sabato 2 aprile 2022

Secondi pensieri - 478

zeulig

Amore – “Ha come mezzo la guerra, e come fondamento l’odio mortale tra i sessi” è nota proposizione di Nietzsche. Oggi si direbbe finito nell’odio del sesso, trascinato dalla caduta del desiderio, come se ne fosse un’appendice, maschi e femmine uniti nella lotta, o dell’indistinto genere.
Ogni sentimento o passione è esclusa dall’odierna sessuomania lgbtqia. Naturalmente americana, di una cultura cioè fondamentalmente sessuofobica, sotto le figure dell’onnisessualità, in un quadro schizofrenico. Una sessualità simboleggiata dalle cacce notturne nei bar, con sconosciuti, come un dovere in battaglia, contro se stessi, omo, etero, trans e di ogni specie. Mentre altrove, e prima, la paura o il rifiuto del sesso si consumavano in casa, in privato, indisturbati, quali celibi che non dovevano dare conto di niente a nessuno. La sessualità essendo una parte, non grande, dell’amore. Nelle sue varie declinazioni, dell’affetto, la simpatia, l’empatia, l’amicizia, la semplice curiosità o attenzione.


Antifascismo – La riduzione teatrale di “M Il figlio del secolo”, il romanzo di Scurati sull’ascesa di Mussolini, dal 23 marzo 1919 al 3 gennaio 1925, dalla fondazione dei Fasci di combattimento all’instaurazione del regime, dopo l’assassinio di Matteotti, vede il teatro pieno, a Milano e a Roma, nei due mesi di programmazione, con lunghe code di spettatori inesauditi. Il romanzo e la rappresentazione non dicono nulla più del risaputo, anche attraverso i vecchi settimanali familiari a larga diffusione, “Gente”, “Oggi”. E la rappresentazione non fa scintile, anzi segue modestamente l’agrodolce delle rievocazioni, irridendo D’Annunzio e Fiume, Mussolini e i Fasci, Margherita Sarfatti e Nicola Bombacci, alla Brecht ma in tono minore, da caricature, perfino mascherate. Il successo straordinario di pubblico della rappresentazione è dovuto a misconoscenza degli aneddoti narrati (impossibile, li sanno tutti), all’odio per Mussolini, alla simpatia per Mussolini? L’antifascismo è sempre un problema, irrisolto, contestato, tra gli stessi antifascisti. Forse il problema è il fascismo, cioè come la democrazia ha potuto e può degenerare – non è un problema di olio di ricino.
 
Guerra – Già “madre e regina di tutte le cose” (Eraclito) nel mondo greco, a partire da Omero, diventa abiezione col cristianesimo. Poi, sant’Agostino, si comincia a distinguere tra guerre buone e non, finché san Tommaso d’Aquino precisa e canonizza la “guerra giusta”. Ci sarà sempre quindi una “guerra giusta” – fino alla Guerra del Golfo e alla guerra alla Serbia - di cui il giusnaturalismo ha in seguito precisato le connotazioni: difesa, attuazione di un impegno disatteso, esazione di un risarcimento dovuto e concordato. Tema spinoso, su cui ancora Bobbio era perplesso.
La guerra russa contro l’Ucraina si colloca nel solco di queste cause giuste, ma non nell’immaginario, dove ora si combattono essenzialmente le guerre, e forse anche nel diritto – la creazione di statuti di autonomia per la parte russofona dell’Ucraina concordata negli accordi di Minsk, 2015.
È tema molto trattato dalla filosofia tedesca, Kant, Humboldt, Fichte, Hegel, Clausewitz, Nietzsche. Nelle più varie accezioni, di rimedio agli spiriti infiacchiti in Nietzsche, di mito permanente delle masse in Sorel, o di evento non più giustificabile col progresso delle scienze umane – questo in Comte.
 
Si differenzia quella della Russia all’Ucraina, e in che si differenzia? No, tutte le guerre sono di aggressione: chi attacca, sia pure a ragione, rompe comunque un equilibrio – la “guerra preventiva” è più ardua da “giustificare della guerra giusta”.
Questa si distingue per tre caratteristiche nuove. È una sorta di irredentismo maggioritario: un asse si stabilisce tra i russi o russofoni d’Ucraina, un quarto della popolazione, e la Russia “madrepatria”, per lingua e religione, in grado di sfidare l’elemento ucraino preponderante e nazionale nella stessa Ucraina. È anche una guerra “nazionale”, seppure dentro l’Ucraina, contro uno schieramento internazionale – non internazionalista, come nella guerra di Spagna, cioè in difesa di valori laici, socialisti, progressisti: si presenta democratico, cioè liberale, ma l’Ucraina è stata ed è illiberale, compresi i cosiddetti moti di piazza del 2004 e del 2014, che si sano invece organizzati da consorterie. È una guerra per eccellenza di false notizie, per lo più in forma di immagini, che la Russia però non combatte, mentre l’Ucraina ne fa continuo e consistente uso, in proprio, e con mezzi commerciali, di Madison Avenue e di Salford-MediaCityUK.
La Russia, nell’epoca dell’immagine, conserva le vecchie fattezze dell’orso, e quindi da tenere in punta di bastone. Ma la guerra che ha avviato, certamente di aggressione, è di una specie nuova. Quantomeno bizzarra: è una guerra patriottica, quindi “di sinistra” – liberale, risorgimentale, protettrice delle minoranze. Dei russi che dall’impero zarista, quindi da metà Settecento, e fino al 1989 e oltre, alla dissoluzione dell’impero sovietico, sono stati di casa dai paesi Baltici fino alla Romania di Nord-Est oggi Transnistria. Una guerra analoga, a parti invertire, a quella subita e persa dalla Serbia, con la quale la Russia, fra gli slavi del Sud, si sente più in sintonia,  nell’ex Jugoslavia. Al dissolvimento della federazione, cioè, che era l’erede del regno di Serbia, allargato dall’irredentismo serbo con la guerra del 1914-18. I serbi furono osteggiati e di fatto scacciati in ogni stato della federazione. Alla Serbia la Nato impose nel 1999 anche l’amputazione della sua provincia del Kossovo, con una intensa guerra aerea, di bombardamenti giornalieri, dal 24 marzo al’11 giugno.
La guerra della Nato alla Serbia fu voluta dagli Stati Uniti su un presupposto analogo a quello con cui ora Putin giustifica la guerra all’Ucraina: la mancata osservanza da parte della Serbia degli impegni assunti in sede internazionale per l’autonomia del Kossovo. Anche allora l’Onu non considerava le forze autonomiste del Kossovo soggetti rilevanti di diritto internazionale, così come fa ora per le repubbliche russe del Donbass ucraino – anzi considerava terrorista il movimento indipendentista kossovaro, UÇK.

La guerra della Russia contro l’Ucraina non è la prima guerra europea. Si suole dire che l’Europa è stata risparmiata dalla guerra dopo la seconda guerra mondiale. In realtà è stata ed è il maggior teatro di guerra nel mondo – probabilmente più del Medio Oriente. Non ha registrato le distruzioni e le morti della guerra di Corea e della guerra del Vietnam, ma ha avuto e ha il maggior numero di conflitti, di varia tipologia. La guerra fredda ha avuto molti episodi bellici: dal blocco di Berlino al Muro, dall’invasione dell’Ungheria (1956) a quella della Cecoslovacchia (1968). Francia e Inghilterra hanno combattuto molte guerre coloniali negli anni 1950: a Suez, in Kenya, nella ex Indocina, otto anni di guerra, dal 1946 al 1954, con mezzo milione di morti e altrettanti feriti, e gli otto anni di guerra civile, specialmente violenta, in Algeria. Altre guerre coloniali, a minore intensità, ha lungamente combattuto il Portogallo in Angola, Guinea-Bissau e Mozamabico. Da ultimo le guerre nella ex Jugoslavia. E la guerriglia di Al Qaeda e dell’Is, a Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, e altrove in Francia e in Germania, con migliaia di morti.  


