sabato 27 febbraio 2016

Letture - 248

letterautore

Umberto Eco – Pagato il tributo alla persona, accattivante e magistrale (e popolare: ”Come viaggiare con un salmone”, il primo Eco proposto da “Repubblica”, ha rianimato stamani le edicole, vendendo più del quotidiano), resta la valutazione dell’opera. Un riferimento costante sarà Roland Barthes, un influsso che paradossalmente non si cita, sulle cui tracce Eco si muoverà a fine anni 1950, dopo gli studi di Scolastica, nell’approccio alla semiologia. Un altro agli studi di linguistica, da Saussure e Peirce a Tommaso d’Aquino e Occam. Un altro alla cultura di massa o popolare, dalla figlia del Corsaro Nero a Mike Bongiorno, dalla tesi di laurea a Moana. Di cui saranno espressione il lavoro giornalistico e gli stessi romanzi.

L’unanimità delle commemorazioni in morte è invece espressione di una cultura da lui avversata, quella che per brevità si dirà dell’allora Pci – specialista peraltro in funerali. Che lo ebbe sempre in dispetto, e gli esiti si vedono, oltre che nelle stroncature (e più spesso nelle omissioni) dei suoi giornali, nell’avversione dei suoi maggiori calibri, Calvino, Pasolini, perfino Cases – tanto più “picisti” purtroppo quanto meno si sentivano legati all’ortodossia politica del partito. Con Pasolini, che lo faceva squallido “capocordata” di un branco di giovani (ma Eco aveva sui quarant’anni ed era in cattedra all’università da tempo) in cerca di posti nei giornali, la polemica fu spicciola: ai toni arrabbiati Eco rispose sempre con levità. Il tono più alto fu raggiunto sull’aborto: Pasolini assurdamente avversò la legge che, a protezione della donna, lo legalizzava, Eco ne rilevò divertito l’assurdità, firmandosi Dedalus sul “Manifesto”.  Di Calvino, che fu tante cose, anche un censore di “non allineati”, per esempio Morselli e lo stesso Eco, basti la lettera inclusa in “I libri degli altri” (un libro che non si è ristampato, dopo la prima edizione, venticinque anni fa…), l’antologia dei suoi pareri e delle corrispondenze editoriali. Calvino rifiutò nel 1962 un saggio di Eco per la rivista “Il Menabò” con parole spregiative. Da un lato rinfacciandogli la difesa delle avanguardie letterarie, “discorso troppo generico e invecchiato”. Dall’altro le righe spese sulla cultura popolare o di consumo, di cui si faceva all’epoca gran parlare - il saggio si intitolava “Del modo di formare come impegno sulla realtà”: “Parli troppo di canzonette: questo involgarisce il discorso. Cos’è questo Claudio Villa? Cos’è questo Festival di S. Remo? Mai sentito nominare!”.

Filosofo e letterato, da Dante a Joyce. Ma incuriosito dalla “letteratura di consumo”, dalla “cultura di massa”. Il terzo dei suoi tre “scaffali”, ma di gran lunga quello che più lo segna, anche per l’attività giornalistica. Una chiave derivata dalle “Mitologie” di Roland Barthes, di cui si pubblicò la raccolta – che fece epoca - nel 1957, quando Eco cominciava a guardarsi attorno, alla Rai a Roma e nell’editoria a Milano. Nei tre anni precedenti il semiologo francese, il “padre” che mai si cita di Eco, si era divertito a fare la “semioclastia” degli eventi comuni per alcuni periodici, soprattutto per “Les Lettres Nouvelles”: il Tour, le patate fritte, Greta Garbo, “Billy Graham al Velodromo d’Inverno”, i kolossal sui romani, oggi peplum, “La critica del né né”, le guide Blu.... Queste mitologiche saranno un genere che Eco non smetterà mai: l’analisi dei fatti politici e di cronaca, le mode, le innovazioni. Tra narrazione, satira e moralità, cioè leggibili oltre che utili. Ma indubbiamente dispersivi.
Gli altri due scaffali sono la semiologia e i romanzi. Eco si è sprecato? Anzitutto, voleva sprecarsi: l’insegnamento gli piaceva, e così pure la conversazione. E poi si voleva uomo del tempo: non lo specialista avulso che coltiva il suo orto ma uno che vive nel suo tempo e cerca di capire cosa fa e cosa gli fanno fare. Le sue “semioclastie” sono peraltro spesso approfondite. Da Mike Bongiorno al “Conte di Montecristo”. Ora sembra una bizzarria, ma i primi due decenni dell’attività critica di Eco, dal 1955 al 1975 circa, erano dominati da queste tematiche: la cultura di massa o di consumo, la cultura popolare. Eco, che da studioso dei linguaggi si avocava una “naturale vocazione politica”, si fece un obbligo di approfondirle. E i risultati sono ancora apprezzabili: “Il superuomo di massa”, “L’ideologia del romanzo popolare”, con l’esempio del socialista Eugène Sue (“I misteri di Parigi”), “I Beati Paoli”. O il lungo saggio sul “Conte di Montecristo”. Anche perché critici, contenuti rispetto agli entusiasmi dell’epoca.

Il bon mot sul “Conte di Montecristo” è anche la chiave del suo secondo “scaffale”: “«Il conte di Montecristo» è senz'altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature”. All’ultimo – o perlomeno nelle interviste promozionali – ci teneva, ma questa è la chiave dei suoi romanzacci: un esperimento. Fabrizio De Andrè lo leggeva “come Stendhal”. Ma è tutt’altra pasta: Stendhal romanzava il suo tempo, Eco ha romanzato il romanzo. Quello “popolare” (gotico, storico, d’avventura). Non contemporaneo, nemmeno a chiave -  il secondo “scaffale” era il suo modo di sfuggire alla calamità dell’attualità.

