sabato 11 settembre 2021

L’Occidente preda dell’islam

Cosa resta dell’11 Settembre? Una sconfitta. Brutta, e forse epocale: l’Occidente potrebbe essere passato sotto il giogo dell’islam, in casa e fuori, all’ombra dei suoi falsi amici, Pakistan e principati arabi. Una sconfitta culturale, innescata dall’attacco militare, ma ben politica: i mussulmani, benché piccola minoranza, sono all’offensiva in Europa e in America, imponendo i linguaggi, e prendendosi il potere, politico ed economico, dal calcio alla finanza. Il Libano, un paese biconfessionale, ne è la prova. Approfittando delle opportunità e le garanzie che la democrazia offre, senza un impegno di accettazione sincero, della duplicita facendo anzi norma.
Si chiede Michael Walzer dell’11 Settembre: “Perché ci odiavano? Che cosa rappresentavamo? Quali erano i nostri valori? Ed era giusto combattere per difenderli?” Una lettura disfattista, per essere Walzer uno studioso della guerra: come se la guerra fosse colpa dell’aggredito. Senza porsi la domanda essenziale: perché un terrorismo che si dice – si diceva, un po’ sì è rotto i denti - ispirato da Maometto colpisce chi i maomettani onora e privilegia e non i principati corrotti e crapuloni del maomettanesimo.
 “Il terrorismo ha fallito” – Boris Johnson? No, il terrorismo non ha fallito. Ha fatto fare passi giganteschi ai mussulmani in Europa e in America. E domina le coscienze, si fa per dire, del mondo mussulmano: l’11 Settembre vi è una data memorabile, anche se non ci celebra più nelle piazze, la taqyia imponendo l’ipocrisia, la falsa condanna. Al Qaeda e ls non sono gli “Assassini” del Vegliardo della Montagna, di cui favoleggiavano i Crociati, quelli che attaccavano i “corrotti della terra”, cioè i cattivi mussulmani. Istruiti e muniti dalle potenze arabe corrotte, attaccano l’Occidente, sul terreno e nei valori.
Non è questa una rappresentazione alla Houellebecq. Non è prevenuta: un altro islam si è conosciuto, fino all’insorgere, sono trent’anni ormai, di questo terrorismo “crociato”, in Europa e nei Paesi arabi più democratici, in Algeria soprattutto, dove ha fatto mezzo milioni di morti, e all’insegna delle “primavere arabe” in Egitto e Tunisia. Ma lo è, radicale: bisogna dire le cose come stanno.
L’islam è all’attacco in Europa e in America. All’ombra del terrorismo, che a parole finge di condannare. Se ne serve per pretendere di più e di meglio: posti, cariche, e accettazione – mentre non smette la duplice appartenenza, e anzi la pretende (un pakistano la regina lo farà pure Lord ma si vorrà sempre pakistano). Un terrorismo che, stranezza, non si applica alle sue classi dirigenti corrotte, ladre, incapaci, e alla povertà così diffusa in paesi “ricchi” come l’Iraq, l’ Iran, la Libia. All’attacco in un Occidente che non si sa difendere – non ci pensa, fa di tutto per non farlo pensare. Sempre rimproverandosi, assurdo, la cattiva coscienza – ma chi ha offeso chi nella storia?
L’America si autoflagella per il ritiro dall’Afghanistan, che era la sola cosa sensata da fare: perché aiutare chi non vuole aiutarsi - si sono presi i dollari, e ne hanno riso? Ma non fa, dopo venti anni, il processo agli attentatori dell’11 Settembre.

Camilleri grasso

Un racconto dell’altra vena di Camilleri, quella “grassa”: di stratagemmi e furbizie a fini di letto, a opera di signore e signorine a cui piace. Su fondo scurrile, di pie donne, preti e pratiche monacali. Specie in Sicilia, a torto seppellita Brancati, gli “ingravidabalconi”.
Il “boccone del povero” è, nel 1919, la mensa per i poveri e gli impoveriti che le pie dame allestiscono. Nella storia è un giovane Adone, anzi Apollo, che le dame si servono a sazietà, con vari accorgimenti – la tela del racconto. Finisce con due donne che se lo contendono nude. Cioè, non finisce.
Andrea Camilleri, Il boccone del povero, “la Repubblica”, pp. 44, gratuito col quotidiano

