sabato 12 agosto 2023

Michela dannunziana

“I figli nascono con le ali  e poi volano via, nessuna mamma ha il diritto di fermarli”, la mamma di Michela, Costanza, trova queste parole in morte della figlia che l’aveva ripudiata: non è la donna vilipesa, rifiutata a diciott’anni per una mamma de anima “più vigile di quella naturale”. Michela andava di corsa, e il sacrificio della mamma, quella vera, era parte della partenza. Ha vissuto come in teatro: ha voluto essere una scrittrice che si rappresentava, e lo ha fatto fino all’ultimo – malgrado, s’immagina, le sofferenze. Il funerale, la parte voluta, personale, e quella politica, ne è epitome.
Il modello inevitabile è D’Annunzio: uno modesto, come lo sono i tempi, con la tv e i social invece dei campi di battaglia, ma ben della vita e le opere come rappresentazione.
Anche per l’aspetto intellettuale: presente su tutte le sfide, con animo intrepido, anche “incosciente”, oltre l’ostacolo. Di una intellettualità della sfida (“provocazione”) invece che della riflessione, come poi l’intellettuale si era configurato, nel secondo Novecento. Parte anche lei di quel mondo di passioni e avanguardismo che politicamente mostrava di aborrire - i social hanno solo cambiato la maniera di mostrarsi e imporsi, l’animo e il messaggio sono gli stessi, arditi e intrepidi, il cuore oltre l’ostacolo. Ma, senza volerlo?, senza saperlo?, anticonformista per essere tradizionalista: familistica, senza il sesso-ossessione, e religiosa. Attorno al nucleo centrale della vita umana, la generazione. Senza la riproduzione, che caratterizza il femminile. Quasi monacale. Le adozioni celebrando invece del concepimento, dematerializzate (desessuate), spirituali (di anima), al punto da eliminare il legame di sangue, il concepimento e il parto. Un legame libero, per scelta, invece che obbligato, di sangue, ma pur familiare - il Cristo non aveva fatto la stessa scelta?. avrebbe potuto obiettare, ma si accontentava di applicarla - niente polemiche quando si riscopriva catechista. 
Non una letteratura eversiva  la sua, queer o dei diritti, anzi tradizionale, ma il racconto di un tipo umano diverso. Di un tipo diverso oppure irrisolto. Più questo, al calcolo delle possibilità (a uno sguardo sulla contemporaneità, per quanto sbilanciata sulle innovazioni sociobiologiche). Asessuata di fatto, e familistica – c’è una sesuomania, o fobia, asessuata di fatto. O familistica, ma asessuata. E materna ma contro la gravidanza. La maternità limitando all’adozione - seppure formativa più che materiale, l’adozione “di anima”. Spirituale e non materialista, al punto da eliminare, col rapporto sessuale fisico, il legame di sangue, la parentela genetica, la compartecipazione fisica - la convivenza, malgrado la socievolezza. Religiosa – coraggiosamente anticonformista. La vecchia monaca di casa.
Saperlo l’avrebbe indispettita? Lo sapeva e lo voleva. Oltre i racconti, tutti molto notevoli, questo suo modo d’essere sarà il lascito più duraturo – non si dirà “murgiano”, ma ma sarà come se. 

MIchelangelo femminista, Michela meno

Ripubblichiamo la recensione di uno dei libri più importanti di Michela Murgia, del 20 maggio 2011

