sabato 12 marzo 2022

Cronache dell’altro mondo – (175)

La scienziata Julie Overbaugh, specialmente impegnata nella ricerca anti-Aids, è stata cacciata dalla School of Medicine dell’università di Washington e dal Cancer Research Center presso i quali lavorava, per essersi truccata tredici anni fa da Michael Jackson, il suo idolo, a una festa di Halloween sul tema di “Thriller”, un album allora famoso di Jackson. Truccarsi di nero, “blackface”, è denunciato dagli enti che l’hanno licenziata come “un atto razzista, disumano e aberrante”.
L’attore Jussie Smollett, della serie “Empire”, afroamericano, è stato condannato per essersi fatto picchiare da due compari e poter vantare un’aggressione per “odio razziale”.
Nel 1997 l’allora senatore Biden ammoniva che l’allargamento della Nato ai paesi Baltici avrebbe “rischiato di provocare una risposta vigorosa e ostile da parte della Russia e di spostare gli equilibri tra Russia e Usa”, in un discorso al Consiglio Atlantico – il video dell’allocuzione è stato riproposto da “Newsweek”. I paesi baltici sono poi entrati nella Nato, nel 2004, insieme con Bulgaria, Romania e Repubblica Ceca.
L’attrice, ora regista, porno Stormy Daniels, già accusatrice di Trump per violenza carnale (ma perse la causa), è la beniamina di “The Nation”, la rivista della sinistra democratica americana.

Più inflazione, meno crescita, la crisi sarà mondiale

“Anche se le ostilità cessassero subito, i costi di una ripresa e della ricostruzione sono già massicci”. È la sintesi dell’ultimo bollettino del Fondo Monetario Internazionale.
“L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sta prendendo un orrendo pedaggio umano, ma la guerra sta anche alimentando l’inflazione  e scuotendo  la fiducia finanziaria con conseguenze di lungo periodo per l’economia mondiale”, dice la direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva: “L’impatto della guerra , delle sanzioni, e del crollo della fiducia porterà probabilmente a una revisione al ribasso delle previsioni per la crescita globale nel prossimo rapporto di aprile”.

Tutto il potere a Franceschini

Franceschini si prende la serie A, auspici i due grandi democristiani del calcio, Lotito e De Laurentiis. Dopo essersi preso il parco della Musica a Roma, con relativa rassegna del cinema. E il teatro dell’Opera. Le uniche cose – le nomine negli enti romani - che ha consentito a Gualtieri di fare in cinque mesi ormai al Campidoglio.
La Dc romana, soprattutto quella del Pd, stante l’eclisse dei berlusconiani, è ferrea sui poteri: prima i posti di comando, poi, se resta tempo, fare qualcosa. A Roma il Pd è solo una copertura della Dc, del metodo Dc: prima il comando.
La cultura e la ricerca, il business del futuro, sono ora il potere, e Franceschini con Letta lo controllano stretto.
La copertura Pd è un po’ losca anche, anzi parecchio. Ma la Procura, di Pignatone prima e ora di Lo Voi, è saldamente Dc, ex naturalmente.
Il Pd romano è tanto ingordo quanto menefreghista. Per esempio, per stare al feudo principale di Franceschini, transenne di anni e decenni attorniano i monumenti se un mattone si è sbriciolato o un sasso si è divelto. E non si riparano per una ragione sola: gli appalti, anche minimi, sono una forma di esercizio del potere, e allora, nell’atto pratico, subentrano gli scontri tra le varie “anime” (ex) democristiane.

Chi era Pasolini 5

Il poeta assassinato è una novità assoluta, anche in un paese che fa sacrifici umani quotidiani, senza piume, senza sole, senza serpenti che si mordono la coda, senza neanche i riti né il mistero degli azteca, o la dignità. Benché Henze abbia denunciato ignoti assassini d’Ingeborg Bachmann. E dunque a Roma si assassinano i poeti, ecco il complotto che si scopre – e basta e avanza. Un paese senza, lo chiama Arbasino, che ancora si meraviglia. E invece ha stomaco vorace, ruminante: eccitabile, non rifiuta nessun cibo, ma indifferente. Brutale e apatico, ecco perché non fa le rivoluzioni. Il giudice Di Gennaro, lo stesso che i Nap avevano sequestrato, che per condannare Pasolini analizzò in tribunale “La ricotta” alla moviola, è autore di un progetto di carcere aperto e ammira i suoi sequestratori: “Gente straordinariamente informata e coraggiosa, molto intelligenti e preparati”. Un magistrato compagno, che in tribunale contro Pasolini di sé pretese: “Il diverso sono io”.
Ma la verità è che non si uccide il padre impunemente, da quello che si sa dalle tragedie. Né è salvezza l’amore della mamma, il bisogno della maternità, la purezza del non essere nati. “La realtà” nelle “Poesie in forma di rosa”: “Il mio amore\ è solo per la donna: infanta e madre.\ Per loro, i miei coetanei, i figli… arde\ in me solo la carne”. Pasolini protestò dopo la provvisoria condanna della “Ricotta”, lo fece eccitato con Moravia e con lo stesso Di Gennaro, l’unica volta che reagì nervoso alle alchimie giudiziarie, perché la madre Susanna era svenuta alla notizia. Alla madre scrisse: “Sei insostituibile. Per questo è dannata\ alla solitudine la vita che mi è data.\ E non voglio essere solo. Ho un’infinita fame\ d’amore, dell’amore di corpi senz’anima”. Vivevano nella stessa piccola stanza sfollati a Versuta, e passeggiavano come fidanzati all’occhio dei paesani, avendo abbandonato il padre sconfitto solo di notte di nascosto a Casarsa.
Uno di quei corpi senz’anima lo ha abbattuto e sconciato. Non sapendo neppure perché: se c’è complotto è della realtà senza ragione. S’era scritto in questa chiave il coccodrillo: “Lacrime di commozione su me\ stesso morto: è noto\ che, delle cose del mondo, questa è una delle più piacevoli”. Celebrava la felicità del lutto, che ogni giorno viveva. Lui ch’era dotato della magia, in ogni creazione e nei gesti – se non è la grazia, che dunque c’è pure nel peccato. Ma col vizio incessante, una sorta di pena originale, di mutilarsi. La parola ha così ridotto alla tecnica, i segni, i suoni. E l’amore: “I posti\ dove fare l’amore furono centinaia\ e tutti fetidi”, ha scritto. Non per scandalizzare i benpensanti, vittima dell’“ossessione patetica, che mi è propria”. Contro la quale non seppe rivoltarsi.
Troppe volte ha antevisto la sua morte: “Guardo con gli occhi\ d’un’immagine gli addetti al linciaggio”. Per essere forse già morto. Si muore per i familiari, i simili, gli amici. Non si muore perché la mafia, o lo Stato, o un ragazzo spaurito o prezzolato ha deciso di uccidere. In tal caso anzi si acquista vigoria e buona cera, diventando interlocutori dei più, i bene intenzionati, e soggetti d’ispirazione, commozione, avventura, consolazione. Assassinio vero è recidere i fili che legano l’uomo al mondo, con forza talvolta, più spesso con la sottigliezza, lo sberleffo, l’insinuazione. Con l’odio. La cultura della morte è cultura morta. “Io so”, diceva. E certo è uno che sa. Anche se non ha detto la verità, non tutta.
Non sulla rivoluzione: “Siamo tutti rivoluzionari”, diceva, ma era confuso. “Più giusto, più buono” diceva “un mondo repressivo di un mondo tollerante, perché nella repressione si vivono le grandi tragedie, nascono la santità e l’eroismo”. Per fare felici i prefetti d’Italia, pigmalioni di santi. La sua intima natura, avrebbe detto di lui Thomas Mann, era libertinaggio, spirito zingaresco, frivolezza. Gli mancava la fedeltà, e se ne fece un dovere. O anche, sempre Mann, che lo diceva dei bambini: “A chi vive del sogno la realtà sempre appare più sogno di ogni sogno, e più profonda è la lusinga”. Così la fece al cinema, nei colori, le pause, le madonne, gli angeli, dove il realismo non doveva fingere dell’impegno.
I testimoni sono scomodi. Il poeta si può dire vittima della giustizia violenta che voleva. Da estremista insaziabile. Solo col suo Io, un santo. O un traditore. Questa fine è un suicidio, dice il cinico Moravia, tanto l’ha cercata. Sono traditi i traditori. Del fratello, dell’innocenza, del bene, della verità. Beffati, da giudici, affetti mercenari, compagni ipocriti di strada, compagni di Partito, che sempre tradisce - la morte lo salva dall’abiezione del conformismo, di sciocco interprete del Partito, che per questo non lo molla, lo vuole sul monumento morto per sempre.
(continua)