Papa Francesco – Si può dire nietzscheano, in quanto prova a liberare il sesso dalla sessuofobia clericale - libera la chiesa dalla sessuofobia. “La prima proposizione”, così Nietzsche sintetizza la sua “legge contro il cristianesimo” che sarà “L’Anticristo”, scrivendone a Brandes a dicembre del 1888 (o proponendosi di scriverne a Brandes), è: “Viziosa è ogni specie di contronatura. La varietà d’uomo più viziosa è il prete: egli insegna la contronatura”. Per il motivo che dirà alla “quarta proposizione”: “La predica della castità è un pubblico incitamento alla contronatura. Ogni disprezzo della vita sessuale, ogni insozzamento della medesima mediante il concetto di «impuro» è il vero peccato contro lo spirito santo della vita”.


Santità – È distinta dalla saggezza, e anzi opposta. Altiero Spineli lo spiega bene scrivendo alla figlia Renata Colorni quindicenne (“La religione di un laico spiegata alla figlia”, “Corriere della sera”, 1novembre 2000): “La religione della santità è sempre intollerante verso quella della saggezza perché considera il saggio un presuntuoso che vuol fare a meno di Dio e che perciò è in stato di peccato. La religione della saggezza è invece sempre tollerante verso quella della santità, perché pensa che essa è in fondo una variante fantasiosa di se stessa”.   
Perché le religioni hanno il culto dei santi? Perché non sono, non si vogliono, sagge.
 


zeulig@antiit.eu

L’Italia riservata, di Mani Pulite

Non una delle tante “memorie di un superministro della Prima Repubblica”, come da sottotitolo. E nemmeno fantapolitica, come era di moda a fine Novecento – “Berlinguer e il Professore”, etc..  No, sono memorie di uno informato e, a distanza, bene informato, non il solito chiacchierone. Uno che capisce anche, oltre che sapere. Sarebbe, sarebbe stato, il più opportuno contraltare alle celebrazioni di Mani Pulite per il quarantennale.
Fa impressione, a distanza di tempo, per la nettezza dei fatti riferiti, e delle spiegazioni, in ogni circostanza. E per il fatto che, a distanza di tempo, non ci sono tentativi di storicizzare l’abbattimento della politica, di nessun tipo, a parte le polemiche: gli atti, i media, le statistiche giudiziarie, le “irritualità”, le “dichiarazioni”, la corruzione dei magistrati, perfino pubblica, nessun lavoro di scavo, nemmeno tentato.
Al “Geronimo” basta (191-192) il richiamo alla confidenza avuta dal ministro dell’Interno Scotti, a cui i servizi segreti, allora Sisde, confidano che a fine maggio 1992 due camion carichi sono usciti di notte da Botteghe Oscure, allora la sede del Pci, e sono scomparsi nel nulla, in direzioni diverse. “Geronimo” collega il fatto all’incontro che Giovanni Falcone avrebbe dovuto avere col Procuratore speciale russo Stepankov, se non fosse saltato in aria a Capaci, il 23 dello stesso mese. Stepankov era incaricato di recuperare i crediti del Pcus, il partito Comunista sovietico, nei paesi occidentali, e aveva chiesto la collaborazione di Falcone per sapere come orientarsi.   
O la premonizione, straordinaria nella primavera del 1982, del capo dei servizi, generale Ramponi: “O la Dc e il Psi si rinnovano, oppure sono destinati a morire”. Da quale Dio?
Geronimo (Paolo Cirino Pomicino), Strettamente riservato

venerdì 1 aprile 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (487)

Giuseppe Leuzzi

In quaranta giorni di guerra in Ucraina, malgrado l’asserito enorme spiegamento di mezzi russo, con bombardamenti e assedi di grandi città, le vittime contate, vittime civili, si aggirano sul migliaio. Sono poche. Non per cinismo: nel 1799, in un solo giorno, il 20 gennaio, i repubblicani napoletani fecero un tremila vittime tra i lazzari, che si erano schierati per la monarchia, cannoneggiandoli da Castel Sant’Elmo.
 
“Da Calabria, Sicilia, Molise e Toscana l’assalto italiano alle «tecnologie blu»” - Luigi Ippolito sul “Corriere della sera”. A Londra, alla fiera Oceanology, di tecnologie e procedimenti per utilizzare la forza motrice del mare e salvaguardarne l’habitat. Le università Mediterraneo di Reggio e il Consorzio Seapower della Federico II di Napoli per produrre energia dalle onde. La Unical di Cosenza e la società siciliana Atlantis per la protezione dei beni archeologici marini. La pugliese Fishanalytics per la gestione delle acquaculture con l’intelligenza artificiale. La siciliana Geo Bio Team per sanitarizzare la ricerca e produzione di idrocarburi a mare. La molisana Guidotto Ships di Termoli, per l’ispezione di oleodotti e cavi sottomarini. La casertana Top View per i droni di ricerca e soccorso in mare. L’intelligenza non manca.
 
Puglia e Calabria, scriveva a Stendhal due secoli fa un corrispondente, Lambert, un funzionario francese trapiantato a Napoli da una decina d’anni, sono tra le terre più ricche del reame. Ma gli uomini sono morti – soprattutto le donne.
 
I Borboni com’erano
I Borboni, se n’è fatto un’idea Álvaro Mutis, “Amirbar” pp. 119-120, erano di due specie. Gli eredi del figlio minore di Luigi il Santo manifestano presto “una curiosa particolarità del carattere”: esercitare direttamente il potere, per il gusto dell’intrigo, con scarso rispetto della realtà, grazie “all’abilità di maneggiare le debolezze e le ambizioni dei sudditi e di sapersi sempre mantenere al margine, o meglio al di sopra, degli accidenti immediati che scatenavano gli intrighi dei loro accoliti”.
Alcuni erano bravi a questo gioco, spiega Mutis: Erico IV, Luigi XIV, Luigi XV, Luigi XVIII. Altri no, Luigi XVI, Carlo X, o in Spagna Carlo IV e Ferdinando VII. I Borboni sono tutto qui.
Curioso che dei Borboni si sappia poco in Italia. Lo stesso Gadda, che pure ci scrisse sopra un libro, “I Luigi di Francia”, si limita a riciclare l’aneddotica. Il colombiano-messicano Mutis, premio Cervantes, era probabilmente dentro la Spagna dalle due anime, l’europea e l’oceanica.
 
Senza categorizzare, Atanasio Mozzillo, “Stendhal au bout d’Italie ovvero: il viaggio inventato di Stendhal in Calabria”, ricorda che il re di Napoli Ferdinando IV, I delle Due Sicilie, re per una sessantina d’anni, non ha mai varcato l’Appennino o traversato il Sele per conoscere le sue province. Cacciato dai repubblicani nel 1999 e dai napoleonici nel 1806, lasciò Napoli per Palermo, da corte a corte. Andava a caccia, questo sì, ma non molto fuori Napoli o Palermo. Andò anche a Roma, il 5 ottobre del 1798, per ristabilirvi il papa contro la Repubblica, ma non gli andò bene. 
Era il figlio e erede di Carlo, il re di Napoli “proprio e nazionale” - che poi però lasciò Napoli per fare il re a Madrid, Carlo III.  

