sabato 20 dicembre 2014

A Sud del Sud – il Sud visto da sotto (230)

Giuseppe Leuzzi

La mafia dei Parioli
Nell’operazione Roma Mafia si confondono i ruoli. Per primo quello tra cittadini e malfattori.
La mafia, ognuno lo vede, è negli uffici capitolini, dove i concussori e i corruttori sono diffusi. Non con la violenza, ma col potere di decidere della spesa pubblica – la spesa sociale, che lo Stato (amministrazione centrale, Regioni, Comuni) non sa gestire in proprio e dà in appalto: immigrati, tossicodipendenti, rom, senzatetto, ex carcerati, carcerati, malati psichici. È per loro che, fra le tante, la cooperativa 29 giugno è stata fondata da Di Liegro (Caritas) e Laura Ingrao, col doppio obiettivo di assistere i deboli e reinserire al lavoro i detenuti. Ma non c’è altro criterio per l’appalto pubblico, anche piccolo e piccolissimo, che le “utilità”: tangenti, regali, comodati, assunzioni. Gli ex carcerati che sanno come barcamenarsi in questa mafia, indenni e anzi con qualche vantaggio, sarebbero da considerare imprenditori capaci.
È invalso invece l’uso sbirresco di confondere i ruoli: le vittime di mafia trasformare in concorrenti esterni e perfino associati, comunque farne dei mafiosi. È una confusione che viene comoda agli inquirenti, sia agenti che giudici, per accrescere i volumi. Più persone si denunziano maggiore sarebbe l’efficienza dei militari. Più si estende il volume degli affari inquisiti, migliore è la tardiva opportunistica coscienza classista dei Procuratori – che rischiano ora però di non diventare senatori: è per questo che ce l’hanno con Renzi?
Confusa anch’essa, ma solo in apparenza, è la ricezione. Non tanto tra fascisti e no, come dicono i giornali, che invece non esiste. Ma tra indignati e apatici, o perplessi. Vivace ai Parioli, indifferente nelle periferie, che normalmente sono il teatro delle turpi gesta, e nella città di mezzo. Risentita è l’indignazione ai Parioli dove tutti i protagonisti vivono e bazzicano: corrotti, croniste giudiziarie, direttori dei giornali, avvocati, ufficiali dei Carabinieri, e gli stessi ex carcerati che si vogliono protagonisti del malaffare. Nelle radio, in tv e sui giornali, con dichiarazioni e lettere. Nessuno si sente invece defraudato nelle periferie, dove non c’è la buona coscienza da inalberare, e anzi i collettori facevano affluire belle risorse, con le famose cooperative, in salari, servizi, forniture.
Una parentesi è utile. Andreotti vinse le politiche del 1983 anche a Roma, città governata da sindaci comunisti popolarissimi presso i media, Petroselli e Vetere, e poi anche le comunali del 1985, con le cooperative. Aveva favorito l’insediamento nella capitale (università, ospedali) delle cooperative di servizi della Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione, per crearsi una base partitica anche a Nord. Il suo fidato Sbardella le introdusse poi nelle periferie, per “dare lavoro” come diceva orgoglioso, e lì vinse le elezioni: le urne delle sezioni elettorali si aprirono con grande sorpresa. La Lega delle cooperative tentò successivamente il recupero aprendosi agli emarginati: ex carcerati,  tossicodipendenti, ragazze madri, gli ultimi delle allora liste di collocamento.
La confusione è solo apparente perché da un venticinquennio, dalla prima giunta Rutelli, l’unica forma di impegno politico che si pratica, a sinistra a Roma, è il benpensantismo. Dei Parioli, perché è lì che vive e prospera il partito degli Architetti e degli Ingeneri, che ora si scontra con quello povero degli ex carcerati, concorrenti per gli appalti pubblici. Il problema reale è: chi ha defraudato i Parioli e di che.
L’indignazione per questo è grande. Con la voluttà di dirsi antifascisti, ai Parioli, contro i proletari della Lega delle cooperative. E contro i ladri, anche se segretari di Veltroni e onorevoli del Pd.

La processione
In una delle lettere al domenicano padre Perrin, una sorta di padre spirituale dei suoi ultimi mesi, nel 1942, a guerra perduta, e con essa la speranza, Simone Weil si consola col ricordo delle prime “esperienze” religiose, di contatto col cristianesimo. La prima fu una processione di paese, uno qualunque che non nomina, nel corso di una vacanza coi genitori in Portogallo nel 1935:  “Era al bordo del mare. Le donne dei pescatori facevano il giro delle barche, in processione, portando dei ceri, e cantavano dei canti certamente molto antichi, di una tristezza straziante”.
La conclusione non è edificante - non lo sembra: “Là ho avuto d’improvviso la certezza che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che degli schiavi non possono non aderirvi, e io tra gli altri”. Ma è solo un modo di dire, della religione come la intendeva la filosofa – del Cristo come servitore. I vescovi che le hanno proibite hanno confuso il tipo di servitù?

Sicilia
È stata a lungo luogo di piaceri, e lo è tuttora. A lungo di piaceri anche proibiti, a Taormina e altrove. Nadia Fusini lo documenta su “Repubblica” giovedì, pubblicando una lettera finora inedita di Wilde all’amico e complice Robert Ross - il “San Roberto tentatore” dello scrittore, che da lui fresco diciassettenne era stato indotto a provare a trentadue anni i piaceri omosessuali. Wilde è reduce dal carcere, dopo la condanna per sodomia, e in teoria impoverito, ma a Palermo è felice spendaccione: riempie di mance i ragazzini che gli fanno da vetturino, e un seminarista quindicenne, che sorprende “ogni giorno” dietro l’altare maggiore.

È tuttora luogo di molti piaceri: della cucina, dei dolci, dell’accoglienza, da qualche anno anche dei vini, che non sapeva di avere. Dei mari e dei monti. Della protezione e dell’uso dei beni culturali. Ma più di tutto ama parlare male di se stessa. È pettegola? È forse per questo che si trova bene a Milano.

Oscar Wilde le attribuisce la commedia (“Il ritratto di Mr.W.H.”): “Il riso leggero della Commedia, con la sua gaiezza spensierata e le sue repliche vivaci, non è nato sulle labbra dei vignaiuoli siciliani?”

Il senatore Schifani a Palermo è scagionato dai giudici e dalla stessa Procura inquirente, dopo quindici anni, da ogni sospetto di mafia. Senza scuse.

La lotta è sempre furibonda, da quarant’anni almeno, per la poltrona di Procuratore Capo a Palermo. Che pure dovrebbe essere una posizione rischiosa.

43 su 90 deputati alla Regione Sicilia hanno già cambiato casacca, a due anni dalle elezioni, un paio fino a quattro volte nei due anni. Tutti convergono verso il presidente della Regione Crocetta.
Nella precedente legislatura avevano cambiato casacca 34 deputati su 90, in cinque anni. C’è un progresso.

La filosofa Pina “Giusi” Furnari, insediata a fine aprile, manda subito la Finanza nella villa al mare di Maria Rita Sgarlata. Anna Rosa Corsello smonta tra i lazzi il Piano Giovani di Nelli Scilabra. Sono tutte assessori dell’innocente – è gay – Crocetta in Sicilia.
L’unico uomo nella tenzone, il presidente della Commissione Formazione Marcello Greco, sviene.

Giusi Furnari, assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana (sic!), è sotto accusa da parte di Marika Cirone Di Marco perché vuole mettere alle Soprintendenze architetti in qualche modo familiari. Marika Cirone Di Marco non è assessore, ma deputato regionale del Pd, il partito della filosofa, e presidente regionale di Legambiente.

Nelli Scilabra, assessore alla Formazione di Croce-Crocetta, è studentessa fuori corso a 31 anni.  Le donne al potere meriterebbero un Aristofane.

