sabato 19 agosto 2023

Cronache dell’altro mondo – presidenziabili (244)

Si apre una campagna per la presidenza degli Stati Uniti all’insegna del giudiziario, A carico di entrambi i probabili concorrenti, Trump e Biden. Di più naturalmente a carico di Trump, sottoposto fino ad ora a quattro o cinque procedimenti (i capi d’accusa sono “otto dozzine” secondo “The Atlantic”),  che dovrebbero tutti andare in giudicato sotto elezioni, a settembre-ottobre 2024. Per l’assalto dei trumpiani al Campidoglio il 6 gennaio 2021, e per varie altre motivazioni. Contro Biden per presunti coinvolgimenti nel traffico internazionale di influenze (in Ucraina e in Cina) del figlio Hunter.

A otto mesi dalle primarie e a quattrodici dal voto, Trump però è in ascesa nei sondaggi, Biden in calo. Il tasso d’approvazione di Biden è basso, attorno al 40 per cento, e in flessione. E la sua ricandidatura non riscuote consensi ampi nei sondaggi degli elettori Democratici dichiarati: attorno al 25 per cento si dice a favore. Nei sondaggi fra gli elettori giovanili di simpatie Democratiche, fra i liceali e gli universitari, ben il 60 per cento si dice a favore di un nome nuovo. Verso il 60 per cento dei consensi va invece Trump nei sondaggi sugli orientamenti repubblicani.

La previsione è che, se non in tutti, in qualche tribunale

Trump sarà condannato,quindi politicamente “azzoppato”

– in uno, in Georgia, a opera di una Procuratrice

Democratica, Fani T.Willis, la sua eventuale condanna non

sarebbe “perdonabile” presidenzialmente, poiché la

giudice ha avuto l’accortezza di montare una causa statale

– su cui la presidenza non ha giurisdizione –e non federale.

Trump invece si fa forte della persecuzione giudiziaria

Democratica subita durate la sua presidenza, 2016-2020,

col Russiagate. Un falso processo montato su un falso

dossier, commissionato in campagna elettorale dalla

contendente Clinton a una ex spia inglese.  

Le pene dello sradicamento, con humour

“Ai genitori e alla sorella”, all’India in realtà, la raccolta di racconti è dedicata. Nel tentativo di “capire ciò che non afferravo”, spiega l’autrice a Missiroli nell’intervista che introduce la riedizione: “I miei genitori soprattutto. Mi amavano molto, mi proteggevano, ma io ero già divisa e ricordo di essermi sentita straniera anche con loro”. Una differeza, o scissione, che non è così semplice come sembra – uno emigra e per qualche tempo si trova a disagio, non di qua e non di là: “È un dolore importante che provo a elaborare qui e in tutti i miei libri. Fa parte del mio malanno, e della sua cura”. Ma è una celebrazione in realtà dell’India trasvolata, al di qua degli oceani: dei belletti, i colori, le capigliature forti, i sari, dell’inanità delle mogli, che hanno pure cura di sé ma si spendono a occhi chiusi nelle faccende domestiche. Specialmente della miriade di cibi di quella formidabile cucina: si preparano, si cucinano, si mangiano e si sgranocchiano a ogni pagina.
Una scrittura, senza eccessi, divertita in realtà, e divertente. Il tratto è crepuscolare – di quella remota stagione minimal anticipata di mezzo secolo che l’Italia gha avuto nel dopoguerra, con Marino Moretti e pochi altri.
Dieci racconti di un mondo che è stato il suo, dell’autrice, ma lei non ha “vissuto”, se non a distanza – è il ragazzo, Eliot, lasciato alle cure dopo la scuola della laboriosissima, attentissima e impratica signora Sen che si è proposta a baby sitter. Cosmopolita per definizione ma più per bisogno, poiché senza radici. Di famiglia indiana, ma di nascita e di forma mentis, nonché inguaribilmente nostalgica (i genitori, i nonni, le sorelle, i fratelli, i nipoti, le feste…), di fatto trapiantata. Nata e cresciuta in Inghilterra, universitaria e scrittrice americana, da una dozzina d’anni romana, scrittrice italiana. La scrittrice della differenza come mancanza, come smarrimento. Racconti del “tipo” indiano, visto in filigrana, sul reagente americano. Non specialmente caratterizzato questo, solo quotidiano, “normale”.
L’interprete dei malanni, il signor Kapasi, lavora come guida turistica (“vado in gita”) il venerdì e il sabato, i giorni della settimana lavora presso uno studio medico. Fa l’interprete del medico, che “ha molti pazienti del Gujarat” ma non capisce il gujarati, che invece il signor Kapasi padroneggia, perché suo padre “era del Gujarat”. Nel racconto guida al Tempio del Sole a Konarak una coppia di americani con tre figli, che gli sembrano indiani ma non hanno e non sanno nulla dell’India, loro si limitano a venire ogni due anni a trovare i genitori che sono tornati in India con la pensione.
È di questa identità gregaria che l’autrice si è voluta liberare, scegliendo una ligua e un mondo terzi, l’italiano a Roma, una cultura classica? Qualche autoanalisi è in grado di produrre nell’intervista con Missiroli.
Jhumpa Lahiri, L’interprete dei malanni, “Corriere della sera”, pp. XIV + 225 € 8,90

