sabato 9 gennaio 2021

Mps con Bpm e Bper, Unicredit si tira fuori

Perché non Bpm, Bper e Mps insieme per colmare il buco senese? Tre grandi banche regionali, con territori contigui. Tre banche popolari, di origine mutualistica (anche Mps in larga misura lo era, proprietà della Fondazione, fino agli sciagurati aumenti di capitale del governo Renzi-Padoan). Tre gruppi medi, di dimensioni analoghe, per una fusione alla pari. Tre gruppi dem, che non guasta – di quelli che “abbiamo la banca” ma anche degli altri.
Non se ne parla, ma si lavora. Non è un “idea forte” fra le tante da banca d’affari, di quelle che prosperano progettando M&A, mergers and acquisitions.
Il progetto Unicredit è comunque naufragato: gli azionisti non vogliono Mps. E gli stakeholder transalpini (contano per la metà del gruppo milanese transborder) non ci dormono – e il governo italiano lo sa.
Il lodo Andreotti che ha destabilizzato Unicredit non ne ha spento le energie, che ora riaffiorano. Non  le ha indebolite abbastanza da non opporsi all’avventuroso Gualtieri, ispiratore del lodo – che voleva, attraverso Mps, conquistarsi Unicredit: la sua testa di ponte Padoan, che sulla scia del lodo è riuscito a collocare alla testa di Unicredit, verrà sterilizzato o rimosso.

Giornalista e gentiluomo

Peppino Turani muore giovane perché è la sua natura: curioso e intraprendente il giusto, di garbo e simpatia. Giornalista all’erta, come usava, capace di valutare e spiegare, ma senza fisime o albagie. Di acume ed equilibrio straordinari nel suo campo di attività, i fatti economici, che è complesso e anche minato. Commensale sempre gradevole, pur avendo scelto la singletudine (la volta che si avventurò in compagnia fino a Lisbona, prese subito l’aereo di ritorno) – o forse per questo.
Fu autore nel 1974 non secondario con Scalfari de “La razza padrona”, un’inchiesta fondamentale per gli assetti della Repubblica. Su “La razza padrona” Scalfari ha edificato un ruolo pubblico e il suo giornale. Turani ne fu tenuto ai margini, niente ruoli, pochi spazi, e poi allontanato - non in linea. Ma non perse il buonumore.
Lo si figura bonario e acuto anche in morte. Si può morire felici, di avere bene vissuto. Con intelligenza e disponibilità: per il bene del suo mestiere, della sua città, la Milano degli affari, dei compagni di lavoro o di passatempo.

