sabato 1 aprile 2023

Problemi di base storici - 740

spock
 

“La storia trova il suo senso nell’etica”, B. Croce?


“La menzogna diventa verità e passa alla storia”, Orwell?
 
“Non c’è una vera memoria”, Annie Ernaux?
 
“La storia odia i fessi”, Marnix di Sainte-Aldegonde (Quinet)?
 
La storia data dall’anno Mille, secondo il filone non secondario della storia provvidenziale?
 
La storia viene con la Pasqua - quando la Pasqua prevarica il Natale, la redenzione l’incarnazione?


spock@antiit.eu


Il sovietismo ballava sul vulcano già nel 1929

Il ballo della nomenklatura bolscevica, gonfia di grassi e di mogli, principesse, ballerine, attrici, Malaparte apre, attorno al 1950, nel tratto ormai suo proprio, dopo “Kaputt” e “La pelle”, oggettivo e feroce, surreale-espressionista. Il “ballo” di una borghesia di Stato, già corrotta, sul quale vigila già un baffuto muto Stalin. Kamenev, Lunačarskij e altri personaggi sfilano sotto l’occhio, compassionevole e severo, di un Malaparte come li ricorda per averli frequentati nel 1929.
Uno sguardo che si propone proustiano, alle prime righe. Non moralista. Partecipe ma distaccato. Compassionevole ma critico Su una società che agli albori è già decadente, perduta.
Altri pezzi d’antologia, oltre il ballo, sono il mausoleo di Lenin, il mercatino delle pulcio dei vecchi aristocratici (“La poltrona del principe Lvov”, l’ultimo presidente della Duma, “La Veronica d Mosca”). E alcune figure di scrittori che a Malaparte si accompganano. Bulgakov, allora noto solo a lui. E il dimenticato Demjan Bendyi, il “nemico di Dio”, capo della Lega dei Senza Dio. “Una Pasqua bolscevica” è un ritratto vero-verosimile di Mosca: - la luce, la gente, i modi di dire (“ci sputo sopra”, non me ne frega), i silenzi, le cupole – “le mille cupole, coperte di maioliche verdi gialle rosse turchine”, e ancora “le vecchie case di legno risparmiate dall’incendio del 1812”, anti-Napoleone.
Con molto name dropping – Malaparte era uno snob. Ma una serie di immagini godibilissime. La meno è quella che avrebbe dovuto essere la più godibile: Majakovsjìkij suicida: Malaparte è ammesso eccezionalemnete dal ministro Lunačarskij alla stanza dove il poeta si suicidò, ma non ne ricava nulla. Eccetto l’ennesima diagnosi della corruzione del regime – più volte ripetuta, qui accostata alla delusione mortale del poeta. L’analisi pèrò è sempre penetrante della vacuità del potere sovietico, seppure del 1950, già in clima da guerra fredda, e non del 1929, quando Malaparte effettivamente fu a Mosca, ma bene in anticipo di un quarto di secolo sulla sociologia politica - se ne accorse col breznevismo.
“Il ballo al Cremlino” introduce un serie di inediti che Enrico Falqui aveva pubblicato postumi, per Vallecchi, nel 1971. Tra essi un altro racconto lungo, “Una tragedia italiana” – un romanzo in realtà di cui la guerra ha interrotto la stesura, o l’interesse dello scrittore: gli otto capitoli che lo compongono erano stati pubblicati mensilmente su due riviste, “Circoli” e “Raccolta”, da giugno 1939 a febbraio 1940. Qui rivisti e presentati da Patrizia Redondi.
Curzio Malaparte, Il ballo al Cremlino, Adelphi, pp. 417 €

venerdì 31 marzo 2023

Niente segretario italiano per la Nato

Non c’è, non c sarà, un candidato italiano alla segreteria generale della Nato (avrebbe dovuto essere Draghi, secondo i media). L’Italia, il governo e anche parte dell’opposizione in questo caso, Pd e Azione-Iv, mantiene e rafforza lo schieramento a favore dell’Ucraina, un paese invaso. Ma teme il surriscaldamento della guerra operata dalla Nato. E marcia passivamene, con riluttanza, nell’estensione della Nato all’Indo-Pacifico, cioè a guardia contro la Cina.
L’Italia teme l’approccio aggressivo di Biden. Senza un obbiettivo dichiarato, nel caso della Cina, con un obiettivo rischioso nel caso dell’Ucraina.
Gli Stati Uniti sono reduci da cinque guerre negli ultimi venti anni, di cui quattro perdute, in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, nelle quali hanno coinvolto paesi Nato - e la quinta non si può dire un successo, il Kosovo crea problemi. Con una perdita tutto sommato lieve di vite umane nel caso dell’Italia, ma con spese ingenti. Senza nessun effetto.
L’esperienza non si vuole ripetere in Ucraina e nell’Indo-Pacifico, perché i rischi vi sono altissimi. A fronte di una strategia che forse per l’America è chiara ma per l’Italia no.

L’Europa non c’è, Italia senza sponde

Che politica estera? La presidente del consiglio Meloni è – probabilmente contro le sue intenzioni – in una fase di stallo. Atlantista per convinzione e europeista a suo modo, conservativo, non trova interlocutori con cui condividere una politica comune.  Non in Europa, non negli Stati Uniti.
Mantiene l’Italia schierata a difesa dell’Ucraina, un paese invaso, ma teme, sa, che la guerra sarà condotta dall’America fino alla vittoria totale, cioè alla sconfitta della Russia. Prospettiva minacciosa.
Per l’Ucraina avrebbe voluto marciare a fianco di Scholz e Macron, come già Draghi. Ma la prospettiva è mutata. La Germania fa da sé, e Macron è indebolito.
Pesa soprattutto l’isolamento della Germania. Su impulso della “bombardiera” ministra degli Esteri, la Verde Bearbock, ha deciso di elevare il coinvolgimento nella guerra. Su decisione del ministro delle Finanze, il Liberale Lindner, ha negoziato se non imposto a Bruxelles un suo uso dei motori a combustione anche nell’Europa a trazione elettrica, e ha negoziato la partecipazione tedesca agli enormi finanziamenti americani all’industria stanziati da Biden con la legge anti-inflazione.

