sabato 7 ottobre 2023

Letture - 533

letterautore


Calligrafia – Ritorna la scrittura a mano a scuola? L’“Economist” week-end di fine settembre è “un’edizione speciale” sulla scrittura manuale. Una serie di articoli spiegano il ritorno, nella didattica e nella pratica, della scrittura manuale invece che elettronica. Una serie di studi avrebbe consigliato un ricorso ridotto alla tecnologia a scuola, un uso moderato. Avendo “accertato un
grande vantaggio della scrittura manuale – “la stessa inefficienza del mezzo è il suo vantaggio: sembra forzare chi scrive a pensare e comprimere l’informazione mentre annota, piuttosto che trascrivere sovrapensiero parola per parola”.
Il giorno dopo l’“Economist”, sul “Sole 24 Ore Domenica” Giuseppe Lupo segnalava “l’elogio della scrittura (a mano)”, quella degli scribi – recensendo la ricerca di Louis Godart, “I custodi della memoria”, sugli scribi in Mesopotamia, Egitto ed Egeo. “Lo scriba vince perché salva (mai termine del linguaggio informatico poteva esprimere migliore profondità semantica)”, conclude l’italianista Lupo, “il suo lavoro costituisce l’ultimo baluardo contro  la minaccia della dissolvenza”. Non è ipotizzabile un black-out cosmico, basta un istante, che cancelli tutte le memorie elettroniche?
Ma c’è di più, nota Lupo: sarà pure un’illusione lo “sfidare faccia a faccia il nulla della non memoria”, ma “il segreto dell’arte” dello scriba è “conquistare un barlume di eternità con una goccia d’inchiostro, affidare un testo a chi verrà dopo e, così facendo, credere nella vita”.
 
Caratteri nazionali – Una varia metodologia nella redazione di diverse connotazioni nazionali, tra francesi, tedeschi e italiani, è raccontata da Corrado Alvaro in “Solitudine”, il racconto lungo che apre la raccolta “Il mare”. Lui stesso cioè vi indulge, pur professando scetticismo sui “caratteri nazionali”: “Vi sono diverse maniere di far sentire a uno straniero la sua condizione: i francesi lo interrogano; i tedeschi espongono le loro impressioni di viaggio, e tentano di dare un fatterello tipico, che dovrebbe racchiudere brevemente un simbolo del paese visitato. Io,credevo che discorsi come quelli si facessero soltanto fra gente molto elementare, e invece a queste cose non esiste limite né livello sociale”.  

 
Commedia all’italiana – È sorpassata, è regionale, era scorretta? È la conclusione di Neri Parenti, regista di genere (Villaggio et al.), su “La Nazione”. Perché “la commedia all’italiana ha sempre vissuto di regionalismi”, e “oggi tutte queste cose non si possono, fare più”. Oggi non solo è scorretto “fare il siciliano”, “fare il napoletano”, oggi bisogna “fare film che posano piacere a Oslo come a Timbuctù”. Non si può fare “neanche un Fantozzi, con la moglie brutta, il capo cattivo, la figlia strana: sarebbe bocciato come progetto”. 
 
Dante – “Don Chisciotte” deve qualcosa alla “Commedia”? Fruttero&Lucentini lo fanno supporre a un’italianista improvvisata, una signora inglese in vacanza in Italia, ma non senza argomenti – “essendo anche ispanista nei momenti liberi”. La parentela c’è su Monteriggioni e i suoi giganti, del canto XXXI dell’“Inferno”. Là dove “Monterriggion di torri si corona”, e Virgilio avverte Dante: “Sappi che non sono torri, ma giganti”. Secondo l’avventizia italo-ispanista “l’avventura di don Chisciotte coi mulini a vento”, il cuore del romanzo, “deriva proprio da questo luogo dantesco”. Non in linea diretta: “Con la differenza che Sancio mette in guardia il suo immaginoso padrone dall’errore opposto: «Guardi vossignoria», gli dice infatti, «che non sono giganti, ma mulini a vento»”.
 
Depressione – L’akedia (“la nostra «depressione», non la comune accidia”), “che colpiva tanti anacoreti e cenobiti nei deserti di Siria, Palestina, Egitto, Mesopotamia, la cristianità”, ha un esteso repertorio di citazioni tra i padri della chiesa nell’ultimo romanzo di “Fruttero&Lucentini, “Enigma in luogo di mare”, pp.107-108. Che è costruito, nel personaggio principale, attorno a una forma irremovibile, ancorché lieve, di depressione, e in uno degli altri personaggi su una forma acuta, “mortale” (Lucentini ne sarà vittima qualche anno dopo). 
 
Italiani visti dai tedeschi – Nel racconto “Solitudine”, sulla sua vita da giovane corrispondente a Berlino, Corrado Alvaro fa la distinta di una serie di abitudini e modi italiani come registrati dai tedeschi, in un salotto intellettuale molto ben frequentato. Un racconto di cent’anni fa che però suona familiare. “Quanto a mangiare”, spiega “una donna pronta a criticare”, “in Italia si può mangiare dappertutto, ma non così quanto a dormire. Il problema del letto non è entrato bene nella mentalità degli italiani”. La stessa solleva “un altro problema, quello del caldo. In Italia i negozi si aprono e chiudono con lo stesso orario,  tanto d’inverno quanto d’estate. Un adattamento alle condizioni del clima e dell’ambiente non è ancora avvenuto in Italia”. Con una coda velenosa: “Generalmente in  Africa si segue tutt’altro orario, e v’è una naturale rispondenza del clima con  le abitudini della vita”.
Una “signora manierosa prende a narrare “la sua avventura con un giovane naturalmente italiano”, il quale, avendo fatto un pezzo del viaggio sul suo treno, da Verona a Vienna, “a Vienna si presentò in casa di lei, e in presenza del marito, poiché ella aveva allora un marito, dichiarò di amarla”, pregando il marito di divorziare. “Io trovo”, commenta la “donna pronta a criticare”, “che questa è una prova di eccessiva fedeltà; in genere gli italiani si innamorano in un baleno, in una notte delirano, in una giornata si rimettono in equilibrio, e il giorno dopo vi guardano come se non vi avessero mai conosciuti”. Commenta un medico: “Per gli italiani in genere l’amore è un fatto vasomotore, vascolare,e si manifesta perciò in impulsi improvvisi”. “Ciò che è piuttosto degno dei ginnasisasti”, risponde il narratore-Alvaro. E commenta di suo: “Certo che il paese più difficile da capire è l’Italia. Vi sono molti elementi, in apparenza semplici, che hanno prodotto molti difetti degli italiani, ma spesso sono il fondamento delle loro cose migliori. Anche l’impulso vasomotore, di cui parla il dottore, è un motivo vitale. La critica antica dei quadri, come si legge in certe lettere di Aretino a Tiziano, era fatta da un punto di vista vascolare, e pare che questo fosse un modo buono per fare i quadri e per giudicarli. Ho paura che gli italiani, diventando moderni, si scordino di queste cose, e finiscano per adottare una mentalità puritana e protestante che si adatta male a loro”.
 
