sabato 16 aprile 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (488)

Giuseppe Leuzzi

Il “bilancio sociale” della Procura Antimafia di Napoli per il 2021 dà 981 arresti sanciti dal gip sui 1.307 richiesti dalla Procura, il 75 per cento. Sono molti o sono pochi? I mille arresti hanno ridotto o circoscritto il crimine?


Lo stesso bilancio spiega che si arriva a richieste di arresto solo nel 40 per cento dei casi trattati. Come dire che la Procura antimafia lavora per lo più a vuoto. Su che basi? Probabilmente le confidenze, le denunce, anonime oppure no. Sulle mafie s’innesta un’attività di contrasto per il 60 per cento inutile, sei casi su dieci.


Roberto Andò considera Francesco Rosi, il regista di “Salvatore Giuliano” e “Mani sulla città”, due classici, “un modello”, di “strada insuperata”, “per raccontare il Meridione d’Italia”. In effetti. Forse per questo Rosi è dimenticato?


Mauro Covacich va alla farmacia internazionale del Vaticano e la trova “immensa” – “conto ventiquattro addetti nelle relative postazioni” – e affollata. Ci sono i numeretti, ma c’è un po’ di confusione. In particolare, distingue “diversi accenti, gente che ama credere, abruzzesi, campani, pugliesi”. Covacich, scrittore triestino?


Non è finita. Lo scrittore triestino pensa che per “loro”, abruzzesi, campani, pugliesi, il medicamento sarà, se “non proprio consigliato dal Papa”, di “certo infuso dalla sua grazia, se non altro per prossimità”. Mah!  


Ugo La Malfa, rispondendo a Ronchey, “Intervista sul non-governo”, 1977, a proposito della sua esperienza al Commercio Estero nel 1949-1950: “Da che cosa derivò l’impegno alla liberalizzazione (del commercio estero, n.d.r.)? Fui mosso da due convincimenti: la visione meridionalistica, ossia l’idea di stimolare con la concorrenza il sistema economico, favorendo il Mezzogiorno, e una certa intuizione della capacità nazionale di andare sui mercati”. Alla Liberazione anche il meridionalismo era in palla.


Il principe Ninetto
Nel centinaio di “sonetti” buttati giù alla rinfusa tra 1971 e 1973 alla notizia che l’amato Ninetto intendeva sposarsi, Pasolini gli si rivolge con il voi. All’uso probabilmente provenzale, della poesia cortese, dell’amato, benché ragazzo, come “mio signore”. Ma piace pensarla una forma derivata dall’uso calabrese, del voi per il lei come forma estesa di riguardo. Specialmente dell’età, genitori compresi e anziani di ogni tipo. Quale gli è stato usato sicuramente da Ninetto quattordicenne nei primi incontri.
“Chi v’insegnò filosofia da bambino?\ Una filosofia che dice di non credere in niente”, a un certo punto il poeta interpella Ninetto. “Questa nera filosofia di poveri” poi continua tagliente, ma riconoscendo “che vi ha dato\ tanta fermezza”.
Pasolini è lo scrittore del secondo Novecento che con più continuità ha scritto e parlato del e col Sud – scrittore non di origini meridionali. Non nei romanzi, ma sì nella saggistica e in poesia, e nel cinema. Volendo, anche i due romanzi di esordio sarebbero da considerare del Sud – un leghista li considererebbe tali. Ma non nel senso che Pasolini dà al Sud, che comincia a Napoli, ed è un mondo contadino in trasformazione. A Napoli?


La povertà è dei mercati
La Calabria ha il record dei vigneti bio sul totale, quattro ettari su dieci. Ma non sa venderli, benché ora molto richiesti – qualcuno ha sentito parlare di vini bio calabresi? Ha fatto grossi investimenti, ma non sa farli fruttare, con marchi, qualità, pubblicità, tipologie anche di vini, adeguamento ai gusti e agli stili di vita?
L’effetto è anche di una ridotta superficie coltivata a vite – la Sicilia, dove i vigneti bio sono solo il 27 per cento del totale, è la primissima per superficie totale bio, 26.241 ettari (un quarto dei vigneti nazionali bio). Ma resta il nodo: l’iniziativa individuale si ferma nel momento migliore, del moltiplicatore di attività e redditività, del guadagno. Per la deficienza delle strutture pubbliche sicuramente, promozionali, di marketing, pubblicitarie (non si fa merito delle coltivazioni bio, p.es., lo sappiamo solo dagli studi). Ma anche per deficit di costanza: fatto il più, si penserebbe normale fare il meno (fiere, mercati, promozioni…). Invece no: se il successo non è immediato, la stanchezza subentra subito.
La Calabria ha anche la più grande varietà di vitigni autoctoni, che oggi nel mercato vinicolo sarebbe un tesoro. Ma sa valorizzarne solo uno, il gaglioppo. E per la determinazione di una o due famiglie di viticultori. Il problema del Sud non è la povertà, sono i mercati, riuscire a entrare nei mercati – trent’anni fa anche la Cina, oggi prima potenza economica mondiale, era povera e poverissima. 


Napoli
“Città velata, ma vanitosissima”, la dice Marino Niola ai giornalisti europei ospiti di Netflix per il lancio del film di Sorrentino, “È stata la mano di Dio”. Velata come nel film di Ozpetek, ma esibizionista.


Ebbe quattro conservatori perché coltivava i castrati, a partire dal Seicento, “quasi tutti provenienti da famiglie povere del Sud”, Cecilia Bartoli, “la Repubblica”, 12 gennaio 2012 – “in migliaia subirono l’atroce mutilazione, molti morivano d’infezione”.
Le famiglie povere abbondavano allora al Nord come al Sud (famiglie povere del Sud è un modo di dire), ma certo l’uso è ben napoletano.


Ne “nacquero”, sempre Cecilia Bartoli, “musiche di fuoco, passione e virtuosismo”, del grande Settecento napoletano, “di tremenda difficoltà perché, pur essendo le voci dei castrati femminili, contavano su una capacità toracica maschile. Passavano dai registri bassi a quelli alti con salti di 15 note, e Farinelli cantava 25 battute senza respirare”. Farinelli, di Andria, era passato per Napoli.