L’amore assoluto è immaginario

Un tardo patito di Proust, prima anche per lui insopportabile, suggerisce di estrarre, non solo dalla memoria, tutti i filamenti che la vita insondabile svolge. E di colpo, per caso, ecco il colpo di fulmine, dell’amore assoluto. Il film italiano della scritrice e regista franco-americana parte da un buona idea, esplorare il possibile. Che però sappiamo dalla scena che ha accompagnato i titoli di testa essere impossibile. Un racconto onesto, dunque, ma piatto.
L’impianto avvincente si svolge senza tensione. È notevole anche per una novità: che un’autrice donna esplori e rappresenti i meandri maschili.
 Ma il nostro uomo finisce per essere uno sfortunato: ragazzino sveglio e compiacente, perde il padre, l’amichetta del cuore, la madre in  pose sconce, infine anche la moglie, la figlia, il nonno, in una sorta di “disgraziere” senza tensione. “Un amore mai vissuto è un amore che non muore”, la didascalia del film, è come praticare la tecnica indiana della ritenzione, del tantra perfetto, da eunuchi.  

Amanda Shters, Promises, Sky Cinema

venerdì 11 marzo 2022

Ombre - 605

Le vittime della guerra conteggiata dal governo ucraino sono circa 600. I morti nel conflitto endemico nel Donbass al 2014 al 2019 erano 13 mila. C’era una guerra in Ucraina prima di quella russa. 

Che fare “dopo Putin” viene solo dall’America: “E poi bisognerebbe pensare un sistema di sicurezza europea che non ruoti solo attorno alla Nato”, Ivo Daalder, ex ambasciatore americano presso la Nato.

A Marilisa Palumbo, che lo intervista per lo speciale “Dentro la guerra” del “Corriere della sera”, l’ambasciatore dice che sono stati gli Stati Uniti a spiegare all’Europa cosa atava succedendo, e a mobilitarla.

 

Il numero delle persone displaced con la forza, da guerre, persecuzioni, violenze di ogni genere, violazioni dei diritti umani nel 2021 è stato di 84 milioni. Un numero che ora si moltiplica. Nel conteggio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite se formassero un paese, sarebbero il 17mo più grande della terra

 

Al dodicesimo giorno di guerra compare finalmente su un giornale italiano un russo, Rispettabile: lo storico dello stalinismo Roy Medvedev. Che ha quasi cento anni, ma insomma può dire la sua. Si fanno le guerre solo da una parte, come le abbiamo fatte contro la Serbia in Afghanistan e in Iraq. Gli altri non contano.

 

Si fa moto caso delle telefonate di Macron a Putin, quasi quotidiane. E del premier inglese Johnson, che sfida Putin come già Churchill Hitler, anche se per ora Londra è al riparo dai bombardamenti. Un presidente uscente che con la guerra ha visto la rielezione, fra un mese, prima in dubbio. E un premier che è ancora al suo posto grazie alla guerra di Putin, amici e avversari lo volevano deporre, per le feste durante il lockdown. L’Europa non è forte.

 

Si è un po’ riso, malgrado la guerra, di Putin che dice l’Ucraina “creatura di Lenin” – “autore e architetto”. Ma è pure vero che la dottrina leninista delle autonomie molto dovette al bisogno di cooptare l’Ucraina, l’impero russo ridisegnando sotto forma di federazione. Perché è in Ucraina che le forze bianche, controrivoluzionarie, ancora nel 1921 combattevano l’Armata Rossa.

 

La decisone tedesca, del governo del socialdemocratico Scholz, di riamare – con un primo piano di spesa per 100 miliardi – dopo l’analoga decisione giapponese, dicono finito il lungo dopoguerra, e avviano un nuovo scorso politico. Con la Germania ora in tutto e per tutto, politica e difesa oltre all’economia, al centro dell’Europa, E il Giappone nuovamente primattore in Estremo Oriente. Dove non c’è più solo la Cina - elementare.

 

Il primo passo per il “ritorno” politico della Germania c’era stato nel 1989-91, con la riunificazione. Nel mentre che il dissolvimento dell’Unione Sovietica ridimensionava geograficamente e demograficamente la Russia, quasi dimezzata rispetto ai confini del 1917. Si poteva già dire allora che l’esito della seconda guerra mondiale veniva ribaltato, col solo abbattimento del Muro.

 

Non giustifica la guerra, ma serve sapere che dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica ci sono state molte guerre, con la partecipazione diretta o indiretta della Russia: Armenia (due, se non tre guerre), Cecenia, Ossezia, Abkasia, Transnistria, Tagikistan, Serbia (Kossovo) e Georgia.

 

Non c’è mai stato, dice ora la Nato, negoziato o invito per l’entrata dell’Ucraina nell’Organizzazione atlantica. Sulla base dell’impegno di James Baker, segretario di Stato del presidente americano Bush, all’allora capo dell’Urss Gorbaciov che, dopo la riunificazione tedesca, la Nato non si sarebbe allargata di “un solo pollice” verso Mosca. Il tentativo c’è stato con l’altro Bush, Bush jr., nel 2008, con l’offerta all’Ucraina – presieduta da un presidente eletto con la prima delle poi consuete “primavere” democratiche di piazza - di entrare nella Nato, insieme con la Georgia. L’offerta fu ritirata su pressione europea.