Razzismo – “La tratta degli schiavi è esistita per secoli, anche all’interno dei paesi africani. La vera, unica novità introdotta nella storia umana dalla civiltà occidentale è il movimento per l’abolizione della schiavitù. Nonostante ciò, oggi l’Occidente è considerato la quintessenza della discriminazione razziale. È assurdo”, Slavoj Žizek, “Il Venerdì di Repubblica”. Ma: “è considerato” oppure “si considera”?
 
Roma capitale letteraria – Roma è capitale sicuramente degli scrittori – Milano ha perduto questa partita, pur essendo la capitale incontestata dell’editoria. “Milano degli scrittori” ricostruiva La Lettura” dell’11 giugno come una mappa di assenze. Questa la sintesi dello stesso settimanale: “Non esiste più il palazzo dove visse Ugo Foscolo in via Sant’Andrea ma resta quello in via della Spiga. Una targa segnala dove abitò Stendhal ma, lì vicino, non Verga. E nessuna targa ricorda dove vissero Testori e Scerbanenco, Volponi e Fortini, Giuseppe A. Borgese e Rebora, Antonio Porta, Sereni e Raboni (poeti che brevemente condivisero un condominio)”. E Ottieri, Bianciardi, Dario Fo, Pontiggia, Sergio Solmi, Gatto, Sinisgalli, Erba, “o i «milanesissimi» Franco Loi e Giancarlo Majorino”. Neppure Vittorini, che fece mezza editoria milanese per venti-trent’anni, né Vincenzo Consolo, altri siciliani di Milano. Si fa prima a dite chi c’è a Milano, con Foscolo e Stendhal: Petrarca, Manzoni, Carlo Porta, Montale, Gadda, Buzzati, Antonia Pozzi, Lalla Romano, e Arrigo Boito.
Roma può rispondere il 10 settembre, sempre su “La Lettura”, con un: “Sì, c’è una città dove l’Ariosto è vicino di casa di Thomas Mann, Hans Christian Andersen sta a un passo d a Gogol’ e varie lapidi ricordano Pier Paolo Pasolini”.
Roma è anche la stessa città dove “nessuna targa indica dove abitarono Alberto Moravia e Italo Calvino (e Arbasino, e Gadda, e Parise, n.d.r.) e la memoria della letteratura sfida burocrazia e liti condominiali”. Ma l’elenco è poi sterminato di letterati ricordati con una lapide, a cominciare da Ennio Flaiano, che Roma ha variamente celebrato, da nemico: la Sovrintendenza Capitolina ha “una banca dati delle lapidi dedicate a scrittori, scrittrici, scrittori, poetesse e poeti”. Paolo Conti passeggiando dal centro verso l’esterno può indicare Ingeborg Bachmann, Trilussa, Corrado Alvaro, oltre i menzionati Andersen e Stendhal, Gregorovius, Belli, Palazzeschi. Apollinaire, Goethe naturalmente, con una casa museo, Robert Browning e Elizabeth Barrett, Pirandello, Bontempelli, Paola Masino, Giacomo Debenedetti, Sandro Penna, Zavattini, Elsa Morante, Caproni.
Poi c’è una lista di targhe per le quali la procedura amministrativa di autorizzazione va avanti da tempo: Calvino, Bassani, Manganelli, Natalia Ginzburg, Goffredo e Maria Bellonci, Silone, Ugo Betti, UgoPirro. E le vittime delle richieste “non attuabili”. Conti spiega che “per apporre una targa occorre il parere favorevole dei proprietari degli stabili”, i condomini o gli enti pubblici, “e la cosa spesso si complica”. Ne sono vittime Soldati, Rafael Alberti, Pannunzio, Patroni Griffi, Maria Luisa Spaziani.
 
San Francisco – Spagnola dalla “scoperta”, nel 1769, quando se ne avviò la costruzione, primo nucleo urbano della futura California, col nome di Yerba Buena, poi brevemente messicana dal 1841, e americana dal 1850, dal trattato di Guadalupe Hidalgo che pose fine alla guerra tra Stati Uniti e Messico, conserva tuttora in castigliano il motto della città: “Oro en paz, Fierro en guerra”. Ebbe uno sviluppo immediato con l’annessione all’America, al centro della “corsa all’oro” verso la California.