venerdì 10 settembre 2021

La rivoluzione dell'euro - il lavoro è più povero

In una cultura che vive di celebrazioni, nessun accenno ai vent’anni, tra poche settimane, dell’euro, dell’entrata in funzione dell’euro come moneta di scambio quotidiano. Ci sarà un motivo. Stabilità monetaria massima - soldi a costo zero, quasi conviene indebitarsi. Ma per fare che? L’Europa, non solo l’Italia, è perplessa e depressa. Probabilmente perché l’euro ha comportato il più grosso – inimmaginabile - trasferimento di reddito della storia sociale, della sua parte  documentabile, senza dirlo: dai percettori di reddito fisso, la metà o qualcosa di più della popolazione, ai produttori e fornitori di merci e servizi, dalla fabbrica automobilistica al fruttivendolo – negozianti, commercianti, ristoratori, baristi, macellai, droghieri, e intermediari di ogni genere, i vecchi, ora dominanti, ceti parassitari. E supermercati, centri commerciali. Si veda nel rapporto consumatori-commercianti: le sigarette da 5 mila lire a 5 euro, il caffè al banco da mille lire a duemila (un euro), un kg. di frutta da 2-3-4- mila lire a 2-3-4 euro, un kg. di pane, un litro di latte, la carne, il pesce, l’abbigliamento, la benzina, perfino le tariffe autostradali.
Con, in più (in peggio) dell’effetto reddito, l’inevitabile incertezza e infine scoraggiamento di quella metà più uno della popolazione. Col paradigma dell’insicurezza che paradossalmente si è innervato sulla stabilizzazione – l’euro è un progetto di stabilizzazione monetaria.
Tutto è nato con la fissazione del valore dell’euro a due marchi tedeschi invece che a un marco. Di cui non è stata fornita la ragione – strano, ma è così: innumerevoli i saggi sull’euro al varo, ma non sappiamo perché si è voluto raddoppiarne il valore (per scoraggiare l’inflazione, si è detto, ma non c’entra nulla – semmai ha prodotto un’inflazione mascherata, non censita, “furba”: dai prezzi al consumo raddoppiati alle superbollette, di beni e servizi, luce, gas, telefono, spazztura, acqua).
In un sistema fiscale come quello italiano, basato sulla tassazione del reddito fisso, documentabile, ciò ha comportato anche la dequalificazione-depressione del lavoro dipendente – in particolare della Funzione Pubblica, che nel ventennio dell’euro si può dire inselvaggita, inerte. Del lavoro in quanto forza impiegata, diciotto milioni di persone, che a volte mantengono un coniuge e un figlio, quindi della metà della popolazione almeno. E in quanto capacità di entrata e di spesa.

Dante scienziato della parola

Opera del 1933, dopo lo studio matto e disperato dell’italiano, “la più dadaistica delle lingue romanze”, mentre in Armenia il poeta tentava di rifarsi una vita. A Dante accomunato anche dalla comune disgrazia politica, e dall’esilio, dove entrambi muoiono (Mandel’stam al confino in Camciatka).
Il saggio sarà recuperato solo nel 1967. Pieno di spunti originali, dopo la folgorazione che sarà stata l’ultimo atto dell’opera sperimentale, comunque originale, dello stesso Mandel’stam: “Io sono convinto che tutti gli elementi dello sperimentalismo moderno siano presenti nel trattamento dantesco della leggenda”.
Una “conversazione” in realtà sul fare poesia. Insieme con Dante, Mandel’stam riscopriva Petrarca – di cui farà spettacolini di dizione, nelle sue stesse traduzioni, a beneficio dei compagni di confino: dopo morto varie testimonianze di sopravvissuti ne ricordano le serate a recitare brani della “Divina Commedia” e di Petrarca, accovacciato in cenci, vicino a un immondezzaio, in bocca zollette di zucchero per tenersi su. Sul poeta creatore di immagini, dal concerto di parole. Ma di immagini precise, a tutto tondo. A Dante attribuendo la sua propria passione per le scienze esatte: “Una collezione di minerali sarebbe un commento perfetto all’organismo della ‘Commedia’”.      
Una filologia diversa, di genialità – illuminazioni. “Parlare è sempre essere in cammino”, anche con le parole più trite: diciamo “sole” e “compiamo un lunghissimo viaggio”, anche se “siamo talmente abituati che ormai viaggiamo dormendo”. Dante è un pellegrino inetto, o forse  recalcitrante, che molto lascia al lettore, l’“esecutore creativo” della poesia. Un po’ a modo suo, di Mandel’stam. “Bisogna essere talpe cieche per non vedere che in tutta la ‘Divina Commedia’ Dante non sa come comportarsi, dove mettere i piedi, non sa cosa deve dire, né come fare un inchino”.
Ritorna con la celebrazione dantesca in duplice riedizione. A cura di Serena Vitale quella Adelphi, per la traduzione di Vanessa Filippovna quella Luni, con prefazione di Alesandro Masi.
Osip Mandel’stam,
Conversazione su Dante, Adelphi, pp. 116 € 13
Luni, pp. 80 € 13

giovedì 9 settembre 2021

La cultura rinacque a Squillace

Nello stile agiografico che predilige, lo storico medievista prova a ricostruire vita e opere di un personaggio tanto grande quanto pubblico, ma rimasto in sonno per secoli. Per l’“età oscura”, come si suole dire, in cui visse? Con Roma regno dei barbari? Per l’origine, e la fine, marginale, a Squillace in Calabria? Per una disavvertenza della storiografia, a lungo laica? Per l’inesistenza, o insufficienza, dilettantismo, di una storiografia locale? Stante anche lo stato pietoso degli archivi, al di sotto di un certo parallelo. Fatto sta che Cassiodoro è il fondatore, nientemeno, della cultura medievale. Ed è uno dei “padri storici”, insieme con Benedetto da Norcia, del monachesimo occidentale – “Roma, i barbari e il monachesimo” è il sottotitolo del volume di Cardini. Nonché scrittore, in età, di “Varia”. Non libero (libertino) come sarà Eraamo, ma il genere, che sarà degli “adagia”, lo ha avviato Cassiodoro. L’esperienza di governo e le riflessioni letterarie raccogliendo, una volta abbandonati gli affari pubblici, in una sorta di diario, che chiamò appunto “Variae”.
L’esperienza monacale sperimentò e divulgò ritirandosi dagli affari pubblici nel 538, a conclusione della guerra gotica portata contro Roma da Giustiniano, con la sconfitta del regno ostrogoto di cui era stato il ministro, sotto Teodorico il Grande, Amalasunta, Atalarico e Teodato. Al paese natale, Squillace, dove costituì un centro di creatività e diffusione di quella che sarà la cultura medievale, chiamato Vivarium. Un centro non meno vivace del coevo Montecassino, che ispirò e gesti per metà buona sua vita attiva, morendo quasi centenario nel 580.
Franco Cardini, Cassiodoro il Grande, Jaca Book, remainders, pp. 171 € 7