Sono tutte belle donne, Scilabra, Furnari, Sgarlata eccetera, ma perché la Sicilia si vuole maschilista? Oppure sì, è vero?

Geraldine Ferraro nel 1983 maturò l’idea di candidarsi alla vicepresidenza degli Stati Uniti l’anno successivo in ticket col candidato democratico di sinistra Walter Mondale. Subito un investigatore fu inviato dal partito Democratico a Messina e sui Peloritani, per cercare tra i parenti di Geraldine un qualche mafioso. La famiglia di Geraldine risultava originaria di Marcianise, in provincia di Caserta, ma un suo parente prossimo, pare uno zio, forse materno, risultava essere o essere stato nel messinese. O così si premurava di far sapere l’investigatore subito mandato dagli Usa, anche alla “Gazzetta del Sud”, il quotidiano locale: l’amerikano non si nascondeva, e anzi si premurò di far sapere che era lì per quello.
Non ebbe da faticare, la lauta parcella anzi se la guadagnò con gaudio: tutti furono felici di raccontargli che Geraldine aveva un zio pregiudicato. Che lei non ne sapesse l’esistenza non voleva dire nulla. Una lezione per i Carabinieri, che sempre lamentano l’omertà.

L’investigatore anti-Ferraro voleva “sapere” tutto, a prescindere dal fatto che lo zio ci fosse, o ci fosse una parentela riconosciuta. Aveva il compito d’indagare, disse, su tutto: sulla cartella penale ma anche sulle cartelle fiscali, su quelle mediche, se l’uomo non aveva barato con le assicurazioni o la sicurezza sociale, se aveva pagato i contributi delle sue colf e baby-sitter, etc. Costruiva con elementi sicuri un colpevole. Di cui gli sarebbe rimasto da provare – se necessario (non lo fu, il ticket Mondale-Ferraro si scontrò male col Reagan bis) - un qualche legame familiare con la vice-presidente candidata.

È un metodo più serio o meno serio delle intercettazioni? Benché sia dichiaratamente di parte, e non a fini di giustizia, è una metodologia più seria, e quindi più equa. È basata su dati di fatto. Mentre le intercettazioni sono la vecchia berlina, il ludibrio. 
ata su dati di fatto. Mentre le intercettazioni sono la vecchia berlina, il ludibrio.

leuzzi@antiit.eu 

Togliatti filosofo

Una celebrazione, per il cinquantenario della morte. Nella collana di filosofia “Il Pensiero Occidentale” di Giovanni Reale, platonista cristiano che si voleva rigoroso, forse convertito da ultimo, prima di morire, al compromesso. Togliatti viene in coda quest’anno a sant’Agostino, Lessing, Kerényi, Bessarione, Kant, Bachtin, Heidegger, Eckhart, Gentile. La pubblicazione sarebbe dunque una vergogna, per l’Occidente e per la filosofia. Ma in un certo senso s’impone.
Pezzo forte della raccolta l’editore vuole “il celebre «Memoriale»” di Yalta, il saggio-messaggio di Togliatti a un congresso del partito Comunista Sovietico che doveva scomunicare la Cina di Mao, pubblicato postumo. Un messaggio che non è niente: una prosa blesa, nessuna passione, e anche la conclamata intelligenza critica lascia a desiderare.  “Le questioni fondamentali del comunismo” e l“importante pezzo della storia d'Europa” sono in buona parte il “modo migliore di combattere le posizioni cinesi” – e l’Albania (l’Albania… ). Con dosi intatte dell’obbligato veterocominformismo: “La crisi del mondo economico borghese è molto profonda”, il Mercato Comune e la programmazione economica rendono “più forti le basi oggettive di una politica reazionaria, che tende a liquidare o limitare le libertà democratiche, a mantenere in vita i regimi fascisti, a creare regimi autoritari, a impedire ogni avanzata della classe operaia e ridurre sensibilmente il suo livello di esistenza”. Quante cose insieme faceva questo mondo in crisi, infaticabile.
E sull’Italia? Silenzio: “Molte cose dovrei aggiungere per informare esattamente sulla situazione del nostro Paese. Ma questi appunti sono già lunghi, ne chiedo scusa. Meglio riservare a spiegazioni e informazioni verbali le cose puramente italiane”. Come i mafiosi prima delle intercettazioni: niente carte.
Ordinato su sei sezioni, la storia italiana, il fascismo, la Repubblica, l’internazionale comunista, Gramsci, le polemiche culturali, il volume non contiene peraltro niente. I responsabili stessi, onesti o alluvionati, non prospettano molto. Michele Ciliberto, che lo ha curato con Giuseppe Vacca, dell’Istituto Gramsci, è uno studioso di Giordano Bruno. Fra i collaboratori, Silvio Pons ha già fatto i conti con Berlinguer, l’erede di Togliatti. Vacca, Francesco Giasi e Leonardo Pompeo D’Alessandro sono specialisti di Gramsci. Bidussa un battitore libero, con molto sionismo all’attivo, e un ammirato “Leo Valiani tra politica e storia” – c’entra in quanto bibliotecario della Fondazione Feltrinelli, quasi monopolista della documentazione sul socialismo italiano.
Si potrebbe pensare a una proposta ironica. Ma di 2.400 pagine? Ma un miracolo il libro lo è: sembra impossibile che si possano mettere assieme tante parole inutili, mentre evidentemente sì. Più miracoloso ancora se le parole sono rapportate all’azione, mediocre, e alle stesse cose dette. Si può pure prenderlo per un reperto d’epoca. Ma sarebbe stato meglio ai mercatini, con le stelle rosse, il berretto di Lenin, e il libretto di Mao, balordaggini cui si guarda con affezione, come alle tante piccole cose inutili, quando non sono più dannose.
Una politica – non una filosofia – a volelro scorrere di cui non si finisce di misurare l’indigenza. O forse in questo senso è una giusta celebrazione, dopo trent’anni di compromesso storico tra le forze peggiori dell’Italia, che stanno per eliminarla definitivamente dall’odiato Occidente della affluenza e della civile misura. Per incapacità di analisi, economica, politica. Per faziosità. A opera delle “due sole subculture”, come le celebrava Berlinguer, forti del numero ma disastrose, di furbizia e ignoranza: l’Italia ha retto finché il cappello, se non la sedia, era agitato dalle culture laiche cui Berlinguer irrideva. Quando il Pci è riuscito a cancellarle, ha dimostrato – e dimostra – la sua perniciosità. Specie da quando è in balia delle masse confessionali.
Palmiro Togliatti, La politica nel pensiero e nell’azione. Scritti e discorsi 1917-1964, Bompiani-Il pensiero Occidentale, pp. LXIII-2.330 ril. € 55

venerdì 19 dicembre 2014

Berlinguer e le massonerie

Con appunti inediti, una scelta degli scritti di Craxi dall’esilio in Tunisia, a cura di Andrea Spiri. Un commento, più che altro, ai fatti di Mani Pulite e del finanziamento dei partiti. Con medaglioni ovviamente non simpatetici dei protagonisti della “Seconda Repubblica”, Bossi, DAlema, Fini, Prodi, Di Pietro, Boccassini, e anche Berlusconi, suo amico personale. Non Borrelli, non Scalfaro, i protagonisti del golpe. Il solito Craxi ne emerge, quello vero, che crede nella politica anche nella rovina, non sa vedere quanto di marcio c’è in essa, al Quirinale, nella giustizia, a Milano, e semrpe si giustifica, come se fosse al tribunale dei giusti. Per essere un buon socialista, chissà, o un buon milanese. Un uomo che ha distrutto il suo partito per ingenuità più che per protervia.
Pezzo forte della raccolta è la nota ipotesi sull’odio violento di Berlinguer contro i socialisti. Craxi lo attribuisce a una sorta di Edipo: Enrico Berlinguer, di famiglia marchionale, massone e socialista, e presumibilmente patriarcale se non autoritaria, se ne libera facendosi comunista. Proletario cioè. E anche antisocialista. Ma antimassonico? La guerra incredibile che, contro ogni opportunità politica, e anzi convenienza, combatté contro la riforma della Costituzione, e i suoi reduci sperduti nel bush combattono tuttora, attribuendola a Gelli (a Gelli….), sa invece di massoneria: di lotta tra diverse obbedienze e logge concorrenti, più  meno deviate.
Ma, poi, l’Edipo è storia anche del cugino Cossiga. E qui entriamo nelle sabbie mobili.
Bettino Craxi, Io parlo, e continuerò a parlare. Note e appunti sull'Italia vista da Hammamet, Mondadori, pp. 245 € 15