letterautore@antiit.eu

I dolori di Lino Guanciale

“Un’estate fa”“ è Franco Califano, Mina, memoria grata. E la serie sotto questo aseptto non delude, le immagini sono quelle, e anche molto ricche eper una serie tv, da cinematografo, del 1990 al mare: ragazzetti, ragazzette, svaghi, liti, prepotenze, fumo, languori. In una spiaggia da sogno – si vaga tra il Salento - Porto Selvaggio, la pineta sul mare, Gallipoli - e Castelfusano.
 Ma poi c’è la storia: chi ha fatto il viaggio ferale con Arianna, la ragazza di ogni virtù, la ragazza dei desideri, e poi l’ha lasciata morire in fondo al mare? E qui si sa già come andrà a finire, al termine degli otto episodi, quatro serate, un mese. E si compiange Guanciale, attore versatile a teatro, in tv murato nel commissario Ricciardi di De Giovanni - murato nella memoria, e ingombrante: volto onnipresente e di una sola piega, sofferente.
Davide Marengo-Marta Savina, Un’estate fa, Sky Cinema 1, Sky Documentaries

venerdì 6 ottobre 2023

Secondi pensieri - 524

zeulig


Ipocrisia
– Può essere aggressiva, parte di un piano offensivo, ma è prevalentemente (anche nella casistica offensiva) una forma di autoprotezione: un linguaggio difensivo, una velatura di se stessi,  che oggi si chiama con eufemismo inadeguatezza. L’ipocrisia comincia da se stessi. Copertura di proprie mancanze, o vere e proprie colpe.
Colpe anche solo presunte. Ma volersi ipocriti presume comunque un grado elevato di coscienza: è un gioco complesso.
 
Libertà
– È (sopravvive se) fatta di limiti. Altrimenti è eversiva, e  sempre autodistruttiva – è nel senso comune, all’evidenza.
In questo senso ha ragione anche Sartre, per il quale “la Francia non è mai stata libera come sotto i nazisti”, sotto l’occupazione militare tedesca, per quattro lunghi anni. Che è una battuta, un voler “scandalizzare il benpensante”, anche sfidare il senso comune (è vero il dritto e anche il rovescio, in certo senso anche Hitler, perché no). Ma ha un senso: l’occupazione ha spronato la Francia a volersi libera, l’ha liberata mentalmente, ha posto la libertà al primo posto fra i bisogni, fra le convinzioni. In questo caso è una libertà illimitata, ma è una libertà contro, un momento dialetticamente negativo, “per” la libertà. 
 
Meritocrazia
– Se ne discute come criterio pedagogico e sociale. Sull’onda del dibattito avviato in America sul suo impatto politico da Daniel Markovits, “The Meritocracy Trap”, dal liberale, cultore di Hayek, Michael Sandel, “The Tiranny of Merit”, et al., sul merito come una forma di appiattimento culturale che ha portato alla incredibile polarizzazione economica, ora anche politica, della società americana del Millennio. Di cui si porta l’ideologia del merito come la causa, e non il “mercato”, la plutocrazia dominante - anche dello Stato e della sua articolazione finanziaria (che poi è il fisco, l’imposizione fiscale dei cittadini), come è avvenuto nella crisi delle banche del 2007-2008  fallimento colossale della meritocrazia. Il premio all’intelligenza e all’impegno come base per il successo si stratifica in piani infine inaccessibili, soprattutto perché non tollerano critica – si autocelebrano. Meritocrazia come fonte di ineguaglianza, compressione e sfinimento della classe media, impoverimento relativo delle masse – fino alla crescente ingovernabilità politica. Un criterio autofagico: il “mito fondante dell’America” ne mina la costituzione.
Le stesse conclusioni può obiettare oggi Luigino Bruni, l’economista-biblista che ha riproposto in edizione critica il seminale “Del merito e delle ricompense” di Melchiorre Gioia, al sociologo Luca Ricolfi, autore di uno studio controcorrente, “La rivoluzione del merito”. Rossi  ha sollevato il tema nel 2018, sulla scia del dibattito americano: “La meritocrazia sta diventando la nuova religione del nostro tempo, i cui dogmi sono la colpevolizzazione del povero e la lode per la diseguaglianza. La sua origine si perde infatti nella storia delle religioni e dei culti idolatrici…”.
Nel suo studio Ricolfi, della liberale Fondazione Hume, porta a sostegno della meritocrazia perfino la pedagogia di don Milani: se ben capito, non era  contrario a una scuola del merito. Rossi solleva il problema rovesciando la piramide - non guardando alla cima ma alla base – e in chiave parità dei diritti: “Il merito è una grande scorciatoia cognitiva, che gli uomini (maschi) hanno sempre amato per auto-giustificare e rafforzare le proprie posizioni di potere. Don Milani, esperto di Bibbia, lo sapeva bene. Il libro di Giobbe, Agostino contro Pelagio (tema caro a John Rawls), poi Lutero contro i teologi della Controriforma, hanno mostrato le insidie del merito, usato tropo spesso per condannare i poveri in quanto colpevoli della loro povertà”.
 
La parola meritocrazia, che si fa risalire alla democrazia di Atene, a torto, è termine e concetto del 1958, di un romanzo satirico, “The Rise of Meritocracy” (“L’avvento della meritocrazia”), benché opera di un sociologo, il britannico Michael Young, laburista di primo piano, fondatore della Open University, e dell’Istituto di Studi Comunitari. Lo stesso Young successivamente, nel 2001, spiegherà, non più in forma narrativa né satirica, che “è giusto affidare incarichi agli individui sulla base dei loro meriti, ma è l’opposto quando coloro che si ritengono avere meriti si rinchiudono in una nuova classe sociale senza spazio per altri”, per nuovi entranti.

Nichilismo – “Niente è la forza che rinnova il mondo” è un verso di Emily Dickinson – di due versi, per essere esatti, Dickinson faceva economia di parole. E Dickinson cosa è, che anch’essa ha (un po’)  rinnovato il mondo?
Niente è un punto di leva. Basso, in maniera che eventuali cadute, per errore, calcolo sbagliato, o semplice disguido avvenga sempre a testa in su, come un misirizzi. E un ancoraggio. Anche corroborante: se tutto è niente, io sono comunque una consolazione, tanto sapiente sono.   
 
