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giovedì 23 aprile 2009

Democrazia plebiscitaria

“Non riusciamo a fondare nulla di nuovo perché non riusciamo a superare il passato”, dice Galli della Loggia sul “Corriere della sera” mercoledì 15. È ben detto, e sembra ineccepibile. Ma è vero solo in piccola misura. Per i Galli della Loggia cioè, chi progetta il passato e il futuro, perfettibili e anzi perfetti. L'Italia invece ha già scelto, ripetutamente, attraverso una serie ormai lunga di referendum: ha scelto di essere governata. È stata la decisione della Lombardia, con la quale essa ha sovvertito e preso in pugno l'Italia – con l'ausilio dei valorosi giudici partenopei. Con la Lega dapprima – che lo stesso “Corriere della sera” nello stesso giorno celebra come “il partito più antico”, ripercorrendone le vicende con affetto, il partito più eversivo della storia repubblicana – e poi con Berlusconi, il lombardo più riuscito. Con il contributo di capi politici non disprezzabili, Mario Segni, Pannella, Ochetto, Di Pietro, Nanni Moretti - o sì?
Il partito del Capo
Tutte le leggi elettorali sono state rifatte per portare alla elezione diretta del capo, sia esso il sindaco, il presidente della provincia, e il cosiddetto governatore regionale. Alla elezione, senza la mediazione dei partiti, di uno che poi decide in autonomia il suo programma, e si sceglie gli assessori, sempre senza obblighi verso i partiti, e nemmeno filo diretto con loro. Tutti i sistemi elettorali sono stati improntati alla scelta del capo, di uno in grado di decidere senza condizionamenti, perché investito dal voto plebiscitario.
Dal voto popolare, a voler essere precisi. Anche perché questo aggettivo ha pur semrpe una valenza positiva. La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabili in America, dove il regime plebiscitario ha trionfato da almeno un trentennio, da Reagan, sui partiti. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità. Mentre lo sdegno contro l’uomo comune, oggi berlusconiano, ieri democristiano, politicamente detto il Centro, è, quando è sincero, il residuo del notabilato politico più che degli ex partiti di massa, lo stesso che si proclama società civile, una cosa quindi poco onorevole.
La stessa politica è “organizzata” sull’uomo. Da quindici anni attorno a Berlusconi costantemente, con l’antiberlusconismo. Non contro questa o quella politica del fronte berlusconiano, ma attorno all’uomo, e anzi al personaggio. Che Berlusconi impersona e gli viene fatto impersonare. E non c’è altra politica. Compiacente anche una stampa d’opinione che privilegia il gossip come i giornalastri scandalistici – perché questa è la natura di Milano, dove si fanno i giornali, perché questo vuole il mercato dei giornali, eccetera: ma questo è un altro problema.
L'Italia peraltro, benché “lombarda”, non è un caso isolato. La tendenza della democrazia è alla semplificazione delle scelte elettorali. In vista del rafforzamento dei poteri di governo. Mediante la riduzione delle candidature a due o pochi nomi, attraverso un processo di selezione preventivo, e un sistema di candidature aperto. In Italia ciò avviene con alcune carature specifiche. Contro la partitocrazia (l'antipolitica), le oligarchie (i poteri forti) e l’autotutela delle istituzioni (Pubblica Amministrazione, organi di autogoverno, presidenza della Repubblica). E con un correttivo: il riflesso antifascista (antimonocratico), l'ipersensibilità all'esercizio del potere. Un'ambivalenza che si esprime in una serie ormai lunga di referendum antiparlamentari, e nella scelta libera e semplificata di candidature personalizzate attraverso le primarie. Con una prevalenza cioè per la governabilità. Che fa aggio costantemente, da quasi venti anni, sulle resistenze dei titolari anomali delle funzioni esecutive, il Parlamento, la giustizia, la presidenza della Repubblica, benché queste siano supportate subdolamente dall'opinione pubblica, quella che si vuole la società civile, con l'argomento della vigilanza antifascista.