Il mondo com'è (199)

astolfo

Antipolitica –Storicamente si accompagna al compromesso storico tra la vecchia Dc e il vecchio Pci. Per alcuni aspetti nodali anzi lo esprime.
Uno è la stessa opinione pubblica, il tradimento del linguaggio. Si vede alla Rai, dove la componente compromissoria è dominante e soffocante, ventiquattro ore al giorno – un remake si direbbe, se non fosse una disgrazia, dei fasti-cult di Radio Tirana. Ma anche nei giornali, per chi ne ha pratica, redazionale o anche di sola lettura. Un linguaggio amorfo, insinuante, fazioso. Sempre falso, viziato alla radice: uno ascolta i suoi conduttori, anche se scollati e su tacco dodici, e ritorna al Trecento, ai falsi monaci
Un altro nodo è l’eliminazione delle culture politiche laiche, che bene o male avevano temperato la dominanza confessionale nella storia della Repubblica. Contribuendo anche notevolmente, anzi decisivamente, alle scelte di politica economica per lo sviluppo, dal primo De Gasperi fino al governo Ciampi. Non è un caso che, non solo la politica, ma l’Italia tutta si stia inabissando in questo ventennio da quando le forze politiche intermedie, laiche, liberali e socialiste, sono state annientate. Il compromesso non ha ricetta se non quelle dell’antipolitica: dei trivi e gli angiporti delle Questure e le Procure , e del linguaggio deviato dei media.

Corollario del compromesso fu la teoria della due subculture, dominanti in Italia e anzi uniche, la confessionale e la comunista. Una teoria di cui, con Berlinguer, si faceva vessillo De Mita. Ora De Mita è dimenticato ma fu la bandiera di Carlo De Benedetti e del suo gruppo L’Espresso-la Repubblica, nonché, insieme con Berlinguer, di Scalfari. Il compromesso cioè infettò la stessa cultura laico-liberale che aveva fin’allora tenuto su l’Italia.
Il Pci, per sostituirsi ad essa nel compromesso, la combatté fino a distruggerla, prima della caduta del Muro dall’esterno con i suoi giudici, dopo con i giudici di ogni bordo, specie i fascisti di Fini, e con i dirigenti redazionali fedelissimi del partito da tempo trapiantati nei maggiori giornali e alla Rai.

Colpa - Non è senza conseguenze che la parola colpa sia anche debito in tedesco? Senza conseguenze sul rigore fiscale in sede Ue?
Molti debiti il governo tedesco deve nascondere con artifici legali e\o contabili, altrimenti gli elettori lo sanzionerebbero subito. Angela Merkel è stata brava ad evitare per questo sanzioni internazionali, e su questa abilità ha costruito la sua fortuna politica: è senza colpa perché è senza debito.

Debito (e tasse) – Si può dire che il debito cresce per l’ignoranza della scienza delle Finanze. Dei fondamentali di questa scienza, pure semplice. Che ha avuto in Italia cultori influenti, da Einaudi fino a Reviglio e Tremonti, ma è da tempo desueta. Insieme con tutta la Funzione Pubblica: fa parte della derelizione dello Stato in onore del mercato trionfante. L’esito è il disastro in materia imposto da Mario Monti, araldo della Bocconi e della finanza privata, bancaria e speculativa: ha portato la tassazione a livelli record e nsostenibili, nel mentre che tagliava le spese, nelle retribuzioni, nella formazione, nella sanità, e accresceva il debito. Un concentrato d’insipienza altrimenti impossibile da concepire, se non per la protervia liberista. Monti ha violentemente ridotto la spesa sanitaria, ha stroncato le spese per la scuola, specie per la secondaria e l’università (dell’università pubblica, ovviamente), bloccando il ricambio, e ha fermato la contrattazione e l’anzianità tra i dipendenti pubblici. Ha accresciuto l’imposizione fiscale di tre punti percentuali, ufficialmente, il doppio di fatto e nel “percepito”, imponendo la deflazione che è all’origine della recessione e ne è il motore – dei circolo. E ha aumentato il debito - non di poco, di quasi il 10 per cento.

Primavere arabe – Saranno state la reazione al potere. Non una “invenzione” del Sessantotto, un fatto. Il Terzo Millennio si è inaugurato con un’esplosione di reazione. Fin dall’inizio, dalla rivolta tunisina, anello debole nella catena dei regimi arabi. Dove si è subito sopravanzato quel (poco) che di democratico c’era nelle rivendicazioni di piazza in Egitto. E poi ovunque, in Egitto come in Libia e in Siria. Le “primavere” sono state guidate dall’islam politico, da esso controllate, per instaurare regimi politici più o meno islamici ma sempre reazionari: senza diritti, né fondamentali né di ruolo di genere, e perfino senza legge. Il diritto islamico è stato adattato con difficoltà, e impropriamente, secondo tutti i canoni, alla civiltà urbana e industriale nell’Iran di Khomeini – sotto la guida dell’ayatollah Behestì, cosmopolita, molto laico, buon conoscitore della sociologia marxista, presto fatto saltare con tutto il ministro della Giustizia dai fedayn antikhomeinisti. E tuttora trova difficile applicarsi alla vita contemporanea. Reazionari anche in senso economico e sociale, a favore del capitale finanziario e commerciale. Da questo anzi finanziati e in larga misura controllati, attraverso il controllo delle comunicazioni di massa. In nessun paese, in nessun momento, un partito o un gruppo liberale si è, nonché imposto, nemmeno realmente esposto.
Una forma contagiosa di reazione. Che ha suscitato l’entusiasmo della gioventù fascista ovunque nel mondo e una miriade di volontari, e di conversioni. E un revanscismo accentuato anche negli emigrati nei paesi occidentali, specie in EDuropa, ma anche negli stessi Usa, di seconda o terza generazione. I tunisini francesi, anche di seconda o terza generazione che avessero mantenuto il diritto di voto in patria, alle prime elezioni libere votarono per l’Ennhada, l’islam politico,

Rottamazione – Avviata da Tony Blair per naturale ricambio, generazionale, è stata imposta e perfezionata da Angela Merkel. Renzi l’ha solo adottata. Angela Merkel prese il partito Cristiano-Democratico poco più che quarantenne, sponsorizzata dal cancelliere della riunificazione Helmut Kohl, e subito ha eliminato dalla politica attiva lo stesso Kohl e tutti i maggiorenti del partito.

Stalinismo – È il coperchio di troppe pentole. Di Lenin e il Terrore Rosso, fino al “centralismo democratico” che ha afflitto l’Italia fino a qualche anno (mese) fa. Maturato all’interno della stessa rivoluzione bolscevica, per naturale moto di scissione-diversificazione, e a difesa. Favorito dalla stessa ambizione di modernizzare in una generazione, masse troppo grandi e troppo molli, senza corpi sociali intermedi, con una intelligencija per forza di cose ristretta, su un territorio altrimenti ingovernabile.

astolfo@antiit.eu

giovedì 18 dicembre 2014

Problemi di base - 208

spock

Quanto è giusta la guerra giusta?

O la guerra è giusta perché è necessaria?

Giusto è più che necessario, o meno?

E perché la pace chiamerebbe la guerra?

E perché tutto si vuole giusto, oggi?

