sabato 9 maggio 2026
Hormuz all’opera
“Tarare”, l’opera che consacrò Antonio Salieri sulla scena parigina - dopo il successo delle “Danaïdes”, l’opera che aveva composto su richiesta di Gluck, il compositore principe di Vienna, che se ne era incaricato ma aveva problemi di salute (morirà pochi mesi dopo) - è ambientata a Hormuz. Un dispotico re Atar, invidioso dell’eroico soldato Tarare, ne fa rapire la moglie e la rinchiude in un harem. Il tiranno verrà naturalmente sconfitto, e Tarare diventerà re.
Hannah poco sionista, con Heidegger sempre nel cuore
Una pubblicazione molto illustrata, con rare foto
d’epoca. Con attenzione prevalente verso le problematiche sioniste, viste da
sinistra, forse più di quanto il sionismo sia stato importante per la Hannah Arendt
“pensatrice lucida”. Ma nel complesso equilibrata.
Hannah era nata Johanna, Arendt Cohn. Dell’infanzia
si sa tutto grazie al diario della madre, Martha Cohn, donna colta, che aveva
studiato musica tre anni a Parigi, si era specializzata poi in psicologia
infantile, ed era socialista, molto impegnata, specie tra la fine della guerra
e i primi anni 1920. Ma sempre in urto poi con la figlia – che non ne condivideva
la militanza politica. Seppure in un rapporto costante, anche nell’esilio a
Parigi, e poi nello stabilimento a New York. Morto il padre di Hannah
precocemente, per una recrudescenza della sifilide, Martha si era risposata, e
in ogni esilio trovava sempre motivo di ritornare in Germania, anche sotto
Hitler. A New York, benché in età, fece la vita difficile a Hannah criticando
in ogni momento suo marito Heinrich Blücher, colpevole anche di non essere
ebreo.
Malgrado l’impegno socialista della madre, che
la portava alle manifestazioni, Hannah non si occupò di politica se non tardi,
nel 1933, e non subito, all’elezione di Hitler, ma all’incendio del Reichstag.
Negli anni 1920 scriveva “poesiole” ne scriveva giornalmente, un Ersatz dei diari “intimi” adolescenziali. Appassionata
di greco al liceo, fondò e animo al liceo con poche compagne un Cicolo Greco
A Marburgo, all’università, “capelli neri e occhi
verdeoliva”, innamorava chiunque a Filosofia, Hans Jonas, prima di Heidegger. L’innamoramento
di Heidegger, che rimarrà sempre l’uomo della sua vita, anche dopo la guerra, con
cui intrattenersi nei frequenti ritorni in Germania – mentre lo giustificava,
resa edotta dal suo mentore Jaspers della condotta di Heidegger nel rettorato, 1933-34 e dopo, in
vari scritti, in tono semiserio. E poi, una notte a Berlino, il coetaneo Günther
Stern, “alto e bellissimo, con una fossetta seducente sul mento”, che “aveva un
sorriso affascinante e sembrava simpatico”. Con Stern consce mezza Berlino, compresi
Brecht, vecchia conoscenza di Günther, e Benjamin, suo lontano parente. Si sposeranno
ma durerà poco. Per lui entra in urto con la Scuola di Francoforte, dove Stern
ambiava un insegnamento ma ne fu sbarrato da Adorno.
L’esilio a Parigi, per sette anni, dal 1933 all’occupazione,
le vede dapprima segretaria personale della Baronessa Rothschild, poi impiegata
della Alyiah, una istituzione ebraica che organizzava i viaggi, specialmente
degli apolidi, verso la Palestina. Gli interessi sono sempre letterari, e passano
per la frequentazione di Brecht – per lui “fedeltà assoluta” – e di Benjamin, che
di Parigi sapeva tutto, più che di Berlino, amava la conversazione, e aveva bisogno
di amicizie forti- Parigi era una sorta di succursale letteraria della
Germania. Si sveglia la politica frequentando Jean Wahl, e atri due giovani
intellettuali, ebrei, Raymond Aron e l’avvocato Cohn-Bendit (padre del Cohn-Bendit
del Maggio francese, nel 1968).
La relazione col marito Stern sarà per lo più epistolare,
a distanza. Anche quando i due si ritrovano a Parigi. Ma con Heinrich Blücher, un
comunista, presto subentrato a Stern, sarà sempre invece intima e appassionata.
Il matrimonio probabilmente bianco con Günther Stern,
poi “Anders”, presto sciolto. L’ostilità di e con Adorno, specie nel dopoguerra,
nel trattamento degli inediti di Walter Benjamin, e nell’analisi del totalitarismo.
L’impegno a distanza nel sionismo, fino a fare una volta, con un gruppo di assistiti
da Alyiah, il viaggio fino a Gerusalemme, ma per tornare evidentemente disincantata
– un viaggio senza emozioni, senza storia.
Quando la Germania invase la Polonia, l’1settembre
1939, Aliyah chiuse l’ufficio parigino, per riaprire a Londra, considerata più
sicura. Hannah rimase a Parigi, passando all’Agenzia per la Palestina, la cui attività
era esplosa con l’arrivo di centinaia di profughi dall’Austria e dalla Cecoslovacchia.
Per finire, con Martha e Heinrich, in campo di concentramento, in due campi diversi.
L’evasione, dai campi senza controllo, la fuga come tutti verso il Sud, la
riunione a Montauban nei pressi di Tolosa – Hannah vi riceve in custodia dall’impaurito
Benjamin copia manoscritta delle “Tesi sulla filosofia della stoia” – e il
passaggio verso gli Stati Uniti.
Dalla politica alla Scienza Politica, Hannah
comincia con una riflessione sull’apolidismo, “Noi, i rifugiati”. Una condizione
che comincia a non sentire più pesante, non in America, patria degli apolidi
(prima della scoperta ovviamente delle “radici”), anzi. A Jaspers scrive: “Forse
Nietzsche aveva ragione con il suo «Felice chi non ha casa!»”. E contemporaneamente
“decide si prendere le distanze dagli ambienti sionisti”. È redattrice dall’editore
Schocken, ha cominciato a pubblicare, in inglese, aiutata dall’amica Mary
Mcarthy, e il resto è noto, lo studio del totalitarismo eccetera.