Usa(va) paragonarla all’India, alle megalopoli indiane. Ma l’India incinera i morti, Napoli li venera, anche ignoti, perfino residui, in ossa disgiunte.


Di Niccolò Jommelli, dopo averne ascoltato a Torino a fine 1888 il requiem, “Missa pro defuntis”, Nietzsche annota, in uno dei “Frammenti postumi”, 25 dicembre 1888: “Gli antichi italiani con la profondità e la dolcezza del sentimento, i musicisti aristocratici per eccellenza, nei quali ciò che la voce ha di più alto è rimasto come suono. Il ‘Requiem’ di Nicola Jommelli, per esempio, l’ho sentito ieri: ah, ciò viene da un mondo diverso da quello di un ‘Requiem’ di Mozart”.


Stendhal annota nel “Diario” italiano, il 9 ottobre 1811: “Napoli, la città della gaiezza. Roma è una tomba sublime. Bisogna ridere a Napoli e amare a Milano”.
“Toledo, Chiaja e la parte della città dal lato di Portici sono uniche al mondo. Non è esagerato. Ho visto Napoli al di fuori dalla società” – cioè non filtrata d ai salotti che lo ricevevano, come a Milano e a Firenze.  


Il San Carlo wikipedia può celebrare come il teatro d’opera più antico del mondo. Nato 41 anni prima della Scala di Milano, 55 anni prima delle Fenice di Venezia, la sua architettura ha influenzato le successive costruzioni del genere.
Voluto da Carlo di Borbone, “il re proprio e nazionale”, fu realizzato da Giovanni Antonio Medrano e Angelo Carasale, in soli otto mesi, al costo di 75 mila ducati (circa 1,5 milioni di euro), per un pubblico di 1.300 persone.


In vari soggiorni a Napoli, sempre brevi, Stendhal ha soprattutto attenzione alla vita musicale, gli sembra straordinaria. In “Roma, Napoli e Firenze” fa varie menzioni di musicisti che, soprattutto nel Settecento, sono stati napoletani oppure hanno esercitato o si sono perfezionati a Napoli, “il paese dove si ama al meglio la musica”.


La lista in effetti è impressionante. Alessandro Scarlatti, “considerato il fondatore della musica moderna, perché gli si deve la scienza del contrappunto” – che “era di Messina”. Porpora, Leo, Francesco Durante, che “rese facile il contrappunto”. Vinci, Pergolesi, Hasse “il Sassone”, allievo di Scarlatti, Jommelli, “Gluck si formò a Napoli”, D avid Perez, “autore di un Credo che si canta ancora nella chiesa dei Padri dell’Oratorio”, Traetta, maestro di Sacchini, “Bach (uno dei figli di Bach, nd.r., “Giovannino”), nato in Germania, fu allevato a Napoli”, Piccini, Gugliemi, Anfossi.
Tra i cantanti celebrava, oltre Farinelli, Caffarelli e Eziziello. Per concludere, 1821: “Tutti pensano che la musica a Napoli è ora in decadenza”.


leuzzi@antiit.eu

Come Notre Dame avrebbe potuto non bruciare

Prima che un film di grandi effetti speciali, fuoco, fumo, fiamme, e pompieri-ingegneri come nei migliori film di guerra, il racconto di una serie incredibile di sciatterie. Come una risata del destino di fronte al come avrebbe potuto essere.
L’allarme suona ripetutamente, da varie direzioni, in mezz’era, ma i controlli sono indispettiti, “questo allarme suona sempre”. Sotto la minaccia di un militantismo islamico in Francia e a Parigi ferocissimo, la cattedrale non è presidiata. Le persone, fedeli, turisti, vengono fatte uscire e rientrare un paio di volte. Il capo dei pompieri è avvisato da un amico, impiegato al Comune, che però è “un buontempone” e non dà affidamento. L’addetto al quadro degli allarmi è un precario senza addestramento. Che fa anche il doppio turno, perché chi doveva dargli il cambio non si è presentato. Lui però è preciso, è tempestivo, e da le coordinate giuste, ma non è creduto. E così via, tubazioni antincendio naturalmente antiquate, arrugginite. Gli accertamenti, su per torrioni e impalcature, lasciati a sacrestani anziani, appesantiti. E porte da aprire di cui solo uno ha le chiavi – oppure con chiavi da scegliere tra centinaia. Il culmine è il traffico bloccato, che impedisce ai pompieri l’accesso – letteralmente fermo, per 20-30 minuti, senza che nessuno si dia una mossa, vigili urbani, polizie, cittadini.
Con una curiosità: fosse successa a Roma una cosa del genere? La città bloccata dal traffico, gli allarmi inascoltati, le chiavi che non si trovano?
Jean-Jacques Annaud, Notre-Dame in fiamme, Sky Cinema

venerdì 15 aprile 2022

Letture - 487

letterautore


Blu
- La rosa blu, Rossella Sleiter ricorda sul “Venerdì di Repubblica”, è il simbolo dell’amore per Novalis, nel romanzo incompiuto “Enrico di Ofterdingen”, 1802. Non c’è in natura, e nessun floricultore è riuscito a crearla. Tanti ci provano, ma non viene.
 
Il fiore blu fu il simbolo dei Wandervoegel,
il movimento giovanile tedesco del primo Novecento (vi fu attivo anche Walter Benjamin), simbolo di lealtà, dirittura e salutismo - anche nell’alimentazione: i negozi “riformati” furono i primi a commerciare cibo organico.

 
Diritti
– La “civiltà dei diritti” Pasolini rimproverava già nel 1975 a “Gennariello”, il fittizio destinatario delle sue lettere pedagogiche sul settimanale “Il Mondo”: “”Sei educato all’incertezza, a una mancanza d’amore fatta di una falsa certezza crudele e impietosa (la coscienza «cristallizzata», convezionalizzata, ciecamente aggressiva dei propri diritti)”.
Di “cristalizzazione”, stendhalismo allora in voga, dando una versione offrendo una lettura riduttiva, di conformismo.  
 