Perché la reazione è sempre oscura, anche quando è dichiarata e dominante?

Si è ricchi perché si è liberi, oppure al contrario, si è liberi perché si è ricchi?

spock@antiit.eu

La Resistenza come ossessione

“L’aria, l’acqua, la terra è d’amor piena..”: la Resistenza, faticosa, rischiosa, solitaria, povera, contro i tedeschi onnipotenti sotto l’occupazione, al suono del Petrarca, che Elsa elegge a metà racconto sulla strada per Avignone, che sarà la “sua” città. Un racconto elegiaco. Commosso e rassegnato, alla durezza comunque della vita. La Resistenza come l’eroismo delle piccole virtù. Molto romantico anche, e quasi sentimentale. Al confronto la nostra letteratura della Resistenza, seppure alluvionale, in ragione inversa probabilmente alla pratica effettiva, rinvigorisce, per nitidezza e forza di umori. E tuttavia più vero – oltre che, probabilmente, reale.
Non c’è nemmeno Aragon, il compagno-compagno che avrebbe dovuto essere piuttosto lui il protagonista di una racconto della Resistenza. Anzi, il merito di Elsa è di riconoscere che i partiti in armi fecero poco, pur facendo qualcosa – altri non fece niente, Sartre a Parigi eccetera. Rivendicherà in chiave partitica qualcosa in una tarda prefazione, nel 1962. In particolare di aver varato per il partito Comunista, ora il suo partito, in questo racconto del 1943 l’etichetta “partito dei Fucilati”, che il Pcf adottò anonima nei manifesti e nei tesserini di iscrizione, nel 1944 e nel 1945, “Aderite al Partito dei Fucilati”. Nella stessa prefazione spiegherà: “La letteratura della resistenza  sarà stata una letteratura dettata da un’ossessione e non da una decisione fredda”. Un’ossessione era l’impegno politico: “Era il contrario di ciò che si descrive d’abitudine col termine impegno, era la libera e difficile espressione d’una sola e unica preoccupazione: liberarsi d’un intollerabile stato di cose”.
Pubblicata a Parigi illegalmente, nell’ottobre 1943, dalle Éditions de Minuit, è una storia d’amore di una persona normale, una segretaria d’ufficio. Dell’amore sacrificato al dovere. Che è faticoso e grigio: viaggiare su e giù senza riposo, in terze classi dove è difficile anche stare in piedi, prendere camere sporche e fredde in pensioni sordide,  e consegnare fogli e lettere del cui contenuto si è tenuti all’oscuro, a persone anonime, che non si conoscono e non si manifesteranno. Una storia d’amore e di stanchezza. Di una routine senza smalto senza fine. Con una prolungata apologia di Avignone, città di Petrarca, e un’altrettanto lunga esecrazione di Lione, in ragione delle piccole passioni vissute o negate.
Un’esperienza di piaghe e debiti, di vergogne, la fame e il gelo compresi, non la solita marcia vittoriosa, dopo l’escursione in montagna, verso il ballo popolare. La tarda prefazione Elsa intitolerà “Alla clandestinità”, e sarà l’unica nostalgia. Una prova di racconto della Resistenza tutta particolare. Premio Goncourt alla fine della guerra, nel 1945, tradotto nel 1948 da Einaudi, uno dei primi “Coralli”, forse il dopoguerra era diverso.

Elsa Triolet, Gli amanti d’Avignone 

Fisco, appalti, abusi, (63)

Il “Corriere della sera-Roma” ha una rubrica giornaliera per i disservizi delle assicurazioni, e delle società del telefono, del gas, della luce. Ogni giorno una redattrice risolve un caso: si tratta di pratiche abusive reiterate per mesi e anni (mancate liquidazioni, fatturazioni abusive, etc.) a danno degli scriventi. In genere senza spiegazioni, malgrado i numeri verdi, i custode service etc. Appena passano in mano al giornale gli abusi cessano all’istante. Di aziende anche non romane.

L’e-commerce è in Gran Bretagna, paese con al stessa popolazione e, più o meno, con lo stesso reddito pro capite dell’Italia, dieci volte più ampio. In entrambi i paesi è più conveniente per il cliente, ma in Gran Bretagna la logistica funziona.

Siate sottoscrittore di una polizza presso Ina\Assitalia ora Generali. Nessuno vi comunicherà mai la scadenza e l’ammontare del rinnovo. Le economie di scala e dei trasferimenti interni, che si portavano a merito del monopolio, sono una fandonia.

Siate stati clienti una volta dell’Acea per la luce o l’acqua, periodicamente l’Acea vi fatturerà bollette per tutti gli anni in cui non lo siete più, dense ogni volta di venti-trenta fitte pagine di dettagli. Avviene in scadenza dei bilanci, i supermanager vogliono incrementare il fatturato. Anche se a costo delle troppe pagine di fatture false e delle diecine di ore\lavoro necessarie a compilarle, registrarle, spedirle. È il mercato, l’Acea è un’azienda pubblica ma è quotata in Borsa.
Poi l’Acea, dopo una o due raccomandate di protesta, provvederà al discarico. Con altre dieci-venti pagine inutili, e ore\lavoro.

Provate a protestare presso l’Autorità per l’Energia per le reiterate scorrettezze dell’Acea. Vi risponderanno che prima dovete risolvere il contenzioso con l’azienda.

mercoledì 17 dicembre 2014

Ombre - 248

Al disastro annunciato
L’indignato grillino
Sdegnato prende
Commiato e spicciolato
Uno alla volta a settimana
Al seno s’attacca
Turgido renziano

Il giorno dopo l’annuncio della candidatura di Roma all’Olimpiade del 2014, il “Guardian” e il “Daily Telegraph”, giornali inglesi, dicono che non si può, che a Roma c’è la mafia. Si sdegnano i giornali romani. Ma non è vero? Se lo dice Pignatone.

Cuffaro, l’ex presidente della Sicilia, prossimo a fine pena, non ha avuto dalla giudice Tomassini il permesso di visitare la madre, perché la vecchia madre è arteriosclerotica, e perché “ha avuto modo di incontrare la madre in occasione della fruizione del permesso a lui concesso il 2 gennaio 2013 per partecipare ai funerali del padre Raffaele deceduto il 31 dicembre 2012”. Il permesso ora negato era stato richiesto a marzo 2014. Che altro farà questa giudice tutto il giorno?

La dottoressa Tomassini è giudice di sorveglianza sulle carceri presso il Tribunale di Roma. In questa qualità si ritiene impegnata, scrive in un saggio, “nel garantire condizioni umane di detenzione e nella disposizione di forme alternative alla reclusione”.

Il permesso a Cuffaro “per partecipare ai funerali del padre Raffaele deceduto il 31 dicembre 2012” era stato dato in ritardo, a funerale fatto. Ma di che si occupano i giudici?

Il giudice Esposito il Csm assolve, dopo una irrituale autodifesa, di questo tenore: “Non avevo alcun motivo di farmi pubblicità attraverso un giornale a bassa tiratura (“Il Mattino”. N.d.r.), quando il mio nome era apparso su tutti i giornali italiani e stranieri e io avevo rifiutato di dare un’intervista alla Cnn”. Di elevata levatura morale.

Ora il Csm è chiamato a un altro sforzo: assolvere il giudice Esposito figlio. Che a Milano viveva scrocco, in qualità di Procuratore della Repubblica.

L’arbitro Banti ha strafavorito  la Roma nella partita col Genoa, chiunque ha potuto vederlo. Anzi, ha “fatto” la partita, letteralmente.  Ma i commenti delle radio romaniste sono, per ore e giorni, contro il Genoa, il suo presidente, i suoi giocatori. Mafia Capitale?

Questo arbitro Banti è uno che “fa” le partite: le decide lui. E si sa anche che tifa per qualche squadra e contro qualche altra. Come già Colina, che stravedeva per il Milan e giocava a far perdere  la Juventus. Scopertamente Per questo era detto il miglior arbitro italiano.
Il senso mediatico della giustizia è questo, del pregiudizio: il giornalista è una brutta bestia.

