sabato 22 aprile 2023

Problemi di base amorevoli - 744

spock


“La passione si spegne appena è soddisfatta”, Madame de Lambert?
 
“L’amore, senza timori e senza desiderio, è senz’anima”, Id.?
 
“C’è sempre una specie di crudeltà nell’amore””, id?
 
“L’amore si nutre di lacrime”, id.?
 
“Lo spirito che dà l’amore è vivo e luminoso”, id.?
 
“Niente può piacere allo spirito che non sia passato dal cuore”, id.?

spock@antiit.eu

Sherlock Holmes rivela Gesù

L’altra settimana il “New Yorker” ha scelto di commemorare la Pasqua dei cristiani con un vecchio saggio di Gopnik, la sua firma di punta. Che pone la questione di cosa è reale e cosa no nei vangeli. Partendo dalla constatazione che il racconto di Gesù è “una costante editoriale e una passione popolare”.
Se non che Gopnik pone i problemi, e ne presenta le interpretazioni più aggionate, ma sulla linea delle “toledoth Yesu”, i commenti puttosto aspri, quando non satirici o blasfemi, sulla vita di Gesù. Che Riccardo Calimani, “Gesù ebreo”, dice “racconti di matrice ebraica carichi di diffamazioni contro Gesù Cristo e contro il primo cristianesimo, una sorta di antivangelo a uso interno, ironico, dissacrante, sarcastico” – interno, cioè familiare (racconti e interiezioni correnti anche nell’ebraismo romano, fra gli “ebrei del papa”, il rabbino Di Segni ne aveva fatto a suo tempo una raccolta e uno studio, “Il vangelo del Ghetto”). Il che non è strano, molte vite di Gesù sono di questo tipo. Strano è che Gopnik, che la sua biografia dice di famiglia ebraica, mostra di farlo inavvertitamente, involontariamente.
Non ci sono ingiurie in questo scritto, tanto meno bestemmie. C’è un divertito excursus delle fonti storiche su Gesù, fino alle più recenti – come sono cambiate. E un paio di divertiti lapsus di traduzione, errori che si sono tramandati par secoli, come verità di fede. Senza infierire, anzi con apparente maganimità: “Le intrattabili complessità di fatto producono le inevitabili ambiguità di fede. Più si sa, meno si sa”. Senza ironia? L’invitabile apparentamento con Buddha qui viene esteso a Gandhi e a Sherlock Holmes. Non c’è una maniera laica di approcciare vita e opere di Gesù – che qui non è mai Cristo, come fu a Pasqua?
Adam Gopnik, What did Jesus do?, “The New Yorker”, 9 aprile 2023

venerdì 21 aprile 2023

La guerra "italiana" di Orwell in Spagna

Ian McEwan, che pubblica un saggio su Orwell, “Lo spazio dell’immaginazione”, dice a Cristina Taglietti su “La Lettura”: “Non ho dubbi che oggi combatterebbe in Ucraina”. Improbabile. Volontario entusiasta, Orwell fu presto deluso dalla guerra, anche minacciato dai suoi stessi compagni, gli stalinista, o marxisti-leninisti, nel maggio catalano che segnò l’eliminazione degli anarchici (tanti) e dei (pochi) “trockisti” del Poum, nel quale si era inquadrato, e segnò l’inizio della fine della Repubblica. Non fece un anno di guerra. E ne scrisse subito criticamente: l’“Omaggio” fu pubblicato, nel 1938, un anno dopo il ritorno a Londra, con la guerra civile ancora in corso. E scrisse con levità di tratto, che fa la lettura ancora interessante. Ma la verità del suo racconto è nel ritorno in patria: “E finalmente l’Inghilterra: l’Inghilterra meridionale, forse il più mite paesaggio del mondo. È difficile, quando la si attraversi, soprattutto mentre ci si riprende dal mal di mare, col velluto di un treno internazionale sotto la testa, credere che qualcosa stia accadendo nel mondo… L’Inghilterra della mia infanzia: la linea ferroviaria scavata nella parete rocciosa e nascosta dai fiori di campo, i prati profondi dove i grandi cavalli lustri pascolano meditabondi, i lenti rivi orlati di salici, i verdi seni degli olmi, le peonie nei giardini dei cottages; e poi l’immensa desolazione tranquilla della Londra suburbana, le chiatte sul fiume limaccioso, le strade familiari, i cartelloni che annunciano gare di cricket e nozze regali, gli uomini in cappello duro, i colombi di Trafalgar Square, gli autobus rossi, i policemen in blu: tutto dormiente del profondo, profondo sonno dell’Inghilterra, dal quale temo a volte che non ci sveglieremo fino a quando non ne saremo tratti in sussulto dallo scoppio delle bombe”.
Appena tornato aveva pubblicato un articolo disilluso, “Sono stato testimone a Barcellona”, sulla rivista “Controversy” in agosto.
In questo “Omaggio alla Catalogna” la partecipazione di Orwell si condensa nella prima pagina, nell’incontro col volontario italiano, ignoto ma dalla stretta di mano generosa, confidente, che dà un senso alla guerra. Questo “soldato italiano” ritornerà negli appunti successivi, “Looking back on the Spanish War”, 1943, come una delle due immagini che la guerra automaticamente genera in Orwell. Una è l’ospedale di Merida, “l’altro ricordo è del miliziano italiano che mi strinse la mano al corpo di guardia, il giorno in cui mi arruolai nella milizia. Ho scritto di quest’uomo all’inizio del mio libro sulla guerra di Spagna (“Omaggio ala Catalogna”, n.d.r.) e non voglio ripetermi. Quando ricordo – oh, quanto vividamente! – la sua uniforme trasandata e la sua faccia fiera, patetica, innocente, le complesse questioni della guerra sembrano svanire e vedo chiaramente che non c’era comunque alcun dubbio su chi aveva ragione. Malgrado i giochetti politici e le bugie giornalistiche, il punto centrale della guerra era il tentativo di gente come lui di guadagnarsi una vita innocente che sapevano essere loro diritto per nascita. È difficile pensare alla probabile fine di questo specifico essere umano senza varie dosi di amarezza. Quando l’ho incontrato alla caserma Lenin era probabilmente un trockista o un anarchico, e nelle speciali condizioni di questi anni le persone come lui quando non sono uccise dalla Gestapo sono di solito uccise dalla Gpu”, la polizia politica staliniana.
Un lamento per i caduti senza storia della guerra di Spagna, sul fronte giusto, repubblicano, democratico, nel quale Orwell aveva militato, che è anche un lamento contro la guerra, ogni guerra. L’omaggio è a una guerra inutile, anche se combattuta per un ideale. Tanto idealismo, tanta generosità, che la stretta di mano del proletario italiano volontario trasmettono, non meritano la morte, la sfida della morte. L’immagine del volontario italiano ritornerà anche in un poemetto, nove quartine, “The Italian Soldier shook my Hand”:  uno che “era nato sapendo già quello che io avevo imparato\ dai libri, e lentamente”. Una stretta che è iniezione di coraggio, di vita: “Al tuono dei cannoni\  oh, che pace ho conosciuto in quei giorni!”. Il tardo poemetto restò sommerso nel rifiuto di Orwell antibolscevico. Anche se storicamente fondato: nella guerra di Spagna i comunisti di Togliatti andavano al fronte contro le forze reazionarie come contro gli “altri” socialisti. Orwell era fiducioso che la poesia avrebbe superato questo rifiuto: “La faccia di quest’uomo, che ho visto per uno-due minuti, mi rimane come una sorta di promemoria visivo di per che cosa la guerra si faceva. Simbolizza per me il fiore della classe lavoratrice europea, tormentata dalle polizie di tutti i paesi, gli stessi che riempiono le fosse comuni dei campi di battaglia in Spagna e imputridiscono ora, a milioni, nei campi di lavoro forzati”. Non lo dice, ma la guerra da volontario ha vissuto come un incubo.
Il “miliziano italiano” che apre questo “Omaggio alla Catalogna” ha segnato Orwell a vita per la carica di umanità e di speranza. La guerra poi, nelle prime pagine, è come avrebbe potuto vederla un italiano. Si capisce da altri “Ricordi della guerra di Spagna”, prose variamente sparse. Pagine di fame, freddo, paura, non come ci hanno abituati a vedere la guerra i film di guerra, di soldati scattanti, con le scarpe lucide e armi tuonanti. Che ammoniscono, giova ricordarlo leggendo “Omaggio alla Catalogna”, contro le rappresentazioni che della guerra danno i media, i quali, spiega Orwell, scrivono ciò che “devono” scrivere, ognuno secondo le proprie “fonti”. Una lezione, si vede, ancora da imparare.
La riedizione è curata da Andrea Bonelli, specialista di inglese e traduzione.
L’edizione Newton Compton è ritradotta e presentata da Francesco Laurenti, accademico di Teoria e Prassi della Traduzione.
George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Feltrinelli, pp.336 € 13
Oscar, pp. 280 € 19
Newton Compton, pp. 320 € 5

