sabato 9 maggio 2026

Hormuz all’opera

“Tarare”, l’opera che consacrò Antonio Salieri sulla scena parigina - dopo il successo delle “Danaïdes”, l’opera che aveva composto su richiesta di Gluck, il compositore principe di Vienna, che se ne era incaricato ma aveva problemi di salute (morirà pochi mesi dopo) - è ambientata a Hormuz. Un dispotico re Atar, invidioso dell’eroico soldato Tarare, ne fa rapire la moglie e la rinchiude in un harem. Il tiranno verrà naturalmente sconfitto, e Tarare diventerà re.
Un’opera del 1787, due anni prima della Rivoluzione, voluta da, e su libretto di, Beaumarchais, l’ex segretario di luigi XV, protagonista di ricche speculazioni finanziarie che lo portarono a processo, drammaturgo, promotore di una Società degli autori di teatro, per la quale teorizzò il “diritto d’autore” (verrà riconosciuto dalla Rivoluzione, nel 1791), autore del “Matrimonio di Figaro”, col quale si qualificava un protodemocratico.
“Tarare” più del Figaro” si vuole scopertamente anti-aristocratico. Con figure allegoriche che proclamano il merito, un messaggio anti-aristocratico: “Uomo! La tua grandezza sulla terra / Non ha nulla a che fare con il tuo status /Tutto ha a che fare con il tuo carattere”. Dopo la Rivoluzione Beaumarchais accrediterà “Tarare”, il suo unico libretto d’opera, come una bozza di Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Hormuz, dunque, come il nido dei diritti dell’uomo.
Salieri riprese il soggetto l’anno dopo a Vienna, su toni più largamente comici, in un adattamento di Da Ponte - che lui stesso, Salieri, aveva introdotto qualche anno prima, in fuga da Venezia, presso l’imperatore Giuseppe II, come “poeta di corte”. La nuova opera venne intitolata “Axur, Re d’Ormus”, ed era già in scena sei mesi dopo il “Tarare” di Parigi.
L’adattamento era stato voluto, secondo le storie della musica, come una semplice traduzione in italiano del libretto di Beaumarchais, per dare lavoro alla compagnia di opera buffa, italiana (l’opera buffa era italiana), che si dava il cambio con gli artisti di lingua tedesca al Burgtheater, a Vienna.
In contemporanea con “Axur, Re d’Ormus” Da Ponte lavorava a “Le nozze di Figaro”(1786), sempre su testo di Beaumarchais, e al “Don Giovanni” (1787).

Hannah poco sionista, con Heidegger sempre nel cuore

Una pubblicazione molto illustrata, con rare foto d’epoca. Con attenzione prevalente verso le problematiche sioniste, viste da sinistra, forse più di quanto il sionismo sia stato importante per la Hannah Arendt “pensatrice lucida”. Ma nel complesso equilibrata.
Hannah era nata Johanna, Arendt Cohn. Dell’infanzia si sa tutto grazie al diario della madre, Martha Cohn, donna colta, che aveva studiato musica tre anni a Parigi, si era specializzata poi in psicologia infantile, ed era socialista, molto impegnata, specie tra la fine della guerra e i primi anni 1920. Ma sempre in urto poi con la figlia – che non ne condivideva la militanza politica. Seppure in un rapporto costante, anche nell’esilio a Parigi, e poi nello stabilimento a New York. Morto il padre di Hannah precocemente, per una recrudescenza della sifilide, Martha si era risposata, e in ogni esilio trovava sempre motivo di ritornare in Germania, anche sotto Hitler. A New York, benché in età, fece la vita difficile a Hannah criticando in ogni momento suo marito Heinrich Blücher, colpevole anche di non essere ebreo.
Malgrado l’impegno socialista della madre, che la portava alle manifestazioni, Hannah non si occupò di politica se non tardi, nel 1933, e non subito, all’elezione di Hitler, ma all’incendio del Reichstag. Negli anni 1920 scriveva “poesiole” ne scriveva giornalmente, un Ersatz dei diari “intimi” adolescenziali. Appassionata di greco al liceo, fondò e animo al liceo con poche compagne un Cicolo Greco
A Marburgo, all’università, “capelli neri e occhi verdeoliva”, innamorava chiunque a Filosofia, Hans Jonas, prima di Heidegger. L’innamoramento di Heidegger, che rimarrà sempre l’uomo della sua vita, anche dopo la guerra, con cui intrattenersi nei frequenti ritorni in Germania – mentre lo giustificava, resa edotta dal suo mentore Jaspers della condotta di  Heidegger nel rettorato, 1933-34 e dopo, in vari scritti, in tono semiserio. E poi, una notte a Berlino, il coetaneo Günther Stern, “alto e bellissimo, con una fossetta seducente sul mento”, che “aveva un sorriso affascinante e sembrava simpatico”. Con Stern consce mezza Berlino, compresi Brecht, vecchia conoscenza di Günther, e Benjamin, suo lontano parente. Si sposeranno ma durerà poco. Per lui entra in urto con la Scuola di Francoforte, dove Stern ambiava un insegnamento ma ne fu sbarrato da Adorno.
L’esilio a Parigi, per sette anni, dal 1933 all’occupazione, le vede dapprima segretaria personale della Baronessa Rothschild, poi impiegata della Alyiah, una istituzione ebraica che organizzava i viaggi, specialmente degli apolidi, verso la Palestina. Gli interessi sono sempre letterari, e passano per la frequentazione di Brecht – per lui “fedeltà assoluta” – e di Benjamin, che di Parigi sapeva tutto, più che di Berlino, amava la conversazione, e aveva bisogno di amicizie forti- Parigi era una sorta di succursale letteraria della Germania. Si sveglia la politica frequentando Jean Wahl, e atri due giovani intellettuali, ebrei, Raymond Aron e l’avvocato Cohn-Bendit (padre del Cohn-Bendit del Maggio francese, nel 1968).
La relazione col marito Stern sarà per lo più epistolare, a distanza. Anche quando i due si ritrovano a Parigi. Ma con Heinrich Blücher, un comunista, presto subentrato a Stern, sarà sempre invece intima e appassionata.
Il matrimonio probabilmente bianco con Günther Stern, poi “Anders”, presto sciolto. L’ostilità di e con Adorno, specie nel dopoguerra, nel trattamento degli inediti di Walter Benjamin, e nell’analisi del totalitarismo. L’impegno a distanza nel sionismo, fino a fare una volta, con un gruppo di assistiti da Alyiah, il viaggio fino a Gerusalemme, ma per tornare evidentemente disincantata – un viaggio senza emozioni, senza storia.
Quando la Germania invase la Polonia, l’1settembre 1939, Aliyah chiuse l’ufficio parigino, per riaprire a Londra, considerata più sicura. Hannah rimase a Parigi, passando all’Agenzia per la Palestina, la cui attività era esplosa con l’arrivo di centinaia di profughi dall’Austria e dalla Cecoslovacchia. Per finire, con Martha e Heinrich, in campo di concentramento, in due campi diversi. L’evasione, dai campi senza controllo, la fuga come tutti verso il Sud, la riunione a Montauban nei pressi di Tolosa – Hannah vi riceve in custodia dall’impaurito Benjamin copia manoscritta delle “Tesi sulla filosofia della stoia” – e il passaggio verso gli Stati Uniti.
Dalla politica alla Scienza Politica, Hannah comincia con una riflessione sull’apolidismo, “Noi, i rifugiati”. Una condizione che comincia a non sentire più pesante, non in America, patria degli apolidi (prima della scoperta ovviamente delle “radici”), anzi. A Jaspers scrive: “Forse Nietzsche aveva ragione con il suo «Felice chi non ha casa!»”. E contemporaneamente “decide si prendere le distanze dagli ambienti sionisti”. È redattrice dall’editore Schocken, ha cominciato a pubblicare, in inglese, aiutata dall’amica Mary Mcarthy, e il resto è noto, lo studio del totalitarismo eccetera.
In realtà il fenomeno Israele la terrà sempre occupata. Fino allo “scandalo” del resoconto del processo Eichmann, “La banalità del male” – una tempesta, di cui questa “vita” dà ampio conto. Inquadrandola nella riflessione forse più originale di Hannah Arendt, sulla “natura” del male. La chiamata in causa dei consigli ebraici nella vicenda dell’Olocausto non le viene perdonata. A New York, subito dopo lo sbarco, aveva trovato la sua forma di sionismo in Judah Magnes, rabbino americano presto morto, nel 1948, quando nasceva Israele, “il leader dell’unico movimento (sionista) che propugnava la creazione di uno stato bi-nazionale”. Il voto Onu del 1948 che diede origine a Israele non ne tenne conto, e Arendt non si interessò più della questione.
Mentre entra nella sua nuova dimensione, di filosofa della storia, e della politica, viaggia molto e a lungo in Europa - dove si occuperà di incontrare Heidegger, e in qualche modo di sdoganarlo - in qualità di “direttrice della ricerca e poco dopo direttrice esecutiva di un’importante istituzione, la Commissione europea per la ricostruzione culturale ebraica in  Europa, fondata da Salo Baron”. Un incarico presto complicato, presupponendo un inventario di tutti i beni che erano stati sottratti agli ebrei, per la restituzione o il pagamento. La Commissione fu comunque in grado di pubblicare un volume di duecento pagine, “Elenco provvisorio dei tesori culturali ebraici nei Paesi occupati dalle potenze dell’Asse”, che “servì come base per guidare i primi sforzi per recuperare le proprietà ebraiche in Europa”.
Benché apolide professa, apprezza moltissimo la cittadinanza americana – ciò che fa la specificità dell’America, e al fondo di una democrazia, contro il nazionalismo radicato in Europa, in Francia, in Germania. Con Heinrich fa sempre una festa in casa per gli amici ogni Natale. Sulla scrivania tiene sempre una foto di Heidegger, accanto a quella di Heinrich.
Hannah Arendt, una lucida pensatrice, “National Geographic Storica”, pp. 142 ill. € 10, in edicola