Cronache dell’altro mondo - terroristiche (139)

Il ritiro disordinato da Kabul è caduto quaranta giorni prima del ventennale dell’l1 settembre, data epocale per l’America: un attacco mortale in casa, mai avvenuto nella storia. L’America non ne ha tratto alcuna lezione, né in termini politici né in termini militari?
Accanto ai cinque terroristi in attesa di processo per l’11 Settembre, in aggiunta ai due già condannati per direttissima, ci sono funzionari sauditi, indiziati su querela di parte per avere protetto alcuni degli attentatori. I terroristi piloti si erano addestrati, su indicazioni e con borse di studio saudite, negli Stati Uniti.
Il processo contro gli attentatori dell’11 settembre dura in America da poco meno di venti anni. Con rinvii di ogni tipo, nel 2009 voluto anche dalla Casa Bianca di Obama, e più di una sostituzione nella corte giudicante – otto nuovi giudici, a scadenze diverse, hanno dovuto ognuno familiarizzarsi con le 35 mila pagine degli atti.
Uno degli attentatori, Khaled Sheikh Mohammed, era stato individuato da tempo quale responsabile delle bombe al World Trade Center nel 1993, e di un piano per far esplodere aerei di linea sul Pacifico  nel 1995. Nello stesso anno 2001 poteva essere arrestato a Doha, ma il dipartimento di Stato bloccò l’operazione, per non dispiacere alle autorità del Qatar. 

Ecobusiness

La legge restrittiva del Texas sull’aborto, ammesso fino a sei settimane, promossa in un quadro politico “pro familia”, ha aperto il dibattito sulla politica demografica negli Stati Uniti, se non sia opportuno passare da una politica demografica restrittiva a una natalista – di incrementare le nascite invece di controllarle. La Cina anche, è già passata dal malthusianesimo, col controllo rigido  delle nascite, limitate comunque e una per coppia, al natalismo.
Lo scopo della nuova legislazione cinese è di assicurare un futuro alla popolazione esistente.Così la politica natalista della Ftrancia dai tempi di Pompidou, quindi da ormai mezzo secolo, dopo un secolo di denatalismo.
La denatalità, con controllo delle nascite, è pro o contro l’ecologia, la protezione dell’equilibrio ambientale? Il calcolo di Malthus non si è avverato, e non si avvicina. L’ultimo mezzo secolo ha  visto la popolazione mondiale crescere, e più che crescere la produzione agricola-alimentare, non più limitata dalla scarsità della terra, e del lavoro. Con una distribuzione molto migliorata della distribuzione mondiale degli alimenti. In un quadro generale di crescita della ricchezza mondiale e media, in percentuali più elevate che la crescita demografica.
Keynes poteva ancora, nelle “Conseguenze economiche della pace”, prospettare un’Europa instabile per il teorema Malthus, di una pressione demografica sulla catena alimentare. Un secolo dopo, con la popolazione più che raddoppiata, in Europa e nel mondo, la fame è un ricordo. C’è - c’è stata e c’è - una “rivoluzione verde” anche in agricoltura: i critici contemporanei di Malthus possono
far valere che la rivoluzione verde produce di più di quanto la popolazione aumenti.

mercoledì 8 settembre 2021

Ecobusiness

Il piano europeo di decarbonizzazione al 2030 è gesto forse nobile ma è come tagliarseli. Come il voto di castità non riduce la lussuria, così l’Europa tutta green non riduce la CO2, si è solo procurata gravi anni economici. Le emissioni europee di CO2 sono  il 9 per cento del totale mondiale. E la Ue a già fatto moltissimo per la riduzione della carbonizzazione. Negli ultimi trenta anni, mentre l’Europa riduceva le emissioni di CO2 di circa un miliardo di tonnellate, in America e in Asia si aumentava di 12 miliardi, di tonnellate.
Il nucleare non è una soluzione ponte, verso la transizione energetica. Richiede dagli otto ai dodici anni, tra processi autorizzativi, costruzione, avviamento. In Italia il nucleare è comunque proibito per legge, sulla base del referendum del 1987. In Germania i dodici impianti in attività vanno a dismissione, da completare entro il 2022. La Francia, che ha molte centrali in attività, la deve ridurre per regolamenti  più restrittivi alle emissioni e per la vetustà degli impianti, molti avendo più di quarant’anni.