Chi era Pasolini 4

Artificiosa è la disperazione, in questa morte pure efferata, san Sebastiano di borgata. La disperazione del sesso, non solo per il climaterio, l’ansia della perdita. Il luogo della morte è un non luogo, rifiuti e terra marcia, remoto. Il corpo sfregiato l’ha trovato all’alba una signora Lollobrigida, Maria Teresa. È il set d’un assassinio, di odio e paura. Avendo smarrito la vena comica, la lievità d’animo che è il segno certo di Dio, spento il fuoco e la luce, pure quella fatua, filamentosa, la baluginante fosforescenza delle lucciole. Incattivito con sé stesso, dicono gli editori, negli ultimi inediti. In “Bestia da stile”, che ha riscritto più volte fino a due giorni prima, l’aveva deciso: “Voglio morire di umiliazione, voglio che mi ritrovino col sesso di fuori”. Era questa per lui la giusta immagine di sé, oscena. Che aveva riproposto in “Salò-Sade” e voleva moltiplicare nel film che annunciava della fine del mondo, “Porno-Teo-Kolossal” – di cui lascerà traccia nell’abbozzo di romanzo intitolato “Petrolio”. Amante nella deiezione, vittima schizofrenica d’un impulso iterativo, autopunitivo, all’aperto, in gruppo, solo con maschi poveri, sempre più numerosi ma ognuno una volta sola, che forse sono immaginari ed è pure peggio. Giusto per rinfocolare la vergogna.
La sua oscenità e la dissolutezza, anche in “Salò-Sade”, il film inguardabile, sono decadenti - attardate di qualche secolo, è un secolo che si usava l’orinale nel comodino? Se non sono il passato che non passa: il poeta fu vero giovane fascista, andava ai campeggi della Milizia e ai congressi a Weimar, aspirando alla nobiltà dell’eroismo. Nel Partito ha cercato il padre che non ha avuto – la famiglia è il padre. Anche a costo di farsene sicofante, come già il padre naturale col fascismo, Carlo Alberto, che andava per la Bassa a denunciare comunisti, e si presentò volontario, falso, testimone contro Zamboni, il presunto attentatore di Mussolini, che affermava anzi di avere personalmente immobilizzato – per darlo ai linciatori? Non si passa impuni da questa ricerca, il poeta il padre lo cercava nel fascismo.
È stato il padre che rifiutava, dispotico, fascista. Contro gli studenti nel ‘68 e contro tutti: i lettori, che imboniva di retorica, gli amanti, che voleva bruti, la politica, la destra pretendendo d’imporre alla sinistra, e alla fine sé stesso. Non una vittima, il poeta come Kavafis sapeva, che cantava “la diversità che mi fece stupendo”. O la leaderistica sarà stata il segno del tempo, “privo d’ironia”, che il poeta vantava, una pace prolungata si alimenta di minute inquietudini, infantili trasgressioni, si direbbe dannunziane in piccolo in ritardo - ma bisognerebbe sapere chi era D’Annunzio, che non avrebbe detto: “Amo la mia pazzia di acqua e assenzio,\ amo il mio giallo viso di ragazzo,\ le innocenze che fingo e l’isterismo\ che celo nell’eresia o lo scisma\ del mio gergo, amo la mia colpa”.        
(continua)

Autodiagnosi del manierismo lombardo

Un libro sulla prefazione a un libro che non c’è, l’autobiografia del Dossi stesso. La prefazione invece del libro, grande trovata – Kierkegaard pure progettava un libro di prefazioni, una sorta di bibbia, di libro dei libri, ma l’ironia è diversa, altra robustezza, anche letteraria. Di uno che non ha voluto imparare il toscano e quindi sfarfalleggia. Con la malinconia di chi usa parlarsi da solo – uso rari qualche tempo fa, ora tutti si parlano da soli, fissi al cellulare. Con molta cura di se stesso. “Fino a’ 27 anni, la solitudine del Dossi fu riempiuta tutta dallo studio“, il suo “ardentissimo coito” era “collo scrittojo”. E dopo? Decadde, e non guarisce. E così via lamentando.
“Per il linguale è però d’avvertire com’egli ebbe sempre difficile la favella”. Cose così - non molte, una dozzina di paginette: farsi merito di non avere fatto. Senza speciale distinzione, di trovate o di invenzioni lessicali, raccontare il nulla è difficile.
Manierismo lombardo. Da cui, certo, Gadda è germogliato. Ma anche Arbasino, e Testori, nel secondo Novecento. Indefettibile dunque? Già l’impegno di Scheiwiller per questa esumazione è sorprendente:  Laura Barile ha incaricato di un lungo commento, con note, sei volte il testo. Il nulla del nulla.
Carlo Dossi, Autodiàgnosi quotidiana

giovedì 10 marzo 2022

Putin contro tutti

Il richiamo delle opere d’arte prestate all’estero è simbolico e dice tutto: Mosca si fa la guerra da sola. Per oggi e per domani: quale che ne sia l’esito militare, l’attacco all’Ucraina sarà una macchia per molti decenni, come già si vede – e Mosca stessa certifica isolandosi.
Putin ha scatenato una guerra di cui non dà la ragione né l’obiettivo, che a questo punto non ci sono. E si è alienato il mondo, comprese la Cina e la Turchia che fingono la mediazione – di aiutare la Russia a uscire dal pantano. Rilanciando la Nato, l’atlantismo, che ritrova una ragione d’essere. E la difesa europea integrata – anche se parte con un battaglione: è uno sviluppo inevitabile, tanto più se la Germania voterà un riarmo per 100 miliardi.
È scontato che il furbo Erdogan media per l’apparenza. È stato aiutato da Putin in Siria e contro i Curdi, ma non è uno che sta con i perdenti. Della Cina la Russia imperialista è il “nemico naturale” - l’unico contro cui la Cina comunista abbia combattuto una guerra, sia pure di confine - che occupa o controlla larga parte dell’Asia senza averne titolo.

Chi era Pasolini - 3

Pasolini è morto giovane di cinquant’anni. Che potrebbero essere stati cinquecento, la morte è giovane, per chi ha vissuto e vive. Si muore sempre troppo presto, anche nell’insignificanza, ma il rimpianto è talvolta giusto. Dopo aver reso onesto il cinema, arte della finzione massima, l’illusione. Dal cinema liberato, che i poeti corrompe, troppe foto, troppe interviste e pettegolezzi. Seppure felice solo nelle tragedie e nella trilogia, o con Totò. Il Partito da morto aprendo alla poesia, dopo averlo assolto dalla storia, guardia rossa solitaria, da Porzûs al Sessantotto, Praga inclusa, fedele sempre a chi gli ha assassinato il fratello e gli negava la tessera. In quel “nulla ideologico mafioso” ambiguamente preciso che è la sua Italia. 
Disse Zeri che si preparava la morte, come Caravaggio. Che entrambi la morte si erano sceneggiata, diretta e personalmente interpretata. È inevitabile, già Garboli lusinghiero lo voleva immedesimato nel Caravaggio, per il comune discepolato di Longhi, mentre lui s’è giustamente rifatto sempre a Giotto e Masaccio, e a qualche manierista freddo, Pontormo. Ma è vero voleva “morire da martire, rinascere da eroe”, disse il suo amico Zigaina, il pittore del Tagliamento. All’idroscalo di Ostia, che in latino è “vittima sacrificale”, dove aveva girato le scene erotiche delle “Mille e una notte”. Il set di “Ostia”, il film pasoliniano di Franco Citti, il posto è quello. Dove una baracca aveva in affitto per i piaceri. La foja insaziata imputandosi a colpa - “giura”, irrideva Kavafis al suo sé, ben più solo ad Alessandria, e poi, “quando giunge la notte col suo potere\ del corpo che desidera e reclama, fa ritorno,\ smarrito, a quel predestinato suo piacere”. Senza più, domani è un altro giorno – insaziabile è il materialismo naturale degli aborriti Usa: il sesso come evacuazione.
La colpa inconfessabile è un’altra, la voglia sacrificale. Del martirio che è uno stato di beatitudine, e s’intende fecondo, padre e madre. Già nel “Decamerone” s’era esibito come Mishima, con la benda alta sulla fronte. Come lui avrà inscenato la propria fine, ma allora per esibizionismo di segno opposto, non illuminato alla Sade ma nel buio polveroso. Per un trapasso alla natura angelica intellettuale – san Tommaso, che gli angeli dice intellectuales, riconosce loro un “motus cognitionis angelicae”, dei colpi d’ala.
Alcuni vogliono che Pasolini sia stato luridamente assassinato, tra il fango, gli oli di motore esausti, i veleni delle gomme bruciate e i preservativi, da una squadraccia di fascisti, marchettari e borgatari. Martirizzato, di domenica, il giorno dei morti. Oriana Fallaci assolutamente lo voleva, “il cobra col golfino di lana”, la minuta “maledetta cretina” di non lontani versi dello stesso Pasolini, che non volle farlo morire se non immolato, per mano di sicari, sull’altare della Resistenza. È un’idea. Persuasiva: gli hanno fatto trentatre processi, e non riuscendo a condannarlo lo hanno eliminato. Che libera gli ultimi istanti del poeta dal mordi e fuggi genitale, impietoso. Non senza verità: il suo misero compagno Pelosi, carnefice e vittima (un minorenne, questo si trascura), disse che il poeta l’aveva aggredito con una tavola, ma non presentava ferite, neanche una sbucciatura, un graffio, un livido. È tuttavia proposta in sostanza per scantonare - stiamo parlando di Pasolini o di Fallaci?
(
continua)