Sartre a nudo

“Il dramma dei suoi ultimi anni”, di Sartre, una lettura mozzafiato. Un decennio di decadimento fisico, quasi ricercato, tra alcol e fumo. Raccontato da una delle sue tante donne, la più fedele malgrado tutto, la più avvertita e compassonevole – e migliore scrittrice. Che ne fu la badante per tutto il lungo declino. E diretta, non addolcisce la minestra dopo: “Il dramma dei suoi ultimi anni”, a partire dal 1970, dai suoi 65 anni, “è la conseguenza della sua vita tutta intiera. È a lui che si può applicare la parola di Rilke: «Ognuno porta la sua morte, in sé, come il frtto il suo nocciolo»”. 
Un racconto compassionevole, o onesto, “La cerimonia degli addii”. Sartre, quasi cieco, resta attivo nelle discussioni redazionali alla sua rivista “Le Temps Modernes”. ma non può scrivere, né leggere – gli legge il pomeriggio Simone de Beauvoir.
Nei “Colloqui” Simone de Beauvoir interroga Sartre a lungo sull’infanzia e su ogni altro aspetto della sua vita, privata e di scrittore, sul mondo, se non va a cambiare radicalmente, presto, per esempio nella concezione della letteratura, e sulla letteratura, il mestiere che gli sta a cuore. Non la filosofia, benché sollecitato: i concetti per cui Sartre è Sartre, la continenza, la ricorrenza, l’immigrato, il partito, sono inerti. Il debutto in letteratura, che qui più ricorre, con “La nausea”, fu d’altronde rifiutato dalle case editrici, fu Simone a sostenerlo e imporlo.
Molto ricorrono  gli amici, le amiche, la malattia, la vecchiaia, che rifiuta, malandato e tutto, e quasi non autosufficiente, la boxe (alla Scuola Normale…, in palestra, con incontri anche da dilettante), Camus, Merleau Ponty, Aron. Il rifiuto per tutta la vita del pomodoro e della frutta. L’abuso degli eccitanti, anfetamine e altri prodotti – “ne ho abusato molto, per vent’anni”, scrivendo di filosofia, spesso tutto il tubetto, venticinque compresse ingurgitate insieme la mattina. Con una crisi, nel 1958, “abbastanza grave”. De Beauvoir: “Scrivevate al galoppo, pensavate più veloce di quanto scrivevate”. Sartre: “Correvo, prendevo non una pasticca di corydrane ma dieci alla volta… un tubetto d’ortedrina mi faceva un giorno”. Manca, curiosamente, il rapporto con la madre, con cui pure ha voluto vivere da adulto - a parte il rifiuto del patrigno.
Ma, poi, tanto pensatore, all’epoca “maoista”, nel 1974, l’anno dei colloqui, prima e dopo, la rivoluzione prospetta in riferimento ai Russi, ai Cinesi. E questo la dice tutta sul giudizio politico, sul giudizio di Sartre. Appunti non costruiti, ma danno questa idea: Sartre non ne esce bene - non da eroe, da “Pardaillan”, come si fantasticava da bambino con questo nome di eroe inventato.
La “Cerimonia”, scandita anno dopo anno dal 1970 al 1980, è stata scritta dopo la morte di Sartre, su appunti che Simone de Beauvoir aveva via via evidentemente preso, tanto sono dettagliati e vividi, giorno per giorno. Le lunghe “Conversazioni” (che in questa traduzione danno l’impressione di essere state abbreviate) sono state registrate in albergo a Roma nel 1974, la solita vacanza romana di agosto-settembre di de Beauvoir e Sartre.
I due racconti sono anche una storia, tra le righe, delle tante donne, qui soltanto nominate, che accudiscono Sartre, comunque gli si accompagnano anche nel crollo fisico: Michelle Vian, Olga e Wanda Kosakiewicz (Wanda, amante di Sartre, ebbe una storia con Camus, e questo fu fra le cause del distacco fra i due), Liliane Siegel, a Roma nel 1979 “una giovane americana”, la giovane greca Melina, che era venuta a Parigi per uno studio su Sartre. Questi a un certo punto la dice “troppo interessata”, spiega di averle dato “un po’ di denaro per vivere”, e di averla allontanata. Ma c’è anche dopo. “C’erano molte donne nel su entourage”, nota de Beauvoir nel 1977: “Le sue vechie amiche, nuove amiche. Mi diceva con un tono gioioso: «Non sono mai stao così attorniato dalle donne»”. Con quella che sarà la sua figlia adottiva, Arlette Elkaïm, studia l’ebraico.
Ma ancora nel 1978 de Beauvoir nota: “Frequentava sempre molte giovani: Melina”, la ragazza greca che l’anno prima aveva deciso di lasciare, “e numerose altre. Siccome un giorno si lamentava di lavorare troppo, gli ho detto ridendo: «Troppe giovani». «Ma mi è utile!», mi ha risposto. E in effetti penso che ad esse che doveva molto il gusto di vivere. Con un compiacimento ingenumi ha dichiarato: «Non sono mai piaciuto tanto alle donne»”. Donne che anche manteneva. Nel 1978, nota ancora de Beauvoir, “versava regolarmente ogni mese somme abbastanza consistenti a giovani persone”. Si faceva rifornire dalle giovani amiche di whisky e vodca, e li nascondeva dietro i libro o in un cassetto.
A Olga, apprendiamo, ha scritto una lettera di dodici pagine su Napoli – non confluite in “La regina Albermarle”, la compilazione postuma degli scritti di Sartre su Napoli e Venezia. Olga Kosakiewicz aveva sposato Jacques-Laurent Bost, che era stato amante di Simone de Beauvoir, e la coppia è in rapporti molto amichevoli con Sartre e Simone, li vanno a incontrare anche a Roma. Da ragazza era stata circuita al liceo da Simone de Beauvoir professoressa, e a un certo punto aveva lamentato che il rapporto a tre, con de Beauvoir e Sartre, l’aveva danneggiata psicologicamente. Come le coetanee Bianca Lamblin (ci scriverà sopra, dopo la morte di Sartre e de Beauvoir, un libro indispettito, ma circostanziato, “Mémoires d’une jeune-fille dérangée”) e Natalie Sorokin. Su denuncia della madre di quest’ultima, Simone era stata sospesa dall’insegnamento nel 1943 – sarà riabilitata ala Liberazione, ma non insegnerà più.
Si glissa sull’adesione al Pcf, il partito comunista francese, nel 1952. Dopo tutto quello che Sartre aveva scritto contro lo stesso partito per il caso Nizan – e che riprenderà a scrivere dopo la prima rottura col Partito, nel 1956. Un rapporto a più riprese, un lascia e prendi. Ma con una costante: ogni anno Sartre farà un viaggio in Russia, ospite del Pcus, il partito comunista sovietico, fino al 1965.
Si fa la questione dei premi, che Sartre dice di non aver mai voluto accetare per principio, a aprtire dalla Legione d’onore, il cavalierato francese. E naturalmente si parla del rifiuto del Nobel nel 1964 (che veniva otto anni dopo il Nobel a Camus….). De Beauvoir ricorda che un premio l’ha accettato, in Italia, del Pci, con soldi. Sartre ne dà una curiosa motivazione – ricordando che altri piccoli premi li ha accettati, “per esempio uno nel 1940, un premio populista”, quando era mobilitato: “Non me ne fregava niente di un premio populista, dato che non avevo assolutamente niente in comune con gli scrittori populisti. E così ho accettato”. Il Pci premiava “chi, durante l’occupazione, aveva dato prova di coraggio e d’intelligenza”. Il premio, “evidentemente, non era del tutto conciliabile con la mia teoria”, spiega, ma “i comunisti italiani mi piacevano molto”. Che il premio, a lui che non aveva fatto la Resistenza, venisse su indicazione di Mosca non lo sfiora nemmeno.
Sobrio e anzi reticente sugli Schweitzer, la famiglia materna, di alsaziani cattolici intransigenti. La madre che pure adorava. Il nonno, che l’ha cresciuto. Il cugino della madre poi famoso, il dottor Albert Schweitzer. Di cui non ricorda nulla, limitandosi a dire del nonno: “Stimava il nipote ma non lo capiva”.  
A parte le donne, una vita a caso. Alla filosofia arriva per caso, benché allievo all’Ècole Normale di Alain, e compagno e amico di Merleau-Ponty e di Aron. Per letture casuali, durante l’anno passato in Germania, di Heidegger, qualche pagina, e di Husserl. Tutta la sua formazione cuturale fa sembrare casuale, da autodidatta. Compra i primi libri quando va ad abitare con la madre rimasta vedova, in rue Bonaparte, dopo il 1945, nella casa che lui le ha comprato, quindi a quarant’anni. E li acquista in “edizioni complete”, tutta Colette, tutto Proust. Il primo viaggio all’estero fa con Simone de Beauvoir, a 28 anni, in Spagna, invitati e ospiti di Gérassi. Ma la guerra di Spagna li lascerà indifferenti, allora e nel ricordo. Entra nella Resistenza tardi, prima della Liberazione, nel gruppo di Camus. Che all’epoca  è quello che si potrebbe dire un amico – passavano le serate insieme, giravano per i locali, bevevano. L’amicizia però dice sconoscuta, dopo Nizan - Simone de Beauvoir gli attribuisce come amici due suoi ex amanti, Bost e Lanzmann, e Camus. Anche con le donne, la cui compagnia pure predilige. Mme Morel, la madre di un ragazzo a cui il suo amico Guille dava ripetizioni e ne era diventata l’amante, e con lo stesso Sartre aveva avuto qualche “colloquio riservato”, dice “la sola amica donna che ho avuto”. Fin da ragazzo, per il senso acuto di essere brutto, e perciò solitario. Il rapporto con gli altri vuole aggressivo piuttosto che passivo – e in questo rapporto, il rapporto con gli altri, “sentirsi belli”, essere “bene nella propria pelle”. Dà mance enormi, gli fa osservare Simone, perfino ridicole. Di tutte “le sue donne”, solo con una, “la più notevole” (probabilmente quella detta “Camille”, Simone Jollivet, una escort in una casa di tolleranza di lusso di Toulouse, quando Sartre vi insegnava), ricorda di avere avuto “rapporti egualitari”. Ha accettato solo tre inviti “sociali”, dice – “a pranzo fuori”. Di Genet, con cui ha pranzato fuori, ricorda “il cattivo odore”.
A parte le donne, una vita a caso. Alla filosofia arriva per caso, benché allievo all’Ècole Normale di Alain, e compagno e amico di Merleau-Ponty e di Aron. Per letture casuali, durante l’anno passato in Germania, di Heidegger, qualche pagina, e di Husserl. Tutta la sua formazione cuturale fa sembrare casuale, da autodidatta. Compra i primi libri quando va ad abitare con la madre rimasta vedova, in rue Bonaparte, dopo il 1945, nella casa che lui le ha comprato, quindi a quarant’anni. E li acquista in “edizioni complete”, tutta Colette, tutto Proust. Il primo viaggio all’estero fa con Simone de Beauvoir, a 28 anni, in Spagna, invitati e opsiti di Gérassi. Ma la guerra di Spagna li lascerà indifferenti, allora e nel ricordo. Entra nella Resistenza tardi, prima della Liberazione, nel gruppo di Camus, all’epoca quello che si potrebbe dire un amico – passavano le serate insieme, giravano per i locali, bevevano. L’amicizia però dice sconoscuta, dopo Nizan - Simone de Beauvoir gli attribuisce come amici due suoi ex amanti, Bost e Lanzmann, e Camus. Anche con le donne, la cui compagnia pure predilige. Mme Morel, la madre di un ragazzo a cui il suo amico Guille dava ripetizioni e ne era diventata l’amante, e con lo stesso Sartre aveva avuto qualche “colloquio riservato”, dice “la sola amica donna che ho avuto”. Fin da ragazzo, per il senso acuto di essere brutto, e perciò solitario. Il rapporto con gli altri vuole aggressivo piuttosto che passivo – e in questo rapporto, il rapporto con gli altri, “sentirsi belli”, essere “bene nella propria pelle”. Dà mance enormi, gli fa osservare Simone, perfino ridicole. Di tutte “le sue donne”, solo con una, “la più notevole” (probabilmente quella detta “Camille”, Simone Jollivet, una escort in una casa di tolleranza di lusso di Toulouse, quando Sartre vi insegnava), ricorda di avere avuto “rapporti egualitari”. Ha accettato solo tre inviti “sociali”, dice – “a pranzo fuori”. Di Genet, con cui ha pranzato fuori, ricorda “il cattivo odore”.
Egotista, senza convinzione: “Non voglio essere l’adulto maschio”. E: “Non sono nemmeno un adulto, sono uno della terza età”. Passerà quattro mesi in America, ospite di un programma americano per l’opinione europea, nel 1944, da dove avrebbe scritto delle corrispondenze, forse per “Le Figaro” (ma qui figura inviato per “Combat”, il giornale di Camus, su sollecitazione dello stesso Camus con l’ambasciata americana), senza sapere l’inglese, e senza impararlo. Ora col ricordo di una serie impressionante di lavori non  portati a termine, non conclusi – lo stesso capolavoro, le mileduecento pagine su Flaubrt, “l’idiota della famglia”, sarebbe rimasto a metà. Mentre manca del tutto il ricodo di “Orfeo negro”, il saggio del 1948 con cui introduceva l’“Anthologie de la poésie nègre et malgache” di Senghor, che fece epoca: del razzismo antirazzista.
Un Sartre rimbambito che obietta sempre: “Mi  credi rimbambito ma non è vero”. E: “Mai mi sono sentito vecchio”. Vittima anche di cure e medicamenti sbagliati – tra essi ce ne furono che portavano all’incontinenza urinaria e al mancato controllo degli intestini. Si fa coccolare dalle donne, amanti o ex, che a turno lo accudiscono durate tut la giornata, nei vari giorni dela settimana, perché, dice, gli piace “dipendere”. Di ego sempe immenso – che giustifica: “Troppo ogoglioso per essere vanitoso”.
Con moltissima politica. Ma confusa. Manca in generale l’ambientazione: l’epoca, gli eventi, chi è chi. Molto Sartre discetta della libertà. Ma cose come “liberale è una parola ignobile”. Salvo viaggiare ogni anno, invitato, a Mosca fino per una dozzina di anni - e nel 1968 intrupprsi entusiasta con i “mao”,  i gruppi comunisti di obbedienza cinese post-Sessantotto. E non spiegare mai, se non per aneddoti disinvolti, l’adesione al Pcf e alla ragioni di Mosca  Della Resistenza, che non ha fatto, dà un quadro paradossale: “Alla Liberazione, ho sentito che le forze liberate erano della stessa natura  delle forze naziste, non che avessero gli stessi scopi, che utilizzassero procedimenti come l’assassinio di milioni di Ebrei, di milioni di Russi; ma la forza collettiva, l’obbedienza agli ordini era della stessa specie. E l’esercito americano che arrivava in Europa apparve a molti, me tra essi, come una tirannia”. Si può dire Sartre la personificazione nefasta – ambigua – dell’“impegno”. In altro scritto peraltro, quello su Veneza (pubblicato di recente in ora in “La regina Abermarle”) il teorico, appena sei anni prima, dell’impegno, così lo irrideva: “Tutti militano oggi, è la regola: ho visto vecchie carcasse sfinite reimpegnarsi per dieci anni  nell’«Arte per l’Arte» per militare contro l’«Arte impegnata». Si è militante o miliziano o militare”.
Un curioso quadro, a effetto, questo delle seicento pagine dei “Colloqui”: si passa da sorpresa in sorpresa. Anche per i ruoli assunti per l’occasione dalla coppia, perfino esagaratamente definiti, squilibrati: il genio e l’interprete, il maestro e l’allieva, il re, anche capriccioso, e la serva paziente, il paziente e la badante – il paziente pieno di sé.
Simone de Beauvoir non ha buona fama in molto femminismo, mangiatrice d’uomini e di ragazze, “interessata” a un rapporto con Sartre – le sue stesse biografe sono perplesse. Ma è certamente forte scrittrice, si continua a leggere con interesse. Qui capitalizza Sartre, senza dubbio, ma lo fa lasciandone due quadri memorabili – che si possono leggere anche non avendo letto Sartre, qualora Sartre non si leggesse più.
Simone de Beauvoir, La cerimonia degli addii. Seguita da “Conversazioni con  Jean-Paul Sartre”, Einaudi, pp. 540

