sabato 11 febbraio 2023

Profitti in corsa con l’auto elettrica

La transizione all’elettrico, con la mobilitazione dei ceti ad alto reddito nei segmenti superiori del mercato, e con le sovvenzioni pubbliche per le cilindrate medio piccole, ha rimpinguato le casse dei costruttori di automobili che hanno puntato sull’elettrico subito dopo Tesla.
Malgrado volumi di vendite in calo – in ripresa rispetto al 2019-2020, ma in calo rispetto al 2017 - le case tedesche, il gruppo italo-francese Stellantis, e Toyota hanno accresciuto largamente nel 2021 i ricavi, e i margini di profitto. Le vendite Volkswagen sono scese fra il 2017 e il 2021 di due milioni e mezzo di autovetture, da 10,9 a 8,3 milioni, ma il fatturato è aumentato da 240 a 296 miliardi di dollari. Con profitti netti per 17,5 miliardi di dollari, oltre 2 mila dollari per autoveicolo - nel 2017 i profitti netti erano stati di 5,7 miliardi di dollari, 523 dollari per veicolo. Di Stellantis il record del valore aggiunto, più 44 per cento: ha registrato nel 2021 un fatturato di 177 miliardi, rispetto ai 123 del 2017 – con un cospicuo recupero in campo elettrificato (elettrico e ibrido), 361 mila auto vendute nel 2021, al settimo posto nel mondo. Toyota ha accresciuto le vendite di 32 miliardi, da 250 a 282.
Molto maggiori sono stati i ricavi e gli utili nei segmenti di alta gamma, al livello dei modelli Tesla. Porsche e Audi, i due marchi di lusso del gruppo Volkswagen, hanno fatturato nel 2021 sui 100 miliardi di dollari, per quasi 2 milioni di veicoli venduti, mentre i restanti dieci marchi Volkswagen hanno fatturato 90 miliardi, per 4,9 milioni di veicoli. Per Audi il ricavo medio per auto venduta è passato in soli due anni, tra il 2019 e il 2021, da 46 mila a 57,5 mila dollari. Ancora più elevato il balzo per Mercedes-Benz nello stesso periodo, da 38 mila a 54 mila. Bmw ha accresciuto il fatturato del 26 per cento, da 104 a 131 miliardi di dollari.
Per i primi nove mesi del 2022 Porsche ha annunciato un utile operativo in aumento del 41 per cento sui primi nove mesi del 2021, a 5 miliardi di euro.
Fuori da questa bonanza i grandi gruppi americani, che riducono il fatturato tra il 2017 e il 2021 (meno 23,5 per cento General Motors, meno 10,5 Ford), e gli utili. In calo anche l’Alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, meno 16,6 per cento. Dopo Tesla e Toyota, l’Alleanza diretta da Carlos Ghosn aveva anch’essa puntato sull’elettrificato: nel 2015 era il primo costruttore di auto elettriche e ibride, con 65.118 veicoli venduti - davanti a Tesla, 48.055. Nel 2021 è risultata al nono posto.

Pasolini ride

Pasolini è stato di tutto per il centenario della nascita, poeta, scrittore, regista e polemista ovviamente, ma anche pedagogo, pittore, architetto, musicista, e santo. Solo filosofo non è, non è stato: gli scritti corsari e luterani, come già quelli linguistici, sono di respiro corto - problematici più che riflettuti, e opportunamente questa mostra, una delle tre romane per il centenario, si limita a documementarli, con i giornali dell’epoca sui quali li pubblicava, e niente più.
Graziella Chiercossi, la cugina che accudiva la mamma e Pier Paolo, già a Monteverde Vecchio e poi all’Eur, accoglie i visitatori con una audiotestimonianza sulle case, e sugli usi in famiglia, specie di lavoro, dello studio di Pier Paolo. Moltissimi i giornali e i periodici sui quali, soprattutto negli anni 1970, Pasolini venne pubblicando gli scritti corsari – con una appendice impressioante di “ultime interviste” a metà novembre 1975, dopo l’assasinio. Ma non solo, ci sono anche l’“Avanti!”, “Il Resto del Carlino”, il “Guerin Sportivo”, alcuni altri dei tanti giornali e periodici che pubblicavano scritti o interviste – da lui stesso scritte - di Pasolini, che qui sono in mostra. Con una documenazione fotografica varia e nuova su momenti di vita. Sui campi di calcio soprattutto, di Pasolini atleta curato, non da scapoli contro ammogliati, pettinato alla brillantina, scarpini, calzettoni, parastinchi, calzoncini, sospenorio evidentemente, maglietta a tiro, pulita e stirata, e col numero giusto (allora) per il ruolo. Disteso. Sul set di “Salò” perfino ride, non per posa, al naturale, nelle foto di Deborah Imogen Baer.
Una mostra interessante, seppure piccola, ma estremamente dispersiva, come tutto quanto si produce al Maxxi. E faticosa, nell’ordinata confusione del Maxxi. Dove Ming Wong, millennial?, o Yang Pei Ming, costeggiano Mino Maccari, etc. Minacciosi incombendo sulle minime vetrine pasoliniane. Con didascalie da microscopio, illuminate parsimoniosamente, negli spazi perduti della cattedrale di Zaha Hadid alla dispersione - pessimo avvio di Millennio, impensabile, che vent’anni fa, già in transizione ecologica, si costruisse questa enorme fabbrica di spreco, di spazi e di energia, d’inverno e d’estate, e d’inservibilità.
Hou Hanru-Bartolomeo Pietromarchi-Giulia Ferracci, Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo. Il corpo politico, Maxxi Roma

venerdì 10 febbraio 2023

Francia-Italia 0-3

La guerra di Macron all’Italia, prima sull’immigraziome ora sull’Ucraina, non aiuta il presidente francese, minoritario in Francia su tutti i fronti, e non indebolisce Meloni, che il banchiere-presidente ha eletto a suo punching-ball. Meloni nei sondaggi avrà vinto martedì la sua seconda elezione in pochi mesi. Mentre Macron resta isolato in Francia, non riaggancerà le sinistre con la snobberia del governo italiano di destra.
Puntando l’Italia per puntellarsi, Macron mette in difficoltà il presidente della Repubblica Mattarella, suo interfaccia nel patto del Quirinale. L’Italia non ha nessuna convenienza a fare la guerra alla Francia, semmai lo potesse, ma non può farsela fare: pur con tutte le migliori intenzioni, Mattarella non può dimenticare quanto costò all’Italia l’aggressività di Sarkozy nel 2011, provocando la crisi del debito e l’aggressione alla Libia.
Col vertice parigino a poche ore dal Consiglio Europeo con Zelensky, Macron ha rinverdito la gloriola francese dell’asse con Berlino, che però a Berlino dice poco. Non da ora, dall’unificazione: il socialista Schröder non ne teneva conto, come ora Scholz (difesa, economia), Merkel, che andava volentieri in Francia, soleva sghignazzare attorno all’“asse”. In Germania il fronte cristiano-democratico corteggia invece Meloni, nel quadro della ricerca di una sponda centrista dopo Berlusconi.

