sabato 4 settembre 2021

Il mondo com'è (430)

astolfo

Adone – Il dio bellissimo dell’amore era parto di un incesto, di Mirra, o Smirna, con suo padre Cinira o Teia, re assiro – per questo definito divinità greca di origine semitica (la civiltà greca è molto mescolata). Fece innamorare Afrodite-Venere. Con lei ebbe Priapo. Tutto un programma. Tutto in poco tempo: muore infatti ragazzo, ucciso dal geloso Ares, sposo di Afrodite – da un cinghiale, e aizzato da Ares. Ebbe una relazione pure con Persefone, cui era stato affidato in balia da Afrodite. Le due donne venute in lite, Zeus aveva stabilito che il ragazzo passasse un terzo del tempo con Persefone, un terzo con Afrodite, e un terzo da solo.  
 

Aiducco – Il vocabolario si limita a registrarlo come di una tribù ungherese che prestava servizio miitare a corte. E anche: nel ‘700 si chiamavano così gli inservienti in divisa – divisa da aiducco. Wikipedia li dice un tipo di fanteria irregolare, in attività in Europa centrale e sudorientale, con fama di irregolari, e anche di banditi. Nella tradizione folclorica è un tipo di irregolari che proteggevano il popolo dagli Ottomani e dagli Asburgo. Ma furono anche un corpo scelto di guardie scelte, per l’altezza, dal principe elettore di Hannover – di quelli che poi diventeranno re del Regno Unito. La storia è multifaceted.
 
Antisemitismo – La voce wikipedia “Céline”, incredibilmente buona, rimarca in nota, senza elaborare, la vasta portata del fenomeno nella migliore cultura otto-novecentesca, specie socialista. Dai pesi e misure fatti nei circoli e i salotti berlinesi e parigini per tutto l’Ottocento, alla riserve di T.S .Eliot, e agli anatemi di Pound in guerra dai microfoni dell’Eiar, la radio italiana. Non più dopo la seconda guerra mondiale – con l’eccezione di Cioran, peraltro valorizzato in Italia da Adelphi, da Bazlen e Calasso.
Proudhon e Bakunin, socialisti praticamente anarchici, furono espliciti antisemiti alla maniera di Céline, sboccati. Il primo nei “Diari”, Bakunin in alcune prese di posizione politica, contro Marx e il socialismo di Stato -  dove c’è lo Stato centralista c’è una banca centrale, e dove c’è la banca c’è la parassitaria nazione ebraica, nell’atto di speculare sul lavoro del popolo”.
 
Fisica ariana – Fu promossa negli anni di Hitler dai fisici sperimentali tedeschi Philippe von Lenard, premio Nobel 1905 (ma già nel 1901 Lenard si era segnalato per contestare il primo Nobel della Fisica a Wilhelm Röntgen, affermando di avere scoperto i raggi X prima del premiato) e Johannes Stack, Nobel 1919, che distinguevano una fisica “ariana” come diversa e contrapposta a una fisica giudaica. In particolare, nominativamente, di Albert Einstein, ma anche, per affinità, di Heisenberg. Della “fisica giudaica” chiedevano l’estirpazione dai corsi didattici. In particolare chiedevano l’estirpazione dall’insegnamento della teoria della relatività e della fisica dei quanti. Heisenberg fu accusato come “giudeo bianco”. Fu questo convocato a interrogatorio dalle SS – si salvò per intervento di Himmler, il capo delle SS.

Incubo-succubo – Erano, oggi si direbbe, persone binarie, quelle che non vogliono l’articolo e il pronome determinativo - ne realizzavano il sogno. Entità vaghe dei racconti di fantasmi, erano all’origine, nel folklore dell’antica Roma, quello che le parole dicono: i demoni potevano assumere aspetto femminile, per carpire il seme degli uomini, e poi maschile per trasmettere il seme così carpito alle femmine. Il “Malleus maleficarum” lo attesta ancora nel 1487: “Questi diavoli commettono sconcissimi atti venerei, non per godimento ma per infettare l’anima e il corpo” di chi vogliono perdere – in conseguenza dei loro atti “ci può essere una completa concezione o generazione da parte delle donne”.
 
Ipocondria – Era la “malattia dotta”. All’origine e a lungo è stata il disturbo, o malattia, dei sedentari. Di chi per mestiere, per esempio scrivere, deve stare a lungo seduto.
Il nome deriva dal luogo dove avrebbe sede il disturbo. Cosi denominato da Galeno perché ne localizzava l’origine – e la causa – sotto la cartilagine costale. Per stare troppo seduti: “Una delle malattie più gravi, che ha sede sopratutto nell’addome, colpisce perlopiù persone che stanno molto tempo sedute, e degenera spesso in malinconia”. Secondo Galeno la milza secerneva “umore melanconico”, cioè atrabile. “Mal di milza”, aggiungeva, “scherzosamente la malattia dotta”.
 
Itelmeno – Abitante e lingua della Camciatka, la vasta penisola dell’Estremo Oriente russo, della parte occidentale della penisola. Una comunità estinta, dal punto di vista culturale (ora tutti russofoni), e anche fisico (solo tremila risultano censiti di raccoglitori, cacciatori e pescatori. Che vestivano costumi molto nello stile inca-maya.
 
Ius exclusivae – Era il veto sull’elezione del papa, di cui alcuni regnanti europei si erano investiti, in quanto protettori della chiesa, riconosciuti da Roma. L’ultimo veto fu esercitato nel 1903, da Francesco Giuseppe. Il papa in petto all’apertura del conclave era il cardinale siciliano Mariano Rampolla del Tindaro, braccio destro per molti affari dell’ultimo papa, Leone XIII papa. Col quale aveva elaborato la “Rerum Novarum”, la dottrina sociale della chiesa, e al quale aveva proposto arditi disegni per superare il “non possumus”, l’esclusione dei cattolici dalla vita politica in Italia. Grande diplomatico, Rampolla era stato l’artefice di un ravvicinamento del Vaticano alla Francia della Terza Repubblica, massonica, e alla Russia scismatica. Il suo disegno politico era semplice, tanto quanto ardito: scomporre la Triplice Alleanza, riavvicinare Francia e Austria-Ungheria, isolare così l’Italia sabauda e anticlericale. Il 9 luglio, approssimandosi la fine del papa Leone XIII, Vittorio Emanuele III mise in allarme per telegramma il kaiser Guglielmo II: “Lo studio da me fatto mi conferma nell’idea che veramente pericoloso per l’Italia è il cardinale Rampolla”. Guglielmo II ne informò Francesco Giuseppe, cattolico e a capo dell’impero cattolico. Il conclave si aprì l’1 agosto nel nome di Rampolla, 24 voti su 62. Aumentati l’indomani. In apertura della terza seduta il cardinale Puzyna, arcivescovo di Cracovia, in rappresentanza dell’imperatore Francesco Giuseppe, pose il veto a Rampolla. Verrà eletto papa Sarto, il patriarca di Venezia, Pio X.

astolfo@antiit.eu

L’equivoco di essere onesto

La commedia degli equivoci plautina come strumentata dai novellieri italiani quattro-cinquecenteschi. La furbizia che il peccato tramuta in virtù mescolata sapidamente con storie di letto (qui di concubinaggi plurimi, con figli, anzi figlie), d’ingegno, e di chiesa, anzi di santità. Camilleri aveva più vene narrative: la lettura per spiccioli, di racconti isolati e a distanza di tempo, le mette in evidenza.
Andrea Camilleri, La rettitudine fatta persona, “la Repubblica”, pp. 44, gratuito col quotidiano

venerdì 3 settembre 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (466)

Giuseppe Leuzzi

Sandalli è il nome dell’ambasciatore italiano a Kabul rientrato per primo a Ferragosto. Del generale (suo padre? sì) che organizzò la fuga di Vittorio Emanuele III a Brindisi dopo l’8 settembre 1943. E di una borgata all’estremo limite di Gioia Tauro. Dove ora è un centro commerciale, già inquisito e sequestrato (o confiscato) per mafia. Quante storie in un nome.
 
“Erano tempi in cui le donne si contavano a serque, come le uova: una figlia o sei figlie erano la stessa cosa quando il maschio mancava”, annota Anna Banti (al secolo Lucia Lopresti, di papà calabrese) in “Giulietta (e Romeo)”, un racconto del 1943: la vicenda di Giulietta raccontata al femminile – Giulietta muore il giorno delle nozze, fortunata per non diventare così “come le altre”. “Quando il figlio maschio mancava”, finché, cioè, non arrivava il figlio maschio. Sei  sorelle, peraltro belle, fino all’arrivo del settimo, il figlio maschio, si possono incontrare tuttora in paese. 
 
