sabato 21 ottobre 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (541)

Giuseppe Leuzzi

Si litiga sull’esumazione di una vecchia serie tv, “Il Camorrista”, sulla banda Cutolo, e il figlio di una delle vittime, del direttore del carcere di Poggioreale, anche lui come il padre “servitore dello Stato”, protesta: “Perché non mettere alcentro la vittima, invece che I carnefici, una banda di assassini, di nessuno spessore ?”. È vero, ed è il tarlo delle serie mafiose. Il criminale è l’eroe, surrettizio - si propongono crimini come spettacolo. E occupano la scena. È la damnatio del Sud – non ce n’è un altro.
 
La serie “Il camorrista” è di Tornatore, regista “siciliano” per alcuni capolavori, “Nuovo Cinema Paradiso”, “Baaria”, ma anche il primo, se non il maggiore, regista “internazionale”, che sa della necessità di un respire internazionale (cast, inglese, troupes, locations) . Tornatore ne è entusiasta, a distanza di quarant’anni da quando l’aveva girata. Felice anche che si riproponga, per “celebrare” la morte della sorella di Cutolo – il camorrista è Cutolo.
 
Karin Smirnoff, la scrittrice svedese che continua la saga “Millennium” di  Stieg Larsson, ricorda sul “Venerdì di Repubblica”: “A 19 anni avevo un ragazzo italiano, conosciuto a Parigi, che mi invitò in Calabria per l’estate, presso la sua numerosa famiglia, in un paesino. A quel tempo fumavo, e la prima mattina uscii da sola per comprare le sigarette. Tutto d’un tratto vidi attorno a me uomini che mi guardavano e mi seguivano. Poi apparve il padre del ragazzo, molto arrabbiato. Ma non verso gli altri, verso di me: apparentemente non era permesso a una ragazza di fare una camminata da sola”. Smirnoff è del 1964, quindi parliamo del 1983. In Calabria? In immaginazione?
Essere oggetto di fantasia può essere lusinghiero. Oppure letale.
 
Fenomenologia del paese
In una mezza pagina del racconto “La cavalla nera” (il primo della raccolta “75 racconti”), sul ritorno al paese dei due personaggi della storia, Corrado Alvaro dà una precisa fenomenologia sociale del “paese”, della vita di paese. Subito la curiosità: “Lo scalpiccio degli zoccoli delle nostre bestie… annunziava il nostro arrivo riempiendo del suo rumore l’abitato e dando subito colore di festa, di forestieri, d’imprevisto”. Poi il sospetto: “Chi abita o frequenta luoghi come questi, prende le misure necessarie: va dimesso per strada, evita di levare gli occhi sulle persone pericolose, rincasa all’imbrunire”. E ancora: “In un villaggio siffatto gli occhi sono tutto: parlano, pregano, promettono, minacciano, possono anche uccidere. Uno si volta, e vede occhi nell’ombra delle case, occhi di smalto tersi e inespressivi,  occhi colore di latte dei bambini stupiti, occhi attenti dietro una fratta. S’insegna alle bimbe di tenere gli occhi bassi”. E per finirela “restanza”, il senso comunitario: “La notte, mentre ci allontanavamo, il tepore umano di quell’abitato rendeva molle quel buio fino a due miglia lontano”.
Più piccola la comunità, più isolata, più forte l’appartenenza, esclusiva. Fino a quella sorta di incrostazione che Ernesto De Martino rilevava in un saggio trascurato del 1964 su “Nuovi Argomenti”, “Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche” – che dovrebbe dare da pensare a Vito Teti, a proposito della sua nozione di “restanza”: “Nella misura in cui gli oggetti si separano dalla rete di relazioni domestiche, dalle memorie culturali latenti che li mantengono in ambiti ovvi…. si fa valere il rischio di un loro caotico relazionarsi… in una vicenda inarrestabile di assurde oicononie”. Gli oggetti, i gesti, le attitudini.
 
Se il nemico è la legge
Un ragazzo, uno delle “vittime” dei tribunali di prevenzione con i quali si presume di combattere la mafia (“colpiamola nei beni”), commenta la fine della giudice palermitana Saguto, condannata dalla  Cassazione per abuso d’ufficio e corruzione: “Ha rovinato la vita di tante famiglie e ha rovinato la sua”. Il commento più appropriato. Di una giustizia che può non essere corrotta (la giudice condannata fieramente nega ogni addebito), ma sicuramente è violenta. Soltanto violenta: confusa, imbrogliata, imbrogliona, ma intanto persecutrice. Specie questa, quella delle potentissime sezioni Misure di Prevenzione. Che possono disporre (“rovinare una famiglia”) senza giudizio e senza condanne – una pratica assurda di cui non si parla, neanche dopo la denuncia documentata di Barbano, giornalista di lungo corso e giurisperito, “L’Inganno”, un anno fa. Un atto d’imperio. Un confino di polizia esteso ai beni dei sospettati, senza bisogno di prove, per un semplice sospetto.
Un “sistema” balordo anche dopo la sentenza della Cassazione contro Saguto. Nella quale la Procura di Caltanissetta, che ha indagato e mandato a processo la giudice, di ruolo alla sezione Prevenzione di Palermo, ha trovato gli estremi per la carcerazione immediata, della ex giudice nonché del marito e altri suoi correi. Mentre lei può argomentare che la sentenza della Cassazione, mezzo assolutoria e mezzo accusatoria, non contiene elementi per procedere all’arresto.
L’accusa non è da poco: Saguto ha affidato la gestione dei patrimoni messi provvisoriamente sotto sequestro ad amici suoi e del marito. Che accusa è, si penserebbe, chi perde il tempo a gestire cose non sue, e magari di persone violente, se non per un senso del dovere, un senso civico? E invece no, perché i sequestri preventivi sono un affarone. Per i curatori. Roba di cui niente resta, alla fine della curatela, non per lo Stato, se si arriva a una condanna, non per i malcapitati che fossero poi assolti: tutto è passato ad arricchire i curatori, con varie procedure, tutte peraltro note, esercitate pubblicamente.

Senza contare l’assurdità, nel quadro del contrasto all’illegalità, di un tribunale “speciale”, extra legem, prima che aperto alla corruzione. Che procede cioè per ipotesi di polizia. Ma prende decisioni che, definite temporanee, sono di fatto decisive, di esproprio. I giudici delle sezioni Prevenzione possono, senza dover provare niente, sequestrare, confiscare e anche alienare i patrimoni di gente anche onesta, a uzzo di voci e convinzioni, che spesso non è condannata – in alcuni casi nemmeno indagata – e perde tutto: quando il patrimonio viene restituito è sempre azzerato di valore. E non è tutto: la giudice Saguto che sostiene di non avere fatto nulla di male fa capire quanto la pratica sia normale, che le confische servono a riempire le tasche di amministratori che il tribunale di prevenzione nomina liberamente, tra amici e consoci.


Cronache della differenza: Sicilia
Nel “Posta e risposta” su “la Repubblica” un lettore può elencare una lunga lista di “scrittrici donne e siciliane”: Stefania Auci, Nadia Terranova, Cristina Cassar Scalia, Alessia Gazzola, Aurora Tamigio, Lorenza Spampinato, Silvia Gasso, Catena Fiorello, Dacia Maraini, Simonetta Agnello Hornby. Una lista a cui Merlo aggiunge Maria Attanasio. Tra i viventi. E le Messina, Maria e Annie, o Livia de Stefani, nel finitimo tardo Novecento? O più in là la siculo-pisana Curradi-“Adorno”, che ancora si rilegge. Le liste sono fatte per allungarsi – si fa prima a dire “la donna del Sud”.


Il Tribunale di Catania, la prima sezione civile, ha un “Gruppo diritti dei migranti”. Tutto di donne,  con l’eccezione del giudice Capogruppo, Escher. Tutte di Catania, con l’eccezione di Escher. Donne pure gli avvocati che patrocinano i migranti allo sbarco. Nella città del mascolinismo di Brancati un secolo fa, per quanto di ingravidabalconi – ancora negli anni del collegio, 1950-1960, le catanesi uscivano sempre “chaperonate”, dalla mamma o dalla zia.