 
No a Ferrero, la nocciola calabrese non si tocca
La Ferrero si era proposta di rilevare l’intero raccolto, per vent’anni, ai prezzi di mercato. I produttori hanno detto no, “preferiamo valorizzare le nostre nocciole da soli”. È cronaca di ieri in Calabria: i produttori della “tonda calabrese”, piccoli produttori su un’area di 350 ettari nel basso Ionio in provincia di Catanzaro, tra Cardinale e Torre Ruggiero, vogliono “valorizzarne l’identità”, sul luogo, di modo che “i compratori vengano qui per comprare il prodotto”: “Il nostro obiettivo”, dichiara il presidente del Consorzio, Giuseppe Rotiroti, “è lavorare le nocciole in Calabria per creare posti di lavoro”. Un’intenzione che potrebbe andare bene, perché no.
Per ora ci lavorano quaranta persone. Un impianto di trasformazione, un investimento da mezzo milione, darà lavoro ad “almeno dieci operai”.
L’esito sarà il migliore augurabile. Ma la tendenza è purtroppo malthusiana: in Calabria si sono abbattuti ovunque i castagni, che ora alimentano altrove una florida economia, le banane e il gelsomino nella locride, la conca verde di “arance di San Giuseppe”, o ovale calabrese, alle porte di Reggio Calabria, una varietà che matura ad aprile-maggio, una benedizione, lo zibibbo dei terrazzamenti di Bagnara e Scilla, una orografia che fa lo splendore delle Cinque Terre, un tesoro, abbandonata al dilavamento. Perfino l’ulivo non se la passa bene: non si contano gli espianti, per farne legno da parquet. Anche di uliveti secolari, che la legge in teoria protegge – ma basta, dicono i Carabinieri, dichiarare l’uliveto malato. Anche la “tonda calabrese” non se la passa bene: ora si producono tremila quintali di nocciole, quarant’anni fa erano sedicimila.
Nella penisola del Bel Paese, “la società più distruttrice d’Europa” già nel “Viaggio in Italia” di Piovene del 1957, la penisola calabrese si è da allora specialmente distinta. La campagna in Calabria sarebbe, come altrove, un bene inestimabile, una miniera a cielo aperto, nel boom ormai inarrestabile dell’agro-alimentare, nella nuova coscienza e scienza del vivere sano. Non lo è, per la lontananza dai mercati, per la scarsezza dei capitali, ma soprattutto pesa, per deficienza, l’endurance, la resilienza. La resistenza e la costanza – capire adattarsi e insistere: il “tutto subito” non fa futuro.    
 
Mafia megafoni istituzionali
Scandalo al convegno romano degli editori di libri (Aie) e giornali (Fieg) “La pirateria nel mondo del libro”: è la Calabria che ruba i libri - la regione dove, dopo la Sardegna, si legge meno in Italia. Il generale Nisi della Guardia di Finanza annuncia la conclusione di una “operazione speciale” Ghost Book, con l’arresto di tre persone, a Roma, e il sequestro di beni per 1,5 milioni: “Una organizzazione”, dicono i giornali, “con base in Calabria” che produce e vende “materiale contraffatto”. Anche qualche libro, di “Elena Ferrante”, Rodari o Fabio Volo.
Il convegno ha accertato 322 mila atti di pirateria al giorno nel 2020, con un danno per gli editori di 1,88 miliardi di fatturato, e un mancato gettito fiscale di 322 milioni. Ma se non c’è profumo di mafia (Calabria questo vuole dire) non c’è reato.
Analogamente per l’ecobonus al 110 per cento. Non ci sono statistiche degli abusi – che pure ci sono (ci sono ma non si danno: sono marginali?). Abusi però si paventano, e va bene, vigilare è ottimo. Ma solo per un “cartello delle mafie”. Un cartello”, niente di meno: la teoria del monopolio fatta propria dai capicosca e ‘ndranghetisti, super, ipercapaci. Ma dove, ma come? “Lo schema delle cosche prevede la creazione di finte società edilizie. Con l’aiuto di professionisti e funzionari pubblici”. Come in un qualsiasi falso appalto?
Il governo non vuole rinnovare il superbonus, e va bene. Ritiene il superbonus uno spreco e un malaffare - mentre il reddito di cittadinanza no - e va bene. Ma perché dirlo mafioso, basta toglierlo. Il governo non è il megafono delle mafie. Come non lo sono i Carabinieri, e nemmeno la Guardia di Finanza.
 
Sicilia
Nell’ultimo “A Sud” chiedevamo: che si sarebbe detto se fosse stata la Sicilia, e non l’Emilia-Romagna, a destinare i 20 milioni del Pnrr per i borghi, senza un bando, senza una selezione o qualcosa di simile, a due minifrazioni spopolate di montagna per crearvi studi cinematografici e una scuola per scalpellini? Il “Corriere della sera” aveva pronta la risposta il giorno dopo: “In Sicilia i 20 milioni sono stati assegnati, senza un bando, senza una selezione o qualcosa di simile, al borgo di Cunziria, Comune di Vizzini”. Su pronta segnalazione dalla Sicilia.
 
Molti grandi catanesi sono di fuori città, anche di fuori provincia: di Vizzini (Verga), Mineo (Capuana, Bonaviri), Pachino (Brancati), Lentini (il barone Sgalambro) – sulla traccia naturalmente di Iacopo da Lentini, “il notaro” poeta, padre del sonetto). Il campanilismo non si esercita tra congiunti? O forse non è siciliano - non si esercita più nemeno tra Catania e Palermo.
De Roberto, dei nobili catanesi Asmundo per parte di madre, era nato a Napoli: si fece catanese ai dieci anni, alla morte del padre, ufficiale borbonico.
 
Il presidente Mattarella smobilita alla fine del mandato. Poi, richiamato a furor di popolo, ritorna al Quirinale. Per restarci, ovvio, il primo presidente che farà due mandati di seguito. Ma senza più un rapporto di fiducia o riconoscenza con Draghi, che gli aveva consentito di terminare in bellezza il mandato, e anche la legislatura, obiettivamente difficile da gestire con un Parlamento frammentato. Ma non sarà, non è, più come prima. Perché Draghi, fra il trasloco e il rientro dal Quirinale, si era candidato al posto suo: il proposito siciliano, anche il più ferreo, va interpretato.
 
In “Nero su nero” Sciascia racconta di una “signora Goetze”, tedesca, madre di sette figli, che in vacanza in Sicilia, a 48 anni, si risveglia all’amore. “Con un signore siciliano”, col permesso del marito entusiasta, per due notti consecutive, e dopo di allora è felice: “La Sicilia fece di me una dea”. La grottesca vicenda indispettisce Sciascia: “Il signore siciliano di belle maniere” dice “di bocca buona” – la donna “non ha nemmeno la statura delle donne del Nord, che è per un meridionale attrattiva irresistibile. E ha il naso a patata”. E immagina “il racconto che quel signore farà per tutta la vita della sua avventura” nel solito circolo dei notabili, trasfigurando la donna, “giovane, alta, di un biondo straordinanrio”, con un marito cornuto - “questo gran cornuto è venuto a ringraziarmi”.
Sciascia è insensibile al grottesco della vicenda per essere sempre arcigno con “i siciliani”.
 