giovedì 20 aprile 2023

Letture - 518

letterautore


Amore
– È francese, sostiene Madame de Lambert – scienza, o meglio arte, francese. L’Italia addirittura lo ignora.  È francese la “scienza” dell’amore, argomenta la marchesa nelle “Riflessioni sulle donne”: “Bisogna convenire che non c’è che la nazione francese che si sia fatta un’arte delicata dell’amore.  Gli Spagnoli e gli Italiani lo hanno ignorato” – le donne essendo nei due paesi “quasi rinchiuse”, gli uomini non se ne sono dati pensiero.


Bolla
– Quella finanziaria è termine coniato nel 1720 per il “sistema Law”, l’economista scozzese esperto di speculazione e di carta valuta, nominato per questo ministro delle Finanze della  Reggenza francese, del duca d’Orléans.

Caffettano – Fu l’abito maschile in Russia fino al primo Ottocento – c’è nei racconti di Puškin. E anche dei polacchi (oggi in Polonia è quasi abito cerimoniale, di un gruppo di ebrei ortodossi). Un lungo camicione, derivato dalle tonache monacali, si presume, ma colorato, e arricchito da ricami, balze, filamenti in argento e in oro. Pietro il Grande lo proibì, aggiungendo gli abiti alla sua crociata per l’occidentalizzazione. Ma Puškin lo fa accogliere il suo “negro”, l’amato figlioccio africano che aveva mandato a istruirsi in Francia, vestito con un “ampio caffettano”.

Tradizionalmente associato agli arabi e ai turchi, divenne diffuso a Costantinopoli inviato dal Marocco, dove anche sarebbe stato mutuato dalle tonache monacali. Nel lessico italiano la parola risale al Quattrocento, al “Morgante Maggiore” del Pulci, VIII, 27.
 
Crimea
– Un’intera raccolta di Adam Mickiewicz, il poeta polacco, è ispirata alla Crimea, “I sonetti di Crimea”, che sentiva come “un Oriente in miniatura” - un  melting pot di popolazioni, tutte più o meno orientali: ebrei, russi, khazari, tartari, persiani, armeni.
 
Don Chisciotte
– Ha avviato il declino della Spagna, spiega Madame de Lambert, nelle “Riflessioni sulla donna”: “Un autore spagnolo diceva che il libro di ‘Don Chisciotte’ aveva perduto la monarchia di Spagna, perché il ridicolo che ha sparso sull’onore, che questa  nazione possedeva un tempo a un grado molto eminente, ne ha rammollito e snervato il coraggio”.
 
Imperialismo russo
– Si teorizzò già due secoli fa, quando il risorgimento polacco riacquistò vigore. Adam Mickiewicz, che era stato russofilo, e rimarrà grande amico di Puškin, lo denunciò nel lungo poema “Digressio” nel 1832 - a seguito della insurrezione polacca del 1830.
Mickiewicz è considerato poeta nazionale anche in Bielorussia, oltre che in Polonia e in Lituania – Puškin si complimentava con lui, per esempio per “I sonetti di Crimea” come col “Vate della Lituania”. Mickiewicz era nato nel vecchio granducato di Lituania, dell’Unione o Confederazione polacco-lituana , attiva per quattro secoli, fino al 1795, prima della terza spartizione della Polonia, fra Russia, Austria-Ungheria e Prussia.   
 
Improvvisatore
– Figura italiana, in russo, anche in inglese, di cui Puškin fa il protagonista del racconto “Le notti egiziane”. Il poeta capace di improvvisare a tema. Già Coleridge aveva pubblicato nel 1827 un breve dramma, proprio col titolo “The Improvvisatore”. E poco dopo, nel 1833, anche in Russia Vladimir Odoevskij aveva pubblicato un racconto con lo stesso titolo. Puškin ne fa il personaggio principale delle “Notti egiziane”.
Un grande improvvisatore, ammirato sia a Mosca che a Pietroburgo, era Adam Mickiewicz – di cui Puškin resterà amico dichiarato anche dopo la critica dell’espansionismo russo, fatta da Mickiewicz nel poema “Digressio” – Puškin se ne ispirerà per “Il cavaliere di bronzo”. A un ricevimento a Pietroburgo nel 1826, Puškin sarebbe rimasto  talmente entusiasta secondo i biografi da esclamare: “Che genio! Che sacro fuoco! Cosa sono io al confronto?”
 
Leonardo
- Era arabo? Lo sostiene il sito fiortentininelmondo.it.  Sulla base di uno studio condotto da Alfred Breitman e Roberto Malini del Gruppo Watching The Sky”: “Lo affermano con grande convinzione Breitman e Malini, in base ad alcune evidenze. La più importante è costituita dal ritrovamento di un’impronta digitale di Leonardo sul dipinto “La dama con l'ermellino”. Impronta che, “secondo l'antropologo Luigi Capasso….è caratteristica del 60% degli individui provenienti dai paesi arabi”. Magari da un inserviente arabo a bottega, che ha spostato incauto la tela? Capasso è un ortopedico, dell’università di Chieti, con la passione delle ossa antiche – “da Ercolano a Roberto Calvi”, il banchiere, spiega nel suo ultimo libro.
“L’ipotesi di un origine araba del maestro non è tuttavia nuova”, continua il sito: “È risaputo che il nome della madre di Leonardo, Caterina, era attribuito con frequenza alle schiave arabe acquistate in Toscana e provenienti da Istanbul”. Non distinguendosi più tra arabe e “circasse”
“Anche il professor Alessandro Vezzosi, celebre studioso del Rinascimento”, finisce fiorentininelmondo, “è convinto dell’origine araba dell’autore della Gioconda e possiede documenti che suggeriscono l’origine orientale di Leonardo Da Vinci”. Vezzosi in effetti, un pittore che si è fatto a Vinci un Museo Ideale Leonardo da Vinci, con un Giardino di Leonardo e di Utopia, è autore di molti volumi su Leonardo, compresa “La Gioconda Nuda”, e avrà pure opinato di un Leonardo arabo, va’ a sapere.
Ma ora c’è “Il romanzo di Caterina”, che in 500 pagine definitivamente stabilisce che la madre di Leonardo era una schiava, però circassa, come è giusto – sottinteso: bianca. Del professor Vecce, che insegna Letteratura Italiana, ma è anche poeta, e drammaturgo.
 
Milionario
– La parola viene coniata nel 1720, a Parigi, in francese, per designare i beneficiari del sistema Law, che non sapevano dove mettere più i franchi. Fu inventato insieme con “bolla”, la “bolla del Mississippi”, nome quasi fogazzariano, scoppiata nello stesso anno.  Gli investitori nella Compagnia del Mississippi, creata tre anni prima da Law per gestire lo sfruttamento della valle del fiume, erano diventati tanto ricchi con la moltiplicazione del valore nominale del titolo che non si sapeva come chiamarli altrimenti. Prima dello scoppio della bolla – di fatto la compagnia gestiva campi di tabacco, e gli schiavi per coltivarlo.
 
Occidente
– Era l’Europa. In Grecia si diceva fino a ieri, per andare verso Occidente:  “Parto per l’Europa”.  Poi l’Europa è stata soppiantata dalle Americhe – con un pizzico di Russia: per “emisfero occidentale” la geografia intende il Pacifico.
 