In realtà il fenomeno Israele la terrà sempre
occupata. Fino allo “scandalo” del resoconto del processo Eichmann, “La
banalità del male” – una tempesta, di cui questa “vita” dà ampio conto.
Inquadrandola nella riflessione forse più originale di Hannah Arendt, sulla “natura”
del male. La chiamata in causa dei consigli ebraici nella vicenda dell’Olocausto
non le viene perdonata. A New York, subito dopo lo sbarco, aveva trovato la sua
forma di sionismo in Judah Magnes, rabbino americano presto morto, nel 1948,
quando nasceva Israele, “il leader dell’unico movimento (sionista) che
propugnava la creazione di uno stato bi-nazionale”. Il voto Onu del 1948 che diede
origine a Israele non ne tenne conto, e Arendt non si interessò più della
questione.
Mentre entra nella sua nuova dimensione, di filosofa
della storia, e della politica, viaggia molto e a lungo in Europa - dove si
occuperà di incontrare Heidegger, e in qualche modo di sdoganarlo - in qualità
di “direttrice della ricerca e poco dopo direttrice esecutiva di un’importante
istituzione, la Commissione europea per la ricostruzione culturale ebraica
in Europa, fondata da Salo Baron”. Un incarico
presto complicato, presupponendo un inventario di tutti i beni che erano stati
sottratti agli ebrei, per la restituzione o il pagamento. La Commissione fu comunque
in grado di pubblicare un volume di duecento pagine, “Elenco provvisorio dei tesori
culturali ebraici nei Paesi occupati dalle potenze dell’Asse”, che “servì come
base per guidare i primi sforzi per recuperare le proprietà ebraiche in Europa”.
Benché apolide professa, apprezza moltissimo la
cittadinanza americana – ciò che fa la specificità dell’America, e al fondo di
una democrazia, contro il nazionalismo radicato in Europa, in Francia, in
Germania. Con Heinrich fa sempre una festa in casa per gli amici ogni Natale.
Sulla scrivania tiene sempre una foto di Heidegger, accanto a quella di
Heinrich.
Hannah Arendt, una lucida pensatrice,
“National Geographic Storica”, pp. 142 ill. € 10, in edicola
venerdì 8 maggio 2026
Dall’Atlantico agli Urali, senza la Russia
L’Europa si riunisce in Armenia, nientedimeno,
e la cosa passa inosservata. Forse non si sa dov’è, dove è il Caucaso. Dall’Atlantico
agli Urali era l’Europa di De Gaulle – in polemica con la nascente Ue, l’allora Comunità
economica. Se comprensiva anche del Caucaso, tutto, non sappiamo. Ma certamente
con dentro la Russia – o gli Urali li regaliamo all’Asia? L’Europa dunque che
vuole estendersi fin dove arriva il cristianesimo
- che invece ha rifiutato nella costituzione, con tutta la costituzione. Escludendo
la Russia, che è la più cristiana – vuole accerchiarla, tipo Gulliver.
È un disegno balordo, prima che pericoloso,
non c’è bisogno di essere filorussi per capirlo. Ma, poi, di che Europa stiamo parlando?
Di un’associazione, un po’ slabbrata, di interessi di bottega. Cui si dà dignità
politica con l’asse renano, che fu sempre debole, se non per i suoi propri
interessi, e adesso è sparito. Con il gruppo dei “frugali” che detta le leggi -
in virtù di che cosa, la furbizia? l’arroganza? – e non si saprebbe inventare.
Cronache dell’altro mondo – petrolifere (403)
La chiusura di Hormuz ha impennato la domanda di prodotti petroliferi in
America, da Europa e Asia. Ogni settimana, secondo una trionfale Energy
Information Agency americana, oltre 8 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati
(un milione e centomila tonnellate) partono oltremare, con un aumento del 20-25
per cento rispetto all’anno scorso. A prezzi maggiorati, dato il rincaro del greggio.
Con questo trend - scontando cioè quotazioni del greggio superiori ai 100 dollari per buona parte del 2026) - il comparto petrolifero potrebbe fatturare nell’anno
60 miliardi di dollari in più del previsto - del normale flusso di cassa.
Prima della guerra l’industria petrolifera era in difficoltà negli Stati
Uniti, per margini di utile insufficienti a finanziare gli investimenti in “ricerca
e sviluppo”, ora in aree e tipologie di produzione (scisti bituminosi) più
marginali e a costi elevati. Nel bilancio di previsione da lui imposto al Congresso
per il 2026 Trump aveva stanziato incentivi pubblici e contributi alla ricerca
di fonti di energia fossili per 50 miliardi.
Giallo oratorio - a villa Borghese
La cosa migliore è lo Spitfire Triumph, verde – e villa Borghese ovviamente, completa di Pincio e Trinità dei Monti (con Dalla, “Le rondini”). Trama e dialoghi da teatrino dell’oratorio.
Uno guarda e ascolta
e si chiede: ma è possibile?
La regista, certo, è
più a suo agio con l’horror. Ma la Rai? Non legge i soggetti, i copioni? A meno
che. Torna alla memoria che nei secondi anni 1990 la Rai era dominio di Veltroni,
l’autore della baggianata, allora capintesta politico, fresco di referendum
contro le tv private: sono i suoi giovani virgulti che in posizione di comando
ora hanno voluto fargli la festa – in senso letterale, per bene, da mediocri? La
sbandata Rai almeno avrebbe un senso.
Milena Cocozza, Buonvino,
misteri a villa Borghese, Rai 1
P.s. - Falsa anche la villa Borghese del film, di fatto oggi secca e sporca - abbandonata, come tutte le ville romane, da venti anni, da Veltroni sindaco, che chiuse il Servizio Giardini (solo si curava di uscire ogni giorno sul giornale, come usano imperatori e dittatori).
giovedì 7 maggio 2026
Appalti, fisco, abusi – made in Rome (246)
“Da Ostia ai cancelli dei pochi stabilimenti aperti è lunga la fila dei
cittadini bagnanti alla ricerca disperata di un posto al solo (che non ci sarà)
nella stagione balneare appena iniziata”. Con i prezzi, di cabine e anche ombrelloni
e anche lettini e sdraio ovviamente impazziti. È il terzo regalo stagionale
della giunta Gualtieri a Roma ai nuovi “balneari”, cioè agli amici degli
amici. Mentre per il terzo anno un migliaio di disoccupati aspetta la cassa integrazione. Nel nome della legalità.