Anche Camilleri fa parlare i suoi siciliani come al circolo dei notabili – che nonn esiste più da molto tempo, e comunque non parlava come nei racconti. Ma per divertimento, degli stessi notabili.
 
Leoluca Orlando lascia Palermo, dopo un quarantennio di controllo politico, come sindaco cinque volte e come politico di riferimento, con un debito record. Che lo costringe, per evitare il fallimento giudiziario, con l’aiuto straordinario del governo nazionale, a più che raddoppiare l’addizionale Irpef comunale: al 17,7 per mille quest’anno, a l19,8 nel 2023 - più del doppio del tetto massimo dell’8 per mille previsto dalla legge.
  
Dimenticato fra i tanti (il Millennio purtroppo non ricorda più nulla, solo le ricorrenze che gli vengono imposte dalle campagne pubblicitarie) Antonio Veneziano, che pure è personaggio avventuroso: cinquant’anni visse a Palermo nel secondo Cinquecento, tra poesie, in dialetto per lo più, donne, e libelli contro il governo, che lo portarono a morire in carcere. A Palermo e anche in Algeri, dove fu in prigionia con Cervantes, che gli fu amico. Cervantes gli ha dedicato un’epistola in dodici ottave – di cui recupererà settanta versi nella commedia “El trato de Argel”, il patto di Algeri – e ne ha fatto un personaggio del racconto “L’amante liberale”, il prigioniero siciliano che magnifica la bellezza della sua donna in “versi sublimi”.
 
Si ricorda volentieri la frase di Goethe all’imbarco da Messina per tornare sul continente: “Non si può avere la più pallida idea dell'Italia se non si è vista la Sicilia: qui è la chiave di tutto”. Intendeva dire di storia e di bellezze, monumentali e naturali. Ma, certo, tutto è tutto. Il siciliano volentieri ci vede il peggio - non soltanto il pessimista Sciascia.

leuzzi@antiit.eu


Romii e elleni

Libro di viaggi nella Grecia del Nord (il titolo allude a una Grecia di mezzo, prospiciente il golfo di Corinto), con alcune digressioni. Una, la più brillante, Patrick Leigh Fermor fa sulle due anime del greco contemporaneo, il romios e l’elleno, con una lunga tavola di caratteristiche psicologiche appaiate per le due entità. Molte caratteristiche dei romioi sono calabresi, se non tutte: realismo, individualismo, ambizione privata, leguleismo, istinto, improvvisazione, empirismo, provincialismo, retorica classica, sfiducia nella legge, saputismo, incostanza, sensibilità eccessiva, collera improvvisa e violenta... Leigh Fermor ne elenca 64, e tutte potrebbero essere molto meridionali. La vera categoria potrebbe essere ionica, come opposta alla attica, o egea.
La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta: con 64 caratteristiche, non ce ne è una. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica romia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l’acedia latina, la malinconia immotivata: “Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. È compito degli amici diagnosticare l’angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria”. Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, “il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato”. Cosa, aggiunge, “tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini”, tra i quali mette il Sud d’Italia. Che invece si esprime al meglio con l’ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l’“abito” meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico (e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi, e che Lear, inglese, scelse di vivere in Italia).
In un breve ripensamento sulla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva “una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione”. E fa questo esempio: “Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla”. Gissing che si ricorda solo per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C’è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che per questo sono tristi - non come Ramage, Lear e Douglas, che invece riuscirono a divertirsi perfino in Calabria. Tra gli inglesi alcuni però si distinguono per la curiosità, i migliori e più durevoli: Leigh Fermor, Freya Stark (nata a Parigi e cresciuta in Italia, tra Asolo e Genova), Robert Byron, Bruce Chatwin. Scrittori che nel secondo Novecento hanno saputo rinnovare il culto dell’esotico – dell’estraneo.
Leigh Fermor è grecofilo, al punto che non se ne immagina altra vita che in Grecia, dove ha vissuto nel dopoguerra. E tuttavia i greci sono per lui “essi”. Non usa “si dice" ma “i greci dicono”. Non “questo posto si chiama” ma “i greci chiamano questo posto”. Non che ci sia un altro nome, inglese, turco, chissà, per lo stesso posto, no. Semplicemente, quello non è posto di Leigh Fermor. Come di un qualsiasi funzionario di colonia.
Notevole in questo libro, oltre alla riconosciuta capacità di Leigh Fermor di narrare la filologia, che ne fa il successo, l’assenza di Venezia, se non per quattro righe e mezza. Non ci fu Venezia nelle isole Ionie, né a Parga, Preveza o a Lepanto, oltre che a Creta e nel Peloponneso, c'è solo Bisanzio, e i turchi. E questo è sleale, oltre che impoverire il racconto: gli inglesi sono arrivati tardi nelle isole ioniche, altrove non ci sono nemmeno arrivati, e ci hanno lasciato poco, niente eccetto il cricket a Corfù. E Lord Byron, certo - che però vi morì di polmonite (se non era malaria), mentre andava a caccia. Sapendo della mancanza, però, il grecofilo riesce a gustare poco o niente di questo “Rumelia”, e più che altro la buona volontà. I Sarakatzani non decollano, benché siano soggetto succulento. Di Creta non ne parliamo: la seconda patria dello scrittore: sembra un articolo di giornale, o un dépliant.
Freya Stark in copertina nell’edizione americana ne lodava le riconosciute abilità: “C’è qui tutto di nuovo: brillantezza, la profusione compiaciuta, l’esuberanza della cultura e dell’informazione...”. Che era malignamente diminutivo, e finisce per essere vero, perché Leigh Fermor qui manca, per inaspettate cesure, o censure, la felicità della narrazione di “Mani” o di “Tempo di doni”. Non ci sono italiani nemmeno nel Giardino degli eroi di Missolunghi, gli eroi dell'indipendenza ellenica, che invece ci sono.
Patrick Leigh Fermor, Rumelia, Adelphi, pp. 291 € 20
 

giovedì 31 marzo 2022

La mediazione cino-europea che non si è fatta

La Cina si è proposta mediatrice nel conflitto russo-ucraina insieme con la Unione europea, e non ha ricevuto risposta?
Il summit virtuale cino-europeo dell’8 marzo, fra Macron, Scholz e il presidente Xi, del “lavorare insieme” e della “massima moderazione”, poi lasciato cadere dai leader europei, era stato preceduto da un’articolata dichiarazione del ministro cinese degli Esteri Wang Yi. Che parte col vantare “un mutamento mai visto da un secolo”, una “potenza globale responsabile”, cioè la Cina, che esercita “compostezza strategica”. Ma spiega anche che l’Europa farebbe bene a capire che “multipolarizzazione e democratizzazione delle relazioni internazionali sostituiranno unilateralismo ed egemonismo”. Gli europei non hanno dato seguito all’invito, il cui presupposto era l’autonomizzarsi dell’Unione Europea.
Wang Yi invitava anche il governo americano a tornare al “Comunicato di Shangai”, all’impegno sottoscritto cinquant’anni fa, a conclusione della visita di Nixon in Cina, 21-28 febbraio 1972.
Il Comunicato di Shangai prevedeva la normalizzazione dei rapporti economici, e due importanti sviluppi politici: il riconoscimento americano di “una sola Cina”, col ritiro delle truppe da Taiwan (su Hong Kong, allora possedimento britannico, non ci fu nemmeno bisogni di un impegno specifico), e il riconoscimento cinese degli interessi americani nel Pacifico (sottinteso: compresi il mare del Giappone e i mari cinesi, Giallo, Cinese Orientale, Cinese Meridionale). Nel quadro dei principi kissingeriani (la visita e il comunicato furono opera di Kissinger, allora consigliere ombra di Nixon) di rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli altri paesi, di non aggressione, di non interferenza negli affari interni degli altri paesi, di uguaglianza, di mutuo vantaggio e di coesistenza pacifica.