Cronache dell’altro mondo – terroristiche (138)

“Il nuovo presidente dell’Emirato islamico dell’Afghanistan dovrebbe essere Abdul Ghani Baradar, già vice del mullah Omar. Baradar fu catturato in Pakistan dalla Cia nel 2010 ed è stato rilasciato dalle autorità locali su richiesta americana nel 2018. Dal 2017 è inserito nella lista dei terroristi dell’Unione Europea” – Mattia Sorbi, “la Repubblica”, 4 settembre.
No, due giorni dopo i Talebani formano un governo di ricercati. Per terrorismo, il capo del nuovo governo e mezzo governo: tutti nelle liste wanted, in sede Onu e Interpol. Ma è vero: non c’è solo mezzo governo a Kabul di terroristi, condannati dall’Onu e sulle liste dei ricercati, il governo è stato mediato (organizzato) da Baradar, che stava in prigione per terrorismo, quando fu fatto liberare dagli americani, per mediare un governo di transizione, e per averlo interlocutore a Doha (Qatar) nei negoziati per il ritiro. La cultura americana del no ethnicism sembra stupida: tutti uguali, tutti americani – cioè, anche fuori degli Stati Uniti, senza nessun controllo  sotto nessuna legge?
Vogliamo i Talebani al potere come già la Fratellanza mussulmana, quella delle famose “primavere arabe”. L’islam fondamentalista, antifemminile, barbuto, assassino, è il cocco dell’Occidente, dell’America? In simbiosi con i potentati del Golfo, che così allontanano da sé l’Arco delle Tempeste, dove sarebbe più opportuno e invece non c’è?

Sherlock Holmes va a ritmo di danza

La chiave dell’arte di Conan Doyle, del successo di Sherlock Holmes.
Il racconto, rilanciato in Francia nella collana “Les Oeuvres Libres”, mensile che negli anni 1920 pubblicava inediti d’autore, è ripreso dalla raccolta del 1922  “Gli archivi di Sherlock Holmes”, quando Conan Doyle più non curava il suo personaggio, dedito allo spiritismo. Non ricompreso successivamente, nel 1927, nella raccolta “Il taccuino di Sherlok Holmes” (The Case Book of Sherlok Holmes).
Un racconto semplice: una donna è stata assassinata, con un colpo di pistola, arma che viene trovata abbandonata sul pavimento del guardaroba della giovane baby sitter dei suoi tre figli. La donna, di origine brasiliana, in gioventù bellissima, che aveva fatto innamorare a prima vista un giovane inglese futuro ricchissimo uomo d’affari, era da tempo la moglie indesiderata, il ricchissimo marito essendosi invaghito della baby-sitter.
Si procede come d’obbligo: i sospetti vanno alla baby-sitter, e in subordine al marito, benché ricchissimo e importante. Ma è lui stesso a volere, con insistenza, Sherlock Holmes nella ricerca del colpevole. Per scagionare la baby-sitter, ma anche per un dovere di verità con la defunta. E dunque? La chiave è la sorpresa, e questo si sa. Che può essere banale, ma si sottrae all’intuito e alle elaborazioni del lettore, fino a che non viene scoperta.
Qui Conan Doyle fa di più: sottolinea l’indizio, che anticipa. Lo sottolinea perché non sfugga, nel momento in cui Sherlock Holmes sa del caso dai giornali, prima ancora di essere richiesto dal vedovo ricchissimo di occuparsi del caso. Quando Holmes legge dell’assassinio, scandisce, a proposito della pistola ritrovata: “Sul – pavimento – del - suo – guardaroba”. Quindi il colpevole non è la baby sitter – e non è il ricchissimo ora vedovo.
La chiave è la scrittura, che tiene lo stesso avvinti: un passo avanti e due laterali. Della digressione, o del caso parallelo, q.b. per rilanciare l’attenzione sul caso principale, ma senza farlo dimenticare. Un detective che va a ritmo di danza, dunque, ma non è ridicolo.  
Disponibile purtroppo, in lettura online e in ebook, in francese

Arthur Conan Doyle, La rivale, wikisource, free online

martedì 7 settembre 2021

Problemi di base - 656

spock

Lavorare è meglio di non lavorare?
 
Essere primi: nel salto in lungo, al fronte in guerra, volontari antincendi, cavie del vaccino?
 
I tipi che abbandonano la nave prima che affondi, dove vanno?
 
L’amore di sé come auto-allattamento?
 
Per aspera ad astra o viceversa, con Bezos e Musk?
 
Dove si arriva quando si va fino in fondo?
 
Se il bianco e nero e il nero è bianco, saranno tutti della Juventus?
 