Amarcord del comunismo in Emilia

Un com’eravamo nostalgico, in puro emiliano, quale è Vendemmiati, documentarista premiato,  e quali erano e sono quelli del Canzoniere delle Lame, gli imperdibili dei festival dell’Unità. Dei festival in Emilia, e in un paio di eccezionali trasferte, a Berlino Est per un festival della Gioventù comunista, e a Reggio Calabria e Rosarno per (contro) “Reggio Capitale”. Con materiale di archivio (fotografie, riprese amatoriali, la tv tedesca) e coni ricordi dei superstiti. Janna Cairoti, una delle due fondatrici del complesso (la sua mamma faceva da impresario: prendeva gli appuntamenti e regolava il calendario), anima la rievocazione con una eccezionale verve narrativa. Guidata da Giacomo Gelati, “Jack”, di “Le altre di B”, e col contrappunto di Alberto Cazzola, “Albi”, di “Lo Stato sociale”, per far vedere come è cambiata la scena musicale – si fa rap, in inglese.
Il repertorio delle Lame erano le canzoni di protesta, politica o sindacale, e testi che s’inventavano lì per lì, in piazza, per questa o quella causa – per le lavoratrici della “Perla”, contro i “boia chi molla”. Contro Almirante, il segretario del Msi,  che in viaggio sull’A 1 si era fermato al “Cantagallo”, ma non poté fare benzina né consumare niente perché i dipendenti si rifiutarono di servirlo.
Una produzione “incitatoria”, è prassi ora definirla. Sui temi politici del momento (papa Woytiła, gli scioperi, i governi). Raccontati con semplicità, fino all’‘80-‘82, quando il Gruppo non si sente più in sintonia col Partito, e con se stesso, e si scioglie. E molto sentimentale. Le canzoni non resistono, ma l’esperienza del piccolo Gruppo si racconta affascinante, del modo di essere  comunisti negli anni 1960-1970 – in Emilia-Romagna.
Filippo Vendemmiati, Gli anni che cantano, Sky Arte

mercoledì 9 marzo 2022

Chi era Pasolini - 2

In quanto personaggio, il Pasolini senza dubbio più incisivo e duraturo riesce alla rilettura tanto brillante quanto inconcludente. Come è dei polemisti: talmente anticonformista da mordersi la coda. Si nota specialmente dopo, a distanza, ma anche in vita se ne poteva leggere l’evangelico è necessario dare scandalo maneggiato con calcolata disinvoltura per scandalizzare il borghese. Per il modo di porsi, e anche per una biografia che lui non nascondeva o negava, e non si può evitare.
Era un passatista – “l’unica forza contestatrice è il passato”. Non un tradizionalista, alla Guénon, alla Evola, alla Eliade. Un medievista. E non alla san Francesco - amava il suo piccolo lusso e le comodità, curava l’abbigliamento, la capigliatura, le “buone cose di pessimo gusto”, l’automobile, la casa, le seconde case, in campagna, al mare, i ritratti, propri. Benché morendo a capo, a suo dire, di “dieci anni che hanno visto la consumazione di un genocidio umano e antropologico”, confidava a Scola che lo voleva il Virgilio di un suo film. E però nemmeno disperato: progettava, dopo la sfida di “Salò-Sade”, un “Porno-Teo-Kolossal” – per la “femminilizzazione del maschile”, vasto programma. E un “Petrolio” di duemila pagine. Incapace di una relazione affettiva, una vita di marchette.
Era contro il divorzio, al referendum del 1974. E poi contro le ipotesi di regolazione dell’aborto.  E contro al scuola. Qui modellandosi su Papini. O su Longanesi – identiche le bestie nere: edonismo, materialismo, e tante frasi, “La scuola inutile” diceva un libro del “Borghese” longanesiano, prima di diventare fascista, alcuni anni prima. Storicamente, fu l’esigenza del servizio militare obbligatorio a creare l’istruzione obbligatoria, roba da caserma (questa gli è mancata).
Con la comoda metafora guicciardiniana del “palazzo” poteva permettersi tutto, basta mettersene fuori. Un buon retore, se ancora incanta, ma non un buon maestro.  
Ancora nel 1974, al processo, non volle colpe del Pci a Porzûs. Al fratello Guido, che pure ricorda “generoso e entusiasta”, che era sfuggito all’agguato ma fu rincorso e finito dopo essersi arreso, limitandosi a dedicare un compitino, tra parche e fati, lui che ogni evento turbava. Scusandolo su “Vie nuove”, l’illustrato del Partito: “Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare l’operato di Guido”. Morto di diciannove anni, si ricorderà, vittima della sottomissione che Togliatti aveva ordinato, con lettera circolare, alla causa internazionalista, nella fattispecie slava. Guido il mal amato, indifferente alla madre, che aveva opposto i pugni quando i compagni al ginnasio deridevano il fratello maggiore ricchione, riportandone commozione cerebrale. Nei dodici mesi di guerra partigiana Pier Paolo se ne era stato chiuso in casa, sfollato dove non c’erano rischi, neanche l’arruolamento forzato di Salò, lui che da bambino giocava ai soldati.
Da ultimo, nel romanzo “Petrolio”, flirterà col peggiore complottismo di quegli anni, complotti tristi, quasi settimanali, da spie tristi, senza arguirne la miseria. Ad agosto 1975 vedeva Moro morto: “La meccanica delle divisioni politiche del Palazzo è come impazzita: essa obbedisce a regole la cui «anima» (Moro) è morta”, vaticinava. Mentre Moro occupava le piazze. “Non ci processerete nelle piazze”, urlando - “non me vivo”, sembrava dire. Accantonando il meridionale understatement e la scaramantica stanchezza - come quando alla Camera negò il Piano Solo. E sostenendo, giurisperito emerito, che “il partito viene prima dello Stato” – il Partito è lo Stato era Togliatti, non l’anarchia ma una presa di possesso rapida.
L’ananke che corsaro lamentava sarà stata la colpa. Nonché la Resistenza, non fece neppure la guerra, se non per pochi giorni dopo l’8 settembre, e aveva vent’anni: l’occupazione passerà libero a Casarsa, solo fremendo per corpi giovani. A ventuno, a guerra non ancora perduta, per la quale caldi disegni abbozzava e consensi raccoglieva nel fascista “Setaccio”, si schierava in divisa littoria all’università per denunciare gli amici disfattisti. “Da uomo”, riconosce ne “La realtà”, “senza umanità,\ da inconscio succube o spia,\  o torbido cacciatore di benevolenza” – i fratelli Telmon, Sergio, il suo amico d’allora, e Giorgio non ne serbavano grato ricordo. Dopodiché la cultura europea scopriva a Weimar, nel viaggio premio della gioventù fascista. “Le onde” avendo calcato, “per qualche tempo, che mandano\ alla Rivolta Reazionaria”. Ora, se Pasolini fosse fascista, i suoi ragionamenti sarebbero detti fascisti. Ma lui si vuole comunista, indefettibile. Ha per questo dimenticato il fratellino partigiano, ucciso a tradimento dai comunisti, e la persecuzione dei comunisti in quanto pederasta impunito. Il Partito celebrando, retorico, liturgico, devoto.
(
continua)