venerdì 18 agosto 2023

La Germania arranca – vittima della guerra

Non solo i treni arrivano in ritardo, al punto da indisporre la Svizzera, che mobilia il trasporto su strada in alternativa nelle tratte passeggeri servite da treni tedeschi. L’economia nel suo insieme non funziona: ha registrato tre trimestri di recessione o stagnazione e potrebbe chiudere l’anno col segno meno.
Ha problemi l’industria automobilistica, con Volkswagen in prima posizione, sia sui mercati europei che su quello cinese. Ha problemi di mercato anche il settore delle macchine utensili, già dominante. L’“Economist” ha rifatto al copertina del 1999, "È la Germania di nuovo il malato d’Europa”. Con articoli tipo “La Germania da locomotiva a fanalino di coda”. Il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso un’analisi che vede in Europa nei prossimi anni la Gran Bretagna, la Francia e la Spagna fare meglio della Germania – e l’Italia che non si cita perché ha un governo di destra?
Il dato che l’“Economist” e il Fmi trascurano è che la Germania più di ogni altra economia è stata colpita dall’interruzione delle relazioni con la Russia e dalle sanzioni. I prezzi delle fonti di energia sono aumentati enormemente, indebolendo nel complesso gli investimenti. Mentre l’inflazione sul mercato dei consumi è già un problema politico, con l’estrema destra Afd gratificata dai sondaggi di un 21 per cento, livello iperbolico, solo 4-5 punti sotto il primo partito, la Cdu\Csu, i popolari.

Padroni e villani, malinconici

Padrone sì, e signore, ma se di un feudo in rovina, di villani impraticabili? Il ghigno di Malerba, l’autore del racconto, è la cosa migliore del film – benché appannato, coperto, essendo oggi scorretto. Altrimenti, il Medio Evo “fatto a medio Evo” non fa ridere. Non basta chiamare Bernarda la signora.
Il richiamo a Brancaleone, nella parlata, nelle stesse immagini, luci, costumi, ambienti, è perfino controproducente. “L’armata Brancaleone” di Monicelli non è un genere, è un caso, il miracolo – costoso anche, un grosso impegno produttivo? a scorrere la ventina di nomi del cast.
Francesco Lagi, Il pataffio
, Sky Cinema 1

giovedì 17 agosto 2023

Ecobusiness dell’architettura a perdere

Grande programma di riqualificazione dell’area delle Vele di Scampia si annuncia a Napoli. Non è la prima volta, da trent’anni o quasi si prospetta. Ma ora in clima di santità, da eden riconquistato: la “vela” B sarà ristruttrata per “servizi alla comunità” (un scuola? un asilo nido?), sull’area delle vele C e D, che verranno abbattute, si produrrà un miracolo verde. Decine di progetti di architetti e ingegneri si contendono le 400 nuove “unità abitative” previste. Si abbattono i vecchi apartamenti, di proprietà pubblica, per farne di nuovi, privati? Sarà uUna meraviglia: ci sarenno orteti e frutteti, che i residenti potranno coltivare liberamente, molti animali a scopo educativo, molti spazi aperti allo sport, dal jogging al basket. Insomma, un paradiso. E anche le nuove “unità abitative”: saranno costruzioni Nzeb, Nearly Zero Energy Building, che vuol dire ad alta efficienza energetica.
Non è la prima grande ristrutturazione, ingegneri e architetti sono volubili. Il consumo di materiali e di territorio che si è fatto per le loro “idee”, cioè i loro progetti, cioè i loro interessi, è stratosferico. L’ecobusiness dell’area Vele viene appena cinqunt’anni dopo le Vele stesse, costruzioni allora “utopiche”, da falansteri, da socialismo alla Fourier (in realtà sono durate molto meno: l’ultima Evela” è stata approntata nel 1975, la prima abbatturata è del 1997. E non solo a Napoli, anche a Roma (Corviale), a Bari (Ecomostri), e chissà dove altro.
La ricetta urbanistica è cambiare. Era durare, ora è cambiare: l’urbanistica si vuole volano degli affari. Oggi naturalmente ecologici – abbiamo avuto con gli ecomostri l’abusivismo di necessità, o per i ricchi il verde verticale, insostenibile. Tra idiozie o agudezas, e sperpero pubblico di denaro, salute, ambiente (territorio). Ricette fertili a Napoli come a Roma, città per eminenza della speculazione (eminenza in senso proprio, vaticana). A Napoli fu emblematico il caso del chiostro di Santa Chiara, un’area di quiete si direbbe edenica nel mezzo della città fatta spiantare da architetti e ingegneri, una vista orrenda, per piantarvi piante d’epoca – del Trecento? del Cinqecento? di uno o più vivai amici.