spock@antiit.eu

La Calabria in copia

Un viaggio del 1840 circa, di un geografo, cartografo, teorico della fotografia, scrittore di varia, presidente per un decennio dal 1852 al 1861 della parigina Société des Gens de Lettres, un poligrafo insomma, affidato a un ricordo che la sua bibliografia ha dimenticato (lo recupera qui con dottrina Giovanni Sole), che non dice nulla di nuovo. Un abbozzo di libro di avventure – soprattutto di briganti, dal vero e per ridere. Con tutti gli stereotipi, quanto al luogo, la Calabria, che un lettore si attendeva. Lusinghieri: “Quante disgrazie hanno patito le Calabrie da quando Annibale, devastandole per tre lustri, distrusse per sempre lo splendore della più bella regione d’Italia!” - Wey ha dimenticato i terremoti, ma ha fatto risorgere Annibale. E non: per la sporcizia, e per la violenza, che si perpetua nella “vendetta” – “che non è solo corsa” – e nelle faide.
Per il resto miserie e (poca) nobiltà. “Animali e padroni convivono nella stessa casa”, i maiali. Un tentativo di scippo, quasi cruento, si conclude nel migliore dei modi quando un capo dei capi, che si rivelerà essere il barone del luogo, “un gran bell’uomo, dallo sguardo imperioso, scuro come un africano”, con “una giacca stondata, sporca e unta come una padella da friggere, e un vecchio cappello calcato sulla fronte”, convoca un giudizio sotto un grande ulivo e prende a bastonare i malviventi – una scena ridicola, che forse Wey immagina teatrale (tentò anche il teatro).
Sul ruolo, il personaggio, la casa, le donne di casa, del barone Cefalì, il soccorritore, Wey è dettagliato e veritiero. Specie sul ruolo “feudale” – il rispetto – che il barone mantiene dopo l’abolizione legale della feudalità, nel 1806. Ma molte cose racconta incongrue. Da Reggio risale in gita al Passo del Mercante, che dalla città dista qualche giorno di cammino. Dal Passo domina la Piana di Gioia Tauro, altra geografia non possibile. E incon tra il “massiccio dell’Aspromonte” all’inverso – “ci nascondeva alla vista la terra d’Africa”, mentre la montagna sta bene a Nord di Reggio, dela “vista” dell’Africa. Incontra Locri – le “rovine” descrivendo, come fossero già scavate, mentre lo saranno quasi un secolo dopo – a quattro passi da Reggio, da dove invece ci vogliono un paio d’ore, con la velocità di ora. Descrive con singolare accuratezza lo Stretto dk Messina: “Capo Peloro s’immergeva come una lama nel seno d’Italia, sembrava di essere in fondo a un’ansa”, lo Stretto si vede e si attraversa come un lago. Ma, guardando Stromboli da Scilla intravede “la luce dorata dell’Africa”, che non si sa cosa sia, ma Stromboli è a Nord di Scilla, in linea d’aria con la Sardegna.
Naturalmente anche Wey è in Calabria all’inseguimento della Grecia. Che crede di avere trovato in una ragazza con la quale balla in singolo la tarantella (ballo a rotazione, n.d.r.). E la descrive in lungo, naturalmente come una statua classica. Ma a Spezzano, che poi vorrà chiamarsi Spezzano Albanese.
Non una stonatura? La maggior parte degli Albanesi di Castriota, gli albanesi in Calabria, secondo Wey, erano greci, dell’Epiro e della Macedonia. Questo è più che possibile, che gli albanesi allora, metà Ottocento, si facessero passare per greci - allora, prima cioè dei fondi europei per le minoranze etniche e linguistiche. Ma resta comunque il sospetto di un plagio, di un’operina di viaggio copiata. È infatti analoga al racconto di viaggio, questo documentato, che l’archeologo Arthur John Strutt, inglese romanizzato, aveva compiuto a vent’anni a piedi in Calabria nel 1838, o forse nel 1841, e aveva documentato in un libro di successo, “A pedestrian tour in Calabria&Sicily”. Teresa Reda, nella nota al testo, rimarca “una serie singolare di coincidenze annotate negli scritti dei due”:  l’aggressione dei banditi-briganti, ricomposta dal barone, e i compagni di viaggio - si chiamano Evariste Fouret e Charles de Valfort, barone, in Strutt, Evariste F. e Walfort, pittore, in Wey. 
Francis Way, Scilla e Cariddi, Rubbettino, pp. 95 € 7.90



lunedì 6 settembre 2021

Perché tante bugie sul nostro Afghanistan

Perché l’ambasciata italiana a Teheran ha chiuso a Ferragosto, tutti rientrati, anche se c’era molto lavoro da fare, soprattutto per i rimpatri? Unica fra tutte le ambasciate europee. C’è stato un ordine, evidentemente, poiché per tutti erano previsti mezzi e tempo per il rientro.
Si continua a eroicizzare Tommaso Claudi, il giovane che la foto immortala mentra solleva un bambino per salvarlo, come il console a Teheran, mentre è un operatore dell’ambasciata che è rimasto volontariamente a Teheran - un funzionario della sezione commerciale, terzo funzionario della sezione commerciale di un’ambasciata di secondo rango e sede disagiata.
C’era una volta un ministero degli Esteri intelligente e attivo. È ora un poltronificio? Di incapaci? E il ministro, che ci sta a fare?
All’arrivo – previsto e organizzato - a Ciampino degli Afghani che sono riusciti a valersi del ponte aereo italiano non c’era nessun interprete (“mediatore culturale”): si è andati avanti con un po’ di inglese maccheronico, a gesti, e nella confusione. Gli Esteri dicono che toccava all’Interno…
Non solo l’ambasciata è stata chiusa senza necessità, ma non sono state date disposizioni per l’imbarco verso l’Italia delle persone cui a Herat, a Kabul e altrove era stato concesso il visto con la promessa d’imbarco. Persone che hanno dovuto sorpassare ostacoli incredibili per  presentarsi all’aeroporto a Kabul, molte le donne, con figli, hanno trovato i Carabinieri che non sapevano che farsene dei loro lasciapassare.
Un minimo di autocritica? Ci sarà sempre una Farnesina capace solo di scappare, e un Interno incapace, dopo quaranta o cinquant’anni di immigrazione di massa, di gestire gli arrivi, con un po’ d’inglese e qualche regola, comprensibile?