Pazienza
-  Una virtù di grande genealogia di cui non si vede più traccia. Per non avere prezzo (valore) nella logica del mercato?
Il mercato si vuole decisionale, sempre continuativamente ripartito fra vincitori e perdenti. La pazienza è la virtù opposta, della dilazione. È, era, una delle virtù ancorate al tempo, a una dimensione evolutiva dell’esistenza – il mercato è “tutto subito”.  
 
Pessimismo
– “È vero o no che il cinico è così pessimista da uscire con l’ombrello anche se c’è il sole?”, Fruttero&Lucentini fanno chiedere a un personaggio del romanzo “Enigma in luogo di mare”. “Al contrario”, ribatte il personaggio, che posa a cinico: “IL cinico, posto che possieda un ombrello, per prima cosa s’abitua a farne a meno anche quando piove. Dopodiché lo butta via, liberandosi anche dal timore di perderlo”. Dov’è l’eccesso di pessimismo? “È solo il modo più ragionevole di affrontare le variazioni del tempo, e… i capricci della fortuna”.
 
Pudore – Altra virtù di cui più non si parla. Virtù tradizionale legata al corpo, e più specificamente alla sessualità. Che quindi si direbbe scomparsa nell’epoca del sesso liberato, e più nella forma pornografica, esibita. Mentre come modo di essere è invece diffusa oggi come riserbo, soprattutto tra giovani e adulti, ma anche tra i giovani. E specie nella sfera sessuale, sotto il “liberi tutti”. Di pari passo con l’esibizione o l’ammiccamento del corpo nudo: mini e collant push-up, il lolitismo, l’ombelico scoperto. Anche i tatuaggi: sono una forma di copertura della nudità, polverosa, sporca, giallastra, come una ecchimosi in tarda età.
 
Rassegnazione – È stata, è, si può dire in termini economici, il “capitale dei poveri”, di chi non ha, non sa, non può: la capacità di sopravvivere, anche con dignità. Una delle virtù scomparse con la contemporaneità – col Millennio: o vincitori immediati oppure abietti perdenti – rinunciatari, asociali. Va con la pazienza.
 
Volontà – “Se va via la volontà, sparisce anche la forza d avere volontà, ecco la vera logica della faccenda”, Fruttero&Lucentini fanno dire a un personaggio del romanzo “Enigma in luogo di mare” – “la perdita della volontà è appunto la malattia” (Lucentini, che poi ne rimarrà vittima, parla – fa parlare - da specialista della depressione). Esistere è anzitutto volere – le geremiadi dei “meglio non essere nati” sono un esercizio capzioso della volontà di esistere. Della volontà, senza la quale non c’è giudizio, non c’è giudizio possibile, e quindi non c’è esistenza, di fatto, non quella che si prolunga in raccolte di poesie, o in lunghe pagine di diario.

zeulig@antiit.eu

La banalità di Heidegger

Il convegno “Heidegger und die Juden”, Heidegger e gli ebrei, organizzato il 30 ottobre-1 novembre 2014 a Wuppertal da Peter Trawny, il curatore dei “Quaderni neri” di Heidegger, a ridosso dell’uscita del primo della serie, non esprimeva dubbi: nessuno dei partecipanti si chiede se, o cerca di spiegare il come e il perché - Trawny ne aveva anticipato le conclusioni col volume “Heidegger e il mito della cospirazione ebraica”.
Si è parlato molto al convegno di antisemitismo “istoriale”, inscristo nella “storia dell’essere”. In una storia della filosofia che vede il pensiero greco (e tedesco, quanto meno di Heidegger) osteggiato e rovesciato dall’ebraismo: dalla “modernità”, dal “potere del macchinismo”, proprio di un popolo senza patria. Un indirizzo cui Trawny introduce per primo, e poi di Donatella Di Cesare e altri interventi. Con riferimento allo stato dell’arte, al dibattito filosofico del primo Novecento, dal “messianismo profetico” di Hermann Cohen all’“ebraismo spirituale” di Cassirer, e fino a Lévinas, alle sue critiche di Heidegger. Con una contradizione, nota Di Cesare: così operando Heidegger cade nella metafisica che aborre, costruendo una “metafisica dell’ebraismo”.
La sintesi del convegno, redatta da Mādālina Guzun, su input di Trawny?, sì impianta sul contributo di Jean-Luc Nancy, “La banalità di Heidegger” – una traccia poi battuta da molti interventi. La “banalità di Heidegger” come la “banalità del male” di H. Arendt, il male diffuso dalla superficialità. La colpa di Heidegger è la sua “banalità” in tema, adagiarsi sulla doxa antisemita, il chiacchiericcio che imperversava dopo l’esito catastrofico della guerra, attraverso l’Europa, non solo in Germania. Senza porsi mai la domanda sui fondamenti dell’antisemitismo, e anzi elevandolo “istorialmente". 
Heidegger et le juifs
, “Bulletin Heideggérien” n. 5, 2015, academia.edu

giovedì 5 ottobre 2023

Problemi di base divini - 771

spock

“Il cosiddetto peccato originale  è il primo gesto ardito della ragione”, F. Schiller?
 
“La creazione dà origine al tempo”, E. Jünger?
 
“Si moltiplicano i problemi psicologici oggi che non ci si confessa più o quasi”, Fruttero&Lucentini?
 
“Credere è più difficile che non credere”, Flannery O’Connor?
 
O non è al contrario: non credere è più difficile che non credere?
 