 
Michelangelo, bambino senza madre (e senza padre), fu sempre femminista, affettuoso, giocoso, malinconico, appassionato, didascalico perfino e programmatico. La Madonna è soggetto privilegiato d’altra parte nelle lettere e le arti: “De Maria nunquam satis”, secondo il motto di san luigi Maria Grignion de Montfort. E la cosa vale pure per Stefano De Fiores, conterraneo di Corrado Alvaro (al quale ha dedicato numerosi e importanti scritti, soprattutto per i rapporti familiari), sacerdote, mariologo, professore al Marianum di Roma, un bambino che invece è cresciuto con la madre, orfano di padre a cinque anni. Autore di una vasta serie di studi mariani, rielabora qui i suoi lavori precedenti in connessione con Michelangelo: la rilettura della figura di Maria nel “Giudizio universale” del 1993, e nel 2007 la lettura femminista che Michelangelo fa nel giudizio della genealogia del Cristo. Ma il personaggio non è più popolare, in una con la verginità, e anche con la maternità - che si vuole responsabile ma di più è rifiutata. 
Questa sparizione è una delle chiavi della modernità, tanto più dopo il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, acceso e forte marianista. che per tanti altri aspetti è beatificato e rimane vivo nella memoria. Ma non viene indagato, non in questa chiave, nemmeno da Michela Murgia.
Anche la sue “apparizioni” ne testimoniano la scomparsa. La misura si rileva al confronto con la tradizione. Maria è stata il soggetto prediletto delle arti nell’umanesimo e il rinascimento, figurazione costante di tutti i pittori di tutte le scuole. Nonché della poesia: circa 1.200 inni in latino censisce De Fiores, sui tempi del parto e del pianto della Vergine. Al punto da rovesciare da sola la lettura ancora canonica del Rinascimento, quella di Burckhardt, che ci vede un rovesciamento del medio Evo e un ritorno al paganesimo, o una prefigurazione del laicismo e quasi dell’ateismo. Maria come “la donna creatrice di vita e custode della morte” (Charles de Tolnay), e nell’Annunciazione la bellezza vergine. Una devozione che è speciale, e non lo è: la dignità femminile era all’opera nel secondo Quattrocento e nel primo Cinquecento. De Fiores conta altrettante “Dignità” e “Eccellenze” delle donne quante se ne scrivevano di queste pubblicazioni alla moda, per gli uomini. Michelangelo è specialmente devoto, che il cardinale Ravasi dice “cantore costante e appassionato di Maria”. Dalle prime sue prove di scultore, e in tutta la storia umana, come egli la concepisce: “Nella Creazione di Adamo”, nota De Fiores, “Dio è accompagnato da una figura femminile, archetipo della donna immacolata che sarà Maria”. La genealogia di Cristo nella Cappella Sistina sarà maschile come, e con più intensità, femminile. De Fiores censisce undici rappresentazioni michelangiolesche della Madonna, in due tele e nove sculture (e in innumerevoli disegni, alcuni passati ad amici perché li trasponessero in dipinti su tela: Sebastiano Del piombo, Pontormo, Daniele da Volterra, Ascanio Condivi), tutte qui sontuosamente riprodotte, anche nei particolari. La prima fu, a quindici anni, la sua prima opera riconosciuta, lo stiacciato della Madonna della Scala, il tipo iconografico della Galaktotrofusa, la Madonna che allatta – soggetto del primo affresco cristiano, del II secolo, nelle catacombe di Priscilla a Roma. De Fiores le commenta tutte, con un avvertimento preliminare: “Michelangelo si stacca dalla tradizione medievale della Salve, Regina, per avvicinare Maria alla condizione umana”, la Madonna che allatta, che gioca, che piange. Sarà, il soggetto vero di Michelangelo, “l’unione infrangibile” tra il Figlio e la Madre. E dunque il mistero che non è mistero della maternità, il principio della creazione. Su questa traccia, la “interpretazione al femminile degli antenati nelle volte della Cappella Sistina”, saggio centrale del libro, è la novità maggiore. Il procedimento è semplice: raffrontare la genealogia di Matteo (1,1-17) con le figure di Michelangelo:”Mentre il primo evangelista offre una lista tutta basata su quaranta uomini di cui uno genera l’altro (recensisce solo cinque donne, Tamar, Racab, Rut, Betsabea,cui aggiunge Maria Madre di Gesù), con meraviglia si osserva che Michelangelo nelle lunette e nelle vele dell’ampia volta della Sistina aggiunge sempre una donna in qualità di madre o di sposa”. Un secondo studio affronta la sorprendente figurazione di Maria accanto al Cristo giudice, nel “Giudizio Universale”. Il primo progetto del “Giudizio” vedeva Maria interceditrice. In quello realizzato dopo qualche anno, invece, Maria sta accanto al Cristo giudice in raccoglimento, “secondo il modello della Venere rannicchiata e piuttosto passiva”. Per capire perché De Fiores parte da lontano. Dalla religiosità accentuata di Michelangelo nell’età matura. Insieme con Vasari fecero la visita giubilare delle sette chiese nell’anno santo del 1550, discutendo di arte tra una chiesa e l’altra. E dal rapporto specialissimo con Vittoria Colonna, la marchesa di Pescara. Donna appassionata, si può dire, della fede. Nell’ambito della “chiesa di Viterbo”. Della speciale religiosità coltivata dal cardinale inglese Reginald Pole a Viterbo, devozionale e teologica. E della predicazione di Bernardino Ochino, che molto ridimensiona Maria nella redenzione. “Un filo comune lega Bernardino Ochino, Vittoria Colonna e Michelangelo”, scrive De Fiores: “La convergenza nel proclamare la salvezza nel sacrifico di Cristo, i cui frutti sono attingibili solo mediante la fede”. Un filo non luterano, come voleva l’Aretino per invidia, ma ben dentro “l’area riformista cattolica”, attraverso Vittoria Colonna, sicura mediatrice, buona cattolica cioè (si veda qui il “Pianto della marchesa di Pescara sopra la Passione di Christo”). E seguendo forse il suggerimento del Verolano, il latinista maestro di Alessandro Farnese, papa Paolo III, il secondo definitivo committente di Michelangelo. Due disegni di Michelangelo per la marchesa attestano questa variazione dei ruoli, la “Pietà” e il “Crocifisso”. Nel secondo la novità è anche scritta, con la citazione del verso di Dante: “Non vi si pensa quanto sangue costa”. Maria così passa “nello stesso alone luminoso di Cristo, mentre prima (Michelangelo) la poneva supplicante dinnanzi a lui”, passando “da interceditrice a muta spettatrice”. Bizzarramente, si può aggiungere, poiché il colmo di fede va da un più a un meno: l’immagine (il ruolo) di Maria cambia, si ridimensiona, per la scoperta del “Christo, dolce, soave et tanto buono” di Bernardino Ochino, mediato da Vittoria Colonna. “Dall’opposizione tra una Maria misericordiosa e un Dio irato” del primo progetto, conclude De Fiores, “che rischiava di fare di lei una sostituta dell’amore divino misericordioso che salva, qui si transita verso una cristologia che mette in primo piano il Salvatore del mondo nella sua infinita misericordia e giustizia, e Maria come la prima salvata”. 
Ci sono limiti insomma al ruolo universale, femminista, di Maria: il sacrificio di Cristo alla fine è inattingibile, se non mediante la fede. Su questa impossibilità interviene Michela Murgia. Non scoppiettante come all’esordio, “Il mondo deve sapere”, sulle pene al call center, la nuova umanità. Ma brillante: il Dio che ha rovesciato i potenti e innalzato gli umili sceglie di fare di “una ragazza la massima complice della salvezza del mondo”. Maria è l’interlocutrice diretta dell’angelo, cioè di Dio. Quando la chiamata viene, è lei che chiede, accetta, fa: non c’è patriarcato. Nei vangeli è sempre determinata – caso unico, poiché tutti vi sono comprimari di Cristo. 
Ma poi si sperde, Michela: la chiesa fa di Maria una vittima, al meglio, senza carattere, eccetera. La chiesa è sempre quella, insegna sempre la gerarchia tra i sessi. Anche Woytiła, il papa marianista, con la scusa della diversità, tema caro pure al femminismo. Anche Michelangelo: nella sua famosa “Pietà” a San Pietro è una ragazza, il figlio morto sembra suo padre. E qui uno si è già perso. 
Michela Murgia esercita su Maria la sua irriverenza. Ne siamo capaci tutti, lei forse con più grazia. Ma la fede? Che se ne ricava oltre la bieca pratica femminista? Scherzo per scherzo, la donna è sempre inferiore al suo destino (al suo ruolo?) – come l’uomo del resto, il maschio. Un concetto meritava forse più sviluppo, su cui Michela Murgia s’intrattiene nella presentazione del libro più che nel libro: il ruolo della donna accudente. “Maria è l’archetipo della donna intesa come colei che cura, la cui vita trova il suo senso solo nel servizio dell’altro, vestale multitasking”, come ha detto a Marina Terragni. Esemplificando con se stessa: “Io sono una donna accudente”, che però non accetterebbe mai di doverlo essere. È un ruolo in espansione, con la crescita della popolazione anziana, e proibitivo più che mai, obbligato o volontario che sia. Ha cominciato a rifletterci Martha Nussbaum qualche anno fa (“Giustizia sociale e dignità umana”), ma c’è poco di nuovo, su questo il femminismo è in ritardo - perché non è più una cosa viva?
Stefano De Fiores, La Madonna in Michelangelo, Libreria Editrice Vaticana, pp.239 con nn.tavole, € 24 
Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi, pp. 170, € 16