Il lombardismoIl pessimismo di Galli della Loggia non è isolato: dopo Obama e la sorpresa americana, la capacità dell’America di rinnovarsi, grande è il cruccio in Italia per la politica stantia. Dove però, anche se il professor Sartori affetta di non saperlo, lo scienziato americanista, la novità c’è da tempo, ed è impersonata da Berlusconi. Col suo partito del presidente. Che Prodi, l’unico che l’abbia capito con Berlusconi, ha copiato, con successo. E Veltroni, copia di Prodi, con insuccesso.
Il ”miracolo”Obama in America, di un presidente giovane, inesperto, sconosciuto, e per giunta figlio di un africano che l'ha rinnegato, in un paese fino a non molto tempo fa segregazionista, si spiega con questo semplice fatto, il “partito del presidente”. Obama è un risarcimento, di una storia infame di cui l'America ha voluto sgravarsi, ma non è più di una rockstar - non lo era alla elezione - cui sia stato dato lo scettro di comando. Non è il primo, Carter, Reagan, Clinton, e tanti governatori, Schwarzenegger per tutti, personaggi di nessun peso politico specifico, sono stati in vario modo piccole star. Le presidenziali americane si giocano fra due-tre partiti del presidente, fra chi riesce a stregare i votanti con la campagna elettorale di un anno, e molti outsider hanno vinto.
Il fatto è poco percepito in Italia. Dove gli studiosi sanno degli Usa che hanno la costituzione per eccellenza della divisione dei poteri. E per la riforma delle istituzioni in Italia si dibattono fra il semipresidenzialismo francese, in cui la figura carismatica del candidato è ancora mediata e costruita dentro i partiti, e il maggioritario tedesco, dove i partiti e le coalizioni di partiti sono preponderanti. Mentre le ultime cinque elezioni sono state in Italia combattute distintamente fra partiti del presidente. Non per la proprietà dei media (la Mediaset di Berlusconi, la Rai di Prodi) e le carnevalate, ma per un intento organizzativo preciso. Tutto come in America. Anzi più che in America: in Italia l'organizzazione del consenso su basi plebiscitarie non è la deriva della democrazia monteschieviana dei Padri Fondatori, sensibilissimi alla divisione e al bilanciamento dei poteri, né un surrogato ai partiti dopo la loro implosione venti anni fa. Non è una via di fuga affrettata, dopo la fine del Pci per il crollo del comunismo sovietico, e la cancellazione degli altri partiti da parte del partito dei giudici, ma una innovazione del sistema costituzionale sotto le insegne dello Stato decisionista, efficiente, e trasparente, che quella fine ha promosso con l'opinione pubblica e l'apparato repressivo “giustizialisti”, e affrettato con i referendum.
Feste in piazza, adunate oceaniche e talk show incidono, ma in quanto parte di una organizzazione del consenso di distinto tipo plebiscitario: attorno a un personaggio, per il carisma (energie positive, magnetismo, forza) e non per il programma, per consenso diretto e non mediato, ai fini del decisionismo, checché esso voglia dire - per una scienza politica esoterica. Il caso di Obama è da manuale, essendo la più potente creazione fantastica immaginabile, new media inclusi, orchestrata da un establishment (Chicago) che è il cuore duro del capitale americano, ferro e banche, mercato e protezionismo, e non la filantropica Silicon Valley, anche se altrettanto visionaria, seppure agevolata dalla emotività di donne e ragazzi, il 70 per cento degli elettori. Ma anche in Italia i partiti sono ormai macchine elettorali locali, coi loro potenti capoccioni comunali, provinciali, regionali, procacciatori di voti, i vecchi signori delle tessere. E un leader nazionale che di volta in volta li seduce o li coarta. Prodi anzi da questo punto di vista si può dire il migliore americano, ma Berlusconi è durato di più.