Drieu la Rochelle – Espunto dalle letterature per la deriva politica infamante, dal comunismo al nazismo, è autore fertile di molti motivi, anche di titoli, che hanno fatto il Novecento. Il viaggio al termine della notte di Céline, in “Fuoco fatuo” (1931), 91. “L’amata alla finestra”, poi ripreso da Corrado Alvaro. “Il giovane Europeo”, 1927 ha già molto Gary-Ajar. Soni vicini e anzi copie dei suoi Alain o Gilles il Fromentin di Sartre e altri personaggi di racconti dell’“esistenzialismo”, del superomismo impotente, compreso il nichilismo – Alain va al suicidio come “conclusione obbligata di una morale di disgusto e di disprezzo”.  E la droga, l’uso personale e dei personaggi a fini “creativi”.
Di Sartre è impressionante il calco, nei personaggi, e nel suo personale modo di essere: tra  le donne, onnipresenti già in Drieu, in assortita poligamia, le donne dell’autore e quelle dei personaggi. E la droga: la mattina stimolanti, per acuminarsi, la sera per stordirsi – il Sartre raccontato da Simone de Beauvoir. “Siccome tu non avevi passioni,”, si dice il personaggio di “Fuoco fatuo”, “avevi dei vizi. E siccome eri un bambino, i tuoi vizi erano ghiottoneria” – si può dire un ritratto di Sartre, anticipato, o un modello   
Esprit de l’escalier – Lo “spirito caustico”, lo dice il Petit Robert, “esercitato fuori tempo”.
È parlarsi da soli, raccontarsela. Con finezza di argomentazioni, ironia, batture fulminanti, eccetera, un’autoconversazione da dreghi. “Esprit de l’escalier, esprit de solitaire”, lo sintetizza Drieu la Rochelle in “Fuoco fatuo”. In questa forma: “Si ritrovava sempre se stesso in strada”, si dice il protagonista, che ha girovagato per varie case di amici affettuosi, ovunque fuori posto.
 
Fotografia – “Nell’arte della fotografia non si può ottenere la verità che a forza di trucchi”, Drieu La Rochelle, “Fuoco Fatuo”, 101.
 
Pasolini – È nato fuori del matrimonio. I genitori si sono sposati, a Casarsa, a casa della madre, il 21 dicembre 1921. Pasolini è nato, a Bologna, sede di lavoro del padre, il 5 marzo 1922. Il padre Carlo Alberto, tenente di artiglieria, aveva al matrimonio trent’anni, la madre Susanna Colussi, maestra, 31 – età avanzata per l’epoca.
 
Proust – È Seicento? La vecchia diatriba Racine-Proust Drieu la Rochelle risolve all’avvio di “Fuoco fatuo”: “Non c’è che da leggere le lettere della Palatina: vi si vedono gli stessi gusti di oggi”. Cioè quelli di oggi (Proust) sono quelli della Palatina, Elisabeth-Charlotte, figlia del principe elettore del Palatinato (Heidelberg), maritata a Monsieur, il fratello minore di Luigi XIV, gay professo.

Riforme di strutture Se ne parla da settant’anni. Pasolini, scrivendo a Carlo Betocchi nel 1954 concludeva. “Cristo non sarebbe universale se non fosse diverso per ogni fase storica. Per me in questo momento le parole di Cristo ‘Ama il prossimo tuo come te  stesso’ significano: ‘Fa’ delle riforme di struttura’”. 

Scrivere – “La funzione della scrittura”, così risolve il drogato di Drieu La Rochelle, di “Fuoco fatuo”, scrittore inespresso, “è di ordinare il mondo per permettergli di vivere”. Per permettere allo scrittore, benché inespresso, di vivere, oppure al mondo? A entrambi, è possibile.

 
Terrorismo – Il mite Pasolini, “Le madonne oggi non piangono più”, 7 giugno 1975 (in “Lettere luterane”: “Fino a una decina d’anni fa «sotto» le elezioni piangevano le madonne, oggi vengono rapiti degli alti magistrati”. Senza differenza - a parte “l’intervento della Cia (fino a poco tempo fa attraverso il Sid: e ora?)”. Il terrorismo era “parte” dell’Italia.
 
Torino – Non c’è iperbole che Nietzsche si risparmi sulla città nelle lettere dei tre mesi felicissimi, produttivissimi, trascrosi in città, per caso, da fine settembre 1888 all’inizio del 1889, all’internamento. “Città dignitosa e severa”, scrive a Köselitz il 5 aprile, al primo passaggio in città, “…. una residenza del diciassettesimo secolo… Su ogni cosa è rimasta impressa una quiete aristocratica”. Le persone sono eccellenti, tutte, in tutti i mestieri: “Persone perfettamente riuscite, molto garbate, allegre, un po’ pingui – perfino i camerieri”. Ne accenna anche in “Ecce homo”, una delle quattro opere che prodigiosamente scrisse e stampò in tre o quattro mesi. Perfino il cielo lo esalta: “Un Claude Lorrain come mai mi sarei sognato di vedere”.
Erano eccellenti anche le note di due viaggiatori che Nietzsche conosceva. Il presidente De Brosses: “Torino mi sembra la più bella città d’Italia, e forse dell’Europa, per le strade diritte, la regolarità degli edifici e la bellezza delle piazze”. Non c’è “il grande stile architettonico”, notava il presidente, ma non vi è neppure il fastidio di vedere le capanne accanto ai palazzi. Qui niente di eccezionalmente bello, ma tutto uguale, e nulla di mediocre”. Positivi, anche se non così entusiasti, i “Croquis italiens” di Paul Bourget, altro autore letto da Nietzsche, che era stato a Torino solo tre anni prima, nel 1885, ammirato che di quella “capitale di un piccolo regno” che, dopo aver realizzato il sogno italiano che era stato di Dante e Michelangelo, aveva rinunciato a esserne “la prima città”.
 
Triplice Alleanza – “Triple Alliance”, scribacchia Nietzsche in un abbozzo di lettera al suo amico il compositore Heinrich Köselitz, da Torino il 31 dicembre 1988, vigilia del crollo mentale – “ma è solo una formula di cortesia per mésalliance….”
 