Poesia
– Cambia tono e ampiezza col passaggio al mercato. Quando cioè, nel Sei-Settecento, senza più il patrocinio dei ricchi e potenti, passa al mercato – ai librai, ai lettori, alle vendite. Puškin, avendo deciso di vivere di scrittura, dopo l’abbandono dell’impiego pubblico che lo zar benevolente aveva creato per  lui, se ne lamenta, nel poemetto “Conversazione tra un libraio e un poeta”, risolvendosi poi per un bon mot: “L’ispirazione non si può vendere, ma si può vendere un manoscritto”. Lo steso problema si poneva in contemporanea a Leopardi.
 
Russi
– Erano scandinavi? A lungo furono indecisi, nei primi decenni dell’Ottocento, dopo l’espansione territoriale sotto Caterina II e la nascita di una letteratura europeizzante, se definirsi di radici culturali slave oppure scandinave.  Se ne trova traccia anche in Puškin, “La storia del villaggio di Goriukhino”.

letterautore@antiit.eu

La scoperta dell’altra metà del mondo

Il titolo non sarebbe piaciuto alla marchesa, per lei n on c’era un “femminino” identitario, cioè esclusivo. La teoria che le si deve, dell’“altra metà del mondo”, è di una metà integrata e non pugnace, divisiva.
Si riscopre la marchesa – già scoperta da Leopardi, che molto ci dialoga nelle prime pagine dello “Zibadone”. D i fatto nuova solo per questo, per l’attacco dei “Consigli”, che parte dalla constatazione semplice che le donne vengono trascurate “senza pensare che compongono la metà del mondo”, e che non c’è uomo senza la donna.
Una lettura gradevole. Ma d’interesse solo nel personaggio: i consigli e le riflessioni conservano interesse storico, di una donna che è protagonista dell’intellettualità parigina della Reggenza, colta, ascoltata, e arguta. In dialogo con Montesquieu, Fontenelle, l’abbé de Saint-Pierre, Marivaux, Bachaumont. Dall’altra metà del mondo semplicemente riconosciuta, come chiunque che abbia qualcosa da dire, pianamente, senza esclusioni o rivalse.
Le due edizioni condividono due saggi, “Avvisi di una madre alla propria figlia” e le “Riflessioni nuovissime sulle donne” - o “Metafisica dell’amore” . Marco Lanterna, che cura l’edizione italiana,  riprende anche “La bellezza che salva il mondo” e il “Trattato della vecchiaia” – cioè, in pratica, della rassegnazione. Nell’edizione francese, presentata da Benedetta Craveri, ci sono le “Riflessioni sul gusto”.
Madame de Lambert, L’altra metà del mondo. Scritti sul femminino, La Scuola di Pitagora, pp. 128 € 15
Avis d’une mère à sa fille
, Rivages poche, pp. 153 € 7,60

mercoledì 19 aprile 2023

Cronache dell’altro mondo – transattive (258)

Fox News (Rupert Murdoch)  ha transatto per 787,5 milioni di dollari la causa per danni reputazionali intentata da  Dominion Voting Systems - che chiedeva 1,6 miliardi – subiti dall’emittente con la campagna sulla inattendibilità del voto presidenziale di fine 2020. Il procedimento così non si è aperto. Ma resta il dubbio se l’azione di Dominion aveva fondamento giuridico oppure è stata avanzata a scopo promozionale.
Fox ha cercato la transazione perché era certa della condanna, per gli orientamenti noti del giudice monocratico .
La cifra pagata da Fox per danni non ha precedenti, di gran lunga, nella storia giudiziaria americana, che pure ha nelle cause per danni il campo prevalente di attività.
In vista del dibattimento, si discuteva se l’azione promossa da Dominion non confliggeva col diritto d’opinione. Ma i pareri erano divisi per opinione politica: le destre, repubblicane e non, con Fox, i liberali contro.
Fox avrebbe proposto la transazione, per quanto a cifra altissima, perché avrebbe comunque guadagnato in audience attaccando il risultato delle presidenziali 2020: la sconfitta di Trump ne aveva ridotto considerevolmente la audience. Che invece è tornata a crescere con la contestazione del risultato elettorale.

La corruzione in pista

Una miniserie di alto impatto emotivo, toccando lo sport, il settore dello sport  ritenuto il meno commerciale, l’atletica, e nell’atletica la disciplina più francescana, la marcia. Protagonisti giovani e belli. Con risultati sempre migliori. Finché non cadono nel doping: non propiamente nella dipendenza, nella droga, ma nell’uso di sostanze energizzanti proibite, perché fisicamente debilitanti, proibite dai regolamenti.
Questa è la parte giusta della vicenda che la serie mette in mostra. Il suo senso, “ilcaso”, è invece del doping istituzionale. Di quando un ateta, Alex Schwazer, dopato confesso, scontata la pena ritorna a primeggiare, e le federazioni internazionali dell’atletica, la Iaaf e la Wada, si mobilitano per eliminarlo – la parola non è eccessiva – con un’analisi “doparta”. Con un finto riscontro di doping in una finta analisi sulle urine di Capodanno.
Sembra uno scherzo e invece è successo. Perché non è vero che l’atletica è vergine, il gesto atletico è la punta di un iceberg  torbido, di interessi nazionali, di cordate politiche, e anche di corruzione.   
Massimo Cappello,
Il caso Alex Schwazer, Netflix

 

martedì 18 aprile 2023

Secondi pensieri - 512

zeulig


Amore – È un rapporto. Senza un ruolo attivo della donna, dice Madame de Lambert nelle “Riflessioni sulle donne”, la marchesa, dell’Altro si direbbe oggi, “l’amore non è piccante; sembra che sia l’opera della natura, e non quello dell’amante”.
L’amore è opera degli amanti. “È un’arte”, dice la marchesa, per la quale ci vorrebbe una scuola: “Ci sono tante scuole create per coltivare lo spirito, perché non averne una per coltivare il cuore? È un’arte che è stata dimenticata” – già a fine Seicento. Benché, più di altre, andrebbe coltivata: “Le passioni sono corde, che hanno bisogno della mano di un grande maestro per essere toccate”. Mentre succede il contrario. Allora, nel Seicento, probabilmente come sempre di più successivamente, a parte la parentesi romantica: “L’amore non era denigrato dagli Antichi come lo è oggi….Platone ha un grande rispetto per questo sentimento: quando ne parla, la sua immaginazione si scalda, lo stile s’imbellisce; quando parla di un uno colpito: Questo amante, dice, la cui perona è sacra, etc. Chiama gli amanti amici divini, ispirati dagli dei”.
Ma non era un amore sessuale, come poi con l’America e Hollywood: “Gli Antichi non credevano che il piacere dovesse essere il primo obiettivo dell’amore”.
L’amore, però, è resistenza più che accettazione, secondo la marchesa: “La passione si spegne appena è soddisfatta. L’amore, senza timori e senza desiderio, è senz’anima”.
 
Montaigne ne parla come di un trasporto ingovernabile: “Mi sentivo rapito, benché vivo e sveglio (tout vivant et tout voyant). Vedevo la mia ragione e la mia coscienza ritirarsi, mettersi da parte, e il fuoco della mia immaginazione mi trasportava fuori di me stesso”, Un fatto fisico, di ormoni.
Un fatto spirituale nel Tasso, al canto II, 16 del poema, dove il giovane Olindo - “che modesto è sì com’essa è bella”, essa Sofronia - “brama assai, poco spera, e nulla chiede”.
Un esercizio onanistico? Sofronia, invece, “vergine era fra lor di già matura\ verginità”.
 
Un trucido Shakespeare del sonetto trenta e qualcosa - se è lui (che astuzia quell’esserci e non esserci) – vuole il suo amore una tomba, adorna dei trofei dei vecchi amanti. L’amore sarebbe malsano? Esaltazione, per inconfessata avidità: il Pirro di Racine è consumato da più fuochi di quanti ne aveva accesi. O era Andromaca che si consumava? Andromaca è, come tutti i machos, di solito uomini, una combattente - combatte gli uomini, la moglie e madre esemplare, i ruoli erano in antico ambivalenti.
Sono gli uomini, sentimentali, che eternizzano l’amore. Sono affaticati, gli uomini, e quindi ansiosi, possessivi, inopportuni, insistenti, sudano, telefonano, mandano gli amici. Le donne per un po’ ci stanno ma poi si stancano. Essendo pratiche e quindi ragionative - è la schiavitù all’origine della filosofia? la vera filosofia si nasconde, e la cattività spinge a non dichiararsi – rimettono le cose a posto: una toccatina non è la fine del mondo, il resto è convenienza, la sottigliezza non s’addice al cuore.
 