Il papa non ha divisioni, e divide

Il papa non media nella guerra in Ucraina, non ha alcun potere sui due contendenti. Sull’Ucraina, di cui sicuramente conosceva la situazione prima della guerra, di soprusi e violenze, forse ancora meno che sulla Russia del patriarca nazionalista Kirill.
I patriarchi di ogni chiesa ortodossa, compresa quella ucraina da poco autocefala da quella russa, non vogliono bene al papa, e soprattutto non al papa Francesco.
Il papa – il segretario di Stato Parolin - vanta rapporti sempre amichevoli con l’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Avdeev. È normale, i russi non sono orsi, come si legge nei giornali. Ma l’ambasciata è simbolica, il papa non ha divisioni corazzate, e nemmeno un territorio, a parte il giardino per le passeggiate del pontefice. Conta per il suo magistero teologico, e per quello morale. La teologia è sempre al Filioque divisivo di mille e passa anni fa. Sul magistero morale niente ha disturbato le varie ortodossie, compreso qualche residuo patriarca cattolico, in Libano, Egitto, Siria, India, più dell’ecumenismo del papa Francesco. I patriarchi si sentono minacciati e anzi assediati dall’islam e dalla parallela, molto accomodante con l’islamismo, secolarizzazione euro-americana. Non c’è documento (allocuzione, indirizzo, pastorale) che non rimarchi la distanza.
 

La maternità fa la donna felice

Sarà stato il 2021 l’anno della madre e del bambino? Capitando di vedere di seguito due storie di maternità, e di coppie rinate grazie alla maternità, uno si stropiccia gli occhi: ci sono ricorrenze ormai per tutto, ogni giorno è il giorno di qualcosa, non ci sarà stato un anno della maternità?
Con le solte divagazioni omosessuali, a letto o rimosse, Almodovar racconta la storia di due donne, una molto sicura di sé, l’altra post-adolescente incinta di un party alcolico, che la maternità rafforza. Anche nelle avversità successive, i rapporti con la propria madre da una parte, la bambina scambiata dall’altra. Sullo sfondo della campagna Dignitad Nacional per il recupero in Spagna delle salme nelle fosse comuni dei quarant’anni di franchismo.
Un film di interni, dialogati, particolareggiati. Alla maniera di Almodovar, di film-romanzi piuttosto che per immagini. Ma due forti immagini di donna alla fine lascia, senza effetti speciali, nella normalità del vivere. Col contrappunto di una madre – l’attrice, genere che evidentemente Almodovar deve frequentare molto – che invece alla maternità non si è mai assuefatta, un incidente di percorso, e poi alla fine anch’essa si riconcilia con la figlia.
La maternità di “Madres paralelas” non è un mistero, come si sarebbe portati a credere in generale, e in particolare con Almodovar. O non lo è più, se si richiama “Tutto su mia madre” di vent’anni fa, una idea o intuizione allora affastellata che ora, in questo film, il regista pigmalione mostra lineare: la maternità fa la donna, felice.  
Pedro Almodovar, Madres paralelas, Sky Cinema

mercoledì 30 marzo 2022

Ombre - 608

Sberla sonora - altro che cerimonia Oscar - di Elisabetta II Windsor, regina d’Inghilterra, 96 anni, al perbenismo americano, tutto ricatti, di puttane vergini e avvocati a percentuale, sotto il velo del puritanesimo, nel paese meno puritano del mondo, poligamo, ubriacone, drogato. Di cui la stessa regina ha una campioncina in casa, quella che una volta si chiamava attricetta e ora duchessa, che periodicamente la ricatta con interviste e mezze dichiarazioni (il mafioso “avvertimento”). Farsi vedere in pubblico, dopo un anno di lutti e malattie, al braccio fra i tanti del figlio incriminato dalla “giustizia” americana.


Non è disprezzabile l’opposizione di Conte all’aumento delle spese militari: ha senso politico, e comunque è giusto che se ne discuta, sotto i facili entusiasmi dei media: riarmarsi perché? come? Ma dappertutto per questo è irriso, specie su giornali progressisti, “Corriere della sera”, “la Repubblica”. Si dice sinistra e si pensa subito a un blocco unanime, compatto, marciante? Nei giornali, che dovrebbero essere la coscienza critica.


Ci sono sui media solo oligarchi russi. Quelli ucraini no, che pure, a differenza dei russi, comanda(va)no il paese. Ci sono oligarchi buoni e oligarchi cattivi?


Abramovich, mediatore improvvisato nella guerra per conto di Putin, avvelenato, è invece a Istanbul, in conferenza con Erdogan e Cavusoglu al palazzo Dolmabahce. E così pure, s’immagina, i due mediatori ucraini avvelenati con lui. Mentre Patrizia Hrelia, presidentessa dei tossicologi italiani, si produce sui vari tipi di “agente nervino” che possono averlo intossicato – lei propende per la forma liquida piuttosto che per l’aerosol.


I mediatori nella guerra avvelenati non è poi la più falsa delle false notizie. La guerra è anche un cumulo di false notizie: atrocità del nemico, meglio se in immagine, possibilmente accurate (costruzione, taglio, illuminazione), eroismi nostri, meglio se di donne, bambini, vecchi, malati terminali. Lo è sempre stata, lo è anche per le scienze storiche col saggio-ricerca di Marc Bloch di cui ricorre il centenario. Ma false subito? Questa guerra batte tutti i record.


Gli avvelenamenti sono una specialità dei servizi segreti inglesi - sempre ne trovano, a carico soprattutto dei russi. Gli stessi che (non) sanno come e perché Roberto Calvi si trovò impiccato sotto uno dei ponti sopra il Tamigi.


Si celebra l’offerta generosa del presidente Biden di supplire al gas russo con quello americano liquefatto. Un po’ più caro, ma non vuol dire. Fino a che “Il Sole 24 Ore” scopre che il metano liquefatto può arrivare in Europa via Portogallo e Spagna, che hanno notevole capacità di rigassificazione inutilizzata. Bene per Spagna e Portogallo. Ma, poi, bisognerà costruire dei gasdotti, verso la Germania, l’Italia. Lunghi, cari. Lunghi anche a fare. Anche perché nessuno li vuole.  


Il petrolio russo boicottato dalla Ue va in India, a prezzi scontati. Da dove si può ricomprare, posto che ne abbiamo bisogno, a prezzi maggiorati. E non per il trasporto: il brokeraggio si fa per telefono e fax, il greggio viene spostato all’ultimo momento (magari arriva in Italia o Germania, “via India”, dalla Russia). Le sanzioni operano così, per triangolazioni, per far aumentare i prezzi.  


Il generale americano Petraeus, che come tutti sanno ha vinto le guerre perdute in Iraq e in Afghanistan, ha largo spazio sul “Corriere della sera” per dire che l’esercito ucraino è più forte di quello russo preponderante. Insomma, quasi, non proprio, dipende.   