La Calabria commissariata
Domenica 22 la sanità commissariata della Calabria condivideva con la Toscana, “il miglior sistema sanitario nazionale” come si autoproclama, le posizioni di coda nella graduatoria dei vaccinati, due su tre – un po’ meglio perfino della provincia di Bolzano. Ma a Bolzano e in Toscana il problema è dei no vax, di chi non vuole vaccinarsi, non di chi vorrebbe e non può. La sanità è un problema in Calabria, malgrado una dozzina d’anni di commissariamenti. Che hanno incancrenito e non migliorato la situazione. Hanno chiuso tutto, il cattivo come il buono, non hanno aperto nulla, e non offrono più i lea costituzionali - livelli elementari di assistenza.
Le ultime nomine tragicomiche alla sanità in Calabria hanno reso evidente l’evidenza: i commissari sono mezze calzette, generali e prefetti pensionati, anche questori, e vice-prefetti e dirigenti di prefettura con niente da fare, che niente si occupano di fare durante il commissariamento, se non un po’ di chiacchiere. La figura, introdotta da Prodi ministro dell’Industria nei cento giorni dell’Andreotti IV, il terzo del compromesso storico, a fine 1978, meritoriamente, per evitare il ricorso obbligato per le aziende in difficoltà alle procedure fallimentari, applicato alla Funzione Pubblica è solo una rendita, miserabile e costosa, per gente per lo più ignava. Applicata su vasta scala nell’amministrazione pubblica è il vettore principale – per molteplici indicatori – dell’impoverimento della Calabria nei tre ultimi lustri.
Una settimana dopo le statistiche sui vaccinati  tutti i candidati al voto regionale del 3-4 ottobre si sono detti concordi che la gestione commissariale ha moltiplicato il debito a livello esponenziale, e
ha pregiudicato la qualità dei servizi offerti, quasi ovunque insufficienti. Al deficit di bilancio (mediamente 60-100 milioni l’anno, con almeno un miliardo di pagamenti in sospeso con i fornitori) si è aggiunto il deficit di prestazioni, al di sotto dei lea, i livelli elementari di  assistenza. Oltre al danno economico.  La sanità, per dirne una, era e resta il maggiore ostacolo al ritorno degli
emigrati, specie dei pensionati, che avrebbero la possibilità di godere la rendita in Calabria come nei paesi a fiscalità ridotta, stante il basso costo della vita, e la possibilità di rimettere a valore, beneficiandone, le vecchie case di proprietà. Reintroducendo una capacità di spesa che migliorerebbe molto il livello dei consumi e del reddito complessivo, insomma l’economia della regione. Dato che le nuove leve dirigenti che il Sud forma devono emigrare al Nord, un cespite non indifferente.
 
La “commissione commissariale” di Pizzo, i tre comissari che reggono il Comune di Pizzo da un anno e mezzo, chiedono di prolungare la cosa. C’era troppo da fare, non ce l’abbiamo fatta in diciotto mesi, spiegano in 50 pagine, che nessuno ha letto, ma tutti hanno patrocinato: un Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza, la Procura della Repubblica di Vibo Valentia, la Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, e la ministra dell’Interno Lamorgese. “Ancora concreto il rischio d’interferenza della ‘ndrangheta”, dicono lapalissianamente – come, cioè, se la ‘ndrangheta cominciasse e finisse.
E così è che Pizzo, borgo civilissimo, con lo stesso mare di Tropea, è quest’anno impraticabile per casi di infezioni provocate dalla balneazione, della pelle, delle orecchie, della gola. E non ha – non ha avuto ad agosto - l’acqua, l’acqua da bere. Ma è pur sempre un borgo ridente a mare, e dunque i tre commissari mandati dal prefetto di Vibo Valentia vorrebbero farci un altro semestre, anche due altri.
È una professione, si può dire, ben pagata. I commissari ai Comuni, prefetti e vice-prefetti con nulla da fare, moltiplicano l’emolumento ordinario – in aggiunta all’emolumento ordinario, come se fossero un esercito in missione di pace in area disagiata e a rischio. Tra indennità, rimborsi e premi, è stato calcolato, un incarico vale 160 mila euro l’anno. Più la macchina con autista (la “scorta”) per gli spostamenti. La prima indennità è quella del sindaco destituito. La seconda è quella del consiglio comunale, poiché il commissario, i commissari, sostituiscono anche il consiglio comunale:  un quinto dell’indennità dei consiglieri. Questo, per la verità, non per tutt’e tre i membri della “commissione commissariale”, per il prefetto commissario. I due subcommissari prendono il 70 per cento di quanto prende il prefetto-commissario. Ragione per cui i commissari prefettizi ai Comuni commissariati sono stati portati da uno a tre. Tutte spese a carico dei Comuni commissariati - in dissesto…  
Sono 137 i Comuni commissariati solo in Calabria, su un totale di 404. In uno dei paesi commissariati, nel mese di agosto, solo uno dei commissari riceveva il pubblico, un giorno la settimana, dalle 8 alle 12, ma arrivava alle 10, e alle11 aveva “impegni urgenti”. Dopo aver dettato alla “Gazzetta del Sud” prona una serqua di risultati mirabolanti, tutti in fieri, da perfezionare da parte dell’amministrazione entrante.
La legge è precisa quanto ai commissariamenti: “Per lo scioglimento la legge prevede che ci siano “concreti, univoci e rilevanti elementi sui collegamenti degli amministratori con la criminalità organizzata”. Ma a volte basta una semplice cuginanza con un portatore di carichi pendenti – anche non intervenuta dopo il voto, antecedente alla compilazione delle liste elettorali ma allora non rilevata. Sui “collegamenti” vigilano i Carabinieri, con i carichi pendenti, in un quadro giudiziario cioè, e anche con la “note di servizio”, informali, di caserma.
Decidono i prefetti. Ma si sa le cose come vanno: è un gioco, facile, con regole semplici. Si chiede un rapporto alla Questura. La Questura lo demanda ai Carabinieri. Che diligenti segnalano “ogni cosa”. E la decisione è giuridicamente inoppugnabile: non c’è contestazione possibile, non c’è dibattimento, non c’è remissione – un consigliere, anche un funzionario infedele, si potrebbe allontanare senza scandalo, se solo si trattasse di osservare la legge, ma allora il commissariamento?
Non si può pretendere altro, è vero. Il prefetto non è quello di Spadolini, il braccio del governo. È uno che tira a (meglio) campare. Quello immortale di Luisa Adorno, “L’ultima provincia” – che invece fu la prima della neonata Repubblica. Quello che Mario La Cava descrive ne “I fatti di Casignana”: “Le carte erano il suo fortilizio”. Assegnava le terre incolte, dopo un anno se le riprendeva,  non sapendo, e non chiedendoselo, perché lo faceva – è la legge, certo. Ma non aveva criteri di opportunità, equilibrio, prudenza, fuoriuscivano dalle sue competenze: “Davanti al tavolo monumentale di mogano nero egli passava i suoi giorni lavorativi nella meditazione più ardua, isolato da tutti, lontano dal mondo, immerso perennemente nelle carte come un pesce domestico nel sul cristallo”. 
Oppure no, ha sempre ragione Spadolini, il prefetto è lo Stato. È l’Italia che immiserisce la Calabria.