“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, dell’amata che non ama, dice Pavese, suicida. Gli occhi di chi? Dell’amata che non ama? La mancanza d’amore può uccidere, ma gli altri, non se stessi.
Amore e odio è altro cliché. “L’Amore viene dall’odio” è “opera mediocrissima” già in Stendhal. Raro è il suicidio per il bene di chi si ama, spiega bene Rensi, l’egoismo viene prima. Per amore si può anzi decidere di voler vivere, costi quello che costi. Se ci si uccide è per astio - o è una bestemmia contro Dio o l’esistenza (una vendetta contro se stessi, il suicidio è sempre odio di sé).
L’amore è “amore amato”, spiegava bene Ramon Llull, italianizzato in Raimondo Lullo, che pure era un teologo, al tempo di Dante.  
 
Dio – “Era dottrina dei nostri maggiori\ che è per gli dei che si vive,\ essi ci hanno rimeritato\ (con il loro sacrificio ci han dato la vita)” – “Coloquios y DoctrinaChristiana”, in Miguel León-Portilla, “Il rovescio della conquista”, p. 28. Così confidavano i savi e i sacerdoti aztechi sopravvissuti alla conquista del Messico ai frati francescani accorsi nel 1540 nella Nuova Spagna. È però vero che Moctezuma e i suoi savi e sacerdoti avevano visto in Cortès e i suoi uomini degli inviati divini.
 
Felicità – Gianfranco Ravasi sceglie di legarla a due poeti liguri, cioè “sommessi” (discreti, contegnosi, non espansivi…), Montale e Sbarbaro. Alle immagini che ne ebbero in gioventù: “Felicità raggiuta, si cammina\ per te sul fil di lama.\ Agli occhi sei barlume che vacilla,\ al piede, teso ghiaccio che s’incrina”, Montale, “Ossi di seppia”  – e ancora: “Nulla paga il pianto del bambino\ a cui fugge il pallone tra le case”. Sbarbaro: “Felicità, ti ho riconosciuta al fruscio con cui ti allontanavi”. Immagini di fragilità. Di “gracilità strutturale” dice Ravasi, che pure è cardinale, uomo di fede.
 
Europa – Era il Vecchio Mondo già nel Cinquecento. 
 
Ridicolo – Se ne è persa la cognizione, nella cura della persona, l’abbigliamento, le posture, soprattutto l’eloquio, specie in tv, specchio dei tempi, e nei social, di parole o di immagini – e le interviste seriose a una pagina a una squinzia, che parla come Freud, o a un bullo, gente che parla come i tatuaggi. Senza più misura. Per non dire degli onorevoli che dicono le frasi fatte, guardando fisso l’obiettivo, veti secondi esatti.  
Se ne perde il senso con la libertà – la libertà è liberare i buoi?

 
Il senso del ridicolo è stato forte quando la società era rigida. Per esempio la Francia di fine Seicento-primo Settecento – se ne è fatto anche un film, “Ridicule”. Si esercitava allora contro la saccenteria – oggi si direbbe l’intellettualità. Quindi retrogrado. Anche perché è arbitrario – non ha canoni: dipende dai gusti, dalla disposizione d’animo di ognuno, sia pure dei gruppi prevalenti, e dell’epoca, dai linguaggi dell’epoca. Ma la sua assenza – la mancanza di una sensibilità del ridicolo, del cosiddetto “senso del limite” - è generazionale e sociale: è il terrapiattismo della parola, della démarche (contegno), dello spirito.
 
zeulig@antiit.eu

Quanti calci al calcio

Serata tranquilla a “Report”, dove si dicono come ovvie cose turpi. L’ex dirigente della Juventus Moggi, radiato dalla professione per corruzione, spiega che su 170 mila intercettazioni, solo 25 riguardavano la Juventus, il suo operato.
Non c’era nessun atto di corruzione degli arbitri a carico della Juventus, neppure un pranzo o una cena – solo un biglietto omaggio in tribuna, e una maglietta. In compenso, l’allora designatore degli arbitri Bergamo racconta in trasmissione di una cena a casa Moratti, cioè dal presidente dell’Inter.
Moggi può anche dire: “Berlusconi mi aveva avvisato che mi stavano intercettando ma mi disse di non preoccuparmi perché non c’era nulla di penalmente rilevante”. Berlusconi, cioè Galliani, cioè il potere non tanto invisibile del calcio, oggi come allora, della Federazione e della Lega, “sapevano”.
E a proposito di pranzi “Report” si è dimenticato di ricordare che l’uomo del Milan per gli arbitri, “addetto agli arbitri”, questa la sua qualifica, il ristoratore Meani, parlava e s’incontrava settimanalmente con l’arbitro Collina. Il quale parlava anche con Galliani – finirà con un contratto pubblicitario Opel, che sponsorizzava il Milan.
 

Alle radici dell’odio Ucraina-Russia

Un film – per una volta non americano - sul mondo “grigio” dell’informazione. E su un crimine russo in Ucraina, lo “Holodomor”, la morte per fame - che l’Ucraina commemora come crimine contro l’umanità: la storia della carestia degli anni 1932-1933, che si vuole provocata da Stalin, dal regime sovietico di Mosca (la produzione agricola veniva requisita per l’esportazione). Una carestia comunque provocata, in un paese agricolo, con milioni di morti.
I due delitti, dell’informazione e di Stalin, sono scoperti – vissuti personalmente - e denunciati da un giovane reporter britannico, Gareth Jones. Uno che voleva l’alleanza con l’Unione Sovietica e si reca a Mosca sicuro di potere per questo parlarne con Stalin. Un ingenuo, che a poco a poco scopre che la rivoluzione non c’è, e nemmeno l’esperimento sociale, solo una tirannia – “come?”, si chiede in continuo, “i giornalisti non possono uscire da Mosca?”. O non proprio un ingenuo: la sua curiosità è come fa l’Urss a spendere, per fabbriche, infrastrutture, merci, così tanto in anni di depressione, terra promessa per l’industria britannica e l’industria americana, dove prende i soldi. Ma da rivoluzionario sincero – andrà in Ucraina sui luoghi dove la sua mamma, volontaria della rivoluzione, ha insegnato per qualche tempo l’inglese ai bambini (nella realtà era stata istitutrice in casa degli imprenditori gallesi che avevano aperto il centro minerario di Donetsk, poi diventato la grande città di oggi, da un milione di persone).
Un film verità, in un certo senso: di denuncia. Di fatti storici. L’ingenuo Jones circuito dai marpioni sovietici, con ospitalità in primario albergo (il solito Metropol, vigilato ancora negli anni 1970 dalle donne al piano), e controlli discreti. Il decano dei corrispondenti stranieri, Walter Duranty, giornalista del “New York Times”, premio Pulitzer proprio per le corrispondenze da Mosca, che negherà ancora fino al 1937, al suo rimpatrio, l’Holomor - forse solo per cinismo: vive di droghe, e aiuta obliquamente i giornalisti che sa in pericolo (la natura della carestia, che c’è stata, è rimasta dibattuta ancora dopo la seconda guerra mondiale, malgrado la “guerra fredda”, e tuttora non è pacifica, il Pulitzer non è stato ritirato a Duranty).
Un film quindi in un certo senso anch’esso americano, sui tranelli dell’informazione, dell’opinione pubblica. Ma fatto in Polonia, da una quasi ottantenne Agniezska Holland, “Europa Europa”, “Poeti dall’inferno”, “Io e Beethoven”, tornata dietro la macchina da pesa per questo atto d’accusa contro Mosca, di Polonia e Ucraina per una volta unite nella lotta. Realizzato nel 2018 e proiettato nel 2019 – non distribuito in Italia, perché giudicato di poco interesse... Testimonianza di un’inimicizia probabilmente incancellabile, ben prima della guerra aperta.
Indirettamente, una testimonianza di come il bolscevismo era una rivoluzione sociale per politici e intellettuali in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – e anche in Francia. Riguardato con interesse e anche simpatia - a differenza che in Italia e in Germania. In Francia ci sono voluti i viaggi di Céline, di Gide, organizzati dagli stessi sovietici, nel 1936-37, per cominciare a sapere di che si trattava (Céline era già informato di Jones, leggeva la stampa inglese e americana. In America e in Inghilterra il favore intellettuale è durato ancora dopo la guerra. Jones morirà due anni dopo la denuncia, in Manciuria, vittima della sua guida, che era dei servizi sovietici. Ma moriva incognito. Tra gli intellettuali, compresi Graham Greene, e soprattutto H.G.Wells, che con la baronessa Budberg sua amante, una lettone spia di Stalin, teneva salotto a Londra, il mondo nuovo fu a lungo quello sovietico. Il film fa inconrtrare Jones con Eric Blair, “Orwell” da giovane, anche lui socialista appassionato, che dalla vicenda avrebbe tratto lo spunto, nel 1943-1944, ancora in guerra, con l’Urss alleata, per “La fattoria degli animali”. Ma Orwell veniva sospettato all’uscita dell’apologo, a Ferragosto del 1945, di essere un mestatore, uno spione di qualche servizio segreto.  
Agniezska Holland, L’ombra di Stalin, Sky Cinema

lunedì 17 aprile 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (522)