“L’Italia è piena di ricchezze poco valorizzate”, deve annotare Carlo Pietrini, l’inventore di Slow Food una cinquantina d’anni fa. Mentre si congratula per “il modello delle Langhe vincente nel mondo” – le Langhe che ancora negli anni 1960 erano minacciate di spopolamento. Poi Petrini fa finta di chiedersi: “Penso a un luogo meraviglioso e ancora compresso come la Sicilia”.

I vini la Sicilia li ha infine valorizzati quando i vigneti sono passati ai veneti. È scomparsa perfino la mafia.

A Palermo i supermercati più cari d’Italia, trova un’indagine di “Alrroconsumo” su 1,203 supermercati – chi fa la spesa a Palermo spende mille euro in più all’anno per gli stessi prodotti di chi fa la spesa a Vicenza, che è una delle città più ricche. C’è una ragione? No.

Si dice la “filiera lunga”, e cioè che le catene nazionali si riforniscono lontano dall’isola e poi fanno pesare il trasporto. Niente di tutto questo, la logistica sa annullare le differenze – si veda amazon. E pi molte catene di supermercati sono isolani.

Si discute, da tempo e con calore, se usare la mafia come gadget commerciale. Il panino del mafioso, l’anello, il distintivo, il fazzoletto da collo, la coppola - una serie di oggetti di nessun valore che le traghetto da e per Messina vendono con profitto. Se c’è chi ci spende dei soldi, certo la cosa un brivido lo dà.

Si dimette il rettore dell’università di Messina Cuzzocrea, dopo che l’amministrazione gli ha contestato le spese. Specie le “trasferte”, quando partecipava ai concorsi ippici, da appassionato. Ma appare stupito più che contrariato. Rinviando a un lontano scouting per conto di una multinazionale del petrolio in Africa e Medio Oriente. Dove la corruzione era (ed è) “normale”. In un anticipo di politicamente corretto non si informava allora che ci volevano bustarelle e tangenti, ma che non c’era “il senso del pubblico distinto dall’interesse privato”. 

Della Sicilia questo non si potrebbe dire, Cuzzocrea o no, non c’è bisogno di scouting politico: la Sicilia non è Africa. È stata araba, è vero, ma per poco, molti anni fa – anche se ne conserva, anche questo è vero, memoria grata. E allora? Il passato non giustifica tutto, ma molto sì.

leuzzi@antiit.eu

Storia voluttuosa della donna in età e il bello sventato

Storia angosciosa e lieve della cinquantenne col ragazzo Ganimede-Apollo, sciocco, bello e destinale. Il secondo libro, “La fine di Chéri”, è un rientro all’ordine, nella normalità del tempo, nemmeno i Ganimedi vi si sottraggono – Chéri è “bellezza che ha tutto, e che perciò è ancora più infelice”.  E finisce male, tra megere, in camere  losche, da smobilitato trentenne, senza arte, sezza desiderio. Tanto spedito, stimolante, il primo racconto, altrettanto deprimente il secondo, un lungo atto di accusa contro la vecchiaia, intemperante.  
Una duplice accoppiata di Colette in tarda età. Che potrà così abbandonare il music-hall. Per un successo, di pubblico e di stima (“Chéri” sorprese Gide e commosse Proust), infine tutto suo - vent’anni dopo le “Claudine”, di cui l’allora suo marito “Willy” le aveva sottratto la firma.
Un successo all’epoca anche de scandale: Colette stessa, cinquantenne, dopo l’uscita di “Chéri” sedusse il figlio diciassettenne, Bertrand de Jouvenel, del suo secondo marito – ne nascerà, dopo una storia di cinque anni, il nerissimo “La fine di Chéri”. Ma il brio della scrittura regge, non offuscato dallo scandalo – vero o costruito?
A  proposito di Bertrand de Jouvenel, una delle sue successive amanti, Martha Gellhorn, che sarà poi la terza moglie di Hemingway, unica giornalista femmina embedded nel D-Day, lo sbarco in Normandia, e si suiciderà non soffrendo la vecchiaia, lo trovava “sventato” – “non ha mai capito quando era in presenza del pericolo”. In America, dove è stata ostracizzata per puritanesimo (l’America vuole il sesso ma non ammette la sensualità, i sensi), Colette viene ora letta in plurime edizioni, specie di questo breve ciclo di “Chéri”, per il radicamento nella fisicità: fiori, piante, muscoli, pelle, ombre, lucori, odori, sapori, e anche gli ardori, ma sottotraccia. Qui è anche molto di più: una testimonianza di un certo tipo di femminilità, passiva e acquisitrice. Di Parigi e delle pratiche di vita, prima e dopo la Grande Guerra. Dei cibi. Dei modelli di abbigliamento. Dei tessuti - seta, mohair, alpaca, gabardin, batista. Dei cibi e delle bevande. Senza stancare.  
Colette, Chéri –
La fine di Chéri, Adelphi, pp. 281 € 12

venerdì 20 ottobre 2023

Problemi di base di verità - 773

spock


La verità è che la verità non piace?
 
Ci sarà la (una)  verità nell’universo, ma chi lo sa?
 
To be is to act”, John Banville – essere è agire/recitare?
 
È vero quanto avviene?
 
O quanto si pensa sia avvenuto?

E chi non fa la storia tacendo, immobile – storia è anche ritenzione?

spock@antiit.eu


La Cina di Kissinger e la distensione con l’intelligenza artificiale

Si può dire il centenario Kissinger l’ultimo madarino della Cina, della grande politica. Che non  ne condivide l’amara previsione di una guerra con gli Stati Uniti “in cinque-dieci anni stando l’attuale tendenza”. Ma crede realizzabile il suo auspicio che un nuovo “equilibrio di potenza” sia negoziato e raggiunto per l’applicazione militare dell’intelligenza artificiale.
La proposta di Kissinger nell’ultima sua voluminosa pubblicazione, ora ribadita in un saggio, e di un paio di altri accademici americani della politica a lui vicini, di utilizzare le applicazioni dell’intelligenza artificiale per la “restaurazione dell’equilibrio”, attraverso un lungimirante negoziato, in Cina non è caduta nel vuoto. Non se ne parla in sede internazionale, in attesa che anche in America l’idea si faccia strada, ma se ne dibatte nei media cinesi.

L’intelligenza politica vittima del fascismo – e delle “due culture”

Essere stati antifascisti, ostracizzati, carcerati, esuli non è stato una dote nella Repubblica, e anzi li ha salvati, tuttora li salva, a  stento – qualcuno se ne ricorda il nome. Erano anticomunisti, come erano necessitati a farlo dalla stessa coscienza della libertà, e non si poteva esserlo, questo li ha esiliati in patria. Ai margini, quando non al dileggio, all’aggressione verbale. E pure si trattava di persone di peso, per ogni aspetto, di integritàù civile oltre che di cultura e intelligenza, soprattutto politica: Salvemini, Chiaromonte, Silone, Pannunzio, Ernesto R ossi, Lionello Venturi, Garosci, Rosario Romeo. Che pure vantavano l’ombrello di Croce. Altove si sarebbero detti “maestri del pensiero”, nelI’Italia repubblicana furono giusto tollerati, ma ai margini, e spesso insultati. Anche dal Migliore, e senza dubbio il più colto dei suoi, il capo dei Comunisti Togliatti. E quando Togliatti non ci fu più, gli eredi operarono come se non ci fossero. Fino a Berlinguer che ne decretò l’estinzione, sotto l’ombrello delle “due culture”, le uniche esistenti a suo incontrovertibile giuidizio, anzi pensabili e  auspicabili in Italia: la comunista e la “popolare”, ossia democristiana.
Sembra medio evo ma era ieri. Con Scalfari, già collaboratore di Pannunzio ed Ernesto Rossi, a guidare la crociata dopo Berlinguer, col suo gruppo editoriale attorno alla corazzata “la Repubblica”.  
Teodori fa un affettuoso epicedio di questi uomini italiani dimenticati. Ma pià doloroso di tutto è questo, che Teodori trascura, che le due culture furono imposte dall’ultima progenie, si penserebbe,  di questa nobile lignée di pensiero: da Eugenio Scalfari, da “la Repubblica” e “l’Espresso”. Quando li diede in comodato al Pci di Berlinguer, “per una copia in più”.  Un (piccolo, micragnoso) procedimento faustiano. Di uno che non credeva al Pci. E che non salvò il Pci – e alla fine neanche il suo ex impero editoriale,  che ne è rimasto prigioniero, e sta sul mercato ai margini (si vende con difficoltà). Senza beneficio per  il pensiero pensante, per l’intelligenza politica, che ha schiacciato sui Grillo, Conte, Schlein – Meloni figura la più e saputa colta in questo aeropago.  
Massimo Teodori, Antitotalitari d’Italia, Rubbettino, pp. 120 € 15