Sherlock Holmes, la logica dell’illogico

Lo Sherlock Holmes di semrpe, in una delle tantissime raccolte, più o meno angolate su un filone o anche alla rinfusa: tutto fumo se si vuole, e intelligenza. In occorrenze, al solito, le più inveromili: la caccia a individui dallo stesso nome, il barone casanova con un segreto, chi non ne ha?, l’inquilina che nasconde un’altra faccia sotto la veletta, la gara al gioiello con un ladro emerito, o il sospetto di vampirismo, con un po’ di razzismo, nella moglie che viene dall’Est. 
Sherlock Holmes non si preoccupa dell’inverosimiglianza. Ma il lettore, stranamente, nemmeno – anche, evidentemente, dopo tanto tempo, alla rilettura. Forse non è tanto il talento di scoprire l’arcano il segreto di Sherlock Holmes, ma la sua abilità a crearlo, a trascinarci nell’inverosimile. Nella logica dell’illogico.
Arthur Conan Doyle, Il taccuino di Sherlock Holmes, Newton Compton, pp. 256 € 5,90 

domenica 5 settembre 2021

Ombre - 577

A Napoli la Lega presenta la propria lista fuori tempo massimo. Cioè non proprio fuori tempo: varcando la soglia della prefettura un secondo prima, ma senza ancora essere entrati nell’ufficio elettorale – l’avvocato incaricato di presentare la lista, naturalmente, ha sempre qualcos’altro da fare… In maniera che l’esclusione sia sancita d’ufficio.
In effetti la destra, che probabilmente continua ad essere maggioritaria nel Paese, come ormai da quasi quarant’anni, non governa perché è un’area politica di capi e capetti. Non c’è destra senza ducismo.
 
È innamorato di Salvini, “politico dal carisma straordinario”, l’avvocato italo-congolese Vens Kahumba Mulosi, che ostenta la sua adesione alla Lega che ora lo candida – “sono tesserato”.
L’avvocato assicura anche che la Lega non è razzista – lo è solo con i meridionali?
 
Lukaku: “L’Inter mi ha tolto dalla merda. Ma volevo il Chelsea”. Semplice: la beneficenza non aiuta. Nemmeno nei riguardi di Conte, l’allenatore, che ha “rifatto” Lukaku, cioè lo ha fatto.
 
Dopo l’ “affare Neymar” nel 2017, da poco meno di mezzo miliardo, il suo passaggio dal Barcellona al Psg, garantito dalla società del Qatar in ogni aspetto, anche fiscale, come rivela il quotidiano “El Mundo” - superato dopo tre mesi da Messi con lo stesso Barcellona, un contratto da 555 milioni - “fu la fine della concorrenza”, spiega Capello sul “Corriere della sera”: “I prezzi si sono impennati”, i bilanci sono diventati ingestibili”, grandi società “si sono impantanate”. E ora il calcio è tre società: “Il Chelsea di un ricco russo, il Psg che ha lo Stato del Qatar ale spalle, e il Manchester City di un Emirato”.
 
Peggio, spiega ancora Capello, i ricchi trasferimenti impoveriscono il sistema: “Le risorse derivanti dai trasferimenti non restano nel sistema ma finiscono nelle tasche di giocatori e procuratori”. Negli ultimi dieci anni “sono stati pesi 3,5 miliardi in commissioni agli agenti”.
La cifra è enorme. Senza “sfioramenti” per i direttori sportivi?  
 
Ventidue candidati sindaco a Roma, duemila candidati consiglieri, in trentanove liste. L’abolizione dei partiti politici ha moltiplicato l’arroganza.
 
Molte candidature e molte liste sono state create solo per disturbo: per togliere voti, per prossimità, politica o comunque di seguito politico, al candidato che si teme, a destra e a sinistra, e abbassare la soglia per il ballottaggio. Un voto scarsamente popolare, dominano le tecniche, furbe.   
                                                                                               
“Poverino, va alla scuola di Renzi che predica che i poveri devono soffrire senza reddito di cittadinanza”, Barbara Collecchio (Bartezzaghi la chiama Collevecchio), “analista junghiana”. “Barbara, questo tweet è aberrante. Te la prendi con un ragazzo di 21 anni  per un orologio. Vergognati e chiedi scusa”, Carlo Calenda, “candidato sindaco” (di Roma). Sui social e su “la Repubblica”, il loro giornale. Ribolle così a Roma a sinistra la campagna per il sindaco.
Il veltroniano Pd è stato una scuola rovinosa? E “Renzi che predica che i poveri devono soffrire senza reddito di cittadinanza”: davvero Collecchio-Collevecchio è analista, in esercizio?
 