Il vizio europeo della guerra

Si ripubblica la storia forse più vera della Grande Guerra, tralasciata misteriosamente nelle celebrazioni del conflitto qualche anno fa (l’editore Bompiani, che l’aveva tradotta a suo tempo, se ne è forse scordato). Neri Pozza la riprende sull’onda della guerra all’Ucraina, altro conflitto apparentemente locale ma con tutti gli ingredienti, militari e strategici, per degenerare in una conflagrazione, aggiungendo come sottotitolo “Come e perché l’Europa sprofondò nella Grande Guerra” - anche allora la guerra diventò generale per caso: metà Inghilterra, compresi i Liberali al governo, non voleva difendere la Francia.
Una storia vecchia, del 1962, ma è la più nuova della Grande Guerra, il “suicidio dell’Europa”. Pur coprendone solo il primo mese - 
“un dramma insorpassato”, peraltro, a giudizio di Winston Churchill. Che fa precedere da ritratti succosi dei suoi protagonisti, regnanti e generali, nelle loro albagie e idiosincrasie, quasi tutti ricostruiti con i propri detti famosi o ricordi.

I capitoli introduttivi non lasciano alternative: la guerra non fu casuale, era preparata da tempo, da tutti gli Stati maggiori e da tutti i governi, Francia, Germania, Russia, Austria-Ungheria, Inghilterra. E data per scontata – Bismarck ne aveva previsto anche l’innesco, “qualche dannato stupido affare nei Balcani”. Solo il momento era incerto.
Il capitolo finale, attorno all’occupazione mancata di Parigi, che consentì alla Francia la controffensiva, umanizza la Germania: anche il soldato tedesco si rifiuta di marciare, quando è stanco - potrebbe succedere ai russi? agli ucraini?
Le confessioni involontarie dei protagonisti convergono, anche quando sono spiritose o autocritiche, verso la follia – Barbara Tuchmann svilupperà questo aspetto nelle monografie de “La marcia della follia”, da Troia al Vietnam: la guerra, anche scientifica, preparatissima, studiatissima, è sempre un azzardo, crudele. Generali che non si coordinano, e anzi si fanno la guerra. Armate che dormono in piedi, anche sotto i colpi di cannone, dopo marce di 40 o 50 km., per due o più giorni. Una Germania nettamente anglofila che fa la guerra all’Inghilterra. La guerra in contemporanea su due fronti, all’Est e all’Ovest, eresia per Clausewitz, e per l’intelligenza media.  
Un racconto minuzioso, di una documentazione enorme, ma ben narrato, al ritmo del romanzo. Un successo clamoroso all’uscita, nel 1962, anche se l’autrice era sconosciuta. Kennedy ne fece dono all’allora primo ministro inglese Macmillan come invito a ponderare trappole e errori nell’azione politica. Si inventò per l’autrice un Pulitzer speciale, per la General Nonfiction – Pulitzer aveva condizinato il premio per la Storia alla storia americana.
Barbara Tuchman, presentata all’uscita del libro come una casalinga cinquantenne, con tre figlie, moglie di un medico, il dottor Lester Tuchman, era figlia di due grandi famiglie ebree di New York. Il padre, Maurice Wertheim, aveva una banca d’affari. La madre era una Morgenthau, figlia di Henry Sr., ambasciatore in Turchia nella Grande Guerra, sorella di Henry Jr., il ministro del Tesoro di F.D. Roosevelt nei suoi dodici anni di governo. Aveva molti studi, in America e a Tokyo, e molta esperienza. A 24 anni aveva coperto la guerra di Spagna per “The Nation”, il settimanale ora della sinistra americana, rilevato dal padre, il banchiere Wertheim, per evitarne il fallimento. Non aveva mai smesso di studiare, e aveva già pubblicato due libri. Il secondo con un certo successo, “The Zimmermann Telegram”: il telegramma era la proposta nel 1917 del ministro degli Esteri tedesco Arthur Zimmermann al governo messicano, per indurlo alla guerra contro gli Stati Uniti, con la promessa di riguadagnare i territori perduti in Texas, Nuovo Messico e Arizona. Il primo, “Bible and Sword”, la Bibbia e la spada, racconta la bizzarra origine della “Dichiarazione Balfour”, nel 1917, che indirizzerà il sionismo verso la creazione di Israele in Palestina: la dichiarazione fu fatta per solennizzare la “conquista” britannica di Gerusalemme, mettendo insieme la familiarità britannica col Vecchio Testamento, e l’orgoglio militare di controllare, con le due sponde di Suez, l’epicentro della storia, l’Egitto e Gerusalemme.
Barbara Tuchman, I cannoni d’agosto, Neri Pozza, pp. 640 € 25

giovedì 30 marzo 2023

No alla Nato mondiale

“Keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down”, tenere i Russi fuori, gli Americani dentro e i Tedeschi sotto”, è l’obiettivo dell’Alleanza Atlantica, poi Nato, secondo il suo primo segretario, Lord Ismay – il generale della Indian Army che era stato l’assistente militare di Churchill. Uno che, come Churchill, parlava come pensava. Come era vero, o giusto che fosse: la Naro era, è, un’organizzazione difensiva.
Ora questa alleanza è assurta a scelta di civiltà. Ma per chi? Per l’Europa certamente no. Non solo per quanto riguarda i Russi e i Tedeschi.
Non c’è concordia agli Esteri, e nemmeno alla Difesa, sul progetto americano di fare della Nato una  Forza di Pacificazione mondiale. Non se ne è mai discusso in sede multilaterale. Nemmeno all’ultimo vertice, a fine giugno a Madrid. Ma è ben nei fatti. Per la Nato, come per ogni altra evenienza internazionale, il covid, la Cina, la transizione green, con l’amministrazione Biden non c’è dialogo preliminare. C’è solo da prendere atto delle sue decisioni, e dei suoi programmi, per lo più non dichiarati.
L’estensione Nato si fa sotto traccia, senza dirlo, con un’esercitazione, una missione, un  avamposto, anche un base militare, anche piccola – giusto per l’impegno. Ma a che fine, e con che mezzi, non è dato sapere
C’è anche irritazione, seppure sottotraccia. Per una presidenza, quella di Biden, che ha aperto in poche settimane due fronti caldi mondiali un anno fa o poco più, a Taiwan e in Ucraina. Che potrebbe procrastinarsi con l’annuncio di una ricandidatura Biden – di brigare la riconferma alla presidenza.
Il pensiero di lord Ismay andrebbe tenuto presente ora che si vuole fare della Nato una scelta di civiltà, portando l’Europa all’Indo-Pacifico. A confrontarsi cioè militarmente con le Cina – o con la Corea. L’India, che dell’Indo-pacifico è la metà o poco meno, ed ha con la Cina contrasti militari di frontiera non di poco conto, non è altrettanto militante, Meloni ha constatato nella visita recente a Nuova Delhi.