giovedì 19 ottobre 2023

La nuova geografia economica – il declino Ue

Si riduce il peso del Giappone, in primo luogo, e poi della Ue nell’economia mondiale negli ultimi anni. È il dato che più colpisce dell’evoluzione registrata dal rapporto di Bruxelles “The 2022 EU Industrial R&D Investment Scoreboard”. L’evoluzione è specialmente accelerata a cavaliere del covid, nel quinquennio 2016-2021. L’atro dato di rilievo è la conferma della crescita cinese, in posizioni tali da insidiare i primati Usa.
Nei settori Elettricità, Media e Ict la Ue riduce la quota di vendite sul mercato mondiale di quasi cinque punti, dal 18,9 al 14,3 per cento. Ancora di più ha ridotto al quota degli investimenti in questi settori, dal dal 23 al 14,1 per cento. Gli Stati Uniti rimangono stabili, sia come quota vendite sia come quota investimenti: 33-34 per cento e 30-27 per cento rispettivamente, per fatturato e per investimenti. Ma la Cina cresce notevolmente: dal 9 al 21 per cento nelle vendite, e dal 6,5 al 26 per cento negli investimenti. Il Giappone ha anch’esso ridotto le sue quote, come la Ue: dal 16,6 al11,8 per le vendite, dal15,5 al 10,5 per gli investimenti.
Si ridimensiona anche il ruolo delle aziende europee nel mercato mondiale. Le prime 2.500 aziende europee pesavano per il 26,6 per cento del commercio mondiale nel 2016 e per il 21,6 nel 2021. Analogamente per gli investimenti: la loro quota è scesa dal 23,7 al 19,8 per cento. In riduzione anche le quote Usa: più rilevante negli inevestimenti, dal 27 per cento del totale mondiale al 21,4. Mentre si moltiplica la presenza cinese, dall’11,5 al 24 per cento nelle vendite e dall’11,4 addirittura al 27 negli investimenti. Si riduce anche il ruolo del Giappone, ma meno che per la Ue: dal 16,6 l 12,8 per le vendite, dal,15,5 al 13, 2 per gli investimenti.
La Ue manteneva le posizioni solo nell’automotive – dove però la Cina sta diventando il mercato dominante della “transizione”, sia come produzione, di auto e batterie, sia come vendite. Nel quinquennio l’automotive Ue ha accresciuto la quota-mercato mondiale, dal 35,9 al 38,2 per cento. E ha ridotto di poco la quota investimenti, dal 26,1 al 24,9. Gli Stati Uniti vedono ridotta la quota vendite, dal 16,6 al 13 per cento, ma in crescita gli investimenti,  dal 21,1 al 24,6 per cento (quota poi probabilmente accresciuta dalla  politica protezionistica di Biden, di fortissime incentivazioni ai produttori nazionali) . Marginale ancora la presenza della Cina, 7,8-11,4 la forchetta delle vendite, 4,5-9,6 quella degli investimenti. Sempre elevate invece, quasi “europee”, le quote del Giappone:  29,5 e 26,1 per cento quelle delle vendite, ben il 34,6 e poi il 33,6 quelle degli investimenti tecnologici.  

L’Occidente fa paura

Analizzata solo sotto l’aspetto monetario, per dirla velleitaria (l’impossibile sostituzione del dollaro coem moneta di pagamento), la conferenza dei Brics a Johanesburg ha invece esplicitato un timore pratico: dell’“unilateralismo” occidentale, americano, simbolicamente contrassegnato dal G 7. Il catalizzatore di questo sospetto è stato il congelamento delle riserve valutarie e degli investimenti finanziari russi. Dello stato usso, e dei priciali investitori russi.
È questo timore che ha spinto le petromonarchie, Arabia Saudita, Emirati, forse anche Qatar, solidamente legati all’Occidente, specie nelle posizioni finanziarie, ad affrettare l’adesione ai Brics. Un’adesione non di facciata. Sotto l’egida di Pechino. Che da tempo ammonisce contro “l’economia usata come arma”: la tecnologia, il commercio, la finanza, la moneta.

Ai Brics il controllo dell’energia

In attesa della transizione verde, il mercato internazionale delle fonti di energia viene a essere dominato dai Brics. Sia come grandi consumatori  - India e Cina. Sia come grandi produttori -  Russia, Arabia Saudita, Emirati, Nigeria.
Il vertice Brics di Johannesburg a settembre è stato visto e presentato come elitario, sul piano monetario, di una moneta alternativa al dollaro. In realtà si configura come lo schieramento dominante nel mercato delle fonti di energia.
Il Brics +, o Brics plus, allargamento dei Brics, i paesi industriali che non si ritengono parte dell’Occidente, essendo esclusi dal G 7, ha visto a Johannesburg la richiesta di adesione dei principali produttori di petrolio e gas. Sotto l’egida della Cina,  del “multilateralismo inclusivo” teorizzato da Pechino. E, per l’Iran e l’Arabia Saudita, anche della Russia - un avvicinamento impensabile fino a ieri, tra i leader agguerriti degli opposti schieramenti secolari islamici, sunniti e sciiti.
Di Iran, Arabia Saudita e Emirati è prevista l’adesione il prossimo anno. La Nigeria, altro grande produttore di petrolio e gas, non è candidata ufficialmente, ma è “interessata”.
In prospettiva, non è peraltro detto che il predominio Brics sul mercato mondiale dell’energia si limiti alla fase transitoria, fino all’energia verde: alcuni di questi paesi, Arabia Saudita e Emirati soprattutto, investono molto anche sulle fonti di energia rinnovabili – e la Cina, maggiore inquinatore, è anche di gran lunga il primo mercato della mobilità elettrica.

Sotto il vestito Shakespeare - la tragedia del lusso

Un dramma shakespeariano sul noto fatto di cronaca, la vicenda di Patrizia Reggiani, la sua ascesa in casa Gucci e la sua caduta, assassina del marito. Con i due fratelli del miracolo Gucci, Rodolfo e Aldo, i loro figli variamente inetti, Maurizio e Paolo, l’outsider  Patrizia, “Elizabeth Taylor”, che le tenta tutte per salvare l’impero. Fino a che perde anche lei il senno: il marito Maurizio, che lei ha costruito, se la dimentica per una vecchia conoscenza delle vacanze in Svizzera da figlio ricco, lei abbandonata e sola si rimette al giudizio della fattucchiera, e la fattucchiera impone l’assassinio.
Una grossa produzione, con un regista di capolavori, e una serie di primi attori. Alcuni da Oscar, anche se poi il film non ne ha avuti. Lady Gaga soprattutto nei panni della protagonista, sempre convincente, ragazza vamp, popolare tra i camionisti, carrierista, moglie inventiva, madre, manager, moglie rifiutata, per nessun motivo, di marito abulico, e vendicatrice-vittima. Jeremy Irons, Rodolfo, che disereda il figlio perché sposa un’arrivista, e poi lo riaccoglie alla nascita della nipotina, chiamata col nome dell’adorata moglie morta. Al Pacino, Aldo, lo specialista del marketing che tutte le tenta per continuare quella che lui s’inventa essere una dinastia – “noi veniamo dal Quattrocento”.  Adam Driver in quelli di Maurizio, l’erede senza progetto, che si fa fare dalla moglie Patrizia e poi la dimentica. Jared Leto in quelli del cugino Paolo, tanto ambizioso quanto sciocco. In un intreccio di debolezze, sotto il lucore del marchio, che fatalmente porta al carcere per evasione fiscale, alle spese inconsiderate, ai debiti, al fallimento, all’assassinio.
Una parabola, anche, del lusso, illusione e vuoto.
Un filmone, di poca presa secondo auditel – è una delle serate meno seguite di Rai 1. Forse perché, volutamente, poco melodrammatico, quasi documentaristico. Un groviglio che Ridley Scott, come suole da qualche tempo, scioglie didascalico. Ma va filato per due ore e mezza.  
Ridley Scott,
The House of Gucci, Rai 1, Raiplay

mercoledì 18 ottobre 2023

Letture - 534

letterautore


Africa
– È “Cencionia” in Gadda, 1937 (“Meditazione breve circa il dire e il fare”, poi in “I viaggi, la morte”): “Ti fai un romanzo o favolone che sia, nel quale ti fabbrichi un eroe diritto che piace molto alle femmine e le contenta molto: e una poi la deruba, e, àrsole il pagliericcio, se ne va in Cencionia a cacciar coccodrilli…”.