La vita è più della somma degli esseri viventi?

spock@antiit.eu

Giallo donne

Un giustiziere uccide a sangue trafficanti di droga e spacciatori. E nel giardino della grande villa di un grande attore, premio Oscar, appena assolto nel processo per la scomparsa della moglie, l’ultima, appena spsata, si rinvengono una serie di teste mozzate, una parte in vista, una parte sotterrate. Il modulo di Patterson non si smentisce: un paio di uppercut subito al lettore, dopodiché tutto avviene in discesa.
Si sa anche che il giustiziere è uno della Polizia, per vari indizi che semina. E che una delle teste è identificabile, è mozzata da appena tre giorni. La suspense è assicurata, e così il bisogno di voltare pagina – un mestiere non senza maestria, bisogna sapere accendere l’attenzione.
Un’indagine specialmente “corretta”: indagano quattro donne, la sergente, “tarda primipara in dolce attesa”, una giornalista, l’anatomopatologa e la sostituta procuratrice. Della serie più recente di Patterson, in collaborazione con Maxine Paetro, “Le donne del club omicidi”.  
James Patterson-Maxine Paetro, L’undicesima ora, “Gente”, pp. 303 € 8,90

mercoledì 4 ottobre 2023

Pechino per l’equilibrio di potenza

C’è più del rituale nei festeggiamenti cinesi per i cento anni di Kissinger: la celebrazione è della politica dell’equilibrio (la balance of power). Di cui Kissinger è stato lo studioso, dalla Santa Alleanza in poi, e il propugnatore col multiateralismo. E a cui tutta la politica estera cinese, anche quella che è sembrata o è stata più aggressiva, di Xi Jinping, punta. Come opzione massima della potenza cinese nel mondo “americano”. È il succo del riesame della politica estera cinese un mese al ministero degli Esteri, in occasione delle visite a Pechino del ministro, Tajani, e della presidente del consiglio Melon.
Pechino ha stemperato la guerra commerciale e tecnologica promossa da Trump. E non ha raccolto
la sfida militare del partito Democatico americano, sulla spinta del trend pre-covid, che vedeva la Cina al sorpasso sugli Stati Uniti come grande potenza economica – la sfida di Nancy Pelosi, la speaker  della Camera, e poi del presidente Biden. Ha aumentato la spesa militare, ma non di molto, e in ottica difensiva. Ha accettato il rimodellamento della politica di Xi, della nuova Via della Seta, a opera della Germania e dell’Italia, senza obiettare. Sostiene l’integrazione europea. Ha operato per avvicinare l’Iran all’Arabia Saudita. Non si schiera nel conflitto Russia-Ucraina, in ottica mediatrice – qualora una mediazione fosse possibile, necessita di un arbitro sopra le parti.
Si può dire che Pechino ripercorre il vecchio schieramento di paese non-allineato. Ma non più da comparsa del Terzo Mondo, da prim’attore. Il rilancio dei Brics non sembra destinato a costituire uno schieramento alternativo a quello americano. Anche perché è irrealizzabile il suo obiettivo massimo, un sistema dei pagamenti internazionali indipendente dal dollaro. E coltiva al suo interno il dissidio potenzialmente più grave, in prospettiva, tra la stessa Cina e l’India. Tuttavia, accresce lo status di Pechino nelle relazioni internazionali. La “la lista d’attesa è lunga” per entrare nello schieramento, secondo il “Global Times”, il quotidiano del partito Comunista cinese. E anche per aderire alla Sco, l’Organizzazione per la sicurezza di Shangai, nata per fronteggiare l’allargamento della Nato all’Indo-Pacifico. L’Iran è già a pieno titolo nella Sco. La Nuova Banca di Sviluppo dei Brics, con sede anch’essa a Shangai, ha la candidatura autorevole dell’Arabia Saudita fra i maggiori azionisti.

Giallo enigmatico

Roccamare a Natale: gelo, umido, libecciate. talponi, e pochi, confusi, isolati vacanzieri. La vigilia e il giorno di Natale sono funestati nel ridotto della Gualdana, una larga pineta in Maremma popolata d a 153 ville d’autore, da sparizioni e omicidi. Il tutto scandito da “Perry Mason”, il vecchio telefilm di quarant’anni fa - “Perry Mason telefona alla segretaria”. Il gelo altoborghese del complesso, recintato e custodito, non si scioglie, malgrado l’abbondanza di tarocchi esplicativi, di saggezza maremmana, e di supposizioni.
Molte le pagine sulla depressione, con una casistica da manuale, della tipologia e dei rimedi - opera dello specialista Lucentini? Una satira selvaggia del buen retiro grossetano – opera di Fruttero, che aveva una delle 153 ville, invogliato dagli amici Calvino e Citati? La ricostruzione dei misteri che lo popolano quel luttuoso Natale è un puzzle “cieco”, 500 pezzi senza la figura da ricomporre.
Il virtuosismo della coppia gira a mille: la narrazione è nel più puro canone postmoderno, degli scrittori che prendono le distanze dalla loro narrazione. Che si suole dire barocco ma qui è più rococò. Un folle srotolarsi di argomenti (digressioni) d’ogni tipo, all’interno di una rete critica della contemporaneità – del modo d’essere di tutti.
Fra i tanti personaggi della pineta F&L schierano anche una coppia di comici, in ritiro per preparare il nuovo spettacolo. Non hanno altra funzione che di esserci  Come dire: eccoci. Fruttero fa i conti con la Gualdana –Roccamare, il resort dei Grandi Borghesi tra Punta Ala e Castiglione della Pescaia nel quale lui stesso (con Calvino, Citati, et al.) si è lasciato intrappolare.  E Lucentini con la depressione – sulla quale qui lungamente ironizza ma che poi lo stroncherà. Ma non c’è tristezza, le pagine volano su saettanti digressioni.
Solo, l’ossatura è nodosa. Con morti complicate. Dopo lunghe, dettagliate,  ripetute, carrellate su personaggi molteplici, e di varie sfaccettature, ma piatti. Più il vezzo toscano del bozzetto, al quale F&L indulgono per tutta la narrazione: modi di dire, fatti, interessi, tipi (la cucina, i giardinieri, le corna di paese, il libeccio, l’idraulico…). Con un “Elenco ragionato delle persone e animali principali del romanzo”.
È l’ultimo romanzo della ditta – peraltro ancora fertile su altri terreni. Non più ripubblicato dalla prima edizione economica, trent’anni fa. Ma non malvagio, trascurando il “giallo” – la lettura è sempre grata.
Fruttero&Lucentini, Enigma un luogo di mare, Oscar, pp. 402, pp. vv.

