Italia sui media, per cui non si rilevano gli investimenti italiani in Francia sabotati, per esempio quello di Fincantieri, una vicenda grottesca di oltre quattro anni (ora se ne è impossessato il Parlamento, che in Francia non conta niente, ma giusto per perdere tempo), mentre si critica a più voci l’eventuale blocco per legge del raider francese Bolloré su Mediaset.
 
Si magnificano anche gli investimenti italiani in Francia, superiori per numero a quelli francesi in Italia, anche si tratta di piccole e minime acquisizioni, a fronte dell’occupazione massiccia di gruppi francesi nelle banche, le assicurazioni, l’alimentare, i media e altri settori sensibili, spazio, avionica, costruzioni ferroviarie, grande distribuzione. Si magnificano con dati forniti dagli emissari francesi. Una volta si sarebbe detto che i francesi compravano gli italiani, come fecero con Mussolini nel 1914. Ma forse si tratta solo di massonerie, moto forti in Francia con Sarkozy, Hollande e Macron. E in Italia?
 
In tema, si segnalano i “Dialoghi Italo-Francesi per l’Europa”, forum della Luiss con lo Studio Ambrosetti. Relatori Franco Bassanini, ex Sinistra Indipendente (del Pci), poi presidente di un po’ tutto, per quali meriti non è detto, dalla Cdp all’Ena, la superscuola francese per manager pubblici, membro delle maggio associazioni di banche e assicurazioni. E l’ex ministra Severino, quella che mandò in carcere Berlusconi. Su iniziativa di Gubitosi, ceo di Tim, l’uomo di Vivendi-Boloré. Il tutto organizzato, pagato e concluso da Félicité Herzog, direttrice strategie di Vivendi.
 
L’Organizzazione mondiale della sanità apre un’indagine sulla pandemia da Covid.  Un anno dopo averne ricevuto notizia. La solita burocrazia internazionale, inutile. O è come dice Trump, che non vuole dispiacere alla Cina.

Fenomeno scienza

Un’idea niente male, il caso umano naturalmente c’è per tessere le due ore di racconto, della bambina violinista prodigio salvata dalla cecità, ma la trama si costruisce, persuasiva, attraente, attorno alla decisione, alla determinazione, della scienziata. Il ricercatore è uno che non si scoraggia mai, davanti a nessun fallimento, insegna a Rita il suo professore, e del resto cos’ha da perdere?
Figlia del suo tempo, e quindi per il riconoscimento di genere (avversa al matrimonio perché “le mogli non lavorano”, come il padre le ha insegnato), e per i giovani, come l’epoca vuole. Ma nulla di più in questo sceneggiato per accattivare la benevolenza: niente amori, niente stravaganze, niente compagni fenomeni di studio, tra cui due Nobel, Luria e Dulbecco, in sordina pure la questione ebraica, vissuta dalla Nobel in gioventù con bizzarre vicende, se non per le sofferenze patite – e il coraggio – del “suo” professore Giuseppe Levi, l’istologo, padre di Natalia Ginzburg. Niente smancerie: un ritratto dello scienziato, monomaniaco – nevrotico si direbbe, se Levi-Montalcini non si classificasse di professione neurologa.
Negrìn per i suoi ottant’anni si regala e ci regala un  personaggio effettivamente fuori dall’ordinario. Anche nei confronti del Nobel 1986 – “sono un premio Nobel per la Medicina che non ha inventato una sola medicina”.
Alberto Negrìn, Rita Levi Montalcini, Rai 1

giovedì 26 novembre 2020

Ho visto Maradona

Invece che il “santo subito” va ora “ho visto Maradona”. Col sottinteso, anche dei mangiamadonne professi. E la voglia viene di associarsi al coro, avendolo di fatto visto Maradona, giocare, il folletto di tante imprese memorabili sul campo, anche sleali. Ma allora senza aureola. Fu all’infausto Mondiale italiano, 1990.
Alla prima  a San Siro, Argentina-Camerun, l’inno argentino fu fischiato dai milanesi, e questo rese Maradona subito, prima ancora del calcio d’inizio, più simpatico – il pubblicò fischiò l’inno perché Maradona aveva fatto vincere al Napoli qualche scudetto che le milanesi agognavano. Ma sul campo fece poco o niente di buono, notevole solo per le proteste. L’arbitro francese Vautroux s’impegnò: espulse due camerunesi, e diede sei minuti di recupero (fu per quei tempi, e per molto tempo, un record). Ma non bastò: l’Argentina doveva andare a passeggio e invece perse.
E capitò in semifinale all’Italia. Secondo incontro, al San Paolo di Napoli, male illuminato, il campo stava in fondo  come un catino di dannati, era di luglio ma sembrava di gelo, e la tribuna stampa era invasa da moltitudini, per lo più femminili, per lo più robuste, ce ne stavano due e tre per postazione, accavallate, quando la tribuna si aprì ai giornalisti, per vedere anche loro Maradona. Non tifavano, ma non ci fu molto da tifare: un tifo muto, minaccioso, due ore di silenzio, di paura. Nel catino seimilluminato la zazzera di Maradona si distinse quella notte solo per la tipica tattica argentina, la litigiosità - innervosire l’avversario, anche sulle rimesse laterali (gli argentini vanno affrontati come fece Gentile al Mundial 1982, senza chiacchiere). Finì male per l’Italia, che senza Maradona aveva giocato sempre bene e col favore del pubblico, ma poi anche per Maradona.
Nel mezzo c’è un Maradona per sentito dire, dal direttore del “Vesuvio”, le notti d’inverno freddolose e solitarie in albergo in cui bisognava coprire la chiusura del mega siderurgico di Bagnoli. Fu inevitabile che Maradona capitasse in conversazione, e il direttore, che la stagione morta al tempo di Maradona poteva riempire con un piano di argentini, parenti o consoci dell’asso, ancora non si capacitava: “Vede, lì”, e accennava al piano ammezzato, dei bar e salotti, “erano di casa i peggiori camorristi”. Non si capacitava che niente succedesse, in quel viavai, nessun controllo, nessuna indagine. Magari per vero affetto per Maradona, per il Na.poli, per il calcio