Altezza – In licenza a Barcellona dopo un inverno in trincea a Huesca, nella guerra di Spagna, Orwell evita un ritorno al fronte che gli sarebbe stato fatale (per come andarono poi le cose) per un particolare: doveva aspettare che gli venissero confezionate le scarpe nuove. E commenta (“Omaggio alla Catalogna”): “Tipico dettaglio che decide sempre il destino” – “l’intero esercito spagnolo non era riuscito a produrre un paio di stivali abbastanza grandi da adattarsi alla mia taglia”. Orwell era di 1,83. La statura conta.
Ci sono eccessi fra gli scrittori anche sula taglia, modesta o eccessiva. Charlote Brontë era piccolina, 1,45. Così pure lo è Donna Tartt, 1,50 - che però vatna “la stessa altezza di Lolita”. Di Emily Dickinson non si conosce, tra le tante cose, neanche l’altezza (“Non conosciamo mai la nostra altezza” è una della sue poesie più amate), ma sembra longilinea. Era basso pure Faulkner, 1,67 – che è un’altezza media, ma gli valse l’esonero dal servizio militare.”. Sopra 1,80, l’altezza di Kafka, che quindi era un longilineo, vengono Hemingway, 1,83, Hammett, 1,85, Conan Doyle, 1,88, Oscar Wilde, 1,91. Il più alto di tutti sarebbe Michael Crichton, 2,10.
 


“Faussone”  – L’elogio classico dell’operaio, o del “lavoro italiano nel mondo”, il Faussone di Primo Levi, è il tema della seconda parte del saggio di Gadda “Tecnica e poesia”, in “Nuova Antologia”, 1940, ora in “I viaggi, la morte”, una decina di pagine: “Ho vissuto far gli uomini delle macchine….”, in Belgio. Il suo “Faussone” non era piemontese ma toscano, di Sesto Fiorentino, formato alla Pignone.
Gadda ha coltivato il disegno si un romanzo del lavoro. Nello stesso saggio scrive: “I miei quaderni di studio per un «romanzo sul lavoro italiano», 1922-24, sono pieni di improvvisi, note di getto, di strappo, tutte trafugate dall’opera, dal cantiere,…. Venute al mio quaderno senza speranza, tra il sudore degli anni e degli uomini poveri, polverosi”.

Italiane in America – Sull’onda del successo di “Elena Ferrante”, le edizioni della “New York Review of Books” hanno tradotto o ripubblicato numerose scrittrici italiane. Da ultimo Amelia Rosselli. In aggiunta a Antonella Anedda. Con molta Elsa Morante, molta Natalia Ginburg. Nel mezzo Fenoglio (“Un affare privato”), Morselli “Il Comunista”, “Dissipatio H.G.”) (“ ) e Piumini.

In precedenza, le edizioni Nyrb, mainstream o letterarie, avevano in catalogo Svevo, Gadda, molto Sciascia, Pasolini, tutto Tomasi di Lampedusa, Malaparte, molto Pavese, Moravia (solo “Agostino”), Buzzati – Calvino è in edizione Mariner, la casa specializzata in letteratura di Harper Collins.

Leopardi e Lichtenberg – Un parallelo quasi obbligato, tanto avevano in comune, oltre la cifosi (e l’altezza: 1,41 per Leopardi, poco di più per Lichtenberg). L’erudizione sterminata. Il pessimismo radicale. Il diario quotidiano, non personale. La curiosità e l’attrazione per le natura. Leopardi è grande poeta, Lichtenberg meno. Lichtenberg era grande scienziato – fisico e naturalista - e notevole materialista (spinozista, “l’eretico dello spirito tedesco” secondo il suo cultore Anacleto Verrecchia), Leopardi meno. E tuttavia, ragionando per paralleli, per quello che sono utili, è forzato quello tra Leopardi e Nietzsche, sarebbe naturale tra Leopardi e Lichtenberg.

Leopardi era poeta d’animo, e per questo radicalmente differente. Ma tenne lo zibaldone di pensieri vari come Lichtenberg ne aveva tenuto uno, altrettanto celebrato, di decine di migliaia di pagine. Come lui risentiva la gobba come una menomazione. E amava i dolci. Leopardi ha Silvia, “fiore purissimo, intatto, freschissimo”, tra “i sedici e i diciotto anni”, Lichtenberg la dodicenne Maria Dorothea Stechard, “Stechardin”, morta a diciassette.    
Lichtenberg non era di famiglia nobile, e non fu accudito dal babbo – era il diciassettesimo e ultimo figlio di un pastore luterano. E visse fino a quasi sessant’anni. Ma fu accudito da amici. E visse anche lui in tre posti: il paese natale, fuori Darmstadt, Gotting e Gotha.

Era noto Lichtenberg in Italia? Conosceva e praticava l’italiano, e dell’Italia molto sapeva - Alessandro Volta ne aveva il culto. Ma la “fortuna di Lichtenberg” fuori della Germania è una ricerca ancora da fare. Una lettura comparata dello “Zibaldone” e dello “Scandaglio dell’anima” riscontrerebbe sicuramente molti echi.
 
Libertà
–“A parole tutto è concesso, nei fatti crescono censure e divieti dettati dalla cultura woke in nome dell’inclusività - Slavoj Žižek, “La Lettura”, 15 ottobre: “In nome del permissivismo si attivano tutte le limitazioni: politicamente corretto, woke, cancel culture e così via…. A  parole siamo per l’inclusione, per la diversità, ma il risultato è una nuova forma di terrore. Oggi, in nome dell’inclusione, escludiamo le persone più che mai, il paradosso è che la cancel culture difende sempre la diversità, l’inclusione”.
 
Madre
– È crudelmente (affettivamente) mancata a Leopardi e Rimbaud. E a Saba, che ha profuso gli affetti sulla balia, la Peppa – anche quando la madre ha provato ad allontanarlo dalla balia. Ha deluso Baudelaire, la sua prima donna. In parte anche Proust, lo scrittore del “bacio materno”, delle “angosce dell’attesa di questo bacio” – “la sua madre era la nonna materna” (Gadda su “Psicanalisi e letteratura”, “La Rassegna d’Italia”, 1949, ora in “I viaggi, la morte”.


Pasticciaccio – “La risciacquatura dei miei cenci è stata una fatica da non dire”, Gadda nelle note sulla pubblicazione del romanzo, decisa all’improvviso da Garzanti nel 1953. Soprattutto nel lavoro sul romanesco, con Mario Dell’Arco: “Nella primavera del ’55, indi nell’autunno del ’56 e nella primavera del ’57 «presi» (e ripresi) «contatto» con Mario Dell’Arco, che conoscevo poeta e filologo: Antonio Baldini, giudice benignamente severo del mio pessimo romanesco («Letteratura», 26-31) me lo aveva nominato come pensabile e qualificato raddrizzatore del romanesco medesimo. Dell’Arco mi assisté prontamente, generosamente: con una lucidità, una pazienza di cui sento tutto il raro valore. Rivedemmo due volte l’intero testo del volume. Frasi e battute romanesche: altre contaminate, fra italiano e romanesco”.

Non è tutto: “Per il napoletano mi soccorse Onofrio Galdieri, figlio del nobile poeta Rocco Galdieri”. Per il molisano “qualche imbeccata ebbi anche da Alberto Maria Cirese, il giovane e valoroso dialettologo molisano, figlio di Eugenio, il poeta”.