martedì 3 ottobre 2023

L'Europa dei sussidi non basta più

“I nostri sussidi attraggono i migranti”: è semplice il ragionamento dell’ex ministro delle Finanze tedesco Schaüble. Che conclude pratico: “Non possiamo più permettercelo”.
Schaüble è noto in Italia perché rigorista sui conti pubblici – anche su quelli dell’Italia. Ma una trentina d’anni fa, a ridosso della riunificazione,  è stato l’artefice della politica tedesca di accoglienza: dei criteri per individuare il diritto d’asilo, e dell’impegno a finanziarlo.
Una politica in un certo senso facile in Germania, specie a ridosso della riunificazione. Facile politicamente, molti tedeschi erano loro stessi rifugiati: nella Germania di Bonn, su una popolazione  di sessanta milioni, un sesto era di rifugiati dalla Slesia e altre regioni degermanizzate alla sconfitta, e dei loro figli. Un quinto dei tedeschi oggi si occupa direttamente, personalmente, di rifugiati dall’Est e dall’Africa.  
Il problema è ora economico, dice Schaüble. Ma anche politico, etico: i sussidi sono finiti per essere il motore dell’immigrazione invece che un rammendo. Lo dice – lo spiega, lo fa vedere – anche Matteo Garrone nel film “Io,capitano”: “In Italia ti curano”.
I sussidi non sono una soluzione. Attiravano, si può dire per esperienza, anche gli italiani, giovani, p. es. in Olanda, ancora negli ani 1980-1990: molti ragazzi lasciavano Milano e Bologna per Amsterdam,  oltre che per il fumo libero, per il sussidio, quasi un piccolo stipendio, in cambio di nulla.
Le politiche di integrazione al reddito che invece si sostituiscono, come è stato per due anni il reddito di cittadinanza, è ovvio che non hanno senso, economico oltre che etico – un’Europa che pensa di poter vivere di sussidi è un incubo, non una speranza.

Stupidario immigrazione

La prima sezione civile del tribunale di Catania ha un “Gruppo specializzato per i diritti della persona e dell’immigrazione”,  composto da quattro giudici, Massimo Escher, Marisa Acagino, Iolanda Apostolico, Stefania Muratore. Che opera tempestivo, all’inglese, dal giorno all’indomani,  su ogni questione riguardante i migranti. E le altre questioni?
 
È curioso, ma i giudici e i legali sui “diritti dei migranti” a Catania sono tutti donne, con l’eccezione del giudice Capogruppo diritti dell’immigrazione Escher. Si potrebbe dire: “fare” migranti invece che figli.
 
Le giudici del Gruppo diritti sono anche di sinistra, che è ben loro diritto, come essere donne. Ma le due di loro che esternavano sui social si sono cancellate subito, subito dopo la liberazione dei quattro tunisini farlocchi.
 
Il “Corriere della sera” pubblica “le storie dei quattro migranti liberati” a Catania dalla giudice Apostolico. Fantasiose, due anche truffaldine, spudoratamente: i due avevano la “certezza del diritto”?


Il giornale pubblica le “storie” senza una riga di commento: i migranti fanno paura? le giudici di Catania? i giudici in generale? c’è un politburo al giornale?
 
“Open Arms” sbarca a Carrara, su 168 migranti, “90 bimbi senza genitori”. Come sostenere che non la ong non operi d’intesa con gli esportatori di carne umana – dove erano imbarcati i novanta minori non accompagnati?

Tataranni barbogia

Alla terza annunciatissma stagione il miracolo Scalera-Tataranni non si riopete più. L’attrice è sempre la stessa ma sembra non avere spirito, sommersa dai contorni, scontastissimi: le mamme, l’occhio di triglia per il bigadiere ora maresciallo Calogiuri, i tormenti del marito, Matera sotto e sopra, le frasi fatte in ufficio e in archivio... Ci sono gialli di atmosfere, ma non possono essere così inerti, e anche scontati.
La Rai vanta la miniserie un punto di forza, sempre prima per ascolti il lunedì sera, ma solo eprché la programmazione tv generalista è scadente. Due ore di noia. Anzi di dispetto, considerando la bravura sprecata degli interpreti, Scalera, Gallo, Barbara Ronchi, Alessio Lapice.
Francesco Amato, Imma Tataranni – Sostituto Procuratore, Rai 1

lunedì 2 ottobre 2023

Sui migranti la lite è tedesca

La ministra degli Esteri Baerbock lavora a Berlino per far perdere i socialdemocratici alle elezioni regionali tra dieci giorni, in Baviera e Assia? La questione degli emigranti, sì alle ong nel Medierraneo, no ai migranti in Germania, è vissuta in Italia come un conflitto tra Italia e Germania. Mentre è al centro, uno dei più sensibili, delle elezioni regionali che si preparano in Germania.
I sondaggi danno in ripresa la Csu, la Dc bavarese, che nelle ultime votazioni ha perso molti consensi a favore dell’Afd, il partito di estrema destra. Ma insieme danno in ascesa anche l’Afd. Per la recessione economica, imputata al governo di sinistra, e per la questione migranti. È per fermare lo slittamento del voto che il cancelliere socialista Scholz impone a giorni alterni la chiusura delle frontiere - anche per scrollarsi di dosso la nomea di Flüchtlingskanzler, cancelliere dei rifugiati. È per favorirlo che la sua alleata di governo, la leader dei Verdi Baerbock, alimenta, senza reale necessità, un impegno finanziario e organizzativo per favorire gli sbarchi.
Il voto in Baviera, il Land più grande e più ricco della Germania, e in Assia, un anticipo del voto europeo a maggio, sembra indirizzato verso una tenaglia attorno al partito Socialdemocratico, vincitore delle elezioni politiche appena due anni fa. La Csu, e l’alleata Cdu, i Popolari tedeschi, che attualmente governano a Bruxelles col sostegno dei socialisti-progressisti, sono orientati verso posizioni conservatrici, sia nella politica fiscale che in quella dell’immigrazione. Per contrastare la crescita dell’Afd, un partito che, malgrado il suo fondo estremista, risponde all’elettorato moderato, tradizionalmente orientato su Csu-Cdu. Ai sondaggi di oggi, la prossima maggioranza all’europarlamento sarà della Cdu-Csu, i Popolari, con i Conservatori di Meloni.
La sinistrare divisa non è una novità in Germania, anzi è una costante. Il baratro che un secolo fa divise socialisti e comunisti ora si ripropone tra Verdi e Socialdemocratici. Baerbock, leader un po’ inventata dei Verdi in Germania, un po’ alla Schlein nel Pd, anche alla Conte con i 5 Stelle, non fa mistero di voler diventare il partito pilastro della sinistra, scalzando la socialdemocrazia, “vecchia” di 150 anni. Prima della minicrisi con l’Italia Baerbock aveva messo Scholz in imbarazzo con la Cina: all’improvviso, da ministra degli Esteri, ha definito il presidente cinese Xi, cui Scholz aveva appena fatto visita, con gran seguito di affari, “un dittatore”.