Calvino pop

Una compilation, di frammenti per lo più, messi insieme per i membri della setta. Ma buoni a chiedersi: quando è che la scrittura è significante. Non quella ordinaria, o burocratica, o giornalistica, ma d’invenzione. E quanto è libera l’invenzione, illimitata? A giudicare da molti frammenti, no.
Subito l’assurdo, il comico dell’assurdo, che farà testo a Parigi negli anni 1950, Vian, Ionesco, Adamov e, a quota intellettuale, Queneau, che Calvino sentirà di adorare. Il rifiuto della politica, da ritroso, o “spostato”, misfit. La guerra pure è già perfetta - la guerra come la vede Calvino, che è come la vede in contemporanea, all’insaputa di Calvino, Fenoglio – nell’apologo del 1946 o 1947, “Come un volo d’anatre”: insensata. L’ultimo e più famoso apologo, “La gran bonaccia delle Antille”, 1957, mette in scena la politica come la vedeva il Pci, anche se Calvino ne era uscito: la Dc e il Pci si fronteggiano come nel Cinquecento l’Invincibile Armada e la flottiglia dell’“ammiraglio Drake”, senza però un gesto ostile, in assenza di vento. L’unico testo che Calvino stesso riprenderà, nel 1979, riproponendolo come il racconto dell’“immobilismo”.
C’è molto e c’è poco in questa raccolta di testi sparsi. Minori, se Calvino stesso non li ha ripresi. Ma del tempo in cui era felice di raccontare, non  se ne vergognava, e la lettura ne beneficia. Collazionati da Esther Calvino, la vedova, rintracciati tra le carte sparse, alcuni non pubblicati, altri pubblicati su riviste non accessibili e non ripresi da Calvino successivamente, una trentina abbondante di testi.
 “Si scrivono apologhi “in tempo d’oppressione” è la “presentazione” del 1944 – un breve scritto  “presumibilmente all’inizio del 1944”. Ma gli apologhi sono due o tre, sugli undici “pezzi” datati tra il 1947 e il 1958. Aprono la raccolta otto “raccontini giovanili”, degli anni di fine guera, 1943-1945.  La completano quattordici racconti e dialoghi.
Citati, di cui si riporta la recensione, è entusiasta soprattutto di quest’ultima sezione, testi scritti e pubblicati tra il 1968 e il 1984. Che trova di “una fantasia lussureggiante che non ha nulla dell’ars combinatoria”, il tasto su cui più pigiava Calvino in quegli anni, “ma è sempre quella generosa immaginazione naturale, quella fecondità polimorfa e quasi vegetale, che egli ha avuto in dono nascendo”.
Alla rilettura non si direbbe. Ma forse c’è di più. Una inventiva e una verbalità straordinarie nei primissimi racconti. E un ritratto dello scrittore da picolo che forse fa testo, alle pp-46-7: “Da bambino vivevo in una grande villa….” - un bambino “solitario”, per il quale “ogni cosa era uno strano simbolo”, le cose essendo esclusiva dei grandi, “le vere cose” (“Io no dovevo fare altro che scoprire nuovi simboli, nuovi significati. Così sono rimasto tutta la vita, mi muovo ancora in un castello di significati, non di cose”). Con una fase pop, prima di passare alla non-narrazione: “L’incendio della casa , “La decapitazione dei capi” – alla Baricco, come sarà poi.
C’è di tutto. Anche un Casanova noioso. E una  celebrazione a sorpresa del fordismo: lavoro per tutti e salari più alti  (questa scoperta aveva esilarato Céline già nei tardi anni 1920, da sinistra, da funzionario di quella che sarà l’Organizzazione mondiale della sanità) – compreso l’antisemitismo, la polemica contro i signori del denaro. Formidabile addetto stampa, sia detto en passant, Calvino sarebbe stato, sempre persuasivo: l’America emerge come un’utopia, un’avventura intellettuale, da mondo pregiudizialmente nemico ma forse sono ignoto-ignorato – la “scoperta dell’America” è stata la “caduta da cavallo” per molti trinariciuti. Nelle “interviste impossibili”, “L’uomo di Neanderthal” sceneggia Darwin, “Montezuma” la casualità della storia.
Il racconto del titolo, sull’avvio della comunicazione interurbana automatica, si adatta a oggi, alla popolazione attaccata al cellulare, “tanto più quanto meno ha da dire”.
Italo Calvino, Prima che tu dica «Pronto», la Repubblica, pp. 270 € 8,90



mercoledì 25 novembre 2020

Cronache dell’altro mondo – separato (81)

