sabato 16 dicembre 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (546)

Giuseppe Leuzzi
 
Persefone-Proserpina, detta anche Kore,  è la prima vittima di violenza sessuale, se non di stupro. Rapita alla madre Demetra-Cerere, alla Terra, da Ade, che la confina agli Inferi, all’inferno. La fumettista neozelandese Rache Smythe fa quella di Ade con Persefone anche una storia d’amore, nel quarto volume della sua rivitazione della classicità, “Lore Olympus”. Ma Persefone quando ritorna sulla Terra si ritiene liberata. E come tale è celebrata. In particolare a Bova, in Calabria, dove Kore di rami di ulivo sono portate in processione nella Settimana Santa, parte della liturgia della Resurrezione.
 
“Dal 2002 al 2021 circa 2,5 milioni di persone hanno lasciato il Sud, di questi l’81 per cento si è stabilito al Nord. Gli under 35 che hanno lasciato il Sud sono stati 808 mila. E di questi 263 mila erano laureati” - Daniele Manca, “L’Economia”.
 
Se osserviamo “l’impiego femminile, il tasso di occupazione relativo medio in Europa è pari al 72,5 per cento. Nelle regioni del Merdiione la percentuale è più che dimezzata: in Campania e Sicilia è pari al 31 per cento, e sale al 32 per cento in Puglia. La Germania è al 78,6 per cento” - id.
 
Il Ponte, l’idea del Ponte, si sovrappone al “muro” tettonico con cui l’Europa fronteggia Africa, fra Scilla e Cariddi, tra le punte della Calabria e della Sicilia, la frontiera Sud dell’Europa geologica. “Rocce rossastre”, così descrive il muro Rumiz nel libro sui terremoti, “Una voce dal Profondo”, “plutoniche, contorte da forze bestiali, segno di un  trasloco tellurico inimmaginabile. Quello che aveva spinto un pezzo di Alpi a valicare il Tirreno per formare la muraglia che chiude ai due lati di Scilla e di Cariddi”. Almeno la tettonica è anti-leghista.
 
Il piano europeo di rilancio post-covid, NextGenerationEu (Pnrr), assegna più risorse ai Paesi che hanno maggiori squilibri territoriali. L’Italia li ha, ed è il paese Ue che riceve più risorse. Il governo ha destinato al Sud il 40 per cento dei fondi del programma. Ma il Sud non sa spenderli. Quest’anno, a fine novembre, aveva investito solo il 9,4 per cento dei fondi a disposizione, pari a 2,5 miliardi. E in progressione calante: aveva speso 6,2 miliardi nel 2021 e 18,1 nel 2022. Qui non ci i sono scusanti: il Sud danneggia se stesso e danneggia l’Italia.
 
Il vino (che non c’è) in Calabria
Si è detto della Calabria che non produce praticamente più vino – un po’ più della Valle d’Aosta. Che era, per quanto povera e trascurata, terra di ottimi vini, invariabilmente apprezzati dai viaggiatori, tra le tante scomodità. E pur essendo, nelle pubblicazioni specializzate, l’area più ricca, in Italia e in Europa, di vitigni autoctoni, della più grande varietà di vitigni autoctoni – quelli di cui la domanda è da qualche anno la più consistente, su tutti i mercati, interno e internazionali.
Era anche la terra i cui ogni metro quadrato, si può dire, ogni piccola proprietà, per quanto minuscola, aveva il suo palmento, si produceva il suo vino. E di questo c’è testimonianza rupestre, duratura, malgrado l’incuria. Il palmento è l’insieme di due vasche, un tempo in pietra, poi in muratura, su piani sbalzati, comunicanti attraverso un foro, nella più alta delle quali l’uva veniva pigiata, e il succo defluendo nelal seconda poi fermentava come mosto lentamente.   
Centosettanta di questi palmenti censisce Paolo Rumiz in “Una voce dal Profondo” nella sola Ferruzzano, “chiamati «altari del vino»,  con iscrizioni greche e romane”. Tanti, 750 per l’esattezza, ne aveva contati il professore Orlando Sculli qualche anno fa in “I palmenti di Ferruzzano”. Sulla traccia aperta da Domenico Minuto su “Calabria Sconosciuta”, col reperimento di 400 palmenti in altra area dela Locride.  
Minuto e Sculli non sono viticultori. Umanisti di formazione e insegnanti di lettere classiche, si sono occupati dela materia studiando la tradizione – come spiegare il passaggio dalla Magna Grecia alla Calabria di oggi. Minuto, che dovrebbe essere ultracentenario, è stato con Franco Mosino all’origine del recupero della lingua e gli usi grecanici nella Locride meridionale, nella area jonica della Calabria reggina. Sculli si è specificamente occupato delle specialità arboree, e soprattutto dei vitigni – di cui 9dà un quadro esauriente in
https://www.kalabriaexperience.it/itinerario-attraverso-i-palmenti-rupestri-della-locride-in-calabria/
 
Le 400 Rosarno
Il “Dossier 2023” dell’Idos (Immigrazione Dossier Statistico) rileva un immigrato su tre impegnato nei lavori agricoli, soprattutto per la raccolta: gli straneri coprono il 31,7 per cento delle giornate lavorate – il conto è in difetto, poiché il lavoro è prevalentemente in nero, ma indicativo. L’Osservatorio Placido Rizzotto, della Cgil, sa però censire le aree di illegalità (caporalato, lavoro in nero, paghe orarie da 1-2 euro): ne ha rilevate in 405 comuni, il doppio dei 205 comuni della precedente indagine, 2018.  Di questi, 194 Comuni sono al Sud, che conta 600 mila lavoratori agricoli nel complesso, e 211 al Centro-Nord, dove i lavoratori agricoli sono molti meno, 460 mila.
Caporalato e precarietà sono praticati ovunque. Questa la graduatoria, in ordine decrescente per numero di infrazioni accertate: Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte e Lombardia.
Si può opinare che l’accertamento (degli ispettorati del Lavoro? dei sindacati? in base alle denunce?) è più efficace al Nord che al Sud. Ma il caporalato è ovunque.
 