Il “lombardismo” italiano è un pronto, anche se insufficiente, adeguamento a queste tendenze. Il "lombardismo" in politica significa che c'è un mercato anche della politica. Lo rende cioè evidente, il mercato della politica c'è sempre stato in regime democratico, come conquista, gestione, scambio del voto. Ora c'è una politica di mercato. Volta cioè a conquistare il voto non con i programmi ma con l’immagine, l’impressione che il candidato lascia, fugace, a fiuto, a pelle: la promessa è nell'apparenza, la buona impressione, le altre doti sono secondarie. La stessa eloquenza si configura sull'immagine: frasi brevi, concetti semplici. La dote maggiore della politica di mercato essendo il giovanilismo. Inaugurato dei Democratici negli Usa con Clinton, subito trasferito a Roma da Goffredo Bettini con Rutelli, e elevato a sistema da Berlusconi, che personalmente sceglie i suoi candidati, ai Comuni, alle Regioni, al Parlamento, e il criterio principale è che devono essere belli, meglio se inesperti: l'affidabilità sta nella bella presenza prima che nell'accortezza, l'intuizione, l'esperienza, il giudizio, l'equilibrio. Nella stessa politica di mercato si iscrive il femminismo, con candidate e posti riservati per donne belle e giovani più che sperimentate o capaci.
Si chiamano tendenze ma non sono casuali. Sono scelte, appunto, di mercato - mirate, si dice volgarmente. Ma sono possibili perché incontrano una domanda. D'innegabile connotazione democratica, essendo il giovanilismo e il femminilismo intesi a recuperare alla politica i giovani e le donne. Hanno funzione pedagogica, ancorché limitata. Inoltre, semplificano la selezione politica e le danno una qualche trasparenza, contro i vecchi professionisti della politica, o del sottogoverrno, se non altro come ricambio generazionale, e avvicinano l'elettorato alle scelte, seppure in momenti limitati – aprono i santuari chiusi della politica e, si compiacerebbe un economista liberale, allargano gli ingressi.
La Resistenza conservatrice
L’Italia naturalmente non è l’America. Ma perché si è fermata a metà: all’americanismo totale, o presidenzialismo plebiscitario, nei Comuni, le Province e le Regioni, dimezzato al governo centrale. Una volta eletto, il presidente in America è il numero uno in tutti i sensi, decide, comanda, e si farà rieleggere - può dare un indirizzo al governo per un arco lungo di tempo, otto anni. In Italia una volta eletto il capo non conta nulla, la presidenza del consiglio dei ministri è residuo sabaudo, quando centro del potere si voleva la corona, e ora è niente: chiunque lo può rimuovere, anche un ministro di second'ordine, o un qualsiasi politicante della sua coalizione.
Anche qui Berlusconi innova. Prodi e Veltroni hanno puntato sulle primarie, l’investitura dal basso per ridurre alla ragione i riottosi e i capataz locali, per poi imporre il vecchio centralismo democratico, ma hanno fallito – praticamente hanno fallito. Berlusconi invece va come un rullo compressore. Ponendo la museruola si suoi partitini con la fiducia su ogni votazione che comporti una spesa. E ogni decisione, anche minima, prendendo per decreto, che si applica subito anche senza il voto parlamentare, il più delle volte senza alcuna urgenza.
È un metodo al limite della costituzionalità, come sempre obiettano i presidenti della Repubblica. Napolitano lo fa con più insistenza degli altri, anche se da presidente della Camera ha sentito l’esigenza di porre rimedio agli eccessi di parlamentarismo, e probabilmente è stato, grazie all’uso accorso dei regolamenti, il presidente della Camera più “produttiva” della storia della Repubblica, benché ingombra da quotidiani avvisi di reato. La critica presidenziale costantemente si presta a scandalizzare l’opinione. E tuttavia l’esigenza “produttivistica” va avanti uguale, indifferente al colore del governo, tanto è necessaria.