venerdì 8 gennaio 2021

“Sanpa”, o giù le mani dai fondi per la tossicodipendenza

Fa senso leggere la mattina il ricordo di Natalia Aspesi su San Patrignano
https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2021/01/06/news/quella_madre_che_affido_a_muccioli_il_figlio_perduto-281445911/
e vedere la sera la serie “SanPa” con cui Eleonora “Tinny” Andreatta, neo direttrice della produzione italiana ed europea di Netfix, debutta in rete. L’intelligenza delle cose, da parte di due donne colte e intelligenti, Aspesi e Romilda Bollati, che  “tutto” divideva dal bifolco Muccioli, famiglia, cultura, politica, e il cinismo delle due donne di “Sanpa” – con Andreatta la regista Cosima Spender.
Ricordando qualcosa delle vicende della serie  (i processi di Bologna contro Muccioli, nel 1983 e nel 1994), si resta allibiti di fronte all’uso che il duo Andreatta-Spender fanno di testimoni falsi - e condannati, a differenza di Muccioli (fra tutti Delogu padre).  Com’è possibile?
O sì? I processi furono notoriamente l’arma con cui la “ditta” – direbbe Bersani - catto-comunista emiliana e italiana, metteva le mani avanti sui fondi per la tossicodipendenza – il pezzo forte del nascente “terzo settore” o del “volontariato”. Da cui le varie comunità subito stradotate di don Liegro, Gelmini, Mazzi, Picchi, e altri. Danno fastidio anche i rimasugli di volontariato non allineati? Buon sangue non mente, da Andreatta padre a Andreatta figlia? Che cosa non si fa per vendere (Netflix)? Comunque una brutta azione – ma il paradiso è dei credenti?