Scott Thurow, sempre in tema di “due Americhe” - “La Lettura”, 22 novembre: “Posso affermare che, anche se il cliché delle «due» Americhe è rozzo e troppo semplicistico, è spesso anche sorprendentemente accurato”. E ne dà esempio di cose viste e ambienti vissuti, in Florida d’inverno, tra i pensionati ricchi di Naples, a casa a Evanston, vicino Chicago, sede della Northwestern University, in un quartiere liberal, affluente, integrato, e per qualche settimana, per il raccolto (venti acri boschivi, di cui Thurow ha mantenuto la proprietà), nel Wisconsin, proprio a Kenosha, che è stata al centro dei tumulti razziali quest’anno - un mondo chiuso, questo, non solo agli immigrati: “Non amano gli insediamenti recenti, e la gente di città come noi. Sono trent’anni che abbiamo questa casa e nel raggio di due miglia conosco solo quattro famiglie”.
Le due Americhe sono divise dalle armi, tra chi ne usa e abusa, grazie alla decisione della Corte Suprema nel 2008 che sancisce il diritto alla difesa personale, e chi no – ma anche i Thurow ultimamente si sono armati. E dalle abitudini alimentari: “Si riesce a predire in modo piuttosto preciso la composizione politica di un distretto vedendo se in esso ci sono più Whole Foods, i supermercati di alimentari biologici, di proprietà Amazon, o Cracker Barrels, le catene di ristoranti che servono cucina campagnola”. Semplice: “Le nostre fazioni politiche derivano da culture distinte, con interazioni limitate”.
Arthur Ashe, grande tennista degli ani 1970, Stan Smith che nei primi 1970 vinceva gli slam, lo ricorda così con Gaia Piccardi sul “Corriere della sera”: “A Houston non gli permisero di entrare in spogliatoio in quanto nero: lui si cambiò nel corridoio, e giocò, senza un lamento. Non era accettato ma accettava le diversità”.
Ashe Stan Smith lo ricorda ancora così: “Marciò a Washington contro le ingiustizie, studiò perché sapeva che l’istruzione era vitale. Un leader nato”.

Pavese era un altro

Duecento pagine di paratesto - l’ambientazione d’epoca di Angelo d’Orsi, storico della cultura, l’introduzione corposissima di Francesca Belviso, l’ultima, e da qualche anno unica, pavesiana, una nuova testimonianza di Lorenzo Mondo, che per primo pubblicò il taccuino, nel 1990, alcune delle reazioni a quella prima pubblicazione, di Natalia Ginzburg et al., scandalizzate o esplicative, i fac-simile del taccuino - per ventinove foglietti sparsi, scarsamente riempiti, due-tre frasi per foglio, denominati editorialmente “diari segreti”, “intimi”, eccetera, espunti dai diari postmortem, “Il mestiere di vivere”, perché dubbiosi, sulla guerra, il fascismo, l’antifascismo, in un paio di punti anzi critici, di un antifascismo imbelle. Una riesumazione alla ricerca di un succès de scandale, certo. Ma quanto queste poche note non propongono di una diversa lettura, storica e non politica, della guerra, e del nazifascismo? Pavese, si dice, non aveva senso politico, ma aveva bene il fiuto della storia, e il metro.
Un paio di appunti tentano di leggere la storia, della “guerra dei dittatori invece che dei popoli”. In altri Pavese apprezza chi combatte e muore in guerra, compresi quelli di Salò (del Mussolini di Salò apprezza anche il programma), mentre lui se ne sta a “rivedere bozze”. Riflette anche sull’opzione di farsi volontario in guerra, siamo tra il 1942 e il 1943, per dirsi poco animoso. L’idea di portarsi volontario nella guerra d’Abissinia era stata della sorella Maria, un modo per uscire dal confino a Brancaleone in Calabria, la “morte civile” – sarà poi scelta la domanda di grazia, che portò alla liberazione, era passato un anno dei tre della condanna.  Sarà Maria a dare nel 1962 il taccuino a Lorenzo Mondo. Mondo ne parla con Calvino, lasciandogli l’autografo, che andrà perduto. Ma ne aveva fatto una fotocopia, che ritrova nel 1990, e pubblica su “La Stampa”, con l’assenso delle nipoti dello scrittore, Cesarina e Maria Luisa.
La pubblicazione è un torto alla memoria dello scrittore? Sembra più la chiave per arrivare a una personalità complessa. Pavese emerge da questa e altre pubblicazioni, nonché dalle (rare) revisioni critiche (non è più amato dagli studiosi: troppo asintotico?), un gigante della cultura e della scrittura dei suoi anni. Non lo scribacchino dimesso e l’impiegato delle poste alla Grande Cultura einaudiana, quale lo si tratteggia. Pavese è morto di 42 anni, quella che lascia è una produzione immensa, di scrittura e di politica editoriale.
Il taccuino confligge col mito della Resistenza. Che è incontrovertibile, l’Italia in qualche modo abbandonò il fascismo nel 1943. Ma va applicato con juicio, può essere grottesco. In un paese comunque a larga componente fascista – anche dopo l’abbattimento di Mussolini e l’instaurazione della Repubblica, di obbedienza volentieri “cieca e assoluta”, solo cambiando, in parte cospicua, bandiera. Di Pavese, a valle di questo “taccuino”, altri scritti intanto si cominciano a proporre, che ne fanno un altro, gli danno spessore. La traduzione, impervia ma cocciuta, della “Volontà di Potenza” di Nietzsche - della compilation nietzscheana di Elisabeth Forster-Nietzsche. Con  uno studio “matto e severo” del tedesco solo per il gusto di poterla affrontare, tale fu l’entusiasmo. Per l’Amor fati  che ricorre nel “Taccuino” - “ci vuole l’amor fati di Nietzsche”: “Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale (Pavese aveva vissuto a lungo di traduzioni, dall’inglese, oltre che di supplenze d’insegnamento, anche di inglese, n.d.r.) era l’impulso del subcosciente e entrare in una nuova realtà. Un destino. Amor fati”. E la tesi di laurea su Walt Whitman, pubblicata due anni fa, “Interpretazione della poesia di Walt Whitman”.
La tesi – questa è la parte nota, canonica, della biografia di Pavese – fu rifiutata dal relatore, Federico Oliviero, perché improntata a estetica crociana, e quindi “scandalosamente liberale per l’età fascista”, come dice wikipedia. La recuperò Leone Ginzburg, coteaneo di Pavese (più giovane di un anno) e già docente di russo, con cui il futuro scrittore era in sintonia in politica, liberalsocialista, che gli trovò come relatore Ferdinando Neri, titolare di Letteratura francese – un cattedratico ben addentro nelle gerarchie fasciste, all’Istituto nazionale di cultura fascista e all’Accademia delle scienze. È già in Whitman, nella lettura di Whitman, il riferimento del taccuino alla “nazione” come comunità si sangue, di guerra (“Forse il vero difetto di noi italiani è che non sappiamo essere atroci”): la guerra è nel naturalista Whitman “la triste e insieme corroborante necessità del pioniere”.
Una quercia. Molto di Pavese evidentemente è da scoprire, a partire dai tagli ai diari, pubblicati dopo la morte come “Il mestiere di vivere”. Ma un quercia solitaria. Sembra impossibile che uno lavori per sedici anni in un’azienda, sempre al centro dell’attività, fin dagli inizi, e sia uno isolato, ma è il suo caso, di uno che non era abbastanza, in ogni piega degli eventi, del “partito”, affidabile, “in linea”.
La morte di Giaime Pintor, compagno apprezzato di lavoro in Einaudi, citata in nota come un fatto specialmente doloroso, introduce anche la dimensione bellica e politica che ancora non si vuole recuperare del fascio-nazismo, che va ben oltre gli interrogativi di Pavese. Giaime Pintor, giovane germanista, partecipava ancora nell’ottobre 1942  alla conferenza annuale a Weimar dell’Unione degli scrittori europei voluta da Goebbels, con Baldini, Cecchi, Falqui e il germanista Farinelli per la parte italiana. Un po' come si tenevano ancora i Littoriali annuali della Cultura, con giovani entusiasti. La storia non cambia, non è da rivedere il giudizio storico su fascismo e comunismo, ma fino al 1942 la guerra la avevano vinta.