Giuseppe Leuzzi


Il signor latitante – o la lotta alla mafia
Più si va avanti, per giunta stancamente, in questa vicenda di Messina Denaro più si resta sconcertati. Come il giudice Montalto, uno specialista dei “concorsi esterni”, ma anche di più. Che l’uomo più ricercato d’Italia frequentasse familiari, parenti, amici, conoscenti. Girasse in automobile, da solo, senza staffette o guardie del corpo, a rischio incidenti, o multe. Con più di una residenza. Uno che faceva la spesa. E probabilmente andava al ristorante. Non ogni giorno, certo, ogni tanto, come tutti. Con i suoi tratti fisionomici, senza maschere né plastiche. E per contrasto, scorrendo il giornale, si legga delle indagini a tappeto, con schieramento di almeno tre giudici della Procura di Torino, e di decine o centinaia di Guardie di Finanza, per ascoltare, registrare, selezionare le conversazioni quotidiane di decine di dirigenti e impiegati di una squadra di calcio, per giorni, settimane, mesi, probabilmente anni, alla ricerca, con insistenza, acribia, determinazione, di un qualche fumus delicti. E questo è il quadro: al Sud si può delinquere impuniti, anche di delitti gravi e gravissimi, mentre di una squadra di calcio si cerca anche il pelo nell’uovo. Si dice che Messina Denaro è stato protetto dall’omertà. Non lo è stato (quanta omertà ci sarebbe voluta nel suo caso? o, allora, si tratta di omertà dello Stato?), è stato protetto dal menefreghismo. La stessa lentezza con cui la miriade di contatti “normali” del superlatitante emerge dice che non c’era molto materiale già raccolto su di lui. Che si procede a naso – a tentoni si direbbe nel falso toscano. Di fatto, senza interesse, senza impegno, nemmeno “normale”.  
Ma se l’omertà ci fosse, di decine, centinaia di siciliani dell’agrigentino, quelli del commissario Montalbano, e avesse protetto Messina Denaro, si capirebbe: non si può fare il poliziotto contro lo “Stato” – c’è nei gialli americani, che il detective fa la giustizia che lo Stato non fa, ma sono buffonate. Il servizio “I” della Guardia di Finanza, che controlla fino al cosiddetto buco del culo della Juventus, a Torino come già a Napoli, non lo permetterebbe.

Si potrebbe pensare Messina Denaro protetto dall’incapacità. Ma lo stesso giudice Montalto ha smosso montagne per avere i fratelli Graviano testimoni contro Berlusconi. Come già la Guardia di Finanza con le sue perquisizioni quotidiane, e biquotidiane, negli uffici e le residenze del tycoon milanese: quando si vuole si fa l’impossibile. Il problema del Sud è che non ha Agnelli o Berlusconi, roba in grado di stimolare il fiuto degli investigatori – non si fa carriera. Una volta si diceva dei funzionari pubblici per un qualche motivo in disgrazia che sarebbero stati mandati a Petralia Sottana, oppure “in Sardegna”. Si vede che non era, non è, un modo di dire.   
 
La bistecca sintetica era già nata, e morta, a Reggio Calabria
Avvicinandosi alla fine, il protagonista del romanzo di Rocco Carbone “L’apparizione”, 2002, ritorna alla città natia, dal padre, e in macchina si spinge poi oltre, fino a “una fabbrica, costruita a ridosso della costa, accanto alla spiaggia”, in stato di abbandono. La città è Reggio Calabria, e la fabbrica è Saline Joniche, costruita sotto Reggio Calabria perché senza spese, a carico dello Stato, per la “chimica dei “pareri di conformità” dei governicchi andreottiani del compromesso storico nei secondi anni 1970. Un luogo abbandonato che a Carbone è sembrato propizio per ambientarvi l’esito tragico del romanzo.
Il protagonista del romanzo “conosceva quel luogo”: “Era stato costruito quando lui era un ragazzo ed era l’unico grande impianto industriale di tutta la regione. Avrebbe dovuto produrre materiale biochimico, ma non era mai entrato in funzione, perché nel lungo tempo impiegato per la sua costruzione si era scoperto che i rifiuti di produzione erano tossici”. Il “materiale biochimico” era la “bistecca sintetica”. Un derivato dal petrolio, su licenza della British Petroleum, che però non l’aveva mai sperimentato industrialmente, per non sprecare l’investimento.
L’impianto costò la carriera a Guido Papalia, il magistrato che s’illustrerà a Verona nella liberazione del generale Dozier, l’unica azione condotta positivamente contro le Br. Ma anche nella lotta puntuale alla corruzione, attorno alle Casse di risparmio, e contro le melensaggini terroristiche dell’indipendentismo padano, del primo Bossi. Senza però andare oltre l’incarico di Procuratore Capo a Verona, perché classificato al Csm di destra. A causa dell’indagine che aveva aperto a Reggio Calabria sulla bistecca sintetica. Sul gruppo della bistecca sintetica, la Liquigas di Raffaele Ursini, un ragioniere di Roccella Jonica portato alla grande finanza da Michelangelo Virgillito, operatore di Borsa, milanese di Paternò vicino Catania. Sul traffico di influenze, o corruzione, che aveva facilitato i trasferimenti pubblici alla “bistecca”. E sul trasferimento di parte di questi “trasferimenti” alla “Svizzera”, via la capogruppo Liquigas, cioè al tesoro personale di Ursini. L’inchiesta gli fu scippata – finirà insabbiata – e il giovane Papalia fu trasferito lontano.
 