Pavese calabrese - più che un caso
Non fu marginale l’esperienza di Pavese in Calabria, confinato politico per sette mesi a Brancaleone, dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936, villaggio remoto, allora, in Calabria, sul basso Jonio. Molte scoperte e una sorta d’immedesimazione vi fa nei sette  mesi che vi trascorse – dopo essere stato in carcere a Torino e Roma per antifascismo. Forse a sua insaputa ma forse no, dato che queste impressioni traspone alcuni anni dopo nel racconto-romanzo “Il carcere”, La corrispondenza,  e la lettura attenta de “Il carcere”- il suo primo romanzo o racconto lungo, 1938, prima ancora di “Paesi tuoi”, anche se lo pubblicherà solo nel 1948 (con una quarta di copertina, alla riedizione Einaudi successiva, del 1990, che prospetta “la scoperta di un’altra Italia da parte di un settentrionale”) - ne fanno un’esperienza per più di un aspetto influente, se non decisiva, sulla sua evoluzione personale e di scrittura.
Il paese all’arrivo lo respinge, “terre aride” e “spiaggia desolata”. Tutto lo respinge, non solo il posto: Pavese è fortemente cosmopolita di cultura, ma non ha mai viaggiato, se non dal paese a Torino. La desolazione è però solo un primo riflesso – Brancaleone è nell’allora arida e desertica Jonica (per contrapposto alla fascia tirrenica, allora verde, fertile, ricca: come la geografia economica può mutare rapidamente), oggi Locride. Ma presto subentra la familiarità.
Il soggiorno è lenitivo, più che punitivo, si arguisce dalle lettere. Anche per venire dopo la carcerazione, a Regina Coeli, che, seppure di pochi giorni, lasciava una traccia duratura di durezza, quasi di paura. Pavese descrive ai familiari (racconta in mezza pagina, un  racconto trasfigurato nel “Carcere”) il barbone Ciccio, che periodicamente ricompare, per le generosità dei paesani. E li rassicura quasi a ogni lettera. “Qui sto bene, mi trattano con ogni civiltà”. “Qui i paesani mi hanno accolto molto umanamente”. A Natale gli portano  dolcetti. “Brave persone”. “Non sono sporche”. “Il clima e il vitto mi dà al sangue”.
Non ama il mare, di fronte a cui Brancaleone si stende, dopo averlo agognato a Regina Coeli (“Ho una voglia di vedere il mare che spacca”). Ma ama passeggiarci davanti, il più del tempo. Manda continue richieste di libri, avendo tanto tempo a disposizione, senza alcunché da fare. Scopre, in un certo senso, la poesia dialettale – nel senso che, durante il soggiorno e dopo, il dialetto diventa riferimento costante, nel diario (“Il mestiere di vivere”) e nella sua stessa opera.
Nella corrispondenza lamenta l’asma, forte, ricorrente, anche di notte – di cui non c’è traccia nel “Carcere”. L’asma è psicosomatica? La agita per favorire un condono, la grazia – la corrispondenza era controllata? Ci piace pensarla dovuta al confino, dopo la prigione, di uno che si ritiene, si vuole, se lo dice costantemente, apolitico. Allo spaesamento, malgrado tutto, in un paese remoto che guarda l’Africa (così vuole il “viaggio nel pittoresco”, in realtà il paese guarda a Nord), e parla una lingua sconosciuta. Alla solitudine, di cui non è capace – per quanto la avochi.
È con “Paesi tuoi”, scritto nel 1939 e pubblicato nel 1941, l’esordio di Pavese romanziere riconosciuto, benché già editore importante, per conto di Einaudi, e traduttore principe, specie dall’americano, con Vittorini. Un racconto del mondo contadino chiuso, duro, cattivo. Ma è un mondo già preciso ne “Il carcere”, che viene molti anni prima, anche se lo pubblicherà sette anni dopo “Paesi tuoi”, quindi con qualche possibile revisione 
A Brancaleone, a differenza dal paese suo, Santo Stefano Belbo,  c’è perfino un albergo, “Roma”. Lui ha preso una stanza. Da una donna. Con un contratto dettagliato. L’abitazione è sotto il livello della strada, e subito dietro la massicciata del treno: lamenta quindi costantemente l’umidità, e gli scarafaggi, e il fastidio notturno al passaggio (raro) del treno. È controllato bonariamente da un maresciallo dei Carabinieri, che “poi” si manifesterà socialista, alla cui figlia dà lezioni d’inglese.
Un soggiorno importante anche per la sua maturazione poetica, di linguaggio. E per la “(ri)scoperta” del mito. In questa terra straniera, per quanto empatica, Pavese si scopre per quello che sarà, negli affetti, in politica, e per molti aspetti nella scrittura.
“Il carcere” è la prima opera in cui Pavese fa “operare” il mito. Ci prova, anche se goffamente, con la “donna caprina”, Concia. Meglio, felice, disteso, gli verrà nei “Dialoghi con Leucò”, anche se non c’è alcun riferimento diretto col soggiorno obbligato - ninfa egeria in questo caso Bianca Garufi, di Messina, folta capigliatura nera, crespa, “ragazza costantemente turbinosa” (Bobi Bazlen), collega di lavoro nel secondo soggiorno a Roma, alla Einaudi a Roma, da luglio 1945 a torre 1946? Scrisse il “Dialogo” tra dicembre 1944 e gennaio 1945, veloce, di getto, a Roma, l’opera cui più teneva, di continuo riferimento nella corrispondenza e nel diario – se lo portò in albergo la notte del suicidio.
Leucò, Leucotea, dea bianca, s’identificava in antico con Ino, dea marina. Ed è a Brancaleone che Pavese “scopre” il mare, come presenza invadente. Con fastidio e con sollievo – è il solo luogo, la spiaggia, dove gli piace passeggiare, da solitario, e può farlo, per “prendere l’aria”, senza doverne dare ragione. Una superficie che a volte respinge, per la monotonia, ma anche popola, di ninfe. Lo stesso che in paese, dietro la serva scura e altera che affascina il suo alter ego della narrazione, Concia, ragazza e madre, che vuole “caprigna” – capro è la personificazione in antico della lussuria o desiderio. Ma gode anche i favori, in carne, assicura, non nel mito, di una classicissima Elena, che lo accoglie sorridente e muta al suo interno, anch’essa bianca, e grande – Grande Madre, Dea Madre.  
La prima traccia è nel “Carcere”., nell’inseguimento della ninfa-capra, sotto la forma di una Concia, una serva, minuta, sfuggente,  che attraversa lo sguardo di Pavese, non vista dai più, e scompare dietro un vallone, salendo i gradini che aprono una casa che resterà misteriosa. Che Pavese mitizza, il capro: “C’era qualcosa di caprigno, selvatico ed insieme dolcissimo”, è una sorta di ritornello. Un’ombra, confrontata con la presenza fisica di Elena, che fa le pulizie a Stefano, e giace con lui  volentieri nelle ore notturne, quando il paese non vede. Un tentativo di distinguere la voluttà, povera cosa per Stefano, dal mitico – dalla fantasia – che sarà problema di vita di Pavese. L’incompiutezza (oggi “inadeguatezza”) del desiderio. Una persona che esiste, con lo stesso nome, madre già di un figlio del “padrone”, sconsiderata ai più, che Pavese mitizza nella sua fantasia. 
In uno degli ultimi appunti de “Il mestiere di vivere”, il 9 gennaio 1950, l’anno cominciato con i pensieri di morte (ben prima dunque dell’innamoramento con Constance Dowling), si rimprovererà: “La passione smodata per la magia naturale, per il selvaggio, per la verità demonica di piante, acque, rocce e paesi è segno di timidezza, di fuga davanti ai poveri e gli impegni del mondo umano”. Il biografo si chiederà perché farsene una colpa? Del mito, parlato (svuotato) o curioso (vissuto), del sogno a occhi aperti, della (parvenza di) conoscenza ultima seppure non definitiva, e condivisa, popolare. Il mito si direbbe realtà aumentata, e dunque il suicidio? Nel caso può essere l’ossessione dell’impotenza sessuale, fisica o mentale, alla quale si riduce per i tanti rifiuti – alla maniera di Nietzsche, e come per il filosofo non per improntitudine o goffaggine ma per incapacità. Vedi il rifiuto sofferto da parte di Constance, e subito dopo di Romilda Bollati, e prima, a cadenza quinquennale, di Bianca Garufi, di Fernanda Pivano, di Tina Pizzardo. Ma il mito lo scrittore Pavese ha coltivato, tanto timidamente non si direbbe, né debolmente. Una passione che gli si manifesta, nella biografia e nell’opera, nell’inverno di Brancaleone, di un confino politico che è confine, punto di contatto, col mondo “mitico”, “greco”, “idillico”.
“Il carcere” è ben il romanzo di Brancaleone. Si comincia subito, con i compagni di conversazione all’osteria - una “scelta” portata dall’età, giovani con giovani. Alla seconda pagina de “il carcere” ha già colto il senso e lo schema della conversazione, del commercio umano: passeggiare tra uomini sottobraccio, i saluti “asciutti” e “il riserbo”, gli scambi laconici (“Tutto il paese conversava così”, per ellissi, per rinvii a significati noti, “a occhiate e canzonature”, bonarie), l’autocanzonatura  (“Siamo gente inquieta che sta bene in tutto il mondo ma non al suo paese”, “Si è vecchi quando si torna al paese”, “Voialtri avete il lavoro, noi abbiamo l’amore” – sembra di sentire già Otello Profazio, “Noi abbiamo l’aria”). Ne fa suoi, inavvertitamente, alcuni modi di dire. Soprattutto nei dialoghi: “Siamo nelle mani di Dio”. “Conosciamo qualcuno, se cosa vi occorre”. “Fare razza”, per fare gruppo, famiglia, banda. “Quello è storto” - scemo, debole, non sa difendersi. “Che scherzate?”, non se ne parla. . “Alla bellezza…”, saluto d’ingresso. È ben locale, calabrese, l’osservazione: “Qui sono tutti avvocati. Hanno tutti un parente in prigione”.
Un antropologo di mestiere non saprebbe trovare di meglio, dopo mesi e anni di osservazione: in Pavese c’è come una identificazione.
Assume senza difficoltà modi di essere e di dire che dovevano essergli estranei. La donna è “quaglia” – la carne di quaglia non gli piace, la caccia neppure, quando ce lo portano (il confinato che va a caccia, col fucile…) non riesce a sparare, la parola sì. Va a caccia con gli amici giovani, coetanei, perché la caccia era l’unico sport, l’unica uscita fuori dalla conversazione obbligata, iterativa, e dalla briscola. E fa suo lo scherzo – l’ironia, il disincanto, con le negative interrogative per affermative. Lo scherzo, l’ironia, la buffoneria – l’unica volta in vita sua. Che non afferma o mega ma allude, indirizza. Conclude lasciando aperto il discorso. Un mondo con cui s’immedesima, un mondo suo  benché remoto fisicamente e socialmente: per schiettezza, spontaneità, e insieme riservatezza.  Un antropologo di mestiere non saprebbe trovare di meglio, dopo mesi e anni di osservazione: in Pavese c’è come una identificazione.
E le ragazze? Pavese - che ha scritto il racconto ambientato a Brancaleone “dopo”, dopo avere scoperto che la donna da lui protetta col confino era innamorata di un altro – si fa raccontare ne “Il carcere” dal suo interlocutore locale, il giovane commerciante Gaetano, la “donna locale”:
“Fu a lui che Stefano (alter ego dello scrittore, n.d.r.) domandò se non c’erano delle ragazze in paese, e, se c’erano, come mai non si vedevano sulla spiaggia. Gaetano gli spiegò con qualche impaccio che facevano il bagno in un luogo appartato, di là dalla fiumara, e al sorriso canzonatorio di Stefano ammise che di rado uscivano di casa.
“ - Ma ce ne sono? – insisté Stefano.
-E come! - disse Gaetano sorridendo compiaciuto. – La nostra donna invecchia presto, ma è tanto più bella in gioventù”. Che si può constatare vero.
Gaetano prosegue:
“-Ha una bellezza fina, che teme il sole e le occhiate. Sono vere donne, le nostre. Per questo le teniamo rinchiuse.
-Da noi le occhiate non bruciano – disse Stefano tranquillo.
-Voialtri avete il lavoro, noi abbiamo l’amore”.
Questo alla quarta pagina.
(continua

Napoli
Cinque film della Mostra del Cinema a Venezia sono di napoletani a Napoli. Più della presenza hollywoodyana. Napoli come Italia – o Italia come Sud: gli altri due film italiani alla Mostra sono stati girati in Calabria, da un regista romano, Mainetti, e uno milanese, Frammartino.
I film “napoletani sarebbero sei: “The Lost Daughter” di Maggie Gyllenhaal è tratto dal romanzo di “Elena Ferrante”, “La figlia oscura”.
Nella gara a sindaco di Napoli, invece, si confrontano tre napolisti, com’è giusto, Bassolino, Clemente, Maresca, e due, horribile dictu, juventini, Manfredi, il candidato Pd ufficiale, col sostegno dei grillini di Di Maio e Fico, e Brambilla, il grillino indipendente. La città, malgrado tutto, è tollerante - o indifferente?
Due statue di Maradona si fanno concorrenza a Napoli. Il nuovo padre Pio – molti hanno già di Maradona la statuetta in casa. Doppio.
 