Gli Etruschi sullo Stretto

“Mentre noi pensiamo che i fulmini si verifichino perché le nuvole si scontrano, gli Etruschi ritengono che le nuvole si scontrino  proprio per inviare un messaggio divino”. Su questo carotaggio, semplice e approfondito, del mondo etrusco nel secondo libro delle “Naturales Quaestiones” di Seneca, si è voluto intitolare la mostra, e anche ordinarla: sulle forme di culto e di religiosità degli Etruschi. Perché a Reggio Calabria? Perché gli Etruschi non erano un mondo isolato, commerciavano con la Grecia e la Magna Grecia.
A Reggio, in particolare, sul semplice pretesto di ipotizzare che i vasi figurati calcidesi ritrovati in territorio etrusco potrebbero essere stati manufatti nella città dello Stretto, colonia calcidese, e non nella madrepatria. E per ridare smalto alla civiltà etrusca, che potrebbe essere di grande attrazione per vari suoi aspetti, ma ultimamente si è un po’ persa nell’opinione e negli scambi culturali. Una finestra aperta per le migliaia di visitatori ogni giorno dei Bronzi di Riace.
Una mosra piccola ma piena, di oltre 100 reperti, con didascalie semplici e perspicue. Organizzata dal direttore del museo reggino, Carmelo Malacrino, e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, che ha fornito statue, oggetti in oro, argento, bronzo, urne cinerarie, ceramiche figurate. E ottime glosse.
Le nuvole e il fulmine. Gli Etruschi interpreti del volere divino
, Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale

mercoledì 16 agosto 2023

Le quattro primavere

Le presenze a volte si mutano in tracce.
S’incontrava talvolta a Soroti, tra Tanzania e Uganda, sopra il lago Kyoga che il Nilo Vittoria si mette da parte, per una birra, o anche a Dar Es Salaam se andava in banca, e sempre assicurava che l’Uganda è il paese dell’eterna primavera:
- Viviamo tra quattro primavere, i fiori rifioriscono, l’erba è sempre verde.
Viveva in realtà solo. E quindi col problema di convivere con la famiglia della ragazza che a turno stava con lui, e con le gelosie degli altri clan:
- Saggiamente - diceva sereno della dote cui operavano nel fiore le ragazze.
Egli stesso non ambiva che a godersi l’esistente, ricavando dalla piantagione quanto basta a rifare il tetto, migliorare le terrazze, soddisfare le madri. Ma la libertà dei popoli è inflessibile e ora vive a Boccea, all’interno 47 del n. 124 da cui non esce, non sa camminare sull’asfalto, è sposato a una signora che fa l’infermiera, e ne ha avuto un bambino di cui non si cura. Sogna che Obote o Amin gli distruggano la modesta piantagione, incendiando la casa, anche se sono da tempo morti,
e in fuga tra scoppi di mitra e lampi di machete per foreste melmose su corazze di coccodrillo si salvi con la complicità dei vecchi compagni del Che, che lo mettono su un aereo senza bagaglio.

Ritorno alle fradici osche e greche

Un’opera redatta celermente, in pochi mesi nel 1889,  rimasta insuperata. A Laureana di Borrello, il paesino dove Marzano risiedeva. Pubblicata l’anno successivo sulla rivista “La Calabria”, un periodico letterario che Luigi Bruzzano editò per un paio d’anni. Dalla semplice conversazione con “la gente del popolo, in ispecie quella  che dimora nelle campagne”, Marzano, folklorista e lessicologo dilettante (porta il nome, secondo la Treccani, di un figlio nato nel 1459 a Eleonora, figlia di Alfonso V d’Aragona, re di Napoli, con Marino, duca di Sessa, principe di Rossano), si accorse che molte parole erano “gli avanzi, sebbene scarsi, della lingua del popolo primitivo che abitò queste contrade, del Popolo Osco”, e di più recavano “tracce delle sovrapposizioni e delle invasioni degli altri popoli, cioè del Greco, del Latino, dell’Arabo, del Francese e dello Spagnolo”.
Il ricorso al popolino è retorico, di prammatica: era l’epoca della divinizzazione, mazziniana, positivista, del Popolo. La stagione era anche fertile, oltre che per il folklore, per i vocabolari, soprattutto dialettali. 

L’opera recupera oltre tremila lessemi. In prevalenza derivati dal greco. Dal greco antico e non dal bizantino, Marzano anticipa Rohlfs – che terrà conto dello scavo di Marzano nel suo voluminoso “Nuovo dizionario dialettale della Calabria”.
Una riedizione curata, da parte delle pugliesi edizioni Grifo, e alla portata, non alle cifre elevate delle riproduzioni anastatiche. Con la prefazione che l’etnologo Raffaele Corso scrisse per la riedizione del 1928. E l’introduzione all’opera dell’editore, Franco Palascia.
Giovan Battista Marzano, Dizionario Etimologico del dialetto calabrese, Grifo, p. 317, ill. € 12


martedì 15 agosto 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto

Giuseppe Leuzzi

“Un Paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” - Cesare Pavese, “La luna e i falò”.
 
Ippolito Nievo, “Una scrittura di maschere per Carnovalone” (In “Storia filosofica dei secoli futuri, e altri scritti umoristici del 1860”), ha “la carta sughero degli aranci di Messina”. Nievo conosceva e aveva pratica della carta sughero prima delle arance – a nessun siciliano sarebbe venuto e verrebbe in mente di dire le arance carta sgughero.
 