Twitter – “Un sito di social media di nicchia che ha successo soprattutto nel radicalizzare o infuriare la sua ristretta ma influente base”, David French, “The Third Rail”. Anche “un’arena gladiatoriale”, Renee DiResta, Stanford Internet Observatory. 

letterautore@antiit.eu

Nasce pacifico l'impero cristiano

Tutti i luoghi, sia della vita del Cristo, della formazione e dell’apostolato, con la geografia sociale della Galilea, e tutte le tappe della diffusione del suo messaggio, la fitta rete di collegamenti che presto si stabilì tutt’attorno al Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Nulla di nuovo, ma il dettaglio cartografico della nascita e diffusione del cristianesimo è da solo impressionante.
Gli spostamenti e le attività di Gesù nei Vangeli, e i viaggi missionari di san Paolo, sono contestualizzati con i Vangeli, le lettere, gli Atti degli Apostoli, con sicure datazioni.
Vale la pena rilevare l’assenza di guerre, di violenze, in quel movimento: una religione diventa “universale” in due-tre secoli senza eserciti.  
Jean-Pierre Isbouts, Gesù e le origini del cristianesimo, “National Geographic”, p. 112 ill. € 9,90

Che guerra è questa – le amazzoni sono tornate

S’immortala in questa guerra lo spirito di battaglione – nel caso il battaglione Azov, formato dagli estremisti di destra di ogni bordo, ma questo è irrilevante. È spirito di battaglione fra tutti gli inviati e corrispondenti di guerra. Di eccezionale unanimismo. Eccezionale anche perché costituto in larga parte da donne: la guerra non è più maschilista.


Schieratissime pure Finlandia e Svezia, che invece per mezzo secolo, quando c’era la guerra fredda, con i missili nucleari alle porte, se ne sono tenute lontane. Oggi sono guidate da donne e non hanno dubbi, nemmeno loro come i giornalisti: guerra. Il nuovo Aristofane dovrà ravvedersi. 

 

Lo spirito di battaglione ci ha provato anche ad affossare il papa, che alla via Crucis vuole una famiglia russa a portare la croce, oltre che una famiglia ucraina.  C’è una cultura unanimista, che in questa guerra si manifesta a grossi caratteri, e non è slava. È la cultura dell’incultura?

 

Lo storico De Luna non si sottrae, su “la Repubblica”: “Di fronte a Davide contro Golia è naturale e istintivo schierarsi con il primo”. Ma, professionalmente, circospetto: “Ricordo quando serbi e croati in guerra tra di loro ci facevano vedere le immagini delle stesse fosse comuni addossandosi le colpe gli uni agli altri. O quando a Timisoara la scoperta di una fossa comune e la relativa denuncia di un massacro giustificò la caduta del regime e l’eliminazione di Ceausescu con la moglie, e solo dopo si scoprì che quei morti mostrati ai media erano gente comune, defunta in ospedale”.  

giovedì 14 aprile 2022

Ma che guerra è questa - dei danni collaterali

Il presidente Biden buon cattolico, novello Eolo, scatena la tempesta perfetta ogni paio di giorni.
Ora è Nato per tutti, sfidiamo il mondo intero, dopo che per anni ci ha portati alla sconfitta in Afghanistan, in Iraq e in Siria. E genocidio a carico di Mosca, prodromo a un’altra Norimberga, a una delenda Russia. Allegramente: fa un certo effetto seguirlo che sorride mentre sta stritolando l’Europa.
 
“La Repubblica”, giornale incondizionale pro Zelensky e Biden, fa parlare il Procuratore Generale Militare, Marco De Paolis: “Speriamo che al più presto si possa fare chiarezza con organi giudiziari imparziali”; “Non ci sono informazioni pervenute dall’Ucraina che facciano pensare a un genocidio”: “Occorre documentare le violenze e le uccisioni. Occorrono prove”, eccetera, il rosario dei giudici. Con una precisazione: “Il danno collaterale non è un reato (crimine di guerra, nd.r.). Il bombardamento che per errore distrugge edifici con civili è considerato un danno collaterale. Lo abbiamo visto in Iraq, Siria, Afghanistan”. In guerre che Biden ci ha fatto pure perdere. 
 
Arriva anche a “Repubblica” la foto del leader dell’opposizone parlamentare a Zelensky, Medvedchuk, esibito in tuta mimetica, il tipo senza lacci alle scarpe, da manicomio o da Regina Coeli (ma sempre con le manette spennellate), che il quotidiano ex di Scalfari ritiene giusto bilanciare con una foto dello stesso parlamentare ieri. Specificando ampiamente come Zelensky, “a corto di consensi, non andava troppo per il sottile” un anno fa: “Da febbraio dello scorso anno la sua vita era un inferno”, sua di Medvedchuk: “Il Consiglio di sicurezza e difesa nazionale, molto vicino al presidente Zelensky,”, gli aveva chiuso le stazioni tv, e aveva imposto “sanzioni personali a lui e alla moglie, l’ex presentatrice tv Oksana Marchenko”. Un Consiglio molto vicino a Zelensky “assai poco amato solo tre mesi fa”.



Siamo fatti di emozioni

Una fiaba, in una Parigi di presepe, sotto cieli onirici, in ambiente chiuso (teatro). Di esistenze che si rigenerano vicendevolmente, tumultuosamente, dall’abbandono, l’isolamento, l’irritazione. Che Castellitto ha ereditato da Scola - un soggetto e anche una sceneggiatura, infine un fumetto, che S cola non poté fare al cinema.  
Un apologo sulla difficoltà di amare. Per cattiva volontà, ripicca, vittimismo. O per la semplice abitudine, la pigrizia, lo scetticismo. Con una fastuosa Bérénice Béjo a colare i detriti, fata inquietante: rumorosa, pasticciona, invadente, e solitaria - un ruolo incredibilmente sfaccettato, opera probabilmente della nuova sceneggiatrice, Margaret Mazzantini.
Snobbato dalla critica per motivi formali, e invece seducente. Va per cammini impervi, la recitazione teatrale, l’invalidità giovanile, il rifiuto terapeutico, e naturalmente di che materia siamo fatti, e lascia buone tracce, anche se non consolanti.
Sergio Castellitto, Il materiale emotivo, Sky Cinema

mercoledì 13 aprile 2022

Ma che guerra è questa?