Viene camorra da camorro – che la Crusca attesta di “persona malaticcia, uggiosa, o di aspetto sgradevole” (anche di “acciacco, malattia”)? Dal latino “camoria”, moccio (v. cimurro). Giusti usa camorro anche per donna assai brutta.  È anche un oggetto o meccanismo che funziona male.
 
Bassolino, l’ex presidente della Regione Campania, che non si rassegna e si rimette in corsa per fare il sindaco di Napoli Camilleri il 25 ottobre 1998 poteva ancora elogiare “uomo concreto e saggio”. Su “la Repubblica-Palermo” (“Echi di tempesta sul galeone siciliano”, ora in “La Sicilia secondo Camilleri”). Ha fagocitato anche Bassolino. Napoli è certo una città della festa – alle persone?
 
Si arresta Maria Licciardi, dopo dodici anni di lauti e sanguinosi affari di droga, protezione, furti, detta “’a piccerella”, benignamente. Napoli ne è commossa, e la ministra dell’Interno celebra l’arresto “un segnale forte dello Stato”. A chi? Questa donna spietata è stata in carcere, condannata al 41 bis ma per otto anni, fino al 2019.  Poi libera professionis a su piazza.  Come Maria Serraino a Milano – lei al centro di Milano. Con li stessi collegamenti con Malaga in Spagna,
 
La “piccerella” commuove in particolare Saviano. Che sul “Corriere della sera” ne fa una Wonder Woman. Benchè in età, e cattiva.
 
Teocritea, orgasmica, tragica, la vuole Angela Bubba, allora ventiduenne, “Mali Nati”: “Napoli aveva sempre questo effetto su di me. Placche tettoniche scoppiavano e si disintegravano nella mia testa, si ricomponevao. Aveva sempre la forma di quell’orgasmo” – tettonico?
 
Cioè, è un po’ come la Calabria  - Napoli Bubba definisce, come tutto, in rapporto alla Calabria, dove è nata e cresciuta, ma di suo è tragica: “Napoli è una natura teocritea, gialla, non è rocciosa e impenetrabile, e propio per questo indifesa come la Calabria. Oscura come la Calabria.  (Ma?) è una sorta di abbaglio minerale al confronto. Una pubblicità sempreverde,  un festival, un mito tragico, come scriveva Camus: tragico perché i suoi eroi ne sono coscienti. Almeno lo riconoscono”. Si riconoscono tragici – mentre i calabresi no.

leuzzi@antiit.eu

Femminile, monacale

Volendo costituirsi un catalogo solido di narrativa italiana, accanto a tutte le sue già consolidate collane, la casa editrice di Eco e Elisabetta Sgarbi ha confidato a Fausta Garavini il recupero dei racconti “dispersi” dell’autrice di “Artemisia”. Sparsi fra giornali e riviste, e tralasciati dalla Banti nelle sue raccolte di racconti, oppure riscritti, oppure semplicemente dimenticati. Un grosso impegno, che Garavini esplica probabilmente al meglio nella ricerca. Sicuramente nella contestualizzazione delle brevi narrative – una colonna e mezza-due di giornale. In una con un profilo biografico di “Anna Banti”-Lucia Lopresti sintetico ma pieno – un grande ritratto.
Nel profilo che i racconti ripescati sembrano riflettere, è di un femminino costante e stretto, quasi angusto. Algido anche – ci fu un periodo im cui l’ex ragazza “dai capelli rossi e la pelle d’avorio” pensò di farsi monaca, dopo trent’anni di matrimonio, con (l’algido?) Roberto Longhi. Anche Giulietta a Verona ama le monache: muore perciò in tempo, la mattina delle nozze, per non finire “come le altre”. È pure vero che, come si racconta nello stesso “Giulietta (e Romeo)”, “erano tempi in cui le donne si contavano a serque, come le uova: una figlia o sei figlie erano la stessa cosa quando il maschio mancava”, non arrivava.
Anna Banti, Racconti ritrovati, La Nave di Teseo, pp. 390 € 20

giovedì 2 settembre 2021

Secondi pensieri - 457

zeulig


BisogniLa moltiplicazione artificiosa dei bisogni distrugge e non libera – è una vera e propria regressione culturale. “Appiattire i bisogni” era un dettato egualitaristico, in certa misura ache democratico. E ambientalista. Ingigantirli è falsamente democratico, e sicuramente distruttivo degli equilibri ambientali: si moltiplicano consumi inutili, a un costo indiretto per tutti, e più per i meno abbienti – il ricco può rigenerarsi a volontà in ambiente ancora sano, comunque meno infetto. E il futuro è dei poveri – la speranza.
 
Capitalismo – Si può pensarlo come il meccanismo antireligioso per eccellenza. È l’idea di Baudelaire, “Mon coeur mis à nu”, 1862-64, che in America, nella democrazia e nel mondo moderno “il progresso si misura non con l’uso dell’illuminazione a gas nelle strade, ma con la sparizione dei segni del peccato originale”. In un mondo delle cose.
Il capitalismo è il razionalismo, al di sotto degli abusi, che ne sono la cresta: si è appropriato i suoi meccanismi più affinati, come il principio del minimo sforzo (utilitarismo) per evitare gli sprechi, e la grande utopia che il bene del singolo è il bene di tutti (Rousseau come Adam Smith!).
Tutto ciò porta alla fine della religione? Non necessariamente: il mercato perfetto è solo un modello, forse una tendenza. Ma è indubbio che sposta l’attenzione sulla tecnica (la produzione) e la società, trascurando, se non il peccato, il divino. Il Novecento e la civiltà dei consumi, raddoppiati se si può nel Millennio nuovo, hanno dato ampiamente ragione a Baudelaire.
Che non sia il senso di colpa per questa oggettiva divaricazione a portare i protestanti a mescolare Dio e la grazia con gli affari? I cattolici, avendo la confessione, possono prosperare senza bestemmiare. Se il capitalismo è peccato, i calvinisti peccano allora due volte, i cattolici una. Max Weber andrebbe riscritto una seconda volta – la prima dovendo servire ad allargare la nozione di pietismo, mettendoci dentro Milano e i due Borromeo, all’origine della seconda, e duratura, ondata del capitalismo italiano, col pietismo lombardo, dal prestito al “lavorerio”.
 
È un sistema aperto, ma entro le regole del gioco. Cioè dentro il sistema di governo established, degli interessi costituiti. Un sistema abbastanza liberale, nel senso di flessibile. Che si conforma (adatta, rinnova) meglio di ogni altro sistema di governo, oligopolista o totalitario, ma non realmente aperto. Non è l’hobbesiano “homo homini lupus” se non nel senso che chi comanda impone in definitiva la sua legge – legge e non arbitrio, certo, ma sempre comando è. È una monarchia e non n feudalesimo, un sistema di bande armate. Contro queste è anzi inflessibile: i casi di Gardini e Berlusconi da una parte, e di Scalfari-Caracciolo, De Benedetti, Rovelli dall’altra. La mano invisibile è quella di un ordine prestabilito, aperto a rinnovarsi nele sue componenti, ma non continuamente rivoluzionato, anzi stabile.
 
A proposito di capitalismo o calvinismo, o come va letto Weber: i puritani di Salem scatenano la caccia alla streghe per colpire i ceti mercantili (Craveri, “Santi e streghe”, 58): “Non senza ragione K. Marx (‘Capitale’, I, 818) fa osservare che la persecuzione alle streghe sparì quando la costituzione el capitale bancario fece incominciare la lotta, con impiccagione, contro i falsificatori di moneta”.
 
Denaro – È Dio. Un assunto non blasfematorio ma filosofico, di Marx indirettamente, di Simmel propriamente, e successivi. Di più, il denaro è Dio: “Il denaro, in quanto è il mezzo assoluto, e per questo il punto che unisce infinite serie di fini, ha, nella sua forma psicologica,importanti connessioni proprio con l’immagine di  Dio”. Per la “fiducia” – il tertium comparationis , la qualtià che le due entità hanno in comune, rafforzando l’analogia. Come poi, 1923, in Musil, “L’uomo tedesco come sintomo”. O, trent’anni dopo Simmel, in Valéry, “La politica del pensiero” (in “La crisi del pensiero”): la fede, la fiducia “rende possibile la diseguaglianza all’interno degli scambi; scambi di parole o scritture con mercanzie; scambio del tieni con l’avrai; scambio del presente e della sicurezza con il futuro e l’incertezza; scambio della fiducia con l’obbedienza;  dell’entusiasmo con la rinuncia”. Si capitalizza la fede o fiducia del capitalismo come religione – ritorno a Baudelaire?
 
Genio – Si caratterizza per l’originalità, cioè per conoscere cose (relazioni, azioni, conseguenze, esiti…) di cui non ha fatto (maturato) l’esperienza. Per grazia infusa? Per conformazione fisica-fisiologica? Per imprinting no, altrimenti sarebbe patrilineare, da albo d’oro della genialità – e d’altronde, la cosa con cui il genio sicuramente non ha a che spartire è l’ereditarietà.
 