Giugno – Poco poetico, non fa rima. “Giugn\ slarga el pugn”, Piero Chiara ci trova questa sola rima, in un proverbio - nel suo calendario “Dodici mesi, un anno” (nella raccolta “Il verde della tua veste e altri racconti”, cura di Federico Roncoroni).

Manzoni – Faceva pesare i pantaloni, per saggiarne la consistenza in rapporto alla variazione della temperatura, e li cambiava a ogni ora del giorno. Metereopatico, oltre claustrofobico? Umorale?

Padre – Sono tutti di padri i docubiofilm che si proiettano alla Casa del Cinema a Villa Borghese a Roma. Tutti di gente del cinema: registi, attori, sceneggiatori. Quasi tutti di figlie.

Peplum - Perché non unificare, ecumenicamente, il velo islamico che tanto infastidisce in questo latino rum? I kolossal americani di ritorno, che già venivano chiamati “peplum” a Hollywood al tempo di “Ben Hur”, potrebbero veicolare opportunamente il messaggio, per un po’ più di pace.

Professore – Tutti hanno avuto un professore o una professoressa memorabili, per qualche verso. I più ne hanno avuto uno\a eccezionale, anche Eco per dire. Ma fino a  un paio di generazioni fa, poi la professione si è perduta, o è scaduta, anche solo nella considerazione. Annegata nel vituperio generale della scuola. In nome di non si sa che cosa? L’autoreferenzialità? il tipo 5 Stelle, tutti nati imparati.
Ma, poi, è della scuola pubblica che si parla male e malissimo, per favorire il business privato: le avanguardie degli studenti non lo sanno, e i professori stessi, così impegnati a scalzarsi i piedi e ogni altro fondamento, e questo è segno evidente della decadenza della professione.

Terrorismo – “Yasmina Khadra” ha vissuto da milutare in Algeria – era colonnello dell’esercito – il primo Stato Islamico dei mozza teste, che ha combattuto. Ne ha anche fatto tema dei suoi gialli, per i quali è diventato scrittore famoso. Che però gli hanno valso, confida a Stefano Montefiori per “Sette”, il disprezzo e l’isolamento in Francia, suo paese di elezione da scrittore. Il terrorismo è terrorista solo nelle culture “avanzate”. E lo è a doppio taglio, inducendo il masochismo.
Lo scrittore algerino lo conferma con una seconda osservazione: di terrorismo si parla come di un attacco all’Europa e agli Usa, all’Occidente, mentre è ferocemente sanguinario soprattutto in Africa e nel Medio Oriente.

Verdi-Wagner – Si è celebrato l’altro anno il bicentenario della nascita senza niente di nuovo. Soprattutto non dei due nazionalismi, benché sempre più nettamente distinti, e anzi opposti. Patriottico quello di Verdi. Sciovnista, estremo, Wagner. Che pure era cosmopolita, più di Verdi. E per esempio un habitué di Venezia e altri luoghi ameni in Italia. Ma sempre in odio alla musica italiana – anche se dovette studiarla, adattarla, copiarla. Celebrato anche da festival in pura chiave nazionalista, perfino razzista - seppure col supporto entusiasta di una certa élite ebraica. La musica è la musica, il programma è però ben miserevole.

Viaggio -  “Mestiere attivo, pensoso, errabondo e dissipato” fa Diderot nel “Supplemento al viaggio di Bougainville” quello del viaggiatore. O anche no, è sempre il viaggio in una stanza: “Se il vascello non è che una casa flottante, e se si considera il navigatore che attraversa spazi immensi rinchiuso e immobile in un recinto, lo si vedrà fare il giro del mondo su una tavola”.

letterautore@antiit.eu 

L’età libera

Una consolazione, spiritosa. Un po’ ce n’è forse bisogno, un po’ viene richiesto, di giustificarsi, a una certa età: “Che fai?”, come a dire: “Che ci stai a fare?”. Renata Pucci si gode le libertà che l’età, con la pensione, concedono a una donna. e la pensione le consentono. Senza complessi: “In fondo, Reagan aveva settant’anni quando fu eletto presidente”. E poi? E poi “da dieci anni vivo beatamente da settantenne”.
Renata Pucci di Benisichi, Per un buon uso della vecchiaia, Sellerio, pp. 69 € 10

venerdì 26 febbraio 2016

Problemi di base - 266

spock

Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, Renzi è evangelico?

Ma com’è che Alfano va bene e Verdini è peccato?

Perché “i verdiniani sono alla sinistra di Ncd (Orlando, il ministro)?

Asserire il contrario della verità non sarà mentire?

Destra o sinistra purché si somministra?

Perché i repubblicani americani ce l’hanno col papa, anche i credenti?

E Donald Trump, sarà peggio di Raùl Castro?

Ex cathaedra sarà caduto il papa?

