sabato 24 dicembre 2022

Secondi pensieri - 500

zeulig

Anima - “Non esiste. Esiste però l’idea di anima”, Umberto Galimberti. Cioè esiste, anche se non è una cosa. Sono le parole cose – “Nomina sunt consequentia rerum”. Anche se non sono un minerale, un oggetto.
 
Colori
– “Nel rapporto con i colori Platone è moralista, puritanio. Non ama la pittura, la considera un inganno. Per Aristotele il colore è luce, per Platone materia vile. Quella disparità di vedute attraverserà per secoli l’intera cultura occidentale. Dal Medioevo alla Riforma protestante, l’influenza platonica sarà decisiva” – Michel Pastoureau.
Bisognava pensarci: la Chiesa aristotelica, la Riforma platonica?
 
Dio – Quello biblico è Signore degli Eserciti. Non necessariamente angelici.
 
Era inizialmente uno degli dei, la divinità. Anche se nel “Genesi” è il creatore del mondo.
Dovendo dare un nome al Padre dei Vangeli, questo venne dalla pratica politeista, una denominazione. Il mistero è semmai la relazione tra il Padre e il Figlio – non mediato ma ampliato (complicato) dallo Spirito Santo. Il mistero è Gesù, l’Incarnazione. Il mistero originario, prima e più illogico della Resurrezione.  
 
Illuminismo – È cristiano, anche quando professa l’ateismo. Dice Enzo Bianchi: “In quanto cristiani abbiamo la capacità e il dovere di chiedere libertà, uguaglianza, fraternità. Sono i valori già espressi dall’illuminismo”. Che si radica nel cristianesimo.
È cristiano come tutto.


Sinistra – La “sinistra” politica è solo politica, anzi ideologica. Adagiata su presupposti. Tra i quali ci sarebbe la contemporaneità, l’ascolto e l’analisi della realtà del mondo, produttiva, sociale, ideale (ideologica), man mano che si sviluppa, nelle sue cause e nei suoi effetti, secondo l’approccio critico che Marx ha teorizzato – e praticato nei suoi studi. Dovrebbe esserci, ma è eliminata nella pratica, o trascurata: non ci sono molte analisi o studi, anche in epoca di presunzione critica, realistici e quindi incisivi della vita in Italia, politica, economica, sociale (civile). O nel mondo: si vive nel mondo passivamente, come nell’ignoranza. Ci sono molte parole, molto vuote.
La sinistra è una petizione di principio, che trascura la realtà perché la disprezza – la persona di sinistra ama dirsi “nata di sinistra”. Per l’influsso idealista. Negato in punto di principio ma di fatto invasivo, quasi abitudinario – piccolo borghese nella terminologia di Marx, gozzaniano, delle “piccole cose di pessimo gusto”, naturalmente idealizzate, di gusto quindi ottimo, insuperabile.
Il criterio base dell’uguaglianza (Bobbio) è improvvisamente sorpassato. È valore comune, non più discusso, nelle società e in sede internazionale – i piccolo contano come grandi, cioè non contano, in un mondo da tempo piramidale. Per qualche aspetto (“a ognuno secondo il merito”) questo criterio base è talvolta rovesciato - mentre la destra é anche “sociale”.
Dove altro si radica allora la differenza? Nella dicotomia conservatorismo-progressismo? Liberismo contro socialismo? L’individuo contro le masse? Fascismo contro democrazia – il fascismo nessuno lo professa? Il “sistema” e l’“anti-sistema”? Lo Stato etico e l’anti-Stato – una dicotomia risolta nello Stato sociale? Il conformismo e l’anticonformismo? Perfino la controinformazione può essere di destra – lo è negli Stati Uniti, nei social e nei media tradizionali. Rovesciata è anche la dicotomia austerità\produttivismo: dov’è il valore e dove il disvalore? Il riformismo è s(t)olida burocrazia – di Bruxelles, del Fmi, della Bce. L’ambientalismo a lungo è stato di destra, dai Wandervogel a Hitler (sic!) e a Savitri Devi. I “diritti”, di genere, identità, incapienza, disabilità (nonché, curiosamente, di immigrazione) sono praterie aperte, campo di esercizio e fiera di buoni propositi, di bontà.
La sinistra politica resta come ideologia idealista. Finendo per adagiarsi sulla buona coscienza di sé, da “società civile”, dei “belli-e-buoni” direbbe il greco - la kalokagathia della Grecia di Atene aristocratica. Nella autoindulgenza.

Nel tentativo in corso di rianimare in Italia il partito Democratico, un partito politico di sinistra, si è potuto affermare che “due ex Dc stanno portando il Pd alla Livorno del 1921”, lo stanno riportando cioè alla nascita del partito Comunista d’Italia. Un secolo fa. Una confusione che solo esplicita indifferenza. Verso un progetto preciso, ancorato alla realtà del momento, delle cose, in una prospettiva di miglioramento per il più gran numero.

Il dibattito sul Pd è anche, effettivamente, promosso e discusso da (ex) democristiani. Che non si fanno mancare nulla, e quindi nemmeno la nascita del comunismo nel 1921. Oggi come già cinquant’anni fa o poco meno nei governi del compromesso storico.  Che è rimasto infatti il sogno della (ex) Dc: governare in sicurezza, col sostegno comunque dell’(ex) Pci. Un compromesso teorizzato da Berlinguer, realizzato da Scalfari, un anticomunista - da Scalfari con Andreotti, tramite il segretario Franco Evangelisti. Contro, poi, i buoni governi di centro-sinistra imposti da Pertini, per l’impossibilità voluta da Berlinguer di costruire un fronte politico di sinistra. Un compromesso con i Democristiani, che si sogliono dividere fra destra, centro e sinistra, ma furono e sono un unico partito, cambiano solo il nome.
Non si fa la storia della Repubblica. Una storia vera, non quelle prevenute di Ginzberg o, oggi, di Gotor.  Ma i fatti politici sono quelli: il Pci ha impedito la crescita della sinistra, e si è dissolto, ruota di scorta dei giovani ex Dc. Mentre molta materia di sinistra, il salario, il fisco, il potere d’acquisto, il bisogno, il Mezzogiorno, perfino i diritti civili, sono diventati materia anche di destra, seppure sotto la forma vituperata del populismo – ma non vuota come il populismo si suppone essere. Manca, per esempio in Ginzberg, storico di partito, naturalmente il dato forse più importante della storia politica italiana del dopoguerra: la divisione della sinistra quando nel 1956 Togliatti scelse Mosca invece dell’autonomia, e la sua imbalsamazione. L’imbalsamazione della sinistra, in Italia, l’unico paese dell’Occidente – sì, dell’Occidente, c’è più dialettica politica negli Stati Uniti, pur mancando il verbo socialista.
Si può dire lo stesso in generale, prescindendo dal caso Italia? No e sì. Resta ovunque incerto il confine fra destra e sinistra politiche. Un caso coinvolgente, ora al drammatico epilogo?, è quello del “mercato”. L’Europa ha smantellato trent’anni fa ogni protezione “sistemica”, nelle produzioni primarie come negli approvvigionamenti essenziali, per esempio del gas, nel nome del mercato, e del vantaggio dei consumatori. In Italia questa “Europa” è stata realizzata da Draghi, in qualità di direttore generale del Tesoro, “padrone” delle grand utilities allora pubbliche. E gestita politicamente, perversamente, dagli ex comunisti del partito Democratico, tra essi in alle attività produttive l’ora capo della sinistra anti-sistema Bersani. Senza nessun vantaggio dei consumatori, il fatto ormai è acquisito e non contestato, né in prezzi né in qualità - tutti i servizi sono costosi e inefficienti, tutti i beni di consumo sono più costosi in rapporto al reddito. Ma non se ne parla.