Una pagina per il battaglione Azov, di cui non si dice che è formato da estremisti europei e americani di destra, asserragliato a Mariupol, “elevato al rango di Davide contro Golia o degli ebrei all’assedio di Masada”.
Una pagina su Putin che sembra perfino sensato: “Nel mondo moderno è impossibile isolare un Paese vasto come il nostro. Questi tentativi dell’Occidente di tenerci indietro sono destinati a fallire”. E: “Il nostro scopo principale è aiutare le persone nel Donbass, perché le autorità di Kiev, spinte dall’Occidente, si sono rifiutate di rispettare gli accordi di Minsk volti a una soluzione pacifica dei problemi del Donbass”.
L’Occidente? “Volodymyr Zelensky si è rifiutato con insolita durezza di ricevere il presidente  tedesco Frank-Walter Steinmeier, accusato di essere troppo vicino a Mosca”.
Una pagina su Chernobyl, dove i russi si sono contaminati scavando a mani nude il terreno - sic.
Seguono i crimini di guerra. Due pagine sugli stupri: “Nell’inchiesta le prove degli stupri”. Le prove non ci sono, e nemmeno l’inchiesta. Ma è come se.
Poco spazio per le armi chimiche, di cui il battaglione Azov si dice vittima - il Pentagono non ci crede.
Poche righe per dire gli Stati Uniti non riconoscono la Corte penale ìnternazionale dell’Aja per i crimini di guerra, l’hanno boicottata e la boicottano (fatto notorio, ma solo questo sito finora se n’era ricordato, http://www.antiit.com/2022/04/secondi-pensieri-479.html).
E una pagina infine sull’esponente dell’opposizione ucraina Nedvedchuk, avvocato, della “Piattaforma di opposizione per la vita” (dei russi in Ucraina), di cui un anno fa Zelensky ha chiuso le televisioni e sequestrato i beni: raffigurato come un demente da manicomio, cancellando dalla foto le manette, e liquidato come “figlio di un ucraino che lavorò per i nazisti”.  
È il “Corriere della sera” di oggi. Cosa credere? È impossibile dire le cose come stanno? In fondo, siamo in guerra anche noi.

Triste Europa, addetta alle pulizie

È quello che ci resta? “È un mestiere in forte domanda. E non si può delocalizzare”. È la donna, e l’uomo, delle pulizie. La verità della collocatrice, a inizio film, in questi giorni di Europa agli sgoccioli, accompagna per tutto il film.
È un “avvenire” ben noto, il precariato, in Italia. Anche al cinema, da Virzì in poi. Forse inedito in Francia, ma nella rappresentazione che ne fa Carrère, “prende”. Soprattutto perché giocato sulle attrici – un film all female, con un solo maschio, o due. Su Binoche, scrittrice che vuole sperimentare dal vivo il precariato, nel suo livello più basso, rifare le cabine dei ferry.boat per i mezzi pesanti tra Francia Inghilterra, “60 letti in 120 minuti”, sulla comprimaria Hélène Lambert, che quel lavoro lo fa per sopravvivere, con tre figli, sulla giovanissima Aude Ruyter, che vuole autonomizzarsi per tentare l’avventura, e su un gran numero di magnifiche caratterizzazioni.
Il mondo delle pulizie non è nuovo, ci sono sempre state, domestiche e non, femminili e maschili, anche in epoche e ambienti non schiavisti. Oggi lo scopriamo come nuovo, Carrère e noi con lui, come ultima risorsa?     
Emmanuel Carrère,
Tra due mondi

martedì 12 aprile 2022

Ombre - 610

A Parigi sei quartieri su venti hanno votato Mélenchon, Sinistra radicale. Tra essi il primo arrondissement, il quartiere della moda e del lusso, delle grandi residenze, del Louvre, delle Tuileries.
 

Ha votato in Francia al primo turno delle presidenziali il 74 per cento della popolazione. Noi non arriviamo al 50 per cento, un italiano su due. La crisi della politica non è epocale, è solo italiana. Effetto di un’opinione pubblica disastrosa, maneggiata dal binomio media-giustizia con cinismo perfino eccessivo, tanto è masochista – chi legge più un giornale? mentre i giudici devono correre a evitarsi i referendum contro.

 

“All’epoca in cui proposi l’espansione della Nato c’erano molte opinioni rispettabili anche in senso opposto”, confessa l’ex presidente americano Bill Clinton sul “Corriere della sera”. Il quotidiano ferma l’ammissione qui, non dice chi. Clinton ne elenca tre. Tra questi George Kennan, il diplomatico che era stato il teorico e realizzatore della politica di containment della Russia nel dopoguerra. Gli altri due, esperti di Russia, scrivevano che l’accerchiamento Nato avrebbe costretto la Russia a reagire.

 

“La mia politica è stata di lavorare per il meglio, espandendo la Nato a prepararsi per il peggio”, dice Clinton. Se vuoi la pace prepara la guerra? Ma l’allargamento, fino alle frontiere meridionali della Russia, non è stato una difesa, è stato un attacco.

 

L’intervento di Clinton, sulla rivista “The Atlantic”, è di autodifesa, a fronte di un Congresso perplesso e anche critico della politica americana verso la Russia post-Urss.


Più interessante è un altro contributo a “The Atlantic”, alla rubrica “Ideas” cui ha fatto appello Clinton per discolparsi. È del pacifista Tom Nichols: “Putin sta perdendo, e lo sa. Piuttosto che trovare una via d’uscita dal suo pasticcio, sta dissipando quasi trent’anni di sviluppo della Russia, diplomatico, economico, politico, perfino militare. Peggio, perde per mano degli ucraini, di cui pensava che l’esercito sarebbe collassato al primo fuoco di sbarramento dell’artiglieria russa, il governo sarebbe scappato terrorizzato, e la gente l’avrebbe accolto come un liberatore. La Russia che emergerà da questa guerra sarà più debole e più povera della Russia che aprì il fuoco su ucraini innocenti, su fratelli e sorelle slavi”.