spock@antiit.eu

Lo Stato è divino

“La naturalezza elementare con cui da ogni cittadino e da ogni partito viene pretesa l’indipendenza del giudice” è una meraviglia, e uno dei segni della sorprendente autonomia dello Stato – di quella che il più tardo Schmitt teorizzerà come “autonomia del politico”, una divinizzazione, la politica assurgendo a teologia. Un miracolo, si direbbe, e per questo raro – in Italia per esempio. Malgrado la moltiplicazione dei sedicenti Stati. E il contrabbando della dissoluzione dello Stato, nell’ideologia del privato e degli interessi, sotto la copertura di un ottimismo hegeliano sulla natura e la forza dell’istituzione – leggere oggi Hegel sulla forza e intangibilità della Funzione Pubblica fa ridere, ma si fa finta che sia sempre come lui ipostatizzava, sull’esempio (reale? immaginario?) dell’integerrimo superiore burocrate prussiano.  
A Hegel Schmitt all’esordio si rifà. Non dichiaratamente. Anche perché ha una riserva importante, che è la chiave dei tre saggi che qui raccoglie: lo Stato è l’idea dello Stato, non un fatto storico (potenza), né contrattuale o utilitaristico – e nemmeno quindi hegelianamente “etico”. Fa il diritto e ne vive: è un’altra realtà. È un principio o idea che si impone a prescindere. Religiosa? Metafsica? Non si dice ma si presume. La diversità (specificità) di Schmitt, che Carlo Galli ribadisce presentando la raccolta, nasce dal suo radicamento nella filosofia del diritto e la prassi cattoliche, per esempio dei concordati – un radicamento-percorso peculiare ma non isolato, neanche in terra infidelium: la tenuta del pensiero politico cattolico sfiorerà anche Hannah Arendt: “Né potere di fatto”, sintetizza Galli, “né frutto di empirica utilità o di parziali interessi, lo Stato è forma, figura concreta dell’Idea: lo Stato rende presente (rappresenta, appunto) l’Idea assente e sempre trascendente”.
Un testo legnoso. Ma non senza gli umori mordaci, e nello scherzo veri, che renderanno quasi simpatico il quasi nazista Schmitt. Dei contrattualisti: “L’accordo universale degli uomini in importanti valutazioni giuridiche sembra avere lo stesso significato dell’uniformità con cui per esempio oggi in Germania molte centinaia di migliaia di persone sentono il bisogno di bere caffè dopopranzo”. O degli utilitaristi: “Potrebbe essere accaduto che singoli uomini intelligenti siano stati in grado di imporre la propria visione delle cose agli altri – più o meno come Federico il Grande convinse i contadini prussiani a coltivare patate”. Con coda velenosa: “E tramite la loro effettiva superiorità” abbiano indotto i più a “sottomettere l’egoismo non illuminato a un egoismo illuminato”. L’empiria, del diritto “distillato” dagli interessi, è quella “del barone di Münchhausen, che si tira fuori da solo dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli”. Secco sul protestantesimo: ”Lo Stato e il diritto si consacrano a scopi di polizia, com’è stato espresso in modo particolarmente chiaro da Lutero e Zwingli”. Una concezione non buona nemmeno per la moralità spicciola: se “il diritto cura le condizioni esterne della moralità interna”, ciò viene a dire che “nell’epoca della sicurezza, nel XX secolo, il valore morale di un uomo veramente morale non è eo ipso superiore a quello dell’epoca dei Condottieri o delle migrazioni dei popoli”.
Agli stessi umori è da ascrivere la p. 85, in difesa dei forti uomini della storia, Cesare, Bismarck. Nei quali s’incarna un processo storico, ma la cui grandezza non si può ridurre, come Hegel fa, alla noia o alla debolezza del vuoto essere, o addirittura alla “fornicazione con se stessi”: “L’identificazione del compito, la dedizione smisurata alla causa, il dedicarsi al compito, l’orgoglio di essere servitori dello Stato e così di un compito, l’oblio di sé con cui furono projectissimi ad rem”, sono di altra natura” – nella stessa vena mordace si potrebbero dire della natura dell’ambizione, ma Schmitt ha un concetto alto della politica e del politico.
Ne ha anche per i neo liberali dello “Stato minimo”, che verranno sessant-settant’anni dopo – ma è un ritorno, ciclico: “Parlare di una libertà dell’individuo, in cui consisterebbe il limite dello Stato, è  ambiguo. Lo Stato non interviene nella sfera dell’individuo dall’esterno, come un deus ex machina“. L’idea del possesso, dell’area riservata, è estranea al diritto: Nel diritto l’autonomia ha un significato diverso da quello che ha nell’etica, dove l’individuo è visto come suo possessore” Nel diritto, e nel suo “mediatore”, lo Stato, “il valore si misura soltanto secondo le norme del diritto. Non in base a elementi endogeni al singolo” – nessun individuo ha autonomia nello Stato”.
Sottigliezze
Il senso fila dritto, tra le sottigliezze: “Il diritto è pensiero astratto, che non può essere dedotto dai fatti né può agire sui fatti”. Se non a mezzo di “una realtà”, orientata “alla «realizzazione»” del diritto.  Questa “realtà” è lo Stato, “soggetto di diritto nel senso eminente del termine”. Ma come, per quale “diritto”?
Non ci si pensa, è parte dell’ordinario, ma lo Stato è la cosa forse più straordinaria, questa forma di autogoverno più estrema di ogni altra e quasi impensabile. Che ha condotto i molti, nel tentativo di penetrarla, a  legarla alla potenza. A un potere quasi astratto, che si impone col monopolio della violenza. Schmitt, in questa che è la sua seconda o terza opera, nel 1914, a 26 anni, è già di diverso avviso. Lo Stato, “concetto estremamente ambiguo,… nel migliore dei casi giunge a un’universalità giustamente definita da Kant misera, secundum principia generalia, non universalia”. Per via indiretta - il territorio, la popolazione, la lingua, la storia - non si ottiene di più. E “uno «Stato futuro»”, idealizzato, ambito, “se si realizza, resta uno Stato?” La tendenza c’è, a diventare “cattolici”, vedi la Rivoluzione Francese, o la Santa Alleanza sul principio di “legittimità”. Ma la Chiesa, nei sui concordati e nel diritto canonico, ristabilisce le proporzioni: la Chiesa si presenta “cattolica”, lo Stato è una serie di Stati. “Lo Stato deriva la propria dignità da una conformità alla legge che non deriva da esso, ma di fronte alla quale la sua autorità rimane invece derivata”. Per una ragione che sembra una tautologia:”Il diritto non va definito a partire dallo Stato, ma lo Stato a partire dal diritto”. Ma non lo è: “Lo Stato non è creatore del diritto, ma il diritto è creatore dello Stato: il diritto precede lo Stato”.  L’idea del giusto, un insieme di valori – “un potere supremo” che è “un’unità ottenuta esclusivamente tramite criteri valutativi”. Un altro “rovesciamento”, fra i tanti della filosofia tedesca: “Non è lo Stato una costruzione che gli uomini si sono fatti ma, al contrario, è lo Stato a fare di ogni uomo una costruzione”.
Perché un testo datato, di un secolo abbondante, e nell’insieme più allusivo che assertivo? Buttato lì peraltro, poco editato, malgrado la cura di Carlo Galli – chi è Sohm? e il trattato di Sohm – che non è un armistizio o una pace ma un libro, “Naturrecht”? e quale Harnack?, etc. Perché non c’è altro Stato, nella dissoluzione che l’ideologia del libero mercato impone. Non nella trattatistica, e sempre meno di fatto. Per esempio in Italia – non in Germania, malgrado i filosofemi, dove corrotti e corruttori vengono sanzionati a migliaia ogni anno, non a diecine, o anche in Russia, o allora dove il mercato si fa Stato, come negli Usa.
Carl Schmitt, Il valore dello Stato e il significato dell’individuo, Il Mulino, pp. 104 € 12