Il Sud è matriarcale
Incuriosisce, dopo cinquan t’anni di “studi arabi” proliferati a seguito della crisi del petrolio nel 1973, e più dopo il boom immobiliare e calcistico della penisola arabica dopo la crisi del 2007, che degli “arabi “ che sul finire del primo millennio dominarono in Sicilia, in alcune aree della Calabria (Tropea, Amantea, Santa Severina), a Bari e Taranto, e più a lungo in Andalusia, non si dica che in realtà erano berberi.  Che non sono arabi: sono stati islamizzati quando la conquista araba arrivò a Sabratha e all’Atlante, ma erano e sono rimasti berberi. Come tali censiti ormai universalmente,  in qualità di “barbari”, un po’ dentro un po’ fuori in antico dell’impero romano (ora provano a chiamarsi col termine tuareg mazighen, uomini liberi). Fino alla guerra di corsa e agli Stati “barbareschi” dell’Ottocento inoltrato. E come berberi, come minoranza linguistica e culturale distinta dall’arabismo dominante, provano da qualche tempo a farsi valere, soprattutto in Algeria, e anche in Marocco. 
La distinzione non è di poco conto per vari motivi. E per quanto concerne la presenza “araba” nel Sud per il matriarcato: i berberi, a differenza dagli arabi, erano e sono tuttora a fondo matriarcale. I clan e la discendenza materni contano quanto e più di quella paterna – che l’arabo invece unicamente censisce. Una peculiarità che già le vecchie enciclopedie repertoriavano, anche se con difficoltà. Nella “Enciclopedia per ragazzi” Treccani, per es., Cecilia Gatto Trocchi si confondeva lei stessa: “ La struttura della tribù si fonda sulla grande famiglia patriarcale. In Marocco la donna è piuttosto libera e talvolta può influenzare gli affari della tribù; nel Rif (altopiani del Marocco) è riconosciuta la discendenza materna….”
Nel Sud non c’è il matriarcato. Non c’era nelle leggi dello Stato italiano, prima del primo centro-sinistra e del nuovo stato civile, che arrivava anche al delitto d’onore. Ma di fatto c’è, nel sentimento, nelle stato reale prevalente dei nuclei familiari, specie nell’emigrazione ma anche in condizioni di stabilità. Ma questa particolare presenza “araba” al Sud può spiegare come la nuova religione, riacquistata dopo la sconfitta degli emirati berberi è improntata a Maria, in tutti i paesetti, con le tante Madonne nere, e declinazioni di culto variegatissime, ma di una Madonna sempre misericordiosa e vendicatrice, liberatrice, anche la siculo-calabra Madonna della Catena.
 
Cronache della differenza: Calabria
Carmine A bate racconta in “Un paese felice” che si è laureato a Bari con una tesi su Corrado Alvaro, “Itinerario italiano”. Che avrebbe spiegato così alla sua innamorata: “Poi, con un entusiasmo non ricambiato, le confesso che un giorno mi piacerebbe visitare con lei i luoghi dell’Itinerario italiano: Roma, la via Emilia, Genova, Cremona, Napoli, Mantova, la Toscana, Torino, Venezia, Milano. E naturalmente la Calabria, che non conosciamo affatto pur essendoci nati”.
 
La ‘ndrangheta opera in Toscana dove non è mai stata, nei rapimenti, nella fantasia dei maremmani, già nel 1990, nell’ultimo romanzo di Fruttero&Lucentini, “Enigma in luogo di mare”, 1990. Molto prima che la ‘ndrangheta venisse scoperta e magnificata dai servizi di intelligence.
 
Ci sono a Roma molti valtellinesi, ma già di terza o quarta 
generazione, qualche migliaio, e la Popolare di Sondrio prospera, è la banca con più sportelli a Roma. Ci sono a Roma molti calabresi, alcune centinaia di migliaia, per lo più immigrati in proprio, per lo più professionisti, e la Cassa di Risparmio di Calabria a stento teneva uno sportello aperto, più che altro a fini di rappresentanza.


Un colossale repertorio di scrittori calabresi in Australia, che si esprimono in italiano (poesia) o in inglese (narrativa) può censire lo studioso di umanistica Gitano Rando, sotto il titolo “Cronotipi del paese natio e di quello d’adozione nella poesia e la narrativa calabroaustraliana”, disponibile online.

 
“Per un meridionale”, annota Corrado Alvaro nel 1930 (in “Quasi una vita”), un calabrese, a Roma, tra toscani, nell’ambiente letterario, “non era facile trovare stima, per la nostra mancanza di misura e per una reputata barbarie o provincialità”. Era, e ora?
 
“I calabresi”, annota Alvaro più in là, 1936, “mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, con la bontà dei loro frutti e dei loro dolciumi. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda, dell’infanzia”. La Calabria è un’infanzia.
 
“Courir la Calabre” fu un’espressione diffusa a Parigi ai primi dell’Ottocento, le memorie di guerra degli ufficiali napoleonici e 
scrittori Courier e Duret de Tavel, come di terra piena di sorprese, minacciose ma, evidentemente, non letali.

 
Chiude “Calabria Sconosciuta”, dopo quasi mezzo secolo. Un repertorio di persone, fatti, leggende, monumenti, luoghi. Dapprima mensile, poi trimestrale, poi a numeri sparsi, ma sempre di un mondo sconosciuto ai più. Specie ai calabresi, cui si indirizzava. Ha chiuso come tutte le riviste a stampa, ma fino all’ultimo in armonia col titolo: la Calabria resta “sconosciuta” ai più.
 
Giuseppe Gabetti, un viaggiatore che girava la Calabria su un asino (forse il germanista piemontese?), e vi trovava a ogni passo le donne più belle del mondo, ma che a Gioiosa Superiore, dove andò per vedere “le famose donne alla fontana”, queste gli apparvero meno belle, per “un cielo, un’aria, una luce” in cui si perdette, ricorda ad Alvaro “la forza degli elementi esterni che in Calabria livellano tutto. E che forse sono la ragione di una certa tristezza calabrese”.
 
A Rogliano, “graziosa città, molto ben collocata, l’antica Rubanum”, Horace Rilliet, “Colonna mobile in Calabria”, trova nel 1852 “una popolazione di graziose donne”, e la dice “utilmente conosciuta per i suoi maiali e i prosciutti delicati” – oltre che per dato i natali nel 1606 a Vincenzo Gravina”, il creatore dell’Arcadia e il pedagogo di Metastasio. Prosciutti a Rogliano, deliziosi?
 
Ha una tradizione medica, oltre che filosofica (Pitagora, Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella, Telesio): il viaggiatore Rilliet, medico, li ricorda, dal “chirurgo Alceone, 500 a.C., che per primo tentò l’amputazione degli arti e fece i primi studi anatomici sugli animali”, a Vincenzo Vianco, da Maida,”che fu inventore di un metodo di autoplastica chiamato di Tagliacozzo, dal nome di colui che lo descrisse più tardi”.

leuzzi@antiit.eu

Esilio dolceamaro di Woody Allen

Una commedia romantica la prima parte, con tutto il repertorio di W.Allen: due giovani si ritrovano, tra New York, Londra, Parigi, interni per qualche verso fantasiosi, gruppi di amici, conversazioni, parchi, nei toni dorati del foliage, di cui è maestro Storaro, molto parlato, un po’ di maniera. Una dark comedy la seconda parte, di  cattiveria estrema, e una giusta punizione. Casuale, come vuole il titolo - e la filosofia di Allen: siamo qui per caso, uno fra 400 bilioni di possibilità.
Una filosofia pessimista, dietro il sorriso. Più veritiera per l’esclusione dello stesso Woody Allen dall’America – il film è francese, per una distribuzione che esclude l’America. Ostracizzato nel nome dei diritti, una cultura che esclude e non include.   
Woody Allen,
Un colpo di fortuna – Coup de chance