Heidegger – La filosofia Jean Paul vuole poetica in una delle note  semiserie, la 70, al suo “Viaggio a Flâtz”, ma con limiti per la poesia: “La poesia si vesta di filosofia soltanto come questa di quella”.
E di più per la filosofia: “Ma la filosofia in prosa poetica somiglia a quei bicchieri da mescita i quali, cinti con ghirigori colorati, disturbano il godimento della bevanda e del manufatto insieme,  che spesso si coprono spiacevolmente”.
Non si ricorda che Heidegger è poeta, pubblicò curate raccolte, a partire da Lo splendore morente, esordio crepuscolare, teorico del “pensiero poetante”. Il “pensiero poetante” è da professor Pascoli devoto, che ha avuto anche lui vita segreta, sebbene da scapolo, o di uno Stil Novo che fosse carnale, appassionato e lirico. Weg und Waage,\Steg und Sage\finden sich in einen Gang”. È Palazzeschi? “Geh und trage\ Fehl und Frage\deinen einen Pfad entlang”. Bang, bang è l’esperienza del pensare, ingegnosa, di classici trochei, con rime, paronomasie e allitterazioni. Intraducibile, irriducibile: l’essere non è eccetto in Heidegger, ecco l’ontologia fondamentale. E rovescia Descartes, si capisce, il quale disse “dubito, ergo sum”, il concetto di dubbio implicando qualcosa che non è in dubbio – Descartes cioè non lo ha detto, ma è quello che voleva dire. “Passo e pesa\sasso e ascesa\si ritrovano allo stesso viaggio.\Va e palesa\Squasso e intesa\seguitando il tuo passaggio” - oscenità solitaria: va e ritorna, lungo l’unico fico lingam?
“Che filosofo buffon!\In che misero grotton\Sempre in gran meditazion\ vaneggiando se ne sta”, gorgheggerebbe Ofelia, “La ra la ra la ra”, che Salieri con l’abate Casti fanno allegra - la Nancy Storace procace che Mozart non poté avere - ne
La grotta di Trofonio, in cui il filosofo per magia trasforma il carattere di chi vi penetra. Un nuovo genere sarebbe da proporre in catalogo ai sexy shop, se ce ne sono online: la penetrazione filosofica: lEingeworfen che sta con la moglie, alla quale fa fare i figli, mentre si scopa le allieve, meglio se ebree, per un piacere triplamente interdetto.
 
Istinto – Resta impregiudicato se è un fatto nervoso, di costituzione fisica, o un imprinting, l’esito di esperienze accumulate in famiglia – o se più dell’uno o più dell’altro, e in che proporzione. Ma è una forma di conoscenza e azione forte, se non dominante.
 
Mondo – È la proiezione delle cose, dell’essere? Senza la quale il mondo, un mondo, non esiste? No, il mondo esiste, uomo compreso, ma per dirlo gli mettiamo delle etichette – le parole. Non per lui mondo, quanto per noi, per capirci di cosa stiamo parlando.
È però vero che senza di esse, le parole, il “mondo” non esisterebbe. Starebbe lì, inerte. La “rappresentazione del contenuto”, le parole, sarà pure di “schemi”, ma “universalmente validi”, e senza i quali “avremmo soltanto cose singole, ma non un mondo, e dunque neppure un mondo” - Simmel, “Intuizione della vita. Quattro capitoli metafisici”, 24.
Magari bello e suadente, o irrequieto e minaccioso, ma irrelato, estraneo. Il senso e la realtà sono due territori (due lingue?) diversi. O non c’è realtà senza senso – a partire dall’ameba.
 
Uguaglianza – “L’uguaglianza tra individui si può pensare come possibile al massimo in ambito economico; in tutti gli altri ambiti, intellettuale, sentimentale, caratteriologico, estetico, etico e così via, il livellamento, anche solo quello degli ‘strumenti di lavoro’, risulterebbe fin da principio privo di prospettiva”, G. Simmel, “Filosofia del lavoro”, Mimesis, p. 78. Ma anche in campo economico, “nella condizione attuale” l’uguaglianza richiederebbe un riequilibrio politico-istituzionale.
La “condizione attuale” è “il diritto ereditario, la differenza di classe, la forza di accumulazione del capitale e tutte le possibili opportunità della congiuntura economica, (che) generano differenze assai più grandi di quelle corrispondenti alle differenze nel comportamento individuale”, id., p.79

zeulig@antiit.eu

Un viaggio per ridere

Un racconto umoristico, come è nella vena di Jean Paul, ma controcorrente. Dopo le sconfitte di Austerlitz (Russia e Austria) e Jena (Prussia), col trattato di Tilsit la Prussia è dimezzata, a favore di una Confederazione Renana filo-francese, e Jean Paul redige una “Predica della pace” in cui apprezza il nuovo ordinamento. Alienandosi il governo prussiano - mentre si stabilisce a Bayreuth… – e Fichte. Contemporaneamente si prende in giro, sotto le vesti di un “predicatore di campo” (cappellano militare protestante) che va a Flätz-Bayreuth in cerca di occupazione. IL tutto commentato da una serie di note sparse - graficamente sparse, la numerazione è disordinata - e irrelate al testo: digressioni, riflessioni, agudezas, satire. Un testo e un autore che piaceva molto a Carlo Dossi, a Gadda, che tentò inutilmente di tradurlo, ma lo incorona ne “suo” libro, “La cognizione del dolore”, e a Italo Svevo – Svevo, dice Borso, “replicò ai limiti del plagio il finale dell’amatissimo ‘Viaggio’ nel finale della ‘Coscienza di Zeno’”.
Note satiriche, giochi di parole (mal caduto per mal caduco, gli arresti “giaciliari” la notte con la moglie…) , e un viaggio per nulla, giusto per descrivere e agire i compagni occasionali che salgono e scendono dalla vettura. La vena di Jean Paul, qui più che altrove, è rabelaisiana, dello scherzo, compresa l’autoflagellazione. Il predicatore-cappellano cammina con un ombrello ripiegato paratonnerre, parafulmine, ha una moglie che si chiama Teutoberga, come una regina Theutberg di Lotaringia, ma anche come la foresta di Teutoburgo, dove Arminio sconfisse i Romani nel 9 d.C., quando cavalca si sforza di cadere, e quando va a dormire comincia col legare l’alluce al letto, per evitare il sonnambulismo, si tiene sveglio per evitare gli incubi, eccetera. Mostruosi i compagni di viaggio, sembrano tratti da “Gargantua”
Un autore comico, prolisso e molto amato. Il “Viaggio” fu tradotto da Carlyle, parzialmente,  e per  una dozzina di pagine anche in francese. Che furono ritradotte nel 1835 da Cesare Cantù, che ne trarrà lo spinto per le “Avventure guerresche di un uomo di pace” – le “scialbe ‘Avventure’ ”, Borso. Uno scrittore che piacque molto anche a Kierkegaard.
Una lettura nella lettura è quella di Dario Borso, che ha fatto anche la traduzione. Con una introduzione, e un commentario (note al testo) che è una cornucopia, pieno di cose. Una chicca, per amatori.
Jean Paul,
Viaggio a Flätz, Del Vecchio, pp. 157 € 16

mercoledì 1 settembre 2021

Letture - 466

letterautore

Capitalismo – Baudelaire lo vuole antireligioso, il meccanismo antireligioso per eccellenza, “Mon coeur mis à nu”, 1862-64: in America, nella democrazia e nel mondo moderno “il progresso si misura non con l’uso dell’illuminazione a gas nelle strade, ma con la sparizione dei segni del peccato originale”. In un mondo delle cose.
 
Comico
– Nasce in canonica? “Lo scherzo non conosce altro scopo che il suo proprio esistere”, muiùove da qui Jean Paul, “Vorschule der Ästhetik”, § 9. Ma nasce dalla serietà: “Sì, la serietà si dimostra quale condizione dello scherzo persino negli individui. Il serio ceto ecclesiastico ebbe i comici più grandi: Rabelais, Swift , Sterne; Young a opportuna distanza; Abraham a Santa Clara e Regnier a distanza ancora maggiore; e alla massima distanza si può citare ancora il figlio di un pastore” - cioè Jean Paul stesso.
 
Dante – Il sesto centenario della morte, un secolo fa, fu ben avventuroso. A illustrazione di un saggio di Emilio Gentile su Mussolini deciso ad abbandonare il fascismo, nel mese di agosto 1921, sfidato dai “giovani”, Grandi, Balbo, Farinacci, “Il Sole 24 Ore” documenta l’altra domenica con una foto “la marcia su Ravenna”: “I capi della rivolta anti-mussoliniana marciano su Ravenna il 12 settembre 1921 per rendere omaggio a Dante nel sesto centenario della morte”. Si prendeva Dante a testimone del fascismo puro e duro – squadrista.
 
Fino a fine agosto 64 edizioni (e ristampe) della “Commedia” e  di altre opere di Dante, e 310 saggi (libri) – Giuliano Vigini nella sua rubrica  su “La Lettura”. Ma il centenario non è finito: “Ci apprestiamo all’ultima ondata di almeno 50 contributi danteschi annunciati da settembre a fine anno”.
 
Fratelli Moravi - O fratelli formiche nei “Primi ricordi” di Tolstoj, formica in russo dicendosi muravej.  Tolstoj si dilunga su un gioco che il fratello maggiore “Nicolino”, Nikòlenika, grande lettore e fantasioso inventore di storie, aveva inventato per i tre fratelli più piccoli: “Consisteva nel sederci sotto le sedie che prima avevamo circondate con casse e coperte con scialli; ci mettevamo a sedere sotto le sedie al buio, stringendoci gli uni agli altri. Ricordo d’aver provato un singolare sentimento d’amore e d’emozione, e amavo molto questo gioco”.
 