giovedì 25 febbraio 2016

Il mondo com'è (251)

astolfo

Armistizio – Quello che si dovrebbe applicare in Siria suscita perplessità perché è un istituto desueto. Molto coltivato tra gli addetti e i cultori dell’arte militare e della diplomazia, è cancellato nella pratica. Da quarant’anni, dalla trattativa kissingeriana a Parigi per il ritiro americano dal Vietnam. Era la pratica costante di tutti i conflitti, ma con la guerra che è sempre giusta non è più praticato: la guerra non è più un duello o una partita tra due avversari, ma una sorta di combattimento tra gladiatori, da finire dissanguati, con la resa incondizionata e\o l’annientamento.

Captologia – Si sa a che le app servono: a passarci il tempo, e nello stesso tempo focalizzare un profilo utente che si trasformerà in introito pubblicitario. Cioè in royalty sulla vendita dei messaggi di cui sono veicolo. Ma in materia la captologia – lo studio della tecnologia che modella i consumi, habit-forming - ha presto fatto molti passi avanti. Basandosi sul Behavior Model di J.B.Fogg, il direttore dello Stanford Persuasive Technology Lab della Stanford Graduate School of Business, l’allievo Nir Eyal, un programmatore di giochi e lui stesso ora professore alla Stanford di Psicologia applicata del consumato, annuncia già una guida pratica al miglior utilizzo economico delle app, “Hooked. How to build Habit-Forming Products”. A partire da facebook, o meglio ancora da instagram, “la più produttiva”: l’app migliore è quella che innesca un bisogno e nello stesso tempo offre una soluzione temporanea. Il manuale si annuncia così: “Sensi di noia, solitudine, frustrazione, confusione e indecisione spesso inducono una lieve sofferenza o irritazione, e provocano una quasi istantanea e spesso involontaria azione per scacciare la sensazione negativa. Gradualmente, queste connessioni cementano in abitudini, da utenti che si rivolgono al vostro prodotto quando subiscono certi impulsi interni”.

Si spiega che Facebook abbia rilevato Instagram, una start-up, una piccola azienda in avviamento, con soli dodici dipendenti, cinque anni fa per un miliardo di dollari.

Cospiratori-Collaborazionisti – Anche di Lech Walesa si trovano tracce di collaborazionismo, col regime comunista che poi abbatterà col sindacato Solidarnosc’. Come già si sarebbero trovate di Ignazio Silone col fascismo. Ma non è una novità: in tutti i casi, reali o letterari, di oppositori e rivoluzionari ci sono sempre zone grigie. Il rivoltoso, anarchico, terrorista, entra inevitabilmente in contatto con le polizie: lo controllano, lo convocano, ogni tanto lo arrestano e sempre lo minacciano o ricattano. 
È così in letteratura non per caso, riflettendo casi cioè di cronaca, da Dostoevskij a Conrad, Belyi, Némirvosky: tutti presentano il ribelle impaniato in trame oscure, per i necessari contatti che le polizie gli impongono. Ma soprattutto andrebbe ricordato Lenin, la cui collaborazione con lo Stato Maggiore tedesco, intesa a portare la Russia fuori dalla guerra, fu decisiva per il suo rientro in patria, e per il finanziamento della rivoluzione.
Ancora più impaniato in questi traffici fu Parvus, la mano finanziaria di Lenin. Un uomo dell’ombra che “La morte è giovane”, romanzo di Astolfo in via di pubblicazione, così tratteggia:
“(Della Soluzione Finale) la decisione era già presa, al Wannsee si definirono i dettagli. Nel lusso che lusingava Eichmann. Parvus, l’inventore della rivoluzione permanente e dello sciopero generale, vi aveva tenuto corte, nel palazzo che sarà poi delle SS, ricevendo ministri, diplomatici, affaristi, socialisti, con servi, cuochi, segretari, attrici e squillo. «Il Grande Gatsby» anticipando, il film di Luhrmann. Il denaro di cui si era appropriato infine trovando da restituire a Gor’kij, mentre prediceva modi e tempi della seconda guerra. Dopo aver dissuaso la Germania, coi milioni dello Stato Maggiore tedesco, dalla rivoluzione.
“Parvus è il prototipo del sinistra-destra, l’affarista idealista che i bolscevichi finanziò con l’oro teutonico e dei nazionalisti balcanici. Ed è l’uomo di mano in banca che affascina i compagni, sulle cui tracce verranno Stavisky, banchiere in Francia dei radicalsocialisti prima della puntatina fatale, come Alberto Sordi, a Chamonix, e l’editore fantasista Maxwell, che affascina il laburista Wilson. E si arriva a Lenin che sbarca alla stazione Finlandia dalla Scandinavia neutrale dopo il tentativo abortito col treno diretto dalla nemica Germania, e dopo che il compagno “Parvus”, l’umile, Israel Lazarevic Helphand, aveva circuito l’ambasciatore a Istanbul von Wagenheim, ottenendone i fondi segreti del ministero tedesco degli Esteri e dello Stato Maggiore, venti milioni e mezzo di marchi oro e un milione di rubli. Per questo Rosa Luxemburg avrà torto quando obietterà alla pace separata di Lenin: “Brest-Litovsk rafforza l’imperialismo tedesco e impedisce la rivoluzione”. Dieci anni prima, al congresso di Stoccarda, entrambi erano per la guerra, “per accelerare la distruzione del capitalismo”. Ma Lenin ne sapeva di più, che bisogna “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”. E la Germania sincero ammirava, per la disciplina. A Gor’kij Parvus conteggiò 136 mila marchi oro, 35 mila dollari, intascati vent’anni prima quale agente per i suoi diritti d’autore in Germania, più l’interesse legale annuo del 3,5 per cento, sulla base dell’arbitrato dell’Internazionale nel 1908”.