venerdì 11 agosto 2023

Problemi di base amorevoli - 763

spock


“Ci devono essere sempre due per un bacio”, R.L. Stevenson?

 

“In amore ci si dà la caccia a vicenda”, E. Juenger?

 

“La libertà di caccia fa ormai parte dei diritti fondamentali”, E. Juenger?

 

L’amore è (non sarà) opera degli amanti?

 

“Si fa del male agli altri solo a guardarli – è l’amore che mi ha chiarito su questo punto”, A. Camus?

 

“In un certo senso, è meglio uccidere che far soffrire”, A. Camus?


spock@antiit.eu

Il Padrino è cosa americana

La saga del “Padrino” è un dì fenomeno americano, anzi dell’American Dream – Corleone-Marlon Brando è una sorta di principe della libertà di fare. “Con la pubblicazione del “Padrino” di Mario Puzo nel 1969, la passione  di vecchia data del pubblico americano per la mafia finalmente venne fuori. In pratica, era stata a lungo una parte accettata anche se minore della vita urbana americana, e un business che non impensieriva molto. In teoria rappresentava il crimine organizzato, il peccato, e lo squalo divoratore, quindi da esecrare pubblicamente. Ma J. Edgar Hoover, col suo fiuto abituale per i sentimenti reali dell’America di mezzo, attentamente evitò di sceglierla come un target, anzi si rifiutò di ammetterne l’esistenza fino a che il traffico di eroina non la rese, almeno per qualche tempo, impopolare”.
Recensendo il nuovo romanzo di Mario Puzo, “The Sicilian”, lo storico inglese ci trova questa differenza: che ”Il Padrino”, libro e film, era americano, molto americano, mentre “Il Siciliano” riguarda un personaggio di un’isola remota, una storia un po’ esotica, di uno che ha tutto per essere Robin Hood, se non che gli piace uccidere. Questo romanzo non ha attecchito e non attecchirà, conclude Hobsbawum dedicandogli da ultimo alcune righe, non ha niente di americano, e poi Robin Hood è Robin Hood proprio perché non assassina
E.J.Hobsbawm, Robin Ho
odo, “The New York Review of Books” 14 febbraio 1985, free online

giovedì 10 agosto 2023

Secondi pensieri - 520

zeulig

Accettazione – Fa la “realtà”. A partire da Dio – Dio esiste in quanto è accettato, in concorso. Il possibile diventa reale nel momento in cui è accettato. Per questo sono sostitutive (sostituite) realtà in comparabili: oggi i diritti in confronto alla divinità, perlomeno nella sua formulazione di comandamenti, leggi e doveri - o anche solo alla maternità, che invece è un “fatto”, fisiologico, sia pure sotto un che di “divinità” (arcano). È la realizzazione della potenza (potenziale, possibile).
“L’esistenza è il compimento del possibile” (Christian von Wolf), se e in quanto il possibile viene accettato, è fatto “realtà”.
 
Big Bang – Un’esplosione evoca una fine, non un’origine. Esplosione di una massa in qualche forma preesistente. Non c’è altra raffigurazione di un’esplosione che meccanica. Uno spazio che nasce dall’inesteso, un tempo dall’atemporale?
 