L’autore da giovane, è tutto Gogol’

Le due raccolte di novelle che Gogol’ pubblicò a ventidue anni, a nome dell’“apicultore Rudyi Pan’ko”, per sfuggire al malocchio dopo il fallimento del debutto in versi, “Hans Kjuchel’gaten”, due anni prima (insieme con un inno “All’Italia”. Il successo fu istantaneo, e i racconti durano, “La sera della vigilia di san Giovanni”, “La notte di Natale”, “La notte di maggio, o l’annegata”, “La terribile vendetta”.
Con una divertita e divertente presentazione di Malcovati. Di un mondo che sorprende, nell’attuale deserto: vivo tanto quanto remoto, vecchio, sconquassato. Anche se oberato in questa traduzione dal vezzo di lasciare in originale parole ricorrenti, e necessarie, zaporožecy et al (zaporožec dal distretto di Zaporož’e, sì, ma…).
Una decina di racconti, in due volumi, in cui tutto è rivolto a ridere, le scemenze come le tragedie. Anche la notte santa, trasfigurata in un sabba, bonario, di diavoli minuscoli e onesti ubriaconi, in cui il fabbro Vakula ricorre al diavolo per sposare l’innamorata, facendosi da lui portare in volo dal principe Potiomkin e dalla zarina (Caterina), per avere copia delle imperiali scarpette richieste dalla capricciosa amata - il desiderio impossibile per allontanare il matrimonio.
Sono le tracce dei futuri racconti famosi, “Le anime morte”, “Il revisore”, “Taras Bul’ba”, “I racconti di Pietroburgo”. Che fanno un grande libro sul diavolo, così lo presenta Malcovati giustamente: “Mai più Gogol’ si divertirà”, e divertirà, “tanto a inventare dispetti, astuzie, tranelli e trappole, frottole e malignità per i suoi diavoli”. Di una religiosità già risolta. Semplice cioè e irriducibile: il diavolo le tenta tutte ma basta il segno della croce a sconfiggerlo. Ne “La terribile vendetta”, il racconto in cui il male colpisce tutti, alla fine è Dio in persona a spiegare che questo è l’esito dell’umanità quando ha scacciato compassione, generosità, perdono. Anche in fatto di donne c’è già il Gogol’ maturo, dall’amata capricciosa del fabbro, alla “strega”, la madre “quarantenne” del fabbro, che tutti gli uomini in età ammalia la notte, e tutti mette nel sacco - letteralmente.
Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, Bur, pp. 285 € 10

giovedì 7 gennaio 2021

Il mondo com'è (419)

astolfo

Anversa – Anvers in francese (e quindi Anversa in italiano), ma di altra radice in originale latino e in fiammingo e derivati: Antverpia per i Romani, quindi Antwerp, nome attuale, Antwerpen in fiammingo, Hand werpen in olandese, Hand and Wearpan in Old English. Che non si sa cosa significhi, a meno che non sia buttare o tagliare le mani. Eroe eponimo della città è un Silvio Brabo (Brabone), cui una statia è dedicata al centro della Grande Piazza cittadina. Un soldato romano che avrebbe liberato la Schelda, il fiume cittadino, dal  gigante Druon Antigoon, uno che esigeva un tributo dalle navi di passaggio, e da chi attraversava il fiume, su imbarcazione o a piedi sul ponte, pena il taglio di una mano, che buttava nel fiume.
 
Catone
– Il Vecchio, il Saggio, il nemico del lusso e delle donne, l’aspro censore della cosa pubblica, aedo della ruralità, era uno speculatore, sulle rendite fondiarie e su quelle finanziarie (sulle assicurazioni dei noli).
 
Dittatura del proletariato – Ha dominato mezza Europa per buona parte del Novecento, ma nasce casuale. La Comune di Parigi nel 1871 entusiasmò Marx, che v’intravvide “una leva per scalzare il dominio di classe”, e Engels identificò nella temporanea “dittatura del proletariato”. Il popolo di Parigi è forcaiolo, e Marx, che anzitutto era uno storico, lo sapeva. Lenin ha poi esautorato i consigli e le fabbriche per dare il potere al partito, la rivoluzione non ha cambiato la società, solo i funzionari.  
Ma la dittatura del proletariato Marx sapeva repressiva e voleva breve, come la dittatura di Roma repubblicana. E non ha mai pensato all’assassinio politico, che in alcuni casi, pochi, è anarchico, e sempre è strumentale al bonapartismo, al golpe – alla reazione.

Israele – A lungo è stata tenuta in punta di bastone dall’Onu, benché appoggiata da almeno tre dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Fino al 1974 l’Unesco non riconosceva Israele. A fine 11975 una risoluzione Onu assimilò il sionismo al razzismo.
Nel 2011, quando fu la Palestina ad essere ammessa alì’Unesco, a stragrande maggioranza (Italia astenuta, insieme con Gran Bretagna e altri 50 paesi, 14 i contrari, tra essi Sati Uniti, Germania e Canada, 107 a favore, la Francia con i paesi arabi, l’Africa e l’America Latin), Israele ha definito la decisione “una tragedia”. E ha avviato, di concerto con gli Stati Uniti di Obama, una contestazione legale, sospendendo i contributi annuali al funzionamento dell’organizzazione. La sospensione è stata tramutata in recesso, sempre d’intesa con gli Stati Uniti, ora di Trump, nell’ottobre del 2017 – il procedimento si è concluso a fine 2018.
 
Manomorta - I rivoltosi di Bronte che Nino Bixio fece fucilare non erano contadini affamati ma professori, avvocati, medici e medi proprietari che volevano le terre della duchessa in base alle leggi antifeudali del 1848. C’erano “squadre popolari” ma finanziate dai possidenti agiati.
Due anni dopo, a fine 1862, la Commissione parlamentare sul brigantaggio ne indicherà la causa nei “ritardi nella ripartizione delle terre pubbliche”. Ma, malgrado le fucilazioni di Bixio, non ci fu soluzione di continuità: l’avidità restò senza limiti con l’unità, e anzi si allargò con nuove leggi per l’appropriazione dei beni ecclesiastici e collettivi. La borghesia italiana si costituì a questo modo, da qui il suo carattere saprofita e non di iniziativa, specie al Sud , nell’ex Regno borbonico: si appropriò della manomorta senza pagare niente allo Stato, o poco più di niente, e del demanio destinato a usi civici, di pascolo e coltivazione.
 
Masaniello – Avviò la nascita del Belgio. “La muta di Portici”, o “Masaniello”, l’opera di Auber, 1828, versi di Scribe, che inauguro il grand opéra francese, avviò il moto belga d’indipendenza due anni dopo. Già popolare, l’opera fu rappresentata al teatro de la Monnaie a Bruxelles a fine agosto 1830, come omaggio al re Guglielmo I dei Paesi Bassi, per il suo compleanno. Arrivati all’aria del tenore Masaniello “Amour sacré de la patrie” gli spettatori all’unisono si alzarono e uscirono cantando in strada. Fu l’inizio della cosiddetta Rivoluzione Belga, che in poche settimane, il 4 ottobre, si concluse con l’indipendenza dall’Olanda.
 
Molotov – Vyaceslav Mihajlovic, che ha dato il nome all’arma più popolare contro l’occupazione tedesca, nelle battaglie di Leningrado e Stalingrado, la bomba o bottiglia Molotov, in russo “cocktail Molotov (di cui le librerie Feltrinelli insegnavano la preparazione e l’uso a cavaliere del 1970), fece carriera, come ministro degli Esteri di Stalin, e anche dopo, fino al 1956, detto per questo “culo di ghisa”, dopo aver visto liquidati o fucilati tutti i suoi parenti e collaboratori, inclusa la moglie. Senza mai una protesta – quando non li denunciava lui stesso.
La bomba Molotov, l’arma di uso più diffuso, insieme col kalashnikov, il mitra senza rinculo (questo dovuto a un ingegnere, poi militarizzato, col grado di generale), non fu però opera di Molotov. Alla bottiglia incendiaria venne dato il suo none n quanto presiedeva durante la guerra il consiglio dei Commissari del popolo, dei ministri - era una specie di presidente del consiglio, senza poteri. La bottiglia Molotov era stati usata dai franchisti nella guerra civile, e poi dalle truppe finlandesi nella guerra d’inverno contro la Russia, nei quattro mesi da dicembre 1939 a marzo 1940, contri i mezzi blindati leggeri dell’Unione Sovietica.
 