La legalità come porto della corruzione era da inventare – per il terzo
anno il Campidoglio si sveglia a maggio con le concessioni balneari.
“Riaperte le spiagge libere”, sempre a Roma, ai famosi “cancelli”, sette
o otto, che erano la spiaggia della tenuta presidenziale di Castelporziano,
macchia mediterranea fiorente, regalata dal presidente Pertini a Roma. Riaprono,
tardi, “senza servizi” – come dire: “Andate negli stabilimenti”. I “cancelli” avevano
servizi lussuosi: grandi edifici rotondi, con i servizi igienici, spogliatoi,
qualcuno anche con armadietti. Nonché un servizio di vigilanti.
Sempre a Roma, business autovelox: “75 nuovi autovelox”, “con
multe da 33 a 3.300 euro”. È il programma del sindaco Gualtieri. Un programma “verde”,
per “diminuire la concentrazione di smog”.
Ma non è solo ipocrisia: la politica degli appalti è vasta (gli
autovelox, contestabili, già contestati, sono piccola cosa): il Campidoglio ha
speso 4 miliardi di con tributo statale al Giubileo 2025 per rifare i marciapiedi
– alcuni. Con cantieri lunghi anche più di un anno.
“Lavori lunghi 14 anni, è pronto il parcheggio Arnaldo da Brescia”.
Alleluia! Ma è la normalità a Roma. Dodici anni per fare una stazione della
metro, con sconvolgimento di quartiere e circolazione, alla Chiesa Nuova come
in piazza Venezia - dodici anni almeno, tutti sanno che saranno venti e più.
Ma senza scandalo, la città è abituata.
Putin fascista - la verità del falso
Un film
documentario, su come la scuola russa è mutata per effetto della guerra, della
propaganda di Putin. Il saluto alla bandiera la mattina. Le poesie patriottiche.
La tonsura dell’allievo cresciuto arruolato - e la morte sul campo dello stesso. L’insegnante
ipernazionalista premiato alla cerimonia annuale. A Karabash, paesotto minerario
negli Urali specializzato nel trattamento del rame (Karabash sarebbe “picco nero”
in turco), che il protagonista allegramente vuole “il più inquinato del mondo”.
Le immagini di Karabash
sono le uniche documentarie – reali. Le altre sono di studio. Comprese quelle teoricamente
filmate e trafugate dal protagonista. L’attore Pavel Talankin, accreditato come
insegnante, videografo e coordinatore eventi della scuola primaria n.1 di
Kalabash, con un piccolo trucco (presentarsi alla partenza con un biglietto di
ritorno) sarebbe uscito dalla Russia con tutti i macchinari e i materiali. Ma è
chiaro che i materiali del film sono di studio e non documentari. Oscar 2026 al
regista Borenstein - che è anche soggettista e sceneggiatore - per il film documentario, ma tutto appare fake.
Spiritoso ma, sullo sfondo del premio, disturbante: un Oscar alla propaganda?
David Borenstein, Mr
Nobody against Putin
mercoledì 6 maggio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (632)
Giuseppe Leuzzi
“Semplice”, dice Piero Nava, di Sesto San Giovanni
alle porte di Milano, direttore commerciale di una società lombarda, che in
Sicilia assiste a un assassinio – del giudice Livatino - e chiama la Polizia,
cui descrive gli assassini. Ha dovuto vivere poi, sono ormai 36 anni, com
moglie e figli, in modalità “protetta”: “Non ho nessun rimpianto e neanche
orgoglio”, spiega a Ilaria Sacchettoni su “La Lettura”, “in fondo io non potevo
fare altro che quello che ho fatto”.
Perché a una considerazione
così non sarebbe potuto giungere un siciliano? Per mancanza di coraggio? Ma
Nava non è da cappa e spada. Non lo avrebbe fatto perché non si fida dell’apparato
repressivo. Lo Stato non è affidabile al Sud.
Il Sud è “l’Italia più Italia”
per Pasolini, e una scoperta, ancora nel 1957. Nel testo “Il treno di Casarsa”
(ora in “Album Pasolini”), sulle prime esperienze di viaggio in treno. Dopo “il
rapido della decisione più importante della mia vita, quello che nel ’49, in una
specie di fuga, sotto la coltre di neve che copriva tutto il Friuli, ha portato
a Roma me e mia madre…”: “I treni che mi hanno portato nell’Italia più Italia,
che io completamente ignoravo: a Brindisi, nel Gargano, a Napoli, a Crotone, a
Palermo…”.
Il partito Democratico non ha votato
“Roma Capitale”, lo statuto speciale – con fondi annessi - per la città, come da
costituzione. Non ha detto il perché. Ma si sa che non ha votato la legge per
la pressione milanese. Del sindaco di Milano Sala, l’uomo di destra, di Letizia
Moratti, che ora ambisce al vertice Pd – segreteria o premiership. La
Lega ha votato la legge, i Pd no: è così forte il leghismo a Milano che ha
infettato anche la sinistra.
Ci sono i topi, e c’è la peste,
sulla nave crociera di lusso olandese nel Sud Atlantico. Ma è tema di rispettose
cronache – rispettosa verso la nave, gli armatori. Se la nave fosse stata italiana
in Olanda cosa se ne sarebbe scritto?
Il Nord è infetto?
Milano o cara
Romano polemicamente di elezione – una delle tante
scie di Gadda sulle quali si era messo? – Arbasino in realtà è stato romano
quanto milanese, dapprima nei felici vent’anni e poi, da fine secolo, più Milanese
che romano – anche se in via Gianturco a Piazza del Popolo mantenne tutto il trovarobato
e gli oggetti d’arte. A Milan dedica più passi dell’ “Autocronologia”, mentre
non cita mai Roma, di eventi o pratiche familiari o felici. Nel 1986, rimemorando
Goffredo Parise in morte, così celebrava Milano dei vent’anni: “Nel palazzetto
milanese Bompiani-Bregoli i vicini carissimi, qualche piano più sopra, erano
Ottiero e Silvana Ottieri in continuo movimento fra i «divini mondani» e gli
uffici di «zio Valentino» e il salotto risorgimentale-engagé della mamma
Cederna (la famosa Donna Ersilia, nursery inflessibile di intelligenze
spiritose «alla Camilla» e alla Franca Valeri, davanti a Brera”.