Raffaella, l’angelo di Apollo

Su libretto di Renata Ciaravino e Alberto Mattioli, con la regia di Francesco Micheli, un’opera un po’ pop, mimando (nel titolo) i Beatles. Raffaella Carrà sbarca sulla terra messaggera di pace e amore, genio alato proveniente dal pianeta Arkadia, regno della poesia e della bellezza, un mondo dell’arte, governato da un sovrano Apollo XI. È stata inviata in Italia per “spettinarla”. Per dare uno strappo al conformismo piccolo borghese, alla prese con il boom economico e la nuova ricchezza. E lo fa con la nota leggiadria. A partire dal “tuca tuca”, rivoluzionario cinquanta e più anni fa, o dall’ombelico scoperto in tv. Sotto un viso di angelo, sessuato-asessuato.
Un’opera non molto melodica, ma sempre a buon ritmo. – si dice opera ma è più sul genere musical, veloce, ballato, fantastico. Un’opera sulla televisione più che su Raffaella, anche se con molta fantasia. Un sogno e un’esegesi, per di più socio-politica: come la televisione ha cambiato l’Italia, come (poco) Raffaella ha cambiato la televisione.
Si è portati a dire poco, ma Raffaella Carrà non è – è stata – l’Italia? Anche migliore di questa di Fedez e Feragni. Si fa per dire – un rischio dell’opera di Curtoni, dei librettisti, della Rai che ha commissionato e prodotto l’opera, è che presumano troppo: cambiare l’Italia, cambiare la tv?
Lamberto Curtoni, Raffa in the Sky, Rai 5, Raiplay

domenica 1 ottobre 2023

Ombre - 687

Giudice “schiva, equilibrata”, incostituzionalità evidente: “la Repubblica” non risparmia elogi alla giudice del Tribunale di Catania che libera tre immigrati tunisini dall’obbligo di risiedere in Centro di permanenza perché contrario alla Costituzione. Poi spiega che dei tre due sono recidivi, ci hanno riprovato dopo essere stati rimpatriati. E che “al giudice hanno raccontato le cose più disparate”: uno fugge dai “cercatori d’oro”, uno dalla famiglia della fidanzata, morte in un precedente imbarco, uno è perseguitato per le fede religiosa. Cioè? La giudice è stupida?
 
Sullo stesso giornale Giuliano Amato diluvia di nuovo, due pagine, dieci cartelle, sui migranti dopo Ustica. Il “Dottor Sottile” si gonfia, sembra la favola di La Fontaine, o di Fedro. Anche perché propone: “L’Europa riconosca lo status di rifugiato per fame o carestia”. Cioè, quello che l’Europa fa – fa solo quello, o quasi.
Ma il problema non è Amato, che ha una certa età. È che i media non sanno nulla di immigrazione, dopo venti o trent’anni di cronache concitate, anche terrificanti.
 
La giudice di Catania dei tre vaganti tunisini, Iolanda Apostolico, che a “la Repubblica” fornisce anche la fotina, sorridente, statuisce quello che tutti abbiamo letto, che la normativa europea è “superiore” a quella italiana – è vincolante. Ma è una norma europea che vuole una cauzione di 5 mila euro per evitare il Centro di permanenza. S’informa anche lei dell’Europa sui giornali? E poi, un giudice che dichiara incostituzionale una legge senza appellarsi alla Corte Costituzionale era da vedersi - per questo, giustamente, il giornale ne pubblica la fotina,  sberleffante?
 
Mamadou: “Volete fermare i barconi? Anche noi. Dateci un visto”. Mamadou è il giovane senegalese che ha ispirato Matteo Garrone per il film “Io, captano”. Semplice. Regolare, normale. Ma nessuno in Europa se ne occupa: ogni paese europeo ha bisogno ogni anno di dieci, cento, duecentomila immigrati, ma non si occupa di cercarli, anche sceglierli perché no, e dare loro una vita tranquilla, oltre che un lavoro onesto. La verità è che l’Europa li vuole a condizioni di fame e disagio, che accettino qualsiasi lavoro, qualsiasi retribuzione, senza alcuna garanzia normativa? Non si spiega altrimenti.    
 
Migliora giorno per giorno la capitalizzazione delle banche in Borsa. A spese dello Stato, per effetto dei migliori rendimenti delle obbligazioni pubbliche, che le banche detengono in quantità - uno degli effetti perversi della politica monetaria restrittiva della Banca centrale europea. Ma anche dei buy-back delle banche, delle politiche di riacquisto dei titoli sul mercato: Intesa parte con un suo piano, Unicredit, che ne ha concluso uno, ne anticipa un altro già programmato. Per dare affidamento agli azionisti? Un segnale di solidità?
 