Resta della pubblicazione, al di là delle poche annotazioni problematiche del diario, una impressione netta che di Pavese è da rifare la storia, della persona come dello scrittore. Una biografia compiuta non se ne conosce, resta solo il santino Einaudi, del funzionario editoriale operoso, innovativo, vigile, triste, impacciato nei rapporti umani. Mentre quello che si sa, benché poco, va in altro senso. Un provinciale che ha scalato tutti i dossi di autostima, per quanto impervi, da subito, appena sbarcato a Torino, negato alla politica, senza colpa (e perché?), un gran letterato, prima angloamericanista, con scelte felici, poi germanista, uno curiosissimo e coltissimo, uno scrittore dalle molteplici vene, classico, agreste-contadino, urbano-borghese, internazionale, un piemontese che stava bene a Roma, eccetera. E sul piano editoriale, anche, uno che rifiutò Primo Levi, e molti altri, originando un asfittico catalogo letterario Einaudi - solo da Calvino poi rinsanguato (malgrado Vittorini). Pavese è un altro.
Cesare Pavese, Il taccuino segreto, Aragno, pp. CXXVI+129
€ 25

martedì 24 novembre 2020

Problemi di base (608)

spock

“Se ci si offrisse l’immortalità sulla terra, chi accetterebbe questo triste dono”, Rousseau?
 
“Non abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, al contempo, un giorno in meno, vivere è morire”, F. Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”?
 
“Ce ne sono infiniti, di infiniti”, F. Pessoa, “Faust”,
 
“Non si evade dall’ieri”, Samuel Beckett?
 
“Unica legge è la mancanza democritea di ogni legge”, Thomas Mann?
 
“Ti amavo incostante, che avrei fatto fedele”, Racine, “Andromaca”?