La riscrittura, che praticava
di programma, come metodo di scrittura (molti saggi e racconti riscrisse, e più
volte il voluminoso “Fratelli d’Italia”), la vuole lombarda, a p.141: “Per le
riscritture e le incompiute, le autorizzazioni vengono da Manzoni e da Gadda”.
Tre pagine ha sulla Milano dei suoi anni giovanili, nel
lungo post-dopoguerra, della ricostruzione, da levare il respiro, per i nomi e
le opere dei tanti eventi culturali, ai Pomeriggi musicali, alla Scala, al
Teatro Nuovo e negli altri tanti, nelle gallerie d’arte e nell’editoria. Nella
“Milano pre-boom”, dice, ma soprattutto pre-Lega.
La cesura è netta tra le
produzioni della Scala, tutte “sfarzoze, grandiose, eccellenti, colossali” già dall’immediato
dopoguerra, 1947-1948, quindi malgrado le distruzioni, fino agli ani 1970. Cioè
fino al leghismo. Poi più niente – nessun entusiasmo, anche se Arbasino aveva
(ri)preso casa a Milano, e ci passava anche molto tempo.
Può anche prospettare sempre
viva la tradizione lombarda, incidentalmente - a proposito del suo stesso “post-gaddismo
schizofrenico e proliferante e frammentario” (p. 125): “le tensioni duali
dell’animo lombardo fra Illuminismo e Romanticismo, fra Positivismo e
Scapigliatura”.
Se il Sud paga più
Irpef e il Nord meno
L’Agenzia delle Entrate sembra
confermare che da alcuni anni l’economia va al Sud meglio che al Centro-Nord. Sembra,
perché è possibile che il miglioramento dell’Irpef al Sud, sui cui il
raffronto delle Entrate si basa, sia dovuto all’emersione di parte del reddito
in nero, che tradizionalmente fa buona parte dell’economia nelle regioni meridionali.
Tra le dieci regioni che che più
hanno incrementato le dichiarazioni di reddito medio nel decennio 2015-2024
figurano il Trentino-Alto Adige, le Marche, l’Umbria, e le regioni meridionali –
escluse Campania e Sardegna (che però vengono in tredicesima e quattordicesima
posizione). Nell’Alto Adige il reddito medio dichiarato si è incrementato del
29 per cento, nel Trentin del 28, nelle Marche del 27,2, in Umbria del 26,6, come
in Sicilia e in Puglia, la Basilicata registra un + 28,7, poco meno, 28,5, il
Molise, 28,3 l’Abruzzo, 27,9 la Calabria.
Più marcato è il “sorpasso” nella
graduatoria delle province. Solo due del Centro-Nord tra le prime dieci, Verona
e Venezia. Solo quattro (Ascoli e Macerata in aggiunta) fra le prime venti.
Più produttivo il recupero fiscale
in aree a vario titolo più disagiate, Enna, Crotone, Agrigento, Trapani, Vibo
Valentia.
Comunque: “Fra il 2015 e il
2024 si registrano incrementi nelle dichiarazioni dei redditi inferiori alla media
nazionale in Liguria e in Lombardia, nelle province di Genova e Imperia, e in quelle
di Como e Varese”.
La battaglia di Seminara
Prende il nome di Seminara la battaglia che
nel 1504 decise il passaggio definitivo del Sud, Sicilia compresa, sotto gli
spagnoli. Essendovi stati sconfitti i francesi, e quindi le loro pretese dinastiche
sul Sud, che il predatorio Carlo VIII qualche anno prima aveva rigenerato. Con
la famosa luttuosa discesa in Italia, avviata proprio per rivendicare il possesso
del Sud Italia. Lungo la linea più che bicentenaria che risaliva agli Angiò,
quelli dei Vespri Siciliani. Che non erano riusciti a sloggiarli, ma contro di
loro avevano chiamato gli Aragonesi. Dopo due secoli abbondanti di alterne
vicende, il Sud resta in mano spagnola nel 1503, con la vittoria nella battaglia
di Seminara.
Organizzata dal castello aragonese di
Gerace, la battaglia vide gli aragonesi, poi spagnoli (col matrimonio di Carlo
I d’Asburgo, poi Carlo V), impegnati in un’ultima e decisiva battaglia. Con
accorgimenti mediati da una prima battaglia di Seminara, il 28 giugno 1495, che
li aveva visti perdenti – contro i francesi di Carlo VIII. Nel 1503, il 21 aprile,
due mesi dopo la “disfida di Barletta” fra i tredici cavalieri italiani e i tredici
francesi, il futuro del Sud si giocò nella campagna tra Seminara e Gioia Tauro,
sul vasto letto semiasciutto del Petrace, sempre dagli aragonesi, poi spagnoli,
contro i francesi di Luigi XII, anche lui sceso in Italia con la stessa pretesa di Carlo VIII al Meridione. I francesi furono sconfitti, e il Regno di Napoli
fu Spagnolo a pieno titolo, dal 1503 al 1735 – quando i Borbone di Napoli si
autonomizzarono.
Seminara è nelle cronache storiche per
molti aspetti. I monasteri basiliani, di monaci greci, che tramandarono molti classici
– e fornirono gli insegnanti di greco a Petrarca e Boccaccio, Barlaam e Leonzio
Pilato. Il “trionfo” organizzato per Carlo V già imperatore nel 1535, di ritorno
dalla vittoriosa spedizione in Tunisia. La signoria degli Spinelli, i banchieri
genovesi cui il re di Napoli nel Seicento, come spiega Braudel, non fu in grado
di restituire altrimenti gli ingenti debiti accesi – poi dei Grimaldi, i banchieri
genovesi ora signori di Monaco-Montecarlo (che tuttora annoverano Seminara tra i
loro titoli storici di possesso). Qualche faida. Le terracotte espressioniste,
coloratissime. E la battaglia. Ora è ora un borgo di poco più di duemila abitanti,
ancora attivo in campo culturale ma in difficoltà a mantenere anche la produzione
delle ceramiche.