Si vende il gas ai prezzi maggiorati del mercato, come da quotazioni, mentre invece i contratti di acquisto sono a lungo termine, e sono da tempo operanti. È comodo, una speculazione facile.

C’è in Italia un’agenzia pubblica di sorveglianza del mercato dell’energia, l’Arera, che potrebbe benissimo convocare i grossisti del gas, e farsi dare i dati veri di costo del loro approvvigionamento. Ma non lo fa: è il mercato, obietta. Il mercato è la speculazione? E che ci fa un’agenzia pubblica di controllo, se non costare qualche centinaio di milioni, l’anno?

 

L’Unione Europea rischia la recessione, al seguito di Germania e Italia, il polmone della manifattura continentale, già per il costo sestuplicato dell’energia, gas-elettricità, prima ancora della possibile interruzione delle forniture russe. Ma non reagisce. L’Italia propone un tetto ai rincari delle fonti di energia, ma l’Europa si oppone. La ragione: “La Norvegia nel 202i ha visto crescere i proventi di 150 miliardi, vendendoci il gas alle quotazioni di mercato, sestuplicate”, Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, e fa pressione sui pasi nordici della Ue perché non accettino il tetto al prezzo: “La Svezia, infatti, si è opposta. Quanto alla Germania, compra il gas dalla Russia a prezzi verosimilmente molto inferiori a quelli che paghiamo noi, per le contropartite date ai russi come NordStream.”. Unione, di che?

 

Luciano Canfora va in giro per i licei per dire, pare, Meloni nazista. Non più fascista, come usava ai suoi verdi anni, nel Sessantotto: nazista. Il vocabolario si è arricchito o si è impoverito?

 

Metà della vecchia Dc è dietro il boom del partito di Giorgia Meloni, secondo un sondaggio che “la Repubblica” ha ordinato. Sottinteso: l’altra metà della vecchia Dc è dentro il Pd. È plausibile. I voti pro Meloni sono quelli che avevano sorretto Berlusconi. E la Dc era divisa, tra filocomunisti e anticomunisti. Ma c’è un problema: se sei milioni sono ora con Meloni, e sei col Pd (dodici milioni sarebbero i vecchi democristiani), e il Pd ha avuto solo 7,4 milioni di voti, dove sono finiti i dodici milioni di voti del Pci 1976 – o anche solo i dieci milioni residui allo scioglimento?

 

È affollata la lista dei firmatari dell’appello degli inviati di guerra (quasi tutti ex, cioè pensionati, ma per lo più moderati, se non di destra), contro l’informazione a senso unico sulla guerra in Ucraina. Si segnalano le donne di “Repubblica”, il giornale più incondizionale, Vanna Vannuccini, Fiammetta Cucurnia, Licia Granello. Con Massimo Nava, che del “Corriere della sera” è sempre commentatore.

Quando non resta che l’amore platonico

Il vecchio sogno dell’amore platonico, con un imberbe, in un’isola di paradiso – qui l’alba sorge in Costa Azzurra. Silvio Orlando, il vecchio maestro di pianoforte inguaribilmente single, in un quartiere degradato, che non teme il fratello supergiudice e neppure la camorra, se lo merita, salvandolo dalle vendette mafiose, con una prestazione onnipresente – praticamente sempre in campo – e con l’asciuttezza. Anche dei nomi che animano scene singole: il palermitano Andò trova a Napoli, dove dirige il “Mercadante”, attori che sanno dire tutto in poco, Imparato, Musella, Imma Villa – oltre all’intramontabile Herlitzka. Il racconto è apprezzabile anche per la modestia di mezzi con cui è stato girato, poche scene in molti interni.
Roberto Andò, Il bambino nascosto, Sky Cinema

lunedì 11 aprile 2022

Il mondo com'è (443)

astolfo

Confluence – La rivista trimestrale di Harvard curata da Kissinger, a partire dal 1952, fu un foro di libera discussione sul tema allora prevalente negli Stati Uniti come preservare la libertà dal comunismo sovietico – doppiato da un Harvard International Seminar ogni estate per due mesi. Ma l’avvio fu a tutto spettro – per l’Italia Kissinger invitò a collaborare anche Vittorini, col quale ebbe una corrispondenza (poi Vittorini non scrisse nulla), in quanto “americanista”.
Il segretario di Stato del multilateralismo e della globalizzazione nasce su un solido impianto di filosofia della storia. La tesi di laurea di Kissinger, pubblicata nel 1951, a ventotto anni, è “The Meaning of History: Reflections on Spengler, Toynbee and Kant”. Una riflessione che gli valse l’assistentato al suo direttore di studi, William Yandell Elliott, con l’apprezzamento “una mente insolita e originale”. Elliott nello stesso anno gli confidò l’organizzazione dei seminari e l’anno successivo la direzione di “Confluence”, una rivista scritta in larga parte da intellettuali europei (Moravia e Alvaro tra gli altri). I seminari riunivano ogni anno d’estate, per due mesi, “un nutrito gruppo di eccellenti studiosi, politici e giornalisti stranieri (ma quasi tutti europei, n.d.r.), ospitati a Cambridge, sulle sponde del Charles River, dove avrebbero discusso di storia e di filosofia”. Non se ne sa molto. Anche se i seminari ebbero successo: riservati a giovani fra i 25 e i 40 anni, ebbero molte domande di partecipazione e Kissinger dovette incaricarsi di selezionare i candidati. Nei suoi ricordi di Montale, “Montale e la Volpe”, Maria Luisa Spaziani, allora studiosa di letteratura francese, menziona di aver partecipato al Seminario del 1955, insieme con Ingeborg Bachmann.
Fra i collaboratori italiani, segnalati da Vittorini e non, figurano Alvaro, Moravia, Enriques Agnoletti, il direttore de “Il Ponte”, tra gli altri. Nel 1957 Adriano Olivetti ne volle una corposa antologia in italiano, oltre cinquecento pagine, intitolata “Totalitarismo e cultura”, per le sue Edizioni di Comunità, a cura di Gian Antonio Brioschi e Leo Valiani, che fu molto letta. Comprendeva saggi di Karl Jaspers, Hannah Arendt, Raymond Aron, Arthur Miller, Arthur Schlesinger jr., Reinhold Niebuhr.
Il saggio “Communism and Art” Moravia ripubblicò su “Nuovi Argomenti”. La redazione kissingeriana, benché più breve di quella italiana, contiene diversi “aforismi” - il testo è in forma di riflessioni brevi - di elogio dell’arte nell’Urss.
Un ritratto recente di Kissinger sul “New Yorker”, “The Myth oh Henry Kissinger”, scritto di Thomas Meany, dice che “Kissinger coraggiosamente si offrì di spiare sui partecipanti (ai seminari) per l’Fbi”. L’articolo si propone di chiarire che “il segretario di Stato di Nixon era una figura molto meno notevole di quanto i suoi sostenitori, i suoi critici – e lui steso – credevano”. Ma Kissinger è ancora in vita.
In passato ha fatto velo l’inevitabile finanziamento della Cia. Di cui Kissinger si è sempre detto all’oscuro. Pur riconoscendo che “nessun comunista era mai stato contattato per il seminario”. E che Elliott collaborava in più aree col governo federale a Washington. La rivista e i seminari erano peraltro intesi a dibattere “dei valori comuni della civiltà occidentale”. Ma in Italia Kissinger si indirizzò per primo proprio a Vittorini, sia per un suo contributo sulla forza delle ideologie, sia per avere lumi su possibili collaboratori e partecipanti ai seminari. Vittorini rispose con una congrua lista, che non escludeva i comunisti.