spock@antiit.eu

Misterioso Platone

“La pratica del testo filosofico, dapprima nel contesto scolastico e poi nel percorso del singolo lettore, non gode in Italia di particolare fortuna”. Nemmeno altrove veramente. La premessa è sincera, ma tanto più suscita curiosità – perplessità – la promozione del giornale attraverso un’antologia di filosofia. Il primo tassello di una vera e propria storia e antologia della filosofia europea, che con cadenza settimanale, per 45 uscite, un anno, arriverà fino a Deleuze. Una scommessa, un atto di coraggio, un’imprudenza?
Distribuire gratuitamente 270 mila copie, tante il “Corriere della sera” ne ha tirate oggi, di un’antologia di Platone allargherà la platea dei lettori, o almeno la fidelizzerà, dopo anni ormai di abbandoni? Oltre a essere opera promozionale, comunque benemerita, anche della filosofia. O non si utilizza il quotidiano e l’edicola, per quanto entrambi in crisi se non moribondi, per vendere libri a meno prezzo, sia pure indigesti come possono essere quelli di filosofia? Il gadget ha ucciso prima l’edicola e poi, in concorso con i social e la rete, il giornalismo. Ma è un’opinione.
Un’antologia di Platone è semplice e difficile. Semplice perché si può pescare in ben trentasei opere tramandate, corpus corposo, pur considerando che ha vissuto in buona salute fino agli ottanta anni, e un lusso: ben 34 dialoghi tramandati, più l’“Apologia di Socrate” e il volume delle lettere – prima di Heidegger il corpus filosofico più sostanzioso. Difficile perché il “padre della filosofia”, discepolo di Socrate il saggio, maestro di Aristotele il logico, è - vuole essere - sfuggente. Discepolo, oltre che di Socrate, anche di Cratilo (Eraclito) e di Ermogene (Parmenide). Contesta i miti di cui abbondano Esiodo e Omero come “racconto del falso”. Ma di suo, postulando correttamente la verità in movimento, la dialettica, fa un ricorso straordinario al mito, in punti nevralgici del suo discorso. “Come un canale espressivo affine all’oralità dei dialoghi, ma con la peculiarità di tradurre in immagini il discorso articolato in concetti” (Radice) – tipo oggi la graphic novel.
Platone fra tutti si propone come un ottimo inizio, popolare, stante l’esoterismo del suo insegnamento scritto. Non nel senso della stranezza, ma della circolazione ristretta, orale, discutibile, che riteneva l’unica buona, delle sue idee. Le quali, scritte, si fissano, pretendono di fissarsi, con l’interminabile serqua dei cosa ha detto veramente Platone. Un metodo buono anche per i semplici curiosi, non addetti: niente attrae più del mistero.
Radice provvede un’ampia introduzione alle tematiche di Paltone, e una nota biografica. L’antologia puntando sull’“idea delle idee” - la parte forse meno attraente per un pubblico largo, ma certo più onesta, platoniana: origine e carattere delle idee, Dio e il mondo, la conoscenza, la natura umana, il principio oltre le idee. Quest’ultimo ci rimane estraneo, perché non trasmissibile, non a giudizio del misterico Platone, non per iscritto. Ma non distante da concetto del Bene – e del Giusto e del Bello – al vertice del mondo ideale. Il mondo delle idee e idealizzabile. Consolante, forse.    
Roberto Radice,
Platone, Corriere della sera, pp. 206, gratuito col quotidiano

lunedì 23 novembre 2020

Appalti, fisco, abusi (189)

Banco Bpm ritorna dopo tre anni su un conto corrente chiuso inviando una lettera dettagliata con allegato un assegno. L’oggetto è “comunicazione rimborso”: “Dalle analisi e dai riconteggi fatti sul rapporto a suo tempo aperto presso la nostra Banca, è risultato un credito suo favore”. L’assegno è di € 0,15 (quindici centesimi). La causale è: commissione per bonifici.
Efficienza? Gli soverchiavano quindici centesimi, dopo tre anni? Non potevano chiudere la contabilità? Nessuno sorveglia la posta in uscita? E la emissione di un assegno, non genera altra contabilità? Si capisce l’Abi, l’associazione delle banche, quando sostiene che le banche hanno costi operativi troppo alti, che la redditività è un decimo di quelle francesi.
 
Roma e Lazio, le società calcistiche, hanno già a Roma – potrebbero avere con un solo cenno – uno stadio di proprietà, l’Olimpico e il Flaminio. Con molte infrastrutture annesse per il merchandising. Ben serviti dai trasporti urbani. Centrali, quindi utilizzabili nei giorni infra-partite. Ma non li vogliono: vogliono una struttura nuova, fuori città: vogliono gli stadi per “valorizzare” certe aree, con grosse cubature, lasciando le spese di urbanizzazione alla municipalità.
 
Si abbattono pini centenari o poco meno lungo la via Appia a Roma per costruire una pista ciclabile. Nel quando di un progetto di “Riqualificazione”. Che è invece una lunga catena di appalti, che la sindaca Raggi deve affidare a ditte “specializzate”, cioè amiche dei 5 Stelle. Che non hanno nulla a che vedere con la mobilità, né naturalmente con la riqualificazione – non si “riqualifica” eliminando la vegetazione.  
  
Da quando è a proprietà cinese niente più funziona in Wind – ex Infostrada ora WindTre. Né l’assistenza, delocalizzata in Albania, liquidando i vecchi Infostrada-Enel. Né l’amministrazione, che fattura a caso, non molto, un euro-due in più sullo stesso canone ogni paio di bollette. Né il servizio tecnico: il cellulare è più volte nella giornata offline, il fisso-internet senza linea. Prendi i soldi e scappa è la ricetta asiatica, già coreana, ora cinese.

Cronache dell’altro mondo – razzista e non (80)

Filadelfia, l’ex capitale degli Stati Uniti, la capitale del business ferroviario che “fece” gli Stati Uniti d’America,  la città più grande e la capitale “morale” della Pennsylvania, quella che nel 2016 ha sancito la vittoria di Trump, e ora la sconfitta, Shelley Costa Bloomfield, biografa di Poe, che vi trascorse gli anni più fertili e meno agitati, chiama “la cucina dell’America” nel primo Ottocento, sempre prima in tutto – un po’ come Torino in Italia. In mare la rivolta degli schiavi sulla nave spagnola “Amistad”, in terra “primi parchi pubblici, scuole pubbliche, parafulmini, pompieri volontari, assicurazione contro gli incendi, ospizio-laboratorio per i poveri, ospedale, scuola di medicina, facoltà di legge, consultorio gratuito per i poveri, compagnia teatrale, istituzione scientifica, spedizione  Artica, Società anti-Schiavitù, Congresso degli Stati Uniti”.
Ma è stata anche la città, al Nord degli Stati Uniti, dove il sentimento anti-abolizionsita è stato forte, tanto quanto l’abolizionismo. La Società Americana  Anti-Schiavitù fu fondata a Filadelfia, e all’inizio del 1838, celebrava la centomillesima adesione. Ma in primavera, in reazione al matrimonio multiculturale, ampiamente pubblicizzato, di Angelina Grimké, leader della Società Anti-Schiavitù, una vasta folla a più riprese attaccò la Pennsylvania Hall, che era stata appena inaugurata come luogo pubblico di discussione, finché non la rase al suolo, malgrado la resistenza delle forze di polizia.