Cuba – È difficile fare il conto dei torti e delle ragioni nelle relazioni con gli Usa. Però una cosa Obama avrebbe potuto fare – e invece non farà, la sua essendo una presidenza conservatrice: chiudere la prigione speciale di Guantànamo e ridare la base a Cuba. Come avrebbe dovuto da tempo. Un gesto che farebbe dell’isola il 51 mo stato della federazione, con sicuro plebiscito, ma Washington non fa: la Dottrina Monroe resta in vigore, ed è sempre imperialista.

Destra-sinistra – Solo in Italia si dice la sinistra egemonica e la destra subalterna. Forse nei posti, non nella cultura: è chiaro che, seppure ci siano gruppi di potere di sinistra al governo, la leadership culturale è di destra. Non da ora: da Thatcher e Reagan in poi. Anzi da prima, dalla crisi fiscale dello Stato: la sinistra non sa governare se non può spendere. Il voluminoso “L’immagine sinistra della globalizzazione” di Paolo Borgognone ne è la prova materiale. Sarcastico nel titolo, è convinto nell’argomentazione, anche al solo sfogliarlo: è incontestabile. Arrivando al punto di dire la nuova sinistra europea subalterna al grande capitale finanziario, e solo il lepenismo coerente e conseguente con le ragioni professate. Che sono quelle tradizionali della “sovranità monetaria” come base di ogni sovranità. Non innovative. Ma non è questo il punto, il punto è che non si obietta, se non con l’accusa di fascismo.
Borgognone si può sfogliare a Roma solo alla libreria Europa dietro San Pietro, che si professa di destra. Ma questo è parte della dissimmetria: scambiare lo schieramento per la politica, l’idea, l’egemonia.

Presidenza Usa – È sacra, nella prima costituzione moderna, laica. Obama è un fumatore, ma noi non lo sappiamo. La sua madre ha avuto problemi psichici, ma noi non lo sappiamo. Lui ha avuto e ha problemi con la moglie, ma noi non  lo sappiamo – di Kennedy era ancora peggio: era uno “scannatore” compulsivo, ma nessuno ci diceva nulla, nel gran pettegolare che pure si faceva dei Kennedy. La figura del presidente americano è, malgrado il giornalismo scandalistico e\o d’inchiesta di cui l’America si adorna, una realtà sacrale. Non propriamente, il presidente non è un totem, non per diritto, ma gode di un’aura sacrale. Avvocatizia come tutto negli Usa: posto cioè che non compia atti visibili contrari alla legge, magari aver sottratto l’ennesima sigaretta che fuma alla segretaria. Ma inemendabile.
Dappertutto la figura del capo dello Stato mantiene un che di sacrale, ma in America il presidente è anche il capo del governo, uno cioè che fa e disfa, e andrebbe riportato in terra – un personaggio pubblico in tutti gli aspetti. Per di più, attraverso le alleanze, e le strategie politiche, postbelliche, il presidente Usa ha un potere quasi decisionale in buon numero di paesi, tra essi l’Italia. Ma non per questo è meno sacrale, lo è anzi di più. Il presidente americano potrebbe essere un pazzo, purché non sia stato dichiarato tale prima.

È in questo quadro che non va sottovalutata la campagna elettorale americana, e la guerra che ci minaccia nel Mediterraneo e in Medio Oriente. La campagna presidenziale mostra di premiare i due estremisti, di destra e di sinistra. Sembrerebbe impossibile, ma Trump ha il 50 per cento di possibilità di diventare il nuovo presidente. Ne ha dette e fatte della peggiore specie, nei trenta o quarant’anni dacché è “Trump”. Compreso oggi far lavorare a basso prezzo nelle sue imprese molti latinos  contro i quali propone il muro al Messico, forse non legalmente, non del tutto. Ma finché è il “fenomeno” Trump è inattaccabile. Anzi, benché tirato fuori pari pari  dalla commedia del’arte, è ritenuto da metà – qualcuno in più, qualcuno in meno – degli americani un auspicabile presidente.

Ponte di Messina – Di nessun interesse per nessuno, siciliani compresi, e di danno o perlomeno noia per i molti, è un progetto autoreferenziale, architettonico e ingegneristico, per finanziare architetti e ingegneri, in studi professionali, lautamente, con progetti e calcoli a nessun fine se non appunto la distribuzione di non modesti capitali pubblici. La vacca da mungere settoriale, o la cornucopia. Lo stesso partito si alimentò a lungo di un progetto di ponte sul lago Maggiore, tra Laveno e Intra, gallegiante, con due passaggi per i natanti alle stazioni terminali, “di costosissima manutenzione e di totale inutilità” in un vecchio racconto di Piero Chiara. E Nel Duemila, per il Giubileo dei famosi duemila cantieri da un miliardo l’uno della giunta Rutelli di cui non restò traccia visbile.
È anche una iniziativa per il Sud – la sola di due anni di governo Renzi - ma non a beneficio degli ingegneri e architetti del Sud. Anche questo non è una novità.