Il problema è questo, il fatto è noto, se ne discute da oltre vent’anni, e non è solubile: il Parlamento, che ha “americanizzato” rapidamente e con larghe maggioranze gli enti locali, non ne vuole sapere di “americanizzare” se stesso. Anche se il potere di legiferare è, ciò malgrado, al 99 per cento del governo. Anzi al 98 per cento, se ci sono 44 leggi di iniziativa governativa per ognuno di iniziativa parlamentare. E anche se la riforma delle procedure aiuterebbe il parlamentarismo: limitare le sessioni, limitare i dibattiti, limitare i passaggi parlamentari (commissioni consultive, commissioni deliberanti, una Camera, una seconda, e ritorno alla prima, e magari alla seconda). Darsi un minimo di efficienza e di ragione d’essere, altra che la nocività.
Non è un problema nuovissimo, è anzi al centro della migliore scienza politica europea da un secolo in qua, e cioè dall'adozione del suffragio universale. A partire da Mosca e Pareto, Max Weber, Schmitt, Júnger, Simone Weil, Hannah Arendt, il problema centrale delle democrazie è come conciliare l'assemblearismo col bisogno di governo. L’esigenza è stata recepuita da tutte le costituzioni e i sistemi elettorali europei, con l'eccezione non esemplare del Belgio, che ha da qualche tempo più vacanze di governo che governi.
In Italia la tendenza è semmai più forte che altrove, forse proprio perché disattesa, con pretesti sempre meno plausibili, da ultimo l'antiberlusconismo. Non è sbagliato supporre che otto italiani su dieci, forse nove, di destra e di sinistra, con lìecezione dei soli razzisti, siano stati per Obama, l'innovazone totale, nella campagna elettorale e alle elezioni. Tale è la voglia di finirla con i compromessi, i distinguo, i rinvii, con la politica politicante.
In Italia, ridotto alla formula schmittiana del decisionismo, volgarizzato da Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega (dopo una stagione socialista, al seguito della Grande Riforma di Craxi), il bisogno di governo viene ascritto dai benpensanti a colpa della “rivoluzione conservatrice” di teutonica memoria, e per questo dannato e liquidato. Quando non attribuiti a Gelli, alla P 2, a traffichini di ogni specie. O imputato a fascismo – senza ridere: prima che da Asor Rosa, questo fascismo è stato argomentato da Norberto Bobbio, il padre della scienza politica italiana, che equiparò Berlusconi a Mussolini nel “Dialogo intorno alla Repubblica” del 2001, con Maurizio Viroli. Mentre Berlusconi, se ne ha la tentazione, non la manifesta: i suoi governi si sono caratterizzati semmai da un eccesso di prudenza, e formidabili dietro-front - ma, poi, Viroli è uno che presentava se stesso in un precedente libro Laterza come “geniale storico delle idee”, a Princeton, luogo come si sa dei geni.
Salvare la democrazia da se stessa
Il problema della governabilità è invece un tentativo di salvare la democrazia da se stessa, considerato che negli anni 1930, a pochi anni dall'adozione generalizzata del suffragio universale, l’Europa arrivò a contare una trentina di regimi fascisti (28 nel 1938) – tra le perplessità degli stessi conservatori dichiarati Júnger e Schmitt. La necessaria vigilanza contro la tentazione dell'“uomo forte” si è peraltro tradotta in Italia nella dannazione, prima che di Berlusconi, di De Gasperi, Fanfani e Craxi, i soli politici della Repubblica che hanno fatto qualcosa, qualcosa di buono.