La fratellanza socialista, faziosa

L’antisocialismo degli ex Pci è sempre vivo, una forma di imprinting del livore. Le librerie Feltrinelli tuttora “non prendono” libri che in qualche modo facciano la storia del partito Socialista, a meno che non siano i soliti trucidi repertori anti-Craxi. “La Repubblica”, che per quarant’anni non ha smesso un giorno nel vituperio di ogni cosa socialista, per quanto morta, dacché nel 1978 l’ex socialista Scalfari l’appaltò al Pci, solo da poco ha capito che la guerra era finita, col film di Amelio – un comunista legato al produttore socialista Saccà. Mauro, che “la Repubblica” ha diretto per un ventennio dopo Scalfari, dal 1996, e sa quindi di che si tratta, la prende sul leggero, quasi sul ridere. Il racconto che ha organizzato per il centenario del Pci, l’anno prossimo, e si presentava pesante, ha alleggerito, in aneddoti e scemenzuole – in certi punti sembrano cronache alla “Don Camillo”. In una prospettiva sempre polemica, ma non pretestuosa: la chimera della solidarietà socialista. Che è invece faziosità, assassina: la frenesia divisoria, un po’ trinariciuta (“nessuno è più socialista-comunista di me”), un po’ bambinesca.
Uno scissionismo colpevole, che ha lasciato l’Italia, unico paese a democrazia compiuta, occidentale, senza un partito socialista. Di una sinistra politica del lavoro, dell’istruzione, della sanità, della previdenza, del reddito dei cittadini meno fortunati o meno protetti, delle masse. Mauro ne rappresenta il punto estremo, la scissione comunista nel 1921. Non nel vuoto, in una fase storica in cui il fascismo si riorganizzava minaccioso, già squadrista, dopo l’insuccesso al voto nel 1919. Il presupposto non è falso, e quindi la lettura brillante non è falsata. Se non per la sottovalutazione della carica dirompente che la rivoluzione bolscevica, perché ci fu una rivoluzione bolscevica, esercitò in Italia, tra i socialisti italiani (Mussolini compreso) – in Italia come in Germania.
A Mauro per vent’anni direttore de “la Repubblica” si dovrebbe chiedere: da che pulpito viene la predica? Ma, poi, la colpa non è dei media, per quanto di parte, e oscuramente tali. Il socialismo era nato trent’anni prima ed era vissuto in Italia su base composita. Occupando senza particolare merito un’area vasta dei bisogni. Si direbbe una costruzione intellettuale, di professionisti. Ma senza un’ideologia o un programma. Niente marxismo né altra dottrina. Un partito che vive di adattamenti, di molte identità e di nessuna. Localista e statalista, cooperativista e tradeunionista, riformista (gradualista) e massimalista, pacifista e bellicista. L’unico marxista al congresso costitutivo di Genova, nel 1892, Antonio Labriola, nella corrispondenza non fa che deriderne l’identità, e la capacità critica. Che riduce a quella di “frati ignorantelli”, che davano del “ciarlatano” a Marx, salvo proclamarsi “marxisti in un giorno”. Sette gruppi senza amalgama distingueva Labriola, e le divisioni resteranno: il Partito operaio lombardo, gli emiliani dei tre deputati Prampolini, Agnini e Maffei, il vecchio Partito rivoluzionario romagnolo di Costa, le cooperative, “i nascenti Fasci di Sicilia”, “gli anarchici anemici e  i mazziniani convertiti”, “un certo numero di letterati rivoluzionari eclettici”. Il “partito senza libri” che Gramsci lamenterà nel 1923.
Grande fu l’attrattiva, nel 1918-1919, della rivoluzione bolscevica. Lenin sarà il dominus, seppure da remoto, del congresso di Livorno, col richiamo a creare un partito comunista d’Italia. Non era un mercimonio, naturalmente, ma nemmeno un diktat, Mosca era ben lontana. Era forte l’attrattiva, ed era ideale – anche su Gramsci, quanto di più lontano dal nerbo leninista. Mauro, corrispondente da Mosca al crollo del sovietismo, sottovaluta questa fascinazione. Che, seppure ferale per la democrazia in Italia un anno e mezzo dopo, e poco incisiva poi , nell’Italia repubblicana, pure ha consentito per mezzo secolo una forte identità politica.
Ezio Mauro, La dannazione, Feltrinelli, p. 192, ril. € 18

domenica 22 novembre 2020

Cronache dell’altro mondo – classista 2 (79)

“I due principi cardine credo debbano essere l’uguaglianza e la conoscenza. Non è automatico che vadano d’accordo tra loro, ma sarebbe bello riuscire a unirli. Naturalmente sono due principi  universalistici, quindi sono l’opposto della cultura identitaria che si è affermata nella cultura politica e accademica americana”. Franco Moretti, “Robinson”, 21 novembre. Nell’opinione pubblica, nei media.
Scott Thurow, “La Lettura”, 22 novembre: ci sono due Americhe, “l’America uno, che è anche la mia tribù, è la coalizione degli abitanti delle città, che comprendono grandi quantità di minoranze razziali, sindacalisti ed elettori con istruzione universitaria, in particolare donne”, quelli che hanno eletto Biden, “poi ci sono gli Altri americani”, prevalentemente rurali, o deindustrializzati, “prevalentemente bianchi”.
“Gli Altri americani adorano Trump. Lo vedono come un anticonformista che dice quello che pensa, che è spesso brutale ma ha comunque una personalità piena di vigore. Si identificano con il suo sentirsi profondamente defraudato w  si preoccupano poco del danno che fa alla democrazia, perché pensano che il sistema politico sia corrotto e non abbia fatto nulla per persone come loro”.
“Sospetto peraltro che quel che gli Altri americani apprezzano di più in Trump è che noi – la stampa americana, gli intellettuali, gli istruiti che gestiscono le leve del potere nella nostra società, le élite come amano chiamarci – odiamo Trump. Questo dà loro enorme piacere, perché è noi che odiano”.