Il generale o ammiraglio che comanda la forze russe nel Mar Nero rispunta vivo, e parla anche. Il “boia ceceno” Kadyrov, pure lui già moribondo o morto, rispunta vivo, e anzi ringiovanito, perfino imbellito. Le false notizia hanno sempre fatto parte dell’arsenale bellico, ci si difende come si può. Ma che i tanti “inviati”, e le tante “inviate”, credano a tutto quello che è anche opportuno dire, questo avviene solo da qualche tempo, anzi solo in questa guerra: o il livello delle-gli inviate-i è scaduto, o Madison Avenue a New York e l’Esat End londinese, l’“industria” anglo-americana delle pubblicità, è molto abile – ma non con i media americani. Anche quelli inglesi, per quanto antirussi, sembrano stare a guardare.
 
Il generale russo dato per morto dall’Ucraina che ricompare in tv è ancor a vivo ma è però l’ennesimo caso di attacco ucraino mirato su un obiettivo preciso, non a caso, con informazioni dettagliate cioè di luogo e ora, e centrato. Come i morti in Russia tra i sostenitori di qualche nome di Putin. L’Ucraina vince la guerra contro Putin in quello che si ritiene il cuore del potere putiniano, i servizi segreti. Solo che un dubbio è d’obbligo: è tutta opera dei servizi ucraini?
 
“ll fantasma del comunismo si aggira sulla cerimonia laica”, annota Cazzullo ironico sul “Corriere della sera” al funerale di Napolitano, “e resterà a lungo un non detto, almeno fino all’intervento di Anna Finocchiaro”. Che è sta fatta parlare come (ex) compagna di partito, per ultima.
 
Dunque, non si sapeva ma si trascina da due anni un processo sportivo al Napoli calcio per l’acquisto di Osimhen dal Lille, valutato 71 milioni e pagato per 21 milioni con quattro calciatori delle giovanili del Napoli. Che però non sono mai andati al Lille - meno uno. Non si sapeva che questo processo è stato insabbiato dal procuratore del calcio Chiné. E che la Procura della Repubblica ora insiste, inviando gli atti a Roma, ultimamente delegata dalla Cassazione a indagare le plusvalenze. Non c’erano dubbi sulla “giustizia” del calcio, del duo Gravina-Chiné, ma la sfrontatezza ancora stupisce.
 
Chiamato a rendere conto del perché non ha indagato il Napoli per la falsa cessione di tre calciatori al Lille in cambio di Osimhen, Gravina rilancia facendo causa a Mancini per aver abbandonato la Nazionale. Furbo è, ma che dire dei tanti-issimi giornalisti che fanno il calcio e non capiscono di che si tratta? Alla Ryder’s Cup del golf i due nobiluomini, Mancini e Gravina, si fanno i salamelecchi. Non è calcio, non è sport, è cialtroneria – se non è corruzione.   

Amore folle, da favola, a Venezia

F&L imbarcati in una storia di amore folle. Di pochi giorni, poche ore, tra il riconoscimento e l’abbandono.  Tra due favole, l’ebreo errante e la bella addormentata. A Venezia, luogo per eccellenza deputato – “Venezia-la-perla-della-laguna, Venezia-la-città-degli-amanti,  Venezia-l’ispiratrice-di-Byron-Browning-Ruskin-Turner-Bonington-Bsrrès-Mann-D’Annunzio, senza contare Bernard Berenson” (nonché di “Anonimo veneziano”, il film e il racconto, vertigine dell’epoca). Una storia vera giocando sul kitsch. Gli ingredienti pasticciando, da post-moderni “naturali”, d’ironia cioè insopprimibile, tale è il dominio dello scibile disponibile, come una grammatica semplice, scorrevole, veloce anzi, e attraente. Sempre, un esercizio in digressioni di cui non si salta una riga – la curiosità in aggiunta alle palpitazioni: una “storia d’amore” cosi eccitante non si ricorda, da una coppia, poi, di quasi celibi, perlomeno cinici.
“Una specie di motivo wagneriano tenuto da mani mozartiane”, vuole questo F&L la quarta di copertina. Riferimenti d’obbligo, forse, trattandosi di Venezia. No, F&L sono più modesti, non frastornano e non gorgheggiano, anzi parlano piano e spedito, una sorta di recitativo come un basso continuo. Una lingua dimessa, per personaggi scontati, una nobildonna romana che in mancanza d’altro fa l’estimatrice d’arte per una casa d’aste, e un inglese attempato ridotto a fare la guida turistica di un operatore di terz’ordine. Che intessono un’avventura anch’essa modesta, più lasciati che presi – più tutto quello che avrebbe potuto essere e non è, non può. Per scolpire una Venezia memorabile, bella e brutta (turistica), vecchia  e nuova (turistica), avvolgente e dettagliata, minuziosa, quasi uno stradario – come “La donna della domenica” era, gira e rigira, Torino, “L’amante senza fissa dimora” è Venezia, rancida e vaporosa, piena e vuota, muta ma significante. Anche nelle sfilate di toponimi, serviti, in fondo, da un “indice sentimentale dei nomi, dei loghi e delle cose notevoli” - Umberto Eco, che era un patito delle “liste”, se ha letto questo “Amante” sarà schiattato dall’invidia. Sulla laguna muta si stagliano una serie di personaggi e situazioni medio-alto borghesi (in quegli anni, Settanta-Ottanta del Novecento, la caratterizzazione sociale era d’obbligo) che valgono un libro di storia: tutte le donne che in qualche modo intervengono (“La dona dela domenica” non nasceva per caso), il portiere d’albergo, il ragazzo d’albergo, i mercanti d’arte, il gay-professo-che-ama -e-protegge-le-donne, la contessa-delle-buone-cause – e Chioggia (gli amanti vi fanno una gita: dovrebe fare un monumento a F&L).
Un finale esplicativo, alla Poirot, è prolisso (saccente), ma il lettore perdona, è ben disposto.
Fruttero&Lucentini, L’amante senza fissa dimora, Oscar, pp. 304 € 13,50