Sono almeno una mezza dozzina le radio romaniste a Roma. Attive a ogni ora. Intrusive su tutte le radio nazionali, quindi dotate di una certa potenza. È tutta manna dal cielo?

Analogamente, si è chiacchierato in queste radio per quattro o cinque giorni ininterrottamente a favore dell’arbitro Irrati, che col Sassuolo ha imposto il pareggio in favore della Roma. Questa può essere passione, ma uno si dice: e se il fatto fosse stato penalmente rilevante? Uno scippo, un abuso, uno spintone, doppio? Non si vive tranquilli a Roma.

Sono 3.600 gli emigranti morti tra Libia e Sicilia quest’anno. Almeno 3.600, quanti ne conteggia l’Onu. E non gliene frega nulla a nessuno. Soprattutto in Europa. Questo è quasi più spaventoso delle morti stesse.

Degli onesti a difesa
E della pace sociale
Risonanza in piazza
Si cerca nella violenza,
Non costa nulla,
Solo l’idiozia.


Nainngolan inalbera in campo per il Manchester City una superba cresta punk, ossigenata, scolpita, oltre ai consueti tatuaggi ovunque. Dopo la sconfitta, alla “Domenica Sportiva”, la chioma presenta sbiadita, afflosciata. Nessuno gli chiede perché..
Il calciatore gioca per il mercato, per farsi vedere in Inghilterra, non si sa mai. Il giornalismo sportivo è il più vieto, parla solo per formule.


C’è sempre molto ossequio verso Standard and Poor’s. Ma solo sui media italiani, nei mercati meno, molto meno. Anche se non ha mezzi né intelligenze migliori di una buona redazione economica, del “Sole 24 Ore”, per dire, o di “Repubblica”, o del “Corriere della sera”, direttore compreso. 

L’amore muore per ridere

La morta innamorata è l’amore-passione di un prete-prete, che “vede” una donna per la prima volta il giorno della sua ordinazione, “come un cieco che recupera d’improvviso la vista”. Una diavolessa morta, che rivivrà del suo sangue, in una lunga allucinazione, fino a manifestarsi il mucchietto di polvere quale è, sotto il pietrone. Ma non si sa se piangere o riderne.
Una storia di languori statuari più che di sacrilegi, solo sfiorati. Che Gautier racconta con l’aria di non credervi, lui per primo. Se non per la filosofia minima finale, della tentatrice scoperta nella sua tomba che può lamentare: “Eri felice, e hai voluto mettere a nudo le miserie del mio niente”.
Un racconto minuzioso come al solito di cose, tanto quanto la passione è generica. Qui anche con i canoni della bellezza e i blasoni – le lodi di ogni parte del corpo: mani, colo, naso, occhi, fronte, spalla, piede…. Come di uno scrittore impegnato a fare rigaggio.
Théophile Gautier, La morta innamorata, Leone, con orig., pp. 112 € 6

Secondi pensieri - 199

zeulig

Aristotele – Michel Serres, lui stesso “divenuto ora piuttosto aristotelico” (intervista con François L’Yonnet, in “Simone Weil”, Cahiers de l’Herne), dopo essere “stato a lungo, in ragione del mio interesse per le matematiche, pienamente platonico”, vi lega la filosofia tedesca: “Basta leggere i Tedeschi per rendersi conto che sono essi stessi aristotelici, per la buona e semplice ragione che non hanno avuto il nostro Illuminismo né la Rivoluzione, che ha soppresso da noi la tradizione aristotelica per non conservare che la tradizione platonica. La tradizione aristotelica era associata al medio Evo, alla scolastica, al cristianesimo… In certo modo, Heidegger è un po’ Aristotele. Un Aristotele tradotto in tedesco”.
Aristotele ancien régime? Platone rivoluzionario?

Ateismo – Simone Weil lo voleva “purificatore”: purifica il religioso di tutti i sedimenti estranei e contrari, idoli, o creazioni dell’immaginario, del bisogno, della fantasticheria.
 “Kant conduce alla grazia”, dice anche: la filosofia porta alla religione. E: “Tra due uomini che non hanno l’esperienza di Dio, quello che lo nega ne è forse il più prissimo”.

Freud - Il Dottore fu un caso freudiano, si sa. Marie Bonaparte, principessa di Grecia, lo riconosce: il freudismo è “determinazione assoluta”. Non per il paziente, l’insicurezza è cresciuta con Freud. È stato Nietzsche del resto, precursore della psicologia, a fare lo scavo: penetrare il piano delle cose per estrarne il segreto, il mistero, il rimosso, il non detto. Freud ha appreso da Nietzsche, forse in modo indiretto, tramite Schopenhauer, il precursore dei precursori.

Si può dire una vittima, adottato dalla disprezzata Dollaria, col corredo di finte divinità antiche, per riempire col sesso una cultura satanica del nulla.

Ripete la riproduzione delle vipere secondo Prudenzio. L’ovovivipara, quando si eccita, oscenamente provoca il maschio. Il maschio infoiato lancia baci, “eiaculando nel coito boccale il veleno della generazione”. La femmina allora, “nella violenza della voluttà”, gli stacca la testa, ingoiandone mentre muore “il seme infuso nella saliva”. Un seme che le costerà la vita: “Quando (gli spermatozoi) saranno adulti, e cominceranno, minuti corpuscoli, ad agitarsi nella loro tiepida caverna, a scuotere con le loro vibrazioni l’utero, e non essendoci sbocco per il parto il ventre della madre si strazia…”. I minirettili scivolano via da una madre che essi uccidono. “Non diverso”, conclude Prudenzio, “il parto della nostra mente”.

L’indicibile è una copula. Il sesso che diventa Sade, ripetitivo, compulsivo. Col senso di colpa che è la sbirro della fobia sessuale, o dell’uomo di merda. Da qui l’idea di sulfureo invece che di ridicolo: col cielo largo saremmo a sganasciarci. Il sesso è una brutta bestia – specie se non c’è. Ma se il mistero è il sesso, con i bambini che spiano e invidiano, già in embrione, la vita galante dei genitori, l’orizzonte è basso.

Il mistero dei sogni si ricostituisce con l’interpretazione, modificato forse nei segni ma intangibile. Freud voleva essere un mago – un sacerdote di Plutarco, la sua scienza è l’oniromanzia - e questo lo fa simpatico, rifare la Smorfia. Della principessa Bonaparte tradusse in vecchiaia in tedesco, mentre lasciava Vienna a Hitler, il libello su Topsy, che era il chow-chow della signora defunto. Anch’egli amava il leonino cagnetto cinese, che anima trepido il palmo d’una mano, ne ebbe almeno due, e alla Bonaparte ne magnificò “la simpatia aliena da ogni ambivalenza, il senso di una vita semplice esente dai conflitti difficilmente accettabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza compiuta in sé”. La misantropia c’è, aliena. E tuttavia la sua è passione e non scienza, per la foia che si esalta nella pratica dominante, il tennis: l’amore è una partita di tennis.

Col “panorama indiziario”, degli indizi che fanno prova, la scuola del sospetto si apre al pubblico, e il dottor Freud è leader della storia e la vera scienza. Che il mondo, il suo mondo, l’Occidente, vuole orizzontale, come aveva sentito dire a Parigi all’epoca bella di alcune belle dame, e pure di uomini, di corpi supini, oppure proni, chissà, bocconi, da stupratore alacre, seppure con la vaselina. Con la confidenza, la confessione. Non da confessore che paterno assolve, condanna, sbuffa, oppure rimprovera. Ma da signor dottore, in salotto, per uso di mondo e confidenza di amiche. La chiacchiera incontinente che non riduce ma nutre il narcisismo, a uso degli sfaticati e gli egoisti.