venerdì 8 maggio 2026

Dall’Atlantico agli Urali, senza la Russia

L’Europa si riunisce in Armenia, nientedimeno, e la cosa passa inosservata. Forse non si sa dov’è, dove è il Caucaso. Dall’Atlantico agli Urali era l’Europa di De Gaulle – in polemica con la nascente Ue, l’allora Comunità economica. Se comprensiva anche del Caucaso, tutto, non sappiamo. Ma certamente con dentro la Russia – o gli Urali li regaliamo all’Asia? L’Europa dunque che vuole  estendersi fin dove arriva il cristianesimo - che invece ha rifiutato nella costituzione, con tutta la costituzione. Escludendo la Russia, che è la più cristiana – vuole accerchiarla, tipo Gulliver.
È un disegno balordo, prima che pericoloso, non c’è bisogno di essere filorussi per capirlo. Ma, poi, di che Europa stiamo parlando? Di un’associazione, un po’ slabbrata, di interessi di bottega. Cui si dà dignità politica con l’asse renano, che fu sempre debole, se non per i suoi propri interessi, e adesso è sparito. Con il gruppo dei “frugali” che detta le leggi - in virtù di che cosa, la furbizia? l’arroganza? – e non si saprebbe inventare.  

Cronache dell’altro mondo – petrolifere (403)

La chiusura di Hormuz ha impennato la domanda di prodotti petroliferi in America, da Europa e Asia. Ogni settimana, secondo una trionfale Energy Information Agency americana, oltre 8 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati (un milione e centomila tonnellate) partono oltremare, con un aumento del 20-25 per cento rispetto all’anno scorso. A prezzi maggiorati, dato il rincaro del greggio.
Con questo trend -  scontando cioè quotazioni del greggio superiori ai 100 dollari per buona parte del 2026) - il comparto petrolifero potrebbe fatturare nell’anno 60 miliardi di dollari in più del previsto - del normale flusso di cassa.
Prima della guerra l’industria petrolifera era in difficoltà negli Stati Uniti, per margini di utile insufficienti a finanziare gli investimenti in “ricerca e sviluppo”, ora in aree e tipologie di produzione (scisti bituminosi) più marginali e a costi elevati. Nel bilancio di previsione da lui imposto al Congresso per il 2026 Trump aveva stanziato incentivi pubblici e contributi alla ricerca di fonti di energia fossili per 50 miliardi.

Giallo oratorio - a villa Borghese

La cosa migliore è lo Spitfire Triumph, verde – e villa Borghese ovviamente, completa di Pincio e Trinità dei Monti (con Dalla, “Le rondini”). Trama e dialoghi da teatrino dell’oratorio.

Uno guarda e ascolta e si chiede: ma è possibile?
La regista, certo, è più a suo agio con l’horror. Ma la Rai? Non legge i soggetti, i copioni? A meno che. Torna alla memoria che nei secondi anni 1990 la Rai era dominio di Veltroni, l’autore della baggianata, allora capintesta politico, fresco di referendum contro le tv private: sono i suoi giovani virgulti che in posizione di comando ora hanno voluto fargli la festa – in senso letterale, per bene, da mediocri? La sbandata Rai almeno avrebbe un senso.  
Milena Cocozza, Buonvino, misteri a villa Borghese, Rai 1

P.s. - Falsa anche la villa Borghese del film, di fatto oggi secca e sporca - abbandonata, come tutte le ville romane, da venti anni, da Veltroni sindaco, che chiuse il Servizio Giardini (solo si curava di uscire ogni giorno sul giornale, come usano imperatori e dittatori).
 

giovedì 7 maggio 2026

Appalti, fisco, abusi – made in Rome (246)

“Da Ostia ai cancelli dei pochi stabilimenti aperti è lunga la fila dei cittadini bagnanti alla ricerca disperata di un posto al solo (che non ci sarà) nella stagione balneare appena iniziata”. Con i prezzi, di cabine e anche ombrelloni e anche lettini e sdraio ovviamente impazziti. È il terzo regalo stagionale della giunta Gualtieri a Roma ai nuovi “balneari”, cioè agli amici degli amici. Mentre per il terzo anno un migliaio di disoccupati aspetta la cassa integrazione. Nel nome della legalità.
La legalità come porto della corruzione era da inventare – per il terzo anno il Campidoglio si sveglia a maggio con le concessioni balneari.
 