L’auto è cinese

Si produce in Cina già quasi un terzo delle automobili che si producono nel mondo, e la quota cinese è destinata a crescere decisamente col passaggio all’elettrico.
Nel 2021 sono state fabbricate in Cina 26,08 milioni di autoveicoli, in aumento sul 2020 e sul 2019 malgrado le restrizioni covid – ma molto meno dei 29 milioni di capacità produttiva utilizzata nel 2017. In totale, si contabilizzano nel 2021 80,15 milioni di autovetture prodotte nel mondo. 
Il dato 2021 è in aumento del 59 per cento sul 2010, quando in Cina furono fabbricati 18,26 milioni di autoveicoli.
In parallelo con la crescita dell’industria automobilistica cinese sono crollate le produzioni di autoveicoli negli Stati Uniti e in Europa. In parte per le delocalizzazioni in Cina, da parte degli Stati Uniti, della Germania (Volkswagen fabbrica più automobili in Cina che in Europa), e della Francia, col marchio Renault. La produzione americana è passata tra il 2010 e il 2021 da 15,46 milioni a 9,17. Quella tedesca da 5,91 milioni a 3,31. Quella francese da 2,23 a 1,35.
Resta pressoché invariata la produzione nei apesi asiatici. In Giappone era di 7,74 milioni di autovetture nel 2010, è stata nel 2021 di 7,85. L’India è passata da 3,56 milioni a 3,39. La Corea del Sud da 4,27 a 3,46.
La produzione italiana, fino agli anni 1980 la prima o seconda in Europa, in gara con Volkswagen, è ora marginale, dietro Germania, Francia, Spagna e Regno Unito: sulle 800 mila autovetture l’anno.

Cronache dell’altro mondo - meridionalistiche (248)

Per la prima volta nella storia ci sono più opportunità di lavoro in Florida che in New York, secondo i dati del Census Bureau federale.
Il Texas e la Florida, secondo gli ultimi dati del Census Bureau, capeggiano la lista degli Stati col maggiore tasso di immigrazione interna, mentre California e New York sono gli ultimi.
Nel 2018 Hillary Clinton vantava una vittoria parziale nell’elezione presidenziale che aveva perduto, nel 2016: “Ho vinto negli S tati che sono ottimistici, variegati, dinamici, proiettati in avanti”, la California per prima e poi lo stato di New York. H. Clinton rifletteva l’opinione corrente che gli Stati che votano democratico sono più aperti e innovativi, mentre quelli di tradizione repubblicana sono più poveri, stanno peggio, meno istruiti e meno produttivi. Le statistiche mostrerebbero il contrario, o un cambiamento in atto. Con gli Stati meridionali, prevalentemente repubblicani, in corsa.

Buona morte con riso sardonico

In epoca senza tempo, ma con l’automobile, i jeans nuovi, e il televisore in camera. In una geografia inventata ma non fantastica – i fagioli bianchi di Tonara e le ciliegie di Aritzo sono reali, e così pte i tanrtssimio dolci di cui si attesta l’uso, la confezione e il sapore. In un mondo affatato invece che arretrato - la notte di Ognissanti le porte delle case si lasciano aperte, non solo per dare alla narazione il suo punto di svolta, ma perché le anime dei morti entrino a nutrirsi. E aperto, soprattutto alle guerre, la prima e la seconda, con tante vedove e tanti storpi, ma
circoscritto, qual è la Sardegna. Eventi normali ed eccezionali vi si producono che coinvolgno il lettore, anche se Murgia, al quasi esordio come narratrice, ha voluto mettere assieme tre temi d’attualità, quindici anni fa e ancora oggi, nel quadro della “correzione politica”: la “buona morte”, la pedofilia, e l’affido, o la famiglia per scelta.
Una vechia sarta prende in affido, “fill’e anima”, figlia dell’anima, una bambina che fa i dolci col fango, la più piccola di quattro sorelle, figlie di una vedova, che cresce. Praticando se richiesta la buona morte, per ridurre o eliminare le sofferenze a chi è già condannato. Un uso e un “mestiere” che sarebbe etnico, tradizionale e sempre in pratica - come già la “mammina” dei parti, e la mammana degli aborti? Sotto la scorza della legge.
Un racconto tematicamente inquietante, se poco poco uno si diletta di storia. La buona morte sa sempre di eugenetica (razzismo) e di Hitler, c’è poco da fare, se programmatica – la realtà, di fatto, si compone e si ricompone. E nella geografia fantastica ma non tanto, non si può non evocare la vecchia pratica isolana di uccidere i vecchi. “Tra l’antichissima popolazione di Sardegna, i sardi o sardoni, vigeva l’uso di uccidere i vecchi. E mentre uccidevano i vecchi, ridevano sonori”, spiega Propp, l’analista delle fiabe. È una commistione: a Creta, alle origini dell’Occidente, una statua di bronzo fu donata, di nome Telo, che ogni giorno faceva il giro dell’isola, e se incontrava un nemico fenicio lo arroventava abbracciandolo e rideva. La risata passò in Sardegna quando Telo e i cretesi, fonditori di metallo, si trasferirono nell’isola ricca di miniere – via Sardi di Libia, lì vicino? Il riso nacque così irridente, sardonico, cioè in Sardegna.
Letto a distanza dal succès de scandale della prima uscita quindici anni fa, il romanzo fa emergere (pesare) il disegno politico. Ma è una lettura sempre gratificante: inventiva, accattivante. Di giusta misura anhe nei linguaggi, tra le intraducibilità linguistiche, gli usi folklorici e una umanità moderna-tradizionale. Il riuso delle forme espressive locali è di speciale interesse, sempre vivo – a fronte, per esempio, della stagione dei dialetti, così perenta, per esempio in Pasolini, forse anche in Gadda.     
Michela Murgia,
Accabadora, Einaudi, pp.165 € 12

giovedì 9 febbraio 2023

Secondi pensieri - 505

zeulig

Imperialismo – “La visita di Francesco in Congo mirava a denunciare la violenza e la corruzione nello Stato centroafricano, i violenti e i corrotti si misero in fila per un’udienza”. Il periodico di sinistra americano “The Nation” può sintetizzare così, senza irriverenza, il recente viaggio del papa nel Congo. L’Africa delle indipendenze è un’occasione perduta, sprecata, tra corruzione, imprevidenza, tribalismo accentuato, sotto forma di guerriglia permanente. Quasi tuti i Paesi africani sono dittature. Anche di caporali.
Il colonialismo ha creato, distruggendo, l’indipendenza distrugge e non crea. C’è una funzione pedagogica insita nella stessa autogiustificazione dell’imperialismo, la didattica. Che è essa stessa violenza, anche nelle sue prime applicazioni, all’infanzia. E di più come legge, dopo la conquista, e amministrazione, col concetto esoterico di cosa pubblica – non nuovo né strano, e anzi scontato, se data dalla repubblica antico romana, ma nel resto del mondo sì. C’è un richiamo dell’imperialismo, di cui viene fatto aedo Kipling (a torto, Kipling era rispettoso dei “suoi indiani”), o del “fardello dell’europeo”, perento naturalmente con le doverose indipendenze, ma con perdita.
 