Intoppare – Sta per “incontrare all’improvviso, inaspettato, per caso” secondo il dizionario. Suona dialettale. E tale di più nella traduzione del vangelo di san Matteo, V, 28-30 (“chiunque guarda una dona per appetirla, ha già commesso adulterio…”, per cui “Sse l’occhio tuo destro ti fa intoppare, cavalo…, se la tua mano destra ti fa intoppare, tagliala…” premessa da Tatiana Tolstoj al racconto ”Il Diavolo” nella raccolta di “Racconti e memorie” del padre, da lei apprestata nel 1942, per la traduzione di Corrado Alvaro: “Se l’occhio tuo destro ti fa intoppare”, “se la tua mano destra ti fa intoppare”…. Anche perché  anacoluto, senza la persona o la cosa in cui s’intoppa.
 
Maternità – “La maternità è uno dei pochi miracoli di cui la natura ci faccia dono”, Pedro Almodovar, con Cicala, sul “Venerdì di Repubblica”.
 
Nuova oggettività - Si scrive, si insegna a scrivere nelle scuole per scrittori, sulla traccia inventata da Getrude Stein e Hemingway: la frase breve, l’anticipo, il dialogo in fieri, ripetitivo. In parallelo con la coeva Nova Oggettività figurativa nata nella Germania disillusa dopo la guerra in reazione all’espressionismo, che ambiva alla concretezza e alo sgonfiamento del genere “artista”. Ma come poi adattata – aperta al solco sociale – dalla  scrittura beat anni 1950, Kerouac, Ginsberg et al.. Benché slegata di fatto dalla vita, passioni e dolori esibendo per cataloghi.
Usa nella forma racconto-saggio che “Gomorra” di Saviano – prodotto ampiamente editoriale, studiato a fini commerciali – ha introdotto con tanto successo in Italia. È una letteratura fatta con lo stampo. Ben scritta, ma immemorabile – non vissuta? non veramente (criticamente) costruita? La storia della letteratura provvidenzialmente caduta in disuso faticherebbe ad aggirarvisi: morto Calvino, che altro?
 
Petrolio – Ricordando Arbasino, “Stile Alberto”, Michele Masneri ricorda la sua fissa del capolavoro assoluto del secolo, il romanzone alla Thomas Mann-Musil-Proust-Joyce, che si portava appresso per aggiornarlo di continuo, e per la paura di perderlo, in un furto o in incendio a casa. E quando viaggiava depositava in una cassetta di sicurezza in banca. Questo specialmente dopo un incendio in casa e un incidente in automobile. Lo ricorda a proposito dei rapporti tra Arbasino e Pasolini, finiti sull’acido. E a questo proposito riesuma la recensione di “Petrolio” su “la Repubblica”, uno “sfottò colto”.
In realtà, a rileggerla, la recensione non era sfottente. Però, Masneri, che all’epoca frequentava Arbasino, assicura che una sessantina di pagine del “capolavoro disperso” erano sull’Eni. Qualcosa di analogo, ricorda, in piccolo, alla fantasia morbosa, cattiva, di Pasolini. E si può immaginare perché: il petrolio è un po’ diabolico (oggi la cosa fa ridere, ma negli anni 1970-1980 no), sporco, caro, il multinazionale per eccellenza del terrorismo, e l’Eni era l’unica cosa italiana attiva in campo internazionale, su petrolio e affini, imponente, e un po’ riservata. Ma per esperienza personale, avendoci lavorato in quegli anni, e proprio nel settore più sensibile, dell’informazione, all’esterno e all’interno, si può assicurare che non c’era niente di diabolico, nemmeno di corrotto (sic!) –solo un po’ più di conoscenza di “Chiasso”, che a Arbasino in teoria avrebbe dovuto fare piacere. Tanto più se Pasolini lo accusava di “un certo provincialismo” – il lombardo figura sempre provinciale, up-to-date di programma, il tipo delle novità e delle mode, quello che “fa” l’inglese a Londra l’americano in America e ora, chissà, il cinese in Cina.
 
Recensore – Figura scomparsa, il recensore di libri – se noin sotto la forma della pubblicità indiretta, della frase ad effetto da servire come soffietto pubblicitario (blurb).Anche perché autore di un opus infinito? Era l’ipotesi di Jean Paul, in uno dei tanti pensierini, il n. 144, di cui infioretta  il racconto satirico “Viaggio a Fl ”: “È”, era, “l’unico in tutto il dizionario biografico degli autori a non poter mai compilare ed esaurire se stesso, anche stando seduto un secolo o un millennio davanti al calamaio”.
 
Christian Schubart – Hermann Hesse, L’uomo con molti libri, fa raccontare al giovane Mörike, nel corso di una visita a Hölderlin nella torre insieme con Waiblinger, di un avventuriero, Joachim Andreas Vogeldunst di Samarcanda, che tra le tante sciocchezze gli chiede se “Schubart, il poeta, viveva ancora – intendeva dire quell’infelice che era stato venduto agli ottentotti  da Federico il Buono e che là aveva composto l’inno nazionale africano”. Per dire di un ciarlatano, che scambia Federico il Grande per Federico il Buono, e Schubart organista e compositore per un colono in Africa. Ma Schubart è lo stesso personaggio “inventato”: musicista, giornalista, polemista politico, poeta – morì compianto da Hölderlin.

letterautore@antiit.eu

La donna del Sud è la Madonna

Tropea com’era nel febbraio-marzo del 1961 – con Catanzaro e Crotone. Al famoso “affaccio” delle cittadina cosmopolita di oggi in fondo al Corso “gente di ogni età se ne stava appoggiata all’inferriata in fila, gli uni accanto agli altri; parlavano, fumavano, urinavano fra le sbarre formando col getto dell’urina un grande arco” – la cosa “faceva parte della passeggiata serale”. Si rilegge anche in controluce, nei tentativi che dichiara di capire. Tuti girano troppo vestiti a marzo: un segno di distinzione? Non sa se per scherzo o sul serio – per scherzo - gli viene da tutti raccomandato di non girare di notte, e comunque armato di pistola. La gente usa passeggiare sul Corso, ma solo fino a un certo punto, mai un passo più in là, nessuno oltrepassa il limite, per nessunissimo motivo, e mai nelle stradine laterali, benché illuminate e vuote – lui pensa a qualche sortilegio, ma è l’abitudine, nei paesi è forte. L’unico albergo è “in costruzione”, anche se nessuno ci lavora: si affittano le camere imbiancate a calce, con la scala senza protezione.
Lo svizzero Raeber, autore di romanzi fantasiosi ma poco fortunati, ex direttore della Scuola Svizzera di Roma nel 1951-52, quarantenne, reduce da un divorzio, benché con figli, perché omosessuale, fa una gita a Tropea, Catanzaro e Crotone perché ci sente ancora vivo il mito: la sensibilità e le pratiche rituali. Che rintraccia, con aneddoti e considerazioni, brevi, in brevi capitoletti, nella madonna, nelle Madonne. Le donne non ci sono per strada, se non per le occorrenze quotidiane, nessuna donna entra mai in un bar, ma suppliscono le Madonne: c’è il culto del femminile. Sotto la forma dell’amore (andare con le “signorine” di fuori bordo “è un’altra cosa, non ha nulla a che vedere con l’amore”) e della devozione - l’uomo, anche adulto, rientra a casa a una certa ora, altrimenti la mamma si preoccupa, e non si fidanza se la fidanzata non è approvata dalla mamma.
Mancava probabilmente Raeber il culto della “mamma” , che alcuni anni prima Corrado Alvaro aveva scoperto. Ma scrive bene, anche del niente, le sue tre città si imprimono nella memoria, ritratte di giustezza nell’isolamento malgrado il fervore di opere – allora nel Sud lo Stato si muoveva. La gentilezza senza pretese. Tutti che parlano con tutti. Si bighellona al bar, senza dover consumare – il padrone è il primo che un’ordinazione scomoda. “Un pranzo borghese, a Catanzaro, è un  piccolo capolavoro di etnografia: la moglie giovane, disinvolta, informata, intelligente, arguta, conversazionista, lasciata sola a casa e alla televisione, dal marito giovane , di giorno per il lavoro, la sera per il pranzo e le buffonate con gli amici, testimone involontario un sorpresissimo svizzero.
Crotone gli viene meglio, stimola il cacciatore di miti. La città di Hera e di Eracle, che vinceva tutte le Olimpiadi e sconfiggeva tutti i nemici, a cominciare dalla vicina Sibari. Con la favola vera di Capo Colonna: il re Lacinio, che aveva paura, non senza ragione, di Eracle, cercò di cacciarlo dal suo paese costruendo nell’attuale capo Colonna un tempio dedicato a Hera. Vide giusto: Eracle, in odio alla matrigna, “alla vista del tempio abbandonò quel luogo”, e poco distante, “com’era nel suo stile” e senza motivo, uccise un tale Crotone – salvo pentirsene e profetizzare una città importante nel luogo della tomba del malcapitato. Raeder sa raccontare anche l’inverosimile – la festa degli Alpini al mare di Crotone, la “festa di san Martino”, santo dei cornuti, all’osteria Aurora, l’Albergo Pitagora, ben finito e anzi di pretese a Crotone, che è un bordello.
Il germanista Teodoro Scamardi, che cura la traduzione, dà un’ampia presentazione di Raeber. Su tutto, osserva, interessava Raeber il fatto religioso, del quale in Calabria trovava tratti scoperti: “I tratti del Mezzogiorno che lo interessano – l’arcaicità, la dimensione mitica, l’immanenza degli dei – si presentano in Calabria in forma potenziata”. Con più accuratezza si direbbe che “gli” si presentano – la Calabria purtroppo sfugge, è un melting-pot.
Kuno Raeber, Calabria, appunti di viaggio, Rubbettino, pp.128, ril. € 7,90

 


martedì 31 agosto 2021

Problemi di base Jean Pauliani - 655

spock


“Quanto meno il pericolo, tanto minore la paura”?