Pace cartaginese – La pace senza condizioni, con la distruzione del perdente, derivata dalla fine della terza guerra punica, quando i Romani bruciarono Cartagine, cosparsero di sale il terreno su quale sorgeva, per renderlo sterile e trassero in schiavitù la popolazione, fu resa popolare in questa formulazione alla conclusione della Grande Guerra da John Maynard Keynes. Nel saggio che l’economista pubblicò nel 1919, mentre si definivano i trattati i pace di Versailles, “Le conseguenze economiche della pace”. Della “pace cartaginese” prospettando le conseguenze: “Se miriamo deliberatamente a impoverire l’Europa centrale, la vendetta, oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora ritardare a lungo quella finale guerra civile tra le forze della reazione e le convulsioni disperate della rivoluzione, rispetto alla quale gli orrori della passata guerra tedesca svaniranno nel nulla”.
 
Spie – In Itala non fanno genere letterario. Ma si sa, si è sempre saputo, che ce n’è almeno una in ogni giornale,  E al tempo del Pci c’erano i compagni confidenti che riferivano alla sezione Stampa e Propaganda chi erano i giornalisti “buoni” e chi i “cattivi”. Contro i quali i compagni fiduciari nei comitati di redazione sindacali e nelle dirigenze dei giornali d’opinione, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”, “Il Messaggero, “Panorama”, “L’Espresso”, esercitavano un potere inflessibile sulle carriere e anche sugli avanzamenti di stipendio. Anche nel nome dell’amicizia.
 
Weimar – Fu per diventare una repubblica comunista. Il Primo Maggio 1919, a cinque mesi dalla fine della guerra, la tensione era alta in Germania, l’attesa era per la proclamazione a Berlino di una Repubblica Internazionale dei Soviet. Ancora nel 1920 vi furono proposte in Germania e tentativi di legarsi all’Armata Rossa, che incombeva al confine della Prussia Orientale e alle porte di Varsavia -  per annientare la Polonia, che contendeva alla Germania la Slesia.
 
Si viveva allegri nella repubblica di Weimar, come Isherwood, Simenon e altri scrittori testimoniano. Si pone il nazismo a culmine della disperazione in un paese sconfitto nel suo stadio giovanile e soggiogato. Ma gli anni 1920 furono di straordinaria energia in Germania, Jünger direbbe di “mobilitazione”. Di entusiasmo, creatività, consapevole anarchismo. Un’accumulazione prodigiosa - non si spiega altrimenti la forza dello hitlerismo, che mise in campo un dispendio colossale di energie.

astolfo@antiit.eu

La memoria dello smemorato

La raccolta degli articoli di Veltroni neo collaboratore del gruppo Cairo, pubblicati sul “Corriere della sera”, prevalentemente, e sulla “Gazzetta dello sport”. Un Veltroni più buonista che mai, che rievoca e racconta fasi e casi celebri della Repubblica – “Viaggio nella memoria di un Paese” è il sottotitolo.
Veltroni fa il bravo scrittore, dopo aver fatto il bravo regista, e il bravo sindaco di Roma, fondatore del partito Democratico. Con un titolo e un sottotitolo, però, antifrastici, se non sono ironici: Veltroni, post-obamiano dopo essere stato dossettiano, non ricorda nemmeno per caso di essere stato membro del Comitato Centrale del partito Comunista Italiano, incaricato della Stampa e la Propaganda (veste nella quale censiva, con le antenne del Partito nei giornali, i giornalisti politici non “in linea”), fautore di più di un referendum contro  la tv commerciale (“non interrompere un’emozione”), cioè libera. Il labirinto è dentro o fuori lo smemorato?
Un vero politico, certo, non affonda, il galleggiamento è l’arte della politica. Ma il testimone, tanto più se scrittore? È però vero che nessuno gliene chiede conto.
Walter Veltroni,
Labirinto italiano, Solferino, pp. 208, ril. € 18

mercoledì 6 gennaio 2021

Ombre - 544

Il comico inglese Mr Bean non vuole più recitare, lo ritiene impossibile: “Non vedo perché non dovrei avere il diritto di dire qualcosa solo perché qualcun altro è contrario. Mi sembra un concetto fondamentale per la nostra libertà”.
Domina la cancel culture, dei violenti, specie se ignoranti, specie nelle culture puritane. Rowan Atkinson, “Mr Bean”, la assimila alla caccia alle streghe: “È come la folla nel Medioevo in giro per le strade a cercare qualcuno da bruciare al rogo”.
 
Gianni Lanciato, il cinquantenne di Napoli aggredito con violenza continuata da un gruppo di giovani per rubargli lo scooter, li giustifica: troppo giovani, vittime del tempo. Sembra un atto di generosità, ma solo per evitare al gruppo il correzionale.
 
Crisi di governo? Nuove elezioni? Non si farà né l’una né le altre, perché il covid ha prodotto anche questo malanno: ognuno sta arroccato dove sta.
 
C’è però una sorta di crisi di astinenza politica, a causa del covid: che le elezioni in calendario slittano, e chi era in corsa rischia di sfiancarsi. Per esempio a Roma. Non però i giudici.
Non i giudici napoletani. L’ex giudice, sindaco di Napoli, De Magistris vuole concorrere a presidente della regione Calabria - che non apprezza, vi è stato infelice sostituto procuratore, ma è il solo posto libero. E il giudice Catello Maresca, vice capo della Procura Generale di Napoli, scalpita per concorrere al suo posto di sindaco, al posto di De Magistris.
 
Si assolve Oliverio, l’ex presidente della regione Calabria – col vertice del Pd calabrese, la deputata Enza Bruno Bossio, e suo marito Nicola Adamo, già deputato e segretario regionale dei Ds. Dopo un’imputazione e un processo che gli hanno impedito la rielezione – e ne hanno comunque troncato l’attività politica. Un errore giudiziario è sempre possibile. Ma l’imputazione e il rinvio a giudizio del caso  non nascono da un errore: Oliverio è stato assolto in udienza preliminare perché il fatto non sussiste - Bruno Bossio e Adamo prosciolti senza avviare il giudizio.   
 
Due pagine abbondanti con Scalfari non bastano a Molinari su “la Repubblica” per dire che il compromesso storico è stato un trucco, l’affossamento di ogni ipotesi di buongoverno. Berlinguer  e Moro – Moro l’affossatore -  sono anzi vantati aedi, araldi e campioni del riformismo italiano. Una cosa che si ricordi?
Scalfari, d’altra parte, è libero di dirsi Gobetti  
 
Il business delle pale eoliche le vuole più alte e più robuste. Per fare più vento e più rumore. Per impiegare più acciaio? E renderne più costoso il decommissioning, lo smantellamento e il trattamento a fine regime, dopo 15-20 anni? Per raddoppiarne il costo (“l’investimento”) sicuramente.
Quanto ci costa il business delle energie alternative, una voragine – e come si riempiono le tasche dei produttori delle stesse, Enel in testa! Tutti sanno che la forza motrice del vento non ha futuro, ma si investe allegramente, a carico del contribuente (“oneri di sistema”).
 