All’altro estremo dello spettro, dell’impero stabile da quasi un secolo, degli Stati Uniti, l’interesse nazionale dichiarato preminente, soprattutto nei due decenni del millennio, viene recepito acriticamente e accettato, quale baluardo di libertà di ognuno. Esibito e non recondito, da presidenti di destra come di sinistra. “Quando attueremo questo progetti”, ha detto ieri il presidente americano Biden nel solenne discorso annuale sullo stato dell’Unione, cioè quando saranno operative le sue due leggi per incentivare e sussidiare infrastrutture, industrie e tecnologie americane, “compreremo americano. Buy American è stata la legge del Paese dal 1933. Per troppo tempo le amministrazioni del passato hanno trovato il modo di aggirarla. Ora non più”. Il paese che ha teorizzato, aperto, e imposto la globalizzazione nel 1990, disarticolando i mercati del lavoro di qualche miliardo di persone, tra Europa e Americhe, a favore dello schiavismo socialista della Cina, chiude ora le porte con un mercantilismo dichiarato altrettanto brusco.
Si vogliono gli ottant’anni del dopoguerra come un’epoca di libertà. di lotta tra la libertà e l’asservimento. Ma è di un imperialismo con tutte le proprietà imperiali, di guerre, e quindi asservimenti, e divieti e imposizioni, che l’epoca prende corpo.
È indubbio che un secolo è passato, o quasi, di impero americano mondiale. Non grande e indiscusso come fu quello britannico nell’Ottocento ma dotato di ben 737 basi militari sparse nel pianeta. Sotto le insegne della libertà e la democrazia. Nella sintesi di Obama, nel discorso alla Nazione dell’11 Settembre 2014: “Come americani, avvertiamo la nostra responsabilità di nazione-guida. Dall’Europa fino all’Asia, dall’Africa fino al Vicino Oriente, ci leviamo in piedi per la libertà, la giustizia, la dignità. Questi valori hanno guidato la nostra nazione fin da quando venne fondata” - con l’augurio finale consueto: “Dio protegga la nostra Nazione”.
Un impero altrettanto in buona coscienza come l’impero romano, si può aggiungere, lo fu sotto il segno della legge – non c’è paese che onori tanto i Campidogli come gli Stati Uniti - ma altrettanto severo. Con gli Stati rogue, come usa nell’opinione pubblica americana, gli Stati “canaglia”.
Un impero di diritto, come ogni altro impero – che fa il suo proprio diritto. E nel caso di Clinton con Blair in Iraq, e poi di Obama in Yemen, Libia, Siria e Ucraina, democratico, liberatore, progressista, di sinistra. Di Obama in strana alleanza (Yemen, Libia, Siria) con le petromonarchie, Arabia Saudita e il minuscolo ma attivissimo Qatar, le più impegnate attive nell’ispirazione e il finanziamento del fondamentalismo islamico di matrice wahabita, e quindi dell’esatto opposto della democrazia e la libertà – “il Male” nella terminologia americana. Con Hillary Clinton alla Segreteria di Stato, presidente mancata nel 2016, la cui Fondazione è - era – ricca soprattutto delle donazioni delle petromonarchie.
L’imperialismo può conservare le sue ragioni anche in quelle della democrazia e la libertà? Il concetto di imperialismo va rivisto, nel mondo “unito”, cioè globalizzato.
 
Occidente
– Sempre, a partire da Erodoto (ma non del coevo Tucidide), l’Occidente si definisce in relazione a un Oriente che lo stesso Occidente ha inventato (formato, redatto). Non come due masse limitrofe e contrapposte, fisiche (tettoniche, geografiche, climatiche), tribali, politiche, ma come due culture o modi di essere, di qua libere e democratiche, di là autoritarie e asservite. È sulla persistente convinzione, da Atene e l’antica all’illuminismo, che ha preparato il colonialismo, nel più vasto quadro dell’imperialismo, della preminenza culturale e politica oltre che economica e militare. Riaffermata oggi con più forza: ora che la bilancia dei poteri mondiali non è più così sperequata, non allo steso modo, con l’Occidente nel piatto superiore, tanto più si fa dell’Occidente il difensore della libertà e la giustizia. Ma è stato l’Occidente a creare questo bilanciamento, con la globalizzazione, per motivi di guadagno più che di educazione o costrizione alla libertà. Perché questo è stato il trigger della globalizzazione, il guadagno, facile, enorme, con le produzioni asiatiche a costo prossimo allo zero, in condizioni di schiavitù del lavoro, e non un disegno di prosperità, libertà, pace. Che, al contrario, è stato anzi prevenuto e impossibilitato, con le guerre preventive a mezzo mondo in soli trent’anni. Col riconoscimento e l’ammissione alla Wto della Cina, per le favorevolissime condizioni di guadagno che proponeva, malgrado le tantissime derogazioni di quel paese ai diritti sindacali, civili e politici di quel paese, contrarie agli statuti perequativi dell’Organizzazione del Commercio, ma non della Russia, che pure qualche legge liberale ha fatto. E anzi contro la Russia animando un colossale riarmo, dall’ex Jugoslavia alla Georgia e all’Ucraina. Cn la frammentazione definitiva da ultimo, nella guerra contro la Russia, dell’Occidente, che sempre più dichiaratamente si identifica in termini di potenza militare e sovranità culturale (politica) con gli Stati Uniti, mentre l’Europa sempre più si manifesta in stato di subordinazione e declino.
 
Singolare e significativa è in questo quadro la presentazione che Biagio de Giovanni si fa della guerra in Ucraina come scontro “tra potere orientale e potere occidentale” - “Questo scontro è carico di filosofia”, “Corriere della sera”, 8 febbraio: l’Oriente “è qualcosa di più di una autocrazia. È l’idea radicata di un potere”. Come se l’India, e la stessa Cina, o la Russia fossero immense plaghe di potere tribale. Come se la Russia per tutto l’Ottocento, sconfitta la temibilissima Francia napoleonica, vittoriosa sull’impero austro-ungarico e sull’incipiente potenza prussiana, non avesse vissuto la stagione delle libertà, analoghe a quelle delle carbonerie repubblicane e dei movimenti risorgimentali che tanto si onorano in Italia. E via via sviluppato il costituzionalismo fino al rifiuto della guerra e alla rivoluzione d’Ottobre - una rivoluzione sicuramente democratica. Del resto il filosofo stesso De Giovanni, citando Jünger e il suo “Nodo di Gordio” – “Jünger dice che il gioco degli scacchi non poteva che provenire dall’Oriente, perciò l’uccisione del re chiude la partita” - lo dice volendo dire il contrario: la partita si chiude con l’uccisione del re. 
 
“L’Occidente nasce in Svevia”, secondo Heidegger. E non è possibile, proprio lì è il nodo irrisolto della storia tedesca, Croce l’ha accertato, che la vittoria di Arminio nel 9 d.C. tenne la Germania fuori dalla cultura latina. Secondo Hannah Arendt l’Occidente nacque quando i romani inventarono la politica estera, la “politicizzazione dello spazio”. Una certa cultura, centrale nell’Italia repubblicana, insiste che questo Occidente è nato nell’anno Mille. Col mito della Croce, del Dio uomo. È partita allora la corsa alla semplificazione della storia, a mezzo dei miracoli, le reliquie, le missioni, le crociate, la teologia, la superbissima pretesa dell’uomo d’inquadrare Dio, e l’orgoglio rovesciato di san Francesco, le cattedrali e l’arte, la creazione del classico, l’accumulazione. L’anno Mille suona bene, è buona data di nascita, Carducci già lo notava: nacque il cristiano con la spada, il cavallo, l’onore, e l’amore cortese.
(continua)
 
Pacifismo
– Si invoca la pace (il papa Francesco), si consiglia la pace (Kissinger) in una guerra d’aggressione, quale quella della Russia contro l’Ucraina. Non si dovrebbe consigliare, volendo essere equanimi, il ritiro puro e semplice dell’aggressore, e semai una sua penalizzazione? Evidentemente no, per un fatto che non si dice: le cause dell’aggressione.
C’è – c’era un tempo – nella storiografia la ricerca delle fonti di un evento, per un giudizio o un’analisi più equanime dell’evento stesso, più realistica, più giusta. Anche delle guerre d’aggressione. Quale la seconda guerra mondiale, d’aggressione per antonomasia. Eppure vi si esercitarono A.J.P. Taylor e altri storici inglesi e americani molto presto, quasi a ridosso del terribile e oltraggioso evento.  
La richiesta di Kissinger ha come sottinteso il rischio nucleare: che il conflitto derivi all’uso della Bomba se la Russia si trovasse alle corde -ma anche il papa, sotto l’umanitarismo generico, prospetta questo timore. Che è a prima vista insensato: perché la Russia dovrebbe usare le armi nucleari, e quindi condannar e anche se stessa, per una guerra d’aggressione, se la parte dell’Ucraina di cui rivendica la sovranità non le venisse data in possesso? Perché la Russia dovrebbe o potrebbe “essere messa alle corde”? Da chi? Non dall’Ucraina, evidentemente, tra i due paesi c’è una sproporzione enorme di forze. Perché l’Ucraina combatte una guerra “per procura”, questa è la tesi della Russia – degli Stati Uniti, della Nato, dell’Occidente. Ma lo sesso retropensiero è alla base della richiesta del papa e del ragionamento di Kissinger – la guerra nucleare sarebbe una guerra Russia-Occidente, e allora avrebbe senso.