Matricidio, Saba ci provò con l’esorcismo

Stefano Coletta, il direttore di Rai 1 visto a Sanremo, all’ultima edizione del festival, si laureò con una tesi su Saba e il matricidio, Cinquegrani presumibilmente lo ha seguito -  anche lui, come Coletta, abbandonando subito dopo la filologia (fa il critico cinematografico). Entrambi colpiti dai versi per una volta tonanti di Saba:
“Sempre, come ritorni primavera,
di me tu devi ricordarti. Io sono
il matricida Oreste, e un sacro dono
porgo ai mortali: la Tragedia austera”.
Romolo Rossi, lo psichiatra genovese che per primo l’ha ipotizzata, la psicosi del matricidio, (“Umberto Saba: Oreste ed Edipo”), le trova due riferimenti solidi. Uno è in “Bersaglio”, uno dei sonetti della raccolta “Versi militari”, 1908, di Saba quasi esordiente: “L’ossessione matricida, sintomo centrale della sua nevrosi, è bene rappresentata nell’immagine materna che si staglia angosciosa di fronte al mirino del suo fucile:
“…. Va la temibile frustata
E una sagoma cade…”.
L’altro riferimento è la quartina famosa già citata, del 1924, sotto il titolo “L’eroe”, uno dei componimenti della raccolta “Prigioni”. Saba, dunque, prigioniero della sua fantasia matricida?
Saba ha sempre avuto, anche in vecchiaia, il peso di avere turbato la vita nascendo, la vita della madre in primo luogo:
“Or se ti guardo un rimorso mi strazia
Per quanta pace, nascendo, ho turbata”.
Di una ragazza madre, abbandonata dal padre per motivi che non si sanno ma nella memoria del bambino Berto sempre triste e arcigna – mentre è allegro e ritornante il racconto della balia cui la madre l’ ha affidato per i primi tre anni, Peppa Sabaz, da cui il poeta ha preso il nome d’arte.  
Ma del mito di Oreste che sempre lo avrebbe perseguitato non si trova traccia. Neppure nella saggistica su Saba, con queste eccezioni – ce ne saranno altre ma si sono perdute, insieme con gli studi sul poeta triestino, da tempo ormai desueti.
La traccia viene collegata anche ai contemporanei di Saba, come fosse un tema storico, ricorrente in un’epoca, a metà del Novecento. Del mito di Oreste Visconti faceva poco dopo uno degli eventi motori de “La caduta degli dei”, per la parte incesto. Ma “la solitudine è la prima conquista di un uomo”, è ben un verso di Saba, il suo leitmotiv.
Giacomo Debenedetti, che di Saba fu una sorta di patrono critico, oltre che amico fraterno (paterno) e anfitrione nell’anno che Saba trascorse a Roma a fine guerra, ed è anche il critico che prima e più di ogni altro fece uso della psicoanalisi nella lettura, non dava alla cosa molto credito. Se non per un aspetto, per un fatto anzi, di sua conoscenza, nel quale il matricidio si sarebbe in qualche modo materializzato. Nei due saggi su Saba recuperati nella raccolta “Italiani del Novecento” ne fa una questione di esorcismo, di passione per il diabolico occulto.
La sensualità di Saba Debenedetti dice, come tutti, “onesta e contenuta”. Per la madre ha risentimento, ma più pena: “Tu pel fanci ullo eri l’infallibile,\ eri colei che non conosce errore,\ l’umile tua parola nel suo cuore\ scolpivasi, così ch’ebbe indicibile\ angoscia, quando per la prima volta,\ non men d’ogni altra, la tua mente folta\ d’errori discoverse”. Quando “discoverse” il padre – il “mio  povero padre ramingo\ cui malediva mia madre” (“Mio padre è stato per me «l’assassino»,\ fino ai vent’anni che l’hop conosciuto.\ Allora ho visto ch’egli era un bambino,\ e che il dono ch’io ho da lui ho avuto”).   
Ma a Saba imputa, nel saggio “La sua Quinta Stagione”, un “connubio di sincerità impulsiva e di segretezza che talora gli si leggeva anche in faccia”. Il tremendismo di “Epigrafe”, la cerimonia greve di espiazione cui la breve ultima raccolta ci convoca, è legato a un segreto, spiega: “Il segreto, che egli non poté confidarci da vivo, trapela principalmente da ‘Vecchio e giovane’, l’ultima, forse, delle sue maggiori poesie”. È un segreto che il critico conosce, e decide di dire: “La poesia ‘Vecchio e giovane’ confessa, e teme di non essere riuscita a espiare, un pericoloso, crudele, tentativo di esorcismo, per il quale Saba si valse di persona che gli era cara”. Saba “era istintivamente un adepto delle pratiche esorcistiche”. In qualche modo ne conosceva “i rituali e procedimenti esecutivi”. Il matricidio ha dunque realizzato, provato a realizzare, sotto forma di esorcismo, di diavoli da scacciare?

Il critico, che di Saba ne sa più di ogni altro (nelle testimonianze sparse anche di suo figlio, Antonio Debenedetti), non indulge al pettegolezzo. Ma, per quanto cauto, insiste: “Che egli ammettesse volentieri di avere tanti rabbini dietro le spalle, tra i quali ci sarà stato indubbiamente qualche rabbino miracoloso ed esorcista, questo può ancora essere un indizio vago. Più probante è il fatto che al proprio incontro con la psicanalisi abbia dato subito un’importanza decisiva” – la psicanalisi viveva come un rituale esoterico. E ancora: “A descrivere le cose in maniera un po’ allarmata, alla quale però egli steso indulgeva, il suo male di vivere, lo stesso suo sviscerato e contraddetto amore di vivere, così ansioso che arrivava a sospettarsi illecito al pari del suo amor dell’amore, gli si manifestavano per incubi, coazioni, angosce, minacce, presenze e pensieri infestanti: qualcosa di analogo, insomma, a un invasamento da spiriti maligni”. Più preciso: “Che altro era stata, fin dagli inizi, la sua poesia? Quello che negli altri poeti si chiama giustamente catarsi, in Saba meritava più propriamente il nome di esorcismo”. Freud fu un Ersatz e un aiuto, a vedere più chiaro, se possibile, in questi impulsi. 
Alessandro Cinquegrani,
Umberto Saba. Io sono il matricida Oreste, Marsilio, pp. 253 € 22