Province – L’abolizone-agglomerazione è un topos burocratico – cioè della moltipicazione dell’inutile. Mussolini la prediligeva, a Reggio Calabria, Imperia (Oneglia e Poerto Maurizio), etc. Sempre con la stesa giustificazione: accentrare per risparmiare. Mentre si sa che i prefetti non diminuiscono di numero, e neanche i consiglieri elettivi locali. Ora si trasformano le province in aree metropolitane, ma le pratiche non si aboliscono, i “documenti” da fare, di qua o di là.

astofo@antiit.eu

Quando l’antisemitismo non era peccato

È probabilmente il primo testo letterario del dottor Destouches, il futuro Céline, nel 1926, contemporaneo al “Progresso”. Due abbozzi di commedia, definiti dall’autore farse. Dove però non si ride, al più si ghigna: due testi satirici. Uno contro il vizio del voyeurismo, suo proprio, “La chiesa” contro il carrierismo alle Nazioni Unite, all’insegna ipocrita della pace e lo sviluppo, ambiente che il dottore conosceva per averci lavorato a più riprese per un decennio (a quella che sarà l’Oms, l’organizzazione per la sanità): “Il tema della farsa è esplicito: sollevare il velo sulle buone intenzioni degli uomini chiamati a compiti di responsabilità negli organismi internazionali che si occupano dello sviluppo e del progresso delle popolazioni più indigenti”.
A “La chiesa” Destouches-Céline ci teneva. Ne propose il manoscritto all’editore Gallimard, che non lo pubblicò ma lo apprezzò. Sei anni dopo, a seguire al successo del “Viaggio al termine della notte”, lo stampò Denoël, l’editore del “Viaggio”. Dullin e Jouvet, massimi teatranti dell’epoca, presero la farsa in considerazione. Ma fu rappresentata solo a Lione, nel 1936. Senza successo. Quando già Céline aveva rinunciato al teatro. Per non saper fare i dialoghi, scriveva agli amici. No, i dialoghi li sapeva scrivere, per esempio nei romanzi e nei libelli. Ma era troppo animoso: la ragione per cui non si ride alle sue farse è che la satira è insistita, cioè piatta.
L’interesse della pubblicazione è paratestuale. Per due motivi. Ancora nel 1938 Céline non era il sulfureo fascista antisemita delle future polemiche di Sartre, benché avesse pubblicato già tre libelli, “Mea culpa”, “Bagattelle per un massacro” e “La scuola dei cadaveri”: il filosofo aprirà quell’anno il suo primo e più celebre romanzo, “La nausea”, riscrittissimo, controllatissimo, con una citazione di Céline presa proprio da “La chiesa”: “È un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo”.
L’altro motivo è che l’antisemitismo negli anni 1930 non era ancora un peccato, non uno grave: “La chiesa” ha, tra i luoghi comuni sulle massonerie, l’ebreo cinico Yudenzweck (“la cosa ebraica”), uomo senza emozioni. Senza dire che su Yudenzweck sembra ricalcato il Solal di tanti libri di Albert Cohen, anch’egli per qualche tempo ginevrino, anche alla Società delle nazioni (all’Ilo, l’organizzazione del lavoro).
Céline, La chiesa, Irradiazioni, pp. 150 € 12,40

mercoledì 24 febbraio 2016

Secondi pensieri - 252

zeulig

Auto -Tutto è auto- nell’epoca del selfie: l’autoreferenzialità fa aggio su ogni esperienza. Biografica, politica, artistica: l’età è dell’“io e il mio io”. Sia pure di modesta e modestissima qualità-entità.
Tutto è self-centered, eccetto l’autocritica. Mai una diminuzione, un ritrarsi, anche in forma di professione di umiltà, per condiscendenza o opportunismo. Una volta ci si raccomandava diminuendosi, oggi al contrario gonfiandosi.

Censura – Si giustifica ma non ha ragione – razionalità. Non quella del potere che è intesa rafforzare. Scorrendo l’Indice ecclesiastico dei libri proibiti vi si trova Dante, “De Monarchia”, e alcuni sonetti di Petrarca. Un po’ di Erasmo, che tanto penò per difendere la chiesa, e perfino la “Critica della ragiona pura “ di Kant, di cui nessuno si può dire migliore cristiano. Fu condannato perfino, dopo un secolo, un papa, Pio II, il suo “Commento” al concilio di Basilea. Di Galileo invece, sospetto e quasi eretico, solo il “Dialogo”, e solo per un secolo o due. Si condannava ancora negli anni 1930, Croce e Gentile, qua do la chiesa era già in ritirata. E anzi ancora nel 1952, Moravia.
Si spiega su questo o quel presupposto ma è solo un atto d’imperio, finché dura il potere. Di un potere  negativo, cioè puramente coercitivo. La chiesa non ebbe bisogno dell’Indice quando dominava le coscienze, lo adottò quando diffuse l’incredulità.

Dio - È legato agli eventi. Anche quello biblico, che ha il pedigree più lungo, Come concezione generale e anche in teologia: le proprietà che se ne analizzano sono diverse da epoca a epoca.

È un “grande operaio senza testa, senza mani, e senza utensili”, che “ha fatto il mondo”, per l’haitiano di Diderot nel “Supplemento al viaggio di Bougainville”.