 
Si dice anche che la pace è indivisibile, e questo è più giusto. Ma di fatto, nel farsi della storia, il pacifismo non può essere radicale – come l’obiezione di coscienza: deve confrontarsi con le cause della guerra.
Il pacifismo può essere storico, non può essere utopistico – non avrebbe sesso.
 
Storia - La storia data dall’anno Mille, secondo il filone non secondario della storia provvidenziale. Il senso della durata, inerente alla religione, viene trasformato dal cristianesimo, a partire dal Mille, in teofania. Pasqua prevarica Natale, la redenzione l’incarnazione.

zeulig@antiit.eu

La Sicilia liberata dall’ucraina

Un’immagine dell’Ucraina che, vista oggi, apre il cuore. Tutto è bello, verde, spiritoso, naturalmente biondo, e canagliesco, nella festa d’addio di una giovane nonna, Vlada Koza, che chiude casa e affari per accorrere in Italia, dove la figlia è sposata, per aiutarla a gestire il nipote appena nato. E per questo ha studiato “un poco italiano” e ha invitato amici e conoscenti a una festa d’addio, per cedere loro questo o quell’arredo di casa, in trattative veloci per scontare il miglior prezzo, mentre una band locale li intrattiene con “Fatti mandare dalla mamma”.  
Tutto andrà poi di traverso. La figlia, e un po’ anche il genero, non la vogliono in casa, troppo piccola. Persa per strada tra le prostitute al fuoco, e incidentata, Vlada finisce in casa di chi l’ha investita. Che è mafioso. Dove di si troverà a “fare l’ucraina”, a fare le pulizie. E alle pulizie vuole indirizzare i figli disordinati del capomafia. Che tanto capo non è, dovendo soccombere a un suo proprio capo…. Un’Ucraina sovvertitrice, anzi liberatrice, della Sicilia. Dalle sue paure e i suoi linguaggi. Senza spocchia, con l’innocenza.
Un’idea brillante di Anastasiia Lodkina. Sulla mafia come è, e sulle ucraine in Italia. Che la sceneggiatura purtroppo in parte dissipa. Tuttavia una produzione gradevole, oltre che meritevole, dei Saccà. Una commedia che avrebe meritato più attenzione, e più fortuna al botteghino: ridere della mafia, stupida tanto quanto è sanguinaria, e oggi dell’Ucraina, non è facile, con “Koza Nostra”, doppio gioco di parole, si può.
Giovanni Dota,
Koza Nostra

mercoledì 8 febbraio 2023

Dalla globalizzazione al confronto, la leadership americana

La Germania riarma, il Giappone pure, e di conseguenza la Corea: l’Occidente è perento, di fatto, ognuno si difende da sé – non subito ma presto. Gli Stati Uniti sfidano la Cina e l’Europa nell’industria dei chip e nella nuova frontiera industriale dell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti sfidano la Cina e la Russia con fronti di guerra a Taiwan e in Ucraina. E contro Bruxelles, last but not least, adottano coefficienti bancari più permissivi, rispetto a quelli teoricamente obbligatori di Basilea.
Dalla globalizzazione economica non si passa al multilateralismo politico (alla “bilancia dei poteri” come Kissinger aveva divisato il multilateralismo), ma alla leadership americana infine dichiarata.
Le “catene di valore” (assetti produttivi) rimangono ancora globali, con la Cina, e sempre più l’India, fabbriche del mondo, i guadagni sono sempre altissimi. L’interscambio cino-americano nel 2022 è stato da record, sui 700 miliardi di dollari. Malgrado i problemi iniziali dei trasporti marittimi, che hanno acceso l’inflazione in America, e le restrizioni covid, specie in Cina. Ma il protezionismo avanza. Non ancora con i dazi, ma sì col mercantilismo: con le sovvenzioni alle industrie nazionali e i contingenti alle importazioni. “Quando attueremo questo progetti”, ha appena detto il presidente americano Biden nel solenne discorso annuale sullo stato dell’Unione, cioè quando saranno operative le sue due leggi per incentivare e sussidiare infrastrutture, industrie e tecnologie americane, “compreremo americano. Buy American è stata la legge del Paese dal 1933. Per troppo tempo le amministrazioni del passato hanno trovato il modo di aggirarla. Ora non più”. 
Le due leggi qualificanti del primo biennio della presidenza Biden, l’Innovation and Competition Act del 28 marzo 2022 e il Chips and Science Act del 9 agosto, entrambe largamente dotate, e votate all’unanimità, sono dichiaratamente protezionistiche e aggressive. Sotto argomentazioni chiaramente pretestuose di difesa militare. La presentazione del Chips Act è stata lasciata al consigliere presidenziale per la Sicurezza, Jake Sullivan, per il quale si avvia “un investimento più grande del costo reale del progetto Manhattan”, del progetto per la bomba atomica, con l’obiettivo di “imporre costi agli avversari, e con il tempo perfino degradare la loro capacità sul campo di battaglia”. Ma lo scopo vero e notorio è bloccare la crescita della Cina come potenza economica al di sopra degli Stati Uniti. 
È un cambiamento – una deriva – che gli Stati Uniti impongono da un decennio, con la presidenza Trump aggressivamente rispetto a quella felpata di Obama, e con Biden più fattuale di Trump. Da eredi infine anche nel linguaggio della tradizione coloniale europea dell’Otto-Novecento, dell’imperialismo come sfida di civiltà. All’ombra cioè dei diritti di libertà e di benessere Trent’anni fa imponevano la globalizzazione, la Cina fabbrica del mondo, con la disintegrazione del mercato del lavoro “occidentale”, di assetti secolari di questo mercato, in Europa e negli stessi Stati Uniti. Con la stessa buona ragione di sé, ne impongono ora lo smantellamento. Parziale, secondo le istanze della leadership americana, infine rivendicata.