Letture - 440

letterautore

Best-seller – “Se non tutto quello che ha successo sopravvive, quasi tutto ciò che sopravvive aveva avuto anche un grande successo di pubblico” – Franco Moretti, sul “Robinson” con Gnoli. Per esempio Morselli o Manganelli?
Ma lo stesso Moretti sta lavorando “a un saggio sui «best-seller perduti» dell’Ottocento, romanzi che ebbero una popolarità enorme e ora nessuno più ricorda”. O autori? Notari, Pitigrlli, Guido da Verona, Salvaneschi, Liala? 
 
Citazione – “Citare brani è estrarre aculei da un porcospino”, Marianne Moore di E. Pound.
 
Dumas – De Sanctis, già ministro della Pubblica Istruzione, e ora direttore del quotidiano  “L’Italia”, 1863, attaccò Dumas con asprezza sostenendo che aveva scritto “Il conte di Montecristo” sfruttando il lavoro di “un esercito di schiavetti”. La critica all’uso francese, dei “negri” dei romanzieri di successo, era già in vigore. Ma De Sanctis attaccava Dumas, in quanto concorrente, fondatore e direttore del quotidiano di Napoli “L’Indipendente”, che godeva allora di discreta fortuna, con seimila abbonati. Dumas rispose facendo pubblicare su “L’Indipendente” un articolo di Pier Angelo Fiorentino, il collaboratore che, secondo De Sanctis, era il vero autore del romanzo – Croce si impegnerà successivamente a respingere le accuse a Dumas, di De Sanctis e altri, di sfruttare gli scritti altrui, di collaboratori o altri autori (plagi).

Gazza ladra – Origina da Stendhal, che per primo raccontò di una povera innocente impiccata a Palaiseau per un furto di posate d’argento, portate via invece da una gazza. Una delle prime opere della Restaurazione: sia il dramma di Théodor Badouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez, “La pie voleuse ou la servante de Palaiseau”, 1815,  sia dell’opera di Rossini, 1817.

Grecia – “Troviamo nella Grecia ciò che ci manca, non ciò che contiene realmente” – la Grecia nascosta, “dietro ogni riga della sua letteratura” – V.Woolf, “Non sapere il greco”.
 
Imperfetto – Il tempo della tristezza, Proust lo dice in nota già nelle “Giornate di lettura”, il saggio con cui nel 1905 presentava “Sesamo e i gigli”, la sua antologia di discorsi e scritti di John Ruskin: “Confesso che un certo uso dell’imperfetto dell’indicativo – di questo tempo crudele che ci presenta la vita come qualcosa di effimero insieme e di passivo, che, al momento stesso in cui traccia le nostre azioni, le bolla d’illusione, le annienta nel passato senza lasciarci, come il perfetto, l’illusione dell’attività – è rimasto per me una fonte inesauribile di misteriose tristezze”. .
 
Le Monde – Dumas lo cita nel suo giornale di Napoli “L’Indipendente” come “foglio consacrato agli interessi marittimi, e molto ricercato dai marinai”.
 
Lettura – Dilatata da Calvino (“Se una note d’inverno un viaggiatore”) nell’atto solitario per eccellenza, quindi inconclusivo, e il tratto relazionale per eccellenza di Cartesio: “La lettura dei buoni libri è come una conversazione con le persone più oneste dei secoli passati che ne sono stati gli autori”.
A Proust si attribuisce l’aforisma “il lettore legge se steso”, o qualcosa di analogo, tanto più succulento per essere dell’autore-più-autore. In effetti è un lettore poco condiscendente: “La lettura non saprebbe essere assimilata a una conversazione, fosse col più saggio degli uomini”, è il succo delle “Giornate di lettura”.  È un piacere solitario (ma c’è per Proust un piacere non solitario?): “Ciò che differisce essenzialmente tra un libro e un amico, non è la loro più o memo grande saggezza, ma la maniera con cui si comunica con loro, La lettura, al contrario della conversazione, consiste per ciascuno di noi a ricevere comunicazione di un altro pensiero, ma restando soli”.
 
LoggiaLoja nel portoghese delle ex colonie, preziosa nel tratto sovietico delle indipendenze, in Angola, Guinea-Bissau e Mozambico, o valuta nel romanzo sovietico di Simenon, “Les gens d’en face”, 1933, tratto dal vero, è termine “franco”, italiano, per emporio, per stranieri, dove tutto si trova, “tutto quello che si trova in Europa”, se si paga in valuta straniera – si trovava e si pagava quando l’Europa c’era, anche se non contava.
 
Natale – Lo celebra Hannah Arendt, ebrea, senza figli, ma capace di una lettura cristiana della vita, “Vita activa”: “Il miracolo (è) la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui sono capaci in virtù dell’essere nati… è questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la «lieta novella» dell’avvento: «Un bambino è nato per noi»”.
 
Padre - Filumena Marturano lo ricorda, ma per averlo cancellato – come tutti i De Filippo, del resto. Gli Abba cantano “Mamma mia!, la ragazza cacciata di casa a 16 anni che non sa con chi ha fatto la figlia.
 