La giustizia politica in questo “compromesso” autoreferente è diventata di sinistra, che era arma dei vecchi regimi, e poi delle dittature. La guerra è diventata di sinistra. Vale sempre quanto questo sito annotava undici anni fa, dopo la guerra improvvida alla Libia.

Venerdì 1 luglio 2011
Guerra, processi, mercati: questa sinistra è di destra
È la guerra di sinistra, malgrado le marce, le manifestazioni e i vessilli per la pace? Impossibile, le mamme sono sempre le stesse, che portano i figlietti alle marce con i drappi arcobaleno, le suore, i francescani, gli animalisti, e le tante altre anime buone. È però un fatto: la destra è sempre tentata di andarsene dall’Afghanistan, e non voleva bombardare la Libia, la sinistra marcia entusiasta, specie con Obama. Sui giornali di destra è possibile reperire qualche cifra di quanto le guerre per gli Usa ci costano (sui due miliardi di euro, l’anno), sull’“Unità” o su “Repubblica” no.
L’inversione dei ruoli è ormai un dato storico. Partita con la giustizia politicizzata, che in ambiente occidentale è sempre stata di destra, fascista, maccarthysta, democristiana (indimenticabili gli scoop “Lo specchio”-Andreotti a ogni elezione). E ampliata col mercatismo, cui la sinistra, forse per essere arrivata tardi o impreparata, è stata ed è singolarmente prona, a quella finanziaria dei Soros, che pure annientò l’Italia, a quella della grande distribuzione, a quella della rendita urbana, che da un paio di generazioni ormai sa che dev’essere di sinistra per andare impunita. La sfera privata e il libero giudizio, da sempre il fondamento della democrazia, sono ora perseguiti, ma non da destra come ci si aspetterebbe, da sinistra. Mussolini, che non si può apprezzare in nessun modo, ammetteva le barzellette, ora non più: il controllo, morale, impegnato, progressista, si vuole totale, fino alle imprecazioni involontarie.
Ora la destra, da sempre “amerikana”, mette in dubbio che fare le guerre sia l’unico criterio per essere un alleato affidabile. Gli stessi Usa, a destra e a sinistra, discutono d’altra parte l’opportunità di continuare le guerre in ambiente islamico che in dieci anni sono costate più dell’ultima guerra mondiale. A sinistra no, non si può discutere. A partire dal presidente Napolitano, se ne fa una questione dirimente: bisogna fare le guerre, ogni volta che Washington chiama.
I diritti? La pace? Domina a sinistra il conformismo. Si può pensare questo stato della sinistra come un riposizionamento tattico, a destra per vincere le elezioni. Ma non c’è strategia, né tattica: è proprio un modo d’essere, spontaneo, viscerale, irragionevole. Pieno di sensi di colpa anche, i processi politici sono la macchia più terribile del comunismo, ma soprattutto di conformismo. Come se la Germania fosse alleato meno affidabile dell’Italia perché non va a bombardare la Libia. Due presidenze (ex) comuniste, di D’Alema al governo e di Napolitano al Quirinale, e due guerre inutili – tra l’altro dannose anche all’Italia.
(continua)


Com’eravamo felici quando eravamo infelici

Un film “storico”, benché borghese. Un com’eravamo, nostalgico e critico insieme. Della vita a Roma cinquant’anni fa, quando il regista ne ha dieci. Di una coppia che ha tre figli, e litiga senza separarsi. Vive in periferia a Roma, ma con vista del Cupolone – e fa vacanze da sogno, in location spagnole (il film è una coproduzione italo-spagnola).
L’epoca è segnata da automobili, canzoni, film e tv d’epoca. Da “L’immensità” di Don Backy-Dorelli, che Mina illustrerà, e soprattutto da Raffaella Carrà, col tumultuante, trascinante Celentano di “Prisencolinensinainciuol”. Cui ritorna la figlia maggiore, adolescente che si vuole maschio, quando non si avventura negli spazi aperti in periferia, o alla contemplazione dei cieli azzurri. Che “L’immensità” coronerà cantandola in finale in tenuta festivaliera, col ciuffo da ragazzo.
Crialese vuole la storia “autobiografica” – “come ne hanno fatte i miei amici Cuaròn e Iñárritu” (non Fellini di “Amarcord”?). E un omaggio alla donna, madre e amante – Penelope Cruz che regge il ruolo è anche la Penelope di Omero. La ragazza che vuole essere ragazzo è l’infanzia-adolescenza libera da binari e ruoli prestabiliti.
Un buon programma, forse montato male.  
Emanuele Crialese, L’immensità, Sky Cinema

venerdì 23 dicembre 2022

Cronache dell’altro mondo – bellicose (236)

La guerra in Ucraina sta consumando gli arsenali (armi, munizioni, missilistica contraerea) dei membri Nato che dispongono di “eserciti bonsai” – come vengono familiarmente denominati: venti su trenta membri della Nato (“New York Times”).
Il consumo di munizioni e mezzi è in Ucraina a livello impensabile rispetto alle guerre Nato. In Afghanistan si lanciavano anche trecento salve di artiglieria al giorno, senza problemi di approvvigionamento – ma non c’era bisogno della contraerea. Le forze ucraine arrivano a migliaia di salve di artiglieria al giorno, con un uso a tappeto della missilistica anti-missilistica (“New York Times”).
Gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina poco meno di venti miliardi di dollari (19,7 miliardi) in assistenza militare nei due anni di presidenza Biden, secondo il sito Big League Politics, di estrema destra - secondo altre fonti (Molinari, direttore di 
“la Repubblica”) le forniture militati Usa sono “quasi 45 miliardi di dollari”.

Secondo il “New York Times” la collaborazione militare Nato con l’Ucraina è cominciata prima della guerra. Un anno fa, nella guerra civile nel Donbass, l’Ucraina impiegava i sistemi anti-droni Sky Wipers, sviluppati in Lituania e forniti dalla Nato.