Non si dorme
tranquilli, in Italia
“È la prima volta, dopo quattordici anni”, Curzio
Malaparte annota in apertura del suo “Journal d’un étranger à Paris”, il diario
che ha voluto redigere in francese, nel 1947 (qui nella traduzione Adelphi), “dopo
il 1933, che dormo senza problemi, senza angoscia, di un sonno giovane e
libero. È la prima volta, in quattordici anni, che dormo in Francia. Amo l’Italia,
amo il mio paese, difenderò sempre gli italiani, prenderò sempre le loro parti,
pur sapendo che hanno torto. È in virtù del fatto che non tradirò mai il mio paese, che posso dire la verità sul mio paese. L’Italia è un miserabile paese di schiavi.
Un paese di uomini sempre esposti, giorno e notte, alle peggiori violenze della
polizia, della magistratura, della delazione. Che sia Giolitti, Mussolini o De
Gasperi, lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la
polizia lo minaccia. Che importa se l’italiano è, individualmente, un uomo
libero? Dentro di sé può pensare quello che vuole, se non teme la delazione.
Può darsi tutte le arie che vuole: in realtà è schiavo, sia dello Stato sia
degli altri italiani. Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della
polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della
codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo
e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo in nessuna
parte, in Italia”.
Il partito Democratico non ha votato “Roma Capitale”, lo statuto speciale – con fondi annessi - per la città, come da costituzione. Non ha detto il perché. Ma si sa che non ha votato la legge per la pressione milanese. Del sindaco di Milano Sala, l’uomo di destra, di Letizia Moratti, che ora ambisce al vertice Pd – segreteria o premiership. La Lega ha votato la legge, i Pd no: è così forte il leghismo a Milano che ha infettato anche la sinistra.
leuzzi@antiit.eu
Le affinità casuali
Amori improvvisi,
d’istinto, casuali, fra due coppie, lei con lui, renitente, l’altro con l’altra,
grata. Che poi, inevitabilmente,
finiscono per incontrarsi, con meraviglia di tutt’e quattro.
“Le affinità elettive” di
Goethe attualizzate. Non sui presupposti “scientifici” dell’aneddoto di Goethe,
che si dilettava di scienza: le “affinità” di certi elementi chimici a comporsi
con altri – con alcuni altri e non a caso. Ma su base, si penserebbe, comica:
situazioni e dialoghi lo lascerebbero pensare, Pilar Fogliati dea ex machina
pure, e Rampoldi è sceneggiatrice navigata, prima che regista. E invece è
Feydeau, con la morale dietro l’angolo. Anzi, quasi Antonioni: Fogliati è sempre la
Vitti, ma col morso stretto, non si ride e non ci si tormenta.
Ludovica Rampoldi, Breve storia d’amore, Sky
Cinema, Now
martedì 5 maggio 2026
Ombre - 822
Passerà Trump agli annali come un demolition man? Lo
fece nella sua prima presidenza. Ora, dopo le ministre, punta Rubio, anche se
gli serve per il voto latino. Lo silura mentre arriva a Roma, a
un’udienza da lui richiesta, come rappresentante dei latinos, per
ricucire col papa dopo le offese di Trump.
Rubio è anche colpevole di prepararsi
la candidatura per il dopo Trump, ma Trump non fa calcoli - deve solo occupare
la scena, ogni giorno, sia la mattina alle nove che il pomeriggio.
Con chi l’allora direttore generale
dell’Economia, Marcello Sala, brianzolo, trattava l’operazione Mps-Mediobanca
(ma anche, si saprà fra qualche tempo, come far fallire Unicredit-Bpm), con chi
tra i politici? Non si può sapere, i politici sono parlamentari e quindi sotto
immunità - e si può scommettere che la Camera non la leverà, questa Camera. Ma Ferrarrella lo sa: sono sei leghisti, compresi Salvini e il
ministro di Sala, Giorgetti, due meloniani, compreso l’alter ego di Meloni,
Mantovano, e il dem Misiani - per cortesia istituzionale? È la conferma, se ce
n’era bisogno, che la Lega si è fata una superbanca, Mps-Mediobanca-Generali –
con Bpm vassalla.
Allo stadio per la Roma, la loro squadra,
che gioca benissimo e li fa vincere, i tifosi inalberano lo striscione: “Siete
la peggiore proprietà della nostra vita. Friedkin out”. Contro la famiglia padrona
del club. Come i tifosi della Lazio tutto l’anno fanno con Lotito. Come se gli
investitori nella Roma e nella Lazio facessero la fila. Questi sono gli ultimi
trovati, con pena, dall’ex banchiere di Roma, Geronzi, quando Roma aveva ancora
una banca. Che per qualche decennio si era speso, con pena, a promuovere il
mercato dei capitali a Roma e niente, solo “furbetti del quartierino”.
Il segretario di Stato Rubio viene a Roma
dal papa per ripulire la sua immagine con i suoi elettori latinos, dopo
le smargiassate sacrileghe di Trump in veste di Salvatore. Ma ci trova anche un
governo di destra messo in difficoltà dal suo presidente di destra. Chissà se avrà
capito, quanti danni – agli Stati Uniti – sta infliggendo Trump. Per niente,
solo per il gusto di essere insolente.
Indecoroso, inguardabile, match
di una squadra titolata, la Juventus, quella che spende di più per acquisti e
ingaggi, peraltro in corsa per una ultima qualificazione, alla Champions, che
salvi conti e (stratosferici) ingaggi, contro una squadra remissiva, già
retrocessa. Sicuro che non c’è un calcio scommesse – l’indigenza della gestione
(nella squadra di calcio come nelle altre imprese di John Elkann, “la
Repubblica”, Ferrari) non spiega tanto.
Piovono smentite dall’Uruguay alle elucubrazioni
di un giornalista, fatte proprie da Mattarella, sull’adozione Minetti-Cipriani.