Il terreno si vuole specialmente delicato perché insidiato in Italia dalla storia recente. Ma il fascismo è morto ormai da settant'anni. Di più pesa invece, oltre che l'interesse fazioso, la superficiale sociologia politica dei partiti e del voto, ferma a Rousseau. Simone Weil lo spiega, con la consueta chiarezza, nel “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, scritto nel 43, al tempo del massimo impegno contro il nazismo. La democrazia, “il nostro ideale repubblicano”, deriva dal “Contratto sociale” di Rousseau, dalla nozione di “volontà generale”. Individuarla non è facile, si sa, poiché è lo spirito di verità e giustizia. “Rousseau pensava che nella maggioranza dei casi un volere comune a tutto un popolo è conforme nei fatti alla giustizia, per via della mutua neutralizzazione e compensazione delle passioni particolari”. Questo non basta naturalmente, nessuno giurerebbe sui plebisciti. Rousseau stesso pone condizioni alla volontà generale. “La prima è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di una delle sue volontà e la esprime non sia presente alcuna specie di passione collettiva”. Perché “la passione collettiva è un impulso al crimine e alla menzogna”.Indistintamente.
S.Weil non fa distinzione tra destra e sinistra, o tra liberali, come dice, repubblicani, socialisti e comunisti. La passione politica è totalitaria e confonde i termini, “il totalitarismo è menzogna”: “Quante volte, in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista, parlando per la strada, devono essere stati colti da vertigini mentali constatando che erano d’accordo su ogni punto!” Se non si considera che comunisti e nazisti evitano di fare strada insieme (ma si può dire che per questo si evitano, per non dover concordare).
Il ragionamento della filosofa va avanti sillogisticamente, e si chiude perentorio in apertura: “Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva”. È costruito per determinare le passioni dei suoi membri. Ha come fine primo e ultimo “la sua propria crescita”. Il sillogismo, in cui la conclusione corrobora (invera) le premesse, è inconsueto per S.Weil. Segno che nel 1943, a Londra, dov’era con la Resistenza, aveva già motivo di preoccuparsi. Esso in parte non è vero (era vero per il partito Comunista, da S.Weil sempre temuto). Ma può essere utile per capire la crisi della politica, suicidata dai partiti di quel tipo.
L'eccezione italiana
In questo quadro, la malinconia di Galli della Loggia, e dello scienziato Sartori, si giustifica. Anche l’Italia ha recepito le inquietudini del resto dell'Europa, ma non vuole assolutamente riformare il governo: tutti i sistemi elettorali sono stati riformati nel senso della governabilità eccetto il più importante, quello del capo del governo nazionale. Per il quale ci vuole una modifica della costituzione, e dunque la maggioranza dei due terzi del Parlamento. Che c’è nel paese e tra gli stessi partiti, ma non è mai coagulata in Parlamento, per sospetto “antiparlamentarismo”, quando non per fascismo. E resta improbabile, stanti i rapporti di forza attuali nei poteri che contano, nell'opinione pubblica cioè e nelle istituzioni,
Le istituzioni sono dominate da una presidenza della Repubblica irresponasbile, lunga ben sette anni, pilastro dell'apparato repressivo, e interfaccia privilegiato dell'opinione pubblica. La quale (telegiornali, talk show, giornali, libri, università) è a sua volta dominata da gruppi d'interesse (banche, uomini d'affari, associazioni d'imprenditori) che, pur chiedendo un governo governante, in realtà non lo vogliono, coprendosi con l'insorgenza fascista. È “legittimo rafforzare il governo”, afferma caratteristicamente il presidente della Repubblica Napolitano il 22 aprile, ma, ammonisce, “la denuncia dell'ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie” - e aggiunge, sempre caratteristicamente: “Non lo dico io, l’ha detto Bobbio”.
L'opinione pubblica è da sempre la valvola del potere, più del suffragio universale. È determinante in regime elettorale presidenziale, plebiscitario. Obama ha vinto le elezioni contro Hillary Clinton, una del suo stesso partito, e le ha vinte con la comunicazione. Con la naturalezza davanti alle telecamere assicuratagli da un doppio “gobbo”, a destra e a sinistra invece che frontale, che gli consente di leggere muovendo il capo con naturalezza. E utilizzando intensamente i new media, dai forum agli sms e agli mms. Con i new media Obama si è guadagnato l’attenzione dei giovani, che gli hanno vinto importanti caucuses, decisivi per spostare i voti statali, nelle primarie.