Coscienza – “In realtà al coscienza si può ricondurre a una serie di funzioni cognitive, cerebrali e corporee”, Riccardo Viale, “La Lettura”, 6 agosto. In realtà a una serie non esaustiva, è questo il busillis.
“La coscienza non è un hard problem, cioè un problema irrisolvibile….ma una illusione che nasce dalla sua dimensione e genesi religiosa”, id. Anche fuori della religione – p.es. Platone, p.es. gli stoici. In un’altra dimensione, forse non darwiniana – non darwiniana in senso stretto.
 
Dante – “L’idea che la perfezione debba essere priva di qualità sembra un paradosso. Questo riguarda anche il paradiso,  nel senso che ad esso furono attribuite qualità cui certo l’immaginazione non poteva rinunciare.  Il perfetto non può neppure avere un’immagine contraria che gli corrisponda, nessun rovescio. L’invenzione dell’inferno non dimostra nulla contro Dante, tuttavia attribuisce anche a lui una collocazione: extra muros della città eterna” – “certo, ogni descrizione del paradiso è inferiore alla sua” – E. Jünger, “La Forbice”, § 46.
 
Darwin – “È possibile interpretare anche la sua dottrina ad maiorem Dei gloriam” – E. Jünger, “La forbice”, § 117. Tutto era nel paradiso terrestre, nell’eden – anche “i denti veleniferi”, anche l’inquinamento, in potenza certo: “Pare dunque assurda la razione della chiesa contro Darwin”. E al § 144: “La teoria di Darwin non pone alcun problema teologico”.
 
Diritti – “I diritti dell’uomo, un concetto tuttora ideale e controverso”, E. Jünger (“La forbice”, § 207, ca 1987-1990). E non da un punto di vista reazionario o conservatore : “Una migrazione incontrollata dei popoli potrebbe essere esplosiva”.
 
Durata – In geologia ci sono terreni in cui si conserva “una certa instabilità sismica”: “In maniera simile si comportano, da un punto di vista geostorico, quelle regioni in cui il mito non si è ancora raffreddato”, E. Jünger, “La forbice”, §34: “I terreni migliori sono quelli in cui dominarono popoli che, come i Celti, gli Etruschi e gli Aztechi, sono certamente scomparsi da un punto di vista politico, e tuttavia continuano ad abitare quelle terre”,
Jünger seguita facendo il caso dell’ “Asia Minore prima di Alessandro, e addirittura prima di Erodoto”. E di “Alicarnasso, il Libano con il sangue di Adone, l’antica Persia”.
 
Imperialismo – Quello coloniale è stato popolare da ultimo, nella decadenza, per un nazionalismo di rivalsa. La decadenza è epoca di colpi di coda. Nel suo fulgore è sempre stato iniziativa e interesse di pochi, contro le aspettative e le critiche dei molti, accompagnandosi comunque alla guerra, a forme belliche. Dei pochi per interesse, o per disegno politico, di conoscenza? Per entrambi, la ricerca del mero interesse non ne giustificherebbe i costi.
Inumazione – È soltanto umana. Prossima alla humanitas (humare, humanitas?)
come nome-funzione, come segno distintivo. Come conservazione, fino alla fine dei tempi più che al consumo della carne, delle ossa? Come memoria – segno memoriale. Finché dura la memoria dei viventi.
 
“1984” – “Da tempo abbiamo ormai superato 1984 di Orwell”, E. Jünger, “La forbice”, § 73 (1987-1990 circa): “La tecnica ha raggiunto le dimensioni di un linguaggio mondiale e questo fa sì che la partecipazione sociale dell’individuo assuma in misura crescente un valore statistico”.


Paternità – Era totale dunque nel diritto e la pratica romane. Era totale in linea patrilineare, sui figli maschi. Il potere era temperato invece su moglie e figlie, anche sugli schiavi.

Il potere del ladre sul figlio era temperato a sua volta dal parricidio. Praticamente “libero”, non perseguibile.
Si poteva diventare padri – cioè capifamiglia - anche infanti. Bastava essere maschi.


Psicoanalisi - “I giudizi negativi che nella nostra epoca vengono dati spesso alla scissione della personalità non sono altro che un cumulo di sciocchezze. Tale scissione si manifesta come uno dei principi che governano il mondo, nel bene oltre che nel male”. – E. Junger, “Un incontro pericoloso”,73-74.
 
Purgatorio – Recente nel cristianesimo, ma la transizione è ovunque, nei riti. I culti lo prevedono tutti, come traversata dello Stige, peregrinazioni in Egitto, viaggi di Maometto, il ponte di Sirat.  Le Goff, che ne ha legato l’istituzione nel cristianesimo al commercio delle indulgenze è probabilmente nel giusto storicamente, ma l’esigenza era comune: ci vuole una transizione dal tempo all’eternità.


Record – L’affondamento del «Titanic» fu il cattivo presagio dei nostri giorni”, riflette E. Jünger a fine Novecento  (“La forbice”, §56), che dice epoca di chimere, non di buon auspicio o presagio (“la chimera è un fenomeno del mondo titanico”). E commenta: “Il concetto di record era estraneo alle Olimpiadi e ai loro giochi, a differenza dai nostri.”