Psicanalisi  - “La psicanalisi, in verità, può concorrere allo smontaggio di un’idea-sintesi che noi ci formiamo di noi stessi, come un’officina di riparazioni può smontare un’automobile. Anche un pupazzo può essere smontato dalla psicanalisi. Questo non significa che la società umana corra pericolo perché il pupazzo è stato psicanalizzato: la società è infelice perché il pupazzo è pieno di segatura” - Carlo Emilio Gadda, “Psicanalisi e letteratura”, in “La Rassegna d’Italia”, 1949, ora in “I Viaggi, la morte”,
 
Rodolfo Quadrelli – “la Repubblica” ripropone nell’inserto “Robinson” il poeta e saggista milanese degli anni 1960, per la penna autorevole di Filippo La Porta, “caustico e urticante, critco del Boom, alter ego di Pasolini”. Negli anni Sessanta (tardi anni Sessanta-primi Settanta) Quadrelli era bandito dalle librerie Feltrinelli, insieme con Quinzio, Zolla, e vari altri autori. Non nominativamente, sulla base dei relativi editori – come è narrato da Astolfo, “La gioia del giorno”, il romanzo di quegli anni: Le librerie Feltrinelli in via preventiva espurgano i libri degli editori Adelphi, Rusconi, De Agostini, Rizzoli eccetto la Bur, titoli infidi. Sempre la purificazione comincia dai libri. Dopo Cavour Feltrinelli pubblica Salvemini, è al dodicesimo volume, Settore privato di Léautaud, e come farlo, a letto e al mare. Non pubblica Cohn-Bendit: “Non voglio libri di anarchici”, ha detto. Le impiegate in casa editrice hanno ancora il grembiule, azzurro”.
 

Mr Ripley – Il personaggio di Patricia Highsmith è anche un’avviata azienda di entertainment, “Ripley’s Believe it or Not”, creata da Robet Ripley nel 1919 – una rubrica giornalistica agli inizi, su fatti strani o inconsueti, poi adattata per la radio, la televisione, molti fumetti, una serie di musei, tra essi un parco a Orlando, in Florida, con oltre ottanta attrazioni, vistato annualmente da oltre 12 milioni di persone. Priama dei Peanuts, Schulz pubblicò con Ripley’s – protagonista della striscia Spike, “un cane da caccia che mangia aghi, viti, chiodi, e lamette da barba”. Subito dopo il lancio della prima serie, Ripley si prese un collaboratore, Norbert Pearlroth, per le ricerche d’archivio: Pearlroth lavorò 52 anni nella New York Public Library, dieci ore al giorno, sei giorni la settimana, per cercare fatti curiosi.


Scrittore – È “un predicato verbale”, Gadda: “Ogni scrittore è un predicato verbale (coordina) che manovra un complemento oggetto (il dato linguistico)”, “Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche”, in “Solaria”, maggio 1929, ora in “I viaggi, la morte” – “E questo complemento oggetto relutta, come un serpentesco dragone…”.


Sinistra in Germania – Nel racconto lungo “Nostalgia “ (nella raccolta “Il mare”), sull’impossibilità di amare, per larga parte Alvaro rappresenta un salotto a Berlino, circa un secolo fa, qualche anno dopo la Grande Guerra, frequentato da intellettuali, persone di molte esperienze, con una conversazione dapprima dedicata all’Italia, alle differenze “nazionali”, essendo il nuovo del salotto il giovane corrispondente italiano da Berlino (Alvaro lo era), poi impegnata in una varia professione di sinistra politica, che evoca molti comportamenti odierni, tra la Spd e la Linke, i socialdemocratici e l’estrema sinistra socialista, e tra le formazioni socialiste e i Verdi – ma con analogie anche fuori della Germania, dovunque una sinistra politica sia intellettualmente forte. Su ogni argomento: “Non amavano tutti le stesse cose, ma erano d’accordo invece nell’odiarne delle altre. L’odio, appunto, li unì; ognuno aveva su ogni argomento la sua opinione personale che differiva un poco da quella dell’altro; e ognuno teneva a distinguersi. Così, essendo tutti pacifisti, avevano differenti opinioni sulla pace”. Tutti professandosi europeisti: “«Noi siamo Europei, Europei», diceva trionfalmente la donna  socialdemocratica, e pretendeva che tutti brindassimo”.


letterautore@antiit.eu


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Il Nobel dell'erotismo

(questo sito leggeva “Perdersi” in originale due anni fa, uno prima del Nobel, lamentando che fosse “probabilmente l’unico suo racconto non tradotto”, di Annie Ernaux. Questa la recensione)
 
Una riscrittura. Di un diario. Di un incanto, una possessione, una stregoneria. L’incapricciamento lungo tutto un anno per un uomo più giovane, semisconosciuto. O l’amore carnale, di desiderio pieno. Con un corpo, più che con una persona. Una malia, una magia. La libera sessualità infine guadagnata dalle donne, da una donna - non la promiscuità: il piacere.
Una storia vera, o forse no, è un esercizio di scrittura, “stai a vedere come ti sdogano il porno” - a fine millennio è stato in Francia una politica editoriale, assecondata da altri scrittori di gran nome, Houellebeq, Carrère. Ma il lettore ne è a sua volta incantato - la verità della cosa, sia pure un commerciale succès de scandale, passa in secondo piano. Annie Ernaux prova a raccontare l’erotismo come lo si vive, riempiendo le attese e gli incontri dei gesti e gli atti del sesso, e ci riesce: il sesso scritto qui funziona, in questo che è probabilmente l’unico suo racconto non tradotto.
Nel 1989, mentre l’Urss crollava, ma il lettore può non saperlo, non se ne dice niente, sapiente anti-climax, il racconto lungo, dettagliato, del desiderio-bisogno di un rapporto sessuale che la narratrice-autrice, trattandosi di un diario,  avrebbe vissuto con un russo non identificato, di cui sappiamo solo l’iniziale, S., alto, glabro, e quindi magico a toccare, la pelle e le voglie di un ragazzo, l’interprete-spia, come allora usava, incontrato in un viaggio in Urss a fine 1988, che poco dopo emerge a Parigi, all’ambasciata, a non precisate attività culturali. Lei cinquantenne, lui di una dozzina d’anni più giovane. Hanno fatto l’amore con trasporto, con violenza, senza una parola, l’ultima notte che la narratrice ha passato a Leningrado, ne riprendono la pratica a Parigi. A scadenze non fisse, il giorno e l’ora all’umore di lui, ma ogni volta con trasporto pieno, di lui e di lei, senza soste, pure in piedi per la fretta, sul pavimento, sul divano, nello studio, di lei o di uno dei suoi due figli. E non si ride, si partecipa.
Ogni minuto lei vive, anche nella vita ordinaria, sulla metro, a passeggio, al supermercato, nel pensiero di lui, un’ossessione, dolce. Anche quando, cioè sempre, lui si fa desiderare – non c’è modo per lei di attivare il rapporto, le cose succedono quando decide lui. Un rapporto allora di dipendenza? No, nemmeno questo: è l’assoluto del desiderio, ingovernabile. Forse troppo ben scritto per essere un racconto diaristico come pretende, dal vivo. Ma il lettore non lo sa.
Questo “Se perdre”, perdersi, titolaccio alla Yvonne Samson, è il rifacimento, dieci anni dopo, nel 2000, di “Passione semplice”, la storia breve della stessa avventura scritta nel 1990, a ridosso dei fatti (ma il film di Daniele Arbid sulla vicenda,  “L’amante russo”, “Passion simple” nell’originale francese, è sceneggiato su “Se perdre”, nei limiti del visibile). Molto più lungo della prima versione, cinque-sei volte, con molti dettagli e con molte riflessioni. E più nella cifra di Ernaux, della storia vera, raccontata sui diari.
L’artificio è qui manifesto: non c’è diario così esteso, per quanto la passione possa volersi ingombrante, eccessiva. Ma l’effetto è sorprendente: è il solo racconto erotico, di potenza a sua volta eccitante, che si possa probabilmente leggere in letteratura. Ed è scritto da una donna – le “Sfumature” di mano femminile di qualche decennio dopo, pur collocandosi per programma nel pornosoft, sono acqua fresca.  
Con S. (A. nella prima redazione) ha superato ogni limite, la narratrice confessa nella prima redazione della vicenda, “Passione semplice”: “Grazie a lui mi sono avvicinata al limite che mi separa dall’altro, al punto d’immaginare talvolta di oltrepassarlo. Ho misurato il tempo altrimenti, con tutto il mio corpo. Ho scoperto che si può essere capaci come dire di tutto”.
Chi è S., “addetto culturale” senza cultura? Ma lui, che non parla mai, mezza frase la dice: “Lavoro nella sicurezza. Cose importanti, di uomini importanti. È complicato”. Comunque non interessa: è un corpo, agile, alto, muscoloso e a pelle, col quale lei fa l’amore senza riguardi, anche se non è bello, usa slip russi ridicoli, che si sfilacciano, e non si toglie i calzini, notazione rituale (ma in “Passione semplice” al rito della rivestizione dice che se li era tolti – “Lo guardavo abbottonare la camicia, infilare i calzini…”). E non ha nome. Un destino più che un uomo. O il sogno di un desiderio: la narrazione degli incontri, delle attese, del contatto fisico immediato, degli amplessi concitati è inframezzata, sottolineata, prolungata dai sogni – la narratrice na fa due e tre per notte. “Questa derealizzzione conferita dall’iniziale”, S., avverte l’autrice nella nota che precede la pubblicazione del “diario”, “mi sembra corrispondere a ciò che quell’uomo è stato per me: una figura dell’assoluto, di ciò che suscita il terrore senza nome”.
Ernaux ha insegnato per molti anni le letterature, e si sente. Ma la lettura è possessiva anch’essa, ipnotizzante.
Annie Ernaux,
Perdersi, L’Orma, pp. 252 € 21