Etnico – Alcune cose lo sono indefettibilmente, per natura: la lingua, parlata e scritta, della letteratura compresa, la cucina, gli umori e gli amori, cioè la sensibilità, e quindi la mentalità, la socialità. Legate a flussi storici – non c’è la tribù nel sangue – ma non per questo meno durature. Anche nelle fasi accelerate (mutevoli) della stria. Quello che avviene in questi anni in Europa è perfino eccessivamente etnico, quasi caricaturale: i tedeschi fanno i “tedeschi”, gli italiani gli “italiani”, i francesi i “francesi”, ognuno ritorna al suo vieto guscio.
La cosa non ha buna stampa. Non senza motivo, essendo tao il tribalismo a lungo, almeno un secolo e mezzo e tuttora, sotto forma di caratteri nazionali e nazionalismo una bestia molto violenta. Una delle differenze tra latini e germanici è, secondo Jünger, che i primi fingono sentimenti che non sentono. I tedeschi invece non lo fanno? È così che il tentativo degli ebrei di passare per tedeschi fu preso per una manovra subdola di distruzione, da nemico interno. C’è sempre un complotto della storia nelle identità nazionali, di cui nel Cinquecento, e ancora nel Seicento, si facevano filastrocche per ridere, ma poi piacquero agli Enciclopedisti. Sempre per via della razionalità, che fu quindi sistemata nel patriottismo, gigantesco Ersatz universale: dell’etica, che è sempre personale, dei desideri, l’amore, l’intelligenza, perfino del sesso e del cibo, quello buono.
Ne nacque il problema dei confini. E dei caratteri nazionali, per cui oggi un napoletano sarebbe più vicino a un milanese di quanto un milanese sia a un mercante di Amsterdam. E si pone il problema della cattedrale gotica, che simbolizza la storia tedesca, ma è stata disegnata e sperimentata in Francia da architetti francesi - si dice “alla francese” per dire gotico. Né c’è uno “spirito del tempo” gotico: allora si era materialisti. È che i primati mutilano la storia. E finiscono in Siria: Damasco e ora Aleppo, che per non dispiacere alla capitale si porta come primo mercato della storia. Per cui si torna sempre a Grillparzer: “Dall’umanità alla bestialità attraverso la nazionalità”. Ma il fatto c’è: esiste, resiste.

Fanatismo – È inemendabile perché immateriale. Insensibile non solo alla ragione ma alla convenienze. Nonché alla critica e al ridicolo, come suggeriva lord Shadìftesbury. E perfino all’istinto basico della sopravvivenza. Mentre si sottrae alla guerra, alla caccia. Anche nella sua forma più criminale o distruttiva, per l’immaterialità. Contro la quale non c’è arma, per quanto giusta e buona.
È l’“entusiasmo” che Locke critica in Philosophy as the Love of Truth versus Enthusiasm”. Di cui molto si è discusso anche in teologia. E il suo allievo Shaftesblury, nella “Lettera sull’entusiasmo”, contro le superstizioni indotte dal fanatismo.

Galileo – Non fu teologo. E questo lo condannò e lo salvò: lo condanno a una condanna lieve. Fu tante cose, per esempio scrittore ottimo, ma non esperto delle cose divine, benché – abbastanza – conoscitore delle Scritture. Tenne per ferma la divisione tra fede e scienza, anche di fronte al suggerimento del “concordismo”, della, anche se tiepida, professione di un legame inalterabile. E questo ne fece Galileo, più che l’uso del cannocchiale.

Fu condannato – lui come tanti altri - in base all’Antico Testamento. Il che oggi, con la nazionalizzazione delle fedi malgrado le professioni di ecumenismo, ne fa una doppia vittima, della chiesa e dell’impossessamento della Bibbia da parte della Chiesa. Non improprio, dacché l’autonomia dal Vecchio Testamento è condannata come eresia, quella di Marcione. Ma non si sa mai.

Guerra giusta – È quella ingiusta per definizione: una guerra cioè che cerca non la contrapposizione a un nemico ma il suo annientamento, attraverso la guerra totale (la guerra aerea che dal Vietnam in poi è la sola strategia militare) e la resa incondizionata. L’ideologia della guerra giusta è all’origine anche storica della guerra totale, di annientamento. Teorizzata da Hitler e dai suoi Stati maggiori, applicata costantemente dagli Stati Uniti nel dopoguerra.
È un dato evidente, che Bobbio bizzarramente non considera (“La guerra nella società contemporanea”). Benché fosse già in evidenza nel saggio “Il concetto discriminatorio di guerra” che C. Schmitt pubblicò nel 1938 – e indirettamente canonizzava con la “teoria dei valori”, ogni valorizzazione implicando svalutazioni plurime, fino all’annientamento: non c’è più un nemico che può avere anche ragione, in parte, un “iustus hostis”, ma uno da eliminare, nemico dell’umanità, un criminale, etc..

Onu – Non è “Astraea” , l’impero unito universale, e non è un’assemblea democratica dell’umanità: è un tribunale. Con giudici a vita e altri interimari. Con poteri di coercizione – finora limitati, che però si vorrebbero più incisivi.

Mondo – Era in latino la porta dell’inferno. Anzi, nemmeno: un passaggio circolare attraverso cui le anime dei Manes, i defunti, passavano tre volte l’anno per invadere i viventi. Anche pulito, ripulito, emendato.

Nichilismo – È antinomico: pensare il niente è negarlo.

Resistenza – È l’opposto del sacrificio. È nozione e attitudine storicizzata, esistenziale. Non c’è la resistenza nell’epica romantica - a partire dal Tasso, via i primi romanzi, “femminili”, gli esercizi delle “preziose”, benché cerebrali, le “Lettere portoghesi”, Madame de la Fayette: c’è il sacrificio.

Santità – È sindrome diffusa, un bisogno, quasi un virus, popolare. Di Umberto Eco come di ogni defunto: un personaggio non fa in tempo a morire, sia pure David Bowie, che se ne vagliano i minuti atti, con intenti celebratori, e se ne rincorrono i miracoli. C’è più bisogno di santi in epoca di irreligione? 
È lo stesso bisogno oggi ricorrente di ancorare la politica alla teologia, seppure a una teologia politica. È l’eterno ritorno della metafisica: il mondo profano è più bisognoso di sedimenti di eternità..