Storia – “La storia non ha alcuna meta; essa esiste” – E. Jünger, “La forbice”, § 168

“Una frase di Agostino, di cui non ricordo precisamente la collocazione, dice che tutto il nostro lambiccarci su ciò che era prima serve solo a riempire i manicomi, e Umberto Eco, in un saggio di cui mi sto occupando giusto stamattina,il 4 giugno 1988, dice che ogni tentativo di fondare un senso ultimo conduce nell’insensato e sottrae al mondo il suo mistero”– id. § 173
 
“La cultura non risulta dalla storia, ma ne è il presupposto” – id. § 263.
 
zeulig@antiit.eu

Alla scoperta dell'America

L’America non lo attrae, New York, ma lo sorprende. Per il traffico ordinato, senza polizia agli incroci.”Un paese che si coccupa veramente dei bambini. E degli adolescenti. Istijntivamente generoso (la prima conferenza a New York ha un ticket d’ingresso: alla fine si annuncia che l’incasso è per i bambini francesi – siamo nel 1946: uno spettatore propone che all’uscita ciascuno dià di nuovo la stessa somme del ticket, ma “tutti danno molto di più”). “L’ospitalità, la cordialità è dello stesso tenore, immediata e senza ritorno”. Ma l’impressione è forte di “repressione e di terribile esasperazione sessuale”. Con il razzismo: “Abbiamo inviato in  missione qui un Martinichese. Lo hanno alloggiato a Harlem. Rispetto agli altri colleghi francesi, nota per la prima volta che non è della stessa razza”. Il viceversa è anche vero: “Nel bus, un americano medio si alza davanti a me per cedere il posto a una vecchia signora nera”. Ma ha l’“impressione he solo i negri ci mettono la vita, la passione e la nostalgia in questo paese che colonizzano alla loro maniera”.
Le note di viaggio, negli Stati Unti da marzo a maggio 1945, e in America del Sud, essenzialmente il Brasile, da giugno ad agosto 1949. Che Camus ha lasciato specialmente curate, in vista di una pubblicazione. Molti appunti del viaggio in Sud America sono confluiti nel racconto “La pietra che cresce” (nella raccolta “L’esilio e il regno”) e nelle divagazioni “Il mare da vicino”.
Con alcuni peosonaggi, in navigazione, specialmente femminili, attraenti, o bizzarre. E a New York “la moglie di Saint-Ex., una delirante” (a pranzo, “racconta che e San Salvador suo padre ha avuto, da 17 legittime, quarantatré bastardi, di cui ciascuno ha ricevuto un ettaro di terra”). Ma soprattutto il futuro grande amico Nicola Chiaromonte. Che vede sempre insieme con Rubé (Borgese?).
Note di cose viste, ma anche molto autobiografiche. Di persona attraente, ai suoi trent’anni, con un occhio per tutte le donne che incontra, conscio del suo glamour intellettuale, e sempre sportivo. Ma valetudinario, in Sud America passa da un’influenza all’altra, è insonne, è depressivo – in due occasioni scrive di avere pensato al suicidio. E, all’improvviso, oscuri, faticosi, risvegli: “Vivere, è fare male, agli altri, e a se stessi attraverso gli altri” - per la crisi con la moglie Francine, da innamorateto di Maria Casarès? Sembrerebbe: “Perseguitato dall’idea del male che si fa agli altri solo a guardarli. Far soffrire mi è stao a lungo indifferente, bisogna confessarlo. È l’amore che ni ha chiarito su questo punto”.
Il viaggio è specialmente affollato, vivace, in Brasile, anche se spesso solo di macumbe e condomblé folklorici, mentre non ama Bueos Airesa, a Montevideo viene trattato male e in Cile è ostaggio di una delle solire proteste sindacali, come sempre violente. Ma trova sempre spunti d’interesse, anche soo nella spuma del mare o nei colori del sole, personaggi ad altorilievo, e  letterati che lo intrattengono di grande spessore, Murilo Mendese,Victoria Ocampo, altri di minor nome. Curioso semrpe delle donne,  per lo più belle e simpatiche, “alcune anche si propongono direttamente”. Anche se dei due viaggi per conferenze quello in Sud America è piuttosto disorganizzato.
In America Latina la scoperta precoce di quello che sarà il Terzo Mondo, pur provenendo Camus dall’Algeria: uno stato di estrema povertà, accanto ma “separato” dal paese che prospera e si arricchisce.
Due testi separati, riuniti nell’edizioncina francese a fini editoriali. Molti nomi sono dati con iniziali dallo stesso Camus, alcuni, anche significativi, senza nemmeno iniziali – “il più grande” poeta brasiliano. Al primo viaggio Camus è un giornalista di fama, ma un autore ancora incerto, e per questo è sorvegliatissimo, anche perché il gironale, “Combat”, di cui è l’animatore, esibisce il testatina “Dalla Resistenza alla Rivoluzione”. E tuttavia anche in America un viaggio da “vedette”, molto accudito, da personaggi eccellenti, per conferenze in college prestigiosi, Vassar, Harvard – come più tardi altri ne farà da vedette in Italia, auspice Chiaromonte, e in Grecia.
Albert Camus, Journaux de voyages, Folio, pp. 131 € 6
Diario di viaggio in America del Sud
, Città Aperta, pp. 83 €15