C’è una forte propensione, quasi entusiasmo, nelle cronache romane, “Messaggero”, “Repubblica”, “Corriere della sera”, per i due americani drogati che uccisero a coltellate a Ferragosto del 2019 il brigadiere Cerciello Rega. Per uno di essi, Eder Finnegan Lee, che affronta il processo spavaldo. Sicuro di cavarsela con qualche condizionale. È Mr Lee padre, che segue il processo, “uno importante”? Lo è “l’avvocato di famiglia” Craig Peters?
 
Dice che i botti erano proibiti per fine anno quest’anno. Ma a Roma non c’è mai stata tanta concentrazione, e così vasta, di botti e fuochi d’artificio, oltre che pistolettate, come quest’anno. Anche le parrocchie, molte a Roma, li hanno organizzati.
Era per risollevarci il morale? Per intimidirci? Probabilmente si celebrava la fine del 2020, non il 2021: mai un anno è stato salutato con tanto dispetto, con rabbia.
 
Sì di Bruxelles a Peugeot-Fiat, dove la Francia è compratrice – a gratis. No di Bruxelles a Fincantieri-Stx, dove compratrice è un’azienda italiana, con esborso solido. Bruxelles decide, l’Antimonopolio della signora Vestager, come Berlino comanda in prima battuta, e in subordine Parigi?
Naturalmente non è così – Vestager si è insediata all’Antimonopolio Ue col sostegno dell’Italia, del bel Renzi d’epoca. Ma è così: anche la giustizia a Bruxelles è pesata.

In paradiso col diavolo

Una festa di Natale – una vigilia, una notte – diversa, indiavolata. Una notte di luna piena. Di ragazzate per le strada. Di ubriaconi. Che tutti vanno in bianco dall’amante  - la stessa di tutti. Mentre il fabbro non sa più resistere al fascino di Oksana, e le tenta tutte. Anche col diavolo, dal quale si fa trasportare fino dalla zarina, “una donna piccolina e grassoccia anzi che no, incipriata, con gli occhi azzurri e, insieme, un’aria maestosamente sorridente”, per una missione di cui Oksana sventata l’ha incaricato.
L’amore trionfa, del ridicolo. Nella notte santa trasfigurata in un sabba, di scemi del villaggio. Il primo dei tanti racconti russi sul diavolo - fino naturalmente a Bulgakov, “Il maestro e Margherita” - altro russo di Ucraina, come Gogol’. Il diavolo ispira, si direbbe  naturalmente, lo spasimante: il racconto si dipana fra scemenze, stranezze, tranelli, insipienze, chiacchiere, malignità. Ma poi sereno, svuotando del diabolico il diavolo stesso: non è questione di vendergli l’anima, il diavolo fa da cavalluccio volante, e alla fine, ma non protesta neanche, viene scacciato con una semplice croce. Molte avventure, e spropositate, ma tutto finisce bene: non è un racconto a sorpresa, è nei particolari.
Una fiaba realistica – neo realistica si direbbe, come poi in Zavattini. Semplice e attraente, riposante. Tratta dalle “Veglie alla fattoria presso Dikan’ka”, la raccolta pubblicata nel 1832 da Gogol’ ventiduenne, a nome dell’“apicultore Rudyi Panko” - uno pseudonimo di scongiuro dopo il fallimento del debutto poetico due anni prima. Una decina di racconti, in due volumi, in cui tutto è rivolto a ridere, lo sciocchezzaio di paese come le tragedie.
Un racconto mal letto da Nabokov, che lo riduce a “folklore ucraino”. Ma ha in petto, come tutta la raccolta delle “Veglie”, i grandi racconti di Gogol’, “Anime morte”, “Il Revisore”, etc.
Si scopre che Gogol’ è da riscoprire – un russo che pure fu tanto italiano. Paolo Nori aiutando, con una nuova traduzione.
Nikolaj Gogol’, La notte prima di Natale, Garzanti, pp. 96 € 4,90


martedì 5 gennaio 2021

Problemi di base - 616

spock

“Nessun uomo malvagio fa il male di proposito”, Platone?
 
La giustizia più grande è naturalmente quella politica, Socrate?
 
È il tempo “un’immagine mobile dell’eternità”, Platone?
 
L’arte allontana dal vero, Socrate?
 
“Le nostre discussioni sul gender fluid mi ricordano quelle dei dotti bizantini sul sesso degli angeli mentre i turchi prendevano Costantinopoli”, Jean-François Braunstein?
 
Sartre Sade?

spock@antiit.eu

Sopra il vulcano

Ci si consola in Italia, governo e media all’unisono, sulla portata dell’epidemia virale, colpevolmente. Perché i dati sono minacciosi. Chiaramente, non c’è ambiguità possibile. Se non dell’opinione: non vengono valutati, si fa come se niente fosse – incredibile la festa dei botti a Capodanno, a Roma e non solo.
I morti causa covid, calcola l’Istat, sono un quarto in più di quanti ne ha censiti il governo, almeno 100 mila. l’Italia è il primo (peggiore) paese al mondo per numero di morti a causa del covid in rapporto alla popolazione, 121 su 100 mila abitanti. È prima (peggiore) fra i pesi industrializzati per per morti in rapporto ai contagiati, 3,5 per cento  (nel resto del mondo fanno peggio, peraltro, solo Iran (4,45) e Messico (8,5), dove forse gli ospedali non ci sono. Con un tasso di contagiosità (positivi sui tamponi) che naviga sul 13-14 per cento, insostenibile – è arrivato perfino al 18.
L’Italia si è ritrovata un organico ospedaliero sotto di 50 mila posizioni, cinquantamila, a primavera, ed è ancora sotto di 50 mila posizioni. Negli ospedali i reparti normali, non di terapia intensiva, sono presidiati da uno-due infermieri a turno, per venti, trenta, quaranta, anche cinquanta pazienti. Si richiamano medici in pensione, giustamente renitenti. I medici tirocinanti delle specializzazioni sono promossi d’ufficio.
Si dice che l’Italia non ha i mezzi finanziari. Ma l’indigenza non è economica, è politica, d’intelligenza, di previdenza. E non deflette, malgrado i morti: deve favorire i signori delle cliniche, che eleva a ospedali, e in questo è ben impegnata. La
sanità era, e resta, costosissima (privatissima) ma da Terzo mondo per qualità – senza offesa, tanto più che il Terzo mondo non esiste più.