venerdì 15 dicembre 2023

Putin si fa i conti

Si cerca di prendere le misure al Putin rilassato per le quattro ore di “Linea Diretta”, la conferenza stampa popolare. In attesa che i servizi di intelligence ne escogitino i punti deboli, la conferenza messo in chiaro alcuni punti.
Quella contro l’Ucraina non è più una “operazione speciale” per riportare il paese sulla “retta via” ma una guerra, contro l’Occidente. Mosca la combatte con 617 mila soldati al fronte, e col reclutamento in corso di mezzo milione di “volontari”.
La Russia non è contro la guerra all’Ucraina. Nessuno ne contesta la legittimità, anche fra gli oppositori politici di Putin. I dubbi e le critiche riguardano l’efficacia dell’attività bellica.
È comune sentire, come di Putin, che Ucraina e Russia fanno un unico popolo, solo diviso in due stati. E che un’Ucraina membro attivo della Nato, cioè di un’alleanza nemica, merita la guerra. L’obiettivo, la cosiddetta denazificazione, è la smilitarizzazione dell’Ucraina . quanto meno l’impegno a non entrare in un’alleanza nemica.
L’Occidente, in tutte le sue forme, non solo la Nato, anche la Ue, è estraneo alla Russia, che fa storia a sé – sono preistoria i corteggiamenti dello stesso Putin al G 7 e a Bruxelles.
Le sanzioni hanno creato inflazione. Ma la produzione è ai massimi, spinta dall’industria bellica. E le riserve monetarie praticamente intatte, agli sbocchi europei di petrolio e gas avendo supplito altri mercati, e il coordinamento con l’Arabia Saudita e gli Emirati avendo consentito di tenere alti i prezzi degli idrocarburi. Mentre monta la produzione di minerali rari.
Nella conferenza stampa non è stato toccato l’argomento armi nucleari. Ma tutti i centri studi strategici russi –anche privati, e non di regime – ne stanno valutando l’uso, se necessario, a fini tattici.
A margine della conferenza, calcoli non si sa quanto artefatti, comunque verosimili e creduti, dicono che l’Europa ha sofferto le sanzioni più che la Russia, in termini d’inflazione e di caro-denaro.

La guerra finirà con i palestinesi

“La guerra durerà mesi”: l’annuncio del governo israeliano vuole significare che la guerra non si concluderà. Le operazioni belliche finiranno anche a giorni, Gaza è un territorio irrisorio e senza difese, ma non ci sarà pace.
La guerra continua è la risposta israeliana alle pressioni americane per un cessate il fuoco e per l’avvio di un negoziato. La risposta è no. La ragione è che Israele non negozierà mai con Hamas, e che la guerra continua è necessaria per annientare Hamas.
La guerra a oltranza a Hamas è la risposta tattica. Il senso del no israeliano è che non ci sarà uno Stato palestinese, con o senza Hamas. Il gabinetto di guerra è stretto attorno a Netanyahu, il cui fondamento politico è la negazione dei Palestinesi, fuori e dentro Israele - in Israele contando la Cisgiordania.
Netanyahu è stato rieletto pochi mesi fa. E con il 7 ottobre ha rafforzato la sua leadership. Il suo è un governo legittimato,  quindi con pieni poteri.

La scoperta della paternità

Che cosa fa il successo di questa serie, che a ogni programmazione, anche non annunciata, fa il pieno, pur non avendo nulla di spettacolare? E anzi è un po’ scontata, una classe di filosofia al liceo. A parte naturalmente Alessandro Gassmann, che ne è il mattatore. E il montaggio, rapido – il questa serie come nella precedente, curata da D’Avenia. E la scelta felice dei liceali: non i soliti adolescenti-che-vogliono-recitare e non sanno andare oltre il mugugno e il farfuglio, ma veri attori, per quanto giovanissimi, che sanno entrare in una parte, creare dei personaggi - alcuni anche complessi. È il tema - dietro la la filosofia, sempre spettacolare, nelle minilezioni che gli sceneggiatori forniscono al professore Gassman (o sono quelle della serie originale catalana?): la paternità.
Questo “Professore” è, non volendolo?, la serie della paternità: sconosciuta, vilipesa, rifiutata da mogli, compagne e madri, e tuttavia presente. E non ingombrante, anzi d’aiuto. Anzi risolutiva. In chiave moderna, contemporanea: niente paternalismi, tanti sacrifici, fino al rischio di se stessi.
Alessandro Casale, Un professore, Rai 1

giovedì 14 dicembre 2023

Le prime guerre dell’informazione

Il 7 ottobre segna una data nella storia delle guerre: è la prima in cui l’attacco, oltre che con i missili e le armi a corto raggio, è stato sferrato con i media. Immagini, video, suoni, di paura, di disperazione, di commento.
O questo primato spetta all’attacco russo all’Ucraina, il 24 febbraio 2022. Non alla Russia, impacciata nella guerra dell’informazione, che ha subito perso, ma alla risposta ucraina – pensata per l’Ucraina dalle migliori agenzie di pr e immagine della City e di Madison Avenue – la quotidiana “occupazione” delle notizie con un’immagine, un racconto, una particolarità che comunque battesse i russi.  
La guerra da tempo si accompagna alla propaganda, alle “nebbie di guerra”, dalla Grande Guerra (ma già la guerra di Crimea, che consacrò Cavour, fu combattuta contro la Russia con la propaganda). Ora è diverso, l’informazione è un’arma in campo, parte del teatro di guerra, per l’ubiquità dei media, e l’immediatezza del messaggio: la rete, gli smartphone, i social hanno reso “istantanea” la guerra. Che è ora informazione, prima che bombe o assalto all’arma bianca.

Le guerre a perdere – o dello Zugzwang

Per Israele come per la Russia, le guerre in corso sono come una coazione a perdere, malgrado la supremazia sul campo di battaglia. Si sono, se la guerra ha un senso (la vittoria deve essere proficua), imbucati nella mossa che negli scacchi si dice dello Zugzwang, obbligata, ma verso l’insuccesso.
L’obiettivo della Russia è di dividere l’Ucraina. Impossibile. L’obiettivo di Israele di eliminare i Palestinesi, altrettanto impossibile.

Israele e Palestina, due Stati ma non si sa dove

Stati Uniti, Unione Europea, i paesi arabi, e quelli islamici, e naturalmente l’Onu, il mondo auspica la creazione in Medio Oriente di uno Stato palestinese, accanto a Israele. Ma non si sa dove - ammesso che la guera in corso si concluda senza altre più gravi tragedie, che ribaltino l’auspicio comune.
In Israele non c’era spazio  per una soluzione di questo tipo, in base alle riflessioni degli storici israeliani più accreditati, Beny Morris, “1948”, Samy Cohen, “Israel, une démocratie fragile”, e il diplomatico Elie Barnavi. Morris ricorda persistente l’idea sionista del 1948, che faceva riferimento alla cacciata dei Greci dalla Turchia nel 1922, alla divisione  tra India e Pakistan, con migrazioni forzate di massa, alla riduzione in minoranza senza diritti di armeni e curdi. Barnavi parla di “guerra civile latente” in Israele, fra i gruppi di destra, religiosi, coloni, e i laburisti. Con l’assassinio di Rabin nel 1995, colpevole di avere firmato gli accordi di Oslo per la pace. Con la mobilitazione in massa l’anno successivo delle destre religiose e dei coloni pr sbarrare la strada a Shimon Peres, altro firmatario di Oslo, puntando sul giovane “americano” Netanyahu.
Attualmente i coloni - le persone impegnate nell’esproprio dei palestinesi dopo il 1967 – sono circa 750 mila, il 10 per cento della popolazione in Israele. E un terzo di essi dovrebbero smobilitare, nelle ipotesi che circolano sull’eventuale creazione di uno Stato palestinese.   