martedì 17 ottobre 2023

Se la migliore Europa è l’America

“Siamo alla vigilia di decisioni per sostenere la ripresa europea”, la ripresa economica, “incluso il lavoro in corso per la riforma del patto di stabilità. Spero che l’accordo finale, incentivando livelli di debito sostenibili, permetta anche di perseguire investimenti favorevoli alla crescita” - Janet Yellen, ministro del Tesoro americano, ospite ieri del’Eurogruppo, il consiglio europeo informale dei paesi dell’euro sulle questioni monetarie.
Un monito non da poco, anche perché Yellen viene dalla presidenza della banca centrale americana, il sistema della Federal Reserve, quindi sa di che parla. Confinato in Italia nelle brevi, mentre è, tragicamente, una grande verità buttata nella palude che da qualche anno è la politica europea. Ridotta alle tattiche mercantilistiche (nazionalistiche) di Francia e Germania, dei Sarkozy, gli Hollande, lo stesso Macron, e della cancelliera Merkel, che ha ridotto la Germania da grande potenza  in petto a paese di secondo e terzordine (nelleconomia, nella guerra, nella globalizzazione, nella stessa Europa).
Yellen riporta alla memoria il ministro del Tesoro di Obama nei primi anni 2010, Geithner. Quello che per primo salvò leuro, prima di Draghi, opponendosi allo strangolamento dellItalia divisato da Sarkozy con Merkel – con Merkel che, notoriamente, disprezzava Sarkozy.
Gli Stati Uniti conducono da decenni, dal crollo della Unione Sovietica, una politica di contenimento della temuta Fortezza Europa
, ma non al punto da volerla esangue.

Caroenergia – appalti, fisco, abusi (233)

Il prezzo internazionale del gas non aumenta da un anno, e anzi tende al ribasso. Ma l’Enel comunica un rincaro della fornitura di gas dall’1 gennaio 2024, nell’ “ambito territoriale A 5 – Zona centro-sud (occidentale)”, del 28 per cento per chi ha solo la cucina a gas, del 25 per cento per chi ha con la cucina una caldaia da riscaldamento/scaldacqua. Non c’è di meglio con altri operatori.
 
Il prezzo della “materia prima gas” previsto da Enel è di 61 centesimi al metro cubo (tasse escluse), cioè quello che già si paga. L’aumento è del “corrispettivo di commercializzazione e vendita”, cioè di quanto il venditore di gas può guadagnare, e da una “quota vendita al dettaglio”, che rincara la bolletta in proporzione all’aumento dei consumi.
Perché la bolletta è progressiva? La progressività delle tasse si giustifica col criterio costituzionale dell’uguaglianza. Quella sui consumi è un regalo alla vendita?
 
Entrambi gli aumenti, del “corrispettivo” e della “quota vendita”, sono definiti dall’Arera, Autorità di Regolazione per Energia, Reti ed Ambiente. Un’Autorità pubblica che lavora per i i privati, le industrie? L’inflazione imposta dal governo?

 

Internet non è più divertente

“Internet oggi sembra vuoto, come un salone con l’eco, anche se è più affollato che mai…”. Su tutte le piattaforme. Specie quelle giovanili: “Le piataforme a trazione soprattutto giovnile – YouTube, TikTok e Twitch - funzionano come stazioni radio, con un creativo che posta un video per milioni di followers; quello che i followers hanno da dirsi l’un l’altro non incide più, come usava sui vecchi Facebook o Twitter”. I social erano un posto di conversazione e reciprovità, ora non più.
Le cause? “Poche reti social si sono prese l’open space internet, centralizzando e omogeneizzando le nostre esperienze attraverso i loro opachi sistemi di analisi dei contenuti”. Ma l’algoritmo funziona per accumulo e non per diversificazione: “Rende popolari account e temi che già lo erano, imbricando o chiudendo i meno favorite o meno aggressive”.
Un’altra causa può essere che “divertirsi online era qualcosa che usava fare nelle ore vuote al lavoro, confinati davanti al computer tutto il giorno”. Ora questo legame non è più stretto, col lavoro da casa, gli orari su misura e altri mutamenti del lavoro.
Da tempo la rete è sotto esame, come veicolo di false notizie (di propaganda), e piattaforma della  parola ridotta a violenza.  Habermas ha fatto in tempo a vedere l’opinione pubblica o “sfera pubblica”, di cui aveva celebrato qualità e potere, derapare verso l’inconsulto e il provocatorio, quando non lo sberleffo – verso la violenza invece che verso il ragionamento (dibattito). La rete come una minaccia alla democrazia - tema arduo, anzi contestabile. Qui invece se ne registra la stanchezza, la debolezza.
Kyle Chaika, Why Internet isn’t fun anymore, “The New Yorker”, free online


lunedì 16 ottobre 2023

Secondi pensieri - 525

zeulig


Amore
La questione è sempre l’amore non richiesto - in Shakespeare unrequited, anche irrequieto. Nel 1699 il teatro si inaugurò a Weimar con un’opera dal titolo “Il virtuoso Amore contro l’insensato Desiderio”. E insomma, che cos’è amore? Certamente non è disprezzo, o insofferenza. Nemmeno indifferenza.
 
Arte e felicità
- “Ogni arte si fonda su un certo grado di felicità”, statuisce Stendhal. Principio oscuro malgrado l’apparente chiarezza. Da cui però trae la più grande verità: “Allo stesso modo come da un antro oscuro esce un gran fiume”.  
 
Diritti
– “Negli anni ’70-’80 la sessualità era molto più libera di adesso”, Arturo Brachetti. L’ “età dei diritti” comprime le libertà  - è una polizia.
 
Eterno ritorno – Ha un senso, più che nelle visioni di Nietzsche, nel senso della storia di Vico. Di un ritorno cioè non eterno e nel senso del medesimo, ma della durata, della memoria, del ricordo, del passato.  
Guerra – Nessuna guerra è mai stata senza fine. Ma dopo distruzioni, anche radicali.
È un intervallo di distruzioni.
 
Libertà - È divina – discende dal logos, da un lume. Dostoevskij diceva che se non c’è Dio allora tutto è permesso, ma ha più ragione Lacan che dice il contrario, se non c’è Dio allora tutto è proibito – la libertà è una caccia continua, di frodo, da bracconieri, non un diritto della personalità.
 
Mito – Ce ne sono di vario tipo, naturalmente. Talvolta sono semplici narrazioni, fantasiose, appaganti. D’intrattenimento o anche utili a capire verità controverse o sfuggenti, o ingrate. Talaltra sono falsificazioni. E velano o celano la verità. Quando non sono travisamenti, servono a distorcere i fatti vissuti attraverso di essi. Uno, diffuso, è dell’amore materno.
I miti girano più o meno tutti attorno alla forza, la dipendenza, l’odio, l’amore, il desiderio di prendersi cura di qualcuno, o di ferire e d’infierire, esprimono o condensano sentimenti, collegandoli al sesso e all’amore in tutte le sue forme, verginale, coniugale, parentale, e alla nascita, alla vita, alla morte che ogni soggetto sperimenta. Ma anche alla capacità avvincente, per quanto affabulatoria, del mito stesso, questa è semplice verità di logica che troppo spesso si trascura. Si creano così carestie e epidemie artificiali, si sono create in questa epoca di psichismo dilagante, che tanti morbi propaga nel mentre che pretende di curare e guarire.
Nietzsche – A rileggerlo è un visionario più che un pensatore – si apprezza solo in quanto visionario, per lampi, non per ragionamenti. Un poeta.
Ma non al modo di Eraclito, cui in quanto “poeta” (e frammentario, quasi epigrammatico) viene apparentato. Eraclito è logico, anche profondo.
 