“Gli spaghetti al pomodoro non hanno prezzo”, decreta entusiasta il gastronomo del “Venerdì di Repubblica” Melilli: “Lo chef Fulvio Pierangelini li faceva pagare 50 euro”. Davvero, venti anni fa? E c’era chi li mangiava? Poi dice che il tycoon è americano, il riccastro, e un po’ trumpiano - come se Trump fosse scemo.
Anche la gastronomia è sui giornali come la critica letteraria, serve a fare pubblicità.   
 
Il segretario Pd si candida a Siena senza il simbolo del suo partito. Per non dispiacere ai 5 Stelle, certo, che ne appoggiano la candidatura. Ma un segretario? Un partito succube di Grillo? Potrebbe chiamarsi portavoce. Di un partito del Dubbio.
 
Si scopre ora che Donnarumma è stato assunto al Psg, ad altissimo prezzo, per fare la riserva a Navas. E anche ora si minimizza. Il giornalismo al servizio del procuratore del calciatore. Fantastico. Pazzesco.
 
Dei tre filosofi che obiettano la libertà no vax, uno, Vattimo, è anche per i vaccini (“ci si può vaccinare, certo, perché no?), effetto dell’età, uno, Cacciari, insegue Sgarbi come personaggio tv, e uno, Agamben, presume solo di sé - in un certo senso è auto vaccinato. Ma, e la filosofia?
  
Non ci sono solo i filosofi, c’è anche Landini, il capo della Cgil. Uno che è l’ospite “preciso” dei talk-show in tv: l’attesa, promettente, con gli sguardi, l’attacco sornione a inizio intervento, come il ciclista scalatore nel lungo preambolo in pianura, poi lo scatto-botto, alla Sgarbi – applausi. Si assiste così all’invereconda scena della Confindustria che vuole tutti vaccinati. Responsabilmente:  non si può fermare la produzione perché c’è un contagio, la produzione richiede accordi e impegni specifici, scadenze, penali, eccetera. È una cosa seria. E ha di fronte, a protezione dei lavoratori, un saltimbanco. Moderno, certo.


Capita di incontrare un amico di vecchia data, medico, chirurgo, che oppone, con veemenza, il bugiardino del vaccino anti-covid. Come se il bugiardino della Aspirina fosse più tranquillizzante. Sono persone che hanno avuto paura, sin da bambini, della iniezione? E fanno i chirurghi? No, sono - medici, adulti, di esperienza - fautori del complotto. A partire da Israele, naturalmente. 
Ecco, dove è finita la politica. In assenza di ideali, di un progetto, di un impegno in positivo, si vive di scemenze. 

Perché l’Occidente sta con i sunniti

Si rinnova a ogni occasione, col Kossovo contro la Serbia, con le “primavere arabe”, fino alla castrazione in Libia, col riconoscimento di Israele nella penisola arabica e in Nord Africa, e ora col ritiro dall’Afghanistan, una sorta di schieramento “occidentale”, degli Stati Uniti, con l’Europa al carro, accanto all’islam sunnita e in suo favore. Uno schieramento non dichiarato ma con costanza applicato, anche contro ogni interesse: per esempio in Kossovo e in Libia, e ora in Afghanistan. Anche a costo di coprirne le rigidezze (la legge islamica, che tanto nuoce agli affari, la condizione della donna, la lealtà nei rapporti internazionali). Uno schieramento arrivato fino alla castrazione in Libia (che non può essere un capolavoro di incapacità: è stata ed è una vera e propria autocastrazione, e non si vede a beneficio di chi, se non dei manovratori sunniti, Qatar, Turchia), in Irak, e ora in Afghanistan, col lungo negoziato e le larghe concessioni, senza contropartita, degli Usa ai Talebani. Auspice  l’emiro del Qatar a Doha, il suo amico Erdogan in Turchia, e non contrario il nemico dell’emiro, il re saudita.  
Sosteniamo peraltro, appunto, l’emiro del Qatar come il suo nemico, il re dell’Arabia Saudita. E allora, quale è il minimo comune denominatore? La sunna, il sunnismo. Perché? 
È Israele, che ha Hezbollah, cioè l’Iran sciita, nemico del sunnismo, vicino di casa in Libano? E la Bomba Iran sulla testa? Sono i potentati della penisola arabica, che sono in teoria i primi destinatari del fondamentalismo arabo, per ricchezza personale eccessiva (sono Stati patrimoniali, di famiglie cioè padrone degli uomini e delle risorse) e di nessuna moralità, che trovano conveniente deviare il terrorismo altrove, con tanti lutti, in Europa, in Russia, negli Stati Uniti – quindici dei diciotto attentatori dell’11 Settembre sotto processo negli Usa sono sauditi? Se c’è una strategia politica  dietro non è dato vederlo. Ma nessuno, anche, si ingegna a spiegarla. È un arcano?  