Siete meridionali? State confiscati!
Stia punito! Era il leitmotiv del servizio militare quando era d’obbligo. Ora la leva non c’è più, ma l’ordine dei servitori dello Stato non è venuto meno: invece che punire, confiscano – e poi arrangiatevi.
Alessandro Barbano, “L’inganno”, denuncia un “sistema” dove l’eccezione diventa regola. Al Sud sequestri e confische di beni e patrimoni colpiscono a caso, migliaia di cittadini e imprenditori mai processati, oppure assolti, ma con “sentenze” di condanna comunque indelebili emesse dagli inquirenti sui media. O anche liberamente – nomn c’è bisogno di condanna - applicati ai patrimoni dai “tribunali speciali” addetti alla “prevenzione” del crimine. Questi giudici possono, senza dover provare niente, sequestrare, confiscare e anche alienare i patrimoni di gente anche onesta, a uzzo di voci e convinzioni, che spesso non è condannata – in un paio di casi nemmeno indagata – e perde tutto (quando il patrimonio viene restituito è sempre azzerato di valore: le confische servono a riempire le tasche di amministratori che il tribunale di prevenzione nomina liberamente, tra amici e consoci). Barbano ricostituisce anche storie di eredi, figli o nipoti, confiscati perché non provano in tutti i dettagli la provenienza del patrimonio.
Si anticipano giudizialmente e si impongono leggi inutili o cattive. Si moltiplicano i reati e le pene. Professando di fatto il rovesciamento dello Stato di diritto, sotto l’apparenza di una migliore difesa contro le mafie. Con un uso spropositato delle punizioni amministrative, non contestabili, in uso nel fascismo, quali appunto le interdittive antimafia e la carcerazione preventiva. Assortite dagli scioglimenti a iosa dei consigli comunali, solo per distribuire incarichi e prebende ai funzionari prefettizi. Per non dire degli arbitrii giudiziari veri e propri, che in un ordinamento costituzionalmente regolato sarebbero materia penale. Sotto le bandiere dell’antimafia, che poco cura le mafie, giusto quanto basta alle carriere.
Barbano cita i numeri di una ricerca dello scrittore Mimmo Gangemi – che non è riuscito a pubblicarla – sulle retate periodicamente disposte dal Procuratore Antimafia Gratteri e le condanne: ogni volta centinaia di arresti, e poi una decina di condanne, anche meno. Cita anche almeno un caso di manipolazione delle prove, a opera degli inquirenti – ma si sa che la pratica è costante: una registrazione tagliata a metà prodotta in aula come testimonianza d’accusa. Della moglie che chiede al marito, di una persona di cui si parla: “Ma è mafioso?”, che diventa: “Ma è mafioso”.
E non è tutto, qualcosa ancora andava detto, perché è il nodo centrale di un’antimafia che è diventata una questione politica del tipo “leghista” - si ricordano ancora con orrore le maledizioni, non remote, di Bobbio, che sulla “Stampa” di Torino il Sud voleva recintato con i cavalli di frisia, e di Galli della Loggia, che ipotizzava un nuovo decalogo, sempre sulla “Stampa”, “contro la mafia”, attorno al principio che “lo Stato deve rendere la vita impossibile come e più della mafia”, tagliando l’acqua, la luce e il telefono, togliendo la patente - e poco efficace sul piano criminale, della prevenzione e del contrasto al crimine. Le “retate” di Gratteri nascono dalle informative che i comandanti delle stazioni locali dei Carabinieri quotidianamente redigono, senza accertamenti, sulla sola voce popolare. La quale, essendo i Carabinieri ormai da quarant’anni barricati dentro caserme con le sbarre, è quella degli informatori. I quali più spesso sono gestiti dai mafiosi. Con l’effetto che si parla da anni, da decenni, da poco meno di un secolo ormai, degli Alvaro di Sinopoli, dei Mancuso del Monte Poro, marine del capo Vaticano incluse, dei Grande Aracri di Crotone, che sono sempre lì – i Piromalli di Gioia Tauro, i Mammoliti di Castellace, i Pesce di Rosarno, i Pelle di San Luca, i Crea di Rizziconi, i Cordì e i tanti altri di Locri sono andati in bassa fortuna, ma per errori o impicci loro.  
Se mafioso era Pantaleone
Si ricorda ancora con raccapriccio l’uso disinvolto che di queste informative, o note di servizio, fu fatto dalla prima Antimafia parlamentare - che il giornalista “Straccio”, Paolo Liguori, documentò sul “Giornale” di Montanelli. Le tante cattiverie raccolte dai Carabinieri di Villalba (Caltanissetta), negli anni 1940-1960 a carico di Michele Pantaleone, socialista, sociologo e parlamentare, che documentò gli intrecci politici della mafia siciliana, con libri importanti, valutati e pubblicati da Einaudi: “Mafia e politica”, 1962,  “Mafia e droga” 1966. Riproponendo tutte le voci che lo davano intrigante in paese, borsanerista in guerra, incettatore di grano nel dopoguerra, adultero, eccetera.
Già nel 1969 Pantaleone poteva pubblicare, sempre da Einaudi, “Antimafia: un’occasione mancata”. Ma le voci di cui si nutriva la prima Commissione erano le Note di servizio dei Carabinieri di Villalba, notorio centro di mafia, controllato fin dal primo dopoguerra da Calogero Vizzini – le Note di servizio raccolgono le voci degli informatori, che a giudizio del maresciallo comandante la stazione, o brigadiere, hanno qualche fondamento. Oppure sono utili allo “Stato” - al ministro, al potere.

Sicilia
È la regione italiana con il maggior numero di abbandoni scolastici, il 21,2 per cento nel 2021, un ragazzo su cinque.
 
Il presidente della Regione Schifani dice no ai pannelli solari: “Ho deciso di sospendere il rilascio delle autorizzazioni per il fotovoltaico. Questa attività porta lavoro? L’energia rimane in Sicilia? No. Rimane il danno ambientale”. Elementare: consumo e desertificazione del territorio – il verde spesso si morde la coda.
 
Natalia Ginzburg vi è nata, a Palermo, ma ne ha poco ricordo, nelle tante memorie. Giusto una filastrocca, probabilmente memorizzata dalla madre: “Palermino, Palermino,\ sei più bello di Torino”. Se ne dispiace: “Io ero, a quel tempo, una bambina piccola; e non avevo che un vago ricordo di Palermo, mia città natale, dalla quale ero partita a tre anni. M
’immaginavo però di soffrire anch’io della nostalgia di Palermo, come mia sorella e mia madre; e della spiaggia di Mondello, dove andavamo a fare i bagni, e di una certa signora Messina, amica di mia madre, e di una ragazzina chiamata Olga, amica di mia sorella, e che io chiamavo «Olga viva» per distinguerla dalla mia bambola Olga”. Ma non ci è mai tornata. Neppure per presentare un libro o una sua commedia. Era nata un 14 luglio, che è la presa della Bastiglia ma anche la festa di Palermo, di santa Rosalia.


Palermo invece la ricorda, in due modi, come scrittrice e come figlia: una via le ha intitolato, nella parte Est della città lungo l’Oreto, tra la stazione centrale e Brancaccio, col nome Natalia Levi Ginzburg. Col nome cioè anche di famiglia, il padre, professor Giuseppe Levi, insigne anatomista, essendo stato professore a Palermo per cinque anni, dal 1914 al 1919 (con lunghi intervalli al fronte, volontario ufficiale medico), prima del trasferimento a Torino – che si considera “la” città di Natalia.
 
Trattamento inverso la città riserva al padre, il professore Giuseppe Levi: nessun ricordo. Pur essendo stato, il padre di Natalia, maestro di tre premi Nobel: i torinesi Salvatore Luria e Rita Levi Montalcini, e il calabrese (di Catanzaro) Renato Dulbecco. La letteratura sì, la scienza non è siciliana?
 
“È nato mio fratello, nella nostra famiglia siciliana c’è molta frenesia per il figlio maschio”, racconta Stefania Craxi sul “Corriere della sera” della sua infanzia. Domanda Cazzullo, l’intervistatore: “Suo padre non era milanese?” “Era nato a Milano, parlava dialetto milanese, sapeva tutte le canzoni popolari, oltre a tutte le canzoni politiche, da quelle anarchiche a quelle fasciste; ma era un siciliano”.
 
“Era un papà molto fisico”, continua Stefania Craxi: “Non abbiamo una sola foto insieme in cui non siamo abbracciati o per mano. Ma era un padre impossibile. Era gelosissimo di me”. Tutto verosimile, al limite della caricatura – ma Craxi allora sicuramente siciliano in questo, che non teme l’eccesso, la caricatura.
 
Fra i tanti questori e commissari con cui Tina Pizzardo, la fiamma di Pavese a metà degli anni 1930, antifascista, ebbe a che fare nel decennio, di uno conserva memoria perfino grata, nel postumo libro di ricordi “Senza pensarci due volte”: “Un giovane siciliano alto, con un grande naso a vela”, che si presenta come “dottor Lutri dell’ufficio politikco”, e sbriga subito le formalità perché Tina possa andarsene dopo una convocazione in questura. “Negli anni a venire avrò spesso da fare con l’ufficio politico”, continua Pizzardo, “”e troverò sempre nel dottor Lutri correttezza, comprensione e, per quanto possible, protezione dai soprusi polizieschi”.
 
“Vorrei far notare”, lamenta Sciascia con l’intervistatore del “London Magazine” Ian Thomson, giugno 1985, “che noi siciliani abbiam scritto sporadicamente libri storici e sociologici sulla mafia. Ma per quanto riguarda il racconto, non c’è quasi nulla sull’argomento”. Cioé: siamo ottimi e numerosi scrittori di racconti, ma è come se non ci fossimo, siamo solo scrittori di mafia. 
 
Ma è “colpa” di Sciascia. Col successo del “Giorno della civetta”
ha aperto un grasso filone a Milano, all’editoria. Un filone doppio, alle storie di mafia e ai gialli, che in Italia fino a lui pochi amavano.
 