“Riaperte le spiagge libere”, sempre a Roma, ai famosi “cancelli”, sette o otto, che erano la spiaggia della tenuta presidenziale di Castelporziano, macchia mediterranea fiorente, regalata dal presidente Pertini a Roma. Riaprono, tardi, “senza servizi” – come dire: “Andate negli stabilimenti”. I “cancelli” avevano servizi lussuosi: grandi edifici rotondi, con i servizi igienici, spogliatoi, qualcuno anche con armadietti. Nonché un servizio di vigilanti.
 
Sempre a Roma, business autovelox: “75 nuovi autovelox”, “con multe da 33 a 3.300 euro”. È il programma del sindaco Gualtieri. Un programma “verde”, per “diminuire la concentrazione di smog”.
Ma non è solo ipocrisia: la politica degli appalti è vasta (gli autovelox, contestabili, già contestati, sono piccola cosa): il Campidoglio ha speso 4 miliardi di con tributo statale al Giubileo 2025 per rifare i marciapiedi – alcuni. Con cantieri lunghi anche più di un anno.
 
“Lavori lunghi 14 anni, è pronto il parcheggio Arnaldo da Brescia”. Alleluia! Ma è la normalità a Roma. Dodici anni per fare una stazione della metro, con sconvolgimento di quartiere e circolazione, alla Chiesa Nuova come in piazza Venezia - dodici anni almeno, tutti sanno che saranno venti e più.
Ma senza scandalo, la città è abituata.


Putin fascista - la verità del falso

Un film documentario, su come la scuola russa è mutata per effetto della guerra, della propaganda di Putin. Il saluto alla bandiera la mattina. Le poesie patriottiche. La tonsura dell’allievo cresciuto arruolato - e la morte sul campo dello stesso. L’insegnante ipernazionalista premiato alla cerimonia annuale. A Karabash, paesotto minerario negli Urali specializzato nel trattamento del rame (Karabash sarebbe “picco nero” in turco), che il protagonista allegramente vuole “il più inquinato del mondo”.
Le immagini di Karabash sono le uniche documentarie – reali. Le altre sono di studio. Comprese quelle teoricamente filmate e trafugate dal protagonista. L’attore Pavel Talankin, accreditato come insegnante, videografo e coordinatore eventi della scuola primaria n.1 di Kalabash, con un piccolo trucco (presentarsi alla partenza con un biglietto di ritorno) sarebbe uscito dalla Russia con tutti i macchinari e i materiali. Ma è chiaro che i materiali del film sono di studio e non documentari. Oscar 2026 al regista Borenstein - che è anche soggettista e sceneggiatore - per il film documentario, ma tutto appare fake.
Spiritoso ma, sullo sfondo del premio, disturbante: un Oscar alla propaganda?
David Borenstein, Mr Nobody against Putin

mercoledì 6 maggio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (632)

Giuseppe Leuzzi
 
 “Semplice”, dice Piero Nava, di Sesto San Giovanni alle porte di Milano, direttore commerciale di una società lombarda, che in Sicilia assiste a un assassinio – del giudice Livatino - e chiama la Polizia, cui descrive gli assassini. Ha dovuto vivere poi, sono ormai 36 anni, com moglie e figli, in modalità “protetta”: “Non ho nessun rimpianto e neanche orgoglio”, spiega a Ilaria Sacchettoni su “La Lettura”, “in fondo io non potevo fare altro che quello che ho fatto”.
Perché a una considerazione così non sarebbe potuto giungere un siciliano? Per mancanza di coraggio? Ma Nava non è da cappa e spada. Non lo avrebbe fatto perché non si fida dell’apparato repressivo. Lo Stato non è affidabile al Sud.
 
Il Sud è “l’Italia più Italia” per Pasolini, e una scoperta, ancora nel 1957. Nel testo “Il treno di Casarsa” (ora in “Album Pasolini”), sulle prime esperienze di viaggio in treno. Dopo “il rapido della decisione più importante della mia vita, quello che nel ’49, in una specie di fuga, sotto la coltre di neve che copriva tutto il Friuli, ha portato a Roma me e mia madre…”: “I treni che mi hanno portato nell’Italia più Italia, che io completamente ignoravo: a Brindisi, nel Gargano, a Napoli, a Crotone, a Palermo…”.

Il partito Democratico non ha votato “Roma Capitale”, lo statuto speciale – con fondi annessi - per la città, come da costituzione. Non ha detto il perché. Ma si sa che non ha votato la legge per la pressione milanese. Del sindaco di Milano Sala, l’uomo di destra, di Letizia Moratti, che ora ambisce al vertice Pd – segreteria o premiership. La Lega ha votato la legge, i Pd no: è così forte il leghismo a Milano che ha infettato anche la sinistra.

 

Ci sono i topi, e c’è la peste, sulla nave crociera di lusso olandese nel Sud Atlantico. Ma è tema di rispettose cronache – rispettosa verso la nave, gli armatori. Se la nave fosse stata italiana in Olanda cosa se ne sarebbe scritto?
Il Nord è infetto?
 
Milano o cara
Romano polemicamente di elezione – una delle tante scie di Gadda sulle quali si era messo? – Arbasino in realtà è stato romano quanto milanese, dapprima nei felici vent’anni e poi, da fine secolo, più Milanese che romano – anche se in via Gianturco a Piazza del Popolo mantenne tutto il trovarobato e gli oggetti d’arte. A Milan dedica più passi dell’ “Autocronologia”, mentre non cita mai Roma, di eventi o pratiche familiari o felici. Nel 1986, rimemorando Goffredo Parise in morte, così celebrava Milano dei vent’anni: “Nel palazzetto milanese Bompiani-Bregoli i vicini carissimi, qualche piano più sopra, erano Ottiero e Silvana Ottieri in continuo movimento fra i «divini mondani» e gli uffici di «zio Valentino» e il salotto risorgimentale-engagé della mamma Cederna (la famosa Donna Ersilia, nursery inflessibile di intelligenze spiritose «alla Camilla» e alla Franca Valeri, davanti a Brera”.
La riscrittura, che praticava di programma, come metodo di scrittura (molti saggi e racconti riscrisse, e più volte il voluminoso “Fratelli d’Italia”), la vuole lombarda, a p.141: “Per le riscritture e le incompiute, le autorizzazioni vengono da Manzoni e da Gadda”.  
Tre pagine ha sulla Milano dei suoi anni giovanili, nel lungo post-dopoguerra, della ricostruzione, da levare il respiro, per i nomi e le opere dei tanti eventi culturali, ai Pomeriggi musicali, alla Scala, al Teatro Nuovo e negli altri tanti, nelle gallerie d’arte e nell’editoria. Nella “Milano pre-boom”, dice, ma soprattutto pre-Lega.
La cesura è netta tra le produzioni della Scala, tutte “sfarzoze, grandiose, eccellenti, colossali” già dall’immediato dopoguerra, 1947-1948, quindi malgrado le distruzioni, fino agli ani 1970. Cioè fino al leghismo. Poi più niente – nessun entusiasmo, anche se Arbasino aveva (ri)preso casa a Milano, e ci passava anche molto tempo.
Può anche prospettare sempre viva la tradizione lombarda, incidentalmente - a proposito del suo stesso “post-gaddismo schizofrenico e proliferante e frammentario” (p. 125): “le tensioni duali dell’animo lombardo fra Illuminismo e Romanticismo, fra Positivismo e Scapigliatura”.
 