Finalmente, dopo un mese di guerra, si scopre il battaglione Azov. Due pagine sul “Corriere della sera”, senza mai dire che è una internazionale di estrema destra, con la runa Wolfsangel selle SS, creata nel 2014 e subito famigerata per stupri, torture e altri crimini di guerra nel Donbass, attorno e dentro Mariupol, dove ha eretto un santuario a Perun, divinità slava ancestrale. Uno dei due battaglioni neonazisti di parte ucraina, l’altro si chiama Donbass. Entrambi inquadrati nella Guardia Nazionale ucraina.


È firmata Nicastro l’evocazione del battaglione Azov sul “Corriere della sera”, ma il giornalista si limita a firmare un video postato da uno dei capi “leggendari” del battaglione per dire quanto eroico è stato ed è, e a volte scambia battaglione con reggimento. Ma è vero che il battaglione Azov ha vantato fino a 2.500 volontari. Dell’estrema destra ucraina: Andriy Biletski, “Bely Vozd”, capo bianco, Nathan Khazin, ebreo ortodosso russofobo, gli oligarchi Kolomoisky (gas ) e Taruta (acciaio). E per un quinto, o un quarto, di volontari di altri paesi europei.


La Zeitenwende del cancelliere tedesco Scholz, la svolta epocale, per il riarmo massiccio della Germania, era già in atto da tempo. Già nel bilancio 2022 la spesa militare era al 2 per cento del pil, come richiesto da Trump a Merkel, 71 miliardi. In passato la spesa è stata anche superiore, in termini di pil: nel 1974, con il “cancelliere della pace” Brandt, era al 3,2 per cento del pil. Tre anni dopo, col cancelliere Schmidt, anche lui socialdemocratico come Brandt e Scholz, era al 3,4 per ceto del pil.


C’è una rilevante partecipazione italiana all’industria tedesca degli armamenti. Leonardo ha rilevato il 25,1 per cento del gruppo Hensoldt (radar, sensori, avvistatori), fatturato 2020 a 1,3 miliardi, che ha beneficiato di un più che raddoppio della quotazione di Borsa dopo l’inizio della guerra – l’ha rilevato da Kkr, il fondo americano specializzato nelle acquisizioni a debito della società acquisita. Fincantieri è in lizza per l’acquisto di Thyssenkrupp Marine Systems, specialista di costruzioni navali (sottomarini)., fatturato 2020 a 2 miliardi.

 

L’Emilia-Romagna ha destinato i venti milioni del Pnrr per progetti regionali a due frazioni sull’Appennino, La Scola, sedici residenti, e Campo, quarantaquattro, per crearvi degli studi cinematografici. La Sicilia li ha destinati a Cunziria (conceria), per fare teatro - “la Cunziria”, dice wikipedia, “è un vecchio borgo del settecento a Vizzini, Sicilia. Il luogo è divenuto palcoscenico naturale per rappresentazioni teatrali”. O cinema o teatro, il Pnrr è un divertimento – era, prima della guerra.

Ecobusiness

L’Unione Europea spende 6,6 miliardi per il progetto Iter, l’impianto Tokamak in Provenza che studia la fusione nucleare. Un impianto per un procedimento che, se fattibile, consentirebbe di produrre l’energia di otto tonnellate di petrolio con un solo grammo di idrogeno. Un progetto che Greenpeace dice “miraggio scientifico” e “abisso finanziario”.
Nel 2050 dovremo smaltire 78 milioni di tonnellate di impianti solari esausti nel mondo - in Italia 2,1 milioni di tonnellate.
Entro il 2030 in Italia si dovranno sostituire pale eoliche, già obsolete, per 30-40 mila tonnellate. Praticamente non riciclabili.
L’inquinamento oceanico da plastica proveniente da fiumi è per l’86 per ceto in Asia, per il 7,8 per cento in Africa, per il 5,45 per cento in America Latina, per lo 0,25 per cento in Nord America, per lo 0,28 per cento in Europa, per lo 0,02 in Australia-Mari del Sud. I buoni propositi dell’Occidente sono globalmente inutili.
Un buon 18-20 per cento della plastica mondiale nei mari viene dai fiumi delle Filippine.

In lode del matrimonio, e della maternità.

Quattro coppie si dissolvono, non essendo state giuridicamente mai sposate (il prete era un truffatore), ma alla fine si ritrovano d’amore e d’accordo. C’è chi scopre che la compagna non vale la (ex) moglie. E che il lavoro non vale il marito e, possibilmente, un figlio. Mentre l’adulterio è solo un passatempo, fastidioso anche.  
Un tema anticonformista, promettentissimo. Con facce note del genere brillante, Gerini, Angiolini, Crescentini, Pandolfi, Bizzarri, Kessisoglu, Fabio Volo. Peccato che sceneggiatura e dialoghi, dello stesso Costella, con Genovese, maestro del genere, e Antonella Lattanzi, non seguano l’idea promettente: non si ride – si aspetta solo che finisca (ma non ci sono sorprese).
Paolo Costella, Per tutta la vita, Sky Cinema

martedì 29 marzo 2022

La guerra col cuore

“La storia diplomatica ha spesso il difetto di non tenere conto della forza effettiva di un paese”, esordiva da Ginevra Max Salvadori in una lettera all’“Espresso” del 3 agosto 1975, a seguito di un’evocazione sul settimanale della seconda guerra mondiale. Forza che spesso è mentale più che militare, argomentava lo storico (fratello di Joyce Lussu), con una breve analisi che si attaglia alla guerra in corso in Ucraina.
Si sapeva che la Francia, benché armatissima, non si sarebbe opposta a Hitler. Mentre la Gran Bretagna, in disarmo e adagiata nell’appeasement, in poche settimane fece fronte: “Non eravamo in pochi a ritenere negli anni Trenta che i francesi (senza distinzione di partito o di classe) non potevano ripetere lo sforzo compiuto nel 1914-18, che pur avendo le armi non possedevano la capacità di servirsene, e che in caso di attacco tedesco avrebbero ceduto; e che (di nuovo senza distinzione di partito o di classe) fino al marzo 1939 i britannici, a parte lo stato miserevole dell’esercito e della marina e la pochezza delle forze aeree, non volevano affrontare una guerra. L’occupazione di Praga da parte dei tedeschi fece una profonda impressione sui cittadini britannici, prima che sul governo: una nazione di «appeasers» si trasformò in una nazione di persone decise a combattere. Cosa rara ma non eccezionale, si verificò nel marzo 1939 fra i britannici (ma non fra i francesi, né allora né dopo) una rivolta morale”.

Cronache dell’altro mondo - da Oscar (177)

Il presidente Biden in Polonia ha fatto un favore a Putin, trattandolo come se fosse un generale sudamericano, da “cortile di casa”, e ha creato problemi ai governi europei nella guerra, e dopo. I media si chiedono se lo ha fatto d’istinto, per carattere, o se non sia la politica americana.
“Chiedo uno dei più grandi investimenti in sicurezza nazionale”, ha scritto il presidente Biden al Congresso, proponendo un aumento della spesa militare del 4 per cento nel prossimo bilancio, che verrà discusso dal Congresso a settembre. Un aumento del 6 per cento era stato già ottenuto da Biden per l’anno in corso. Con l’aumento proposto del 4 per cento la spesa militare salirebbe a 813 miliardi di dollari annui.
L’Oscar per il miglior film a un modesto rifacimento di un film francese di successo, “Coda – I segni del cuore”, è in realtà un risarcimento a Appletv. Per compensare i tanti Oscar andati ultimamente alla rivale Netflix, per film altrettanto, se non di più, modesti, avvantaggiandola troppo sul mercato.   