Best-seller gustoso per lo spettatore

Si può raccontare con gusto - dello spettatore – il mondo dei libri, di chi li scrive, di come si pubblicano,  e com’è oggi della caccia al best-seller. Col contrappunto dei tanti anonimi, non pubblicati, o allora  senza successo. Attorno al faccione facondo di Fabrice Luchini, che sa mettere assieme serietà e buffoneria. Da uno dei tanti racconti per passare il tempo di David Foenkinos.
Una tipica commedia francese, “di costumi”. Lieve, tanto più per avventurarsi nel mondo dei libri, di pochi sopravvissuti. Rappresentata con poche scene, tre interni di Parigi, uno studio tv che parodia il famoso Pivot “lettore” di libri, la moglie che licenzia il marito Luchini con due battute, cameo formidabile degi sceneggiatori, gli uffici dell’editore Grasset, con l’archivio Gallimard dei libri ricevuti, e un villaggio bretone al Finisterre, la fine della terra. Ma con maestria. Senza effetti straordinari, ma le cose più impensate sa radicare nei luoghi e le circostanze più ordinarie, a beneficio dello spettatore.
Durante un week-end a casa in Bretagna di una giovane lettrice editoriale, col suo ragazzo, scrittore frustrato, la scoperta di una biblioteca di libri impubblicati, creata da un eccentrico gentiluomo del luogo, apre un mercato e una celebrità. Un romanzo ne viene infatti fuori, best-seller istantaneo, colto e appassionante. Opera di un Henri Pick pizzaiolo locale, morto due anni prima. Quando si dice il caso – ma non è il caso (cioè è un caso). Non si ride , ma si naviga leggeri per un paio d’ore.
Rémy Bezançon, Il mistero di Henri Pick, Sky Cinema

lunedì 4 gennaio 2021

Letture - 444

letterautore

Conan Doyle – Si rifugiava, come Sherlock Holmes, nell’erica e l’estetica vittoriane, secondo Auden. Ed è vero che si accontenta di quanto i procedimenti conoscitivi, che sono duplici,  induttivo e deduttivo, assimilano alla verità. Ma non ne è sicuro, si accontenta.
 
Dante
– Léon Pompidou, il padre del primo ministro di De Gaulle (nonché studioso di letteratura, per un lustro direttore generale della Banca Rothschild, sostenitore del suo amico di scuola Léopold Sédar Senghor, futuro Nobel per la poesia, quando nel 1948 debuttò con l’“Anthologie de la nouvelle poésie nègre et et malgache”, prefatore Jean Paul Sartre con “Orphée noir”, il saggio sul razzismo antirazzista), maestro elementare, poi insegnante di spagnolo alle medie, a ottant’anni decise d’imparare l’italiano per poter leggere la “Divina commedia” in  originale.
 
Donne
– “Le donne, se ammesse negli uffici postai, comunali, statali e ferroviari, ne migliorerebbero la qualità”: Vilfredo Pareto, “Giornale degli Economisti”, 1895.
 
Eredità
– Quelle letterarie e artistiche danneggiano la memoria del defunto, scrittore o artista, piuttosto che promuoverla. Tra liti giudiziarie per i diritti, gelosie, vincoli agi inediti, quando non la loro distruzione. Eredi di Carmelo Bene sono la moglie separata (che gli aveva tenuto nascosta la morte dei figlio…) e la figlia avuta cn la moglie separata, che hanno liquidato la Fondazione creata dallo stesso Bene per tutelare l’eredita spirituale, e si sono liberate del suo lascito. L’artista pugliese che si voleva “non nato” resta solo nel ricordo dell’ultima compagna, Luisa Viglietti. Che lo ha accudito nella lunga agonia, ma il diritto esclude dai “diritti”.
 
Governo
– È ladro anche in sociologia politica, per Vilfredo Pareto, “Trattato di sociologia generale”: “L’arte di governo sta nel togliere, non giù nel tutelarli, beni ai cittadini, e il fine è farne partecipi i politicanti”.
 
Greco
– È machista – la lingua? In greco i cognomi femminili si declinano al genitivo. La donna, cioè, è di qualcuno, in genere un uomo, il padre, il marito, anche il fratello.
 
Oriente
– Esotico, caldo, accogliente, soprattutto a letto, è del secondo Ottocento, francese. Dei viaggi di Nerval nel 1843 nell’Oriente propriamente detto, tra Il Cairo e Costantinopoli (tanto affascinante che il pantofolaio Flaubert lo volle ripetere), e di Delacroix in Andalusia, Algeria e Marocco.  Londra si mise al passo con la traduzione delle “Mille e una nota”, a opera  di Richard Burton”, e i suoi viaggi.
La prima traduzione in Occidente delle “Mille e una notte”, quella francese di Galland nel 1704, era stata letta come una feérie, e di spirito galante.
 
Pasolini
– Sartre ne evocò in morte (sul “Corriere della sera” edel 14 marzo 1976) la “straordinaria evocazione del sacro”.
 
Pavese – A ogni rilettura, a ogni pubblicazione di inediti, emerge una persona e uno scrittore diversi da come è stato presentato, nel “santino” Einaudi: un provinciale, col culto dell’americanismo. Mentre non lo era, non è lo scribacchino dimesso e l’impiegato delle poste alla Grande Cultura einaudiana. È lui che h dato spessore all’editrice. Non era orecchiante, aveva forte cultura. Aperta al mondo, per la conoscenza dell’inglese, a partire dalla tesi di laurea su Walt Whitman che – ora che è pubblicata – ancora fa testo. Che doppiava col tedesco.  “Non aveva senso politico” perché non era allineato (non era del Pci) e sapeva di non poterlo essere. Dai “Dialoghi con Leucò” alle stesse poesia si comincia a rileggerlo con più motivi di interesse. la scadenza dei diritti editoriali sulle opere ne rivelerà certamente un altro.
 
Prostituzione – È conservatrice, secondo Flaiano, “Un Marziano a Roma”: “È noto che le prostitute sono conservatrici”.
 
Sartre – Il suo “L’idiota della famiglia” (Flaubert) è il Sartre che avrebbe voluto essere: grande, fine, fissato, letterato? Ci ha lavorato per migliaia di pagine e non lo riteneva finito: era l’opera della sua stessa vita.
 
Sciascia – È arabo di nome, certo. Pietrangelo Buttafuoco su “La Lettura” di ieri vuole Sciascia un arabo in toto. Per il nome, Nanà Xaxà, “come la translitterazione in lingua araba impone”. A  conferma di ciò “che il suo volto olivastro e il suo sorriso già annunciano”. Originario e abitante di un paese, “Racalmuto – ovvero Rahal-Mut”, che “prima dell’avvento dell’islam neppure esisteva”. L’avvento dell’islam piace in Sicilia. Mentre tra i tanti invasori, gli arabi sono quelli che meno hanno governato l’isola,  e le tracce che hanno lasciato sono dovute soprattutto al recupero voluto dai  Normanni, delle maestranze e delle colture.  
Sciascia è tradotto in arabo? Dove?

 
Scenario Bergamo – Uno “scenario Bergamo” come metafora di apocalissi evoca il settimanale socialdemocratico tedesco “Die Zeit” il 12 novembre, lanciando l’allarme che un mese dopo ha portato il governo Federale della Germania e i Länder alla chiusura totale (lockdown).
 
Ucraina - La famosa letteratura russa sarebbe ucraina: Gogol, Cechov, Babel, anche Conrad, anche Némirovslky. Ucraini ad honorem sarebbero pure Pushkin, e Sklovskij, che vissero e operarono in Ucraina, eppure non per loro scelta. Ma quando l’Ucraina era russa. Cosa è patria, la lingua, il governo, la geografia?
 