Facendo la tara di un Paese che era ricco e le tante massonerie hanno ridotto a
niente – anche calcisticamente, chi si ricorda più di Schiaffino. A Montevideo si può ottenere qualsiasi “verità”
si cerca, anche una visita di Nordio, che pure è uno “visibile”, dai Minetti-Cipriani,
praticamente gratis – basta giostrare le “influenze”. Solo Mattarella non lo sa?
Trump annuncia il ridimensionamento delle
basi militari in Gran Bretagna, Germania e Italia come una minaccia. Mentre non
può farlo, se non per ledere gli interessi degli Stati Uniti nell’Eurasia. L’amarica
ne ha bisogno, come delle basi in Giappone, e in Corea (90 o 91). E altrove, se
ha 642 basi militari, in 76 Paesi.
È il Primo Maggio, festa del lavoro, concerti
in ogni centro sociale – del “non lavoro” – e concertone, di tutti per tutti, a
San Giovanni. Serata mesta in tv, sul satellite e sul digitale, lunghi film di
perdenti lavoro che sbarellano: “No Oter Choice – Non c’è scelta”, il classico
Soldini, “Giorni e nuvole”, e chissà “Joker”, “Nomadland”, la serie è infinita.
Gli anni più ricchi per il più gran numero nella storia del globo ossessionati
dal lavoro?
Mani forti su Stellantis, il titolo di John
Elkann: un giorno - 6 (anche – 8), un giorno + 4, anche + 6. Senza che gli assetti
societari mutino – su un flottante vasto, è vero, e tuttavia…. Chi ci gioca sopra? Perché nessuna ipotesi, nonché
informazione, su questa straordinaria altalena – non succede nemmeno a Amplifon,
a una qualsiasi piccolo titolo? Elkann, che non è più editore, incute sempre
timore?
Stop del Pd alla legge per Roma
Capitale. Un dispetto al governo – tafazzista (tagliarseli), dato che Roma è stabilmente
amministrata dal Pd? Un dispetto a Gualtieri, sindaco di Roma Pd ma del partito
dei sindaci (Salis, Manfredi) che sfida Schlein? Non lo sanno nemmeno loro. Ma
i media non lo dicono: sono Pdipendenti?
Israele pirata in mare aperto, la suora
presa dai suoi soldati a calci per terra, i suoi coloni che sguazzano in Cisgiordania,
con le procedure del Ku Klux Klan, i suoi soldati che saccheggiano le case dei
libanesi, inalberando il distintivo “Basta con l’odio, è tempo di violenza”,
quando non martellano le statue del Cristo. Si penserebbe a una insurrezione
dei benpensanti, e invece niente.
“40.000 minori nelle case famiglia”, un
business milionario, “un sistema fuori controllo, umanamente ed
economicamente “ insostenibile: “Ogni bambino ha un costo giornaliero che va
dai 100 ai 300 euro…. Una spesa abnorme, che, come è successo a Palmoli”, mette
in ginocchio anche i Comuni, che devono pagare la retta. Si penserebbe a un
grosso scandalo nazionale, allargato ai Tribunali dei Minori, con inviati,
esperti, testimonianze. E invece niente, è solo Susanna Tamaro, che il “Corriere
della sera” pubblica per contratto, m forse senza nemmeno leggerla.
L’intelligenza e la realtà non hanno peso,
non nei media.
Incontro di due civiltà al discorso di
Carlo d’Inghilterra al Congresso Usa. Pur condividendo la lingua, i Congressmen guardano
sopra al re – al teleprompter, per capire cosa ha detto? Con qualcuno, accanto
all’oratore, che segnalava l’applauso, forse ai distratti. Un’assemblea famosa
tra i costituzionalisti e gli specialisti di diritto pubblico per la sapienza
giuridica secolare – cioè dei secoli passati.
La Germania va male – l’economia, ma
ancora di più la politica, il governo. E il debito tedesco diventa sempre più
caro – per i Tesoro tedesco. Ma lo spread Btp-Bund, fra i titoli di Stato
italiani e i tedeschi, non fa che salire, invece di scendere. Sarà l’Italia
all’orlo del fallimento e non lo sapevamo? No, è il rating, che serve
chi specula.
“Spettacolare Champions fra i giganti
Psg e Bayern”, gli entusiasmi si sprecano, sulle tv che devono venderne le immagini,
e fra i cronisti sportivi. Di un match per un tempo è stato di sbadigli,
di passaggi davanti al proprio portiere, e rimesse del portiere che davano la palla
agli avversari. Poi è venuta una caterva di gol alla Ridolini – nessuno bello.
Ma il provincialismo è forsennato.
Il 3,01 per cento di disavanzo che condanna
l’Italia all’impecuniosità - e il governo Meloni nell’anno del voto politico –
non è una malvagità di Bruxelles ma un “un caso di sciatteria della Ragioneria”.
Lo spiega Gianfranco Polillo, l’economista, ex vicesegretario del partito
Repubblicano, sottosegretario all’Economia nel governo Monti,
https://formiche.net/2026/04/istat-meloni-polillo-mef/
Una trappola a Meloni. Da parte di
Giorgetti, ministro leghista dell’Economia? Da parte della burocrazia principe dell’Economia,
rimasta sempre “democristiana”?
Il capitalismo familiare non è per tutti, anzi per nessuno
Ritorna con i tanti figli Del Vecchio la questione del capitalismo familiare,
ereditario. Che è un controsenso in termini, confondendo capitale – che è
mercato, relazioni, intuizioni - e proprietà. Se gli eredi, senza attitudini e
meriti dimostrati, di conoscenza e di capacità, debbano gestire imprese
complicate e\o colossali. La risposta è già nota dalle indagini che in Germania
sono state fatte sul “Mittelstand”, le piccole e medie imprese: la
famiglia può funzionare, in genere per una generazione, anche due, ma per
aziende monoprodotto, e a condizione di averne conoscenza aggiornata, della
produzione e del mercato, non di più. E su mercati di nicchia, a concorrenza
non affollata né insidiosa. In altre condizioni i capitali fanno meglio.