Mussolini tutto esaurito

Una scena ronconiana, molto semovente, costumi alla Brecht, e una recitazione affettata (ironica), sempre alla Brecht, con richiami a Petrolini, Fellini, Buazzelli-Strehler, et al., per l’adattamento dello stesso Popolizio del primo romanzo mussoliniano di Scurati. Quello che va dal 23 marzo 1919 al 3 gennaio 1925, dalla fondazione dei Fasci di combattimento all’instaurazione del regime, dopo l’assassinio di Matteotti - il conflitto con i socialisti è singolarizzato in scena nella figura di Matteotti. Con l’accentuazione dei ruoli femminili, forse per far digerire meglio il polpettone.
L’adattamento è infatti volutamente piatto, non è commedia e non è dramma. Sul filo sempre dell’irrisione, del fascismo burletta – Marinetti, D’Annunzio, Balbo, Bombacci, lo stesso Nenni, la stessa Sarfatti. Non da Brecht, come si vorrebbe - Brecht non combatte i cadaveri. Sui toni da cabaret o stand-up comedy – Mussolini è per lo più Tommaso Ragno, un gentiluomo, molto british. Ma non si ride. Per tre ore: tre ore di ripetizione delle solite cose che si sanno e si sono ridette del fascismo. Un successo.
Un successo che dire enorme è dire poco: è questo lo spettacolo. Ventisette recite dal 4 marzo a domenica prossima 3 aprile a Roma tutte esaurite. Quindici a febbraio al Piccolo Strehler tutte esaurite – per una capienza di mille posti, contro i settecento del teatro romano (è una co-produzione Piccolo-Teatro di Roma-Luce Cinecittà, con la collaborazione del ronconiano Centro Teatrale Santacristina). Ieri lunedì la compagnia ha saltato l’ultimo turno di riposo per una recita straordinaria. Lo spettacolo è dovuto cominciare con un’ora di ritardo, tanta era la fila al botteghino – determinata, fino all ultimo posto disponibile.
C’è bisogno d’informazione? Sul fascismo fritto e rifritto? Pochi i ragazzi, il pubblico delle lunghe code era ieri in età, chissà quante volte se lo è sentito ripetere, che i fascisti erano brutti e sciocchi – e pochi? C’è bisogno di consolazione?
Massimo Popolizio, M Il figlio del secolo, Teatro Argentina, Roma

lunedì 28 marzo 2022

L’Europa non è slava

Gli slavi sono ancora da integrare in Europa. Non nella Ue, buona parte di essi ci sono già, da tempo, con profitto, ma nella storia e la cultura, la forma mentis, il modo di pensare e regolarsi – il modo “occidentale”.
Il tema non è nuovo, Magris lo poneva qualche anno fa parlando della Germania, che non sa ancora che cosa farsene. Rumiz, altro triestino, lo rappresenta nei suoi racconti. Le guerre fra gli slavi del Sud, ex Jugoslavia, e i rapporti sempre antagonisti fra Ucraina e Russia da un secolo a questa parte (Ucraina “bianca” contro l’Armata Rossa, etc.), ora finita in guerra senza sbocco, sono la parte evidente del problema.
Si dice Europa, s’intende “Occidente”, la civiltà greco-romana, ossia del diritto romano. Di cui si è fatta bandiera la stessa Germania, anche nelle crisi peggiori di teutonismo. O l’Inghilterra, che il sostrato celtico (come del resto la Francia) ha votato alla latinità, sia nella forma della repubblica che in quella dell’impero, regolato, normato. Un’eredità ampliata a dismisura dagli Stati Uniti, il vero Occidente, come lo dice la sua costituzione, pieno a ogni canto di partenoni e campidogli.
Niente di tutto questo nell’altra metà dell’Europa, slava. Dove il principio tribale ancora e (quasi) unicamente governa. L’eredità di Roma vi viene rivendicata, soprattutto a Mosca, la Terza Roma, ma nella forma di Bisanzio, che parlava greco ma non aveva nulla di greco-romano, né partenoni né campidogli - un impero d’Oriente, asiatico.    

L’Occidente è diviso

La guerra di Putin sembra aver fatto rinascere l’Occidente, come ai tempi della guerra a Hitler, e della guerra fredda. Ma solo sembra: gli interessi di Stati Uniti e Europa sono diversi e anche in contrasto, in questa guerra. Nei suoi prodromi e nei suoi sviluppi.
Per quel tanto che la guerra si potesse evitare - prendendo cioè per buona l’accusa di Mosca a Kiev di avere disatteso gli accordi di Minsk del 2015 su Crimea e Donbass - questo è avvenuto col sostegno dei tre governi americani che si sono succeduti da allora, Obama, Trump e Biden. È comunque un fatto che, pur non essendo l’Ucraina eleggibile alla Nato in base agli statuti dell’Organizzazione, gli Stati Uniti lo hanno lasciato credere dal 2008, amministrazione Bush jr. uscente, in poi.
Nessuna soluzione è ora possibile alla guerra: le sanzioni economiche non consentono una mediazione, e il riarmo dell’Ucraina si fa limitato, per quel tanto che non consenta una soluzione militare.
Gli effetti collaterali della guerra in Europa vano a beneficio degli Stati Uniti. Il calo (crollo) della tensione in Estremo Oriente, attorno a Taiwan. L’indebolimento di molti settori concorrenti europei, automotive, aeronautica, armamenti, chimica, a causa delle sanzioni - gestite dagli Stati Uniti, hanno di fatto un costo solo per l’Europa, come questo sito ha già spiegato. Il rilancio dell’industria estrattiva americana, di carbone e idrocarburi, già bloccata dalla normativa ambientale.

L’accordo sul nucleare arma l’Iran

I due ex segretari di Stato di area repubblicana, Kissinger (Nixon, Ford) e Schulz (Reagan), già diciotto mesi prima avevano ammonito l’amministrazione Obama, vicepresidente Biden, sulle insidie dell’accordo nucleare con l’Iran. Il 7 aprile 2015, ad accordo firmato, spiegavano come l’accordo, che ora Biden riprende, potenzialmente dà all’Iran l’armamento nucleare.
C on tutte le buone intenzioni, spiegano, l’amministrazione Obama ha aperto la competizione nucleare nel Medio Oriente. L ’Iran ha rovesciato la trattativa, “mescolando abilità diplomatica e sfida aperta alle risoluzioni Onu”: “Per vent’anni, tre presidenti di entrambi i maggiori partiti hanno sostenuto che l’armamento nucleare iraniano era contrario agli interessi americani e globali”, l’accordo dà all’Iran “questa possibilità, anche se non piena per dieci anni”. Senza peraltro controlli reali, praticamente impossibili in “un paese vasto e con grandi possibilità di camuffamento”. E senza possibili contromisure: le sanzioni che l’accordo cancella saranno difficili da reimporre all’Onu (in effetti non sono state reimposte dopo la denuncia dell’accordo da parte di Trump), e potrebbero isolare gli Stati Uniti più che l’Iran. L’accordo riconosce all’Iran la capacità e il diritto all’arricchimento dell’uranio, che era ciò che si voleva prevenire: “L’Iran ha moltiplicato le centrifughe da 100 all’inizio del negoziato dodici anni fa a quasi 20 mila”.
Qualche tempo prima, in “Ordine mondiale”, pubblicato a settembre 2014, Kissinger esaminava in ipotesi l’armamento nucleare dell’Iran. L’Iran è un grande paese, ricordava, di lunga e densa tradizione e cultura, con ambizioni di potenza regionale radicate e robuste, contro un mondo arabo che per più aspetti ha sempre considerato e considera avverso: religiosi, etnici, militari. I quarant’anni di militantismo khomeinista hanno radicalizzato questo scontro: con l’Irak, col sunnismo in Libano e Siria, e ora nello Yemen, contro l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. L’armamento nucleare è inteso a sancire la rivincita. Ma allora la proliferazione sarebbe incontrollabile: gli arabi confinanti non vorranno restare indietro.
Kissinger non ne faceva tanto un problema di Israele (Israele è, come l’Europa, la grande assente dai suoi scacchieri), ma di reazione del sunnismo, nel Golfo, nel Medio Oriente, Egitto compreso, in Pakistan. Una questione che per un lettore qualsiasi può sembrare marginale, e invece no.
Henry Kissinger-George P. Schulz, The Iranian Deal and its Consequences, “The Wall Street Journal”, 7 aprile 2015