In realtà le arance di Nievo erano imbarcate a Messina, dal porto, ma prodotte nel catanese e nell’agrigentino. Ora, non da ora, dal porto di Messina non parte più niente. Anche le navi militari lo disertano, gli incrociatori inglesi, le corazzate americane. Né la città ha organizzato il porto, come invece ha fatto Reggio di fronte, per l’accoglienza agli immigrati. La geografia economica è volubilissima.
 
C’è ingegno nella mafia
“La cattura è stata forse l’ultimo e migliore investimento di Matteo Messina Denaro”, commenta Francesco Damato sul giornale online Start Magazine: “Il cancro è ormai al quarto stadio e l’ergastolano può per sua fortuna affrontarlo in condizioni migliori di quando potesse da latitante. Ne ha tutto il diritto, per carità”. Ma ora il suo avvocato può pretendere “l’incompatibilità fra il suo stato di salute terminale e il regime di detenzione noto come il 41 bis”. Se non, come ipotizza “La Stampa”, pretendere “una detenzione ordinaria,, che gli consentirebbe la sospensione della pena o gli arresti domiciliari”.
La mafia non è una. Ci sono gli animali, che uccidono chi capita. Assassini, stragisti, di non sanno nemmno chi, a centinaia, a migliaia, compresi moltissimi magistrati, politici, giornalisti, dirigenti di Polizia, generali dei Carabinieri, mogli, figli, bambini. Gli Spatuzza, i Brusca - ora pentti e convertiti, pupilli della giustizia purché denunciassero Berlusconi e Dell’Utri. Ma c’è anche, purtroppo, ingegno nella mafia, che s’infila dappertutto come i topi.
 
La mafia sconfitta in Sicilia
Si vuole la mafia un fatto sociale e politico governante, dominante, in grado di distribuire ricchezza (lavoro, utilità, vitalizi), creare carriere, canalizzare gli affari. Invece che un fatto criminale. Ma la volta che si candidò a governare la Sicilia, nel dopoguerra, prese pochi voti, pochissimi. Il famoso voto di scambio che farà la panacea di tutte le procure antimafia, là dove si trova immigrata qualche famiglia siciliana o calabrese, non funzionò con i mafiosi.
È una delle tante sociologie di caserma che Salvatore Lupo decritta nell’ultima ricerca, “Il mito del Grande Complotto”. Il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia costituito nel 1943 aprì le porte alla mafia: “Nel 1943, per la prima volta, nonché per l’ultima, l’ideologia sicilianista si fece partito, e in un partito, per la prima e l’ultima volta in un secolo e mezzo di storia, l’onorata società si identificò, anziché inserirvisi strumentalmente”. C’entrarono tutti, e nel 1947 si candidarono anche.  Lupo ne cita “alcuni, un po’ casualmente”, ma sono le punte di diamante della geografia della mafia, e quelli che quelli ne hanno “fatto la storia”, prima dell’avvento delle belve, Liggio e Riina: Calogero Vizzini di Villalba, Giuseppe Genco Russo di Mussomeli, Michele Navarra di Corleone, i palermitani Paolino Bontate, Salvatore Greco, Tommaso Buscetta, Pippo Calò, e il bandito robin hood Salvatore Giuliano.
Nessun mafioso fu eletto, e pochi o nessuno i mafiosi fecero eleggere: nove deputati regionali su novanta nel 1947, e il Mls si sciolse, senza traccia.
I mafiosi erano e sono criminali, che presto o tardi saranno annientati da altri criminali: che sicurezza possono dare?
 
Ancora un piemontese in Sicilia
Il colonnello Charles Poletti, che governò la Sicilia per alcuni mesi dopo l’operazione Husky, lo sbarco Alleato in Sicilia nel luglio del 1943, reputato l’artefice del patto con la mafia dai siciliani che coltivano l’ipotesi del “Grande Complotto” Usa-mafia, era figlio di piemontesi. Di una coppia di immigrati, Dino e Carolina Gervasini, di Pogno, nel novarese, un borgo prossimo al lago d’Orta.
Aveva studiato a Harvard con una borsa di studio – il padre era scalpellino. Dopo la laurea aveva seguito a Roma nel 1924 alcuni corsi alla Sapienza, con una Eleonora Duse Fellowship, una borsa di studio – e al ritorno si era specializzato alla Harvard Law School. Aveva poi fatto pratica forense, ma soprattutto politica. Nel partito Democratico, consulente in tutte le campagne presidenziali, del 1924, del 1928 e del 1932. Dal 1933 consigliere e uomo di fiducia del governatore dello stato di New York, Herbert Lehman. Che nel 1937, a soli 33 anni, lo nominò alla Corte Suprema dello Stato di New York. Quando Lehman, nel 1942, abbadonò l’incarico per dirigere quello che sarà il piano Marshall per l’Europa, Poletti lo sostituì nel mese d’interregno fino all’entrata in funzione del governatore Dewey. Il primo figlio di italiani a fare carriera politica, come governatore. Passato l’incarico a Dewey, Poletti divenne consigliere del ministro della Difesa  Stimpson, col grado di tenente colonnello. Morirà nel 2002, a 99 anni.
A sostegno dei patiti del Grande Complotto Usa-mafia si può ricordare che il partito Democratico era legatissimo a New York alla mafia – Fiorello La Guardia, il sindaco, anch’esso di famiglia italiana, che combattè e interruppe questi legami, era Repubblicano.
 