Silvio Pellico – Si leggeva ancora al tempo di Proust a scuola – almeno lui così ricorda, in “Gornate di lettura”, di averlo letto quando era in “sesta”. “Le mie prigioni” come un libro per ragazzi.
 
Scrittura islamica - L’elogio della scrittura veniva recitato ancora di recente da Federico Zeri, nelle lezioni milanesi, 1985, poi raccolte in “Dietro l’immagine”, 268: “Sarebbe troppo lungo spiegare come la scrittura islamica sia una vera e proprie creazione dello spirito, disciplinata da procedimenti molto complessi. Come si vede in certi monumenti, ma anche in piastrelle e maioliche, si tratta di una scrittura che risulta da una ricerca matematica. Tralascerò di diffondermi su calcoli che presiedono alla creazione  di queste lettere, come di certi motivi ornamentali che appaiono in alcuni tappeti e in alcune maioliche. Basterà dire che si tratta di serie matematiche, a loro volta rapportate a delle coordinate cartesiane. Un procedimento estremamente complicato, che riveste significati, insieme, mistici e simbolici”.
 
VinoNei quadri fiamminghi c’è sempre il vino in tavola o nelle coppe in segno di reale accordo. Per un matrimonio concordato, una vendita, un acquisto, una promessa. Perché è scuro e fa contrasto, ma c’è anche il vino bianco, spumeggiante – come nella pittura francese dei luoghi di piacere naturalmente, specie dopo l’impressionismo.

Voce – Il tratto d’unione universale, la diceva Vernon Lee, nei racconti e negli studi della ricezione italiana, tutta particolare, della musica, con fenomeno di “traudire”, anche tra ambienti non comunicanti, o “intraudire”, mentre si è affaccendati, si pensa e si fa altro.
La voce è il fiore della bellezza era Zenone. E Montaigne, secondo il quale la voce fa vedere, oltre che udire, la poesia. 


letterautore@antiit.eu

Illeggibile Proust

Una prima prova della prosa che sarà della ”Ricerca”: assottigliata, convoluta, barocca ma fredda – fino alla “lettura” finale di Venezia, della basilica e della Piazetta, con una zeta. Con la coscienza-rivendicazione di fare opera di scrittura, di voler essere Grande Autore, nella critica-dileggio, parecchio inventata, di un Coleridge dalle grandi qualità ma “caso patologico” della mancanza di volontà.
Del saggio in sé, premessa perfida a “Il sesamo e i gigli”, la raccolta di Ruskin peraltro dallo stesso Proust curata, vale quanto scritto a suo tempo, alla traduzione presso Feltrinelli:
http://www.antiit.com/2016/10/il-piacere-della-lettura-e-il-ricordo.html
Alla rilettura il saggio è la prova generale della “Ricerca”: della prosa a onde, lo sciabordio, e del tempo (della vita) come ricordo, dilatabile a volontà, di ciò che è stato – vogliamo che sia stato – o avrebbe potuto essere – o vorremmo ora che fosse stato. Compresa la lettura: le letture sono diverse per ogni tempo o circostanza, e “ciò che esse lasciano soprattutto in noi è l’immagine dei luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte”.
Alla rilettura in originale balza evidente, una gragnuola di pugni benché di mano leggera, la costruzione complicata della frase, spesso artificiosa, come esercizio di bravura.  Con parentesi logiche tra parentesi logiche, e subordinate sotto subordinate. Una prosa, si direbbe, del rinvio.
Comincia con una frase lunga una pagina. Continua col linguaggio puntiglioso, tutto incisi, che farà la “Ricerca”. Con il mondo dell’infanzia, pieno di nonni, zie, cugini, la “brioche benedetta”. E riferimenti volutamente ordinari - comuni, nazionali, identitari – come a sottolineare un futuro di grandezza: pranzi domestici e merende, con ricette da custodire, orti, villeggiature estive, campane, chiese, tutto ciò che fa la famiglia francese minuta, anche se bene ordinata. Ma come campo di esercitazione, niente affetti o passioni. La panoramica della camera del ragazzo, ora l’adulto che ricorda, è una frase lunga quattro pagine, con sei punti e virgola, senza che se ne ritenga un’immagine qualsiasi - la “lettura” sono le abitudini di lettura del ragazzo Proust. Sul corto raggio l’impressione risultante è precisa: un scrittore puntiglioso per programma più che per le occorrenze della memoria come si suole dire, aperto sempre a un’altra parentesi, alla specifica di una specifica, tanto da riuscire inafferrabile. La “musichetta” ci sarà, c’è, avendo tempo e voglia di rilevarla, ma come un basso continuo, a nessun effetto, se non la distanza, la distrazione - lui stesso lo dice qui divagando su Gluck, di cui apprezza i recitativi invece delle arie. Proust è un care-demanding, uno che chiede attenzione e benevolenza, ma allontana. Non per caso, con studio.    
C’è anche lo snobismo della lettura: “I letterati restano, malgrado tutto, le persone  di qualità dell’intelligenza, e ignorare un certo libro, una certa particolarità della scienza letteraria, resterà sempre, anche in un uomo di genio, un segno di rozzezza intellettuale. La distinzione e la nobiltà si danno anche nell’ordine del pensiero, in una specie di framassoneria di usi, e in un retaggio di tradizioni”. Con una recensione di Gautier, sul finale, entusiasta e ironica, e una stroncatura di Musset – accanto a Fromentin.
A cura di Matteo Noja, col testo francese a fronte.
Marcel Proust, La lettura, La vita felice, pp. 131 € 9
Journées de lecture
, Folio, pp. 81 € 2