Ma in Italia l’opinione pubblica ha forme e ruoli ambigui. Ha sollecitato per tutta la storia della Repubblica un governo stabile, con la critica costante della "partitocrazia", ma affossando indistintamente ogni tentativo di arrivarci. L’opinione si pone a supplenza della politica debole, in funzione magisteriale e di difesa. Ma la politica è indebolita proprio dai media, da rappresentazioni false di ogni questione, grande e piccola, dei giudici, del testamento biologico, del grembiulino. Volutamente false, si veda l’ottica da guerra civile che viene imposta agli eventi anche minimi, da guelfi e ghibellini, da capuleti e montecchi, eccetera. Per ridicolizzare l’azione di governo, per impedire anche solo lo spostamento di una scrivania in un ministero – specie se della Cultura. Anche quando il voto popolare è netto, la maggioranza resta così sempre debole nel suo compito più proprio, che è il governo – la politica è l’arte del governo, anche nelle assemblee parlamentari. Da qui il gran numero di referendum, che l’opinione presenta come “antipolitici” ma che in realtà sono ben politici, poiché vanno al nocciolo del problema nazionale: semplificare le scelte e rafforzare l’esecutivo.
Questa ambivalenza è una costante non innocente, e anzi va ascritta a un progetto politico: è il progetto del “governo attraverso la crisi”, per dirla con Andreotti, giustamente cinico. Per la nota filologia dei criminali furbi: colpire negando. I media in Italia vogliono dire padronato, De Benedetti, la Fiat, le banche e la Confindustria, prima che Berlusconi. Sono loro, i “centri di potere”, che invocano un esecutivo attivo, salvo attaccarlo preventivamente implacabili quando uno se ne prospetta.
Caratteristicamente, questa opinione critica si esercita sull’antiberlusconismo. E sulla lode alternativa di Bossi, o di Fini, o Di Pietro. In quel “sistema” della “seconda Repubblica” che il professor Sartori liquida come “il sultanato” – non senza harem. Ma trascurando di dire che questo è l’esito della “rivoluzione italiana”, cui la stessa opinione sempre inneggia: è la “rivoluzione italiana” - ma è lombarda - di Mani Pulite che ha prodotto statisti del calibro di Bossi, Fini, Berlusconi e Di Pietro, che ci governano da ben quindici anni.
L'esecutivo centrale resta così sospeso, oggi come ieri, all'hobbesiano “potere di ricatto” di questo o quel politico. Talvolta montato dai media, dagli interessi che manovrano l'opinione. Il capo del governo è un mero presidente del consiglio dei ministri, senza alcun potere istituzionale, solo l'autorevolezza politica. Nella legislatura 2001-1006 si fece una quasi crisi di governo perché l'ex giornalista Follini, un personaggio che non era neppure un politico e non era in Parlamento, diventasse vice-presidente del consiglio.
Il fenomeno Berlusconi
È qui la chiave del successo di Berlusconi. Una chiave doppia: perché agita, come i refendari, l’esigenza di un governo responsabile, ma a questo fine ha già modellato la politica, creando il suo proprio partito del capo, anche se per un numero ormai lungo di elezioni – il partito del capo americano è propriamente un partito di una-due elezioni. Berlusconi ha beneficiato dell'antipolitica (referendaria, dipietrista, leghista prima maniera). E beneficia della fine dell'antipolitica, ora che la spregiudicatezza e l’aria fritta non pagano più – è qui l’insorgenza nel Pd di un Franceschini, che, come dice Berlusconi, è un democristiano, è cioè qualcosa.