La Sicilia non è tutti noi
Tra linee della palma che salgono e laboratori politici nazionali, di un’isola cioè quintessenza dell’Italia, suo ganglio anzi centrale e vitale, si dimentica che l’autonomia regionale fu richiesta e riconosciuta (concessa) non per una questione di sviluppo, di soldi, di investmenti pubblici privilegiati, ma per una diversità storico-etnica. Si decise per la Sicilia come per le regioni a popolazione mista, anche allogena, Friuli, Venezia Giulia, Alto Adige, Aosta. È per questo che non fuziona? E teme l’autonomia differenziata.
L’equivoco nasce dal fatto che lo statuto special fu proposto e perfino imposto contro il separatismo siciliano. Quando gli Alleati cessarono l’amnistrazione Amg, Allied Military Government, e consegnarono l’isola al governo italiano, nel febbrario 1944, il primo compito che il Cln si assegnò in Sicilia fu di battere il movimento indipendentista – che al riscontro elettorale mostrerà poco seguito, ma si voleva allora temibile. Fu Mario Scelba, futuro ministro dell’Interno di ferro, all’epoca giovane apprezzato seguace di don Sturzo, a chiedere e concordare una richesta di autonomia. Senza attendere, diceva, la Costituente nazionale o il “vento del Nord” – il “vento del Nord”, diceva, aveva nell’atro dopoguerra provocato solo sconquassi, tra socialismo e fascismo.  Ad appena un anno dalla fine dell’Amg, quindi nel febbraio 1945, riuscì a promuovere una Consulta regionale, composta dai partiti del Cln e da notabili prefascisti, per predisporre uno statuto di autonomia.
 
Cronache della differenza: Calabria
Il conte napoletano Giuseppe Ricciardi, letterato e patriota, poi deputato radicale del Regno d’Italia, pubblicava a Parigi nel 1842 una “Storia d’Italia dal 1850 al 1900, ossia Profezia in forma di Storia” in cui la liberazione dell’Italia la prevedeva in risalita dalla Calabria - una sorta di jacquerie, di “massismo” rivoluzionario, unitario.
 
Vi finiscono i sogni di gloria. Fabio Sebastiano Tana fa sullo speciale Calabria della rivista di viaggi “Meridiani” la constazione: con Alessandro il Mol,osso, zio e cognato di Alessandro magno, Annibale,Alarico.
 
Il “non finito” calabrese, le case lasciate a metà, senza tetto, con pilastri senza pareti, con pareti senza intonaco, e\o senza infissi, è finito in mostra qualche anno fa a Reggio, Mostra Metamorphosis Meditarrenea, con le foto di Angelo Maggi. Censita con interesse, quasi con entusismo, come opera memorabile - o della bellezza della bruttezza. Metamorfosi, le parole non mancano.
 
Marta Fascina, “una bella signora calabrese” nella posta di Natalia Aspesi, “diventata del tutto sconosciuta onorevole a Portici”. Aspesi non è la sola, anche se Fascina di calabrese ha solo la data di nascita: la Calabria e Berlusconi (Fascina è l’ultima compagna di Berlusconi) uniti nel disprezzo.
 
Nina Weksler ha ricorrenti, nelle memorie “Con la gente di Ferramonti”, i tramonti rossi del basso Tirreno: “Rosso e lilla, rosa e violetto…violetto e rosso dietro veli di  grigie nubi, e le verdi montagne sparivano nel rosso e nel grigio”.
 
Un giorno qualsiasi, poniamo venerdì 11 agosto, le pagine Cultura della “Gazzetta del Sud”, il giornale della Calabria, reca questi titoli: “Arena di Verona, I grandi numeri delle stagioni del Festival 2024 e 2025”, 4 col.; “Il Louvre si conferma il museo più visitato al mondo”, 4 col.; “Ferragosto in sala nel segno del brivido”, 2. col., a pagina intera, intense, su due registi horror, André Vredal, norvegese, e Sukholytkyy-Sobchuk, russo; “A settembre riapre il Maggio Musicale Fiorentino”, 3 col. - e due lunghi obituaries, Antonella Lualdi e Peppino Gagliardi. Si direbbe una regione musicale, col culto dela morte.
 
Le memorie di Nina Weksler, dei quasi tre anni d’internamento, perché ebrea e perché allogena (tedesca), a Ferramonti (Cs), l’editore Demetrio Guzzardi può dire “paradigma del modo calabrese di vivere i rapporti umani, anche in situazioni difficili”. La disgrazia non lascia inerti: è un riflesso vecchio ancora vivo.
 