Non c’è latenza nelle campagne, non c’era quando c’erano le campagne, dove si dorme in una lettiera comune e si defeca collettivamente, né nel Terzo mondo: nudi nel bush in Africa, dove loa, juju e tabù variano a umore dei capetti, sono segni di autorità, e sono monetizzabili, o nelle case chicas, seconde e terze case, dei mostacchiuti mariti latini, dove si fabbricano figli devotamente senza preservativo, e neppure probabilmente nei formicai-fornicai asiatici. E va sparendo nello stesso piccolo orto della privacy: uno guarda i teen-ager e dove sono, si chiede, i complessi?
La civiltà dei consumi è una tremenda sfida all’industria della colpa. L’Edipo si legava, nel romanzo di famiglia, alle gonne dell’Ottocento, le gonne delle donne, multiple, e ai corsetti chiusi. Ora, col no bra e la minigonna, mostra la sua vera, superflua, natura.

Marx - I cattivi di Dostoevskij non sono “cattivi”. Il rischio è sempre quello, in questo e in ogni cosa, di finire grandi masturbatori, alla D.H.Lawrence, non altrettanto innocui. Marx, il Prometeo intellettuale, è finito moderno uomo di pensiero, specialmente orfano di Dio e quindi piegato sull’angoscia, che si rappresenta le proprie paure senza sfidarle e forse ne gode – è  uno che immagina di godere nella disperazione. Oppure è figlio d’una classe perdente, la borghesia, che non è più collettiva e produttiva, come lo era prima di sedersi in salotto, orgogliosa della libertà sociale, e non è tory come ambisce, non realizza l’ordine dello spirito e la bellezza, non può, non sa. E finisce per amare la sconfitta, compiacendosi del ruolo di Tiresia inetto, cioè della sua inutilità – il male non ha bisogno d’indovini.
Questo vale anche per i programmatori, il loro riformismo è sterile: le strade e i ponti nascono perché i lavoratori li fanno, quelli che sanno far-li, uno dopo l’altro, per una loro intima necessità, intima alla strada e al  ponte, senza chiedersi il piano generale dei ponti e la loro finalità ultima.


Simone Weil, che l’ha letto – il “Capitale già nell’adolescenza – fiduciosa, se ne allontana con tre  uppercut.
1934, “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”: “Hegel credeva in uno spirito nascosto all’opera nell’universo, e che la storia del mondo è semplicemente la storia di questo spirito del mondo, il quale, come tutto ciò che è spirituale, tende indefinitamente alla perfezione”. Marx “ha sostituito la materia allo spirito…. Ma per un paradosso straordinario, ha concepito la storia, a partire da questa rettifica, come se attribuisse alla materia ciò che è l’essenza stessa dello spirito, una perpetua aspirazione al meglio”.
1937, “Sulle contraddizioni del marxismo”: “Non sono gli avvenimenti che impongono una revisione del marxismo, è la dottrina di Marx che, a causa delle lacune e delle incoerenze che racchiude, è ed è sempre stata molto al di sotto del ruolo che si è voluto farle recitare”.

1943, “C’è una dottrina marxista?”: della filosofia del lavoro, “forse più particolarmente un bisogno della nostra epoca”, il “giovane Marx non ha neppure avviato l’abbozzo di un abbozzo… Una filosofia del lavoro non è materialista. Essa dispone tutti i problemi relativi all’uomo attorno a un atto che, costituendo una presa diretta e reale sulla materia, racchiude la relazione dell’uomo col termine antagonista. Il termine antagonista è la materia. L’uomo non vi è ricondotto, vi è opposto”.. 

Sospetto – Il numero tredici è la forma logica del sospetto secondo Lacan.

“Non si parla senza tacere” è un’agudeza, ma l’ha detta Nietzsche e ci fondiamo il profondo –

La “trimurti del sospetto” Massimo Scaligero riconduceva all’odio di sé ebraico. Così argomentando: Nietzsche l’avrebbe mediato da Rée, Freud da sé e Nietzsche, Marx da sé.
Ma è vero che Freud giovane s’indentificava con Cipiòn, uno dei cani di Cervantes, che nel Coloquio de los perros richiama l’altro cane sapiente sempre all’ordine. Adulto, avrebbe fatto rivivere le streghe nelle isteriche. Rispolverando il metodo degli inquisitori: confessate, cioè ditevi colpevoli, distruggetevi.

Deve andare contro “ciò che ogni periodo dice di sé e immagina di essere”, partendo da Hegel e Descartes: “De omnibus dubitandum est”. Tutte persone che non dubitano: Descartes, Hegel e lo stesso Marx, mentre, spiega Kierkegaard, il dubbio stesso è soggetto a dubbio. Per la verità delle cose invece che per la verità del discorso, che è sempre zoppa. La verità del discorso darà più piacere – le zoppe provano e danno più piacere, secondo Montaigne – ma è inutile: non c’è dubbio che “la violenza è la levatrice di ogni vecchia società”, e la violenza in effetti non è ideologica, è di tutte le ideologie.

zeulig@antiit.eu 

martedì 16 dicembre 2014

Togliatti è un funerale

Feltrinelli ripubblica come nuovo per i cinquant’anni della morte il lungo ritratto che Bocca dedicò a Togliatti nel 1974 per il decennale, sempre della morte. Un ritratto cauto - chiaroscurale, cerchiobottista - che Luciano Canfora, togliattiano postero, rispolvera per il meglio. Togliatti figura in questa ritratto politico come l’uomo che ha preservato l’Italia dal peggio della guerra fredda, i poveri dall’avidità dei padroni, e la libertà dalla censura. Un uomo generoso – per esempio con Gramsci? E un intellettuale specchiato – a cui nulla quindi si può chiedere dell’hotel Lux a Mosca, dove i compagni sparivano di notte, né della Spagna o del Comintern, e naturalmente non delloro di Mosca?
Del resto la meraviglia di Togliatti parte dal funerale: “Un milione di persone…”. In effetti si ricorda strabiliati: il Pci sempre mobilitava mezzo milione e un milione di persone - fino a Cofferati, tre milioni nel 2004, per niente. E ha imparato al meglio l’arte dei funerali, a partire da Malaparte nel 1957. Che però era un’arte gesuitica, Gioberti lo denunciava un secolo prima di Malaparte, e perfino controriformistica.
È così che gli ex comunisti non hanno ancora finito di celebrare Berlinguer, sempre in morte, con la sua equivoca “questione morale” e delle “mani nette”, da cui escludeva il suo partito, che riprendono a celebrare Togliatti, con la stessa sicumera. I due “impostori” della politica (della sinistra) in Italia, quelli che l’hanno disidratata e dispersa. Le scelte che hanno contato per l’Italia prospera, quinta e a un certo punto anche quarta, potenza economica mondiale, lasciando alla Democrazia Cristiana: l’Occidente, l’economia sociale di mercato, l’Europa - e per la Dc non al loro santino Moro, che li portò al governo per stritolarli, ma a De Gasperi e Fanfani.
Del resto il ritratto si ripubblica come nuovo perché evidentemente c’è domanda. C’è voglia di revanscismo, si vede anche dal dibattito politico nel Pd, in quello che resta del Pci. A nessun fine, ma molto reducistico. E questa è l’eredità di Togliatti, non altra.
Bocca attribuisce al togliattismo la buona amministrazione nelle regioni rosse, ma molte pentole sono state da allora scoperchiate, in Emilia, in Umbria, in Toscana, lottizzazioni qui comprese e Monte dei Paschi. Senza contare che queste regioni si amministravano meglio anche prima, anche prima anzi dell’unità, Bologna e Ancona addirittura sotto il papa.
Qualcosa ci sarebbe da dire anche su Bocca testimone del tempo, spregiudicato come si voleva, ma un po' troppo. Del funerale si ricorda neglio sul “Giorno, il giornale per cui entrambi lavoravano, la cronaca di Bernardo Valli, “Un km. di corone (1.500) in corteo”.
Giorgio Bocca, Togliatti, Feltrinelli, pp. 640 € 22