In Italia il caso per eccellenza del
capitalismo familiare testimonia che ogni altro esito non è possibile. La Fiat
ha funzionato col Nonno, il fondatore, uomo di finanza, e di appoggi politici,
poi con Valletta, dg e ad per oltre trent’anni (meglio non spiegare come), poi con
l’Avvocato, fino a quando, anni1980, si è avvalso di ingegneri esperti – e cioè
fino al 1987, quando nominò Ghidella ad e poi lo licenziò perché dava ombra a
Romiti, inattaccabile filo con Roma dell’Avvocato. Subito poi la Fiat ha
cominciato a riempire i piazzali. Con Umberto le cose peggiorarono vistosamente
– sbarcò negi Stati Uniti con macchine che si arrugginivano. L’Avvocato si cautelò
con un accordo di vendita alla General Motors. Un paio di manager, a
scartamento ridotto (poco spazio e poco tempo) non migliorarono le cose. Poi il
contabile svizzero della Famiglia, Marchionne, che doveva provvedere alla liquidazione,
rovesciò la prospettiva: si portò compratore, in America (dove riuscì perfino a
farsi pagare da General Motors la cancellazione del memorandum di acquisto) con
la Jeep-Chrylser, e in Germania con la Opel, rigenerò vecchi marchi e modelli,
la Nuova Panda (i sindacati a Pomigliano gli fecero le guerra, ma persero), e
la Cinquecento, anche Lounge, in dieci e più allestimenti, fece della Jeep una vettura
da città, creò un’offerta, semplice, e sicuramente non si sarebbe venduto a Peugeot,
non per niente. La storia di John Elkann, nipote e erede dell’Avvocato, è tutta nell’altro senso: liquidazione della Fiat,
ora marchio residuale, gestione incapace di ogni altro asset – che non
sia finanziario, se sono veri i numeri di Exxor: la Ferrari, il gruppo Gedi (“la
Repubblica”), “La Stampa”, la Juventus.
Angelo Moratti, 63 anni, e Carlo
Pesenti, idem, hanno fatto fortuna, ma investendo l’eredità in attività diverse,
consone alle loro capacità o ai loro interessi – vendendo l’uno il petrolio e l’altro
i cementi a chi sapeva trattarli. Il figlio di Giuseppe Rotelli, l’uomo che fu a
lungo uomo di paglia di Giovanni Bazoli nella proprietà del “Corriere della
sera”, nel mentre che con Intasa, la banca di Bazoli, si creava il lucroso monopolio
della sanità in Lombardia, preferisce fare il rapper, in Francia – si sente
più “portato”.
Attenti al fascismo, si vuole antifascista
Di tanto antifascismo,
odierno, verrebbe da dire, fanno giustizia le due paginette introduttive: l’antifascismo
non legge – e che altro fa, fuorché appuntarsi medaglie?
Dichiarando la passione
giovanile per linguaggi e cerimoniali del fascismo - ma già dubbioso negli anni
1930 - Brancati può affrontare senza remore l’antifascismo di comodo o
copertura: le note di cui al titolo del volumetto riconsiderano, in breve, gli
italiani e la democrazia, “dopo” il fascismo. La retorica – già del ventennio, con
i nomignoli e le barzellette – dell’antifascismo nel dopoguerra. Che peraltro
di ombre resta pieno. Col Natale di ex generali, federali, questori, vice-federali
lieto e opimo, anche di considerazione. Con i profittatori senza vergogna, sotto
l’ombrello di un “buon avvocato”, uno antifascista.
Un Brancati sociologo
politico, che ala verve ironica mette di proposito la museruola. Otto
testi brevi, di considerazioni o racconti, più un saggio letto nel 1952 a un
convegno parigino (a un Centre des Relations Internationales) dal titolo “Le
due dittature” – quelle degli stupidi e quella dei “derelitti”, i meno
abbienti, le due gambe dei fascismi.
Vitaliano Brancati, I
fascisti invecchiano, Passigli, pp.105 € 9,50
lunedì 4 maggio 2026
Letture - 612
letterautore
Adorno – Hannah Arendt
lo odiava. Nel 1930, quando l’allora marito di Hannah, Günther Stern (poi “Anders”), doveva
andare in cattedra a Francoforte, Adorno lo impedì – “Hannah Arendt. Una lucida
pensatrice”, del “National Geographic Storica”, p. 49: “Günther non ottenne il
posto a causa dell’ostilità che suscitò
in alcuni membri della ‘Scuola di Francoforte’, soprattutto nel già potente e
molto influente Theodor W. Adorno, una delle poche persone del suo periodo
tedesco che Arendt si rifiutò di frequentare nell’esilio americano. Di lui,
ogni volta che qualcuno lo nominava, diceva semplicemente con enfasi: «Quello in
casa mia non entra!»”.
Con Adorno Arendt ebbe tuttavia un incontro in America, da lei postulato, per via dei manoscritti che Walter Benjamin le aveva confidato, tra essi “Sul concetto di storia”, chiedendole di farli avere ad Adorno. Adorno la ricevette nella sede newyorchese della Scuola con supponenza e la congedò rapidamente. Facendole sapere poi dalla segreteria della Scuola che alcune pagine del fascicolo che aveva lasciato erano “scomparse” – il testo originale fu composto dalle copie che Benjamin aveva fatto pervenire a Scholem a Gerusalemme e a Bataille a Parigi. I due entreranno poi in competizione con l’analisi dell’imperialismo. Entrambi usciti nel 1951, Arendt con un grande successo, di critica e di pubblico - i tre volumi avendo completato due anni prima, nell’autunno del1949.
America – “Alla Columbia
tenni un corso”, ricorda Arbasino nella sua “Autocronologia”, nel 1980, “tra i
‘Promessi sposi’ e il ‘Pasticciaccio’ (e molta Scapigliatura). Con vero gusto
(malgrado la carenza di «libido docendi») perché gli studenti che avevano
pagato si comportavano da clienti esigenti sui Dossi e Lucini e Gozzano e Verga
che ordinavano à la carte. E scrivevano ottimi ‘papers’. Sapevano rovistare Apuleio
dietro Pinocchio, i nonni immigrati sotto ‘I Malavoglia’, la Signorina Felicita
in fondo al kitsch di Warhol”.
Nulla di quanto immaginabile in una università italiana. Solo perché non
si paga?
Dante – La “Divina Commedia” è “l’epicedio del feudalesimo”, il suo canto funebre
- Amadeo Bordiga, “Dialogato con Stalin”, 1953.