(Poche) idee d’Europa

La metà dei migranti morti nel mondo censiti dalle Nazioni Unite, oltre 27 mila su 55 mila, in vent’anni o poco più, riguarda l’Europa - quasi tutti annegati nel Mediterraneo. Un’ecatombe senza precedenti. Un segnale tragico e insieme triste dell’indigenza dell’Europa.
L’Europa è oggi un castello di chiacchiere. Per sostenere gli interessi della Germania, e della Francia. Un castello in rovine anche, sotto tale guida.
Ma ce n’è mai stata un’altra, di Europa?
L’Europa è un’idea, una costruzione retorica. Non esiste, si può dire, non nella storia, e neanche geograficamente, modesta appendice dell’Asia: si ferma agli Urali? sul Pamir – se vuole essere anche Persia? E allora la Russia non è Europa – e gli slavi, più o meno tutti?
Un (piccolo) conglomerato, litigioso. Di conio recente. Che si fa ancora forza, un vanto, del pensiero greco e del diritto romano. Ma come al cimitero, due steli.

In guerra tra di noi

Per uno dei soliti “incidenti” mortali nelle sue isole psichedeliche, la Spagna, spalleggiata dalla Francia, muove guerra all’Italia. Le navi avanzano, i caccia decollano, volontari affluiscono. Ora, come è il trend, di paramilitari autorganizati. C’era voglia di menare le mani indipendentemente dalla guerra, di appicare il fuoco al’extracomunutario, di picchiare a caso, se si è in gruppo o banda, chi capita tra i piedi. Ci sono anche dei tipi ragionevoli, ma del tipo anime belle. Così, un mite allevatore di vongole, in guerra privata contro il monopolio dei frutti di mare, e i funzionari corrotti, si ritrova armato, e quasi assassino – una ragazza come lui, vessata e ribelle, naturalmente lo salverà.
Doveva essere una commediola, giocata sui tempi grami del millennio, quando si mena chi capita, anche uccidendo, e si fa la guerra, perché no – l’Italia, senza dirlo, se ne è fatte quattro in una dozzina danni, in Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia. Ma il film, pensato nel 2019, dichiara nei titoli di testa, è uscito nel 2022, a guerra vera avanzata, di missili, trincee, morti. Si ride quindi poco. Ma è ben recitato nella sua assurdità, da Battiston, Leonardo Leo, Miriam Leone, Carlotta Natoli, Fresi (c’è anche Popolizio in una particina, ma il grande attore di teatro offre una dizione impercettibile). E come specchio della nostra violenza quotidiana, nostra personale, di gente da nulla, è un apologo da meditare.
Gianni Zanasi, WA R – La guerra desiderata, Sky Cinema

mercoledì 29 marzo 2023

Letture - 515

letterautore


Dante
– La “Commedia” in balletto. Ci ha lavorato il compositore inglese Thomas Adès,  col coreografo Wayne McGregor, “The Dante Project”, portato a termine nella lunga seclusione da covid, e rappresentato a Londra nell’ottobre del 2021, con la London Philarmonic Orchestra, diretta dallo stesso Adès, e il Royal Ballet, scene e costumi di Tacita Dean. Tre atti, di venticinque minuti l’uno, ispirati alle tre cantiche.
Adès scrive nel programma di avere letto la “Commedia” nell’adolescenza, nella  traduzione di Dorothy Sayers,  subendone “un effetto profondo e inquietante”, per “la sua geografia fisica”: “La profondità fisica dell’Inferno e l’altezza del Paradiso, il Purgatorio come montagna magica nell’emisfero meridionale, quindi sottosopra, quell’immaginazione sconfinata, mi hanno lasciato senza fiato”.
 
Antigone – Personaggio a forti tinte, tra violenze di ogni tipo, condanne, impiccagioni, suicidi, incesti, anche solo ipotizzati (col tempo diventato un puro nome, materia e esercitazioni di ogni tipo - specie nella cultura di “genere”, essendo donna), nasce su un terreno semplice: la pietà dei morti.  È un tema perfino ovvio, rileggendo la prima “Antigone” – riproposta anche in scena da Giovanni Greco.
 
Chateaubriand-Proust – “Chateaubriand, quel Proust di un coté Guermantes la cui grazia malinconica serbava, come di un ultimo ricordo, il gusto altero della morte” – C. Malaparte, “Il ballo al Cremlino”
 
Dante – Si drogava? Lo sostiene Barbara Reynolds, “Dante: the Poet, the Political Thinker, the Man”. La studiosa americana non ha dubbi: Dante si drogava di marijuana e mescalina.
Reynolds, morta due anni fa ultracentenaria, moglie di Lewis Thorpe, francesista, col quale scoprì e coltivò “Guido Farina, pittore di Verona”, fu italianista rinomata alla London School of Economics e poi a lungo a Cambridge. Studiosa e traduttrice di letteratura italiana, ancora in uso è il suo “Orlando Furioso”, direttrice del Cambridge Italian Dictionary.
Reynolds era figlioccia di Dorothy Sayers, che fu traduttrice di Dante. Scrisse molti saggi sulla sua madrina e ne pubblicò varie opere non del genere giallo, mentre presiedeva la Dorothy Sayers Society.
 
Si può dire giallista, perché no, del genere noir. La maggiore dantista inglese di metà Novecento è stata Dorothy Sayers, dopo T. S. Eliot (con Pound naturalmente) e C. S. Lewis, la scrittrice di gialli. Buona cattolica e traduttrice della “Commedia”, che considerava il suo miglior lavoro. La bibliografia dantesca di D. Sayers è impressionante: la traduzione delle tre cantiche e tre raccolte di saggi, “Il poeta vivente nei suoi scritti”, 1954, “Gli eredi e i predecessori”, 1957, l’anno della morte, “La poesia della ricerca e la poesia dell’affermazione”, postumo nel 1964.
Questi studi contano molto nelle università britanniche. Nessuno degli studi danteschi di D.Sayers è stato tradotto.
 
Europa – È di conio recente, ottocentesco – come luogo o culla di civiltà (da legare poi all’Occidente, nozione di cui non si aveva ancora idea). Era in antico denominazione turistica, tipo Bellavista, del mare sotto la Tracia. Quindi a lungo denominazione amministrativa dell’area a Nord della Tracia, suppergiù l’odierna Ucraina-Russia-Bielorussia. Per questo estesa fino agli Urali, confine geografico dell’area panrussa. Novecentesca è l’“idea di Europa”, come luogo di civiltà comune a molti popoli. Una ricerca-ricostruzione di Carlo Curcio – già accennata da Croce, e poi elaborata da Chabod, Febvre, Fisher.
 