Mattioli il Magnifico

Un personaggio e una storia d’altri tempi - che però era ancora l’Italia degli anni 1960. A capo della Commerciale (poi finita in Intesa), dagli anni 1930, quando contribuì a salvarla dal crac del 1933, fino al 1972.  Finanziatore di molte buone imprese, malgrado l’antifascismo professo prima della guerra, e dopo la guerra l’argine frapposto alla partitocrazia. Ma banchiere anche umanista: finanziatore dell’Istituto di Studi Storici di Croce a Napoli, “salvatore” delle “Lettere dal carcere” di Gramsci, editore dei classici Ricciardi, l’ultima vasta ricognizione della letteratura italiana nei secoli, dei Grandi e dei meno grandi. Si avrà, tra i tanti beneficati, continue proclamazioni di gratitudine da Carlo Emilio Gadda, uno pure non espansivo. O di stima da Gianfranco Contini.
Forse un’altra tempra di uomo, più che un’altra Italia. Nel 1938, dopo le leggi razziali di Mussolini, si impegnò a salvare il posto a tutti gli ebrei che aveva in banca, anzi a gratificarli.
Il documentario scorre svelto, il personaggio offre una narrazione piena di cose. Con molte foto d’archivio, e la ricostruzione di alcuni contesti, inframezzate dalle testimonianze di Ferruccio de Bortoli, sul peso di Mattioli nel mondo bancario e a Milano, di Sandro Gerbi, che ebbe modo di frequentarlo personalmente, e di Francesca Pino, che di Mattioli ha redatto la voce omonima per il Dizionario Biografico degli Italiani, e ne studia le carte.
Gerbi ha dedicato a Mattioli ben due opere di storia, entrambe Einaudi, “Mattioli e Cuccia. Due banchieri del Novecento” e “Raffaele Mattioli e il filosofo domato”. Gerbi è anche la testimonianza vivente della “magnificenza” del banchiere-umanista che si è meritato questo documentario per i cinquant’anni della morte: è figlio di Antonello Gerbi, economista e storico, che Mattioli mandò in Perù dopo le leggi razziali, a dirigere la filiale locale della Commerciale, un soggiorno da cui trarrà la ricerca seminale, tuttora indisputata, sulle civiltà precolombiane, “La disputa del nuovo mondo”.

Antonella Zechini-Gianluca Miligi, Humanitas, Economia, Immaginazione. L’universo di Raffaele Mattioli, Rai Storia, Rai Play

mercoledì 13 dicembre 2023

Secondi pensieri - 531

zeulig

Agnosticismo - Si accompagna alle fasi crescenti dell’individuo e della società, o a quelle calanti? È uno sviluppo, mentale, individuale, o un falso ragionamento (falso rispetto dell’individuo)?  Roma prosperò sul rispetto delle religioni, la pax deorum. Simmaco lo spiega alla fine della tolleranza religiosa. Il nobile Simmaco lo sostiene dopo Polibio e Cicerone, e col laico Quinet. “La superiorità dello Stato romano sta nella religiosità”, nota lo scettico Polibio: “Ciò che negli altri popoli è riprovevole mi sembra sia ciò che tiene insieme lo Stato romano, intendo dire la superstizione religiosa”. Cantimori, che studia le eresie e le sette, concorda sulla forza della religione nelle moderne nazioni. I romani eressero altari persino ignotis numinibus, agli dei ignoti, san Paolo trovò un agnostos theos nell’aeropago di Atene.
A Simmaco il santo vescovo Ambrogio ribatté che non la religione aveva salvato Roma da Annibale e i galli ma la virtus e la militia – Milano è imprevedibile.  L’imperatore che ruppe la pax deorum era un bambino. Il prefetto Ambrogio, pagano come Simmaco, fu vescovo da catecumeno.
Oggi una sola religione si diffonde, l’islam, ma si ritiene più per effetto dei petrodollari (moschee, scuole, ospedali, golf, polo).
 
Capitale – Appare e scompare, anche quello sociale, nazionale, e quello psichico, senza logica e senza preavviso. Il capitale è un parassita, una piattola, non ha un progetto, un legno secco può dargli le vertigini.
 
Complotto - Il complotto è semplice. Si può liquidarlo con Popper, con la “teoria sociale della cospirazione”, o “teoria cospirativa della società”: è un difetto dello storicismo e la sociologia, spiega il paziente sbrogliatore di ghiommeri inutili, contrario peraltro al loro fine, credere che “la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che va prima rivelato) che hanno congiurato per promuoverlo”, mentre si sa che ad “azioni umane intenzionali” seguono spesso “ripercussioni inintenzionali”, e che solo una parte dei progetti si realizzano – “cospirazioni avvengono, ma poche hanno successo”. Si può pure farne la storia: un mondo abbiamo creato che sfugge alla comprensione e oscuramente temiamo, come un tempo temevamo la natura, proprio quando la natura abbiamo imparato a spiegarcela. Un mondo che ci porta a una paranoia doppia, poiché per governarlo ci affardelliamo d’ideologia, che in buona misura è paranoia. Ma la verità è un’altra, non si tratta di errori di metodo: il complotto viene comodo quando non si sa che dire o fare, o non si vuole. La realtà è più spesso evidente.
 
Coscienza - “La cosa al mondo più difficile da conservare è la coscienza”, Camus annota nel diario: “Di solito le circostanze vi si oppongono, che spingono alla dispersione”. Di solito la dispersione s’intende dell’io, con o senza la rima in Dio.
Il seguito di questa considerazione è nelle note sparse e negli eventi. Anzitutto la coscienza si deve definire: la coscienza di che? Psiche fu a lungo vittima di Amore. O meglio, perseguitata da Venere e protetta da Amore. S’intende per Venere la materialità dell’atto, essendo sesso la femmina, sentimento il maschio. E Psiche chi è?
 
Ignoranza – Si dovrebbe dire la base della conoscenza – sapere di non sapere. Ma ne è solo la materia informe. Come le cera, il legno, il marmo, il colore, la parola, il materiale dell’artista. Il grugnito che si conformerà in suono articolato, in parole, in nota musicale. Ma non è la condizione primigenia dell’essere. Non dell’essere umano, o animale, che nasce in qualche misura “imparato” – avvertito, anzi linguisticamente articolato: sa muoversi, sa che deve nutrirsi e come, chiedere (parlare), sempre con suoni poco comprensibili o articolati , ma con la coscienza di dire qualcosa, nello sguardo, nel gesto.
Si contrappone a intelligenza, più che a sapere. Alle forme dell’intelligenza applicate. Di cui però gli esseri non sono mai del tutto sprovvisti, anche nelle peggiori condizioni di isolamento o abbrutimento. 
 
Dovrebbe essere la condizione umana, la condizione primigenia. Ma è un fatto storico: è mancanza (assenza, impossibilità, incapacità) di qualcosa che i molti, se non la specie tutta, possiedono (conoscono). Nell storia – nell’essere nel tempo – viene a dire la non completa padronanza di tutte le conoscenze. Ma questo è un limite di ogni cosa e forma esistente, non solo della conoscenza. È una forma dei limiti dell’essere.
 