Se il Sud paga più Irpef e il Nord meno
L’Agenzia delle Entrate sembra confermare che da alcuni anni l’economia va al Sud meglio che al Centro-Nord. Sembra, perché è possibile che il miglioramento dell’Irpef al Sud, sui cui il raffronto delle Entrate si basa, sia dovuto all’emersione di parte del reddito in nero, che tradizionalmente fa buona parte dell’economia nelle regioni meridionali.
Tra le dieci regioni che che più hanno incrementato le dichiarazioni di reddito medio nel decennio 2015-2024 figurano il Trentino-Alto Adige, le Marche, l’Umbria, e le regioni meridionali – escluse Campania e Sardegna (che però vengono in tredicesima e quattordicesima posizione). Nell’Alto Adige il reddito medio dichiarato si è incrementato del 29 per cento, nel Trentin del 28, nelle Marche del 27,2, in Umbria del 26,6, come in Sicilia e in Puglia, la Basilicata registra un + 28,7, poco meno, 28,5, il Molise, 28,3 l’Abruzzo, 27,9 la Calabria.
Più marcato è il “sorpasso” nella graduatoria delle province. Solo due del Centro-Nord tra le prime dieci, Verona e Venezia. Solo quattro (Ascoli e Macerata in aggiunta) fra le prime venti.
Più produttivo il recupero fiscale in aree a vario titolo più disagiate, Enna, Crotone, Agrigento, Trapani, Vibo Valentia.  
Comunque: “Fra il 2015 e il 2024 si registrano incrementi nelle dichiarazioni dei redditi inferiori alla media nazionale in Liguria e in Lombardia, nelle province di Genova e Imperia, e in quelle di Como e Varese”.
 
La battaglia di Seminara
Prende il nome di Seminara la battaglia che nel 1504 decise il passaggio definitivo del Sud, Sicilia compresa, sotto gli spagnoli. Essendovi stati sconfitti i francesi, e quindi le loro pretese dinastiche sul Sud, che il predatorio Carlo VIII qualche anno prima aveva rigenerato. Con la famosa luttuosa discesa in Italia, avviata proprio per rivendicare il possesso del Sud Italia. Lungo la linea più che bicentenaria che risaliva agli Angiò, quelli dei Vespri Siciliani. Che non erano riusciti a sloggiarli, ma contro di loro avevano chiamato gli Aragonesi. Dopo due secoli abbondanti di alterne vicende, il Sud resta in mano spagnola nel 1503, con la vittoria nella battaglia di Seminara.
Organizzata dal castello aragonese di Gerace, la battaglia vide gli aragonesi, poi spagnoli (col matrimonio di Carlo I d’Asburgo, poi Carlo V), impegnati in un’ultima e decisiva battaglia. Con accorgimenti mediati da una prima battaglia di Seminara, il 28 giugno 1495, che li aveva visti perdenti – contro i francesi di Carlo VIII. Nel 1503, il 21 aprile, due mesi dopo la “disfida di Barletta” fra i tredici cavalieri italiani e i tredici francesi, il futuro del Sud si giocò nella campagna tra Seminara e Gioia Tauro, sul vasto letto semiasciutto del Petrace, sempre dagli aragonesi, poi spagnoli, contro i francesi di Luigi XII, anche lui sceso in Italia con la stessa pretesa di Carlo VIII al Meridione. I francesi furono sconfitti, e il Regno di Napoli fu Spagnolo a pieno titolo, dal 1503 al 1735 – quando i Borbone di Napoli si autonomizzarono.
Seminara è nelle cronache storiche per molti aspetti. I monasteri basiliani, di monaci greci, che tramandarono molti classici – e fornirono gli insegnanti di greco a Petrarca e Boccaccio, Barlaam e Leonzio Pilato. Il “trionfo” organizzato per Carlo V già imperatore nel 1535, di ritorno dalla vittoriosa spedizione in Tunisia. La signoria degli Spinelli, i banchieri genovesi cui il re di Napoli nel Seicento, come spiega Braudel, non fu in grado di restituire altrimenti gli ingenti debiti accesi – poi dei Grimaldi, i banchieri genovesi ora signori di Monaco-Montecarlo (che tuttora annoverano Seminara tra i loro titoli storici di possesso). Qualche faida. Le terracotte espressioniste, coloratissime. E la battaglia. Ora è ora un borgo di poco più di duemila abitanti, ancora attivo in campo culturale ma in difficoltà a mantenere anche la produzione delle ceramiche.
 
Non si dorme tranquilli, in Italia
“È la prima volta, dopo quattordici anni”, Curzio Malaparte annota in apertura del suo “Journal d’un étranger à Paris”, il diario che ha voluto redigere in francese, nel 1947 (qui nella traduzione Adelphi), “dopo il 1933, che dormo senza problemi, senza angoscia, di un sonno giovane e libero. È la prima volta, in quattordici anni, che dormo in Francia. Amo l’Italia, amo il mio paese, difenderò sempre gli italiani, prenderò sempre le loro parti, pur sapendo che hanno torto. È in virtù del fatto che non tradirò mai il mio paese, che posso dire la verità sul mio paese. L’Italia è un miserabile paese di schiavi. Un paese di uomini sempre esposti, giorno e notte, alle peggiori violenze della polizia, della magistratura, della delazione. Che sia Giolitti, Mussolini o De Gasperi, lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia. Che importa se l’italiano è, individualmente, un uomo libero? Dentro di sé può pensare quello che vuole, se non teme la delazione. Può darsi tutte le arie che vuole: in realtà è schiavo, sia dello Stato sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni,  non posso dormire tranquillo in nessuna parte, in Italia”.

leuzzi@antiit.eu

Le affinità casuali

Amori improvvisi, d’istinto, casuali, fra due coppie, lei con lui, renitente, l’altro con l’altra, grata. Che poi,  inevitabilmente, finiscono per incontrarsi, con meraviglia di tutt’e quattro.
“Le affinità elettive” di Goethe attualizzate. Non sui presupposti “scientifici” dell’aneddoto di Goethe, che si dilettava di scienza: le “affinità” di certi elementi chimici a comporsi con altri – con alcuni altri e non a caso. Ma su base, si penserebbe, comica: situazioni e dialoghi lo lascerebbero pensare, Pilar Fogliati dea ex machina pure, e Rampoldi è sceneggiatrice navigata, prima che regista. E invece è Feydeau, con la morale dietro l’angolo. Anzi, quasi Antonioni: Fogliati è sempre la Vitti, ma col morso stretto, non si ride e non ci si tormenta.
Ludovica Rampoldi, Breve storia d’amore, Sky Cinema, Now

martedì 5 maggio 2026

Ombre - 822

Passerà Trump agli annali come un demolition man? Lo fece nella sua prima presidenza. Ora, dopo le ministre, punta Rubio, anche se gli serve per il voto latino. Lo silura mentre arriva a Roma, a un’udienza da lui richiesta, come rappresentante dei latinos, per ricucire col papa dopo le offese di Trump.
Rubio è anche colpevole di prepararsi la candidatura per il dopo Trump, ma Trump non fa calcoli - deve solo occupare la scena, ogni giorno, sia la mattina alle nove che il pomeriggio.
 