Francese - Quello dei russi, dei nobili russi superstiti nel sovietismo, vecchi e poveri, nel 1929 o 1930, al mercatino delle pulci a Mosca, nello Smolenskij Boulevard, Malaparte percepisce (“Il ballo al Cremlino”) come una lingua morta, o di morti: “Suonava remoto e straniero, aveva quello stesso suono di lingua morta  che l’orecchio di un lettore moderno percepisce nel francese dei personaggi di ‘Guerra e pace’”.
 
Hitler - Non è morto? Non solo per i nostalgici, per segni manifesti, perfino intellettuali. Gian Arturo Ferrari, diventato direttore di Mondadori, punta sulla formula “argomenti bassi, trattazioni alte”, spiega nel romanzo-memoir “Storia confidenziale dell’editoria italiana”, p. 163. E tra i bassi opera “specialmente attorno ai temi legati alla Seconda guerra mondiale, al nazismo, al fascismo. Più che storia il principale mito - e in quanto mito sempre vivo – del Novecento”.
 
Lenin – Era rosso di capelli. Nella visita al mausoleo a lui dedicato nella Piazza Rossa, questo è il particolare che più incuriosisce Malaparte nel 1929 (è uno degli aneddoti de “Il ballo al Cremlino”, il romanzo incompiuto pubblicato postumo): “La barba è rossa. Nelle fotografe, la barba appare nera, e neri i baffi, i sopraccigli, i pochi capelli attorno alle tempie. In realtà, Lenin è rosso di capelli, e ha il viso bianco, sparso di lentiggini, quel viso un po’ incerto, delicato, quasi timido, che hanno i rossi di capelli”.
 
Mosé – “Tormentava” Freud – così Freud avrebbe detto a Lou Andreas Salomé (ma lui stesso vi accenna, parlando dei suoi “studi” sul monoteismo e presentandoli. Che infine lo fa, come molti, egiziano, generale o capobanda. In effetti, nei primi libri della Bibbia, più propriamente ebraici, fino a Mosè, e prima della riscrittura clericale, Dio è uno che si diverte, banchetta, furoreggia, impaziente, geloso, prepotente e anche mafioso, e ogni tanto vorrebbe sterminare pure i suoi – sarà divino ma è, come si sa, molto umano, e copia gli ebrei: c’è più letteratura che religione nella Bibbia. L’ipotesi che l’“inventore” del monoteismo sia stato a scuola dai sacerdoti egiziani è anche probabile.
Mosé sul Sinai non è mai piaciuto agli ebrei, che maledí invocando “cecità, follia, delirio” - si capisce che Dio abbia tentato di ucciderlo (lo salvò il sangue freddo di Zippora, che se lo sposò – una principessa, quindi forzatamente egiziana, oppure etiope, Zippora o Zipoora, essa pure però principessa).
La tradizione prevalente lo vuole esito di una vita molto avventurosa. Nato da una coppia di ebrei, Amram e Iochebed, scampato alla persecuzione perché la figlia del faraone lo prese appena nato con sé e lo fece educare a corte. In fuga dalla corte per avere ucciso in una lite una guardia, rifugiato nel Madian, il deserto arabico al limite col Sinai, dove sposò Zippora o Zipoora, ritornato in Egitto su chiamata ricevuta da Dio sul monte Oreb, per chiedere al faraone la liberazione del popolo d’Israele, la ottenne dopo che le dieci piaghe afflissero l’Egitto – tra esse la morte dei primogeniti.  
 
Malaparte – Curiosamente vittima dei suoi migliori amici, Longanesi e Montanelli. Montanelli cita Geno Pampaloni (“mio collaboratore e amico”), che a Malaparte  riconosceva “un alto senso di professionalità letteraria”, per aggiungere: “Che volentieri gli riconosco anch’io, ma cn molte riserve dal punto di vista dea mortalità sua, intendo soprattutto come scrittore”.  Non solo questo, Montanelli gli rimprovera anche il suo antifascismo-fascismo, benché Malaparte sia stati stato, a differenza di Montanelli (e di Longanesi) da Mussolini carcerato a Regina Coeli e poi  al confino. E ricorda una nota di Gramsci in carcere, nel 1934: “Il carattere prevalente del Suckert (nome anagrafico di Malaparte, nd.r.) è uno sfrenato arrivismo, una smisurata vanità e uno snobismo camaleontesco”. Riconoscendogli una “complessa personalità che, pur nel proprio conformismo, era anche capace d’indignazioni (o di fingerle)”.
Longanesi ne scrisse, dopo morto, “a cadavere caldo”, a Giovanni Ansaldo: “Non fu nemmeno grande stilista; era soltanto un grosso manierista, ed un fiero bugiardo. Malato di narcisismo, visse senza affetti, senza passioni, sempre davanti allo specchio. Finto toscano, credette di fare il becero: era invece un lanzichenecco, uno schiavone con segrete tendenze omosessuali. A leggere bene i suoi libri, ci si trova di fronte non a un voltairiano, com’egli amava dipingersi, ma a un crepuscolare: amava la mamma e i grand hotels”.
Le segrete tendenze omosessuali (degli schiavoni? – non c’è la virgola), e il lanzichenecco oggi condannerebbero Longanesi.
 
Narcisismo slavo – Un “tipo di narcisismo slavo” Malaparte individua nell’incompiuto romanzo della decadenza sovietica, “Il ballo al Cremlino”, “di cui è malato ogni personaggio della letteratura russa, specie di Dostoevskij, ogni eroe russo, il più umile, il più diseredato, il più ignobile, il più corrotto”. Un misto di “ambizione sfrenata”, di “supremo, insolente, e al tempo stesso pigro disprezzo per il genere umano”. Sotto il quale “una morbosa passione” coverebbe, “un doloroso rammarico per la vita libera, individualistica, dell’Occidente”.
 