martedì 8 marzo 2022

L’“armiamoci e partite” di Biden

Gli Usa “dipendono” dal petrolio russo (ne importano) per l’8 per cento del fabbisogno, la Ue per il 25 per cento - la Germania per il 30 per cento, la Polonia per il 58, la Slovacchia per il 74, la Finlandia per l’80, la Lituania per l’83 (l’Italia, che nel 1955 avviò per prima le importazioni di petrolio russo, solo per il 13 per cento).
Ci sono delle asimmetrie nelle sanzioni, nella risposta alla guerra di Putin, tra gli Stati Uniti e l’Europa.
Allo stesso modo, sperequato, come si annuncia per il petrolio hanno operato le sanzioni sul sistema bancario. Nessuna banca americana ne è stata colpita, alcune europee sì, subito e forte. Tra esse Unicredit (meno 44 per cento a piazza Affari) e Intesa (meno 35 per cento). Con la francese Société Génèrale e l’austriaca Raiffeisen Bank International, espressione delle banche popolari. Uno studio commissionato dalla stessa Unicredit trova tra le banche presenti in Russia solo istituti europei. 
Il sequestro dei depositi russi in valuta comporta il ripagamento delle obbligazioni in scadenza in rubli. I depositi sono prevalentemente nella Federal Reserve americana, le sottoscrizioni sono prevalentemente europee.  
Per gli Stati Uniti lo stato di guerra in Europa e l’aumento di costo del greggio significano un rilancio dell’industria petrolifera. Da qualche tempo bloccata dalle regolamentazioni e gli impegni a protezione dell’ambiente, e dai costi crescenti della ricerca e della produzione, specie per i greggi “pesanti” (da scisti bituminosi, praticamente asfalto).
Allo stesso fine viene utile in America l’anticipo dei futures sui greggi, oggi a 130 dollari a barile: la vendita oggi dei prodotti petroliferi ai prezzi attesi favorisce il finanziamento e l’investimento nella ricerca e produzione ad alto costo di idrocarburi negli Stati Uniti, anche se aggrava il rischio di inflazione.
L’Inghilterra, molto esposta nella guerra diplomatica e verbale alla Russia, ha disposto di bloccare le importazioni di petrolio dalla Russia “verso al fine del 2022”, “progressivamente” e “selettivamente” – incidono sulle importazioni totali di tutto il Regno Unito per l’11 per cento.

Chi era Pasolini

Usano le celebrazioni, delle morti, delle nascite, non c’è altro giornalismo applicato alla letteratura, e il trionfo che si celebra di Pasolini non fa meraviglia. Se non per l’unanimità, come personaggio e come artista, che lo avrebbe sorpreso. E per la superficialità, che non gli si addice: artista poliedrico, avrebbe meritato anche uno sguardo critico – ne ha avuto uno solo, di Berardinelli, non nuovo, che non ne salva praticamente niente, una stroncatura: un “personaggio-mito”, “più una presenza critica che l’autore di un’opera poetica”.
Nelle celebrazioni Pasolini, che era persona mite, malgrado le trenta o quaranta denunce, per violenze di ogni tipo (senza mai una condanna), echeggia D’Annunzio un secolo fa, artista versatile (poeta, narratore, drammaturgo), polemista e uomo d’azione, erotomane. Che era però un personaggio che si voleva mito, a Roma, a Parigi, in Versilia, in guerra, a Fiume, al Vittoriale, tra veli e incensi. Da D’Annunzio la bandiera era passata nel dopoguerra a Malaparte, senza il genio. Pasolini vi si sovrappose, “battibecchi” compresi, i dialoghi polemici con i lettori, presto oscurandolo. Ma allora da piccolo borghese, ordinato: senza mai un eccesso, malgrado la fine orrenda, vestito e pettinato sempre correttamente, perbene nei modi, preciso nell’eloquio, mai volgare, con la cura come tutti della modesta affluenzadapprima ospite, orfano di fatto con la madre, dello zio a piazza Costaguti, ora chic, allora lercio vecchio ghetto, poi rapidamente, sempre con la madre, accudito e accudente, dal piccolo alloggio a ponte Mammolo all’appartamento in progressione a Monteverde Nuovo, a Monteverde Vecchio (non amato dal barbiere, il signor Mario, dal macellaio, il signor Dario, dai baristi - “non salutava”), a Monteverde Nuovo, a Monteverde Vecchio, all’Eur, con casale a Chia e villa a Sabaudia, orgoglioso dell’Alfa 2000. In ascesa costante anche letteraria e sociale: dapprima con i coetanei e compagni di studi, apprezzato de loing da Contini, poi il timido approccio con Elsa Morante, cioè con  Moravia, e con Bertolucci (Attilio), e così via. Non disdegnando le “presenze” promozionali, nelle cronache, nel gossip: l’incongrua relazione con Maria Callas, dopo Laura Betti, o tanti dei processi-scandalo. Il direttore del “Corriere della sera” che si apriva furibondo con gli scritti corsari, Piero Ottone, raccontava di aver dovuto disinnescare una bomba del suo kommando Pasolini, pare con soddisfazione dello stesso poeta, che voleva insinuare dentro il giornale il cazzo, la parola. 
E dunque? C’è molto da dire in realtà su Pasolini, malgrado i tanti libri a lui dedicati, i tanti articoli, e il dovuto ossequio. Anche perché ha lavorato tanto. Nemmeno a questo si riflette: Pasolini è morto di soli 53 anni. Lasciando un’opera apparentemente sterminata, di poesia, narrativa, teatro, cinema, pittura, saggistica (linguistica, società, costume, politica). Imponente e comunque significativa. Con molte incongruenze. Come tutti, ma nel suo caso non bisogna dimenticarlo.
Chi era Pasolini è, più che in ogni altro caso, l’approccio più giusto    per valutarne la giustezza e la qualità – le qualità.
(continua)


Che fatica, vostro onore

La sofferenza dell’esordio continua, duro aspettare la fine. Con quattro milioni di spettatori accreditati (in realtà cinque subito dopo gli “ignoti” di Amadeus, e tre nella seconda parte), non è più il lunedì trionfale degli sceneggiati polizieschi di Rai 1. Di “Montalbano”, “Màkari”, “Tataranni”.
È difficile raccontare dei casi giudiziari, che altrove sono invece la formula prevalente? Forse non si può fare un eroe di un giudice italiano, sia pure Stefano Accorsi, la giustizia in Italia è confusa – ma “Tataranni” è ben un giudice.
Una sceneggiatura ambiziosa, cioè complicata, vuole la vicenda borderline: un giudice pignolo in Tribunale, giusto, è uno che ha lasciato morire la moglie suicida per trascuratezza, e ora inscena un delitto per salvare il figlio pirata della strada. In una rete di mafie e delinquenze varie. Un polpettone che non incuriosisce e stanca.
Alessandro Casale, Vostro onore, Rai 1

lunedì 7 marzo 2022

Problemi di base bellicosi 2 - 687

spock


La guerra sospende il giudizio?
 
La guerra è un gioco a perdere?
 
È sadomasochismo di massa?
 
Dopo Eva, Caino, la storia non è onorevole?
 
Sta Dio per odio, sarà un refuso?
 
“La meditazione della morte è meditazione della libertà”, Montaigne?
 