Anche Riina, per la verità, ha contribuito, il tranquillo padre di famiglia che organizzava e ordinava stragi a ripetizione, di mafiosi, e di giudici, politici, militi, generali, giornalisti. Col senno di poi, anche nel suo caso l’antimafia sembra sia stata a lungo debole, debolissima. L’antimafia vera, dell’apparato repressivo.  

leuzzi@antiit.eu

Le radici dell’Olocausto in Polonia e Ucraina

“I pogrom in Ucraina e Polonia alle origini del genocidio degli ebrei” è il sottotitolo. Di un volume di ricerca documentaria. Che potrebbe – dovrebbe – riaprire la questione delle origini dell’Olocausto, prima di Hitler.
Il genocidio prima di Hitler era caduto in desuetudine, dopo lo “scandalo” Nolte, lo storico che attribuiva al massacro turco degli armeni una prima idea di genocidio, di annientamento di un popolo, poi germogliata nella mente di Hitler contro gli ebrei. Veidlinger, professore di storia e studi giudaici all’università del Michigan, non ha i limiti di Nolte – il sospetto, o la tentazione, di revisionismo: non fa ipotesi, esamina numeri, eventi, modalità operative. La didascalia al sottotitolo ne proclama il metodo: “Analisi dettagliate dei massacri avvenuti in Ucraina e Polonia nel 1941”, nei paesi occupati dai tedeschi, ma a opera degli autoctoni. I massacri sono del tipo che si è prodotto nella ex Jugoslavia alla dissoluzione della federazione, ma di ampiezza e crudezza molto più ampia, scrive Veidlinger nella sintesi introduttiva alle sue ricerche: “Circa un terzo delle vittime dell’Olocausto furono uccise a distanza ravvicinata, vicine alle loro case, con la collaborazione di persone che conoscevano, prima ancora che gran prte dei campi di sterminio entrassero in funzione nel 1942”.
“I sopravvissuti a questi massacri li chiamavano pogrom”, continua lo studioso. Collegavano l’improvvisa recrudescenza dell’antisemitismo a un modello noto da gener azioni, di furie improvvise antieb aiche, e soprattutto alle persecuzioni di cui avevano più fresca memoria, del 1918-1921. Ma i pogrom di vent’anni prima erano già stati di tipo particolare: non soltanto furie improvvise di masse caotiche, “anche di azioni militari perpetrate da soldati addestrati”, sia in Ucraina che in Polonia. I prototipi degli Einsatzkommandos o Einsatzgruppen, per lo più composti anche sotto Hitler da baltici, ucraini e polacchi, che decimavano gli ebrei ammassati nele piazze con armi dabraccio a ripetizione.
I pogrom postbellici vengono solitamente spiegati con la paura del bolscevismo, continua Veidlinger, con gli “eccessi del bolscevismo: la requisizione forzata dei beni di proprietà privata, la guerra alla religione, gli arresti e le esecuzioni degli oppositori politici”. Una sorta di transfert in realtà, una falsa giustificazione, anche storica, di un odio immotivato. Di intensità ed effetti duraturi, lo storico prova, al contrario: “Quanto è accaduto agli ebrei in Ucraina durante la seconda guerra mondiale ha radici in ciò che era accaduto agli ebrei nella stessa regione appena due decenni prima”.
Le Einsatzgruppen che aprirono nel 1941 la caccia agli ebrei, nei paesi baltici, in Polona e in Ucraina, vi trovarono modalità e attitudini già provate: “Quando arrivarono, carichi di odio antibolscevico e ideologia antisemita”, a metà 1941, “i tedeschi trovarono un terreno di caccia  vecchio di decenni, dove l’uccisione di massa di ebrei innocenti era impressa nella memoria collettiva, dove l’inimmaginabile era già diventato realtà”. Veidlinger cita a questo proposito il monito di un demografo, Jacob Lestschinsky, alla vigilia dell’invasione tedesca dell’Urss: “Il «patrimonio di atrocità» lasciato dagli «orrori ucraini» del 1918-1921 non si è ancora del tutto rimarginato”.
Jeffrey Veidlinger, L’Olocausto prima di Hitler
, 1918-1921, Rizzoli, pp. 480  € 25
 

domenica 16 aprile 2023

Ombre - 663

Fubini e il “Corriere della sera” devono farsi dire da Landini, il segretario focoso della Cgil, che “i profitti eccessivi delle imprese stanno gonfiando l’inflazione in Italia”. Cioè quello che il governatore della Banca d’Italia Visco e il rappresentante italiano alla Banca centrale europea, Panetta, ripetono da qualche mese. Non c’è più religione?
 
Giuliano Ferrara con D’Alema, spiega Stefania Craxi a Cazzullo sul “Corriere della sera”, avevano ideato di fare operare Craxi in Francia. “Il giorno dop uscì il comunicato del premier Jospin: Craxi in Francia non era gradito”. I terroristi sì, Craxi no. Jospin era “Uno dei massimi sponenti del partito Socialista”, dice wikipedia, come Mitterrand del “lodo Mitterrand” che vuole i terroristi italiani intoccabili.
 
Una pagina per Stefania Craxi che parla di Bettino e di alcune questioni internazionali sul “Corriere della sera” oggi, e una pagina, subito dopo, per Beppe Caschetto che parla di Alessia Marcuzzi. Una pagina non si nega a nessuno – il giornalismo è equanime.
 
Giletti ha visto Berlusconi in foto con Graviano per programmare le stragi del 1993. Pietro Orlandi ha visto papa Woytila di notte per Roma con suore giovani e cardinali atletici, a caccia di fumo e alcol. Entrambi non vogliono dire come e quando – Orlandi lo ha visto di sicuro nei serial tv di Sorrentino. Tutto si può dire, e perché non dirlo?
 
Il Tribunale di Milano fa sapere, con discrezione, attraverso Ferrarella sul “Corriere della sera”, che l’umo d’affari russo Artem Uss era ai domiciliari perché la richiesta Usa di estradizione non era documentata, e nel fatto principale era sbagliata -il “crimine” per cui chiedeva l’arresto diceva commesso a New York, dove però l’uomo non era stato. Cinonostante dall’America si fa un gran battage: l’Italia ha lasciato fuggire un criminale. C’è un motivo? Sì, l’America “fa” spesso la politica italiana, può farla.
 
Curioso è semmai che questa volta il gioco si gioca a parti invertite. Paladini dell’America sono ora in Italia le sinistre, tradizionalmente sospettose delle disinvolte pratiche Usa. Sotto tiro invece è la destra. Non c’è più religione?
 
Arianna Meloni, “la sorella”, deve lamentare gravi bugie che sui media di opposizione circolano su di lei. Che ha fato fare presidente di una grande una persona che non conosce. Che suo marito ha fatto una figlia con un’altra. Una volta il gossip politico era di destra, i “forchettoni”, “donna Carla” Gronchi, la moglie di Leone. Ora è di sinistra? O la sinistra si è spostata a destra?  
Arianna Meloni può lamentarsene solo dul “Foglio”.
 
Ci sono problemi legali con squadre di calcio di gran nome, Barcellona, Manchester City, Paris Saint-Germani, ma non c’è la “giustizia sportiva” che c’è in Italia, contro sempre  solo un club, a opera di giudici sempre napoletani, e di un “giustizia sportiva” che oggi fa capo a Chiné e Gravina, un tempo Petrucci dall’alto del Coni (sopra l’onesto Carraro, il cache-sex), ma sono sempre le maschere dei Galliani e Lotito che “gestiscono” la Federazione calcio – tutti ricordano la faccia schifata di Lippi quando dovette celebrare il campionato del mondo 2006 con Petrucci.
 
Sono di Calenda i contribuenti più ricchi. Si vede dal 2 per mille 2022 (sui redditi quindi del 2021): i quasi 50 mila sottoscrittori del 2 per mille per Azione hanno garantito al partito un’entrata media
di 25,56 euro. Poco meno del doppio della media nazionale di chi ha utilizzato il 2 per mille, 14,25 euro. Il meno ricco, dei simpatizzanti di partiti nazionali, è l’elettore socialista, con 10,45 euro di media a testa.  
 