Congresso Usa vs. banche sulle carte di credito

Una battaglia politica è in corso da un paio d’anni negli Stati Uniti fra il Congresso e le banche sulle commissioni che gli esercenti devono pagare per l’uso delle carte di credito. Commissioni che da una parte, spiega il “New Yorker”, vengono trasferite dagli esercenti ai consumatori, e dall’altra, attraverso i punti a premio, finiscono per arricchire i più ricchi. Una relazione che sembra incongrua, ma bisogna tenere conto che il pagamento con carta di credito è negli Stati Uniti un fatto commerciale e non di civiltà, come si legge e si sente dire in Italia.
Le commissioni negli Stati Uniti sono alte, mediamente sull’1,4 per cento, secondo uno studio del 2020 della Federal Reserve Bank di Kansas City – in Europa le commissioni da alcuni anni sono molto inferiori. Un aggio che moltiplica i profitti delle banche: uno studio della Stern School of Business della New York University calcola che nel 2021, anno di attività ridotta a causa del covid, le sette maggiori banche nazionali hanno beneficiato di margini netti di utile del 32 per cento, un record, grazie alle commissioni sui pagamenti – i margini sono stati molto più alti per i due circuiti di pagamento, del 45 per cento per Mastercard e del 51 per Visa.
Su questo aggio la concorrenza è forte, e si esplica soprattutto con i premi a punti. Con premi doviziosi – c’è chi viaggia senza spendere, con i punti accumulati pagando con carte di credito.
Il trasferimento di ricchezza dai dettaglisti e dai consumatori alle banche e ai grandi consumatori con i pagamenti via carta è stimato variamente, ma comunque elevato. Uno studio commissionato dall’Hispanic Leadership Fund a due economisti della Wharton School, Efraim Berkovich e Zheli He, calcola un “trasferimento” di tre miliardi e mezzo di dollari l’anno dalle famiglie con reddito annuo inferiore ai 75 mila dollari alle famiglie con reddito superiore. Un miliardo abbondante di questo totale verrebbe da famiglie con reddito annuo inferiore ai ventimila dollari. E due miliardi di dollari (1,9 per l’esattezza) viene trasferito, attraverso il sistema dei premi, ai redditi da 150 mila dollari in su.
Della questione si è investito infine il Congresso, dopo un contenzioso di vari decenni fra esercenti e banche che non ha avuto alcun esito. Con iniziativa parlamentare bi-partisan, di Democatici e Repubblicani iniseme. Un Credit Card Competition Act è stato redatto, una legge che riduce le commissioni, e tassa i programmi a premi, per scoraggiarli. Ma un primo tentativo di introdurlo, a ottobre, in una votazione multi-purpose sulle spese per la Difesa, è abortito per l’opposizione delle banche.
James Lardner, Whom do Credit-Card-Rewards Programs Really Reward?, “The New Yorker”, free online

https://www.newyorker.com/news/daily-comment/whom-do-credit-card-rewards-programs-really-reward

giovedì 22 dicembre 2022

Problemi di base americani - 727

spock


La terapia del dolore è soffrirlo fino in fondo, il più acuto e il più a lungo possibile?
 
È l’anestetico una droga, roba da Dea?
 
O lo è solo in ospedale, dove paga l’assicurazione o lo Stato, fuori è invece libero?
 
È la sanità un diritto – in America è un problema?
 
è la scuola un diritto in America, per chi?
 
Iscriversi alle liste elettorali è difficile, votare è facile: c’è una inversione della prova?

spock@antiit.eu


Cronache dell’altro mondo – debitorie (235)

Il debito federale americano è il 700 per cento delle entrate tributarie annue. E il 122 per cento del pil – il 140 per cento se si include il debito pubblico statale e locale.
Il servizio del debito federale ammonta quest’anno a 103 miliardi di dollari.
A novembre, il debito federale americano detenuto dai privati ammontava a 31 mila miliardi di dollari, il più alto della storia. Di cui 7.700 miliardi detenuti all’estero – gli Stati Uniti hanno il più grande debito estero del mondo.
La tassazione in America, federale, statale e locale, ammonta a circa il 25 per cento del pil. Contro la media Ocse del 33,5 per cento (in Italia del 48 per cento).

Si sogna ancora con la nobiltà, decaduta

La “nuova era” è del cinema: Downton viene affittata per girare un film, al momento del trapasso dal muto al parlato – per rifare il tetto con l’affitto dei saloni. Interessante per la prima tecnica di sincronizzazione, tra il filmato e il parlato.
Per il resto il solito vecchio maggiordomo più snob dei padroni di casa. I quali invece scoprono nella vecchia madre tiranna (però, è Maggie Smith) l’amante di una notte, forse, benché già sposata, di un gentiluomo francese ai suoi giovani anni. Quindi, un buon terzo del film è ambientato in Costa Azzurra.
L’altra novità è di minore impatto, nelle immagini e nella storia: il nuovo e giovane maggiordomo, abbandonato dall’amico del cuore, ritrova l’entusiasmo con l’attore del film muto\parlato. Bisogna aggiornarsi.
È strano come la vecchia Inghilterra, che si penserebbe una caricatura, faccia ancora blockbuster, fra le tante serie tv, se se ne fa anche un film.
Simon Curtis, Downton Abbey II – Una nuova era, Sky Cinema
Abbey II - Una nuova 

mercoledì 21 dicembre 2022

Letture - 506

letterautore

Antifascismo – Magris evoca Randolfo Pacciardi, un vita di antifascista finita con un fronte anticomunista, a proposito di una lettera della “bellissima amante di Hemingway”, Martha Gellhorn, di pubblicazione recente, che adombra un flirt o un’attrazione con lui. Fa il nome nell’occasione anche di Edgard Sogno, altro irriducibile antifascista finito anticomunista. Ma la storia della Repubblica non si riesce a fare – la facevano solo gli storici comunisti, quando c’era il Pci.
 
Pupi Avati
– Demitizza il cinema – o lo rimitizza? “Vidi 8 e mezzo di Fellini in un cinema del dopolavoro ferroviario nella Bologna degli anni Sessanta. Ero un giovane venditore della Findus: quel film mi cambiò la vita”.
 
Follia – Quella dei poeti – peraltro ricorrente, fino a Merini, a Incom - è l’intersezione tra sensibilità (rêverie) e immagini, Proust arguisce a proposito di Nerval – a chiusura del saggio su Flaubert: “Dal punto di vista della critica letteraria, non si può propriamente chiamare folle uno stato che lascia sussistere la percezione giusta, ben di più, che acuisce e indirizza il senso della scoperta dei rapporti più importanti tra le immagini, tra le idee. Questa follia non è quasi che il momento in cui le ineffabili fantasticherie di Gérard de Nerval divengono ineffabili. La sua follia è allora come il prolungamento della sua opera – e non viceversa”. Ma in alternanza cadenzata: “Ne evade presto per ricominciare a scrivere. E la follia culminante dall’opera precedente diviene punto di partenza, e materia stessa dell’opera che segue”.
 
Giovanni Giolitti – Filosofo? “Antonio Giolitti, nipote dello statista e filosofo Giovanni Giolitti”, lo dice il podcast della figlia Rosa sul “Corriere della sera”. Giovani Giolitti non lo era, non filosofo (si era laureato in Giurisprudenza, anche se a soli 19 anni). Ma, poi, cos’è filosofia?
 
Pasolini – È diventato icona conformista. Della sinistra politica, quello che ne resta, e anche della destra. Riflesso dell’epoca del “minoritarismo” (vittimismo) trionfante. “Un tic” può dirlo Buttafuoco, agli “stati generali” della “cultura di destra”: “Radio 3 ogni due secondi cita Pasolini come un tic”. Gli sarebbe piaciuto?
Oltre che religioso (v. sotto), Pasolini è anche santo, lo decreta il Maxxi di Roma in una mostra lunga sei mesi.
 