“Come va signorina, che si dice?”, interpella Nina quando la incontra il maresciallo del campo, Gaetano Marrari. Un iditotismo che dice tutto. Cioè, solo la simpatia.
 
La Regione commissaria trenta Comuni per il ripristino di ambienti occupati o modificati abusivamente. Protestano i  Comuni, facendo valere che il ripristino dell’abuso è già stato avviato o concluso, e che la relativa documentazione è stata tempestivamemnte certificata. Ma la Regione non ci sente: in fondo si tratta di dare trenta stipendi, per qualche mese, non un grande sacrificio.
Si dirà la Calabria la regione dei commissari. Ai Comuni, alle Asl, alla sanità regionale nel suo insieme, ai depuratori, e ora all’abusivismo.
 
Protestando i Comuni commissariati per abusivismo, il direttore della Tutela Ambientale della Regione invita a un confronto, con annucio sul giornale: “Lunedì 14 agosto, alle ore 11”. Un giorno feriale fra tre giorni festivi. Senza perfidia: il potere ha in Calabria un’alta concezione di sé.
 
Nelle processioni del santo patrono, l’uscita e il rientro in chiesa sono segnati da salve di fuochi d’artificio secchi, senza colori facendosi le processioni di giorno, botti in realtà, scoppi. Che sono quelli delle “fantasia” nordafricane, i colpi a ripetizione in segno di omaggio e di festa.    

leuzzi@antiit.eu

I primi dinosauri scampati all’estinzione

Il professor Challenger, lo Sherlock Holmes della fantascienza, parte per quella che sarà la prima di una serie di avventure. E la più ristampata degli “altri” Conan Doyle, di fantascienza, di storia, di spiritismo. Sull’altipiano della Gran Sabana, in Venezuela, dove troverà dinosauri e altre specie animali scampate all’estinzione. Opera del 1912. Conan Doyle vi fece tesoro delle conferenze di Percy Harrison Fawcett, un esploratore amazzonico molto celebre - poi scomparso, insieme col figlio e un amico del figlio nella Foresta amazzonica, un caso che fece molto scalpore.

Un romanzo che avvia, si può dire, il filone poi sviluppatissimo della fantascienza. Che subito incuriosì – fu addirittura tradotto dopo pochi mesi dalla “Domenica del corriere”, che lo pubblicò a puntate, di richiamo per i lettori. Il ruolo di testimone-narratore, il dr. Watson della nuova serie, è il giornalista Edward Malone.
Conan Doyle si attiene alla lezione di Darwin, che incontrando delle specie non evolute le classificò con un ossimoro, “fossili viventi”. In questo senso, spiegava altrove il compianto etologo entomologo Giorgio Celli, fa un errore. Ma non giunse all’estremo cui giungerà Wells, che ipotizza la “cavorite”, un minerale anti-gravità, sollecitando le risate di molti – a quest’ora la cavorite sarebbe stata ben lontana dalla terra, in fuga per i cieli.
Un romanzo di curiosità, senza suspense: è lo stesso professor Challenger che racconta la sua avventurosa spedizione, intervistato da Malone. Che si segnala piuttosto, oltre che per la narratività, che perdura benché ormai il mondo dei dinosauri sia passato attraverso innumerevoli racconti e film, per la “scientificità”. Anche in altre questioni Doyle sbaglia, ma pure ci azzecca. A dei pitecoidi antropomorfi attribuisce un linguaggio verbale, mentre già si sapeva che la verbalità è un fatto tardivo dell’evoluzione – si dubita che gli umani del Neanderthal parlassero. Invece è possibile che lo pterodattilo gigante, che pure avrebbe fatto meglio a chiamare pterosauro, il mostro alato a cui fa sorvolare minaccioso l’altopiano, pur essendo un rettile senza denti e un mangiatore di pesci, è stato ritrovato cinquant’anni dopo il romanzo in Texas da una spezione paleontologica, in sedimenti non marini.
Il racconto della spedizione è disponibile in varie edizioni, anche illustrate per ragazzi. Questa ripropone la traduzione della vecchia edizione Theoria, a cura di Fausta Antonucci. Ma senza il commento di Celli che la introduceva, che è un racconto a parte, delle “bevute” della scienza propriamente detta.
Arthur Conan Doyle, Il mondo perduto, Fanucci, pp. 288 € 7