La scoperta dell'antipolitica - 2

È il populismo, è l’antiberlusconismo
Oppure l’antipolitica si contrabbanda col populismo. Che però non si sa cos’è e comunque merita una trattazione a parte – si fa troppo spesso confusione: l’opinione pubblica è confusa, viene confusa. Se ne può dare uno schema in relazione al fenomeno Berlusconi.
Sia il “popolare” la “cultura di massa”. Non ce n’è altro: la campagna? la magia? la taranta? i dannati della terra? Retorica, neppure più bene intenzionata. E le masse (della cultura, della comunicazione) sono sempre quell’agglomerato amorfo e contraddittorio che le forze egemoni informano. Questo è scuola di Francoforte, invecchiata quanto si voglia e altezzosa, ma è la verità. Tutto è già del resto nelle “Mitologie” di Barthes, che sono vecchie di quasi sessant’anni. O nella “Società dello spettacolo”, dieci anni dopo. Gramsci, che nella subalternità prefigurava, o forse solo auspicava, forme di resistenza alle culture (interessi) dominanti, non avrebbe difficoltà a riconoscerlo. Come chiunque viva nel mondo nel suo tempo.
L’antiberlusconismo questo è: un adattamento volgare della stessa scuola, gli occhi chiusi davanti alla realtà. Creandosi un paese deluso, o confuso, o narcotizzato, o farfallone, o corrotto. Una professione di aristocraticismo che avrebbe fatto inorridire Horkheimer e Adorno, plebeo ritenendo anche il “che fare?”, un po’ d’impegno politico. Mentre volgare è l’inarcare le ciglia, da zia offesa. Il paese restando la sola cosa solida di questo interminabile post-sovietismo-cum-Dc, arguto, rapido, agile, anche se non lo facciamo parlare, giusto il piagnisteo, o linguaggio Rai, e quindi si concentra sul voto. Quanta vitalità non deve avere il paese per sopravvivere in tanta dolente ipocrisia?
Ancora prima, volendo essere troppo seri, l’urbanità unificava. Nel senso proprio, della città. Che si fa risalire, in questo senso, alla città di Haussmann, uniformemente borghese, e cioè Secondo Impero francese. Ma la storia è nata prima della Francia, e della città già Quintiliano lamenta che la scelta delle parole, la loro pronuncia, e i linguaggi fossero quelli derivati a cascata dai maggiorenti e le persone colte, “tutto il contrario della rusticità”, che ancora si portava a segno di autenticità – non detta, Quintiliano non si avventurava come Heidegger in parole vuote di senso e di senno come l’autenticità.
Al tempo di Marx, senza scuole, senza giornali e senza altri mezzi di comunicazione di massa, c’era una certa spontaneità popolare, comunque non borghese, o piccolo borghese. Ora “il linguaggio «popolare» non è altro che il linguaggio borghese imbastardito, generalizzato volgarizzato, imbalsamato in una specie di «senso comune»”, come scriveva Barthes quarant’anni fa, “un purgatorio”, che sarebbe “rivoluzionario” evitare. Ora comunque - la semiologa Kristeva l’ha accertato, “la comunicazione è una merce” - fatta apposta insomma per Berlusconi, il Grande Venditore. Che, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra, ma è così che dovrebbe.
Di questa cultura di massa Berlusconi è il sintomo e non la causa. Non ha creato un linguaggio, lo ha sfruttato. Non ha creato il circo mediatico, ci si è inserito. Non ha creato il teatrino politico, ci si è inserito al meglio. È il segno (questa gli piacerebbe…) non la malattia. Ha saputo sfruttare la sovversione perché meglio degli altri ha letto il senso dell’antipolitica, della rivolta contro i partiti. Con la “discesa in campo”, “forza Italia”, il “partito della libertà”, a tratti perfino dell’“amore”- sa anche che il messaggio dev’essere semplice. Da sempre ci se ne attende la fine, prima con la Boccassini, la paladina di De Benedetti nell’affare Sme, poi con Bossi, col cancro, con l’incapacità di governo, con la moglie, con Fini, ora di nuovo con la Boccassini. Ha resistito perché ha interpretato meglio degli avversari il senso delle cose: il successo di Berlusconi non è stato quello del tiranno, o del moghul dei media. È – è stato - lo specchio dell’opposizione, una lettura della realtà molto più efficace di quella dei suoi supponenti nemici.
Qui si può innescare il discorso del paese confuso, o narcotizzato, ma dopo aver capito la propria pochezza, si nobiliti pure con Proust o le zie, e il naso arricciato per lo sdegno. “La doxa, l’opinione pubblica, costitutiva delle nostre società democratiche, potentemente aiutata dalle comunicazioni di massa, non è definita dai suoi limiti, dalla sua energia di esclusione, dalla sua censura”? Questo sapeva Barthes già quarant'anni fa - ma è meglio non esagerare.
La politica della giustizia
È la politica del più forte. La politica è la leva della giustizia, naturalmente democratica, l’antipolitica è la giustizia della forza.
Coltivata in Italia per decenni in ambito liberale e radicale come critica della partitocrazia (Maranini, Scalfari, Ronchey), è diventata negli anni Ottanta scudo e punta di lancia dei “padroni”. Cefis ha aperto la strada solitario negli anni Settanta, Romiti (Agnelli), De Benedetti e poi Berlusconi hanno fatto la corsa e infine l’hanno vinta. Con i media, e il sottile controllo degli apparati della legalità. All’insegna della semplificazione della politica (bipolarismo) e della governabilità. In realtà al solo fine di “occupare la politica”, non di renderla efficiente – e anzi sempre contrastando ogni autonomia della politica.
Successivamente, dissolvendosi la critica laica nel compromesso storico, vi ha inoculato il veleno dell’antipolitica. Per cui il partito Comunista, che aveva un terzo degli amministratori pubblici in Italia, li ha abbandonati al discredito preconcetto, lieto come un qualsiasi partito d’opinione di fare la lezione di morale alla storia. Gli amministratori pubblici comunisti, un esercito, si trovarono esposti al discredito non per colpe specifiche ma in quanto professionisti della politica – a opera del loro stesso partito, dei compiaciuti “salotti (?) romani (?)” del loro partito.
Rapidamente ha poi elaborato un’antipolitica di secondo grado, quella delle caste, non dipendenti dalla politica ma ad essa non estranee. che denuncia nel mentre che le pratica, in una sorta di gioco dell
oca.
E la faziosità
Antipolitica è anche la faziosità, che connota tutta la storia della Repubblica. Renzo De Felice la addebitava all’antifascismo. Non in quanto fenomeno storico, della Resistenza al fascismo e in guerra, ma in quanto categoria costituzionale, della Costituzione materiale del dopoguerra: la demonizzazione dell’avversario politico, la conflittualità sociale esasperata, sempre e comunque, l’assemblearismo inconcludente, che si soddisfa nel rendere impossibile il governo (il “governo attraverso la crisi”). Ma essa è comune, si può aggiungere, oltre che alla galassia ex comunista, anche a quella ex confessionale. Di cui sono espressione i gestori dell’opinione pubblica, la Rai e i grandi giornali. Che in Italia sono tutti padronali, e quindi estendono la faziosità - l’impossibilità di governare - a un fronte non più antifascista ma di interessi costituiti. Interessi economici e – chiudendo il cerchio con De Felice – anche politici, i cosiddetti feudi confessionali e postcomunisti.