Pavese – Come Nietzsche, usava proporsi (in matrimonio) alla prima donna che gli parlasse. A Tina Pizzardo, quando aveva venticinque anni (lei trentuno) e aveva già “poeta famoso”. Alle sorelle attrici Dowlings, venute da Hollywood dopo la guerra e presto rientrate. E poco prima delle sorelle a Bianca Garufi, sua compagna di stanza alla Einaudi di via Boncompagni a Roma nel 1945-46 e sua coautrice. Dopo Garufi sarebbe stata la volta di Fernanda Pivano, altra traduttrice illustre dall’inglese, specie di Hemingway - che però si attribuisce molti corteggiatori, lo stesso Hemingway. Dopo le Dowlings, sicuramente infatuato da ultimo, pochi giorni prima di darsi la morte, della diciassettenne bellissima Romilda Bollati, baronessa di Saint-Pierre – sorella di Giulio Bollati, che lavorava con Pavese da Einaudi.
Tina Pizzardo nelle memorie, “Senza pensarci due volte”, sostiene che per occultare quest’ultimo capriccio la vicenda Pavese, amori e morte, sarebbe stata falsata. “Nei giorni precedenti” la morte di Pavese, racconta, Natalia Ginzburg, con la quale condivideva la vacanza, con le relative famiglie, a Maen (di Valtournenche, in valle d’A osta), “mi aveva parlato di Pavese: «È al mare dagli Einudi ed è più matto di sempre. Si è presa una cotta per una ragazzina, sorella di un collaboratore di Einaudi». Natalia trovava che adesso era troppo: prima furori per l’americana bionda, partita questa, furori per la di lei sorella, l’americana bruna, e adesso, senza prender riposo, rifurori per una bambina («La donna venuta dal mare» cui accenna nelle ultime pagine del diario)”.
Dopo i funerali, Natalia le confiderà che, “oltre al libro con le parole che tutti sanno”, “Mestiere di vivere”, “c’era una lettera per la ragazzina, di cui si era preferito tacere” – la lettera sarà pubblicata dopo vent’anni, nell’epistolario. La conclusione è che “con l’occultamento della lettera alla ragazzina e con il libro di Lajolo (“Il vizio assurdo”. n.d.r.) ha inizio la falsificazione del personaggio Pavese”.
 
Ucraina – Controrivoluzionaria la voleva Malaparte attorno al 1949-1950, nell’abbozzo di nuovo romanzo “Il ballo al Cremlino”, prima che antirussa. Quale era stata nell’invasione tedesca, e poi nella guerra fino al 1945. Al posto di Hitler, ma nella sua attitudine, Malaparte immaginava un Trockij vincente: “Se Trockij fosse entrato in Russia, nel 1941, in quelle belle giornate tiepide dell’Ucraina (Malaparte era inviato al seguito delle truppe tedesche nell’estate del 1941, n.d.r.), “alla testa di un esercito di popi in paramenti sacri, intonanti le antiche litanie, e accompagnato da una folla di soldati e ufficiali, tutto il popolo ucraino gli sarebbe andato incontro. Perché Trockij era la controrivoluzione”.

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Le vene sempre aperte dell’America Latina

“Ancora oggi dura quel desiderio d’oro e di argento e si ammazzano gli spagnoli e spogliano i poveri indios e per l’oro e l’argento è già spopolato parte di questo regno, i villaggi dei poveri indios, per l’oro e l’argento”. L’epos della Conquista è tutto qui, nell’avidità. E nell’infamia: l’alternarsi è continuo di omaggi dei conquistatori a Montezuma e agli Inca, subito seguiti da tranelli, imboscate, eccidi. Una Conquista per ogni aspetto non onorevole, insomma: un furto continuato, e molto violento. Francisco Pizarro stringe patto di fratellanza con Atahualpa Inca  e subito poi, contro il parere dei suoi, lo fa garrotare e bruciare.
Una narrazione non contestata, è la versione dei fatti che anche la Spagna subito conosce. Una cronaca fu disponibile, verso il 1560-1570, “El Primer Nueva Corónica y Buen Gobierno”, in un misto di castigliano e quechua, opera di Felipe Guaman Poma de Ayala, un quechua spagnolizzato, che sempre volle i suoi nomi Guamán (falco) e Poma o Puma accanto a Felipe De Ayala. Del “lungo lavoro di 1179 pagine con circa 300 disegni e illustrazioni” il leitmotiv è questo: “Per avidità si imbarcarono molti sacerdoti e mercanti spagnoli e signore, per il Pirù, tutto fu Pirù, e ancora Pirù, Indie, e ancora le Indie, oro e argento di questo regno. Così, per amore della ricchezza, l’Imperatore mandò governatori e presidenti di tribunali e vescovi e sacerdoti e frati e spagnoli e signore. Bastava dire Pirù e ancora Pirù. “Dai centosessanta spagnoli” iniziali “e un negro Cogo, aumentò molto il numero degli spagnoli e mercanti e commercianti e merciauoli e molti mori, che ormai si miltiplicano molto più degli indios meticci, figli di sacerdoti, oro e argento del Pirù”. I tranelli di “Fra Vicente de Valverde” e di Pizarro contro Atahualpa sono un film. O la guerra tra spagnoli: tra Almagro e i fratelli Pizarro, sempre per l’oro e l’argento. O i misfatti del primo viceré del Perù, De Toledo.
Una storia-antologia, dell’antropologo e storico messicano di recente scomparso, specialista delle civiltà precolombiane, con le testimonianze azteche, maya e inca della Conquista spagnola. Vissuta come un terremoto, una catastrofe naturale. Ma animata, di presagi, tradimenti, eroismi, stragi. E dal senso comune di una sorta di rivolgimento cosmico.
La Conquista si legge risentita dagli amerindi come dai cronisti iberici, come una impresa che cambiava i destini di grandi popolazioni – grandi di numero e di passato. Ma col senso preciso di una fine, di distruzione e non di creazione. Un senso che si perpetua ancora, perfino nel millennio, nelle vicende peruviane, brasiliane, colombiane, venezuelane – dello stesso voto latino, perché no, negli Stati Uniti: la Conquista ha squassato, e continua a squassare, più che costruire. Troppe lacerazioni, troppo profonde, che i secoli non ricuciono, all’evidenza. In senso più profondo, più intimo, si può dire dell’America Latina che ha le vene sempre aperte con un altro titolo famoso, quello della dipendenza economica.
Una lettura impervia – due traduttrici vi si sono innestate, in successione, Gabriella Lapasini e Giuliana Segre Giorgi. Per un interesse, però, che invece di acuirsi si affievolisce: la ricerca di Portilla è del 1964, la traduzione del 1974, seguita da cinque edizioni di fila. La sesta, in commercio, è di dieci anni fa.
Miguel León Portilla,
Il rovescio della conquista, Adelphi, pp.186 € 18

martedì 28 marzo 2023

Secondi pensieri - 510

zeulig


Natura - L’arte imita la natura, la natura imita l’arte, due “nature” si fanno incontrare che non hanno nulla in comune – si potrà studiare il cervello e il corpo umano fin nelle più remote fibre e non venire a capo della “differenza”, come si vede a ogni sforzo in tal senso ora con le protesi, i trapianti, l’intelligenza artificiale, le “cellule griglia” di spazio e tempo . L’arte è l’uomo, e in questo è anch’essa naturale, ma la natura in senso oggettivo, denominativo, è tutto ciò che non è umano – che sfugge al fare, che è il proprio dell’uomo. Dall’alba al terremoto, tuoni e fulmini compresi.
L’uomo (l’arte) ne è una piccola parte, un segmento minuto dell’evoluzione, ma capace di rendersene autonomo, fino a giganteggiare, per quanto minuscolo e minimo, di fronte alla natura, per quanto rigogliosa, maestosa, imposante.