Storia – “Storia, «bella trovata!», è il linguaggio” – “ogni elaborazione è storia, come tutti m’insegnano, e storia, «bella trovata!», è il linguaggio. Che è thesaurum d’una civiltà, d’una coltura,d’una tradizione espressiva legata a innumeri fatti”.
 
È anche il futuro, lo modella, in piccola o grande parte – grande, a meno di imprevisti.
L’immaginazione non differisce dalla memoria, come nota Vico, e quindi, a meno di eventi imprevisti, in larga arte è predeterminata.
Il futuro ha la forma del passato perché è elaborato sulla base dei ricordi.
 
Uguaglianza – Dovrebbe poter essere anche, cioè no, in primo luogo, morale. Ma come si fa? E chi è il giudice, quale il codice o scala di valori, a quale fine?
Anche l’uguaglianza materiale è complicata. Fino a una soglia minima dei mezzi? Fino al gradimento-soddifazione di sé? Su un’ordinata di valori?
 
Verità – Si lega spesso alla storia. Quindi è anch’essa vagabonda?
 
È sempre transeunte. Specie nell’esegesi, dove più che transeunte, legata al contesto storico, è volatile – è la miniera dell’ermeneutica.
 
Mentire la verità” era divisa di Aragon, lo scrittore francese guardiano dell’ortodossia sovietica.  Nonché esercizio di Bulgarin coscienzioso, personaggio semicomico di Tynianov, il romanziere russo dei poeti.
Non ha buona fama, Verità è il ministero di “1984”, la bibbia dell’assolutismo.
 
Il papa Paolo VI si era votato alla “servitù della verità”, avendo, come voleva, “spinto il dubbio alle estreme conseguenze”. Posizione da ricercatore o da adolescente eterno? È dubbio che il dubbio conduca alla verità e alla fede. Il papa sarà stato l’Anticristo, l’arconte di Giovanni, ma un demonio in agguato sarebbe perplesso, per quanto beffardo.
La verità è che la verità non piace, spesso.
 
Heid egger vi si sottrae  - si direbbe da rabbino sofistico.
O Alla Ponzio Pilato, la macchietta del romanesco, curioso e stanco, che in Giovanni, XVIII, 38 sospira: “ estìn alètheia?”, che cos’è la verità.
 
Euclide da Megara, a lungo co fuso con l’Euclide “euclideo”, il matematico rigoroso (ancora Petrarca, classicista volenteroso, lo confonde), per via del Bene che identificava con l’Essere o Uno, fondò una scuola delle doppie contrastanti verità, il paradosso del bugiardo cretese, contro il principio aristotelico del terzo escluso.
 
La nudità è vera – e bella (anche se si può esibirla alla Biennale, per un generale digrignare di denti). La verità vuol essere spoglia?
 
ViaggiareIrrequieta è la natura, che pure sembra così stabile,  perfino domestica, casalinga. “Tanto li punge al cuore la natura\che la gente arde di porsi in viaggio”, cantava Chaucer. Dall’incessantemente piccolo all’infinitamente grande, il mondo si muove senza sosta. Viaggiano le stelle e la luce. L’8 maggio 1967 è arrivata una nuova galassia, milioni di stelle. Una notte di febbraio del 1967 è stata vista dalla terra l’esplosione di una stella avvenuta 174 milioni di anni prima. Le stelle, ha ragione Kant, ci liberano. Come i fiori, che fioriscono e muoiono.
Un viaggio vero è nell’incerto, l’ignoto. Ma chi scappa di più? E dove? Si vendono i viaggi astrali per nessuna destinazione in realtà, giusto una gita fuori porta – un weekend familiare, con le zie, quando c’erano, e i nonni.


zeulig@antiit.eu

Caroprezzi a gogò – appalti, fisco, abusi (232)

“Se consideriamo la gran parte dei prezzi delle materie prime, da ottobre sono crollati”, cioè da un anno: “Un calo dal 20 al 50 per cento. Ma non lo abbiamo visto nei prezzi comunicati dai produttori” -  chi parla è il Ceo di Carrefour, il colosso francese della grande distribuzione: “I produttori hanno scelto di proteggere i loro margini e perfino di aumentarli”. Non c’è nessuna politica reale anti-inflazione, né in Italia né in E uropa: la speculazione è libera.
 
L’inflazione è ufficialmente sottovalutata. In Italia sarebbe stata del 5,3 per cento a settembre. Ma forse come dato cumulativo, a settembre su agosto, non su settembre 2022: chiunque fa la spesa sa che i prezzi del fruttivendolo sono raddoppiati. E che la spesa al supermercato è aumentata del 50 per cento.
 
Come al mercato, vanno al raddoppio anche le tariffe. Il caro-tariffe (acqua, rifiuti, elettricità, gas) è  statuito dalle Autorità di controllo, che pure sono agenzie pubbliche, create a difesa dei consumatori. Previa diffusione di allarmi su questo o quel produttore di gas o di petrolio, che potrebbero configurare un reato di procurato allarme – c’è a difesa del pubblico ufficiale, perché non ci sarebbe per il consumatore.

Come ridere nella casa di riposo

Un ragazzo sconta la pena di un anno ai servizi sociali in una casa di riposo. Di anziani soli, senza famiglia. È impreparato e molti equivoci ne nascono. Ma alla fine “libererà” gli anziani dal direttore-profitattore. E una nuova vita avvierà per loro, da bambino cresciuto in orfanotrofio: in una casa di riposo che è anche orfanotrofio, dove piccoli e grandi compartiranno un po’ d’affetto.  
Un racconto semplice, per una vena narrativa tutta francese, della commedia brillante. Portata alla perfezione in  America negli anni Trenta e Quaranta, ma da qualche tempo, dopo l’impero della Nouvelle Vague intellettualista, alla base del “cinema francese”. Non storie lamentose più o meno, ma storia d’invenzione, di necessità brillanti. Veloci, e anche di budget piccoli e minimi – qui basta una coorte di caratteristi, attorno a Depardieu, il più solitario di tutti.
Thomas Gilou, Il peggior lavoro della mia vita, Sky Cinema

domenica 15 ottobre 2023

Ombre - 689

Il problema è ora, prima che Israele cominci i bombardamenti a tappeto: evacuare 1,1 milioni di persone da Gaza Nord. Per dove? Fuori di Gaza c’è Israele. Senza contare che si tratta in sostanza di un milione di homeless, gente che ha perduta terra e casa, ora israeliane. C’è da dubitare della Bibbia.  
 
Galli della Loggia inveisce sul “Corriere della sera” contro il “postillatore” – quello che dice: “Siamo inorriditi di fronte alla barbarie di Hamas, però dobbiamo ricostruire storicamente il motivo per cui è nato Hamas”. Poi Cazzullo sullo stesso giornale fa la storia di Ashkelon, un borgo chiamato Majdal, popolato da arabi, che Ben Gurion “fece deportare a Gaza” – “Ascalona fu ripopolata con ebrei in arrivo soprattutto dallo Yemen, dal Nord Africa e anche dal Sud Africa. Ora ha più di centomila abitanti”. La fa nella posta. E, certo, è un grosso exploit demografico, anche immobiliaristico.
 
Si aiuta di più Israele, nell’ora del bisogno, inneggiando, oppure “postillando”, potrebbe essere uno dei “problemi di base” di questo sito. Netanyahu non è un dittatorello, o un golpista dell’ultima ora, è uomo politico rispettabile, su piazza da venticinque anni, quasi tutti in ruoli decisivi. Che ci faceva l’esercito a Nablus, all’estremo Nord della Cisgiordania occupata, invece che al confine con Gaza? Per costruire una nuova Ascalona – ma, certo, Netanyahu non è Ben Gurion.
 
La privatizzazione dell’Alfa Romeo? Prodi, chiamato in causa per averla “svenduta” alla Fiat, quando era presidente dell’Iri, ricorda: “La Fiat non ha rispettato gli accordi sottoscritti”. E cosa è successo? Niente. Funzionano le privatizzazioni dove è rimasto un management nominato dallo Stato, dalla famigerata politica: Enel, Eni, Poste, Leonardo, Fincantieri, eccetera. Uno sfacelo il privato privato, Telecom, l’acciaio, eccetera.
 