Nelle more delle celebrazioni per il centenario della nascita, si moltiplicano le ricostruzioni che ne fanno vittima di un complotto. Di avversari politici e\o trafugatori delle pizze originali del film “Salò”, che lo hanno attirato in un tranello col pretesto di discutere la restituzione delle “pizze” del film. Una ventina di libri sono stati scritti recentemente, sulla traccia dell’ipotesi originaria di Oriana Fallaci – ne fa l’elenco Paolo Di Stefano sul “Corriere della sera” domenica, “Delitto Pasolini. L’antimafia: Sì, c’entra Salò”. Quella di Fallaci, un’ipotesi e non una ricerca, è diventata una sorta di prova. L’Antimafia della passata legislatura è quella presieduta da Nicola Morra, il senatore 5 Stelle di Genova, eletto in Calabria, che non ha prodotto nulla. L’Antimafia fa Pasolini vittima della banda della Magliana. La quale si sarebbe impadronita delle “pizze” di “Salò”, in un empito di perbenismo, e avrebbe poi deciso di punirne l’autore, attirandolo in un tranello, con la scusa di negoziarne la restituzione. Solo che la banda della Magliana non era ancora nemmeno in mente Dei.
 
Pastiche - Di questa tecnica, di pezzi scritti nello stile di uno scrittore, tra ironia e devozione, Proust, che ne era ingordo praticante (se ne è potuto fare una densa raccolta, “Pastiches e mélanges”), celebra nel saggio su Flaubert (“A proposito dello «stile» di Flaubert”) “la virtù purgativa, esorcizzante”.
Un pastiche involontario è comunque l’effetto di una lettura seducente, sempre secondo Proust, nella stessa pagina – col rischio, per il lettore vorace, di vivere nel pastiche, nell’imitazione, seppure involontaria: “Quando si finisce un libro, non soltanto si vorrebbe continuare a vedere come  suoi personaggi, con Madame de Beauséant, con Frédéric Moreau, ma ancora la nostra voce interiore che è stata disciplinata per tutta la durata della lettura a seguire il ritmo di un Balzac, di un Flaubert, vorrebbe continuare a parlare come loro”. Bisogna “uscire” dal romanzo, dalla lettura: “Bisogna lasciarla fare un momento”, la nostra voce interiore, “lasciare il pedale prolungare il suono, cioè fare un pastiche volontario per potere dopo tornare originali, non fare tutta la propria vita del pastiche involontario”.
 
Proust – “Sodoma” e “Gomorra” vuole unificate – spiega nel saggio “A proposito di Baudelaire” – in senso spregiativo. Ricordando Vigny, che le voleva separate, mentre Baudelaire è per l’unità, Proust nel 1920 spiega di averle unificate, sottintendendo come passione, come sensualità - “nelle ultime parti della mia opera e non nel primo ‘Sodoma’ che è appena uscito” – confidandole a “una bestia, Charles Morel (è del resto alle bestie che questo ruolo è abitualmente confidato)” – a une brute.
 
Regista – È si sa l’italianizzazione del francese régisseur, in uso per il direttore del film, praticata d dal linguista Bruno Migliorini nell’ambito della campagna di italianizzazione delle parole straniere nei primi 1930. Direttore, come è l’uso ancora oggi in inglese, sarebbe stato termine più consono all’attività di regista - il cui ruolo nel termine originario, quello di tenere assieme tutta la baracca, era invece passato al produttore.
 
Rouen – Ha formato, spesso ispirato, Annie Ernaux, la premio Nobel. Era il rifugio di Ruskin, la città che preferiva, anche a Venezia e a Firenze. Lo ricorda Proust, di Ruskin traduttore e ammiratore, in uno dei tanti scritti che gli ha dedicato.
 
Jia Ruskaja – Il nome d’arte della famosa danzatrice russa, inventato da Anton Giulio Bragaglia, è frutto di un equivoco. Incontrando Elena Boberman Sciltian, la moglie russa del pittore armeno italianizzato Gregorio Sciltian, il 4 giugno 1921 alla Casa d’arte dei Bragaglia per una serata di “azioni mimiche e danze”, la giovanissima ballerina Evgenija Borisenko, diciottenne, appena trasferitasi in Italia, disse: “Anch’io son russa! I jà rússkaj”. Il suono piacque a Bragaglia, che ne fece un nome poi famoso – l’aneddoto è raccontato da Antonella D’Amelia, “La Russia oltreconfine”, 167.  
 
Jacques Tati – Dunque, si chiama Tatiscev, era russo. Non amava il russo, ma evidentemente aveva il mimo nel sangue.
 
Tolkien – È appropriato dalla destra politica (in Italia), ma non era uomo di destra. L’illustratore Ted Nasmith, che lo conobbe e lo frequentò da ragazzo, lo dice “un conservatore, un cattolico devoto, ma non in modo estremo”. Non è un fantoccio politico, la destra vi si è ispirata, cinquanta, sessant’anni fa, perché pregiava il fantasy, unica via d’uscita dal 
conformismo sociopolitico, dell’impegno.

letterautore@antiit.eu

Bregret, l’Inghilterra rimpiange

Non è più aria di Brexit in Inghilterra, ma piuttosto di Bregret, di rimpianto. L’argomento non è in agenda politica, né dei conservatori né dei laburisti né di nessun altro. Ma tutti i sondaggi danno attorno al 58-42, di delusi.
Il referendum pro Brexit è del 2016. Il distacco definitivo di fine 2020, meno di due anni fa, ma su tutti i temi la delusione prevale: produttività, immigrazione, standard di vita. La delusione in questo momento è forte per il fallito neo-thatcherismo del breve governo Truss. Che ha fatto solo in tempo a privilegiare i privilegiati.
I sondaggi registrano una piccola percentuale di delusi anche tra quanti votarono nel 2016 per l’uscita dalla Unione Europea. La differenza è fatta dai nuovi votanti, giovani e giovanissimi, e tra quanti nel 2016 si astennero.
Si assimila la situazione a quella della Gran Bretagna degli anni 1960-1970, che poi portarono all’adesione alla Ue: a quando il paese non era competitivo, e in declino, economico e sociale, da “malato d’Europa”. Senza però, ora, alcuna prospettiva di riadesione alla Ue. Anche perché, probabilmente, si dà per scontata una ricezione non facilitata.

Pasolini religioso

Pasolini era religioso. Molto. Sempre. Il solo. Riguardando “La ricotta”, il suo film breve di quasi sessant’anni fa sulla Passione, fatta rivivere dal vero a un “povero Cristo” sulla scena, la cosa emerge come una verità poviana, bene in vista come la lettera rubata. 

La scena è di un film sontuoso che Orson Welles dirige, il dittatore superficiale e spietato del set, tutto all’opposto di Pasolini regista, ma sua proiezione - “ho girato otto km. di pellicola”, dirà in altra occasione, o sei, o cinque, “non so che film ne verrà fuori”.
La lettura recente di “Romàns” aiuta, il racconto – forse la prima prova di Pasolini narratore - dell’impulso sessuale che agita il giovane prete. Che si chiama Paolo, come Pasolini. Il quale tutta la vita sarà lettore, studioso, esegeta e interprete di san Paolo, in una personalissima identificazione, della sua missione furiosa. La corrispondenza coeva a “Romàns” con Carlo Betocchi, persona e poeta quasi di sacrestia, reciprocamente rispettosa e anzi amichevole benché a distanza. Il concetto di comunità, agape, variamente declinato. Il Cristo sempre amato, altra identificazione. La madre Maria. La colpa, sempre vissuta - come l’impegno. L’abbandono del Cristo, della grazia - il Cristo abbandonato dal Padre. Il vagare incerto, fuori della grazia, di “Uccellacci e uccellini”.
L’apologo fa parte di un film a episodi, come allora usava, intitolato “Rogopag” dale iniziali dei registi, Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti. Classificato nel genere commedia. Quella di Pasolini (che naturalmente fu oggetto dell’ennesimo processo, e dell’ennesima censura – piccoli tagli, qui reintegrati) è amara, e uno ne viene confermato alla prima impressione di un Pasolini incapace di leggerezza, di ridere e far ridere. Malgrado la crudezza delle immagini, è però una satira. Del mondo falso del cinema, per il quale nessun sacrificio è di troppo – paradigma dell’eterna questione della borghesia di cui Pasolini si è fatto purtroppo carico: cosa non si fa per andare sullo schermo. Che è però anche, nel caso, l’unica possibilità di sopravvivenza – o della sopravvivenza come morte.
L’impegno di Pasolini si dice e si vuole sociale e politico, ma è cristiano, anzi cattolico. E radicale, irrimediabilmente. Al cinema come in moltissimi testi poetici – non solo nei titoli delle raccolte. Un’indagine specifica sicuramente sarebbe fertile.
Pier Paolo Pasolini, La ricotta, restaurato, free online chili.com

martedì 20 dicembre 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (511)