Psicoanalisi – La scrittrice Natalia Ginzburg riflette (alla voce “Silenzio” della raccolta “Le piccole virtù): “Del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ciascuno cerca a suo modo di guarire”. C’è chi viaggia, chi si dà da fare, chi s’ubriaca, chi dorme. Ma “di solito si dice che queste cose si fanno per ingannare il tempo: in verità si fanno per ingannare il silenzio”. Che la psicoanalisi non rompe. “Il mezzo più diffuso per liberarsi del silenzio, è andare a farsi psicanalizzare. Parlare incessantemente di se stesso a una persona che ascolta, che è pagata per ascoltare: mettere a nudo le radici del proprio silenzio: sì, questo forse può dare un momentaneo sollievo. Ma il silenzio è universale e profondo. Il silenzio, lo ritroviamo subito appena usciti dalla porta della stanza dove quella persona, pagata per ascoltare, ascoltava. Ci ricaschiamo subito dentro. Allora quel sollievo di un’ora ci sembra superficiale e banale….”.

“Quando andiamo a farci psicanalizzare, ci dicono che dobbiamo smetterla di odiare così profondamente la nostra stessa persona. Ma per liberarci di questo odio, per liberarci del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ci viene suggerito di vivere secondo natura, di abbandonarci al nostro istinto…”. La raccomandazione la scrittrice trova bizzarra: “Fare della vita una pura scelta non è vivere secondo natura: è vivere contro natura, perché all’uomo non è dato scegliere sempre: l’uomo non ha scelto l’ora della sua nascita”, etc…. “Le cose che ci dicono quelli da cui andiamo a farci psicanalizzare non servono perché non tengono conto della nostra responsabilità morale, della sola scelta che è consentita alla nostra vita”. Oltre a quella di non farsi psicanalizzare.
De fil en aiguille, N. Ginzburg poi si orienta: “Siamo anche troppo avvezzi a chiamare malattie i vizi della nostra anima, e a subirli, a lasciarcene governare, o a blandirli con sciroppi troppo dolci, a curarli come fossero malattie”.
 
Estrae-pone il minotauro nel labirinto, di Dürrenmatt, di Borges: il sé come una prigione, curioso dapprima, poi violento. L’uomo nel labirinto, di specchi, che lo riflettono, lo invadono, lo occupano, lo tormentano. Un duello assassino con se stessi. “Folgorò la sua immagine”, nel “Minotauro” di Dürrenmatt: “Certo, fin dall’inizio\ del suo risvegliarsi nel labirinto – ignorava\ tuttora che si trattasse di un labirinto - \ aveva percepito che fra lui e i  minotauri\  c’era qualcosa di misterioso, qualcosa\ di simile a una parete, ma poiché con essi\ aveva danzato come loro capo, come loro re,\  come loro dio nell’universo dei minotauri\ non se n’era curato, ora però che aveva\ preso la ragazza, e aveva premuto il suo corpo\ contro il corpo dei lei, dentro il corpo di lei,\ ora che con le corna aveva trafitto\  e dilaniato i corpi degli altri esseri\  umani, dai quali era sgorgato qualcosa\  di caldo e di rosso come dal suo, ora\ avvertì l’irrealtà di quell’essere davanti a lui,\ che l’aveva sì tradito, ma come lui\ era ricoperto di schegge di vetro”.
Il labirinto lo scrittore prospetta come “impianto che Dedalo\ aveva costruito con l’intento di proteggere\ l’essere mostruoso dagli uomini e gli uomini\ dall’essere” – “un labirinto dal quale nessuno,\ una volta entrato, avrebbe mai più trovato\ la via d’uscita”. Che l’uomo vive dapprima – infanzia – come un teatrino di tanti se stessi. Finché non incrocia un’altra immagine, non più la sua, di una ragazza smarrita come lui. E si scopre mostruoso.
 
Toro
– Mito virile, patriarcale? Un animale di note fattezze, ma nome evocatore, celebrato in tanta toponomastica, di una ritualità molto antica molto diffusa, in varie epoche della grecità. Essere mostruoso nel mito, irruento, violento. Essere filosofico ingombrante e inspiegabile – il minotauro di Pasifae, la figlia del dio sole, che l’aveva partorito dopo che, rinchiusa per suo capriccio dentro la pelle di una vacca, era stata ingravidata da un toro bianco sacro a Poseidone. È la causa e l’effetto, il creatore e il creato. Forza gravida, creatrice-ingravidante, senza altra ragione. Vitalismo.
 
Totalitarismo
– Il suo proprio, il proprio del concetto politico, non è la forza ma la pervasività. La persuasione non come verità ma come occupazione, propaganda. Che è forza, ma non nel senso della violenza – è violenza ma non nel senso della brutalità. La sua forza vera è la convinzione. Quado si vuole assoluta, e incontestabile. Anche se di fondamento incerto – equivoco, equivocato. Mussolini ne era ghiotto e ne menata vanto. Ma totalitario non si voleva solo il nazifascismo. Storicamente, se ne è avvertita la forza più volte in più occasioni nei quasi ottanta anni dalla sconfitta dei fascismi, i regimi politici che si inventarono totalitari, e a un terzo di secolo da quella del sovietismo, che fu una dottrina, prima che una pratica, totalitaria.
È una dottrina, prima che una polizia. Il bolscevismo, marxismo-leninismo, ne è paradigma perfino eccessivo, grandiloquente, di esercizio tanto brutale quanto bizantino. Il marxismo volle più eresie in un secolo che la chiesa in venti: stirnerismo, proudhonismo, bundismo, struveismo, luxemburgismo, troskismo, austro-marxismo, marx-legalismo, stalinismo, utopismo, kautskismo o centrismo, flunkeiysmo, che sarà?, socialfascismo, socialsciovinismo, viechismo, otzovismo, stirnerismo proudhonizzato, e spartachismo, posadismo, leghismo, consiglierismo. Nonché economicismo, avventurismo, opportunismo. E il revisionismo, il revanscismo, il deviazionismo, deli altri”. Sombart a inizio Novecento ne contava 187. Poi moltiplicati nel linguaggio della Terza Internazionale, che non temeva il ridicolo. Lenin amava gli –ismi, gli suonavano latini. Se fosse vissuto di più avrebbe avuto titoismo, maoismo, emmellismo. La cosa irritava pure Chesterston. Si potrebbero fare delle storie delle parole in –ismo. Queste ultime piacciono alle dittature: arrivismo, fanatismo, settarismo, servilismo, menefreghismo.
 