Nelle privatizzazioni hanno funzionato solo le banche – che erano quelle che funzionavano peggio, in mano pubblica. E in modo perfino miracoloso: Intesa, Unicredit e Popolari  - mentre il Monte dei Paschi, cocciutamente in mano politica, è variamente fallito.  
 
Fa senso Europa +, cioè Emma Bonino, intignata a spostare le sentenze balorde di Catania dalla giudice Apostolico a chi l’ha fotografata alla manifestazione contro la polizia. Che ne avrebbe detto Pannella, del potere della giustizia, della giustizia politica?
Non bisogna avere fatto grandi studi o ricerche per capire che la giustizia politica è la negazione della giustizia.
 
“Il processo alle «spie» è appena cominciato”, il processo ai servizi segreti israeliani, “ma tra gli errori principali viene indicata la scelta di delegare la sicurezza alla tecnologia, spostando molti reparti in Cisgiordania a difesa dei coloni” – grandi paginate del “Corriere della sera” col suo specialista di intelligence Olimpio. A difesa da che, da chi? Non è detto. A difesa dai palestinesi. Che protestavano contro la costruzione di centinaia di case a Nablus, il punto della Cisgiordania più lontano da Israele, e l’esproprio-evizione di 1.100 palestinesi nei primi otto mesi del 2023, secondo i dati Onu, da case e terreni. Curiosa informazione, che non protegge Israele.
 
 “Nel campo di Jabalia che conta 100 mila profughi i rubinetti funzionano solo due ore al giorno”,  “la Repubblica”. Profughi da che cosa? Boh. Profughi da quanto? Boh. Un campo da 100 mila profughi è la città di Bolzano, o Novara, o Ancona. Certo, senza le strade, né gli spazi verdi, un po’ di spazio comunque.
 
La piccola Ducati mette nell’angolo il gigante Honda. Trionfo italiano, eccetera. Solo che Ducati non è più Ducati, solo nel nome, è Volkswagen. Fu venduta dai fondatori. Un’industria senza futuro?
A volte il problema non sono i capitali, è la “cultura” generale – l’impresa vuole applicazione, metodo, costanza.
 
Singolare a Santa Marinella. Dove i Carabinieri locali affossano un’indagine a carico di un noto ristoratore diffondendo immagini del sindaco che lo ha denunciato per corruzione in intimità con una signora. Singolare che i giudici che indagano sul malaffare, ormai accertato, non indaghino questi Carabinieri. Singolare che le cronache romane, ma anche nazionali, facciano pagine sul sindaco e il suo divano e non sui Carabinieri del malaffare. È tutto (cattivo) giornalismo?
 
Si distingue nel tentativo di spostare l’attenzione dai video della giudice Apostolico contro Salvini al “dossieraggio”, a chi lo ha diffuso, il quotidiano “Domani”, la pupilla degli occhi di Carlo De Benedetti, già editore del gruppo “la Repubblica”, che ha portato dai fasti di primo giornale d’Italia al record di prepensionamenti, a carico dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, che così è fallito. Sarà De Benedetti l’untore del giornalismo quando se ne farà la storia degli ultimi trent’anni? 

Lazzi e facezie, Gadda si racconta

Il miglior racconto di Gadda è “il Gadda” medesimo, umori e malumori, e in questa raccolta, azionata da lui stesso nel 1977, non si risparmia. “L’appellativo di profeta, cioè vate”. “la retorica dei buoni sentimenti”, “barocco è il Gadda”, “nel mio rococò”, “un tono teso di qualità narcisistica l’ho in uggia”, ma bisogna capirlo, “caduto preda, ahi!, delle donne–educatrici” nella fanciullezza – “la vanità non è femmina, è maschio”... Ce n’è ancora per oltre trecento pagine.
C’è una pointe, un’agudeza, uno sberleffo, un lamento a ogni pagina, a ogni capoverso, a ogni riga. Come di conversatore arguto, chiuso, per misantropia?, con se stesso, di fronte a un quaderno. Si parla del “Pasticciaccio”, e anche del Belli, della “Celestina”, dell’“Amleto” al teatro Valle (Gassman con Squarzina), di Baudelaire con Rimbaud (“I viaggi la morte” del titolo è la lettura di “Le Voyage” di Baudelaire e del “Bateau-ivre” di Rimbaud), di Ensor, di Moravia (“Agostino”). E anche, a lungo, di “Psicanalisi e letteratura”, e di “Tecnica e poesia” – in breve, invece, di “Lingua letteraria e lingua dell’uso”.  Non mancano i lazzi, anzi.
Alla lettura basta il ritratto, una paginetta o poco più, di Virgilio dal vivo, soldato, marinaio, lettore (nel saggio “Psicanalisi e letteratura”). O il primissimo “Faussone”, l’operaio mitico di Primo Levi, in poche, definitive, righe di “Tecnica e poesia”: “Ho vissuto fra gli uomini delle macchine…”. Un “Baudelaire d’annata”, al centro  del saggio del 1927 su “Solaria” che dà il titolo al libro, fra le tante lettura di Baudelaire una delle più avvincenti. Un Ensor a sorpresa, da improvvisato critico d’arte. Con riconoscimento tempestivo di Sandro Penna, nel 1948 (“Il premio di poesia «Le Grazie»”). E già nel 1950, benché sulla rivista “Paragone”, cioè indotto da Roberto Longhi, parte in causa, scomplessato recensore della letteratura gay - con una lista, en passant, lunga due pagine di praticanti del culto, fra i politici e i letterati. Partendo dalla recensione di Genet, “Diario del ladro”, un’anteprima per l’Italia, dove sarà tradotto quattro anni più tardi – e anche per la Francia, Sartre ci arriva due anni dopo. E lui stesso, l’ingegner Gadda? S’ubriaca col “romanzo di vivere in due uomini” di Rimbaud: “Troppo sì, troppo… (bello). Lo dic’anch’io, si dice a Firenze”. Nei “giovani sportivi” mirando al “pacco” di Pasolini, ben prima di lui, “il loro cocò micromotorizzato, inguainato nel fondo dei blue-jeans”.
Con molte annotazioni anche seriose. Sull’egoismo-narcisismo-egotismo. Spassose “scientifiche” spiegazioni del mito di Eco e Narciso, “logaritmiche e geometriche”. O della “filosofia” dell’Apocalisse ridotta a libello di Giovanni contro il suo persecutore Domiziano. Sublime, come si suole dire, o sconcertante, il Gadda pedagogo del saggio forse più ampio, sicuramente il più impegnato e dotto, “Emilio e Narcisso” (“come lo chiama don Gabriele”), pubblicato nel primo e secondo numero della rivista fiorentina “Ca Balà”, la prima serie, nel 1950. Come pure, tra i lazzi, della nipiologia o scienza del lattante, come enunciata dal dottor Ernesto Cacace di Capua: uno sfoggio di dottrina, da Ippocrate a Aulo Celso, a Bagelardo da Fiume (non inventato), al Trunconio e al Sorano (id.), e più a Jean-Paul (Richter ) e Jean-Jacques (Rousseau), compagni di merende, nonché, sorpresa, con l’osservazione dal vero, di lattanti e pargoli.
È la taccolta di prose brevi d’occasione come si suole dire: articoli di giornale, elzeviri, opinioni, interviste, confessioni (“Come lavoro”), recensioni, critiche, perfino qualche mostra. Ma sono distinzioni che non vogliono dire nulla, Gadda non è scrittore “di servizio”, è ovunque lui, e ovunque per qualche verso simpatico. Racconta o spiega come se borbottasse, e questo fa della raccolta una sorta di conversazione, con l’amico Gadda che fa tutte le parti, anche la nostra, interlocutore compreso o interlocutrice – con la quale è sempre ossequioso. 
La riedizione Adelphi propone minime variazioni sulle precedenti Garzanti, ma si avvale di una robustissima nota ai vari testi, un libro nel libro, di Mariarosa Bricchi - per gli aficionados una miniera, soprattutto del laboratorio gaddiano, di usi linguistici, pratiche, tecniche.
Emilio Gadda,
I viaggi, la morte, Adelphi, pp. 432 € 24