Giornalismo sbirro

“Nessuno ha dubbi sulle qualità del pm, esperto di reati economici e autore di decine di pubblicazioni specialistiche”: il “Corriere della sera” si schiera a difesa del giudice Santoriello, quello che professava “odio la Juventus”,  il club che ora, dopo averlo intercettato per alcuni anni, può mandare a condanna. E aggiunge, il giornale, fine: “Più che un ultrà - la grande passione è per il basket - un assiduo frequentatore di codici e convegni”. Un tributo del giornale ai suoi informatori, che quindi non erano il giudice Santoriello ma i suoi sostituti, devoti. Mancando però l’evidenza, che il giudice professo odiatore ha utilizzato delle intercettazioni, frasi cioè estrapolate dal contesto, come “prova” per mandare ar gabbio mezza società. Come gli spiega un modesto impiegato dello stesso club, non un linguista né un epistemologo: “Credo che alcune frasi estrapolate possano assumere un significato diverso da quello che hanno”. Incapacità non può essere, è proprio la deriva del mestiere di cronista - ben due redattori il “Corriere della sera” schiera per capire meglio.
La civiltà giuridica si sa che in Italia è sotto ai piedi – due riforme in due anni, e una terza si annuncia, apparentemente senza sbocco. Da quando è sotto l’imprinting di Di Pietro, un giudice giustiziere che poi si è rivelato corrotto. Ma i giornalisti? Di Pietro li aveva ridotti a cani da cuccia, secondo i memoriali degli stessi “suoi” affezionati cronisti di nera.  
Lo stesso “Corriere della sera” apre peraltro con una vetta rara di ipocrisia: “A questa malattia incurabile della modernità, a cui con inevitabile approssimazione si dà il nome di narcisismo, va ascritta la battuta del pubblico ministero Santoriello che sta suscitando tanto scandalo. Il magistrato, che tutti gli addetti ai lavori, e persino quelli ai livori, descrivono come un modello di imparzialità…”. Complottismo, argomenta Gramellini, l’autore della intelligente sintesi: “O non ho appena sentito un amico interista sostenere che Santoriello è uno juventino che finge di odiare la sua squadra del cuore per farla assolvere senza suscitare sospetti?”. Perché Gramellini non è un napolista, è un torinista, dichiarato, in molteplici esercizi di narcisismo, quotidiani  – quindi più incurabilmente malato o più ipocrita?
Il calcio non è una cosa seria. Ma i giornali? Se si incrimina una squadra di calcio, amata o odiata, non importa se si fa con frasette estorte? Siamo tutti sbirri? Tutti nei giornali.

Il papa non era fascista

Singolare assunto, e singolare trattazione, del rapporto tra il fascismo e la chiesa, e in particolare tra Mussolini e Pio XI, il milanese papa Ratti. Mussolini aveva grande opinione della funzione del papato, della sua “imperiale” durata e proiezione. Fu in piazza San Pietro a Roma il 5 febbraio 1922, dieci mesi prima della “Marcia”, per il conclave che il giorno dopo avrebbe scelto il cardinale Ratti – ci fu da semplice cittadino, non avendo preso nemmeno un seggio alle elezioni del 1919, benché schierasse nomi eccellenti, tra essi Toscanini e Marinetti. E locupletò la chiesa nei suoi primi anni di governo, che coincisero con i primi anni del nuovo pontificato. Con “atti del governo che furono doni molto garditi dal Santo Padre, come l’introduzione dell’insegnamento della religiine nelle scuole elementari e l’istituzione dell’esame di Stato che parificava gli istituti privati cattolici alle scuole pubbliche, l’obbligo di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, l’incompatibilità tra fascismo e massoneria, l’opposizione al divorzio col riconoscimento della sacralità del matrimonio, l’inserimento delle feste religiose nel calendario civile, l’esenzione degli ecclesiastici dal servizio militare, il sostanzioso aumento della congrua ai parroci, contributi finanziari per il restauro degli edifici religiosi, il ripristino dei cappellani nella Marina e l’istituzione dei cappellani nella Milizia, il riconoscimento dell’università Cattolica di Milano, il salvataggio del Banco di Roma”.
Mussolini ha fatto tutto questo, ma anche di più. Ha creato l’Opera Nazionale Balilla, contro il Vaticano. Nell’anno santo 1925 ha creato lo Stato totalitario, ha soppresso le libertà civili oltre che le politiche, ha espulso i deputati Popolari dalla Camera. In un clima di violenza tale che la segreteria di Stato vaticana prudentemente aveva organizzato il viaggio all’estero di don Sturzo. Il 14 dicembre, nota lo stesso Gentile, il papa chiuderà mesto il giubileo dicendo “la gioia dell’Anno Santo intrisa di acerbe afflizioni”.
Mussolini aveva grande considerazione per il potere “universale” della chiesa. Commentando la morte del papa precedente, Benedetto XV, il 22 gennaio 1922 scriveva che il papa era “un imperatore, sia pure elettivo”, discendente “in linea diretta dall’impero di Roma”, a capo del “più vasto e  più veccho impero del mondo” – “dura ormai da venti secoli” - con capitale sempre a Roma. Sì, ma il papa?Mussolini era opportunista con la chiesa come con tutto il mondo.
Mussolini sosteneva di avere incontrato il cardinale Ratti a Milano nel Duomo, per la celebrazione del Milite Ignoto, il 4 novembre 1921, e che il cardinale era stato “cortesissimo”, permettendo agli squadristi di entrare in Duomo con i loro gagliardetti. Lo storico registra anche una confidenza che negli stessi giorni Ratti aveva fatto al suo amico Giacomo Boni, un architetto, così ripresa da un giornalista francese su “L’Illustration” quindici anni dopo: “Mussolini, un uomo formidabile”, avrebbe detto “parlando con voce profetica”. Per concludere che, “se non è mai bene che un uomo solo divenga onnipotente”, Mussolini era però geniale, e “di cosa è fatto il genio? Di un grano di follia”. Ma Mussolini non era potente, un anno prima della Marcia. E lo steso storico avverte brusco in nota che Mussolini vantava incontri che non aveva fatto, dicendo “senza fondamento” quanto Margherita Sarfatti scriverà nel 1926 in “Dux” e vari biografi posteriori riprenderanno, a proposito di “un incontro tra il cardinale Ratti e Mussolini il 28 marzo 1921 nel Duomo di Milano, in occasione dei funerali delle vittime di un attentato al Teatro Diana”, per il semplice motivo che “in quel periodo il cardinale era delegato apostolico in Polonia”. Non solo, ma non era nemmeno cardinale.
Il titolo di questo lungo capitolo nell’edizione originaria Laterza, “Il papato e il fascismo”, è più giusto. 
Emilio Gentile, Storia del fascismo – 9. Impero cattolico per un impero fascista, la Repubblica, p.155, ril., ill,. € 14,90

martedì 7 febbraio 2023

L’Italia senza braccia

Il recupero dei pensionati, per ora dei medici e infermieri, basterà a colmare il buco che si va aggravando nella produzione e nei servizi? Non basta più l’immigrazione a compensare il deficit di nascite in Italia. Direttamente, con l’immissione degli immigrati nella produzione, e indirettamente, per la maggiore prolificità delle madri immigrate.
La previsione, ormai quasi certezza, dell’Istat e dei maggiori demografi, tra essi lo stesso presidente dell’Istat, Blangiardo, è che tra pochi anni, all’orizzonte 2030, la popolazione italiana in età lavorativa (le classi dì età 21-65 anni) diminuirà di 1,7 milioni. Di poco meno del 10 per cento rispetto ai livelli attuali, che non sono reputati ottimali. Con le ovvie conseguenze negative sulla capacità produttiva e sul finanziamento della previdenza.
Da anni sono evidenti le carenze nell’organizzazione della sanità, tra medici e paramedici. Le organizzazioni imprenditoriali lamentano da oltre un anno, dalla ripresa post-covid, una carenza di forza lavoro in molti settori, specialmente (e paradossalmente) nei servizi alla persona, accoglienza e famiglie. E questo deficit proiettano nel 2030 a una cifra elevatissima, tra 1,5 e 2 milioni di posti di lavoro.
Una crisi già in atto, quindi, che però si confronta con due paradossi. Una disoccupazione ancora alta, sull’8 per cento. E un’immigrazione asfittica, benché se ne discuta in politica come di un’invasione. Negli anni dal 2013 al 2019, anni di governo del partito Democratico, in teoria più incline all’immigrazione, il saldo netto fra immigrati ed emigranti si è ridotto a poche decine di migliaia l’anno, in totale meno di 500 mila unità nei sette anni (nei dodici anni precedenti il saldo netto ha oscillato fra 4 e 500 mila ingressi ogni anno per quattro anni, e fra 2 e 300 mila negli altri otto), e ora l’Italia ne ha carenza. Secondo Blangiardo l’Italia avrebbe bisogno già da subito del triplo dell’immigrazione netta, per colmare il fossato crescente nel mercato del lavoro, da 130 mila a 370 mila nuovi ingressi l’anno. Non ci sono soluzioni alternative: le politiche di sostegno alle nascite, di cui si parla, se anche attuate, non daranno benefici prima di una generazione o due.
Il lag disoccupazione-offerta di lavoro inevasa è effetto delle retribuzioni basse. Soprattutto nei servizi. Che disincentivano le migrazioni interne – il tasso nazionale è diseguale regionalmente, tra la quasi piena occupazione in Lombardia, e il 12-13 per cento di disoccupazione in Sicilia. Mentre l’immigrazione è sempre regolata da una legge restrittiva, la Bossi-Fini, che ribaltò la legge Martelli, proiettata su un “buco” demografico già noto, e ha precarizzato gli accessi e, di più, la stabilizzazione del lavoro immigrato – la residenza, la cittadinanza. Stroncandone anche la natalità.  