Kowalewsky, madame – “L’unico genio della matematica” di Nietzsche, in una delle sue ultime lettere da Torino prima della follia, Nietzsche scrive alla “stimata signorina” Meta von Salis, conosciuta quattro anni prima a Zurigo, prima donna svizzera a conseguire un dottorato di ricerca (in storia, all’università di Zurigo), che si professava “ardente femminista”, e solo aveva ambito al dottorato per la causa femminista: “Ha sentito che M.me Kowalewski (discendente dell’antico re d’Ungheria Mattia Corvino) ha ricevuto a Stoccolma dall’Accademia di Parigi il più importate premio di matematica che questa possa conferire? Oggi è considerata l’unico genio della matematica”.
Sofja Vasilievna Kovalevskaja è effettivamente nata Korvin-Krukoskaja, ma è russa, di origine polacca.  Allieva di K.T.W.Weierstrass, il “padre dell’analisi matematica”, nel 1884 insegnava all’università di Stoccolma. Il riconoscimento cui accenna Nietzsche è il premio Bordin  dell’Accademia delle Scienze di Francia per uno scritto sulla rotazione di un corpo solido attorno a un punto fisso. È ricordata per i contributi alla teoria delle equazioni differenziali a derivate parziali. E per l’attività politica e letteraria.
Nata a Mosca nel 1850, morì a Stoccolma 41 anni più tardi. Dopo una vita intensa. Il nonno materno, generale di artiglieria, era un matematico. Il bisnonno un astronomo.
Morì di polmonite. Ma contenta per essere stata riconosciuta anche come poetessa e narratrice. Scrisse molte opere, in russo e in svedese, tra cui “Le memorie di George Eliot” e una “Memoria dell’infanzia”, in russo.  Scrisse in svedese le memorie della rivolta polacca e il romanzo “La famiglia Voronzov”, che racconta la ribellione giovanile russa alla fine degli anni 1860. Nel dramma “La lotta per la felicità. Due drammi paralleli”, scritto in collaborazione con la scrittrice svedese Anne Charlotte Leffler-Edgren, sull’evoluzione di due persone, “come è avvenuto” e “come avrebbe potuto avvenire”, applica una sua teoria “scientifica”: azioni e attività umane sono predeterminate, ma in certe circostanze una scelta va compiuta (come nei romanzi fantasy), che può modificare la linea già tracciata. Una teoria basata sui lavori di Henri Poincarè attorno alle equazioni differenziali. Gli integrali delle equazioni differenziali di Poincaré si rappresentano in piano con curve continue, fino a quando in alcuni punti - punti di biforcazione - non si diramano.