“Quanta più debolezza, tante più menzogne, la forza va dritta”?

“Brevità di discorso produce vastità di pensiero”?

“Il sesso femminile da nessuno viene odiato quanto dalle femmine”?
 
Mal caduco, “mal caduto”?
 
“Grazie a Dio non vivremo eternamente che all’inferno o in paradiso”?
 
“Il recensore non usa la penna propriamente per scrivere, bensì col puzzo di bruciato che ne emana”?
 
“Secondo Smith, il lavoro è la misura universale del valore economico”?

spock@antiit.eu

La storia delle tribù

“Il meccanismo segreto del potere globale” è il sottotitolo. Ce n’è per ogni tipo di cospirazionismo – le mutande della storia. Ma il libro è importante perché recupera le tribù. Che non sono scomparse con l’Ottocento ma sono anzi diffusissime. E della storia mondiale montante, asiatica, africana, latinoamericana, sono parte cospicua, perfino determinante. Talvolta in senso figurato, della religione brandita come fatto di sangue, ma di più in senso proprio.   
Un repertorio delle forme del potere, esercizio già diffuso, fino a Bertrand Russell e Norberto Bobbio, ma de molti decenni in disuso. Banos, un colonnello spagnolo esperto di strategia, politica e militare, si rifà per il resto ai classici, da  Sun Tzu a Machiavelli e Hobbes, non ci sono novità. Ma da un paio d’anni spiegava il nodo dell’Afghanistan. E di altri mondi, nell’“Arco delle Tempeste” e altrove.
Pedro Banos, Così si controlla il mondo, Bur, pp. 480 € 19

lunedì 30 agosto 2021

Ecobusiness dello spreco

L’ecologia implicherebbe il risparmio – l’unica ricetta ambientale sana. Nell’industria ecologica invece si moltiplicano a dismisura i consumi. Dei materiali, dai grandi ai piccoli. Delle automobili di volume e peso doppie rispetto a venti anni fa - nelle strade di molti paesi e di campagna due automobili non possono incontrarsi. Dei frigoriferi tripli, i piatti giganteschi, i calici. Del packaging triplo e quadruplo con la scusa dell’igiene. Delle due docce al giorno. Dello spreco di plastica, carta, cartoni. Del vino (cattivo: insapore, pieno di conservanti) in bottiglia invece che (odoroso, saporito) alla mescita. Dell’incredibile, psichiatrico , uso delle acque “minerali”, in plastica o in vetro, decine di milioni di bottiglie ogni giorno. Di elettricità soprattutto, per condizionatori, frigoriferi giganti, luci diffuse - 70 TWh (terawattora, miliardi di kWh) se ne sono consumati nelle utenze domestiche nel 2020, in crescita di un terzo nei vent’anni del Millennio. Della mobilità incontrollata, con mezzi a uso individuale. Dello spreco di acqua e calore per la pulizia dei rifiuti da differenziata – che costa e rende poco. O la fine del legno, e della carta, risorsa rinnovabile, a favore di materiali carbon intensive, plastiche, acciaio, cemento. E l’equivoco incredibile della Grande Distribuzione, meglio (peggio) se 7\11, sponsorizzata (in Italia) dalla sinistra politica, che non garantisce più la qualità, e non riduce i prezzi come promette ma li diversifica per moltiplicarli all’esito finale, e tutto vuole impacchettato, imponendo per sovrappiù un pendolarismo a distanza, con mezzo personale di locomozione. 
 
Una moltiplicazione artificiosa dei bisogni, che distrugge e non libera – una vera e propria regressione culturale. “Appiattire i bisogni” era un dettato egualitarista, in certa misura anche democratico. E ambientalista. Ingigantirli è falsamente democratico, e sicuramente distruttivo degli equilibri ambientali: si moltiplicano consumi inutili, a un costo indiretto per tutti, e più per i meno abbienti – il ricco può rigenerarsi a volontà in ambiente ancora sano, comunque meno infetto. E il futuro è dei poveri – la speranza.

Juventus Fc nel pallone – aumento di capitale in bilico

C’è allarme in casa Exor, che si accolla un aumento di capitale di 400 milioni, il secondo in diciotto mesi, e con le banche che si sono impegnate a sottoscrivere l’insoluto. Consultazioni si sono succedute, e un rinvio dell’operazione non è escluso. Sotto esame è la situazione dirigenziale del club, il management. Che dopo l’allontanamento di Giuseppe Marotta tre anni fa, quando era in predicato di diventare ad del club, ha inanellato una serie apparentemente interminabile di errori. Le cui responsabilità, a questo punto, coinvolgerebbero lo stesso presidente Andrea Agnelli. Arrivabene , l’ad in carica, arrivato dalla Ferrari, si suppone inviato da John Elkann, il patron di Exor, anche lui sarebbe sotto giudizio. Era lui il manager di riferimento di Elkann, una sorta di tutore del presidente Agnelli, in tutta evidenza scosso dopo la farsa della Superlega. Questo spiega la difficoltà della situazione.
Il titolo non si è mosso oggi, né nelle sedute precedenti, ma naviga da tempo in bassa fortuna, lontano dai massimi di un anno e mezzo fa, di prima della caduta sportiva del team: gli azionisti non Exor se ne presumono allontanati.
Il quadro si vede ora dal lato scuro. Costi elevati e bilanci pesanti, già nelle due ultime gestioni e più in prospettiva. Acquisti sbagliati, contratti troppo costosi, in rapporto prezzo\qualità e in assoluto, una giravolta di trainer e atleti senza un disegno, risultati sportivi insoddisfacenti, e quindi entrate in rapida contrazione. La sosta del campionato per due settimane vede il club penultimo in classifica, disunito, con calciatori che nelle loro Nazionali sono invece esemplari d’impegno. E alla ripresa impegnato in match di bandiera, Napoli, Milan – squadre che, a regime finanziario ristretto, sono invece vincenti.

Il lavoro è mentale - sentimentale

Un saggio del 1899. Una decisa, vigorosa, contestazione dell’assunto socialista del lavoro come valore – come valore unico, dell’uguaglianza tra lavoro e valore.
L’uomo sarà “l’animale che scambia” nel successivo “La filosofia del denaro” - un vero e proprio trattato, nel quale questo saggio confluirà. Il denaro sarà quello di Marx, “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”: “La forma in cui tutte le merci si uguagliano, si paragonano, si misurano; la forma in cui tutte le merci si risolvono, l’elemento che si risolve in tutte le merci; l’equivalente generale”. Un metro universale, e un propellente. Una “non forma” per Simmel ma ugualmente ubiquo. Una sorta di liquido amniotico, “senza carattere”, “non oggettuale”. E “un motore immobile”, ”incapace di stare fermo”, e insieme, come la magia di Bruno, nota il commentatore Valagussa, “vincolo  di tutti i vincoli, “la forza galvano-chimica della società”. Ma il lavoro no: a seconda dei soggetti e del tipo di lavoro, la possibilità di concentrare il lavoro in una unità di tempo può variare di molto – fino all’incomparabilità, tra il manovale e il pianista, etc. 
Il saggio è un’analisi critica dell’assunto socialista dell’uguaglianza tra lavoro e valore. “L’articolo del 1899”, spiega con veemenza il curatore, cioè questo saggio, “decostruisce in maniera radicale e sistematica tale pretesa”. Una decostruzione che Valagussa ricostruisce in tre passaggi: manca un ‘sano’ materialismo storico; il lavoro non è unitario, il lavoro intellettuale è altro da quello fisico-materiale; il valore del lavoro, nelle parole di Simmel, “non si misura sulla base della sua quantità, bensì dell’utilità del suo risultato”. Né funziona la moneta-lavoro – due entità-realtà inconciliabili.  C’è “una disarmonia inconciliabile tra gli ideali di uguaglianza e di giustizia e la massimizzazione delle prestazioni”.
Il valore del lavoro non è misurabile in termini di quantità, né di tempo impiegato, né di qualità del prodotto – come valutare con questi tre criteri il lavoro del pianista e del giocoliere, o del funambolo?
Usa dividere il lavoro manuale da quello intellettuale: non c’è comune sensibilità tra il lavoro fisico e quello intellettuale. Né c’è un “criterio di proporzionalità” (misurabilità) tra il lavoro fisico e quello intellettuale. Ma il lavoro fisico presuppone  un’applicazione intellettuale – “energia psichica”. Anzi, “il lavoro fisico contiene carattere di valore e di preziosità solamente mediante il dispendio di energia psichica”. In termini di “superamento costante degli impulsi all’accidia, al godimento, alla bella vita” (113) – al non fare. E talvolta all’inverso – lavorare è meglio di non lavorare? – anche se “il peso del non-lavoro viene percepito soltanto in alcune occasioni rarissime ed eccezionali, quelle stesse in cui non si avverte il peso del lavoro” (114).
“Ciò che viene effettivamente ripagato riguardo al lavoro, il titolo di diritto a partire dal quale si pretende in cambio qualcosa, è l’impiego dell’energia psichica necessaria per farsi carico e per superare le sensazioni interiori di ostacolo e di difficoltà” (115). Per la centralità, ribadita, del “processo psichico”: “La cognizione fondamentale all’altro capo della ricerca economica” è “il fatto che l’intero valore e l’intero significato degli oggetti e del loro possesso risiede nei sentimenti che essi destano” (116). Il lavoro, sia intellettuale che manuale, origina “nel sentimento e nella volontà”: “L’istanza della retribuzione” è “funzione soggettiva, guidata dalla volontà che la supporta, la fatica del lavoro, l’impiego di energia di cui abbisogna per la produzione ” (121).
Un’altra idea ricevuta è insidiosa. “Nella teoria del valore-lavoro una difficoltà emerge insormontabile, precisamente quella che sorge dall’obiezione assai triviale secondo cui esisterebe anche lavoro privo di valore e superfluo”. Quindi, tra i due estremi, una scala di valori intermedi: “Questo vuole dire che il valore del lavoro non si misura sula base della sua quantità, bensì dell’utilità del suo risultato”. Utilità che la teoria del valore-lavoro dà per costante – “l’utilità veniva presupposta in tale lavoro in quantità sempre uguale” – il netturbino non è meno “utile” del violinista. Un presupposto “troppo semplice”.
Non una riflessione anti-sociale, al contrario. La conclusione è che: “Nessuna cultura evoluta può sorgere senza la differenza tra lavoro più elevato e quello meno qualificato. La società più avanzata – purtroppo del tutto utopica – poterebbe giungere però, attraverso un cambiamento oggettivo e un cambiamento di valore sul piano psicologico, al punto in cui questa differenza nelle sue conseguenze pratiche per i soggetti corrisponda esattamente a quella tra maggiore e minore lavoro”.
Un lungo saggio di Francesco Valagussa, che ha curato l’edizione, mete in quadro questa critica con “La filosofia del denaro”, dentro la quale è stata poi integrata, “parte cospicua dela terza sezione del quinto capitolo”.
Georg Simmel, Filosofia del lavoro, Mimesis, pp. 129 € 9