Di chi?

spock@antiit.eu

Mazzini e la storia inutile

In un giornalismo culturale ossessionato dalle ricorrenze – che solo sa fare giiornalismo con le nascite e le morti – i centociquant’anni della morte di Mazzini s’impongono per il silenzio. Non se n’è ricordato nessuno. O quasi - Carioti ha organizzato una tavola rotonda su “La Lettura” con Roberto Balzani, Giovanni Belardelli e Simon Levis Sullam. A Sullam si deve il solo libro pubblicato per la ricorrenza: la riproposta del “Mazzini” di Salvemini, assortito da “I doveri dell’uomo” dello stesso Mazzini. Si pensi per contrasto, per capirsi, alle diecine, centinaia di libri su Pasolini, per i cento anni della nascita.
Il teorico dei doveri non va nell’età dei diritti, e anzi della licenza. E non va l’immagine che se ne tramanda, veneranda, di saccente, predicatore. Mentre Mazzini fu soprattutto un giovane, e un uomo d’azione: fondò la Giovane Italia, nel 1831, quando aveva ventisei anni. Il primo partito politico d’Europa. Un’associazione cioè non meramente culturale ma politica, con un programma, ragionato e sloganistico, un giornale su cui dibatterli, e dei piani d’azione. Subito assortito, tre anni dopo, altra primazia, con la Giovane Europa, primo nucleo politico di quello che sarà, nel Novecento, l’europeismo. Lo spirito nazionale nascente prospettando non come fonte di guerre e stermini, come sarà per un secolo e mezzo. Anzi per due, considerando la guerra della Russia in corso contro l’Ucraina.  Ma come progetto e prospettiva di solidarietà, di crescita comune.
Pesa l’appropriazione che Mussolini fece di lui? Senza sua colpa: Mussolini era stato mazziniano in gioventù, come Nenni e molto socialismo. A Mazzini si deve pure, prima di Marx e la sua conversione al comunismo col “Manifesto” del 1848, un programma d’azione per i lavoratori, lanciato da Londra a novembre del 1840 col giornale “L’Apostolato popolare”: sotto i motti “Dio e il popolo”, “Lavoro e frutto proporzionato”, il primo numero si apriva con l’appello “Agli italiani e specialmente agli Operai Italiani”, e chiedeva la costituzione di un’associazione dei lavoratori – darà poi notizia della costituzione di un sindacato degli operai italiani (è il giornale su cui Mazzini cominciò a pubblicare “Doveri dell’uomo”. E se Mazzini aveva il mito di Roma, questa non era la Roma imperiale di Mussolini, ma quella della “virtù” repubblicana.
È però vero che il poco che rimane di Mazzini se l’era appropriato il Msi, quando ancora la destra era un partito, e poi An. È al vecchio Msi, poi An, che erano dovuti negli anni i (pochi) ricordi di Mazzini, nelle celebazioni periodiche risorgimentali che si tengono al Gianicolo. Sul quale naturalmente troneggiano Garibaldi e i Mille.
Anche in ambito “repubblicano”, della virtus popolare, si celebra Garibaldi, che ha fatto cose buone e anche ottime, e brutte – per esempio la consegna della Repubblica (Dittatura) del Sud ai Savoia a Teano. E si dimentica Mazzini, che ha fatto cose brutte, e buone e buonissime, per esempio la Repubblica Romana. Nel 2009, per i centocinquant’anni della Repubblica Romana un monumento fu commissionato al Gianicolo, nella forma poi vincitrice dell’architetto Annalaura Spalla, lo statuto della Repubblica trascritto su cotto sulla balaustra della balconata. Inaugurato quattro anni dopo da Napolitano, ma concepito dall’amministrazione di destra.
Ma forse, più dei doveri, peserà probabilmente il Risorgimento. Di cui dopo tanto leghismo e vaffanculismo nessuno più si ricorda, o sa che farsene. L’Italia ha una storia inutile.

L’amore allargato, per ridere

“Tutti quelli che qui stasera si odiano”, dice più o meno il cameriere-cuoco-governante romagnolo della famiglia borghese romagnola allargata che fa la storia, “dieci anni fa erano legati da storie d’amore”. Un’idea geniale, vedere come questo fuggevole amore si allarga, si restringe, si sfarina o si brutalizza. Svolta anche in maniera geniale, a basso e bassissimo costo:  attorno a un tavolo, come è ormai quasi la prassi dopo “Perfetti sconosciuti”. Svolta un po’ troppo: troppe le cose che vi si dicono, troppo sinteticamente. Nella prima parte.
Il sornione Marioni, noto per le parodie teatrali, cerca di legare il tutto nella seconda parte, facendo la parodia di se stesso. Nel ruolo dell’outsider risolutore – dell’angelo. Dell’angelo delle donne: al rehab per tossici, in cucina, a letto. In una famiglia allargata un po’ intrecciata: mogli fedifraghe sempre a capotavola, anche con l’amante di turno, “compagne” più piccole della figlia, genitori più cinici dei figli, l’eterna ragazza che si fa i ragazzi e poi li lascia, e l’ultimo Apple sopra a tutti i desideri.   
Cosa manca per farne un film geniale? Quello che c’è di più, di troppo: sottigliezze, e inviluppi. A volte si dice di più con meno. Le storie d’amore interscambiabili – oh, la tolleranza - hanno fatto molta strada da Goethe e le “Affinità elettive”, anche più strambe di quelle che Marioni manovra, ma forse di doveva ridere di più.
“Va bene così” è una commedia, a partire dal titolo, ma si parla e si gestisce come una tragedia. Certo, i “tipi” contemporanei che inscena, sempre loici, della logica social, pronta e breve, sono da satira assassina.  
Francesco Marioni, Va bene così, Sky Cinema Due

domenica 6 marzo 2022

Secondi pensieri - 476

zeulig

Diavolo – È la prova di Dio? Così trent’anni fa Saramago, nel “Vangelo secondo Gesù Cristo”, faceva individuare a Dio stesso il demonio: “Perché io sia il bene, è necessario che tu continui a essere il male, se il Diavolo non sussiste come Diavolo, Dio non esiste come Dio, la morte di uno sarebbe la morte dell’altro”. Che però è una sorta di entimema, retorica – qui ha ragione la Bibbia, il bene e il male vengono da Dio, sono (il problema del)la libertà. Il paradosso di Dio non è il male, è la morte. Dopo la creazione. La creazione finita.

Matricidio – È un buco nella storia, recente. Nell’ambito del femminismo, ma anche prima. Il mito non lo sottovaluta, la storia non lo registra: ci sono sovrane e conduttrici, da Nefertiti e Semiramide in giù, e madri Messaline, ma non despote da abbattere. L’“Edipo” di Freud e Jung lo esclude – è asimmetrico: Edipo è parricida ma non matricida (la madre Giocasta sopravvive all’incesto allegramente, o in alternativa si suicida).
 
Novecento – Il secolo delle rivoluzioni. Come l’Ottocento, ma più “risolutivo” – totalitario, dittatoriale.
 
Psicoanalisi – Una terapia o un virus? Mutevole, instancabile. Interminabile per essere diffusiva e non risolutiva. Come aiutare l’alcolizzato versandogli da bere. Poco certo, con sollecitudine perfino, con dosaggio che si pretende terapeutico, nel mentre che perpetua la dipendenza.
Una terapia che cerca, fomenta, estrae, ripropone un virus, inafferrabile. Per il suo stesso metodo: isolare un fatto relazionale - familiare, generazionale, comunitario, identitario, di genere (di ogni genere). Inducendo la colpa e i sensi di colpa invece di scioglierli o allentarli. Che cura con l’attesa – vediamo cosa succede. E con la separazione. Come avviene ora con il virus animale, con i vaccini che sono risolutivi, forse, per un anno, otto mesi, sei, e col rifiuto dei vaccini. Ma su basi molto meno calcolabili o analizzabili che l’Rna o le altre sostanze o procedure farmaceutiche. Una terapia psicotropa, che come ogni altra induce dipendenza. Con effetti collaterali anche gravi.