astolfo@antiit.eu

Era ieri che l’Africa si voleva regina

Sembra di essere nel vivo dell’Africa di cinquant’anni fa. Anche per la pellicola, che dimostra tutti i suoi anni. Doveva essere un’anticipazione di Wenders e “Buena vista Social Cub”, un documentario su un megaconcerto di cantanti africani soul, ma è stato infine montato solo nel 1996, e riciclato sull’“incontro del secolo” per il titolo dei pesi massimi, nella stessa Kinshasa, dove si era tenuto il concerto.
Un’opera semplice, che suscita una serie di forti impressioni. Si suda a Kinshasa, con la sensazione di mosche puntute anche se non ce ne sono. Si risparmia sull’elettricità, e quindi sull’aria condizionata. Il militare chiede sigarette. Con voce incerta, appesantito dal khat o dall’età. Non c’è dubbio che una sigaretta non fa differenza con un milione, e che uccidere non ha un senso per lui, non eccezionale. I militari improvvisano blocchi, buttando un tronco di traverso, dicono bakhshish, lingua franca, la bagasciscia dei portuali a Genova, e prendono qualsiasi cosa uno voglia o non voglia dargli. Del generale Mobutu, il nuovo padre della patria, si dice che tenga la prigione politica sotto lo stadio, dove si giocano le partite di calcio, e si terrà la sfida del secolo. Gli sguardi sono velati. Non hanno più la madrepatria e il re del Belgio, ma non si sono liberati. Astiosi, ladri, vendicativi, tradizionalisti stantii, anche quando la tradizione non è inventata. Un modo d’essere che non si sa quanto mediato dai coloni.
La città è ferma, nell’attesa di Foreman-Alì, la sfida del secolo. “L’avvenire è degli africani”, il generale assicura dai muri, e ai due africani più noti paga cinque milioni di dollari ognuno, una somma importante, anche per lo Zaire, per strappare la boxe ai bianchi. Che volentieri si arrendono, sono arrivati in folla. Soprattutto gli scrittori Usa, se ne potrebbe fare un’accademia, Mailer in testa, esperti di boxe, che tutti in vario modo s’ingegnano di entrare a corte da Mobutu, la regalità, seppure africana, ha sempre il suo fascino. La prigione si fantastica sotto lo stadio perché le urla dei tifosi coprano le torture. O che Mobutu vi liberi tigri inferocite, perché no, il generale è di cultura classica. Classico è lo sfruttamento africano degli africani, di una tribù contro le altre, del meno nero contro il più nero, dei furbi, dei ricchi. Socialista è pure il generale, sorridente a ogni canto, con occhi non cattivi, c’è eguaglianza nell’abiezione.
L’idea è di Ronnie King, che naviga in limousine, bucaniere nero, impunito benché americano, a Kinshasa si può. King è compagno di scuola di Cassius Clay. Era con lui quando gettò nel fiume Ohio la medaglia d’oro di Roma, dopo essere stato respinto in un ristorante per bianchi. C’è James Brown, “Say I am”, un nuovo rock, che dà potenza al recitativo, ci sono B.B. King, Miriam Makeba, il rythm ‘n blues, l’Africa. E un Foreman tranquillo, potente e virtuoso. A Città del Messico nel ‘68 non infierì sul sovietico Chepulis in finale, giustificandosi: “Mia madre mi guarda in tv, non vuole che faccia male agli avversari”. Dice: “Africa is the cradle of civilisation. Everybody is at home in Africa”. È un sillogismo, quello per cui se è vera la conclusione è vera la premessa, che però è constatazione grandiosa: si sta bene in Africa, culla della civiltà.
Cassius Clay straparla, ha paura, dopo gli anni che si è fatto di carcere per aver sfottuto i destrorsi Usa che l’avevano nel cuore, lui araldo dell’apartheid con Malcom X, i pugni di Foreman sono pesanti. Era un dio greco all’Olimpiade di Roma, quando l’Italia finì di perdere la guerra, avendo vinto quella dello sviluppo – il “balzo in avanti” del veridico tigre Mao. Si materializzò quattro anni dopo per costringere Sonny Liston, imbattuto col favore della mafia, al ritiro per un misterioso dolore alla spalla. E per abbatterlo in un minuto alla rivincita tredici mesi dopo in un borgo lontano dal pubblico, con un pugno che nessuno ha visto. Ora incita i bambini a incitarlo: “Yé, yé, buma yé”, spezzalo. “Muhammad Ali” imbolsito dalla pubblicità, la scena è romana adesso della decadenza, roba da Colosseo, è il ragazzo che correva dentro l’uragano senza bagnarsi. Sarà un imperatore decaduto, succedeva. “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro”, disse da farfalla del ring, e un giorno gli storici diranno che ha cambiato l’America, la nuova è cominciata con lui.
I pareri sono divisi, tra i bianchi imparziali. C’è chi dice che nulla è meno africano di quest’americanata, che il romanzo degli africani del Novecento dovrà attendere. E che africano è in America peggio che negro: per i neri Usa l’Africa è ostile più che lontana. L’Africa c’è, al solito, per niente.
Il resto è noto. Foreman ha rinviato il match per un taglio alla palpebra sinistra. Poi ha strapazzato Clay per cinque round, e s’è fatto mandare k.o.. Clay ha inventato la più breve poesia del mondo, quando gli ex alunni di Harvard l’hanno invitato, duemila laureati, e uno ha chiesto: “Dicci una poesia”. Breve silenzio, e una risposta sintetica: - Me,we – io, noi (falso l’orrido “Me?Whee!” delle antologie, io?viva!)
Leon Gast, Quando eravamo re, Nuovo Sacher, Roma

domenica 10 aprile 2022

Problemi di base euroslavonici - 692

spock


Europa Slavonia?
 
Mosca, la terza Roma?
 
Ci sono gli slavi in Europa?
 
E sono di più, da Lubiana a Vladivostock?
 
Eravamo in un’Europa slava e non lo sapevamo?
 
E sono loro gli ultimi cristiani, che si fanno guerre feroci?

spock@antiit.eu

Ingiusta giustizia

Un finale col botto. Della giustizia doppiamente ingiusta: nel carcere dantesco e – senza nulla rivelare – dei Procuratori della Repubblica. Un atto d’accusa non detto , quest’ultimo, ma cattivissimo.
Una serie seria, si direbbe senza gioco di parole. Giocata su due problemi filosofici: se si può fare il male, per esempio uccidere, a fin di bene, e la sorveglianza continua, sistematica, permanente di Foucault, a cui secondo Foucault tutti i poteri tendono. Anzi tre, e il terzo è perfino violento: l’ingiustizia della giustizia. Impersonata da una Bonaiuto proterva. Mentre il “re del carcere” Zingaretti finalmente acquista un’altra personalità, liberandosi di Montalbano.  
Una serie che si lasciava presagire come una story del carcere di Santa Maria Capua Vetere, di abusi, ed è invece una denuncia dura, afflittiva, di ogni sorta di abuso della legge: il carcere-stia, da esercizio di sopravvivenza, e i giudici superficiali, cattivi, ricchi, distanti, soddisfatti. Opera non si sa se più di Gagliardi, già ferrato in materia di manette, con le serie sugli anni di “Mani Pulite”, o dei soggettisti e sceneggiatori Stefano Bises e Beppe Fiore. Ma di spessore, oltre che di sapienza scenica.

Una serie coraggiosa anche. In Italia anzi temeraria – non vedremo gli autori presto in carcere? Di che alimentare i referendum. Anche se il causidico dottor Amato, “quesiti scritti male”, ha cassato quello a questo punto più popolare, la responsabilità dei Procuratori della Repubblica. Pensare, la Corte Costituzionale che dice che lo Stato paga i danni nel caso di un giudizio errato, ma nessuno paga per le false-furbe lunghissime condanne a mezzo stampa che le Procure della Repubblica possono infliggere per anni e decenni, con pseudo indagini interminabili, per distruggere nemici e concorrenti - e più distruggono meglio fanno carriera. Ci vorrebbe più di una miniserie.
Giuseppe Gagliardi, Il Re
, Sky Cinema