La rete sociale, viceversa, anche politica, può essere protettiva. Di aiuto, ma non censoria, limitativa. La scuola pubblica – di cui l’università pubblica e di accesso libero resterà memoria iperdemocratica, di libertà – la sanità pubblica, il trasporto pubblico e le infrastrutture in genere. Oltre alle funzioni pubbliche classiche, la polizia, la difesa, la giustizia.   


zeulig@antiit.eu

La Mostra cannibale

Un macello. Cui la Mostra di Venezia ha costretto qualche milione di spettatori.
Niente da ricordare. Nemmeno le scene in cui i due protagonisti si mangiano vivi – nel senso che addentano le persone che hanno appena ucciso, ossa e tutto. 
Luca Guadagnino,
Bones and all, Sky Cinema

lunedì 27 marzo 2023

Ecobusiness surrogato

La maternità surrogata costa da 43 mila euro, a Kiev, a 140 mila in Florida. Il listino è noto per la pubblicità che ne fa Gestlife, l’agenzia del gruppo americano Investmedical, di Miami in Florida. Gestlife ha pacchetti diversificati per costo, in Ucraina (Kiev), Albania (Tirana), Georgia (Tbilisi), Grecia (Salonicco), e negli Sati Uniti (Miami) – operava anche in Russia, prima della guerra.
Kiev sarebbe il suo centro più frequentato, sempre secondo l’azienda, da italiani, francesi, spagnoli, tedeschi, svizzeri, nonché da cinesi, e anche da brasiliani e argentini. Non se ne conosce il motivo, a parte il minor costo - e, probabilmente, la quasi certezza di un figlio biondo. Il costo infatti aumenta a 47.200 euro in Georgia, a 61.900 in Albania, a 66.900 in Grecia – la formula è però “a partire da”. Negli Stati Uniti il “pacchetto” ha un costo fra i 120 e i 140 mila euro.
Nel prezzo è compresa l’assicurazione. Sia per i committenti, nel caso che la gestazione finisca male. Sia per la gestante, nel caso di un danno da gestazione.

 

Ecobusiness predatorio

“Rispetto a vent’anni fa abbiamo 40 mila ettari di terreni incolti in più”, Milena Sanna, Coldiretti di Grosseto: “Molti agricoltori hanno chiuso l’azienda, esasperati dagli attacchi di lupi e cinghiali”. 
Nella provincia di Grosseto (la “Maremma”) le aziende agricole sono più che dimezzate: nel 1982 erano oltre 19 mila, nel 2021 ne sono rimaste 9 mila. “Nello stesso periodo”, continua Sanna, “siamo passati da 24 mila ettari coltivati a frumento tenero per pane e dolci a poco meno di 4 mila, e sono calati a precipizio i numeri di quelli coltivati a frumento tenero per produrre pasta (-58 per cento)  e a mais (-97 per cento)”.
Ne riferisce Gianluca Monastra, “il Venerdì di Repubblica”.
Milena Sanna sintetizza: “L’uomo scappa e cede il passo alla natura, i predatori aumentano e altri agricoltori se ne vanno”.
Rapaci, predatori, transizione verde?

È una crisi di sistema, alimentata dalla Fed

“È una guerra per il dollaro – e le grandi banche”, è la sintesi di questa rapida stroncatura dei pareri che tengono banco sulla crisi aperta dal Silicon Valley Bank. Tutti, curiosamente, di personaggi liberal della politica e l’economia americane. “Quando la Silicon Valley Bank è entrata in crisi”, è l’approccio fin dalle prime parole, “molti progressisti, e gran parte dei media, immediatamente denunciarono cattiva gestione, favoritismi e debolezze normative. Ma se queste sono le vere cause, allora Svb (e Signature, e First Republic) sarebbero casi isolati, mentre è chiaro che non lo sono. Una crisi sistemica si sta sviluppando – con una causa sistemica”.
James Kenneth Galbraith, già famoso per essere il figlio di John Kenneth Galbraith, il teorico anni 1960 della “società affluente”, nonché diplomatico, ma di suo economista stimato, all’università del Texas a Austin, demolisce le analisi di Summers (la banca non dovrebbe convertire i depositi in prestiti e investimenti a lungo termine - “ma questo, più o meno, è quello che una banca è chiamata a fare”), Warren (Svb ha preso troppi rischi – finanziava start-up, che sono rischiose ma anche profittevoli, molto, mentre gli investimenti in obbligazioni del Tesoro non erano rischiosi, semmai costosi), e Krugman (il capitale era insufficiente – il capitale è sempre insufficiente in caso di crisi, “il capitale e la liquidità di Svb avrebbero superato ogni test fino a pochi giorni dal crash”).
La crisi è sistemica, cioè comune a tutte le banche americane medio-piccole. Ed è generata dalla politica della Federal Reserve, la banca centrale Usa: “Il fattore destabilizzante è stato la Federal Reserve”.
La politica degli alti tassi non è indirizzata a ridurre l’inflazione. Quella da prezzi, post-pandemia, è in calo e quella da salari ha un’altra logica, più o memo immune dal costo del denaro: “Quando Jerome Powell (il presidente della Federal Reserve, n.d.r.) e i suoi colleghi hanno moltiplicato i tassi a breve rispetto ai tassi a lungo termine la banca era battuta”. E lo sapevano tutti, i gestori stessi della Svb, che hanno prontamente liquidato le loro azioni della banca: “Quando la curva dei rendimenti si in verte – grazie a una politica monetaria restrittiva – alla fine una delle due deve accadere. O la banca aumenta i suoi tassi sui depositi, e si assume la perdita, o i grandi depositi lasceranno la banca per l’investimento diretto in titoli del Tesoro a breve e in fondi monetari”.
Adesso che succederà? “La stupidità – o l’economicistica mentalità da gregge - è sorprendente”. Ma, “personalmente”, conclude l‘economista, “voto per il disonesto più che per lo stupido. La Fed lavora – come un saggio monetarista repubblicano mi spiegò molti anni fa – per le banche più grandi”.   
James K. Galbraith,
What Elizabeth Warren, Larry Summers, and Paul Krugman All Got Wrong About SVB, “The Nation”, free online

domenica 26 marzo 2023

Ombre - 660

Gli e-fuel consumano molta acqua nel processo di produzione e sono costosi. I bio-fuel costano meno, e riciclano molti materiali – vegetali e animali. La Commissione Europea sceglie gli e-fuel – possono entrare nell’Europa verde del 2035. C’è un motivo? Sì, sono prodotti in Cile da una ditta tedesca, di Porsche e Siemens - gli altri sono prodotti da Finlandia, Italia e Spagna. È questa la maniera d’essere dell’Unione Europea, non ce n’è altra, e spiega tutto, anche la guerra - oltre alle crisi bancarie, così annunciate e così improvvise.
 