Giuseppe Leuzzi

Il nostos, il ritorno, tema eminentemente meridionale, tale e tanta è stata ed è l’emigrazione, il poeta Franco Arminio da Bisaccia, in provincia di Avellino, spiega fattuale: “Vivo nella casa dove sono nato e da cui non sono mai andato via”, benché abbia vissuto a lungo lontano: “Ma il paese non mi dà più niente. E devo essere onesto: ci sono molti luoghi, come il mio, sfiatati e stanchi”.
 
Il nonno “non lasciò mia madre iscriversi al ginnasio”, Andrea Carandini ricorda del nonno Luigi Albertini, il proprietario e direttore del “Corriere della sera”: “Allora le ragazze andavano educate solo in casa”. Allora, invece, in Calabria le zie si diplomavano maestrte, studiando fuori casa, poiché le scuole non erano diffuse. E dopo il diploma lavoravano.
 
Albertini, reduce dal fallimento della banca e della reputazione di famiglia, si avvia alla direzione del “Corriere della sera”, di cui ha fatto un grande giornale nei vent’anni fino a Mussolini, su impulso e manleva di Luigi Luzzatti, l’economista e banchiere. Ma al giornalismo era stato indirizzato da Francesco Saverio Nitti, radicale, meridionale, meridionalista.
 
Un’indagine Mediobanca-Unioncamere-Centro Studi Tagliacarne scopre che al Sud ci sono molte imprese medie (familiari), competitive, anche sui mercati internazionali. Malgrado le “inefficienze di sistema” (infrastrutture, accesso ai mercati, promozione). Il Sud difetta di capitali, non d’intraprendenza – molti manager, al Nord e altrove, sono meridionali. E della coltre criminale che gli viene sovrapposta, micidiale – che un apparato repressivo (Procure, polizie) solo poco efficiente avrebbe debellato da decenni.
 
Si assiste con un indefinibile disagio al film Sky “The hanging sun- Il sole di mezzanotte”, sulla violenza di un certo mondo nordico, qui l’estremo Nord della Norvegia, religioso (settario), familistico. Un Nord senza luce: violento e triste. Che sono la materia del romanzo dal titolo analogo dello scrittore norvegese Jo Nesbǿ. Ma il film è italiano, con regista italiano, e protagonista italiano: un caso rarissimo di Sud che critica il Nord.
 
La mafia accademica
“La Gazzetta dello Sport” fa Capodanno con una storia delle mafie: Cosa Nostra, Riina, Buscetta,  la ‘ndrangheta, la camorra, etc.. Tanti volumi, ognuno curato da uno “specialista”. La mafia è dunque una disciplina storica. Come c’era la Storia dei Partiti Politici, per esempio, o la Storia d’Europa, c’è ora la Storia delle Mafie – il prof. Pinco Pallino, Ordinario di Storia delle Mafie all’università di Vattelapesca? Con pubblicazioni, impact factor, abilitazioni, concorsi.
Disciplina diffusa peraltro, “La Gazzetta dello Sport” regala il primo volume della collana. Un insegnamento popolare, o da università popolare, per i patiti di sport, nel tempo libero dalle partite.
Non si saprebbe non complimentarsi, se c’è un ritorno delle scienze storiche - dopo l’abbandono decretato venticinque anni fa dall’ultimo Berlinguer, ultimo ministro del partito Comunista, benché defunto da qualche anno. Non è molto, ma è un segnale.
Non si fa una storia dell’Italia repubblicana, per esempio. O del terrorismo. Nemmeno del partito Comunista – una storia vera. O del leghismo. Ma si fa delle mafie. Del Sud, naturalmente, che è mafioso. Significa che tira sul mercato, ma certo, poveri futuri scolari. 

È un regalo che dobbiamo all’antimafia: l’antimafia genera mafia. In senso figurato, certo, negli studi. Ma anche di fatto. Prima non c’erano mafiosi di seconda generazione, non si ereditava, non c’erano dinastie, c’erano malfattori che prima o poi finivano male. Con l’antimafia è venuta la sociologia, e ora la storia. E non è più come pensava ancora Falcone, li mettiamo dentro e finiscono di fare danno. Ora la mafia si fa soggetto. Si fa personaggio, predica, eredita. Crea; crea carriere, ora anche cattedre.

Il mafioso testimone di giustizia era inimmaginabile, ma anche a questo l’antimafia ha provveduto. Abbiamo già il mafioso maestro di morale, con Biagi, Bellocchio, i giudici palermitani, ora l’avremo ideologo, filosofo, professore - la storiografia è disciplina insidiosa. Ci avevano già spiegato, gli orfani della rivoluzione di Mosca, che mafioso è lo Stato, ora finalmente sapremo la verità, che mafiosi siamo noi, tutti gli altri? Limitatamente alle regioni meridionali, ovvio.
 