lunedì 14 agosto 2023

Lasciate che i migranti vengano a noi

Si immigra illegalmente in Europa via Italia. L’inchiesta di Rinaldo Frignani sul “Corriere della sera” conferma la percezione: non c’è più la rotta bacanica, non c’è più la Grecia, non c’è più la Spagna, c’è l’Italia. “Su 68 mila migranti arrivati in Europa al primo giugno, oltre 50 mila sono sbarcati in Italia”. Via mare, soprattutto, e via terra.
L’inchiesta non lo dice, ma il fatto contrasta con due dati geografici. Sarebbe più facile, posto che ci sia una vera pressione demografica dietro l’immigrazione, dalla Turchia passare in Grecia. O dal Nord Africa in Spagna, dove peraltro il governo è socialista,  quindi teoricamente benevolo con l’immigrazione anche irregolare.
L’immigrazione  si dirige verso l’Italia per due motivi. Che è organizzata: è un business, a pagamento, e non un esodo per motivi politici o umanitari. E questo business trova rispondenza in quello speculare dell’accoglienza. Che in Italia è lucrativa e ramificata. E lucrativa, poiché offre anche protezione legale contro i rimpatri dei non rifugiati politici. E ha eco sempre favorevole  nell’opinione pubblica, nei media: le tv, di Stato e private, i giornali, la mobilitazione sui casi di cronaca. Su indirizzo insistente del papa, e di ogni istanza religiosa. Una mobilitazione tale che perfino un governo di destra deve recedere.
Ma questo è un punto di connessione diabolico. Si fa assistenza invece di politica migratoria. E la si fa perché l’accoglienza è anch’essa confessionale. Che il Pd o i partitini di sinistra siano schierati non conta, hanno capetti che potrebbero non capire di che si tratta. Ma il Vangelo a protezione della tratta degli schiavi – Frignani non dice quanti immigrati sono morti nel business quest’anno: sono “oltre duemila”, nei primi sei mesi, tra essi 289 bambini – fa senso.   

Soros si celebra, affossatore delle nazioni

Il finanziere gigione a 92 anni si è fatto anche un film, diretto per l’anagrafe dal “figlio di Bob Dylan”, scritto e interpretato da se stesso. Con qualche controcanto, naturalmente, stonato: figure minori o ridicole, per dare più spessore all’egomania.
Si fatica a parlarne male perché Soros è sempre pieno di sé, e chiude ogni dubbio col fatto che fu un ebreo in Ungheria negli anni del nazismo in Europa. Ma lo fu senza danno. E poté emigrare nel 1947, a 17 anni - figlio di un avvocato e scrittore emigrato anch’egli, direttamente in America - per studiare alla London School of Economics. Ma l’essere ebreo non c’entra – tra l’altro doppiato qui con la scelta del regista, figlio del Nobel di Letteratura. Né con l’aver destinato beneficenza, patronaggi, sponsorizzazioni a cause, personaggi e attività politicamente di sinistra. Questo si direbbe un problema per la la sinistra, non un vanto. Soros è Soros in quanto abile e fortunato gestore di hedge fund, fondi d’investimento speculativi. Se è un re è della speculazione. E la speculazione tutto può essere, anche audacia, fortuna, avventura, ma si fa a danno dei più. Del “parco buoi” della finanza ma anche a danno delle finanze pubbliche, di masse cioè che non c’entrano, e per questo sono prede facili.
Soros è diventato Soros, il primo, a suo parere, fra tutti gli speculatori, col fortunato attacco alla sterlina e alla lira nel 1992. Un piccolo azzardo di Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, che aveva favorito un lieve ma costante apprezzamento della lira nei confronti del marco nel quadro dello Sme, il Sistema Monetario Europeo, in vista del passaggio all’euro, per favorire cioè l’inclusione dell’Italia nell’euro, facilitò l’attacco di Soros: la lira perse in un giorno un 30 per cento del valore, Soros divenne multimiliardario, con i suoi soci, dall’oggi al domani, in dollari. Ma non a somma zero: tutti gli italiani ci rimisero qualcosa, poco o molto, e soprattutto l’Italia, che veniva dagli anni 1980 come quinta o quarta potenza economica mondiale, fu ridotta a un cencio da cucina, posizione da cui non si è più ripresa (anche per la contemporanea offensiva giudiziaria scatenata da un certo Di Pietro). Che Soros abbia destinato poi le creste dei suoi guadagni, a fini fiscali, in beneficenza o a promozione di attività benefiche non lo santifica.
Il curioso di questo autofilm è che Soros, che pure ha avuto momenti bui dopo la presunta laurea in Filosofia a Londra con Popper (che, richiesto, non lo ricordava), non li ricorda nella sua narrazione. E questo conferma il suo lato nero:  ha fatto fortuna sui momenti bui degli altri.
C’è egomania e egomania. Abbiamo appena seppellito l’egomaniaco massimo in Italia, Berlusconi, per questo criticato e insultato, ancora dopo morto, che pure non ha mai fatto male a nessuno. Soroso fa la politica di se stesso. Ma la politica non si compra. E non è vero che la speculazione finanziaria è asettica: è un veleno oppure un’arma letale.        
Jesse Dylan, Soros racconta Soros, Sky Documentaries

domenica 13 agosto 2023

Ombre - 680

Il ministro della Giustizia ha messo sotto inchiesta la Procura  di Firenze, e ci si stupisce nell’occasione di tanta imprevidenza e supponenza. Per l’inchiesta contro Renzi non solo, per la quale il ministro ha disposto l’azione disciplinare. È una Procura che voleva Berlusconi mandatario delle stragi di mafia del 1993, ci ha lavorato per anni – poi Berlusconi gli è mancato. La stessa che ha cercato la bambina scomparsa dovendo si poteva trovare – setacciavano i muri della casa, i pavimenti. È solo incapacità? Anche ai tempi del “mostro” la Procura di Firenze si distinse per l’inpacità. O deve non dover fare certe cose?
 