domenica 29 agosto 2021

Ombre - 576

Il debito è cresciuto nel mondo al 75 per cento del pil, calcola “Il Sole 24 Ore”: è tre quarti del pil mondiale, col quale si paga. E va a crescere per il caro-tassi, gli indizi d’inflazione in Usa e altrove si confermano.
Con le crisi a ripetizione che hanno segnato il Millennio, banche, debito, coronavirus, salta la politica monetaria? L’economia retta da una politica che limita (amministra) la creazione di moneta, per evitare che la moneta stessa – scambi, produzione, lavoro, reddito - perda valore? Sarebbe un salto nel buio, nessuna teoria o strategia economica alternativa esiste o è allo studio.
 
Di Cristiano Rinaldo che lascia l’Italia, dove guadagnava molto anche grazie al fisco di favore, si è detto di tutto, la nostalgia, la moglie, la mamma, il primo amore (Manchester United), eccetto l’ovvio:  che non si ritrovava in un club, la Juventus, che non è una squadra – è infatti l’ultima in classifica, o penultima, benché spenda tre e quattro volte le rivali. Cosa che tutti vedono in tv, quindi la sanno anche i giornalisti, ma non la scrivono.

Se “grazzie” e “tiffosi” è il solo italiano che Ronaldo compita dopo tre anni in Italia c’è da ripensare la capacità di attrazione dell’Italia, non superiore a quella di un qualsiasi staterello dell’ex Terzo mondo. Non è così, ma è quello che uno straniero trova in Italia, anche se lo ha beneficato, come è il caso del calciatore – da fuori sembra migliore. L’odio-di-sé è distruttivo.

Si fa carico a Biden, presidente in età e un po’ emotivo, del disastro in Afghanistan. E il Pentagono, i comandi militari? E la Cia, con le intelligence  militari? Hanno abbandonato per prima la grande base che avevano costruito a Bagram, la meglio organizzata e servita, in grado di assicurare l’evacuazione di milioni di persone – a differenza dell’aeroporto di Kabul.
 
“Gli scontri tra magistrati sono degenerati alla vigilia delle nomine alla guida delle Procure di Milano e Roma”, constata “Il Sole 24 Ore”. La scoperta dell’Africa, che tutti conoscevano.
E ancora no ci dicono perché queste Procure sono ambite. Perché sono centri di potere enormi, e incondizionati. Tutto nel nome della giustizia.   
 
La Corte Suprema cinese dichiara infine illegale il “996”, l’orario di lavoro dalle nove alle nove, per sei giorni la settimana. In un regime comunista. E solo dopo la morte di alcuni operatori per eccessivo stress, le cui famiglie hanno fatto causa.
 
Il 996 cinese implica 128 ore di straordinario al mese, invece delle 36 ore consentite per legge. Ma la pratica è corrente. E ha contribuito non poco al boom, specie nel settore tecnologico. Per esempio la piattaforma Alibaba di Jack Ma. Un miracolo di sfruttamento, poco tecnologico.
 
Nella tragedia afghana bisogna ogni mattina montare le corrispondenze degli inviati. La più parte confuse – non si può sceneggiare a volontà. L’ultima è sul C-130 italiano fatto segno a fuoco da “arma corta”. Colpire un aereo col mitra? Sì, se sta fermo, a qualche decina di metri. L’aereo dopo il decollo vola alto -  anche un C-130, pesante, lento. Come si fa a colpire un aereo in volo con un’arma corta?
 
Kylian Mbappé, nazionale di Francia, francese figlio di immigrati, dall’Algeria e dal Camerun, rifiuta di giocare nel Paris Saint-Germain, il club che pure spende più di tutti, perché il campionato francese è di serie B. L’integrazione è difficile, la stabilizzazione – l’emigrazione è una forma di nomadismo.
 
Leoluca Orlando vuole ospitare “gli afghani nei borghi disabitati”. E “la Repubblica” ci crede, lo appoggia, gli dà una pagina. E non si sa se è più malafede politica, come un po’ tutto è stato in Orlando, o stupidità. O, al fondo, non razzismo: cos’è un afghano? e ringrazi che gli diamo un tetto, abbandonato.  
 
La Francia aveva evacuato i “suoi” afghani a partire da febbraio, quando la decisione è stata presa di ritirare le truppe Nato. Non era difficile saper e che il ritorno del paese ai Talebani non sarebbe stato indolore.
 
Il Psg di Parigi, la squadra degli sceicchi del Qatar, che si fa un fiore all’occhiello del rifiuto della Superlega, è il club che più spende, e più può spendere. Grazia all’alle
anza col presidente della Uefa Ceferin, anche lui nemico della Superlega. Una guerra di mafie? 

Tolstoj secondo Alvaro

È la prima edizione italiana, nel 1942, dei racconti di Tolstoj, scelti dalla figlia Tatjana, e da lei affidati per la traduzione ad Alvaro. Con buona parte della dettagliata presentazione che la stessa Tatjana scrisse allora per l’edizione Mondadori, sui riferimenti e i tempi della composizione dei vari racconti, e sui loro ritrovamenti nel lascito.
Il racconto lungo “Il diavolo”, testo non pubblicato da Tolstoj perché in parte autobiografico, sul padrone che s’incapriccia di una contadinotta – con due finali. Il cavallo poi celebre di “Passolungo”, il racconto forse più amato. Un anticipo della “Sonata a Kreutzer”, sotto il titolo  “Come il marito uccise la moglie”. Le “Memorie di un pazzo”, all’origine “Memorie di un non pazzo”, sulla crisi spirituale sopravvenuta dello scrittore, altro testo che non volle pubblicare. Un apologo, “Alioscia Brocca”, su un Giovannino avventuroso. E i “Primi ricordi”, scritti su sollecitazione del primo biografo, con i ritratti del padre, della madre che Tolstoj non conobbe (morì quando aveva un anno e mezzo), della “zia” Tatjana Alessàndrovna, lontana parente innamorata segretamente del padre, una vice-mamma di cui Tolstoj condivide tutto, la saggzza, la calma, la generosità, l’abilità al pianoforte, e del fratello maggiore – di sei anni – Nicolino, Nikòlenjka, gran lettore e grande narratore, fantasioso creatore di giochi per i fratellini, tre, a scalare di un anno. 
La traduzione di Alvaro è tolstojana: scorrevole, sicura, autorevole. In più punti Tolstoj sottolinea il carattere russo, di personaggi , umori, situazioni. Il rapporto con la servitù, il riserbo nelle effusioni, negli usi, indirettamente l’amore inconfessato di Tatjana Alessàndrovna per il padre.  “Mio padre a vent’anni non era più un giovane innocente”. S’era arruolato a 17 anni, “malgrado l’orrore, la paura e le suppliche dei suoi genitori” – erano gli anni delle guerre napoleoniche, nelle quali, non si dice, ma si moriva in quantità (ministro della Difesa “il principe Alessio Gorciakov, parente stretto di mia nonna, principessa Gorciakov”, generale al fronte il fratello del ministro, Andrea Ivanovič). “Fece le campagne del ’13-‘14”, di Russia, con la ritirata napoleonica, mandato come corriere in Francia fu fatto prigioniero, “e non fu liberato che nel ’15, quando le nostre truppe entrarono in Parigi”. Ma “anche prima dell’inizio della carriera militare, cioè sui sedici anni, era stato unito dai suoi genitori, per ragioni di salute, secondo le idee di allora, a una ragazza della servitù. Da questa relazione nacque il figlio Myscenka” – un fratello che sempre farà ricorso in seguito per aiuto a Lev e agli altri fratelli.
Lev Nikolaevič Tolstoj,
Racconti e memorie (nella traduzione di Corrado Alvaro), SE, remainders, pp. 188  € 9,50