domenica 27 marzo 2022

Cronache dell’altro mondo – bellicose (176)

L’indice di apprezzamento della presidenza Biden è risalito da un minimo storico del 39-40 per cento a febbraio al 47-48 per cento un mese dopo. Critico verso l’inflazione, ma positivo per il confronto con la Russia.
Il partito Repubblicano, che aveva all’orizzonte una larga vittoria al voto di medio termine a novembre, studia come fra fronte al ritorno di popolarità di Biden sul terremo del confronto con la Russia,  
Gli Houthi yemeniti, che hanno bombardato con i razzi i depositi petroliferi sauditi alla periferia di Gedda, sono stati tolti a gennaio dalla lista dei terroristi interazionali da Biden, su richiesta del governo iraniano.
Biden ha rimesso in circolo con Teheran l’accordo Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Actionper il nucleare iraniano, che si ripromette di firmare presto – il rilancio dell’accordo, sottoscritto da Obama e cancellato da Trump, era atteso per fine febbraio, prima dell’attacco russo all’Ucraina.
L’accordo fu a suo tempo criticato da Kissinger in quanto non preclude a Teheran l’accesso alle armi nucleari, ma solo lo rinvia di dieci anni.

Ecobusiness

Le 16 obsolete centrali a carbone dei Balcani occidentali inquinano più delle altre 296 in funzione nel resto d’Europa – Air Quality-AirCare. 
“L’auto elettrica comprta costi aggiuntivi del 50 per cento - Carlos Tavares (Stellantis).
Volkswagen progetta un’auto elettrica economica, fra due anni, al costo di 18 mila euro.
Gli investimenti per migliorare la tecnologia dell’auto elettrica nei prossimi cinque anni sono calcolati in 330 miliardi di dollari.
Ma la guerra in Ucraina sta ribaltando i piani d’investimento: tutte le risorse, in Europa e negli Stati Uniti, si indirizzano per i prossimi anni alla produzione e il trasporto del gas, e alla messa in attività di giacimenti petroliferi a bassa resa - greggi pesanti, scisti – e a forte inquinamento nella fase produttiva, di estrazione e raffinazione.

"Sulla strada" sulla traccia di "Senza famiglia"

La bohème a New York con Kerouac (un centenario – della nascita – che anche l’America ha dimenticato) e tanti amici, di lei, Frankie Edith Kerouac-Parker, e di lui, che formeranno la beat generation. Negli anni della guerra, dal 1940 al 1945. Compreso il matrimonio in carcere, dove lo scrittore era rinchiuso per favoreggiamento – un matrimonio necessario per sbloccare l’eredità di Edie, e poter pagare la cauzione per il rilascio. Raccontata con la stessa spensieratezza, vigile, con la quale è stata vissuta. Perché allora se ne è dissociata? “Erano tutti coinvolti nel giro della droga, mentre io lavoravo a tempo pieno per poterli mantenere”, di notte, come carrellista, nei grandi dock sull’Hudson. Con fotografie d’epoca.
Si parla molto di Allen Ginsberg, perfino un bel ragazzo, quando aveva i capelli, ancorché bassino, e di William Burroughs. E degli amici che rifluiranno in molti personaggi di “Sulla strada”: Lucien Carr, bellissimo, spensieratissimo, che finisce male, uccidendo il vecchio caposcout gay che lo perseguita, padre dello scrittore Caleb Carr, Henri Cru, Neal Cassady, Seymour Wise, molto Joan Vollmer Adams. prima che finisse annegata nella benzedrina, e poi, moglie di Burroughs, vittima di lui, maniaco delle armi, in un gioco alla Guglielmo Tell. Con pochi soldi e molto alcool. E, con l’entrata nel gruppo di Herbert Huncke, più anziano, le droghe.
Con ritratti notevoli anche della famiglia Kerouac: la madre Gabe lavoratrice e devota, il padre strano, la sorella maggiore. Nonché della propria famiglia di Edie, di una borghesia operosa, a Detroit. Si può dire la storia di due “mammisti”: “Nessuno dei due se ne andò più di casa” dopo la separazione, nota il curatore Bill Morgan, “rimasero con le rispettive madri per il resto della vita, pur se entrambi risposandosi più volte”. Entrambi due volte. La terza moglie di lui, Stella Sampas, sorella di Sebastian Sampas, il migliore amico di Kerouac, si occuperà per anni dello scrittore alcolizzato cronico, e della sua madre, paralizzata da un ictus. Edie e la sua famiglia, madre, padre, sorella, nonna ricorrono nella semiautobiografia di Kerouac, “Verità di Duluoz”.
Una vita complicata e allegra. Come Frankie-Edie sarà ancora quarant’anni dopo, nella testimonianza di Timothy Moran, che ne ha raccolto le confidenze, malata e indomabile, con 28 gatti in casa. Nel 1942 abortisce, di “un bambino maschio con i capelli neri”, che presume di Jack. Senza drammi, in tre o quattro righe - meno di uno dei tantissimi pasti arrangiati o delle tante bevute, dettagliate. Jack ha avuto una figlia dalla seconda moglie, che però ha disconosciuto.
Ricordi apparentemente confusi – a imitazione della letteratura beat. Con una costante, la celebrazione di Kerouac: Jack è sempre molto intelligente, molto colto, molto affettuoso, sa di scacchi ma odia l’azzardo, è molto moralista, e non guida. Con un segnale preciso, però, per i suoi cultori e studiosi: l’influenza francese. Nel patois che parlava in casa, franco-canadese, anche negli anni di New York, quando i genitori vi si erano trasferiti da Lowell per stargli vicino. Ma soprattutto per la scrittura. Jack ritorna di continuo come grande lettore, al bagno e fuori, soprattutto della Bibbia e di Shakespeare. Ma a Edie confida che quando parla pensa sempre in francese. Il sodalizio con Edie si stabilisce col comune proposito di trasferirsi a Parigi, dal primo incontro all’ultimo. In una foto del 1944 posa “come un personaggio di Gide”. E “Sulla strada” Edie avvicina involontariamente a Malot, “Senza famiglia”, che era piaciuto molto a entrambi, libro e film: Henri, “Sulla strada”, è Rémy Boncoeur di “Senza famiglia”, p. 42.  
Edie Parker-Kerouac, La mia vita con Jack, Stampa Alternativa, pp. 191, ill. € 16