Si cambia, ma sempre per aggiunte al già noto, se non c’è il vizio di scaricarsi la coscienza. La quale, dice Freud, è “angoscia sociale”, e secondo Hamsun “fu inventata da quel vecchio maestro di ballo, Shakespeare”. S’impara anche a trent’anni, superata cioè l’età scolare. Anche ciò che è volatile.
Non in forma così semplice – è anche negazione (indifferenza, irrisione, vanagloria. È l’inizio della conoscenza ma quando è già una forma di conoscenza – la coscienza dell’ignoranza.
 
Potere - Il potere è comprensione e clemenza, non ci sono nemici per sempre.


Psicoanalisi – L’analisi smonta per rimontare. In teoria. In realtà riannoda i nodi annodati. Magari in bella vista ma aggrovigliandoli. Un compagno di scuola, troppo bello e dotato per applicarsi alle cose pratiche, inventava linguaggi e forme grafiche - Jacovitti rifaceva con la sinistra. E nelle lunghe ore di studio che in collegio bisognava passare in silenzio smontava gli orologi, in ogni loro singola rotellina, gli orologi d’allora meccanici. Poi li rimontava, e funzionavano. Evidentemente la vita non è un orologio. Ma questo si sa. E che cos’è il pudore? Cos’è la generosità, cosa la passione? Si può sterilizzare la generosità come sperpero, il pudore come tabù, e poi?
Freud è a volte più colpevole del dovuto - figlio incestuoso della regina Vittoria, eh sì, che l’ha dominato fino alla fine, a ciucciare i suoi sigari mortali, le madri sono divoranti, eh sì, in un modo o nell’altro. Ma l’analista è tiranno che disintegra l’anima invece di ricomporla, per soldi, e sostiene che in analisi si disimpara a mentire, mentre s’impara a mentire in modo indelebile, sotto forma di verità, lo sanno ormai pure i bambini che il ricordo è selettivo, e la casualità ordine. Freud non cura l’isteria, la diffonde, surrogato volendosi sacrilego della grazia. Con l’analisi che è una forma di preghiera, sebbene a un dio sconosciuto, non confessione ma iterazione liturgica, ripetuta, ossessiva, pep talk non arrembante ma compiaciuto, a carattere sadomaso: più gli indulgenti si scavano, più distillano fiele puro.
 
Verginità – Si ripropone, e sempre sul fatto sessuale, come rifiuto o rinvio dell’accoppiamento. Mentre era in antico l’equivalente della libertà femminile. Applicata alle donne, a Eleusi e altrove, era nel nuovo o ritrovato patriarcato il riconoscimento di un’intoccabilità che comunque poteva sempre essere invocata dalla donna. Il privilegio della libertà.
 
Verità – La verità del mondo non può essere terrestre, troppa ansia.


zeulig@antiit.eu

Il futuro digitale è vecchio

La generazione dei quaranta-cinquantenni è precaria – lo era dieci anni fa, quando il libro fu scritto.  Non ha fatto nessuna rivoluzione, e ormai non può più farla, già cinquanta-sessantenne. Non ha potuto fare, o cullarsi di fare, una rivoluzione politica – la rivoluzione che si è imposta è controrivoluzionaria, quella del mercato. Ed è stata presa a mezzo dalla rivoluzione digitale, senza potersene impadronire.
Tre curiosi saggi. Di ordinario pessimismo. E di mitologemi, molto artefatti, della rivoluzione per esempio, ora “digitale”. Concepiti forse unitariamente ma virati all’impronta. Spaziando su ogni occorrenza: l’identità, lo ius soli e lo ius sanguinis; l’11 settembre; l’urbanistica – la “riprogettazione di Roma sotto il fascismo”, gli sventramenti “ideologici dei regimi comunisti”; le periferie sanificate dalla Repubblica  “una prova abbastanza spietata” del rifiuto della bellezza.
Resta il tema. Il futuro è sempre speranza.  Oggi è pauroso ma per effetto della cultura della crisi, che ci attanaglia. Accompagnandosi, ironicamente, all’ideologia del migliore dei mondi possibili. E non solo all’ideologia, bisogna dire: curiosamente, si vuole senza futuro l’epoca del never had it so good, del mai stati così bene – perfino in Africa, niente a che vedere con quella di trent’anni fa. Una cultura che, volendo razionalizzare, serve per tenere il morso sttetto, per tenere a bada queste masse sempre più enormi sempre più affluenti. Anche sotto il profilo affaristico, bieco: per obbligarle a spendere, anche a debito, per un “futuro migliore” - il futuro migliore, cessato ogni empito rivoluzionario, o illusione, è oggi una automobile elettrica, il doppio dell’atuale, come ingombro e come costo.
Non volendo, nell’assunto, Murgia però ha ragione. L’epoca fa di peggio che rubare il futuro ai suoi quaranta-cinquantenni: obbliga a interiorizzare questo futuro, anche con le Greta. “In interiore homini” il futuro non è solitamente nemico, o censorio (“finché c’è futuro c’è speranza”), ma la “rivoluzione digitale” finora a questo è servita, ad asservire (fiaccare, followizzare, addomesticare), e indurre all’incontinenza (spendere, consumare), i suoi eroi onestamente chiama “infuencer”, persuasori non più occulti.  
Michela Murgia,
Futuro interiore, “la Repubblica”, pp. 76 € 8,90  

martedì 12 dicembre 2023

Gli errori del papa

Si chiude a coda di pesce il processo intentato dal papa all’ex cardinale Becciu. Due anni di dibattimento non sono riusciti a incolpare l’ex porporato. Benché gestiti dall’incomparabile Pignatone, il giudice siciliano che aveva esportato dieci anni fa la mafia a Roma. Con procedure da Inquisizione. Con due anomalie.
Una è che il commento sulla vicenda di Galli della Loggia oggi sul “Corriere della sera” è stato eccezionalmente confinato alla pagina dei commenti – in taglio basso - invece che in prima, come da contratto con lo storico. L’altra è la disattenzione dei media, malgrado i tanti motivi di scandalo: lo scandalo c’è stato all’inizio, ma appena le procedure si sono appannate è stato dismesso. Invece che essere accentuato per i tanti motivi di scandalo vero: i diritti negati alla difesa, i documenti nascosti, l’anatema del papa all’origine del procedimento, la segretezza del procedimento.
Becciu, allora cardinale, che dalla segreteria di Stato gestiva alcuni affari immobiliari vaticani al posto dello Ior, fu condannato, prima che rinviato a giudizio, dal papa in persona. Che gli tolse anche, procedura senza precedenti, il titolo di cardinale, per indegnità.
Una decisione opaca, come tante del papa Francesco. La campagna contro il cardinale Bertone, già bersaglio della massoneria per opporsi agli espropri – al “mercato”. La nomina di Francesca Immacolata Chaouqui e dello spagnolo monsignore Balda a controllori delle finanze vaticane senza alcun titolo – se non il laicismo delle rispettive famiglie. Quando più forte era l’assalto laico alla sanità creata e gestita dal Vaticano, il San Raffaele a Milano, espugnato, e a Roma l’Idi, i Fatebenefratelli, il Bambino Gesù.