Il partito del capo è d'altra parte generalizzato nei fatti, se non in diritto. Con l'eccezione del partito Democratico di Veltroni, esperienza che si può dire fallita, tutta la politica si è riorganizza in forme allentate e deboli, attraverso i partiti del capo. Per questo anche la politica si è frammentata, e resta confusa. Nel quadro dell'esigenza politica più diffusa e costante della storia italiana: l'esigenza di un governo stabile, designato direttamente dal voto. Era lo snodo principale della Grande Riforma, il progetto di Craxi, vecchio di venticinque anni. Reso successivamente più urgente dalla legislazione federalista, che ha bisogno di un interlocutore centrale riconoscibile. Avversato da più parti al momento della sua realizzazione, talvolta dai suoi stessi patrocinatori, come l’ex partito del presidente Napolitano, e come il partito degli imprenditori, che non c’è ma è molto attivo. Ma mai contraddetto, se non da piccole frange, senza richiamo, e senza nemmeno convinzione.
La deriva plebiscitaria resta per più aspetti minacciosa. Nel vasto Terzo mondo, cioè nel mondo fuori dell'area euro-americana, essa ha infettato e interrotto le democrazie emergenti. Mentre nell'area euro-americana, se è farsesco il richiamo al fascismo, alla violenza dichiarata, non sono però limpide le procedure dell'opinione pubblica, non solo in Italia – tutte le procedure di formazione dell'opinione, compresi i caucuses Internet, e il doppio gobbo laterale dei discorsi di Obama in tv Ma è d'altra parte vero, in principio e di fatto, che la democrazia vuol’essere governata, e che un esecutivo debole è all’origine dei traumi della storia italiana, il fascismo e la corruzione, pre- e post-Mani Pulite.
E tuttavia il passato che non passa è piccola cosa. È forte nei numeri, ha poteri di blocco anche decisivi, e domina i media, ma non il giudizio. La Cgil che periodicamente organizza manifestazioni a Roma di milioni d persone, lo fa a beneficio dei suoi segretari generali, della loro carriera politica, e lo sa. Gli ex Pci che non hanno fatto autocosceinza, e anzi si ritengono nel giusto, anche se non sanno di che, sono un numero sempre considerevole, uno su quattro, E tuttavia non contano niente. Amministrano mezza Italia, controllano l'informazione, e impongono al lavoro, soprattutto alla Pubblica Amministrazione, l'assurdo difensivismo della Cgil, ma senza idee e senza risultati. E senza differenziarsi dai berlusconiani, se non per la litigiosità, in tutti gli enti locali e a Roma (corre nti). Senza contare che nella cultura politica degli ex Pci, e nel giudizio dei loro capi, un governo ci vuole. L’opposizione reale è solo degli ex Dc, per la non disprezzabile avversione al centralismo, ma anche per l’inveterato vizio della Dc post-fanfaniana di governare non governando – Pannella li direbbe sfascisti: crearsi potere contrattuale attraverso il rinvio, l'eccezione, l’inapplicabilità per eccesso di minuziosità.
La polemica sul referendum elettorale, un intreccio di paradossi, ne è la spia. Si accusa di non volerlo Berlusconi, che in vece ne sarà il primo beneficiario. Lo accusano non soltanto i Democratici, che sono referendari, quindi strumentalmente, ma anche i partiti che se passerà il referendum probabilmente scompariranno, l'ex Rifondazione, i Comunisti, i dipietristi, i casiniani, i verdi. Il referendum che si propone sarà un passo decisivo al plebiscitarismo, col premio di maggioranza al partito che prende un voto più degli altri. Non più alla coalizione, al singolo partito. È un passaggio decisivo al bipolarismo, col premierato, come nel sistema britannico, se non con l’elezione diretta del presidente. Con effetto sicuramente moltiplicatore in tale direzione. Dopo il referendum Berlusconi potrà fare a meno della Lega e della Sicilia di Lombardo. E la prospettiva non sarà senza conseguenze sul voto in Lombardia e in Sicilia, due regioni molto sensibili al voto utile. La ruota del maggioritario e del premierato sarà inarrestabile.

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