mercoledì 9 agosto 2023

Le cattive abitudini del governo con le banche

A colpo d’occhio, i governi italiani ci hanno sempre provato con le banche, con eccezione di Bpm, Intesa e Unicredit. Provato a disintegrarle – con Bmp in verità ci hanno provato, ma il banco ha resistito. I governi italiani del Millennio. Licenziato Fazio, si sono sbizzarriti nelle più varie manovre – accorpamenti, spezzettamenti, chiusure, aperture, e credito facile. Col solo effetto di fallimenti e parafallimenti, dalle banche del Centro-Italia, Mps compreso, al Veneto, e fino alla Popolare di Bari.   
Fazio è il governatore della Banca d’Italia che con cautela era riuscito nell’impossibile traversata delle banche dalla politica (banche Iri, casse di risparmio, Popolari) al mercato. Col miracolo Unicredit – se si guarda alle componenti – e anche del gigante Intesa, benché imperniato sulla Commerciale. Poi Bazoli, il patron di Intesa, ha voluto Fazio impiccato, compagnucci della parrocchietta e tutto, perché gli aveva impedito di prendersi anche Generali, e l’opera incompiuta è finita in un mezzo disastro.
In Italia non c’è alternativa fra i governi delle banche (obbligo di conto corrente Monti, obbligo di carta di credito Draghi) e il giustizialismo, di sinistra e ora di destra? Si dice questa la politica dell’uomo della strada – “il banchiere è una sanguisuga”. Che però in questo caso anche lui si sente offeso, ha il suo modesto conto corrente anche lui. La tassa non è stata popolare, e fa paura.
Sembra un controsenso: la banca non è la nemica del popolo? Ma funziona così; “Non mettere le mani in tasca”, come diceva il buonanima.

Fine anticipata della vacanza

In consiglio dei ministri è il ministro dei Trasporti ad annunciare una supertassa sulle banche. Non il ministro dell’Economia e delle Finanze, che supervede al fisco, non il presidente del consiglio: un ministro che non c’entra. Se non perché è il capo della Lega. Anzi, solo perché si chiama Salvini, e fa quello che vuole, forte di un suo partito.  
La tassa probabilmente non inciderà sul patrimonio delle banche – sarebbe da galera. È stata imposta solo perché la Spagna, socialista, l’ha imposta qualche tempo fa - ma in accordo con le banche. Imposta di autorità e in fretta. Il fisco si vuole prudente e prevedibile. Ma per Salvini non fa differenza, ha fretta, di mostrarsi capo del governo.
Meloni, che pure si vede confabulare da pari a pari, malgrado la statura, con i potenti della terra, con Salvini non ci sa fare. Finché Salvini è stato buono, nove mesi, le cose sono andate. Ora non più, partita la campagna elettorale per le Europee, che sono fra nove mesi. Soprattutto non sarà facile per il Paese: per l’indebitamento, per la produzione e la produttività, per i problemi internazionali (i migranti, la Cina, la guerra, il Pnrr). Meloni in questi mesi è come se avesse corso, sempre indaffarata, ma era in vacanza, di potere. Che abbia fatto tutto Salvini, abbia fatto tutto per metterla in ombra, come una piccola figurante, prefigura però tutta una diversa Meloni, piccola in tutti i sensi, una che non può, e forse non sa. Ma in quale governo un ministro si alza e impone una tassa? Non nel governo italiano, che costituzionalmente è consiliare, di cui il capo è solo presidente - una debolezza doppia nella fattispecie?

Sordi umano, fa il padre

Vent’anni dopo avere rifiutato “Il sorpasso” di Dino Risi (il ruolo andò a Gassman), Sordi pentito ritenta l’operazione sfruttando il giovanissimo Verdone, reduce da “Un sacco bello”. Si viaggia sempre lungo l’Aurelia, il legame è paterno (la scoperta del figlio), i luoghi sono incantevoli, e  le ragazze, con molte battute e gag carine, ma l’effetto non è lo stesso.
Un ruolo diverso per Sordi, non più da imbroglioncello, ma è solo un film onesto: padre e figlio ventenne buon annulla e un po’ stolido, osservatore di gabbiani, si scoprono. Sordi non è Risi e ne viene un copione di bontà.
Alberto Sordi, In viaggio con papà, Rete Quattro, Mediaset Infinity

martedì 8 agosto 2023

Attentati ai treni

Gli attentati ai treni sono sempre stati opera di neofascisti, da Tuti in poi. Anzi dall’attentato alla Freccia del Sud, il treno dalla Sicilia a Torino, il 22 luglio 1970, a Gioia Tauro, con sei morti e una sessantina di feriti. Una tecnica diventata tattica, organizzata, due anni dopo, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972, con la serie di ordigni, esplosi e non esplosi, lungo le ferrovie in varie dislocazioni, da Latina a Gioia Tauro, per sabotare una manifestazione dei metalmeccanici a Reggio Calabria contro i boia-chi-molla.
A Bologna quindi il 2 agosto 1980 si disse subito di si, la strage è fascista. Ma subito dopo di no. Poi ci fu Cossiga, col suo abitino di seminatore del dubbio, o “rottamatore” un po’ bipolare, che nel 1991 disse che non erano stati i fascisti. E dietro Cossiga si mosse molta intellighentsia di sinistra. Infine sono emersi i telegrammi del col. Giovannone, l'uomo dei servizi a Beirut, col suo accordo di non belligeranza col terrorismo palestinese, allarmato da un’ennesima scissione, segnalando una o più “schegge impazzite”.
In verità, l’accordo di Giovannone (e Eni, e altri: ospedali e aiuti umanitari in cambio di protezione contro il terrorismo) con Arafat e l’Organnizzazione per la Liberazione della Palestina non aveva protetto l’Italia, a Fiumicino e altrove. Ma non c’è mai stata una forma di terrorismo palestinese come quella di Bologna. E sui neofascisti per Bologna grava la condanna giudiziaria.
La condanna è un fatto. Ma in mezzo a tanti misfatti, per primo il tortuosissimo processo (più processi) per piazza Fomtana - contro ogni evidenza (per prima la pista anarchica voluta dal commissario Calabresi). Il dubbio quindi ci sta. Per ora la strage alla stazione è dei neofascisti. Ma indagare non dovrebbe nuocere.