Un omaggio alla paternità, e alla terra madre

Un tributo, rarissimo, alla paternità. Ma in una commediola, di e con Sebastian Maniscalco, un po’ scontata: sul tema americano eterno del clash di culture, inevitabile in un paese di immigrati. Qui tra immigrati meno recenti, che quindi si nominano in dinastie, cogli ordinali romani, e immigrati più recenti, siciliani, parrucchieri. Un conflitto risolto, come ora è d’uso, a tavola, con la irresistibile cucina italiana, o siciliana.
La regista e l’attore-sceneggiatore pagano il loro tributo alle radici. Ma come svogliati, a una recita scolastica, ognuno recita a turno la sua parte. Il più applicato è De Niro, il papà parrucchiere, cui incombe reggere i novanta minuti. Sorprendente è solo, curiosamente, questo bisogno di italianità, in questi anni 2020 – a vedere il film nella smagata Italia.
Maniscalco, attore comico, ha fatto di meglio in “Green Book”, e in “The Irishman” di Scorsese – qui è fulminante solo nei titoli di testa,  nelle battute sulle “meraviglie” delle migrazioni. Anche Terruso (regista giovane e già affermata in America, qui è al suo quarto o quinto film in pochi anni) ha qualche lampo nei titoli di testa, vecchie e nuove fotografie, della Sicilia e dell’America, sorprendenti benché solo di qualche decennio fa.
Laura Terruso, Papà scatenato, Sky Cinema

lunedì 11 dicembre 2023

Letture - 639

letterautore
 
Altezza – Nell’opera dei pupi dice molto, scopre Rumiz in Sicilia, nell’ultimo “Una voce dal Profondo”. Il “pezzo da novanta” sono i centimetri di Orlando, l’eroe. Mentre Gano è 50 centimetri al più. “U curtu”, il piccolo, detto famosamente di Riina, il capomafia sanguinario, non è un titolo, è un soprannome derisivo.


Caillois – Sasso (caillou) di nome e di interessi – nomen omen, si direbbe. Una mostra all’Accademia di Francia  a Roma sulle pietre, in natura e nell’arte, “Storie di pietra”, si apre nel segno del socio-antropologo Roger Caillois, che le collezionva e le “leggeva” – tra capriccio della natura e immagini d’artista.

Dante – Entra nella liturgia in chiesa, in particolare nella raccolta rinnovata degli inni sacri varata a suo tempo dal Concilio Vaticano II e ora infine messa a punto. Da buon conoscitore della liturgia, e anche utilizzatore di essa, della sua parte poetica, ora entra nella nuova “Liturgia horarum”, di 291 inni in versi latini, con due componimenti che riformulano in latino la preghiera di san Bernardo alla Vergine, all’ultimo canto del “Paradiso”.

Denti – A 34 anni Tolstoj non aveva più denti – Lev L’vovic Tolstoj, “La verità su mio padre”.


Freud – “Il Babbonemo di tutti loro”, così viene definito un personaggio, in conversazione con una psichiatra, ne “Il dubbio del killer”, il giallo di John Banville. Da un altro personaggio, che lo chiama così da “ammirato lettore di William Blake”. “Figli di Babbonemo” è per la verità una trilogia recente di Arno Schmidt. Riferita a William Blake è la poesiola sul babbo che non c’è, che non risponde agli appelli accorati dei figlio, “Il bambino perduto”.
 
Machiavelli – È repubblicano, indubbiamente, un democratico in termini moderni. Presentando sul “Sole 24 Ore Domenica” l’assemblea romana dell’International Machiavelli Society, Gabriele Pedullà lo fa repubblicano per le posizioni esplicite dei “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”. Anche per l’esperienza personale, si può aggiungere. Ma, allora, il discorso del “Principe”? Sicuramente è (anche) una semplificazione del potere, mostruosa. “Oggettivamente”, si sarebbe detto una volta, un’esposizione contro il potere, in forma vendicativa celata, di apologia insostenibile – le categorie di sociologia politica per cui il trattatello lo ha reso celebre, della virtù, l forza, l’inganno, il fine, i mezzi, etc., non sono in sé valoriali.
 
Maschicidio – Tale si può dire il trattamento che Maria Callas riservò al primo marito, Giovanni Battista Meneghini, che per lei aveva lasciato la famiglia e gli affari: “Spietata col marito” la ricorda “Mephisto” sul “Sole 24 Ore Domenica”, “che l'aveva sostenuta e lanciata in una carriera stellare, lo detestava perché grasso, vestito da cumenda”, e lo tenne “senza rapporti d’amore per otto anni”. Benché lui l’avesse sposata che pesava 98 chili – pesava lei. Meneghini però non ne morì. E anzi, dice wikipedia, “il destino volle che, ottantaduenne, diventasse lerede della moglie, morta a 53 anni” – della ex moglie, ormai da diciassette anni.
 
Mogli – In aggiunta alle partner già note di poeti e scrittori che ne sarebbero state co-autrici, la studiosa di Musil Regina Schaunig, del Robert Musil Institut di Klagenfurt, aggiunge Martha Malcovaldi, moglie di Musil, cui la sua ricerca, “Das Murmeln der Dichterfrau: Martha Musil als Co-Autorin”, è dedicata, e  Venetiana Taubner-Calderon, “Veza”, moglie tarda, ai 37 anni, e poco amata, di Elias Canetti. Della moglie di Canetti riporta una lettera del cognato Georges, fratello dello scrittore: “Quello che tu hai fattom quello che tu sempre ancora fai, è straordinario, e credimi, farò di tutto perché si sappia chi di voi due era grande, grande in carattere”. E opina che questo sia il motivo per cui Canetti ha disposto “un personalissimo decretato… blocco della sua corrispondenza privata fino al 2024”.
Ma altre mogli Schaunig sostiene che ebbero parte dei lavori di scrittori famosi - .dopo avere ricordato che di Brecht è opinione comune che abbia preso il prendibile dalle sue amate “sul piano finanziario, emotivo e anche come co-autrici”. La moglie di Musil naturalmente, Martha Macovaldi, la seconda moglie di Dürrenmatt, Charlotte Kerr, Emilie Fontane (“ebne parte attiva nel lavoro letterario del suo  uomo, tra l’altro leggendo e correggendo i i suoi testo prima di ogni altro”). Afferma anche che Ingeborg Bachmann, col progetto “Todesarten”, voleva mettere i puntini sugli i, dopo che Max Frisch, suo partner di vita a Roma per cinque anni, ne aveva scritto in “Gantenbein”. E che Sofia Tolstaja sfidò,nientemeno, il marito, nei diari, le lettere, e il suo “controromanzo”, “Di chi la colpa? I racconti di una moglie”.
 
Persefone - È la prima vittima di violenza sessuale, se non di stupro. Rapita alla madre Demetra-Cerere, alla Terra, da Ade, il dio degli Inferi, che la confina al sottoterra, all’inferno. La fumettista neozelandese Rachel Smythe fa quella di Ade con Persefone anche una storia d’amore, nel quarto volume della sua rivisitazione della classicità, “Lore Olympus”, ma Persefone quando ritorna sulla Terra si ritiene liberata. Come tale è celebrata ovunque se ne radichi il mito, nella Loride (a Bova, a Pasqua, come rito della resurrezione), o a Enna, Siracusa e in Grecia, nei tanti luoghi dove se ne celebra il rito, a partire da Eleusi.
 