Con chi l’allora direttore generale dell’Economia, Marcello Sala, brianzolo, trattava l’operazione Mps-Mediobanca (ma anche, si saprà fra qualche tempo, come far fallire Unicredit-Bpm), con chi tra i politici? Non si può sapere, i politici sono parlamentari e quindi sotto immunità - e si può s
commettere che la Camera non la leverà, questa Camera. Ma Ferrarrella lo sa: sono sei leghisti, compresi Salvini e il ministro di Sala, Giorgetti, due meloniani, compreso l’alter ego di Meloni, Mantovano, e il dem Misiani - per cortesia istituzionale? È la conferma, se ce n’era bisogno, che la Lega si è fata una superbanca, Mps-Mediobanca-Generali – con Bpm vassalla.  

 
Allo stadio per la Roma, la loro squadra, che gioca benissimo e li fa vincere, i tifosi inalberano lo striscione: “Siete la peggiore proprietà della nostra vita. Friedkin out”. Contro la famiglia padrona del club. Come i tifosi della Lazio tutto l’anno fanno con Lotito. Come se gli investitori nella Roma e nella Lazio facessero la fila. Questi sono gli ultimi trovati, con pena, dall’ex banchiere di Roma, Geronzi, quando Roma aveva ancora una banca. Che per qualche decennio si era speso, con pena, a promuovere il mercato dei capitali a Roma e niente, solo “furbetti del quartierino”.
 
Il segretario di Stato Rubio viene a Roma dal papa per ripulire la sua immagine con i suoi elettori latinos, dopo le smargiassate sacrileghe di Trump in veste di Salvatore. Ma ci trova anche un governo di destra messo in difficoltà dal suo presidente di destra. Chissà se avrà capito, quanti danni – agli Stati Uniti – sta infliggendo Trump. Per niente, solo per il gusto di essere insolente.
 
Indecoroso, inguardabile, match di una squadra titolata, la Juventus, quella che spende di più per acquisti e ingaggi, peraltro in corsa per una ultima qualificazione, alla Champions, che salvi conti e (stratosferici) ingaggi, contro una squadra remissiva, già retrocessa. Sicuro che non c’è un calcio scommesse – l’indigenza della gestione (nella squadra di calcio come nelle altre imprese di John Elkann, “la Repubblica”, Ferrari) non spiega tanto.
 
Piovono smentite dall’Uruguay alle elucubrazioni di un giornalista, fatte proprie da Mattarella, sull’adozione Minetti-Cipriani. Facendo la tara di un Paese che era ricco e le tante massonerie hanno ridotto a niente – anche calcisticamente, chi si ricorda più di Schiaffino.  A Montevideo si può ottenere qualsiasi “verità” si cerca, anche una visita di Nordio, che pure è uno “visibile”, dai Minetti-Cipriani, praticamente gratis – basta giostrare le “influenze”. Solo Mattarella non lo sa?
 
Trump annuncia il ridimensionamento delle basi militari in Gran Bretagna, Germania e Italia come una minaccia. Mentre non può farlo, se non per ledere gli interessi degli Stati Uniti nell’Eurasia. L’amarica ne ha bisogno, come delle basi in Giappone, e in Corea (90 o 91). E altrove, se ha 642 basi militari, in 76 Paesi.
 
È il Primo Maggio, festa del lavoro, concerti in ogni centro sociale – del “non lavoro” – e concertone, di tutti per tutti, a San Giovanni. Serata mesta in tv, sul satellite e sul digitale, lunghi film di perdenti lavoro che sbarellano: “No Oter Choice – Non c’è scelta”, il classico Soldini, “Giorni e nuvole”, e chissà “Joker”, “Nomadland”, la serie è infinita. Gli anni più ricchi per il più gran numero nella storia del globo ossessionati dal lavoro?
 
Mani forti su Stellantis, il titolo di John Elkann: un giorno - 6 (anche – 8), un giorno + 4, anche + 6. Senza che gli assetti societari mutino – su un flottante vasto, è vero, e tuttavia….   Chi ci gioca sopra? Perché nessuna ipotesi, nonché informazione, su questa straordinaria altalena – non succede nemmeno a Amplifon, a una qualsiasi piccolo titolo? Elkann, che non è più editore, incute sempre timore?
  
Stop del Pd alla legge per Roma Capitale. Un dispetto al governo – tafazzista (tagliarseli), dato che Roma è stabilmente amministrata dal Pd? Un dispetto a Gualtieri, sindaco di Roma Pd ma del partito dei sindaci (Salis, Manfredi) che sfida Schlein? Non lo sanno nemmeno loro. Ma i media non lo dicono: sono Pdipendenti?
 
Israele pirata in mare aperto, la suora presa dai suoi soldati a calci per terra, i suoi coloni che sguazzano in Cisgiordania, con le procedure del Ku Klux Klan, i suoi soldati che saccheggiano le case dei libanesi, inalberando il distintivo “Basta con l’odio, è tempo di violenza”, quando non martellano le statue del Cristo. Si penserebbe a una insurrezione dei benpensanti, e invece niente.
 
“40.000 minori nelle case famiglia”, un business milionario, “un sistema fuori controllo, umanamente ed economicamente “ insostenibile: “Ogni bambino ha un costo giornaliero che va dai 100 ai 300 euro…. Una spesa abnorme, che, come è successo a Palmoli”, mette in ginocchio anche i Comuni, che devono pagare la retta. Si penserebbe a un grosso scandalo nazionale, allargato ai Tribunali dei Minori, con inviati, esperti, testimonianze. E invece niente, è solo Susanna Tamaro, che il “Corriere della sera” pubblica per contratto, m forse senza nemmeno leggerla.
L’intelligenza e la realtà non hanno peso, non nei media.
 
Incontro di due civiltà al discorso di Carlo d’Inghilterra al Congresso Usa. Pur condividendo la lingua, i Congressmen guardano sopra al re – al teleprompter, per capire cosa ha detto? Con qualcuno, accanto all’oratore, che segnalava l’applauso, forse ai distratti. Un’assemblea famosa tra i costituzionalisti e gli specialisti di diritto pubblico per la sapienza giuridica secolare – cioè dei secoli passati.
 
La Germania va male – l’economia, ma ancora di più la politica, il governo. E il debito tedesco diventa sempre più caro – per i Tesoro tedesco. Ma lo spread Btp-Bund, fra i titoli di Stato italiani e i tedeschi, non fa che salire, invece di scendere. Sarà l’Italia all’orlo del fallimento e non lo sapevamo? No, è il rating, che serve chi specula.
 
“Spettacolare Champions fra i giganti Psg e Bayern”, gli entusiasmi si sprecano, sulle tv che devono venderne le immagini, e fra i cronisti sportivi. Di un match per un tempo è stato di sbadigli, di passaggi davanti al proprio portiere, e rimesse del portiere che davano la palla agli avversari. Poi è venuta una caterva di gol alla Ridolini – nessuno bello. Ma il provincialismo è forsennato.
 