Viaggio – S i fa verso una meta, ma consiste nel viaggiare – Kostantinos Kavafis, “Ithaca”: “Fa voti che ti sia lunga la via….\ Itaca tieni sempre nella mente.\ La tua sorte ti segna a quell’approdo.\ Ma non precipitare il tuo viaggio”.
Del viaggio come della vita.

letterautore@antiit.eu

La santità come gioia

Un’agiografia, ma umana. Di personaggi in carne: persone – donne giovani - come tanti, senza lagne né giaculatorie. Fatte interloquire con naturalezza da un’ottima sceneggiatura – a parte il farsesco del Tribunale vaticano – e dal casting, tutte facce azzeccate.
Chiara, maestra a Trento, a fine 1943 sotto i bombardamenti decide di dedicarsi alla Vergine e a Cristo, per un impegno di fratellanza e di reciproco rispetto, pur continuando la sua vita normale, di maestra, animatrice di un gruppo di amiche. La sua “casa dell’Amore” è subito attiva a Trento, per affamati, orfani, vedovi. Una psicologia franca, diretta, aiutando – Cristiana Capotondi ne è interprete quasi naturale, espressivamente: un viso che ride.
Questa semplicità poco si confà alla chiesa, gerarchica. E alla stessa psicologia dei beneficiari, che solo riconoscono l’autorità. Ha quindi creato più di una contestazione, già subito, alla fine della guerra. Ma il movimento prospera ugualmente.
Campiotti ha scelto la via semplice – dell’agiografia appunto. Poteva appesantire la storia con gli equivoci, le  minacce, i ricatti, eccetera. Come anche le regole della suspense vorrebbero. Ha scelto la via piana, della semplicità e la gioia, e ne ha ricavato un ottimo film: veritiero oltre che riposante.
Ottimo anche il contesto: i bombardamenti (i bombardamenti... quando se ne farà la storia, anche solo la cronistoria?), la fame, i tedesshi nemici in città, i convivi all’aperto alla Liberazione.
Giacomo Campiotti, Chiara Lubitch, Rai 1

domenica 3 gennaio 2021

Appalti fisco, abusi (193)

Le banche, le filiali, hanno fatto e stano facendo pagare caro il lavoro a distanza: il telefono della filiale non risponde, la mail risponde, qualche volta, dopo giorni, un appuntamento, per la pratica più semplice e immediata, prende giorni e settimane, oltre che molti tentativi a vuoto, compresi ai numeri verdi. Si dice che la pandemia ha stimolato la socialità, ma non in banca.
 
Il go slow, paleosindacalismo delle banche, sarà l’ultimo colpo alla protezione del posto fisso in filiale – alle filiali. Una sorta di suicidio collettivo, fatto apposta per dire che la banca si fa prima e meglio online.
 
Le Poste hanno pagato le pensioni Inps il 28-29-30 e 31 dicembre. Le banche non hanno accreditato i vitalizi, Inps e di altra provenienza, nemmeno oggi, che è il 4 gennaio. Furbizia contabile –
qualche centesimo all’attivo in più al 31 dicembre?  Semplice inefficienza.
 
Il fisco prevede compensazioni fiscali per chi fa e documenta spese per innovazione e sviluppo, dal 2013. Sono alcuni miliardi in tutta Italia, uno a solo a Roma negli ultimi cinque anni. Per alcune migliaia di operazioni. Sul miliardo romano: 456 nel 2016, dopo il debutto operativo della normativa del 2013, ma già tremila nel 2019 e 2.500 nel primo semestre 2020. Ai primi controlli random della Finanza più dichiarazioni fasulle di quelle veritiere – c’è chi ha messo in Innovazione e Ricerca il personale.

Cronache dell’altro mondo (85)

Si presenta – i media democratici, cioè tutti i media, la comunità afroamericana, e la stessa interessata per comodità presentano – Kamala Harris, la vice del presidente eletto Biden (e presidente in petto, per le condizioni non brillanti di Biden), come “donna nera”.  Che per un’indiana, quale la vice-presidente è e si ritiene (di mezzo nero ha solo il padre, un giamaicano, che non conta), è un’ingiuria. Ma è vero che ha fatto carriera politica sul colore della pelle, di altro essendo una modesta agit-prop.
Un bitcoin vale 32 mila dollari. Che cos’è un bitcoin? Niente. E raddoppiera “di valore”, comunque arriverà a 50 mila dollari. Dirige l’ascesa Su Zhu, Cio e Ceo (presidente-direttore della tecnologia e degli affari dell’hedge fund Three Arrows Capital, one man's band). Un cinese – di Singapore (ma non si sa chi è chi).
“Forbes” e Bloomberg non riescono più a tener e dietro ai più ricchi del mondo, che periodicamente censiscono. Che però continuano a essere prevalentemente americani, benché il fulcro del business sia ormai cinese. Perché prosperano a Wall Street: i 500 più ricchi, a questo inizio 2021, hanno accresciuto il patrimonio in un anno vuoto – vuoto d attività – di 1.800 miliardi di dollari. Jeff Bezos di Amazon e Elon Musk di Tesla hanno “guadagnato” in due 217 miliardi. Ma non piangono Bill Gates, Zuckerberg, Larry page e Sergey Brin, Warren Buffett, Bernard Arnault, re del lusso, Steve Ballmer (Microsoft) eLarry Ellison (Oracle).  
Le loro quotazioni erano enormi a fine ottobre, all’inizio della seconda ondata della pandemia: un’azione Amazon quotava 3.286 dollari, Google 1.600, Netflix 490, Apple 116, Facebook 283, Tesla 425. Ora, se Amazon e Facebook sono rimaste più o meno agli stessi livelli, Google è a 1.750, Netflix a 541, Apple a 133, Tesla a 706. Senza alcun senso economico.

Sciascia sedotto dal capomafia

Sciascia, non debuttante (l’intervista è del 1965, per “Mondo nuovo” - la rivista diretta da Lucio Libertini, creata dalla sinistra del partito Socialista e divenuta l’anno prima organo del Psiup, partito Socialista Italiano di Unità Proletaria” - e non del 1957 per “L’Europeo”, come dice oggi su “La Lettura” Buttafuoco), è chiaramente affascinato dal capomafia, erede di capomafia – di Calò Vizzini – che ha deciso d’incontrare. Per questo ha trattato con l’avvocato di Genco Russo – ma più probabilmente è stato convinto dall’avvocato a proporre l’intervista all’incauto Libertini, i rapporti in paese si svolgono così. Esordisce appaiando Genco Russo a Cardccui: il “don” di Mussomeli descrive in moto perpetuo per sanare torti, dirimere liti, aiutare i bisognosi, reduce da una missione a Catania, per chiedere compassione all’università per ua ragazza orfana cui manca un esame per laurearsi. “Al professore, o a un amico del professore, ha detto: «Promuovetela. Se bocciata dev’essre, la boccerà la vita»”, racconta Sciascia. E annota: “La pensava così anche Carducci”.
Si prosegue con dichiarata ammirazione: “Don Peppino è un ragionatore”. Con un ritratto fisico accattivante, benché nelle foto non sembri. E una formazione non equivoca: “Da giovane si è imposto per non comuni qualità di coraggio e di forza fisica: abbatteva un toro, letteralmente, prendendolo per le corna. Ora s’impone per l’astuzia, per la grezza ma non inefficace diplomazia, per la capacità di districare garbugli e dare giudizi «di pace»”.
I santini di mafia, sui cui molti prospereranno, a partire da Enzo Biagi, cominciano da Sciascia? Così pare.
Leonardo Sciascia,
Intervista allo zio di Sicilia, ripubblicato da “Malgradotutto”, giornale online

https://www.malgradotuttoweb.it/sito2013/home/archivio/1198-intervista-allo-zio-di-sicilia.html