Sicilia in allegria

Una Sicilia che si prende in giro. Sulla mania dei primati: i Lestrigoni, giganti, il re Artù nell’Etna, Shakespeare di Messina (questa è rubata: Shakespeare-Florio-Crollalanza era di Bagnara in Calabria - ma è vero che Messina-Palmi-Bagnara facevano nel Cinquecento città metropolitana, lo Stretto). Sulle bellezze: non c’è immagine non curata per essere “bella”, ma nessuna immagine obbligata dell’isola. Sulle spiritosaggini: un racconto pieno di gag e battute, ma senza parere. Le suore smmozzatrici, a tariffa. L’isola avvelenata, dove il pane è di segale cornuta, droga naturale - ma solo la sera, un panino a testa. La mafia dello Speedy Pizzo. E l’ecologia: la setta cui Dimartino è affiliato coltiva la metamorfosi in alberi. Con Vecchioni che fa il complottista. E Erlend Øye se stesso.
Il duo di cantautori Colapesce-Dimartino si fingono divisi dopo Sanremo 2021, e il successo di “Musica leggerissima”, e si riuniscono per un film sulle leggende della Sicilia, che viene pagato profumatamente (“ah, i tempi della ‘Piovra’ con Michele Placido, quanti bigliettoni in nero”). Una rivisitazione della Sicilia da completare in otto giorni. E all’avventura i due ex soci s’imbarcano, ogni giorno una diversa. Il torneo di poesia dei Nebrodi. L’anello miracoloso perduto in mare. E la ricerca del Graal che si manifesta una teiera.
Un omaggio alla Sicilia. Colapesce e Dimartino, con la complicità di Nicolosi, psichiatra e videomaker, ripercorrono eleganti le tracce dell’assurdo fatto in casa, di Franchi e Ingrassia, Ficarra e Picone, di Angelo Musco a suo tempo, o di Turi Ferro. Une vena isolana fertile. In fondo, lo abbiamo dimenticato, lo stesso Pirandello era all’origine e al fondo uno scrittore comico - satirico, ironico, scherzoso - e uno che tanto ebbe a scrivere, e non definitivamente, sull’umorismo. Sullo sfondo di una  Sicilia non canonica, ma senza un’immagine che non sia bella.
Un film d’autore. Che Nicolosi avrebbe ideato su un libro di fiabe siciliane, dice, ricevuto in dono da Dimartino – soggetto e sceneggiatura figurano di Nicolosi, Colapesce e Dimartino. Di suo il regista lavora con immagini veloci, dei protagonisti , visti dall’alto più che frontali, o dal basso, o laterali, quasi voci narranti, voci-quadro, e immagini invece che s’impongono come in una galleria. Con molto ritmo, un montaggio secco, svelto.
Zavvo Nicolosi, La primavera della mia vita, Sky Cinema

lunedì 7 agosto 2023

Problemi di base bellicosi - 762

spock

 
La guerra fa bene a chi?
 
Le bombe intelligenti sono opera di un filantropo?
 
E le bombe a grappolo?
 
E quelle al neutrino, che colpiscono solo l’uomo?
 
Quando Alessandro Magno, Attila e Oppenheimer si pentono, è per andare in paradiso?
 
L’odio nasce dalla guerra, o la guerra nasce dall’odio?
 
spock@antiit.eu

Il poeta è un minatore

La poesia è “puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi e portare al giorno quei mondi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù”.
Il poeta è un minatore. È poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva “las secretas galerias del alma”. Perché “quanto più il poeta s’immerge nel propri io tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo”.
In una collana chiamata “Piccola biblioteca di letteratura inutile” una conferenza di Giorgio Caproni, nel 1982, a Roma, nel teatrino “Flaiano” a Santo Stefano del Cacco, sulla sua poesia (in occasione dell’uscita di una sua raccolta) e sul poetare in generale. Curata da Roberto Mosena, con un saggio di Flavio Santi, ma raccolta da Pietro Tordi. Un attore che andava a caccia di voci sula poesia: non mancava accademia, circoli, librerie, teatri dove se ne parlava, e registrava gli interventi. 
Oggi siamo tutti poeti, da TikTok in su, anzi da whattspad: un male non può essere, anche se senza “scavare” molto - meglio una poesia social come viene, che niente?  
Giorgio Caproni,
Sulla poesia, Italo Svevo, pp. 72 € 13

domenica 6 agosto 2023

Ombre - 679

“Turisti in calo fino al 30 per cento”. Turisti italiani – non si fa più vacanza, o allora per due terzi degli anni precedenti, non si può. Ma fatturato di settore in crescita di 1,2 miliardi. È l’indice vero dell’inflazione. Che non è al 6 per cento, e nemmeno al 7, chiunque faccia la spesa lo sa, i prezzi sono più che raddoppiati – dei vegetali anche triplicati. Un residente a Roma che esca a pranzo o a cena si meraviglia che ancora tanti stranieri possano fare turismo in Italia.
 