Al coperto del linguaggio rituale, e assolutamente vuoto. Come l’intransigenza. Ora anche del politicamente corretto, l’eloquio dell’indistinzione, di generi, culture, confessioni, che s’impose alla fine del secondo millennio nel quadrante nord-occidentale del mondo, Usa-Europa. In contemporanea con la globalizzazione, che è l’assetto ben più solido e conseguente dell’economia, imposto invece dal quadrante nord-orientale, Usa-Cina. Ma per un riflesso interno allo stesso Occidente: come difesa, debole, della politica nell’età dell’antipolitica. Segnandone il disfacimento, dopo la delegittimazione dell’Auctoritas al tempo del Vietnam e di Praga, per poi tentarne il recupero limitatamente alle forme esteriori. In linea con la parallela falsificazione del sapere e della storia – ora nelle forme del relativismo e del revisionismo. È un surplace della politica, uno standstill, un segnare il passo, non ininfluente: la difende nel mentre che ne persegue e sancisce l’irrilevanza, è cioè la politica dell’antipolitica - indecisione, indistinzione, e quindi la forza invece dell’equilibrio (giustizia). Ma torniamo all’Italia.
È l’antitaliano, borghese
È la politica dell’antitaliano. Tema antico. Soprattutto toscano ma non solo. A partire da Dante, che nel quadro dell’antipolitica molti vogliono tedesco – lui che pure era distintamente italiano, cultore di ogni memoria anche locale e remota, da Pozzallo al Grossklochner. Dallo steso Petrarca. Fino naturalmente ai toscani del Novecento, da Papini a Montanelli. Ma escluso Malaparte, toscano antipatizzante come nessun altro e tuttavia uomo di mondo.
È un tema che ha debuttato presto come genere letterario: “Roma” è corrotta e spregiudicata già nel 1883, anno di uscita di “L’eredità Ferramonti”, di Gaetano Chelli. Due anni dopo Matilde Serao recidivava, con “La conquista di Roma”. Presto imitati da molti, compreso il siculo-napoletano De Roberto, “I viceré”, 1891-4, forse il più cattivo. Fino a “I vecchi e i giovani” di Pirandello, una sorta di anteprima del “Gattopardo”. Questo si può dire dunque genere meridionale.
Il Risorgimento letterario finì presto. Con non molte opere. Anzi, solo con una: le “Confessioni di un ottuagenario”, pubblicato tardi, come un residuato, e tuttavia a ogni rilettura vivo. Preceduto – non granché - dalle “Mie prigioni”. E seguito da qualche – non granché – epopea garibaldina.
Ma anche l’antipolitica è genere letterario povero, non granché. È esercitazione borghese – le imputazioni a Dante comprese – e provinciale, di chi s’immagina un mondo meraviglioso là fuori. E il cerchio si chiude: l’antipolitica, l’antitaliano e il borghese si sovrappongono e anzi coincidono.
È un laboratorio
Se ne può dire anche bene, fino a un certo punto. Grillo dopo Berlusconi, e ora Renzi: si può dire l’Italia il laboratorio della nuova politica, la politica del millennio. Dopo il parlamentarismo del Novecento, e la politica borghese, delle borghesie nazionali, con gli irredentismi e i risorgimenti, nell’Ottocento.
O anche no, l’Italia è il battistrada europeo di una forma politica già avviata negli Usa. Obama è egli stesso un antipartito. Come già, a suo modo, Clinton. E prima di lui Reagan. Personalità neppure eccelse che tuttavia si sono imposte al partito.
L’elettore vuole un volto, un nome, e un linguaggio cui dare fiducia, non un’assemblea. La riforma elettorale in Italia in senso plebiscitario, per tutti gli organi elettivi (sindaco, presidente della provincia, presidente della regione) eccetto che per il capo del governo, è stata fatta volutamente sulla traccia americana. A lungo predicata e predisposta dalla scienza giuridica e politica sull’orma del decisionismo di Gaetano Mosca e Pareto, o di Carl Schmitt mediato da Gianfranco Miglio, che avevano trovato un varco politico in Craxi.
La funzione di governo è il problema centrale dalla Grande Riforma - il progetto di Craxi - in poi, quindi da venticinque anni (http://www.antiit.com/2009/04/democrazia-plebiscitaria.html). Avversata dai partiti minori, perché ne riduce il peso. E a suo tempo dal Pci, che pure ne condivideva  l’impianto (chi vince le elezioni governa) e il principio democratico ispiratore (l’alternanza delle maggioranze, la sostituibilità). Il Pci l’ha avversata perché la patrocinava Craxi, suo primario avversario politico, anche post-mortem, e l’ha demonizzata coi suoi potenti mezzi di comunicazione, come progetto Gelli o della Rinascita nazionale, un progetto eversivo. Quando non l’ha acculata al fascismo, benché vecchio ormai di settant’anni e sconfitto dalla guerra e dalla Resistenza.
Analogamente hanno agito gli interessi costituiti, dei potentati economici, industriali e finanziari, che non vogliono un governo che governi. Che potrebbe disboscare il sottogoverno, il mercato degli appalti e degli interessi finanziari legati alle opere pubbliche, alla rendita urbana e ai servizi pubblici (telefoni, energia, assicurazioni) , cioè ai profitti facili e ai superprofitti, e della corruzione, grande e piccola, quotidiana.
Si può considerare il plebiscitarismo la risposta anche all’antipolitica, degli interessi costituiti attraverso i media, della cosiddetta opinione pubblica. Una reazione a un’opinione pubblica sempre più privata, anche oltraggiosamente. Ma è una forma politica debole, limitata al voto. La politica stessa peraltro si riorganizza in forme allentate e deboli, attraverso i partiti del capo. Si veda il flop del tesseramento del partito più tradizionale, il Pd, e l’adesione fluttuante alle sue primarie, che al contrario del voto sono rituali e poco decisive – i ripensamenti sono ormai numerosi sui vincitori delle primarie, Marino, De Magistris, Crocetta, lo stesso Vendola.
In un certo senso si ripete a un secolo di distanza, con le ambiguità della questione morale, l’insorgenza della classe politica che Mosca aveva studiato e classificato. Della politica delle élites, in un quadro di riferimento frammentato e fragile, se non confuso. Per la crisi economica e per l’invadenza dell’apparato repressivo, sotto la maschera della giustizia.
La comunicazione deviata
Dovendo tirare le somme, si può dire l’antipolitica in Italia un fatto di comunicazione deviata. D’incultura della comunicazione e di disinformazione – sì, proprio: la disinformacija della guerra fredda. Di interessi sovversivi e\o d’incapacità o ignoranza. Della comunicazione allargata: estesa alla formazione accademica - dei tanti guru che occhieggiano poi illustri dai fondi dei giornali, telegiornali e spettacolini “d’informazione” - e alla storia politica, talmente indigente da superare il ridicolo.
Un impoverimento a cui la politica volentieri si piega, anche se si disarticola e si deprime: chiacchierare è comunque meglio che lavorare. E con un profilo lusinghiero e un paio di twitter si fa a meno di applicarsi e produrre idee, o fare politica. Si veda la commediola impressionante ogni giorno, ripetitiva, inesauribile, della politica agitata per metà dei giornali e dei telegiornali, diecine di pagine e eterni quarti dì’ora sul nulla. E settimanalmente di una dozzina di “approfondimenti” o salotti televisivi. A nessun fine se non la ricerca di un effetto deformante, dello “scandalo”. Succede per la politica come per le ogni altra espressione associativa, che la comunicazione – l’opinione pubblica – deve comunque sempre esporre in forme deviate, grottesche, corrotte, eccetera.  
Un Grande Censore ci vorrebbe, che naturalmente non è un rimedio. E quindi la dissoluzione è inarrestabile? I giornali hanno dimezzato (dimezzato!) le vendite. I politici non hanno un filo di credibilità, nemmeno i più belli sullo schermo. Ma non si vedono segni di ravvedimento.  Ma se antipolitica è la politica, il personale politico cioè e l’opinione pubblica, non c’è rimedio possibile se non una rivolta. Che non si vede: l’antipolitica è la grande bonaccia della comunicazione deviata. 
(fine)