Ma che ha di speciale questo De Angelis, che ogni pochi giorni provoca guai al “suo” governo. Prima con l’improvvida assoluzione dei suoi camerati per la strage di Bologna - “tragedia di cui nulla so”, dice poi. Poi con l’assunzione del cognato alla regione Lazio, di cui è diventato consulente, ben pagato. Il cameratismo non è morto?
 
Ercole Incalza, l’ex direttore dei Trasporti, nel suo memoir quotidiano, che compartisce col fondo-pastone anch’sso quotidiano di Roberto Napoletano, direttore del calabrese “Il Quotidiano del Sud”, ricorda oggi, commentando l’entrata in forze di Ferrovie nel sistema tedesco di trasporto merci su ferro, due titolari de suo ministero negli anni 1980, Formica e Signorile, che decisero il rinnovamento del sistema ferroviario invece del declassamento, e lo finaziarono. È curioso come  i socialisti al governo, che pure hanno beneficato l’Italia, siano scomparsi dalla memoria - specie dalla storia, dai (pocihi) manuali dell’Italia contemporanea, peraltro di “storici” Pd.
 
Curiosa l’attesa dei media sull’intervento dei paesi africani dell’Ecowas in Niger. Curiosa per l’ignoranza totale dell’Africa. A partire dal fatto che i paesi Ecowas sono governati o controllati da militari – il Niger oggi come la Nigeria in passato e oggi.
 
La sospensione russa degli accordi internazionali sulla doppia tassazione viene condannata da un lunga serie di paesi, ma tutti dell’area Ocse o più sviluppata – area “occidentale”. Non dai paesi arabi, non dagli altri paesi del mondo, grandi e piccoli. La sospensione riguarda in effquei “Occidente”. Ma consolida una divisiine del mondo in due.
 
I nuovi criteri del Pnrr, di un governo eletto, con l’avallo e anzi su richiesta della Ue, contrasta con un Pnrr messo su da un governo politico ma presieduto da un tecnico, specialista della componente amministrativa e finanziaria internazionale dell’economia. Accettati favorevolmente, se non promossi, a Bruxelles. Anche se molti Comuni e Regioni lamentano risorse ora improvvisamente  venute a mancare. Ci sono criteri, ma guai a operare secondo norma.
 
Il governatore campano De Luca, bersaglio costante del “Corriere del Mezzogiorno”, la costola napoletana del “Corriere della sera”, ha l’onore di un’intervista sul giornale-padre, sepppure in taglio basso, nelle pagine interne. È sorprendente la capacità di argomentazione del politico salernitano, che la segretaria del Pd Schlein vuole silurare, a fronte di quelle poverissime della stessa Schlein. De Luca sa di amministrazione, di gestione, di decentramento, di governo, di salario minimo, di sanità tertitoriale, di tutto.
 
Gli arrivi di migranti dalla Turchia nei primi sette mesi si sono dimezzati rispetto all’anno scorso. La tragedia di Cutro ha funzionato da allarme. Si conferma che i governi dei paesi di partenza sono parte del business: il governo turco, che è lautamente pagato dalla Ue per frenare il traffico, dopo Cutro è stato richiamato all’ordine, e ha bloccato le partenze – in Turchia ogni centimetro quadrato è sorvegliato da una qualche polizia.
 
È giusto o sbagliato il prelievo straordinario sui profitti straordinari dei grandi banchi, Intesa, Unicredit, Bpm, Bper, perfino l’Mps per il quale mezza Italia e lo stesso governo hanno speso a perdere decine di miliardi? Ogni tassa è giusta o ingiusta, dipende dal modus e dalla ratio. Che qui forse non manca. Ma che un ministro qualsiasi si alzi e lo imponga, contro il “suo” stesso ministro del Tesoro, suo nel senso del suo partito, questo è straordinario: di che governo parliamo, che la Costituzione vuole collegiale?

Th. Wilder e l’estro geniale della Magnani

Magistrale evocazione, in breve, come ormai è d’uso per lo scrittore, ma appuntita e piena di cose, di Thornton Wilder. Uno scrittore lettissimo, più di Cronin, e poi scomparso.Perché era cattolico? In Anglosassonia il cattolicesimo è scomparso, eccetto che per gli atti impuri. Ma questo Fofi non lo dice. Evoca invece, e discute, la nozione ora desueta di kitsch, con la quale lo scrittore fu liqidato – un po’ come il “Liala” per Cassola. E fra i tanti succesi dello scrittore-drammaturgo, a proposito della riedizione di “Il ponte di San Luis Rey”, evoca i tanti trascorsi letterari dello stesso tema, il Settecento in Perù. In particolare di Mérimée, “La carrozza del Santisimo Sacramento”.  Da cui Jean Renoir trasse “un bellissimo film”, “La carrozza d’oro”. Un film “che fu anche una grande lezione  sulla commedia dell’arte affidata all’estro geniale della Magnani”.
Goffredo Fofi, La vita recuperata del capolavoro incompreso, “IlSole 24 OreDomenica” 14 agosto