Lockdown giudiziario al Sud
Troppa – troppo invadente – e indirizzata male, l’antimafia ha più critici che sostenitori, malgrado sia materia non opinabile, non criticabile.
Il ministro della Giustizia Nordio, che è stato un giudice, non cessa di ripetere che l’Italia è oberata da una “enorme quantità” di leggi, “dieci volte più elevata che nella media dei Paesi europei”, che la corruzione si annida nelle pieghe di questa normative farraginosa, e che essa è “una pesante palla al piede per il sistema economico e sociale e per la vita civile”. Nordio, un socialista che la giustizia ha portato a ministro di un governo di destra, è normalmente criticato su tutto, ma non lo è stato su questo.
All’affollata presentazione all’Auditorium di Roma al Parco della Musica dell’ultimo libro di Alessandro Barbano, l’ex direttore del “Mattino”, “L’inganno”, una sola voce si è levata a difendere gli attuali assetti della giustizia, Giovanni Melillo, il Procuratore Nazionale Antimafia - che peraltro ha operato a Napoli “in concorso” con Barbano per una migliore giustizia. Solo critiche, aspre.
Giuliano Amato, presidente uscente della Corte Costituzionale, che ha varato trent’anni fa le prime leggi speciali contro la mafia, se ne è pentito. Ne è nato un apparato burocratico, politico e affaristico fuori da ogni giusta finalità, al riparo dai controlli di legalità e di merito. “Da giurista negli anni Sessanta”, ha detto, “ho firmato un libro nel quale proclamavo l’insostenibilità delle misure di prevenzione, da Presidente del Consiglio trent’anni dopo ho firmato le leggi speciali seguite all’omicidio Borsellino. Portando dentro di me tanto le ragioni che ostano alla pena del sospetto quanto quelle che ritengono prioritaria la lotta alla mafia, io condivido quello che scrive l’autore del libro, e cioè che qui abbiamo passato il segno”.
Paolo Mieli, che da direttore del “Corriere della sera” condivise alcune delle più efferate intimidazioni del Procuratore di Milano Borrelli, denuncia ora un “lockdown giudiziario”: “Tiene in una morsa la democrazia italiana e scatena retate contro innocenti nell’indifferenza generale”. In particolare al Sud – Mieli, ora storico a tempo perso, ha più tempo per alzare lo sguardo: “Come mai”, ha chiesto, “abbiamo consegnato il Sud a questo stato di cose, senza avere neanche un senso di colpa? Come mai”, rivolgendosi a Melillo, il Procuratore Antimafia, “la scuola dell’illuminismo napoletano oggi si affanna a contestare il libro di Barbano?”
Dettagliata la replica di Barbano, che il Procuratore Melillo ha detto “un estremista”: “Sono un estremista perché vorrei che le sentenze di assoluzione non divergessero dalle sentenze di confisca? Perché ho criticato l’estensione del codice antimafia ai reati contro la pubblica amministrazione, l’estensione della pericolosità dalle persone alle cose, dai defunti agli eredi? Sono un estremista perché chiedo che il concorso esterno sia definito da una legge dello Stato e non cucito dalle sensibilità delle diverse sezioni della Cassazione, e poi ricucito nella prassi attraverso le sentenze dei tribunali fondate sul sospetto? Sono un estremista perché ricordo che la confisca senza condanna non esiste in quasi nessun paese d’Europa, e dove pure esiste è ancorata alle garanzie del processo penale e all’accertamento di un reato? Sono ancora un estremista perché chiedo che la legge Rognoni-La Torre venga ricalibrata per tornare a colpire la mafia?” Per concludere: “Non mi sento un estremista quando chiedo che la ricerca doverosa degli autori delle stragi porti a giudizio prove verificate, o quando rivendico che la giustizia non sia la sede della lotta alla mafia, ma il luogo sacro ed estremo dove si accerta la colpevolezza o piuttosto l’innocenza
”.

E si è parlato solo della giustizia, non dell’amministrazione. Che ha superato gli arbitri del fascismo, il confino senza condanna, la residenza obbligata, la perdita dei diritti. Per esempio con lo scioglimento dei consigli comunali, la grande occupazione (moltiplicatrice di commissariamenti e prebende) delle Prefetture. Con le interdittive antimafia – non c’è bisogno di giustificarle. Con indagini mirate sui propri personali nemici, di giudici e investigatori, o degli informatori, estenuanti, a strascico, per anni, alla ricerca dello scoop, una frasetta, un’imprecazione - come si fa nei social.
 
Shakespeare in Calabria
“La Lettura” celebra Saverio La Ruina, commediante di Castrovillari, autore, attore e regista di molte pièces calabro-qualcosa, Shakespeare, la tragedia greca, la Bibbia, don Sturzo.
È diffusa la tendenza fra gli artisti calabresi di riportare tutto alla Calabria, non solo Shakespeare – che forse era calabrese, se era Florio, di Bagnara. Il teatro Nō cino-giapponese, i manga giapponesi, il folk, come è giusto, da Otello Profazio, un genio, al Parto delle Nuvole Pesanti, Voltarelli, Mellace, ma anche la world music, Paolo Sofia e I Quarta Aumentata, o il jazz, Cammeriere – non sentiva questo bisogno il grande cugino di Cammeriere, Rino Gaetano. È una identificazione forte, come un senso di colpa, ma sterile. Non apporta, cioè, niente alla scena calabrese: si vive a distanza, a Bologna, a Roma, a Milano, con qualche difficoltà, si suppone, più che curiosità, e si avalla o sopporta, per la bravura degli interpreti, per l’entusiasmo, la bizzarria, l’inventività, per qualcosa che comunque attira. Ma sterile: la Calabria non cambia né si muove di un centimetro per queste pur lusinghiere identificazioni. Che restano come celebrazioni, degli autori in fuga – delle vie di fuga e non di ritorno.
Un innesto non riuscito? Un’impermeabilità del ceppo? Più probabile un desiderio di “saltare” l’Italia, di collegarsi – di legare il futuro, il passato essendo irredimibile – di collegare le origini a mondi “superni”, grandi, fantasiosi, mirabolanti, prestigiosi. Sicuramente un segno d’insoddisfazione, dell’Italia più che delle origini, per quanto modeste.
 
Napoli
Ha trepidato come tutti per Elisabetta d’Inghilterra, mentre ha una regina santa in casa di cui non si cura, Maria Sofia Wittelsbach Borbone, l’ultima regina di Napoli. Non ancora santa, ma beata da quasi dieci anni. E sepolta al cuore di Napoli, in Santa Chiara. Sorella di Sissi, l’imperatrice, altra strappalacrime.


Di Maria Sofia si occupò Amedeo Tosti, che wikipedia definisce “il gigante della storiografia militare”, ma un secolo fa. Ne scrisse d’Annunzio. Se ne occupò Proust. Napoli era città di studi, nel Sette-Ottocento, ora di chiacchiere?
 
“A Napoli c’è sempre posto per tutti”, chiosa Marino Niola spiegando paesaggi e figure del Presepe – del Presepe napoletano. Come dire di una condizione metropolitana naturale, spontanea. Se non che Napoli è probabilmente la città che più è se stessa, checché essa sia – più simile a se stessa, riproducibile più che variabile.
 
“Ma jatevenne a farvi fottere”, il vescovo di Napoli, che è cardinale, Crescenzio Sepe dice a un certo punto al giornalista di “Report”, Rai 3. La trasmissione gli faceva lezioni di moralità sull’uso anche non sacro, commerciale, delle tante chiese di Napoli ormai chiuse al culto – non monumentali e non parrocchiali.
 
“I miei cari napoletani” sono (fra) le ultime parole che Rosario Romeo, il dimenticato grade storico di Catania, attribuisce a Cavour nella sua biografia. Se non che Cavour non ebbe mai di Napoli e dei napoletani buona opinione. I meridionali avrebbero voluto, e vogliono, una buona e bella unità d’Italia.  
 
Garante dei detenuti a Poggioreale è – era, è stato arrestato per traffico di droga e di cellulari – un ex condannato per traffico di droga a 22 anni. Non un trafficante di “canne”, un industriale della droga. L’aveva nominato il sindaco De Magistris, un giudice, “come occasione di riscatto”. Napoli sempre si supera in immaginazione, come fosse in gara con se stessa, a chi le spara più grosse di chi le ha sparate grosse – De Magistris non è nemmeno uno corrotto o un camorrista in petto.
 