Il 3,01 per cento di disavanzo che condanna l’Italia all’impecuniosità - e il governo Meloni nell’anno del voto politico – non è una malvagità di Bruxelles ma un “un caso di sciatteria della Ragioneria”. Lo spiega Gianfranco Polillo, l’economista, ex vicesegretario del partito Repubblicano, sottosegretario all’Economia nel governo Monti,
https://formiche.net/2026/04/istat-meloni-polillo-mef/
Una trappola a Meloni. Da parte di Giorgetti, ministro leghista dell’Economia? Da parte della burocrazia principe dell’Economia, rimasta sempre “democristiana”?

Il capitalismo familiare non è per tutti, anzi per nessuno

Ritorna con i tanti figli Del Vecchio la questione del capitalismo familiare, ereditario. Che è un controsenso in termini, confondendo capitale – che è mercato, relazioni, intuizioni - e proprietà. Se gli eredi, senza attitudini e meriti dimostrati, di conoscenza e di capacità, debbano gestire imprese complicate e\o colossali. La risposta è già nota dalle indagini che in Germania sono state fatte sul “Mittelstand”, le piccole e medie imprese: la famiglia può funzionare, in genere per una generazione, anche due, ma per aziende monoprodotto, e a condizione di averne conoscenza aggiornata, della produzione e del mercato, non di più. E su mercati di nicchia, a concorrenza non affollata né insidiosa. In altre condizioni i capitali fanno meglio.
In Italia il caso per eccellenza del capitalismo familiare testimonia che ogni altro esito non è possibile. La Fiat ha funzionato col Nonno, il fondatore, uomo di finanza, e di appoggi politici, poi con Valletta, dg e ad per oltre trent’anni (meglio non spiegare come), poi con l’Avvocato, fino a quando, anni1980, si è avvalso di ingegneri esperti – e cioè fino al 1987, quando nominò Ghidella ad e poi lo licenziò perché dava ombra a Romiti, inattaccabile filo con Roma dell’Avvocato. Subito poi la Fiat ha cominciato a riempire i piazzali. Con Umberto le cose peggiorarono vistosamente – sbarcò negi Stati Uniti con macchine che si arrugginivano. L’Avvocato si cautelò con un accordo di vendita alla General Motors. Un paio di manager, a scartamento ridotto (poco spazio e poco tempo) non migliorarono le cose. Poi il contabile svizzero della Famiglia, Marchionne, che doveva provvedere alla liquidazione, rovesciò la prospettiva: si portò compratore, in America (dove riuscì perfino a farsi pagare da General Motors la cancellazione del memorandum di acquisto) con la Jeep-Chrylser, e in Germania con la Opel, rigenerò vecchi marchi e modelli, la Nuova Panda (i sindacati a Pomigliano gli fecero le guerra, ma persero), e la Cinquecento, anche Lounge, in dieci e più allestimenti, fece della Jeep una vettura da città, creò un’offerta, semplice, e sicuramente non si sarebbe venduto a Peugeot, non per niente. La storia di John Elkann, nipote e erede dell’Avvocato,  è tutta nell’altro senso: liquidazione della Fiat, ora marchio residuale, gestione incapace di ogni altro asset – che non sia finanziario, se sono veri i numeri di Exxor: la Ferrari, il gruppo Gedi (“la Repubblica”), “La Stampa”, la Juventus.
Angelo Moratti, 63 anni, e Carlo Pesenti, idem, hanno fatto fortuna, ma investendo l’eredità in attività diverse, consone alle loro capacità o ai loro interessi – vendendo l’uno il petrolio e l’altro i cementi a chi sapeva trattarli. Il figlio di Giuseppe Rotelli, l’uomo che fu a lungo uomo di paglia di Giovanni Bazoli nella proprietà del “Corriere della sera”, nel mentre che con Intasa, la banca di Bazoli, si creava il lucroso monopolio della sanità in Lombardia, preferisce fare il rapper, in Francia – si sente più “portato”.




Attenti al fascismo, si vuole antifascista

Di tanto antifascismo, odierno, verrebbe da dire, fanno giustizia le due paginette introduttive: l’antifascismo non legge – e che altro fa, fuorché appuntarsi medaglie?
Dichiarando la passione giovanile per linguaggi e cerimoniali del fascismo - ma già dubbioso negli anni 1930 - Brancati può affrontare senza remore l’antifascismo di comodo o copertura: le note di cui al titolo del volumetto riconsiderano, in breve, gli italiani e la democrazia, “dopo” il fascismo. La retorica – già del ventennio, con i nomignoli e le barzellette – dell’antifascismo nel dopoguerra. Che peraltro di ombre resta pieno. Col Natale di ex generali, federali, questori, vice-federali lieto e opimo, anche di considerazione. Con i profittatori senza vergogna, sotto l’ombrello di un “buon avvocato”, uno antifascista.
Un Brancati sociologo politico, che ala verve ironica mette di proposito la museruola. Otto testi brevi, di considerazioni o racconti, più un saggio letto nel 1952 a un convegno parigino (a un Centre des Relations Internationales) dal titolo “Le due dittature” – quelle degli stupidi e quella dei “derelitti”, i meno abbienti, le due gambe dei fascismi.
Vitaliano Brancati, I fascisti invecchiano, Passigli, pp.105 € 9,50

lunedì 4 maggio 2026

Letture - 612

letterautore
 
Adorno – Hannah Arendt lo odiava. Nel 1930, quando l’allora marito di Hannah, Günther Stern 
(poi “Anders”), doveva andare in cattedra a Francoforte, Adorno lo impedì – “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice”, del “National Geographic Storica”, p. 49: “Günther non ottenne il posto a causa  dell’ostilità che suscitò in alcuni membri della ‘Scuola di Francoforte’, soprattutto nel già potente e molto influente Theodor W. Adorno, una delle poche persone del suo periodo tedesco che Arendt si rifiutò di frequentare nell’esilio americano. Di lui, ogni volta che qualcuno lo nominava, diceva semplicemente con enfasi: «Quello in casa mia non entra!»”. 

Con Adorno Arendt ebbe tuttavia un incontro in America, da lei postulato, per via dei manoscritti che Walter Benjamin le aveva confidato, tra essi “Sul concetto di storia”, chiedendole di farli avere ad Adorno. Adorno la ricevette nella sede newyorchese della Scuola con supponenza e la congedò rapidamente. Facendole sapere poi dalla segreteria della Scuola che alcune pagine del fascicolo che aveva lasciato erano “scomparse” – il testo originale fu composto dalle copie che Benjamin aveva fatto pervenire a Scholem a Gerusalemme e a Bataille a Parigi. I due entreranno poi in competizione  con l’analisi dell’imperialismo. Entrambi usciti nel 1951, Arendt con un grande successo, di critica e di pubblico - i tre volumi avendo completato due anni prima, nell’autunno del1949.

 
America – “Alla Columbia tenni un corso”, ricorda Arbasino nella sua “Autocronologia”, nel 1980, “tra i ‘Promessi sposi’ e il ‘Pasticciaccio’ (e molta Scapigliatura). Con vero gusto (malgrado la carenza di «libido docendi») perché gli studenti che avevano pagato si comportavano da clienti esigenti sui Dossi e Lucini e Gozzano e Verga che ordinavano à la carte. E scrivevano ottimi ‘papers’. Sapevano rovistare Apuleio dietro Pinocchio, i nonni immigrati sotto ‘I Malavoglia’, la Signorina Felicita in fondo al kitsch di Warhol”.
Nulla di quanto immaginabile in una università italiana. Solo perché non si paga?
 