Psicoanalisi - Una “forma carsica” dello spirito la vuole Rumiz, nel suo viaggio nei terremoti (“Una voce dal Profondo”, p.47): “In fondo, la familiarità con le grotte aveva generato una forma di ‘carsismo’ emozionale nelle genti di casa mia, una Trieste dove, guarda caso, psicoanalisi e speleologia erano nate in anni vicini tra di loro”.
 
Santini – Repentinamente abbandonati, in chiesa e nelle processioni, con la fine del secondo millennio, risorgono su Terrorgran, la rete di siti ipernazisti. Charles Manson, quello della strage di Sharon Tate e dei suoi ospiti, si raffigura come “Salvator Mundi”. L’unabomber americano Ted Kaczinsky, matematico, accademico e serial killer come “L’intelligente”. Su “La Lettura” Alessandra Coppola  ne fornisce vari esempi.
Ricorrono anche nei giuramenti di mafia del giudice Gratteri e di Antonio Nicaso – di ‘ndrangheta nella fattispecie.
 
Terremoto - “Il ruggito del Minotauro”, prigioniero del labirinto - Paolo Rumiz, “Una voce dal Profondo”, 18
 
Trieste – Si può dire la capitale italiana del “profondo”, in senso fisico e psichico. Il triestino Rumiz ricorda di essere stato appassionato speleologo, lui come i suoi compagni, nell’adolescenza. Nel libro che raccoglie le sue indagini sui terremoti passati e recenti, “Una voce dal Profondo”. Adriano Sofri, triestino di nascita e di madre, ha inseguito per anni il sottosopra, i tombini, le cloache, i canaloni, le grotte. Magris la ricerca delle sorgenti del Danubio ha lasciato indefinite, una sorta di variazione della terra, della terra umida. Trieste è anche la città della psicoanalisi, parte della più vasta psicologia del profondo.  

letterautore@anti.it

Il Sud riscoperto, dal di dentro

“Quarantamila anni” fa “un cratere grande come l’intera città  si era aperto fra Marechiaro e Capo Miseno. L’eruzione vomitò fuoco, incendiò gli Appennini e sparò ceneri fino in Siberia, generando un tale raffreddamento del clima che forse contribuì all’estinzione dell’uomo di Neanderthal e fece trionfare la razza più evoluta di Cro-Magnon”. È di Napoli che si parla, che fa “storie” a sé, che si tratti di un terremoto delle razze umane o dello scudetto. Ma la cosa è possibile, oltre che suggestiva, quindi è certa.
Nella Penisola il terremoto è la normalità, benché rimossa: “Quel tuono in Do minore abitava stabilmente  la spina dorsale dell’Italia e la rappresentava più del suo inno nazionale, ma gli italiani non lo sapevano e, quel che è peggio, preferivano non saperlo”. Quel che è peggio? È possibile, il Male non ha limiti.
Rumiz, che fa qui un viaggio nei terremoti, nell’Italia dei terremoti, non ne fa un male. Ne fa la scoperta. Il viaggiatore dei Balcani, cui lo disponeva (destinava?) la sua città, Trieste, ma più dell’Italia, dell’Italia sconosciuta agli italiani – rimossa, trascurata, dimenticata – e più autentica, l’Appennino, le Alpi non sciistiche e non “turistiche”, risale la penisola lungo le sue linee di faglia –la raccolta dedicando “a Roberto De Simone”, il trascurato della migliore Tradizione napoletana, “e alla terra che l’ha  cresciuto”.
Un viaggio nel Sud di fatto - al Nord sono riservate poche note, da ultimo. Che Rumiz tratteggia ad abundantiam nei linguaggi, gli umori, le sensibilità, e come oggi usa nei sapori. Una ricognizione di capacità affabulatoria vivissima. Si torna bambini leggendolo, golosi di storie , sempre magiche o diaboliche. Rumiz sa raccontare anche le parole: disastro, rischio, desiderio – e il “pezzo da novanta”, l’altezza di Orlando nell’opera dei pupi. Dolente: un Rutilio Namaziano dei nostri giorni, cantore malinconico dell’ “Europa al tramonto”.
Con una serie di personaggi ordinari-straordinari, di ambienti poco frequentati, in Sicilia, Calabria,  Basilicata, Irpinia, A bruzzi, Molise, nella stessa battutissima Napoli, estesa a Ercolano. Con figure anche memorabili, quale Ludivico Corrao, grande comunista, e principe dei tempi andati, che da solo progetta la “sua” Gibellina ricostruita dopo il terremoto e rimasta  inabitata tanto è inospitale – con la macabra fine a opera del giovane domestico bengalese.
La risalita dello Stretto di notte, da Reggio a Cannitello, su uno sloop da 12 metri, là dove le “piattaforme” continentali Europa-Africa s’iconrrano, è una sinfonia drammatica. Come, in breve, la morfologia (la poesia) dei venti, Libeccio, Tramontana, Grecale, nello Stretto. La presenza della Grande Madre ovunque, di madonne più spesso “nere”. E l’insistito parallelo tra la sicilianità e la napoletanità, la malinconia e la danza, un mondo dalla tonalità in La minore e uno in Sol maggiore. Il terremoto è “il ruggito del Minotauro”, rinchiuso nel labirinto. Con la scoperta che la Padania, tettonicamente, è Africa. E una misurata ma ineliminabile denuncia dell’imprevidenza – “non so perché ci chiamano «il Paese dei furbi»”.
In nota Rumiz precisa che “il racconto trae spunto da una serie di viaggi compiuti dal 2009 al 2023, alcuni dei quali narrati come reportage su «la Repubblica»”. Il titolo è di Monica, la sua nuova compagna.
Da leggere-gustare come voleva Voltaire, una vita da lettore, con la matita in mano. Con un triste epicedio, anticipato alla pagina 60: “Niente come l’assenza di precauzioni antisismiche  svelava il tramonto della memoria e al tempo stesso la scomparsa del futuro dalla mente degli italiani”.
Un viaggio nei terremoti dal “muro di Ancona” del comico Ferrini in giù che è anche la scoperta di “una gloriosa pluralità negata dall’idea di nazione”. Ma forse solo dall’idea leghista, che Rumiz non nomina mai ma che non può non averlo segnato, uno spirito aperto qual è. Proiettandolo da un paio di decenni sulla disprezzata Italia “minore”, dopo decenni da grande inviato nelle grandi questioni continentali.
Paolo Rumiz, Una voce dal Profondo, Feltrinelli, pp. 287 € 18 

domenica 10 dicembre 2023

Ombre - 697

Strano veto di Biden a una tregua a Gaza. Possibile giuridicamente, ma è una dichiarazione di non innocenza della politica americana, quale si pretende di essere. Vetare la tregua è stato solo un atto d’imperio – sul fatto, Israele poteva comunque non fermare la guerra a Gaza, è dal 1967 che non si cura delle Nazioni Unite.