I Borbone realizzarono a Santo Stefano, l’isolotto davanti a Ventotene, per mano di Vanvitelli  a fine Settecento un edificio circolare, visibile in ogni punto da un osservatore posto al centro, del grande cortile circolare. Era un carcere – ora chiuso, dal 1965. Erano arretrati? Per l’epoca era una specie di edilizia utopica: era il Panopticon di Fourier e Bentham, a fine Settecento, l’utopia dell’illuminismo – Fourier emozionava ancora Italo Calvino.

leuzzi@antiit.eu

La Buona Novella è (ancora) la nascita

“Il Presepe è la Buona Novella che diventa presene. È la Natività che rinasce. E ogni anno si fa storia viva. Universale e locale. Perché ogni paese ne fa lo specchio di se stesso”. Comincia così Niola, e ha detto tutto: Natale è l’incarnazione, che è un mistero e una fede. Ma è anche un mito. Sotto un distico di De André che c’entra poco, ma comincia con “Odore di Gersusalemme”: in qualche modo la cristianità c’entra pure.
Il lavoro della coppia Niola-Moro è sul Presepe napoletano. I paesaggi, le figure, “l’ingegnosa devozione”. Con “La cantata dei pastori” che De Simone ha esumato, e Eduardo, “Natale in casa Cupiello”. Con illustrazioni a colori fuori testo. E con una bibliografia anche vasta, in cui rientra Heidegger. Molto è del protoevangelo di Giacomo, uno dei vangeli apocrifi.
Del protoevangelo di Giacomo faceva grande caso lo storico delle religioni Alfonso Maria Di Nola in “Antropologia religiosa”, e in una intervista per la radio con Milvia Spadi nel novembre del 1986 che viene qui riprodotta. Anzitutto sull’origine del Presepe, da dove viene l’idea: “Viene dal bisogno di trasferire in una rappresentazione «immobile» quelle che erano nell’ultimo Medio Evo le rappresentazioni sacre, le rappresentazioni mobili. Vale a dire la nascita di Gesù, l’Annunciazione, la Fuga in Egitto, erano oggetto di drammi sacri, presenti già nel’VIII-IX secolio, e questi drammi sacri si celebravano o all’interno della chiesa presso l’altare maggiore, o sui sagrati delle chiese, e danno origine a una notevole letteratura drammatica che a sua volta è alle origini del teatro europeo. Posteriormente, dal dramma mobile si è passati a quella che, direi, è una sacra rappresentazione dei poveri. Si sono immobilizzati i protagonisti, gli attori del dramma sacro, ed è venuto fuori il presepe”.
La disposizine e i personaggi Di Nola fa risalire al Protoevangelo di Giacomo, alla “Visio Joseph” in esso contenuta. La Vergine sta per partorire e Giuseppe va alla ricerca di una levatrice: “Ma mentre Giuseppe è fuori, la Vergine ha partorito Gesù, e Giuseppe assiste a uno spettacolo che si chiama «sospensione della vita cosmica»”: gli esseri umani si bloccano nel gesto che stavano compiendo, “i fiumi si fermano”, gli uccelli s’immobilizzano, gli alberi trattengono il fiato. Non è un fatto isolato: “Situazioni analoghe, della sospensione della vita cosmica, sono nelle vite e nelle nascite di molti uomini che appartengono ad altre religioni”, per esempio Buddha.
“Il presepe napoletano è …. la trascrizione di questa mitologia della sospensione della vita cosmica”. La grotta, l’asinello e il bue sono adattamenti impropri di letture bibliche ed evangeliche. I tre Magi pure, sono successivi – sono nominati nel Vangelo di Luca, ma non sono re e non sono magi. Magi e non maghi, specifica Di Nola: divengano tre in rapporto ai doni che portano.
Marino Niola-Elisabetta Moro, Il Presepe, Il Mulino, pp. 239 ill. € 16
 

lunedì 19 dicembre 2022

Banche virtuose, banche centrali ignoranti

È come se le banche, private, controllatissime dalle banche centrali, capissero e aiutassero l’economia, e le banche centrali, pubbliche, che controllano le banche, i governi e le economie, sapessero di economia (produzione, distribuzione, prezzi) giusto per qualche infarinatura. Talmente macroscopici, potenzialmente micidiali, sono gli errori che la Federal Reserve americana e la Banca centrale europea hanno accumulato e manifestano. Di giudizio e di governo. Cieche su fatti visibilissimi.
Intesa, per dire, moltiplica i fondi dedicati a questo o quel settore produttivo, a condizioni specifiche, settoriali e regionali, per aiutare il rilancio dopo il covid, e alleviare l’impatto del caro-energia. Unicredit ha di suo un’intelligente moratoria su prestiti e debiti – che sembra alla Eduardo, “a da pass’a’ a nuttata”, ma è, era, la funzione della banca, assistere nel bisogno e non precipitare la fine. La Federal Reserve Usa invece, che ha sottovalutato l’inflazione un anno fa, prima della guerra russo-ucraina, accumula rincari dei tassi in percentuali e a ritmi esorbitanti, come se l’inflazione fosse una bestia selvaggia da addomesticare – ora che, invece, è per molti segnali già addomesticata. La Bce, che non sa fare niente di suo, si adegua.
L’andamento difforme dell’inflazione è anche un segnale degli interessi divaricanti dell’Europa e degli Stati Uniti. Ma come spiegarlo alla Bce.

La Bce al guinzaglio della Fed – o la Ue non è gli Usa

La politica monetaria confidata alle banche centrali, senza più alcun potere di indirizzo dei governi, non è una canalizzazione entro criteri “tecnici” (norme di buon governo) ma un capestro, affidato a boia inaffidabili se non sanguinari.
La Fed non è intervenuta prima contro l’inflazione, quando avebbe potuto con mano più lieve, per non contrastare la Bidenomics, i tre piani di gigantesca spesa federale del governo Usa: American Rescue Plan (2 mila miliardi di dollari), Infrastructure and Jobs Act (1,2 mila miliardi) e Inflation Reduction Act (750 miliardi).  
La Fed è intervenuta tardi e male. E la Bce si adegua, senza più. 

La Bce non capisce (Draghi fece eccezione, ed è per questo un monumento) una differenza semplice tra Europa e Stati Uniti: gli Stati Uniti possono creare debito senza limiti, federale, statale, col mondo, l’Europa no.
O anche si può dire, il caso, dell’indigenza più che dell’ignoranza dell’Europa. Che è nata all’insegna del “vincolo esterno”, del potere taumaturgico tra i suoi membri di non si sa quale entità superna. Purtroppo teorizzato, in Italia, da Draghi e dal presidente Ciampi (nella opinione italiana a lungo si è fatto credere che l'Arcangelo fosse Angela Merkel…). E ora si fa essa stessa soggetta a un mitizzato “vincolo esterno”, benché sia, scoperto e anzi 
dichiarato, americano.   