Donne indifese in Calabria

Le donne indifese sono le viaggiatrici: la scrittrice, molto giovane, e sua madre. Indifese perché hanno deciso, la madre assecondata dalla figlia, di viaggiare da sole. La compagnia degli uomini in viaggio reputando utile solo per il bagaglio. Che allora riducono a una borsa da viaggio – una carpet-bag l’una, “sacca da viaggio fatta con lo stesso tessuto utilizzato per i tappeti, molto in voga nel XIX secolo sia in Gran Bretagna che negli Statti Uniti” (la traduttrice e curatrice Maria Rosaria Costantino).
Lowe, di cui non si sa la data di nascita, nel 1857 pubblica a Londra queste note, “Unprotected Females in Sicily, Calabria and on top of Mount Aetna”. Dopo aver pubblicato, due anni prima, un analogo “Unprotected Females in Norway”, con una certa fortuna. Nel 1869 si sa che sposa un baronetto, discendente di Enrico VIII, sir Spencer Clifford. Data alla quale aveva disegnato come architetto la casa di famiglia a Londra, e si era impegnata, riuscendoci, a conseguire la patente di comandante capitano navale, effettuando anche una traversata commerciale documentata del Mediterraneo con un’imbarcazione da 350 tonnellate al suo comando. Nel viaggio al Sud si può ipotizzare fosse sui vent’anni. Una ragazza, anche se allora la ragazza non esisteva, troppo dotata per accontentarsi, se non iperattiva, con un piglio di scrittura altrettanto energico. Queste note rapide, di un viaggio breve, e poco organizzato, nella stagione più difficile, tra Natale  e la Befana, in ambienti totalmente estranei, e si direbbe ostili, sono l’una più intelligente (espressiva, azzeccata, persuasiva) dell’altra. La fine è, a Napoli, sbarcando dal “Sorrento”, grande letteratura: “Sbarcammo, andammo in albergo, occupammo i nostri posti fra la gente civile e sentimmo che c’era un modo di vivere diverso da quello di essere adorate”.
È sbarcata pimpante, per Capodanno, da uno “speronare”, grossa imbarcazione con uno sperone, “dalle ampie vele”, in Calabria, “terra che pericoli romanzeschi proteggono dall’invasione dei viaggiatori”. Due cose importanti, e controcorrente, in mezza riga: i pericoli sono romanzeschi, la Calabria è isolata. Trova che Reggio “barcolla sulle gambe come un bambino” - per il terremoto: quale? uno qualsiasi, la terra ancora trema. Ma la sera c’è l’opera, ed è eccellente. Come pure il teatro, si recita Goldoni, "Il ventaglio". “Il Trovatore” la giovane viaggiatrice trova cantato “con una completezza e un sentimento tali da far pensare alla Calabria come alla terra natia delle passioni cupe che quella musica rivela in modo pauroso”. Che non è vero storicamente, ma già dice molto della Calabria. Al secondo giorno di permanenza. Senza rinunciare al cliché: sempre all’opera, nel pubblico, “benché non ci fossero bellezze smaglianti, capaci di folgorare qualcuno, c’erano molte facce davvero interessanti e occhi adatti a giustificare gran numero di omicidi” – lasciando aperto il senso: facce di assassini o occhi assassini, di assassine.
Eccetera. Della “casa calabrese”, incompiuta, sa da architetto in petto la ragione (una ragione, allora, metà Ottocento, poi ci sarà il mutuo da ripagare alla banca): “I terremoti hanno introdotto uno sciatto sistema di costruzione per cui le impalcature vengono collocate all’interno degli edifici (sistema costruttivo che si può testimoniare operante ancora nel secondo dopoguerra, e nella operosissima, ricchissima e modernissima Gioia Tauro ancora tre o quattro anni fa, n.d.r.), e inserite dentro i muri, così che, quando vengono rimosse, i muri rimangono pieni di buchi, e mentre le pareti interne delle stanze vengono ricoperte da carta o pittura, nessuno si prende la briga di fare lo stesso all’esterno, anche solo per salvare le apparenze”. Dei briganti sa già il mito e la realtà. Rifiutando la scorta militare, che il governo borbonico riteneva indispensabile per la salvezza dei viandanti in Calabria. Dei bergamotti e dei limoni, le cui piantagioni evidentemente ha visitato, accompagnata con largo seguito e profusione di gentilezzze dal cavaliere Monsolini cui è stata raccomandata, sa tutto l’essenziale: profumi, disposizione, coltivazione, e il trattamento del prodotto. Bergamotti e limoni vengono mandati in succo, in barile, in Inghilterra “per la raffinazione” – uso che si può testimoniare attivo ancora negli anni 1950, i barili venivano accumulati sulle banchine del porto di Messina, abbastanza capace per le grandi navi da carico.
Gli agrumeti ha trovato disseminati di ville signorili. Il pomeriggio e la sera tenzoni poetiche si fanno tra giovani in onore delle due dame – di un componimento il volume propone la trascrizione (in italiano nell'originale? è di ortografia da manuale). Giovani poeti le omaggiano nella prima tratta del loro viaggio verso Nord, da Reggio a Villa.
Nulla di sbalorditivo ma un racconto breve, di un viaggio evidentemente durato poco, sbalorditivamente onesto.
L’unica cosa che si sa del viaggio è che durò tre mesi – mettendo assieme le tratte Londra-Livorno, Livorno-Napoli, Napoli-Palermo, e poi Napoli-Livorno, e Livorno-Londra. La parte in Calabria si può pensare al massino di un paio di settimane, ma la Calabria c’è.
Costantino dota il breve racconto di utili note, e lo fa precedere da un ritratto dell’autrice – anche se, dice, le notizie che la concernono sono scarne.
Emily Lowe, Donne indifese in Calabria, Rubbettino, pp. 69, ril. € 7,90