Football – “Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte
le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che ci
poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato”,
P.P.Pasolini, cit. in “Album Pasolini”, p. 88 (a cura di Graziella Chiarcossi).
Fratelli d’Italia
– È stato scelto da Giorgia Meloni (da Crosetto? da La
Russa?) dal work in progress di Arbasino, che lo iscrisse per tre o quattro
volte in un quarantennio? Da nemico (“Un Paese senza”, 1980, “di un’istituzione
molto caratteristica – la Conversazione Politica”, la politica come
chiacchiera.
Heidegger – Dalla “tipica cavalleria dei tedeschi del sud” – in “Hannah Arendt. Una
lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”, p.35): dopo il primo scambio
di battute con H.Arendt all’uscita da un seminario i due si salutano “e il
maestro, con la tipica galanteria dei tedeschi del sud, un po’ all’antica,
abbozzò un baciamano e la saluto con un gnädiges Fräulein («gentile
signorina») molto formale”.
Intellettuali – “The chattering classes” per Hannah Arendt “negli anni newyorchesi”
(“Hannah Arendt. Una lucida pensatrice”, “National Geographic Storica”, p.52.
Italian dressing – Il condimento a base di olio d’oliva e aceto, che ha grande mercato in
America. Il “Washington Post” ci ha fatto sopra un’inchiesta, poiché parecchie
produzioni sono adulterate, lunga tredici minuti all’ascolto.
Lollio - Lollio,
l’amico di Orazio, è quello che non varca il fiume, aspetta che l’acqua smetta
di scorrere.
Longhi – “Il più grande
stilista del Novecento italiano, insieme a Gadda”, A. Arbasino, “Autocronologia”,
44 segg., “ma anche il massimo ‘farceur’, paragonabile a Federico Zeri. Longhi
amava il cabaret e i couplets (pubblicò addirittura le prime stesure di ‘Amate
sponde!’), e sgomentava i discepoli più noiosi citando Mina o imitando i vecchi
gangster dei film di John Houston, e i più saputi academici balbuzienti.
Accanto alla severa consorte Anna Banti («Basta con le sensibleries à la
Virginia Woolf»). Artigianalmente, elegantemente, in villeggiatura, l’illustre
coppia preparava numeri di «Paragone-Letteratura» con testi di Gadda e Contini
e Magnani e Bigongiari e Bo e Bassani accanto ai virgulti: Pasolini, Volponi,
Tentori, Citati, Zola, Wilcock»”.
Rosa Luxemburg – “La Luxemburg
era un’ebrea polacca che era riuscita a ritagliarsi uno spazio tra i socialisti
tedeschi, di origine nobiliare e sprezzanti verso gli Ostjuden, gli ebrei
dell’Est” – “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”,
p. 21).
Carlo Alberto Pasolini – “Per anni puntuale e sollecito, anche se ombroso, segretario del
figlio”, Graziella Chiarcossi, “La vita”, cronologia in appendice a “Album
Pasolini”, Oscar Mondadori. Il padre di Pier Paolo, colonnello di fanteria in congedo,
dopo la guerra di Libia e le due guerre mondiali, muore nel 1958, di 66 anni.
Quarto platano – S’intende di Forte
dei Marmi, al caffe (allora) Roma: “Sotto un certo celebrato quarto platano sedeva
per l’aperitivo per vari mesi un vero cenacolo in calzoncini «casual»
e «baschetti» e golfini. Con tre presenze fisse: il pittore Carrà, lo
scrittore Pea, e il critico De Robertis. E un presidio parmigiano fondamentale:
Pietrino Bianchi…. e Attilio Bertolucci”, oltre al nume Roberto Longhi con Anna
Banti, l’innominato Montale e altri villeggianti: “Lì si arrivava in lambretta,
cortesemente accolti ai tavoli per un drink con una bella e sfortunata e sempre
rimpianta ragazza: Rosanna Tofanelli, figlia del direttore di «Tempo», Arturo,
da riaccompagnare a casa (la villa Malaparte) entro le nove, senza fermarsi
alla Capannina”.
Sacco di Roma – “I lanzichenecchi
hanno distrutto i reliquiari, fuso l’argento e l’oro, stuprato, ammazzato.
Furono violentate anche le suore. Morì un terzo della popolazione, trentamila
persone, forse più. Una devastazione che non si era vista neppure al tempo delle
invasioni dei barbari. Provocata da un esercito cristiano… Una storia diversa da
quella raccontata dagli storici, secondo cui si voleva punire la Chiesa
corrotta. In realtà gli invasori erano dei morti di fame. L’imperatore Carlo V
voleva mettere le mani sull’Italia per pura avidità. Già nel 1526 (un anno prima
del “Sacco”, n.d.r.) aveva commissionato a Pompeo Colonna la prima devastazione
di Roma. Colonna tentò anche di assassinare il papa. Ed era un 20 settembre,
data fatale” - Antonio Forcellino, che pubblica una nuova ricerca storica,
“Roma. Il sacco del 1527”, sul “Corriere della sera”: “Si firma la tregua.
Clemente è convinto sia tutto risolto. Disarma Roma. Ma Carlo V e il viceré di
Napoli Lannoy avevano già deciso di saccheggiare la città”. Con l’aiuto dei principi italiani: “Il marchese di Mantova Federico II
lascia passare i lanzichenecchi e blocca le truppe di Giovanni dalle Bande
Nere, l’unico coraggioso che combatteva in difesa del papa. Il duca di Ferrara
Alfonso I d’Este fornisce ai tedeschi i falconetti, pezzi d’artiglieria in grado
di perforare qualsiasi armatura. Giovanni è ferito da uno di questi falconetti.
E muore nel palazzo del marchese di Mantova. Assistito dall’uomo che l’aveva tradito….
Francesco della Rovere era una canaglia. E anche Isabella d’Este, la madre del marchese
di Mantova, tradisce. Fa la ricettatrice, compra i tesori rubati dai tedeschi a
Roma. Media per i riscatti. Il figlio, oltre ad aiutare i lanzichenecchi, manda
le ostriche a Frundsberg, il loro comandante”.
letterautore@antiit.eu