Dante – La “Divina Commedia” è “l’epicedio del feudalesimo”, il suo canto funebre - Amadeo Bordiga, “Dialogato con Stalin”, 1953.
 
Football – “Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato”, P.P.Pasolini, cit. in “Album Pasolini”, p. 88 (a cura di Graziella Chiarcossi).
 
Fratelli d’Italia – È stato scelto da Giorgia Meloni (da Crosetto? da La Russa?) dal work in progress di Arbasino, che lo iscrisse per tre o quattro volte in un quarantennio? Da nemico (“Un Paese senza”, 1980, “di un’istituzione molto caratteristica – la Conversazione Politica”, la politica come chiacchiera.
 
Heidegger – Dalla “tipica cavalleria dei tedeschi del sud” – in “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”, p.35): dopo il primo scambio di battute con H.Arendt all’uscita da un seminario i due si salutano “e il maestro, con la tipica galanteria dei tedeschi del sud, un po’ all’antica, abbozzò un baciamano e la saluto con un gnädiges Fräulein («gentile signorina») molto formale”.
 
Intellettuali – “The chattering classes” per Hannah Arendt “negli anni newyorchesi” (“Hannah Arendt. Una lucida pensatrice”, “National Geographic Storica”, p.52.
 
Italian dressing – Il condimento a base di olio d’oliva e aceto, che ha grande mercato in America. Il “Washington Post” ci ha fatto sopra un’inchiesta, poiché parecchie produzioni sono adulterate, lunga tredici minuti all’ascolto.
 
Lollio - Lollio, l’amico di Orazio, è quello che non varca il fiume, aspetta che l’acqua smetta di scorrere.            
 
Longhi – “Il più grande stilista del Novecento italiano, insieme a Gadda”, A. Arbasino, “Autocronologia”, 44 segg., “ma anche il massimo ‘farceur’, paragonabile a Federico Zeri. Longhi amava il cabaret e i couplets (pubblicò addirittura le prime stesure di ‘Amate sponde!’), e sgomentava i discepoli più noiosi citando Mina o imitando i vecchi gangster dei film di John Houston, e i più saputi academici balbuzienti. Accanto alla severa consorte Anna Banti («Basta con le sensibleries à la Virginia Woolf»). Artigianalmente, elegantemente, in villeggiatura, l’illustre coppia preparava numeri di «Paragone-Letteratura» con testi di Gadda e Contini e Magnani e Bigongiari e Bo e Bassani accanto ai virgulti: Pasolini, Volponi, Tentori, Citati, Zola, Wilcock»”.
 
Rosa Luxemburg – “La Luxemburg era un’ebrea polacca che era riuscita a ritagliarsi uno spazio tra i socialisti tedeschi, di origine nobiliare e sprezzanti verso gli Ostjuden, gli ebrei dell’Est” – “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”, p. 21).
 
Carlo Alberto Pasolini
– “Per anni puntuale e sollecito, anche se ombroso, segretario del figlio”, Graziella Chiarcossi, “La vita”, cronologia in appendice a “Album Pasolini”, Oscar Mondadori. Il padre di Pier Paolo, colonnello di fanteria in congedo, dopo la guerra di Libia e le due guerre mondiali, muore nel 1958, di 66 anni.
 
Quarto platano – S’intende di Forte dei Marmi, al caffe (allora) Roma: “Sotto un certo celebrato quarto platano sedeva per l’aperitivo per vari mesi un vero cenacolo in calzoncini «casual»
e «baschetti» e golfini. Con tre presenze fisse: il pittore Carrà, lo scrittore Pea, e il critico De Robertis. E un presidio parmigiano fondamentale: Pietrino Bianchi…. e Attilio Bertolucci”, oltre al nume Roberto Longhi con Anna Banti, l’innominato Montale e altri villeggianti: “Lì si arrivava in lambretta, cortesemente accolti ai tavoli per un drink con una bella e sfortunata e sempre rimpianta ragazza: Rosanna Tofanelli, figlia del direttore di «Tempo», Arturo, da riaccompagnare a casa (la villa Malaparte) entro le nove, senza fermarsi alla Capannina”.
 
Sacco di Roma – “I lanzichenecchi hanno distrutto i reliquiari, fuso l’argento e l’oro, stuprato, ammazzato. Furono violentate anche le suore. Morì un terzo della popolazione, trentamila persone, forse più. Una devastazione che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari. Provocata da un esercito cristiano… Una storia diversa da quella raccontata dagli storici, secondo cui si voleva punire la Chiesa corrotta. In realtà gli invasori erano dei morti di fame. L’imperatore Carlo V voleva mettere le mani sull’Italia per pura avidità. Già nel 1526 (un anno prima del “Sacco”, n.d.r.) aveva commissionato a Pompeo Colonna la prima devastazione di Roma. Colonna tentò anche di assassinare il papa. Ed era un 20 settembre, data fatale” - Antonio Forcellino, che pubblica una nuova ricerca storica, “Roma. Il sacco del 1527”, sul “Corriere della sera”: “Si firma la tregua. Clemente è convinto sia tutto risolto. Disarma Roma. Ma Carlo V e il viceré di Napoli Lannoy avevano già deciso di saccheggiare la città”. Con l’aiuto dei principi  italiani: “Il marchese di Mantova Federico II lascia passare i lanzichenecchi e blocca le truppe di Giovanni dalle Bande Nere, l’unico coraggioso che combatteva in difesa del papa. Il duca di Ferrara Alfonso I d’Este fornisce ai tedeschi i falconetti, pezzi d’artiglieria in grado di perforare qualsiasi armatura. Giovanni è ferito da uno di questi falconetti. E muore nel palazzo del marchese di Mantova. Assistito dall’uomo che l’aveva tradito…. Francesco della Rovere era una canaglia. E anche Isabella d’Este, la madre del marchese di Mantova, tradisce. Fa la ricettatrice, compra i tesori rubati dai tedeschi a Roma. Media per i riscatti. Il figlio, oltre ad aiutare i lanzichenecchi, manda le ostriche a Frundsberg, il loro comandante”.

letterautore@antiit.eu


Roma capitale, degli amici

Il Pd non vota la legge per Roma Captale che il governo ha approntato col sindaco Pd di Roma Gualtieri. Per una ragione che si sa ma non si dice – le cronache romane si guardano bene dall’indagare. Se non che oggi l’intervista dell’on. Morassut, “ex campione di atletica leggera” sul “Corriere della sera-Roma” oggi riesce perfino a sgomentare per l’allusività: “Dentro il campo largo qualche divergenza può capitare, ma le risolveremo. Ci vuole il passo del podista, il fiato lungo di una gara di fondo”. Ma non si tratta di divergenze politiche, si tratta di interessi. Di appalti, di sottogoverno se non di corruzione. appalti. Attraverso le “priorità” per Roma che il governo dovrà pagare, se rifare prima e di più le strade, o i parchi, o i parcheggi, o i monumenti, magari la “rasatura” delle Mura Aureliane, prima che le erbe infestanti le facciano crollare – e magari dragare il Tevere nel percorso urbano, prima che tracimi? E\o facilitare il cambio di destinazione d’uso – il vicariato di Roma ha migliaia di ettari in città di conventi vuoti e chiusi, da anni, da decenni). Perché ogni gruppo, e i Dem ne hanno tanti, ora di più nel campo largo, è di interessi, pratici, di soldi, non di faziosità politica. Di cordate e interessi da proteggere – i vivaisti, le piste ciclabili, l’edilizia popolare, i restauri, le strade e i ponti, e ovviamente l’edificabilità (il Vaticano non è solo).  