“La Scala in piedi per Liliana Segre. L’urlo dal loggione: «Italia antifascista»”. Perbacco, è come quando il loggione intonava Viva V.E.R.D.I.?  E non ce ne siamo accorti, per quanto la Rai fosse fissa sul palco, con la senatrice Segre.
 
Dice che era uno che ha urlato, non il loggione. Dice che la Digos è accorsa a identificare l’antifascista. E che l’ha identificato, ma non l’ha denunciato. Perbacco, e come ha fatto? Glielo hanno indicato gli altri loggionisti? Si è autoidentificato? Miserie delle cronache o miseria dell’Italia?
 
Si scopre dalle cronache dell’eredità Hermes contestata che esiste a Ginevra una fondazione “attiva contro la disinformazione giornalistica”. Siamo arrivati a tanto? La fondazione esiste, si chiama Isocrates, Ginevra la ospita al palazzo delle Fondazioni, e serve da statuto a “promuovere un dibattito pubblico informato favorevole al rafforzamento della democrazia e alla lotta alla disinformazione.”.
 
Si finanzia il pastificio Rana per riportare la produzione dei piatti pronti dal Belgio al Cuneese. Si finanzia Stellantis, cioè Fiat, cioè Elkann, per riportare la produzione di autoveicoli in Italia a un milione l’anno – e quando, se se ne produce meno della metà? Si  torna all’industria sussidiata – industria privata. Perché c’è un governo di destra? Perché la Germania ha bisogno di analoghi sussidi e quindi Bruxelles fa finta di nulla (i sussidi alla produzione sarebbero proibitissimi)? La “concorrenza” ha sempre avuto un suono sinistro, come di una clava, contro la concorrenza.
 
È anche vero che gli incentivi per l’auto elettrica, pagati dal governo, cioè dagli italiani, sono andati per quattro quinti finora all’estero. Colpa della Fiat, che non ha consentito a nessun produttore di auto di aprire fabbriche in Italia, e poi se l’è filata. Ma tutta la politica di transizione verde, i sussidi, gli incentivi, gli “oneri di sistema” etc., è un business, non troppo onesto.
 
La produzione è ferma, quasi, mentre le banche battono ogni record: nove mesi d’oro in questo 2023. Unicredit supera Intesa per utili, 6,7 miliardi contro 6,1 (più, rispettivamente, 68 e 85 per cento sui nove mesi 2022 - la superava, cioè, già un anno fa). Seguono, a distanza ma con forti incrementi: Bper 1,09 (col tratto meno rispetto al 2022, - 26 per cento, scontando poste straordinarie l’anno scorso), Bpm 943 milioni (+ 94 per cento), Mps 929 (+ 178), Mediolanum 572 (+ 52), Credem 439 (+94), Sondrio 349 (+130). La crisi fa bene alle banche? Certamente no. Ma la Bce alla “tedesca”, i tassi museruola, evidentemente sì. 
 
“Patto sui migranti in Albania: uno spot a caro prezzo”. 
“Le opposizioni: soldi buttati nel cestino”. “E quelle di Tirana dicono l’intesa incostituzionale”. Ma le opposizioni di Tirana sono di destra. E lanciano fumogeni e petardi in aula. Nomineranno capitana Elly Schlein – o Giuseppe Conte?

 Ancora “la Repubblica”, questo invece in un fondo pagina: “Schlein archivia il mito delle primarie”. Il mito, il partito Democratico è nato e ha vissuto su un un mito Obiezioni nel partito del mito? Abbiamo scherzato?
 
Si occupano alcuni licei a Roma con una “azione coordinata”, per “portare avanti le nostre istanze”, “alzare il livello del conflitto”... . Sembra un formulario, e lo è. Della vecchia burocrazia giovanile del Pci, redatta sul linguaggio delle assemblee sindacali nate morte degli anni 1970. Studenti di cinquant’anni – settanta mettendoci gli anni di scuola?
 
Sottoposta a critiche bi-partisan la politica di Biden a favore di Israele su Gaza, il segretario di Stato Blinken ha rimediato bloccando i visti ai “coloni estremisti” israeliani in Cisgiordania. Curiosa decisione. Sottintende che gli estremisti non sono israeliani poveri e illetterati provenienti dalle aree povere del’Est Europoa o dal mondo arabo-islamico, ma gente abbiente, se è legata agli Usa. E che si sa chi sono i “coloni estremisti”, cioè assassini, in Cisgiordania – gli Stati Uniti lo sanno come?
 
“Sull’Inter non mi esprimo più da quando il faldone sui nerazzurri è scomparso durante le inchieste di Calciopoli, poi riemerso quando il reato era andato in prescrizione”, Giovanni Cobolli Gigli. Come non detto – non un accenno nelle due ore del docufilm Sky su Calciopoli.
Cobolli Gigli, lombardo di Como, dirigente d’azienda (Fabbri Editore, Mondadori, Rinascente), era stato nominato dalla famiglia Agnelli presidente della Juventus nel 2006, come garante di legalità dopo l’attacco napoletano congiunto, di Carabinieri e Procura.
 
Il libriccino di Bazoli “Il processo e la pena” – il processo è la pena - è andato subito esaurito. Altrettanto introvabile è uno dei due libri di Mori e Obino, gli ex Carabinieri, quello che accusa i giudici palermitani di avere occultato, trent’anni fa, il loro “dossier appalti”. Tutto ciò che “spiega” la giustizia è ampiamente condiviso.
 
La giustizia si direbbe l’istituzione meno autorevole in Italia, materia di scandalo per i molti. Ma non molla: si autoprotegge, e questo è comprensibile, ma è anche protetta. Dai cronisti giudiziari si capisce. Ma dalla presidenza della Repubblica, che ha poteri ampi in materia, e dal Csm no. Che abbia poteri di ricatto sarebbe solo ovvio – che altra ragione c’è?

Un lampo vecchio due miliardi di anni luce

Lo studio di un gruppo di ricerca italiano, pubblicato su “Nature Communication”, dimostra che esplosioni cosmiche possono temporaneamente danneggiare lo schermo naturale che ci protegge dalle radiazioni solari. Il titolo della comunicazione dell’astrofisico Ubertini si riferisce al più recente evento di questo genere, due mesi fa, non preannunciato ma neanche avvertito, per effetto del più potente lampo cosmico di raggi gamma mai registrato.
Il 9 ottobre 2022, alle 15,21, tutti gli osservatori spaziali di alta energia in orbita attorno alla Terra e nello spazio interplanetario hanno rivelato il più forte lampo di raggi gamma (GRB) mai osservato: era il risultato dell’esplosione di una supernova distante 1,9 miliardi di anni luce da noi. Questo evento, denominato dagli astrofisici GRB221009A, è risultato essere uno dei più brillanti arrivati sulla Terra negli ultimi 10.000 anni. È stato eccitante scoprire come questo lampo di raggi gamma, incredibilmente intenso e di lunga durata (circa 800 secondi), abbia causato un macroscopico cambiamento del campo elettrico, che ha subito un aumento di circa 60 volte: un effetto mai rivelato prima.
Pietro Ubertini, Il più potente Gamma-Ray Burst cosmico mai registrato ha modificato l’alta ionosfera terrestre “Scienzainrete”, free online