Sei procedimenti giudiziari, penali e civili, a carico di Trump sono stati scaglionati nei diciotto mesi fino al voto presidenziale di novembre 2024. Difficile non vedervi un’agenda politica. Negli Stati Uniti Procuratori di giustizia sono di nomina politica (governatoriale o presidenziale). Ma nessun giornale lo ricorda. Né si disse al tempo del Russiagate che era un dossier, pagato, commissionato a una ex spia inglese dalla campagna elettorale di Hillary Clinton, con la complicità della Cia. La democrazia si accompagna alla giustizia politica?
 
Domenica è “Tensioni su Reddito e Pnrr”. Lunedì è “Rialzi e tensioni su prezzi e tassi: rischi sulla ripresa”. Martedì è “Rallenta la crescita italiana”. Mercoledì è “Battaglia sui fondi dl Pnrr”. Giovedì “Reddito, alta tensione in aula”. Venerdì, “Scontro su salario e prezzi”. A corpo 48, in prima pagina, del giornale più diffuso. Di cui niente è vero. Neanche come pettegolezzo: sono cose che che non interessano a nessuno. Forse ai parlamentari? Ma i parlamentari non leggono, non hanno tempo, i cellulari non gli lasciano un secondo – e poi li hanno ridotti, ora sono solo seicento. Interesseranno ai padroni dei giornali, per ricattare il governo?
 
Commemorandosi la strage di Bologna, i titoli sono per Mattarella: “Accertata la matrice fascista”. Cosa che ogni presidente ripete da anni, da quando i tribunali l’hanno dichiarata. Mentre la notizia sarebbe che a dire “la responsabilità di questa strage fascista, neofascista” è stato Larussa, che è ora il presidente del Senato, ma tiene o teneva in corridoio in casa il busto di Mussolini. È come se non si volesse passato il neofascismo, e nemmeno il fascismo.  Anzi, non è “come se”, è proprio così, perché non ci sono altri argomenti. Ma di fascismo “non si campa”.
 
La Grande Mobilitazione annunciata (sperata, invocata) a Napoli, a Pisa, a Milano (a Milano, il reddito di cittadinanza?)  contro il governo per i controlli sul reddito di cittadinanza non c’è stata, ma non si dice. Pochi ai sit-in. Ma se ne mostrano solo gli striscioni, non i partecipanti. Che sono gli impiegati Cgil e Usb, i comitati di base (i 5 Stelle fanno la voce grossa solo sulla tastiera, non si scomodano ad andare in piazza).
 
Politicamente, non sarebbe utile dire invece che non è una partita poveri-ricchi ma onesti-furbi – i quali, essendo furbi, non si sono presentati in piazza. Onesti essendo i percettori del reddito di cittadinanza con diritto.
 
“Le aveva rubato le chiavi di casa e si era nascosto nell’armadio della stanza da letto. Ha aspettato che si addormentasse e poi  l’ha assassinata colpendola  alla gola con un coltello. I pm che indagano sul femminicidio di Cologno Monzese potrebbero contestare a Zakaria Atqaoui anche la premeditazione”. Perbacco!
Il “Corriere della sera” scopre il garantismo in prima pagina. Con ben due redattori.
 
Il giorno prima lo stesso giornale scopriva che, finita in gloria la drammatica, tragica, vitale rata di luglio del Pnrr, altre nuvole si addensano sulla scadenza di dicembre, per la penna addirittura di Fubini, che pure conosce le lingue: “Evasione e giustizia, le preoccupazioni di Bruxelles sul Pnrr. Sotto esame le modifiche richieste e la quarta rata di fine anno”. Ora, delle due l’una: o questo Pnrr è funesto (morboso, sospettoso). O la Commissione di Bruxelles è un po’ depressa, che sempre sta in ansia per l’Italia. Anche a Ferragosto.

Il cambiamento in foto

Fino al 20 agosto una larga esposizione di molti fotografi di varia provenienza, e con varie narrazioni. Al centro la collettiva del titolo, che si vuole “l’unico programma al mondo di fotografia sul cambiamento climatico basato su dati concreti, gestito da Climate Outreach, un team di scienziati sociali e specialisti della comunicazione”. Nell’insieme, la documentazione del cambiamento in atto, non sempre nelle migliori intenzioni.  
Star della mostra il fotografo tibetano Xiangyu Long, sulla rapidissima trasformazine del Tibet. Per effetto anche della globalizzazione e dell’omologazione, ormai parte del “continente” Cina.  Curioso il suo “Tik Tok in Kham”, la vicenda di un pastore tibetano di yak diventato un influencer su TikTok, che trascina al cambiamento tutta la comunità dove vive.
Gabo Caruso, argentina, segue la transizione di genere di una bambina, Cora. L’austriaco Klaus Pichler documenta con “The Petunia carnage” l’insensibilità alla natura. L’inglese Arianne Clément, con la serie di foto “The Art of Aging”, va controcorrente, mostrando pose naturali e svelte di persone anziane, fatte di semplicità, grazia e perfino sensualità. Michele Martinelli, il documentarista lucchese, con “Far South” fa vivere il carattere imponente, segreto della Sila.
Due mostre complementari. “Identità e comunità” del collettivo Vaste Programma (Giulia Vigna e Leonardo Magrelli i fondatori, nel 2017) sulle immagini dei nuovi media. E “Anni interessanti” dell’Archivio Luce-Cinecittà, per la cura di Enrico Menduni, che documenta l’Italia negli anni dal 1960 al 1975.
Il Fiumefreddo Photo Festival alla seconda edizione si allarga alla vicina San Lucido e si fa Fotografia Calabria Festival.
Associazione Pensiero Paesaggio, Climate Visuals, Fiumefreddo Bruzio-San Lucido