Appalti, fisco, abusi (227)

Resi obbligatori i conti correnti, anche per le pensioni sociali, i costi sono aumentati dall’1 gennaio del doppio dell’inflazione, tra il 20 e il 25 per cento.
 
Resi (quasi) obbligatori i pagamenti con carte di credito, il costo delle carte è stato aumentato dalle banche del 25 per cento – di almeno dieci euro, mediamente a 50 euro l’anno.
 
Si paga ora anche il bancomat, fino ad ora gratuito: dieci euro l’anno è la media. Per iniziare.
 
Si dice che le banche hanno anticipato l’inflazione. Non che contribuiscono ad alimentarla? Tutti i servizi correnti dall’1 gennaio costano di più, del 20-30 per cento: i bonifici, online e (di più) allo sportello, i prelievi di contanti presso Atm non della propria banca. E perfino, a meno di forfait particolari, i prelievi da sportelli della propria banca.
 
Per i prelievi bancomat su altre banche l’aggio è un salasso. La commissione interbancaria per questi prelievi è di 50 centesimi. Ma la banca fa pagare 2 euro, e anche 2 euro e mezzo.

L’impero del bene fa paura

Dialoghi semplici, duelli aerei mirabolanti, due ore e rotte di ansia assicurata. Un all male vecchio stampo, cui il politicamente corretto ha imposto poche correzioni – due personaggi femminili molto maschili. E Tom Cruise che è in effetti un attore, sa essere molto di più che la sua bella faccia. Da dove dunque il disagio? È rivederlo dopo un anno di guerra vera, con missili sporchi, e diritti ambigui, come le colpe.  
Più del primo, questo secondo “Top Gun” è ricalcato sui videogiochi. Ma non per questo è inoffensivo. La retorica della guerra giusta, bella, eroica non è più gradevole. Non in questo format anglosassone, in cui il nemico non c’è, se non per prendere le legnate, ed è brutto e sporco, oltre che cattivo, mentre “i nostri” sono rilucenti, niente polveriee fango.
E poi i videogiochi, che sono la giornata dei ragazzi fino ai diciotto anni: sono tutti di distruzione e morte. E non a fini catartici: la favola di oggi è che il più potente è il più bello e bravo. Il Bene può essere spaventoso.
Tony Scott, Top Gun – Maverick, Sky Cinema

lunedì 6 febbraio 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (515)

Giuseppe Leuzzi
Per un progetto poi non realizzato, anzi quasi subito abbandonato, una antologia del Sud o sul Sud, Sciascia propone a Laterza nel 1957 anche “la scoperta del Verga e, contemporaneamente, dell’epopea contadina russa”. Il “Sud” emerge quando la sensibilità, l’aura del tempo, vira al mondo contadino, povero, ribelle, passato\passatista. Non a una prospettiva di volontà, ingegno, avventura, anche soltanto di luce, di sole – di sole fisico.
 
“Vorrei farvi notare che noi siciliani abbiamo scritto sporadicamente libri storici e sociologici sulla mafia. Ma per quanto riguarda il racconto non c’è quasi nulla sull’argomento”. Così Sciascia in una delle ultime uscite, dicembre 1985, al ventiquattrenne Ian Thomson sceso a Palermo a intervistarlo per il “London Magazine”. Non era già più vero, la narrativa mafiosa si moltiplicava. Innescata dal peso massimo Sciascia, se non certo con la sua capacità di scrittura: l’inizio di una valanga.
 
Il re nel pallone
Ferdinando IV di Borbone, poi I delle Due Sicilie, in esilio a Palermo durante la conquista napoleonica del regno di Napoli, così annotò nel giugno del 1799 la riconquista della sua città da parte del cardinale Ruffo – nel “Diario segreto” che Umberto Caldora ha pubblicato nel 1965: “Alle sei andato con i miei soliti a veder giuocare al pallone fuori la porta di Craste (probabilmente di Castro, n.d.r.), dove la partita è stata buona ed il concorso grande. Ricevuto la consolante notizia di essere entrati i realisti in Napoli”.
Un aplomb si direbbe, non dispiaccia a Gladstone, britannico. Del “re lazzarone” – o carducciano “re fanciullo che mangia i maccheroni a teatro”. In effetti, i reali delle case reali sono soprattutto spensierati. L’8 luglio Ferdinando era già nelle acque di Napoli, ma non scese a terra, sentiva di che si trattava.
I reali regnano coi ministri e cancellieri, se ne trovano qualcuno buono – oggi, a Londra, con cervelli dei social. L’aneddotica dello scugnizzo-lazzarone vuole che il suo precettore, il principe di San Nicandro Domenico Cattaneo, un giorno che lo vide scorrere un libro glielo abbia sequestrato.  
Le storie dinastiche servono a poco – che ce ne saremmo fatti dei Savoia?  
 
Un’autonomia senza forza
L’“autonomia differenziata” farà bene o male al Sud? In linea di principio l’autonomia farebbe bene al Sud. In questo caso no.
In questo caso, della legge che si sta configurando, si ridurrebbero i trasferimenti nazionali a favore del Sud delle regioni che sono contribuenti netti al benessere nazionale in misura rilevante: Lombardia, con 5.090 euro pro capite, per ogni residente, Emilia-Romagna con 2.811 euro, e Veneto con 2.680 euro. Ma per provvedimento amministrativo, senza il colpo di frusta che l’autonomia implicherebbe, perpetuando il corso attuale, del Sud lamentoso, e richiedente.
La legge in discussione si propone molte cose: vuole regionali le reti elettrica e del gas, i rapporti con l’Europa, la politica commerciale. Fuffa - le Regioni hanno da tempo rappresentanze a Roma e nelle capitali del mondo, è la prima cosa che hanno fatto dopo l’istituzione nel 19, l’apertura di sedi di prestigio, per vacanze spesate di rango. La solita fuffa che si agita per coprire il nocciolo della legge, i trasferimenti.
Ma anche su questo l’autonomia andrebbe bene, se fosse uno shock. La “secessione” protoleghista sicuramente lo sarebbe stata, avrebbe avuto un effetto che non poteva essere che benefico.
Con l’autonomia differenziata si verrà a togliere indubbiamente molta parte dei trasferimenti al Sud, cui il Sud era abituato. Ma progressivamente, come una medicina o veleno di Mitridate al contrario. Che non immunizza ma solo intorpidisce.
La Funzione Pubblica è essenziale al Sud come al Nord e in ogni dove. Ma il Sud ha bisogno di rigenerarla: di ridare un senso alla politica, al fare, alla gestione al meglio dei propri destini, fuori dei “posti” e della corruzione.
 