  

Poesia e morte in Persia

Un tardivo romanzo storico, dal vero, che si divora. Molto ben scritto. Da un formalista emerito (coautore con Roman Jakobson delle toste “Tesi sul linguaggio”, 1928, che rivoluzionano la linguistica e anticipano lo strutturalismo, e in proprio di “Arcaisti e innovatori” – tradotto in parte come “Avanguardia e tradizione”), che però è anche narratore semplice (di una “Giovinezza di Puškin” dopo questo “Vasir Mukhtar”), e si fa leggere con avidità. Benché dipani una storia multistrato, non sempre esplicitata, più spesso allusa. Dell’indefinitezza del reale: il destino brillante, caustico, legato alla migliore Russia, degli insorti liberali del 1825 (“decabristi”) e di Puškin, coartati e liberi allo stesso tempo, e creativi – protagonisti di una Russia ben viva, benché la fascetta editoriale la faccia già marcia, come un secolo dopo.
È la storia di Griboedov, letterato di talento, già di successo con la commedia “Che disgrazia, l’ingegno!”, la disgrazia di capire che le cose non vanno, sospetto a corte per le simpatie liberali, e inviato a Teheran invece che al confino, a estendervi l’influenza russa, in competizione con l’Inghilterra. Ne ritorna con un Trattato di Turkmanchay, che adombrerebbe, spiega, l’accettazione di un protettorato russo. Rimandato a Teheran dopo questo successo con l’incarico ufficiale di vazir mukhtar, ministro plenipotenziario, lungo la strada trova a Tiflis
 l’occasione di sposare una giovane la metà dei suoi anni, la sedicenne principessa georgiana Nina Čavčavadze. Con la quale prosegue per Tabriz, all’incontro degli emissari dello scià per l’applicazione del trattato di pace. Che secondo Griboedov riconosceva una indennità di guerra e la liberazione dei prigionieri cristiani. In particolare delle donne “circasse”, le giovani armene e georgiane chiuse negli harem persiani. I colloqui essendo infruttuosi, Griboedov decide che lo scià, Fath Alì, personalmente gli avrebbe dato ragione. Ma Teheran gli fu fatale: accusato di aver dato asilo a un eunuco di un harem e a due spose armene, fu assaltato nell’ambasciata da una folla tradizionalista e trucidato.

Lo scià s’impegnò a restituire la salma, dopo il difficile riconoscimento – al passaggio sarà omaggiata da Puškin, in Armenia con un corpo di spedizione russo.
Ma il finale non conta – se non per la ferocia delle folle, quando si tratta di fondamentalismo “religioso”: non è un thriller. È la storia di un giovane, ottimo letterato, secondo Puškin uno dei più colti della loro generazione, molto cosmopolita, benché non viaggiasse, giacché leggeva in italiano, francese, inglese, arabo, tedesco e farsì. Di Pietroburgo, tra giovani liberali e intrighi di corte. Della Persia. Della ferocia popolare. Che sfilano come al cinema, bene individuati e come vivi, pur nelle tante diversità, anche contrastanti. Una sorta di pittura dal vivo - non un’estemporanea, un figurativo ben delineato, studiato nell’apparente semplice, spesso. Appassionante come l’altro biopic di Tynyanov, non tradotto, il tardo e incompiuto “La gioventù di Puškin”.
Yury Tynyanov, La morte del vasil-mukhtar, Settecolori, pp. 600 € 26.

domenica 18 dicembre 2022

L’Europa spauracchio

Tra spaventapasseri e babau, l’Europa non sa presentarsi che così, se Mario Monti, l’europeista più europeo di tutti non sa parlarne in altro modo stamani sul “Corriere della sera”.
Questa l’Europa che gli europeisti italiani ci hanno cucito addosso – e le vestali della City, “Financial Times” ed “Economist”, che pure fanno parte di un altro mondo, dovrebero. Dell’Europa maestra di scuola. Mentre la verità è semplice: che gliene frega dell’Italia e degli italiani a un olandese o a un finlandese? E viceversa: se Bruxelles legifera, che dobbiamo e vogliamo esserne parte. Così si governa una confederazione - ma anche una federazione, con legami stretti, come negli Usa o in Germania: ad Ambrgo debbono e vogliono sapere cosa si decide a Berlino e a Monaco. o a Los Angeles col Texas. In Europa no, nell’Europa italiana. Altrove se ne parla come qualcosa di cui tenere conto, come in tutte le famiglie. Non il “vincolo esterno”, di cui i professori Monti sono alfieri.
Oggi, per dire, è urgente una legge europea che contrasti quella Biden di aiuto pubblico massiccio allì’industria americana dell’Ict e della transizione ecologica. Urgente nel senso che si sarebbe già dovuta fare, e invece non se ne parla nemmeno. Monti, che queste cose le sa, fa la lezione sul Mes, sapendo che una parte della maggioranza ne diffida, dopo le pessime, quasi tragiche, prove che questo fondo europeo ha fatto in Grecia.
L’Europa è vittima degli europeisti, non degli euroscettici. Degli europeisti italiani, quelli mandati a Bruxelles. Provinciali sempre a bocca aperta, con chi parla imglese, o francese, o anche tedesco. Che hanno fatto spesso (Monti soprattutto) gli interessi della City e di altri interessi poco comunitari. E (forse) non lo sanno neanche.

Il Qatar e i suoi vicini

Si scopre il mondo dei principati della penisola arabica, corrotto e corruttore, per il Mondiale del Qatar, e per le mazzette che i progressisti di Strasburgo hanno preteso dall’emirato. Come se solo il Qatar fosse corrotto e corruttore. Mentre invece lotta e si difende dalla corruzione dei più grandi e alquanto potenti vicini, Arabia Saudita e Abu Dhabi – non, curiosamente, il Kuwait, il solo emirato che, da cinquant’anni, si è voluto dotare di una costituzione, e di un sistema di governo passabilmente parlamentare.
Sono questi Paesi poco più che dei deserti, ma importanti per l’Occidente, come finanziatori e come produttori delle sue fonti di energia, gas e petrolio. Sono Stati “patrimoniali”, nella classificazione di Max Weber. Stati cioè che sono la proiezione e la pertinenza di una famglia dominante. Allargata con matrimoni e compravendite, ma di origine e sostanza prettamente familiare, tribale.
Stati padronali, per dirla con linguaggio più comprensibile. In guerra tra di loro, quando non sono alleati o intrecciati (oggi, p. es., da nemici sono diventati consoci del Credit Suisse). Per esempio nelle notizie: siamo inondati dalla notizia che gli stadi del Mondiale in Qatar sono stati costruiti a spese dei lavoratori, che nell’emirato sono tutti immigrati (i qatarioti, beduini sedentarizzati, non più  di 300 mila, non lavorano, non di fatica), di cui 400 sono morti. Mentre i morti sul lavoro forse sono quattro, comunque molti meno di quanti ne muoiono in Italia, senza costruire stadi. Che è un’informazione venuta da Abu Dhabi. Con un successo organizzativo senza precedenti, e probabilmente anche in attivo dalle non in perdita, come normalmente avviene in queste competizioni, più di lustro che di vantaggio. Con stadi sempre pieni, anche se una vacanza al Qatar costa ogni giorno alcune centinaia di dollari (i padroni del Qatar erano contrabbandieri di oro con l’India, che lo tesaurizza, e trafficanti di piccolo cabotaggio con le dhows panciute, fornitori di tutto, dalle “boatte” di pelati Cirio ai sanitari, e dal 1980, con i soldi del petrolio, costruttori e gestori a Doha di un interporto aereo commerciale con l’Oriente, che è diventato una miniera), e nemmeno un ferito.
È curioso, o forse, no, che in un mese di Qatar non se ne sappia o scriva niente.

L’ecatombe terrorista, trascurata

Dal 1969 al 1982 Della Porta e Rosi conteggiano 324 attentati, 272 di sinsitra e 51 di destra, paricolarente numerosi dal 1977 in poi. Con 351 morti. Inclusi i morti per stragi – ma esclusi i morti della stazione di Bologna. Totale di morti e feriti 360 di sinistra, 758 di destra.
Si rimuove volentieri. Ma senza nemmeno un’analisi delle origini – origini vere, politiche, ideologiche, più che dei “servizi deviati”.
Donatella Della Porta-Maurizio Rossi, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani, Istituto Cattaneo, free online