L’amazzone è in età ma vince sempre, nella moda

Donne contro donne – che va bene per gli uomini, ma anche per le donne - ma risolute, intraprendente, risolutive. Cioè di successo. Uomini buoni ma inetti – anche quando, nell’intimo, gay. La formula non è invecchiata nei venti anni – ricorrenza che il film celebra. E la caccia alla direttrice di “Runaway”, la rivista che fa la legge nella miniera della moda,  enigmatica e (sempre) vincente, si risolverà anche questa volta, dopo trappole e peripezie, a Manhattan e a Milano, anche con l’elicottero, e sul lago di Como in motoscafo, come ci si aspettava: l’intelligenza trionfa, ancorché antipatica – la pensione di Miranda col marito, c’è un marito, è rimandata, e la compagnia delle figlie, ci sono due figlie.
Stesso regista, poco variata la storia. Il sequel mantiene personaggi e schemi del primo film, che fu l’inatteso grande successo del 2006. L’unica differenza si direbbe la sostituzione di Dolce&Gabbana per la Prada del titolo.
L’antipatia in questo sequel è ridotta, perché le pose per Meryl Streep sono un paio, forse tre o quattro (è anche ripresa da dietro), ripetitive, non deve fare molte “facce. Anzi, l’espressione è sempre la stessa, il film lo conduce Anne Hathaway, già segretaria bistrattata qui giornalista d’inchiesta licenziata, che “Runaway” ripesca e che tutto muove e tutto alla fine risolverà. Con Stanley Tucci, solitario paterno direttore grafico – dalle amicizie giovanili maschili. Ma in più c’è lo spettacolo: la seconda parte si svolge in una Milano lussureggiante, ogni inquadratura più ricca della precedente, di ambienti, esterni e interni sempre golosissimi, e affollate sfilate, a riconoscerli, di “personalità” (l’elenco finale è di molte decine di “nomi”, se non un centinaio, Lady Gaga, i Cucinelli, Domenico Dolce, Donatella Versace, Tina Brown….), con i laghi per intermezzi scenografici, la villa ex di Clooney compresa.
Sbanca al botteghino, con 240 milioni d’incasso nel primo week-end - 14 o 15 nella sola Italia nella prima settimana (pienone in Lombardia).
David Frankel, Il diavolo veste Prada 2

domenica 3 maggio 2026

La guerra ha rafforzato il regime in Iran – che detta l’agenda del negoziato

La guerra di Trump e Netanyahu ha rafforzato il regime islamico in Iran? È l’analisi, con reportage dall’interno del Paese, dell’“Economist” – e di “Foreign Affairs” – sugli esiti, finora, dei due mesi di guerra. Che oggi l’avversaria numero uno del regime in Iran, Narges Mohammadi, Nobel per la Pace nel 2003, benché detenuta per le sue opinioni, anche se in brutte condizioni di salute, argomenta in un testo che il “Corriere della sera” pubblica: “Avvezzi al dolore, sopravviviamo”. Delusi e rassegnati – “gli iraniani siamo un popolo che da anni soffre”, sottoposto a sanzioni. Con l’inevitabile verità, anche a conoscere poco l’Iran – come dovrebbe fare l’America, che da ottant’anni s’immischia nelle vicende del Paese (sottratto dopo la guerra dalla Cia all’“influenza” britannica, nella logica imperialista-colonialista): “Sotto pressione esterna, negli iraniani cresce il senso di appartenenza”.
L’Iran è, da quasi mezzo secolo ormai, una società e un’economia a forte dominio pubblico – a partire dal “capitalismo di Stato” voluto negli ani 1960-1970 dallo scià, sull’esempio dell’Italia. Il regime che si dice degli ayatollah è di fatto, benché islamico, soprattutto nazionale – a dominio pubblico, statale.
Gli ayatollah c’entrano poco, gente di dottrina. Neppure Khomeiny era ayatollah nel senso proprio, non aveva i titoli teologici, né Khamenei padre. Khomeiny s’inventò come strumento giuridico il wilayat al faqih, la tutela (guardiania) del giurista, non potendo pretendere all’imamato, sovranità  assoluta (che peraltro sarebbe blasfemo nell’islam iraniano, sciita) – un regime detto anche ambiguamente, furbescamente, della “guida suprema”, ma comunque ristretto a una “assemblea degli esperti”.
La caratterizzazione laica negli affari si riscontra nella trattativa con l’America di Trump. La “burocrazia” iraniana tiene testa agli Usa – sta dettando l’agenda del negoziato. Sapendo che Trump ha una sola arma, i bombardamenti (lo sbarco a terra si risolverebbe in uno sterminio). Che non risolvono: compattano l’Iran, sono costosi, e per questo anche impopolari in America - per altri versi poco elettrizzata da  questa sua ennesima guerra ( Iran? dove? cosa?).
 

 

Trump si è messo contro le destre europee

O “Come Trump ha frainteso l’Europa”. Un primo esame del “rovesciamento” trumpiano delle relazioni Usa-Europa, alla luce dei presupposti MAGA, del movimento americano di destra di cui Trump è l’esponente.
“Un rapporto conflittuale con l’Europa” fa “comodo al movimento MAGA”? È dubbio. L’amministrazione Trump afferma “regolarmente che i problemi principali dell'Europa sono l’immigrazione, la perdita di sovranità a favore della Ue e una sfera pubblica non abbastanza  conservatrice. Questa tesi è stata espressa in modo specialmente chiaro dal vicepresidente Vance un anno fa, ala conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera: “In Gran Bretagna e in tutta Europa, temo che la libertà di parola sia in declino”. Ma, “dopo oltre un anno di tentativi, l’amministrazione Trump non è riuscita nemmeno ad avvicinarsi alla formazione di una coalizione di partiti di estrema destra in Europa”. Anzi, ha i partiti di destra avversari se non nemici: “I dazi arbitrari, gli attacchi verbali e le minacce territoriali di Trump sono difficili da digerire”. Tanto più che “la maggior parte dei partiti nazionalisti in Europa ha anche un retaggio di antiamericanismo”. Come si è visto in Ungheria.
La sconfitta di Orbàn in Ungheria ha allontanato le destre europee dalle professioni di vicinanza all’America, se ancora la praticavano. Senza contare che “il sostegno aperto ai partiti e ai candidati di destra europei ha danneggiato il rapporto di Washington con i leader europei che non appartengono all’estrema destra”.
Liana Fix-Michael Kimmage, How Trump Misread Europe
, “Foreign Affairs”, free online (leggibile anche in italiano, Come Trump ha frainteso l’Europa)