La sicilitudine è una prigione
La Sicilia è una totalità. Un imprinting, indelebile, più che un fatto geografico e storico - sì, sicani, fenici, greci, romani, arabi, normanni, angioini, spagnoli di mare e spagnoli d Castiglia, inglesi, piemontesi, il melting pot è ricco ma non conta. Non si può farne colpa alla “sicilitudine” – che peraltro molti siciliani, perfino Sciascia, indossano con rassegnazione. Ma nel progetto di antologia del Sud del 1957, Sciascia proneva a Laterza nientemeno che un capitolo “Sicilia (o Calabria o Lucania) come Spagna, Sicilia come Tennessee, Sicilia come Cina”. Niente di meno.
Nella prefazione del 1967 alla riedizione delle “Parrocchie di Regalpetra” nella Universale Laterza, insieme con “Morte dell’Inquisitore”, Sciascia si vuole autore di un unico libro. Di e sulla Sicilia: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno”, conclude ricordando un critico delle “Parrocchie” che lo voleva autore di un solo libro (“cavò il giudizio che io fossi uno di quegli autori che scrivono un solo libro e poi tacciono”): “Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione”. Non una sofferenza, come si penserebbe, essere autore di un solo libro, anzi un motivo di orgoglio. Ma qui Sciascia è all’estremo opposto, della Sicilia suicida.
Tornando per la prima volta dalla Spagna di cui ha sempre fantasticato, dalla Castiglia, “tutta la Castiglia, anche Burgos” delle cattedrali gotiche, il 9 luglio 1956 Sciascia scrive a Vito Laterza, allora suo editore: “A Racalmuto mi par di trovarmi come in Svizzera”. La Sicilia, pur deprecata, è misura di tutte le cose.
 
Milano
È la più antica città d’Italia, fondata da “Subres, bisnipote di Noè, attraverso Iafet l’Europeo (un primato difficile da battere)”. Così scoperta da Galvano, letterato cortigiano dei Visconti, nella sua “Cronica universalis”, primo Trecento, di cui ora Paolo Chiesa fa la scoperta. Un illustre geografo d’invenzione, il Trecento è fervido di viaggi, per lo più fantastici, come il più celebre Mandeville, che però non pretendeva di scoprire nulla.
 
Aveva scoperto l’America prima di Colombo. Anche lei come i vichinghi. Anzi, già un secolo e mezzo prima, sempre secondo Galvano e la sua “Cronica universalis”. Tra le altre facezie vi nomina la Marckalada, terra ferace abitata da giganti – gente cioè che mangiava bene e tanto. Deformazione del Markland delle saghe norrene.
 
Roma è otto volte Milano. Nasce da qui l’odio contro Roma?
O nella burocrazia – i manager lombardi con la valigetta al quarto piano del ministero del Lavoro, dietro via Veneto, per gli “stati di crisi” (che funzionari ex sindacalisti gestiscono)?
 
Dal database “Le religioni degli stranieri in Italia”, creato da “La Lettura” del 29 gennaio, si vede che gli immigrati in Lombardia sono un quarto di tutti gli stranieri residenti in Italia (1.155.393 su 3.561.540), e uno su otto lombardi (l’11,6 per cento dei lombardi). Ai quali il rito ambrosiano concede ampia libertà di culto. Dove si colloca dunque il leghismo, se non è razziale?
 
“In fondo, nella borghesia del Nord solo gli Albertini e i Pirelli non si assimilarono pienamente al fascismo”, Andrea Carandini, nipote di Luigi Albertini, ricorda con Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore Domenica”. Nel 1925 Albertini fu costretto a lasciare la direzione del “Corriere della sera” e a cedere le quota alla famiglia Crespi. Che nel dopoguerra diverrà, specie con Giulia Maria, ancella della sinistra più sinistra. Bisogna cogliere l’attimo – perché no, se ne fa anche poesia.

Mussolini lo storico Gentile può dire “milanese di adozione”, nella “Storia del fascismo” che ripubblica illustrata, in edicola con “la Repubblica”, nel volume 9. “Impero cattolico per un impero fascista”. E anche per questo in sintonia col Lombardo papa Ratti, Pio XI. Ma, bisogna dire, up to a point: il papa era lombardo vero e sapeva cosa conveniva.

Scrivendo a Vito Laterza da Caltanissetta, il 21 aprile 1964, per proporre “un romanzo sul separatismo”, un progetto che presto però dismise, Sciascia spiega giubilante: “È un’idea che mi è venuta all’improvviso, a Milano (la città d’Italia più adatta a risvegliare sentimenti separatisti, anche in me che sono stato decisamente unitario al tempo del separatismo)”.
 
Il giornale mostra Letizia Moratti, sicura perdente al voto regionale domenica, in lieta conversazione al teatro Parenti con i suoi sponsor politici, Calenda e Renzi. E anche questo è parte del successo, non darsi per vinti, anche se si è fatto un errore – una previsione sbagliata, un calcolo poco avveduto, una scommessa. L’atto di dolore, se necessario, è breve, serve all’assoluzione, e “non si piange sul latte versato”, “domani è un altro giorno” etc.. Quello che oggi si dice resilience, bisogna pur adottare l’inglese, come la città fa seriosa, un tempo nell’abbigliamento oggi nelle università.

leuzzi@antiit.eu

La resistenza patriottica antifrancese

Il 1807 De Micheli, uno dei capi della resistenza antifrancese del tratto cosentino attorno al castello di Fiumefreddo (Longobardi-Belmonte-Amantea), muore fucilato, senza processo, dalle truppe del colonnello Berthelot. Dopo di lui, che ha resistito a lungo, più di tutti, forte del castello in altura di Fiumefreddo, una rocca protetta anche da mura, tutti i suoi congiunti vengono condannati, i beni di famiglia confiscati, la nomea di briganti appiccicata, eccetera. Una causa persa, si direbbe, di un maggiorente borbonico. Ma non è così semplice – come si sa anche da altre fonti, per es. i resoconti ammirati degli stessi francesi, di Courier e di Duret de Tavel.
Un’opera di storia locale, di cui risente le inevitabili approssimazioni, di contesto e anche dei personaggi e gli eventi. Ma, indirettamente, nel racconto degli eventi minuti, documento di un’opposizione largamente popolare al dominio francese. Che si confrontò lungamente con armate francesi in successione, agli ordini di generali rinomati, Reynier, Massena, Verdier. Che praticavano senza scrupolo saccheggi e massacri. Pur basandosi su volontari non addestrati e di poco o nessun armamento: truppe, definite “massiste”, cioè aggregate “in massa”, alla bell’e meglio in “battaglioni volanti”, con poca disciplina e un soldo aleatorio - 25 grani al giorno ai volontari, 5 carlini al capo centuria (compagnia) e 10 al comandante di battaglione (quattro centurie): 16 centesimi di euro per grana al conto odierno, e 1,60 per carlino.
In controluce, un movimento che non si può non dire di resistenza. E non si può non dire patriottico. La storiografia non ne tiene conto poiché dura sui Borboni di Napoli il pregiudizio risorgimentale e gladstoniano. E sul cardinale Ruffo, che questa resistenza organizzò nel 1806-7 come già quella della marcia del 1799 contro la Repubblica Partenopea del generale Championnet, la persistente damnatio memoriae.   
Indirettamente, una testimonianza della capacità di lottare – di impegnarsi, con determinazione, pur scontando la propria inferiorità – di borghesi e contadini calabresi. Specie della Calabria Citeriore – il cosentino. Non per tornaconto ma per un’idea, buona o sbagliata. In grado perfino, sull’altro versante della penisola, di sconfiggere i francesi, a Maida – una battaglia che Londra ancora celebra. Bruno ricorda che il capitano Geniale Versace di Bagnara gli ufficili inglesei avevano soprabbominato “Genialitz”. Londra arruolerà per parecchi anni un Calabrian Corps, in giro per il mondo – anche al comando dell’ammiraglio Sidney-Smith, che sarà il carceriere di Napoleone a Sant’Elena).
  