I contribuenti politici più numerosi sono del Pd, quasi mezzo milione, un terzo del totale (ma nel 2015 e ancora nel 2016 totalizzava più della metà).
Secondo nelle scelte è il partito del presidente del consiglio, Fdi, col 16,34 per cento delle firme di sostegno.
 
Parla sempre romanesco, ma è il primo capo di governo in Italia, dopo De Gasperi, con la sola eccezione forse di Craxi, che ha un programma di politica estera, anche più importante delle questioncelle italiane, e lo attua. Il piano per l’Africa, che ha avviato subito in Algeria, Tunisia, Libia, Corno d’Africa, è perfino geniale; l’Europa non potrà sottrarvisi, a una politica africana. E una politica per l’Africa è la cosa più giusta, l’unica, anche per disinnescare
l’immigrazione selvaggia, compresi gli indesiderati, e a rischio di morte. Regolandola. Con accordi di immigrazione, visti, viaggi aerei.
 
Meloni parla romanesco, quasi accentuandolo, con le nasali, quando parla italiano. Non quando parla inglese o spagnolo - anche francese, che però padroneggia con qualche difficoltà, anche se minime. Come se essere se stessa è legato all’elemento Garbatella – Roma è razzista, si parla diverso da quartiere a quartiere (i primi a scandalizzarsi di Meloni sono ai Parioli, che infatti votano a sinistra).
 
Rai 2 programma informazione di destra – direttore del Tg 2 era il ministro Sangiuliano, dopo Mauro Mazza, ex “Secolo d’Italia” – e filmati invece fuori ordinanza Rai: passioni gay, famiglie
scomposte, “canne” di gruppo goduriose. La Rai è sempre ferma alla “riforma” del 1976: la 1 alla Dc, la 2 ai laici e socialisti, la 3 al Pci. Solo che i socialisti non ci sono, e la 2 è passata alla destra: la Rai non se n’è accorta?
 
Più che il carattere ibrido di Rai 2 tra informazione e programmi, è curiosa la divisione dei ruoli tra Rai 1 e Rai 3: due reti per un partito, il Pd, che ormai non rappresenta più i comunisti, e nemmeno i
democristiani. Ma è una singolarità rivelatrice: di un potere immutabile sotto le diverse sigle, coloriture politiche di facciata: un po’ di papa, un po’ di morti sul lavoro, Benigni e la costituzione,
e giudici inflessibili. Un potere trasversale: ora al Tg 2, dopo Mazza e Sangiuliano, c’è Mario Orfeo, democristiano (ex?) del Pd.

L’impero del declino

“Dal Sudamerica al Golfo lo yuan conquista i Paesi non allineati, titola “Il Sole 24 Ore”. Cioè, fino ad ora, solo Lula, il presidente brasiliano, che da Pechino ha lanciato un appello a “emanciparsi dal dollaro”, a disintermediare il dollaro quale valuta internazionale, di pagamento e di riserva. Non è vero: i principati arabi del Golfo e lo stesso Iran sono saldamente legati al dollaro, e ai bond americani – come lo stesso Brasile, del resto, fino a ieri governato da un presidente non anti-yanqui, e anzi “amerikano”, Bolsonaro. Ma non è nuovo: periodicamente insorge la “scomparsa”, il “crollo”, la “sconfitta” dell’impero americano, che subito poi si rivela invece il germe del rilancio della potenza americana stessa – come se l’America crescesse facendosi piccola.
La prima “notizia” è di metà anni 1950, a Bandung, Indonesia, una conferenza promossa sempre dalla Cina, che adottò i Punch Shila, i cinque principi della coesistenza pacifica, tra non-allineati, al culmine della confrontation russo-americana, bolscevico-capitalista. Poi, dopo il Vietnam, il dollaro allo sbando a Ferragosto del 1971, non più convertibile in oro, e la crisi petrolifera dell’autunno 1973 - crisi che fu gestita dagli Stati Uniti, e rilanciò potentemente il dollaro. Poi con le presidenze deboli dell’ultimo Nixon (dopo l’apertura alla Cina…), Ford e Carter, col varo nel 1981 dei diritti speciali di prelievo, l’unità di conto del Fmi, una media ponderata del dollaro Usa, lo yen, la sterlina e l’euro (agli inizi il marco tedesco e il franco francese). Da ultimo con le criptovalute. Ora col yuan?
Il crollo del dollaro è generalmente annunciato in una con la crisi del sistema produttivo americano. Un sistema produttivo che da un secolo e mezzo marcia più spedito e più robusto di qualunque altro. Crea crisi finanziarie a cascata, da capitalismo selvaggio, ma è quello che meglio e più velocemente le supera. Anche ora: l’economia americana è quella che meglio (più rapidamente e con maggiore consistenza) è uscita dal blocco del covid. Senza paragoni. E più si è avvantaggiata della guerra in Ucraina, senza subire i rincari dell’energia. Tornando la più attrattiva per ogni operatore, anche tedesco, o francese, anche cinese. Perfino a premio sulla stessa Cina, che pure paga profitti alti. L’“Economist” questa settimana lo nota con sorpresa, ma la cosa è nei fatti, lo è sempre stata.

 

Gli artisti fascisti, e non

Più che del consenso di massa, del popolino, questo capitolo finale della storia di Gentile evidenzia indirettamente il consenso di una vasta fascia intellettuale. Anche di nomn fascisti, anzi specie di non fascisti: urbanisti, architetti, grafici, registi di cinema, autori e registi di teatro. Per quel tratto di novità che negli anni 1920 e 1930 il regime favorì e finanziò.
Il progetto corporativo nacque morto, si può dire. Ci sono scioperi, per ilcrac del 1929 e dopo, protestano le donne, a vario titolo, la corporazione si riduce all’assistenzialismo, scuole reali, colonie marine, sostegni alla demografia. Mentre gli anni si rivelano fertili per una sorta di illuminato (aperto) dirigismo artistico.
Lo storico si sofferma su Roma, ma molto si fece nell’urbanistica e l’architettura altrove. Nelle città lombarde, Brescia soprattutto, in Romagna, nelle ex paludi pontine, e molto si costruì, con indirizzo modernista, case del fascio e scuole elementari, asili, municipi, nei paesi.
Alla Mostra della Rivoluzione Fascista, per il decennale della presa del potere, a Roma nel 1932, “collaborarono i maggiori artisti italiani del tempo, con Enrico Prampolini, Giuseppe Terragni, Leo Longanesi, Antonio Valente, Achille Funi, Domenico Rambelli, Mino Maccari, Marino Marini” e Sironi. Roma, per il bene e per il male, ebbe un primo assetto urbanistico moderno, con l’apertura di alcune vie di comunicazione nel centro storico – la più importante, e più discussa, quella dei Fori Imperiali. “Era dai tempi dei grandi pontefici costruttori come Giulio II”, scrive Gentile, “che non si radunavano a Roma tanti talenti di artisti e architetti, molti dei quali giovani, chiamati dal duce a compiere trasformazioni urbanistiche e a innalzare costruzioni ornamentali”. Erano “creatori e interpreti dei miti totalitari del fascismo quanto lo era Mussolini, e forse, per mlti aspetti, lo erano molto più del duce stesso” – l’artista ha una sola visione, si sa, la sua: “Erano i più originali architetti e artisti dell’epoca, dal più anziano classicheggiante Marcello Piacentini, potente e prolifico architetto del duce, ai giovani modenisti Enrico Del Debbio, Gaetano Minnucci, Giuseppe Pagano, Mario De Renzi, Adalberto Libera, Mario Ridolfi, Luigi Moretti”.
Si conclude una storia del fascismo come movimento, dalla guerra civile agli anni del consenso. Senza l’impero, l’isolamento (le sanzioni), l’Asse e la guerra. Un movimento mussoliniano, un partito del capo, ma mirato al consenso, in queso senso politico, ad ampio spettro. Un approccio originale. Ma mirato soprattutto a penerare i pregiudizi, i giudizi somari. Dall’anonimo antifascista che nel 1944 pubblicava l’opuscolo “Il fascismo non è mai esistito”, dice Gentile nellanora editoriale all’edizione originale Laterza, all’“illustre intelletuale antifascista” che nel 1994 dichiarava “il fascismo è eterno” – Umberto Eco? nel 1995.
Emilio Gentile, Storia del fascismo – 14. Masse e regime, pp. 156, ill. € 14,90