È uno stimolo alla creatività (Bernhard, Saba, Fellini, Moretti) o la ottunde – la stimola come sfida? N.M., forte artista, che si vede triste e solitario per strada, per lunghi periodi, marciare sempre e soltanto a fini terapeutici e non per piacere, sopravvive col genio alla psicoanalisi, che periodicamente (metereopatia, rapporti affettivi, bilanci – personali, familiari, con moglie, figlio, madre, amici, creativi, produttivi, aziendali – i “problemi” di ognuno, della vita comune) lo ammorba (isola, confonde, indebolisce, prostra, atterra) sempre si sente “inadeguato”: va in analisi come si assume cocaina, per uno shot mai risolutivo e sempre meno durevole, sapendo che asservisce e non libera.
 
È nata, ed è rimasta, maschilista, oltre che sessuomane – si sa, ma non si dice, né si risolve.  C’è un Edipo, cioè l’incesto, ma non il matricidio. Nell’alveo parentale (genitoriale), familiare. O un Medea, perché no. Non tanto in rapporto all’altro, ma proprio ai figli.
Non c’è neppure un Caino, tra fratelli.
E non c’è il vasto mondo.
 
Rivoluzione – Termine e concetto di colpo sparito, in politica e nel linguaggio comune, dopo essere stato ingombrante e anzi totalitario, pro o contro, per tutto il Novecento.


Da Feltrinelli avevano realizzato nei remoti anni 1970 la macchina di Raimondo Lullo con le frasi fatte della rivoluzione. In forma di cilindro, con anelli mobili combinabili in infinita saggezza. La macchina di Lullo aveva cerchi di legno invece che di cartone, ricoperti da simboli di Dio invece che di frasi fatte, e produceva un’infinita sapienza teologica. Ma qualcosa resta sempre fuori. L’uomo di Kant “si dedica eternamente alla follia di spingere il masso di Sisifo a una certa altezza per poi lasciarlo rotolare in basso, e poi di nuovo in alto e di nuovo in basso”.


Non ci sono poeti nella rivoluzione, non soltanto in Russia, né filosofi. Prima sì, e dopo, ma non durante e con. Vengono prima Voltaire, Rousseau, Buffon, Diderot, lo stesso Montesquieu. Dopo vengono Constant, Chateaubriand, Balzac, Stendhal e Victor Hugo. Durante Chénier, Desmoulins, Marat, Fabre d’Eglantine. Vengono prima Tolstòj e Dostoevskij, anche Blok e Mandel’štam, dopo Majakovskij, Pasternak, Bulgakov, Cvetaeva, Sklovskij. In un mondo animato dalla paura e dallo amore di sé sarebbe bello ritrovare l’eroismo. Ce n’è bisogno, benché i bronzi non piacciano, né i marmi, tanti e insopportabili essendo i lamenti dei ricchi dell’inguaribile Freud. Dell’eroe, dice bene il non eroe Henry Miller, “la virtù più tipica è di essere in sintonia con la vita, d’accordo con se stesso”. E tanti ce ne saranno, molti più che all’epoca di san Giorgio e Sigfrido, sicuro, che lottano nel traffico. Ma faticano.
 
La rivoluzione non è la locomotiva della storia. Non è l’inizio di una nuova storia, ma l’accelerazione d’una fine. La guerra lo è, lo è stata troppe volte, e ancora oggi.

Il “movimento”, o contestazione”, o “Sessantotto”, è, sarà stato, una rivoluzione poiché ha liberato l’Italia. L’Italia svolgeva il compito assegnatole da De Sanctis, che cadde da cavallo a Zurigo, nell’ultima pagina della decisiva “Storia della letteratura”. Che Noventa, il poeta ignorato, così sintetizza: “Tutto va a gonfie vele nel resto d’Europa per i teorici del progresso. Ma non in Italia. Qui essi urtano nell’Alighieri”. Ma è un’eccezione.

La rivoluzione è tradizione: la storia si perpetua attraverso la rivoluzione e non la conservazione. La tradizione vive nel moto rivoluzionario, alla moda dell’epoca, non nella restaurazione, che lusinga i deboli, d’istituzioni e simboli logori. La rivoluzione non è rivoluzionaria, se i suoi nuovi principi adatta ai vecchi. O è rivoluzionaria la controrivoluzione, senza le forche. La rivoluzione è una grande sega, ecco cos’è. Ma non bisogna disperare. “L’uomo non è che un’invenzione recente, una figura che non ha due secoli, una semplice piega nel nostro sapere, che sparirà non appena questo avrà trovato una nuova forma”, ha appena scoperto Foucault, che è un filosofo intelligente. La storia continua, non è finita nell’Olocausto, né a Hiroshima. Certo non con la caduta del Muro di Berlino, che sciocchezza. Continua nel comunismo divoratore perché è la sola rivoluzione permessa, dai missili di teatro dell’Urss.


Dell’ultima ondata “rivoluzionaria” europea questo si poteva dire all’epoca, 1975-1976: “Il compagno Cunhal avrà lottato una vita per nulla: Mosca non gradisce il suo comunismo, l’ammiraglio Pinheiro de Azevedo lo sostituirà, che a Lisbona governa le sinistre. Cohn Bendit s’è ritirato a fare il maestro d’asilo autogestito a Francoforte e scrive già le memorie. In cui non ricorda nulla, se non le seghe che s’è fatte fare, da maestro, dai bambini. Nanni Moretti autarchico si masturba invece da solo, avendo fallito quasi tutto ai vent’anni. Mentre Sartre sul Corriere della sera autorevole spiega la furia contro Pasolini come la violenza d’un invertito, di uno che si sente invertito. Già Freud lo diceva: la rivoluzione sia breve, altrimenti si diventa reazionari”.

zeulig@antiit.eu

Poe introduce la poesia in America

Tre saggi di estetica che reggono, non solo sul piano storico: “Il principio profetico”, “La filosofia della composizione”, “Il fondamento del verso”. Sulla “poesia di parole”, “l’armonica creazione della bellezza” – una delle creazioni della bellezza, quella verbale. “Unico giudice (della poesia) è il gusto”, mentre “con l’intelletto e la coscienza ha solo rapporti collaterali”. Una composizione è poesia “solo in quanto stimola, elevando l’anima”. Poe introduce la poesia in America. Con la teoria oltre che con la pratica.
Poe è morto di soli 40 anni ma sembra che abbia vissuto un’eternità, da quanto ha scritto, e con che intelligenza, nelle materie più disparate: poeta, narratore, critico, teorico della letteratura, giornalista di fatti diversi, editore. In un ambiente, i primi decenni dell’Ottocento, che in America erano simili alla preistoria, sia pure alfabetizzata, e anzi grande lettrice. Malgrado il suo impegno pratico enorme per la sopravvivenza, da giornalista e direttore-editore di riviste. Si consideri che il suo “esecutore letterario” dopo morto, Rufus Wilmot Griswold, fece di tutto per infangarne la memoria, non essendo Poe il tipo rispettabile della morale puritana d’obbligo (il suo necrologio sul “New York Times” cominciava con: “Edgar Allan Poe è morto a Baltimora l’altro ieri. Questo annuncio farà sussultare molti, ma pochi ne saranno afflitti”).
Edgar Allan Poe, Tre saggi sulla poesia, Iduna, pp. 162 € 12