Nicola Bruno,
Giovan Battista De Micheli tra cuore, penna e spada 1755-1807, Editoriale Progetto 2000, pp. 152, ill. € 12

domenica 5 febbraio 2023

Ombre - 653

Su Cospito corrono le stesse frasi di cinquant’anni fa, all’origine del terrorismo. La storia non è la stessa, qui c’è solo un balordo furbo – sfrutta il governo di destra per farsene martire. Ma la fraseologia che un personaggio pure così modesto suscita è sempre la stessa.
 
La vecchia fraseologia su Cospito riemerge questa volta a sinistra, manca il coro di destra. I giovani di oggi sono vecchi? A sinistra solo vecchi?
 
Sbalorditivo “ritorno sull’equity” (profitto netto in percentuale del capitale) delle banche europee delle economie minori, nelle tabelle oggi del “Sole 24 Ore”: ben il 18,80 per cento in Slovenia, e cifre tra il 15 e il 10 per cento per i paesi Baltici, la Grecia, il Belgio e l’Austria, con la Spagna. L’Italia capeggia la seconda colonna, delle economie maggiori (Francia, Germania) o più finanziarizzate (Olanda, Lussemburgo), con quasi il 9 per cento. Le crisi (covid, guerra, inflazione) fanno bene alle banche.
 
E non è finita: la bonanza bancaria continuerà nel 2023 e nel 2024, secondo la Banca d’Italia: il roe, ritorno sull’equity, sarà attorno all’8 per cento per le principali banche italiane. Si penserebbe che le banche vanno bene quando l’economia va bene. Ma forse le banche italiane possono ancora guadagnare molto tagliando i costi, semplicemente: chiunque va ancora in banca vede orde di gente che non fa nulla – e non vuole fare nulla: come per Cospito girano frasi fatte, è ritornato anche il rifiuto del lavoro?
 
Moto ottimismo sulle banche mentre ancora naviga in incognito Mps. Che il Tesoro ha ricapitalizzato ma per quale matrimonio? “Siamo troppo grandi e non possiamo più fare aggregazioni”, dice Messina per Intesa. “Siamo troppo piccoli”, dice Castagna per Bpm, altro “sposo” indiziato. Mentre Orcel di Unicredit, che ha già visto la “sposa” in faccia, se ne tiene prudente lontano.
   
Si vota in alcune Regioni e bisogna addottrinarsi come si vota. Ci sono stati negli ultimi anni una dozzina di leggi elettorali diverse, per il Comune, per la Regione, per il Senato, per la Camera, per l’Europa, per lo più confuse – a ottobre non sapevano nemmeno gli eletti dove erano stati eletti. Per far sentite gli elettori una merda, come ora usa dire?
 
Negli anni 1960 le tecniche di depurazione delle acque erano solo su licenza inglese – sperimentate col Tamigi. A esse ricorrevano per es. le coste romagnole, per disinfettarsi. Lo stesso per ridurre lo smog, per es. a Milano, sulla scia di Londra – bastava decentrare le fabbriche. Oggi l’Inghilterra non ha un piano verde, la “transizione ecologica”, perché non ha industrie in grado di ripulire l’aria.  La geografia economica muta rapidamente. 
 
“Nonostante le promesse, alle donne i talebani hanno tolto tutto: istruzione, lavoro, sport, persino le passeggiate al parco senza accompagnatore”. Quali promesse, a chi? Ignoranza, ipocrisia?
“Come può rispondere la comunità internazionale”? Bisognerebbe chiederlo agli Stati Uniti, che i talebani hanno creato e a cui hanno confidato l’Afghanistan. Riconsegnandoglielo dopo aver “convinto” Paesi come l’Italia a spendere un miliardo l’anno, per vent’anni, venti miliardi, a titolo di aiuto. Ai talebani?
 
“Il nonno vittima e il nipote carnefice”, titola “la Repubblica” dopo l’eccidio alla sinagoga di Gerusalemme Est, “capitale proclamata dello Stato di Palestina” (wikipedia). Il nonno era stato ucciso venticinque anni fa a coltellate da un israeliano. E la famiglia, bisnonno, nonna, padre e figlio assassino vivono nel “campo di Shu’afat”. Che è un campo di rifugiati. Una storia di semplice terrorismo non è.
 
“Mi bloccarono due volanti, gli agenti armati, pistole in pugno. Tutti in borghese. Nessuno parlava, nessuno mi spiegava. Mi portarono in caserma: foto segnaletiche, impronte digitali”. Sempre in silenzio. “Poi mi diedero i trecento fogli dell’ordinanza: «Tieni, studia e capirai»”. È lo sfogo di Michele padovano, l’ex calciatore ora assolto dal traffico di droga, dopo diciassette anni. Uno vorrebbe voler bene ai suoi “tutori della legge”, ma a loro dispiace.
 
Ma forse gli agenti non parlano per polemica contro le procedure, i giudici. Un’ordinanza di arresto di trecento pagine è un assurdo. “Alle udienze di primo grado”, continua Padovano a confidare a Crosetti su “la Repubblica”, “uno dei giudici ogni tanto si addormentava”.
 
Uno dei pochi che ha sempre difeso Padovano è il suo ex compagno di squadra alla Juventus, per una sola stagione, Gianluca Vialli: “Venne a testimoniare”, spiega Padovano a Crosetti, provarono a tirare dentro pure lui”.  Era il 2006, era Zeman che accusava Viali di usare droghe – Zeman contro la Juventus.

La tragedia della stupidità

Pádraic bussa come ogni pomeriggio alla porta del suo amico Colm per andare insieme al pub. Ma Colm non gli risponde. Non vuole più “perdere il tempo” col suo vecchio giovane amico, che ha una conversazione melensa e non gli consente di dedicarsi al violino, a comporre canzoni, che ne assicurino la memoria. Pádraic insisterà per tutto il film, benché Colm abbia minacciato di tagliarsi un dito della mano a ogni sua insistenza. 
Questa la vicenda del film. Nell’Irlanda di un secolo fa, di campi aridi e case isolate tra le pietraie. Mentre in lontananza le opposte fazioni dell’indipendentismo irlandese si sparano. Unici affetti quelli con gli animali, il cane, l’asinello. Del regista Oscar di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” cinque anni fa, che con questo film ci riprova.
Un film di poche immagini: quattro o cinque visi - quello del protagonista Colin Farrell immoto. E tre ambientazioni, sempre le stesse, un interno e due esterni. Sempre aspettando Godot, per la arboriana “pasqualite” – come andrà a finire?
Forse una trasposizione di un racconto del folklore gaelico – una vecchia strega c’è, saputa e malefica. Il titolo originale, “The Banshees of Inisherin”, le streghe, rende meglio l’idea. Se è una tragedia, è della stupidità. Della guerra civile è troppo chiedere, si sa che è in corso ma nessuno se ne occupa. Del destino ineluttabile - non il loro animo ma il cielo mutano coloro che vanno per mare” è il saluto della banshee a mo' di condanna alla sorella di Padraic, che sa andarsene, partire?
Martin McDonagh, Gli spiriti dell’isola