Fa vedere il tg 1, senza scandalo, una Libia senza acqua. Soprattutto in Cirenaica - ma è lo stesso in Tripolitania. In un paese che una dozzina d’anni fa portava l’acqua anche nel deserto, col Grande Fiume Artificiale, di 4 mila km di tubi da 4 metri di diametro, sepolti sotto la sabbia per evitare l’evaporazione, che si alimentavano con 1.300 pozzi. Poi venne l’Occidente liberatore, guidato da Hillary Clinton, e ora la Libia si governa per bande, ridotta alla miseria, e senza acqua.
 
Hurrah, l’Inghilterra fornisce proiettili a uranio impoverito all’Ucraina, la guerra è vinta! Senza ricordare i danni che l’uranio impoverito ha fatto, anche dopo la guerra alla Serbia, tra i militari della Kosovo Force (Kfor), addetti alla bonifica dei campi di battaglia.
Sembra strano, ma non c’è altro giornalismo: sarà questo il pensiero unico?
 
Curiosa la Data Room del “Corriere della sera” sul lavoro flessibile, voucher, contratti a termine, part-time, tutti sballati a fronte dei dati reali, disponibili nei centri studi sindacali, le Fondazioni Brodolini o Kuliscioff, l’Inps. Per dire la flessibilità una trappola del governo. Con confronti internazionali sballati, p.es. con la Spagna, dove invece un governo socialista ha introdotto la libertà di licenziamento, con una penale di un mese per anno lavorato, per un massimo di due mesi. È parte dell’opposizione al governo? O è superficialità?
 
Cori antisemiti della curva laziale nel derby Lazio-Roma. Anche della curva romanista. Ma quella laziale ha un altro cachet: maglietta con la scritta Hitlerson e il numero 88, dell’8 inteso come H, ottava lettera dell’alfabeto, quindi Heil Hitler, di uno che sa l’alfabeto e anche l’inglese, in tribuna e non in curva. Mentre la curva ha preparato una complessa scenografia dall’“Enrico V” di Shakespeare, il discorso del giorno di san Crispino ad Azincourt, quando gli inglesi, pochi, sconfissero i tantissimi francesi. Antisemitismo colto – o gli ultra sono tutti dottori, anche loro?
 
È persino commovente la protezione svizzera – della Banca centrale e del governo federale - agli azionisti arabi del Credit Suisse, il conto facendo pagare invece ai sottoscrittori delle obbligazioni, europei. È il mercato dei fessi e di diritti - quando se ne farà l’epica, sarà della stupidità.
 
Si direbbe scandalosa la protezione dei miliardari nella crisi della Silicon Valley Bank, da parte di un governo Democratico, mentre in banche di dimensioni analoghe ma attive tra agricoltori e commercianti i fondi sono protetti solo fino a 250 mila dollari – che sembrano molti ma sono poco per un’azienda anche piccola. La crisi Silicon Valley è “sistemica”, ha spiegato la ministra del Tesoro Yellen, “bisogna evitare che si propaghi”. Ma è sistemica solo perché ha importanti azionisti e clienti. La democrazia si vuole protettiva – in altro ambito si direbbe mafiosa.
 
Domenica notte su Sky Calcio Club il prode Canessa tiene il pubblico appeso dalle 10,40 fino alle 11.40 – un’ora, un’ora è tanto - per sapere se un calciatore della Juventus ha toccato il pallone col braccio. Più esattamente se il pallone scivolando verso il basso gli ha toccato il braccio. Alle 11.40 un’altra immagine emerge, da cui si vede chiaro che il pallone non ha toccato il braccio: sarebbe la fine della maratona gol-non gol, ma Canessa dichiara l’immagine sfocata, e allora è meglio cambiare canale.
Però, se è un trucco per non dare agli abbonati, che pagano caro, altre immagini magari costose, è riuscito.
 
Nella stessa partita tra i massimi club si segna un gol, uno solo, alla viva il parroco: due attaccanti della Juventus contro quattro difensori dell’Inter, più il portiere, uno dei due bianconeri si aggiusta la palla, indeciso, poi tira, debolmente, e fa gol. Ci sarebbe materia per sghignazzare, gran divertimento, ma Sky Calcio Club non se ne accorge - nemmeno La Domenica Sportiva. Entrambe le tv invece commentano gravi le grevi parole dell’allenatore Inzaghi dell’Inter, indignato per il pallone sul braccio – che lui ha visto e gli altri no. Se non c’è una rissa, non c’è giornalismo.
 
Si poteva far vedere nella stessa sera il Napoli a Torino, spettacolo e divertimento per tutti. Ma niente. L’Italia sarà un paese di indignati – in giacca e cravatta, come si vede nei due studi sportivi?

La squadra più ricca per il tifo più povero

Un poemetto di dodici pagine, 456 versi, dello scrittore pratese, messo in rete cinque anni fa in difesa della squadra di calcio di cui è tifoso. Titolato così, con l’apostrofo, come volevano, dice, i vecchi dalle sue parti, “che ora sono tutti morti”. Tifoso si direbe inevitabile, uno della immensa provincia che è l’Italia. In lode di una sqadra che non è urbana, acchittata, delle città ricche, ma dell’Italia trascurata.
Un lungo elenco Veronesi ne fa: “Ma attorno alle città belle ci sono le città brutte,\ là dove c’era l’erba\ ci sono le periferie, le cinture, gli hinterland,\ ci sono gli alveari imbottiti di terroni,\ c’è il cemento colato a fiumi dalle betoniere\ addosso alla «gentarella anonima, e quindi pura»\ come la chiama Pasolini”, etc., l’elenco è lungo, dell’Italia inofficiale. La squadra più ricca come squadra degli ultimi?
Lo scrittore arrivò al tifo, da ragazzo, quando una Juventus operaia vinse lo scudetto con una vincente Inter. Ed è pure vero che in Toscana, nella provìncia, “l’Juventus” è mito diffuso.
Ma il sospetto viene che sia, anche per Veronesi, pratese (l’anagrafe lo registra nato a Firenze, ma è di Prato), a dispetto della Fiorentina. Un tifo a dispetto, per rancori mai sopiti. È ben un’Italia (ancora) viva.
Sandro Veronesi, L’Juventus, free online