Storia – È casuale più che consequenziale (coerente), e sicuramente non predeterminata – la storia delle “cause” è delle “origini” è sempre ambigua. Cromwell voleva emigrare in America nel 1634, e il re glielo impedì. La storia sarebbe stata allora lineare: la Repubblica puritana sarebbe nata più propriamente in America, con le forche e i complotti, invece che con il liberalismo mite di Hamilton e Jefferson, facendo tabula rasa.

zeulig@antiit.eu

Le omissioni criminali di Pignatone e Bruti Liberati

Che ce ne frega di Berlusconi, si saranno detti: zitti e mosca, gli Usa hanno spiato solo Berlusconi. Il vero scandalo delle intercettazioni dello spionaggio americano è come dice “l’Espresso” alla fine, mettendo online i testi segreti divulgati da wikileaks:
“Già nel 2013, l'Espresso aveva rivelato, grazie ai file di Snowden, i piani di sorveglianza di massa della Nsa contro l’Italia. Dai documenti top secret emergevano: la presenza in Italia di due team dello Special Collection Service a Roma e a Milano, le due operazioni Nsa “Bruneau” e “Hemlock” per spiare le comunicazioni della nostra ambasciata a Washington e, infine, la massiccia raccolta dei metadati degli italiani. I file dettagliavano come in un solo mese, dal 10 dicembre 2012 al 9 gennaio 2013, la Nsa avesse raccolto i metadati di 45.893.570 telefonate degli italiani, dove i “metadati” sono quelli che in Italia comunemente si chiamano “tabulati telefonici”, ovvero chi chiama chi, a che ora, per quanti minuti, da dove.
Sebbene la Costituzione italiana tuteli esplicitamente la riservatezza delle comunicazioni e le leggi del nostro Paese prevedano che sia possibile intercettare e raccogliere i dati delle comunicazioni dei cittadini solo in modo mirato e non massivo, e solo dietro un mandato e sotto la stretta supervisione dell’autorità giudiziaria, ad oggi, nessuna procura ha ritenuto di dover aprire un’inchiesta su queste rivelazioni”.
Lo scandalo sono le Procure, di Roma e di Milano – ma la regia è unica, ed è un delitto nel delitto. I Procuratori Capo Pignatone e Bruti Liberati hanno fatto finta di nulla, trattandosi di Berlusconi, anche se si tratta di un delitto, contro cui l’accertamento è dovuto.
Letta: “La privacy non è stata violata, in 46 milioni di telefonate
“L’Espresso” ne ha anche per il governo:
“Si è sempre distinto per il suo silenzio e i suoi dinieghi assoluti, con il presidente Matteo Renzi che ha completamente ignorato lo scandalo e con l’ex presidente Enrico Letta che, nei mesi in cui il caso Snowden infuriava, dichiarava alla Camera: «In base alle risultanze dell’intelligence e ai contatti internazionali avuti, non risultano compromissioni della sicurezza delle comunicazioni dei vertici del governo, né delle nostre ambasciate. Non risulta che la privacy dei cittadini italiani sia stata violata»”.
Due veri democristiani, senza dignità. Ma con Letta e Renzi siamo nell’opportunità politica. L’inerzia dei giudici è invece criminosa. 

Il voyeurismo impossibile di Céline

Senza il “parlato scritto” vertiginoso dei romanzi, ma col comico che invece di Céline si dimentica, in forma di farsa, un groviglio di situazioni balorde. Un reperto poco riuscito, ma indicativo: una rappresentazione del voyeurismo, o scopomania. Di cui lo stesso scrittore ormai celebre farà professione: il dottore dei poveri e il polemista rabbioso era un dandy distaccato, che la bellezza amava gustare a distanza, anche nell’erotismo.
Il 1927 è l’anno di due farse. Col “Progresso” Céline scrisse anche “La chiesa”, sul carrierismo alle Nazioni Unite a Ginevra, dove lavorava. Le “massonerie” ginevrine torneranno nei futuri libelli  (peggio ancora in “La bella del Signore”, non molto tempo fa, di Albert Cohen), la scopomania nei balletti. Il primo tema evidentemente considerando più solido, il dottor Destouches non ancora Céline propose “La chiesa” per la pubblicazione a Gallimard, e per la messa in scena a Dullin e Jouvet, il meglio del teatro anni 1920-1930. La farsa delle Nazioni Unite  non sarà rappresentata, ma sarà pubblicata da Denoël, l’editore del “Viaggio” nel 1933, a ridosso del successo del romanzo. “Progresso” fu inviato in dono alla moglie dell’editore, a Cécile Denoël, che ne conservò il manoscritto, per un’edizione postuma nel 1923.
L’aneddoto non è infelice, anzi proprio aristofanesco, di serrata logica: se tutti gli uomini vanno al bordello per guardare,  la cosa è impossibile perché non c’è nulla da vedere. Ma è tirato via – eccetto che nelle parti femminili, la cosa è da notare: il virtuismo piccolo borghese nelle prime scene, con angeli e dei, e la volgarità delle ultime, di tenutarie e mezzane. Ma c’è forse di più.
Giuseppe Guglielmi, che questo Céline volse subito in italiano, lo avvicina al Proust del “Tempo ritrovato”, che anch’egli esalta – a suo modo, deprecandola – la scopomania al bordello (maschile). Era l’aria del tempo? O Céline non trovò in Proust l’aneddoto, il “Tempo ritrovato” pubblicandosi in rivista nel 1926, nel mentre che lui scriveva le sue farse? Il gusto, sebbene di sesso diverso, è lo stesso, nota il poeta-traduttore di M. de Charlus-Proust: “Detesto il genere medio, - diceva -, la commedia borghese è agghindata, a meo occortre o le principesse della tragedia classica  la grossa farsa. Niente via di mezzo. Phèdre o Les Santimbanques”. C’è differenza? Solo di questo tipo, conclude Guglielmi: “Il saltimbanco di Céline scoprirà nella sua odissea eretica una Fedra delirante”. Era anche un’altra storia, un altro periodo storico: il voyeurismo sarà impossibile per Céline, tenersi a distanza, sarà sempre nel mezzo, e non della bellezza.
Céline, Progresso

martedì 23 febbraio 2016

Alla Procura di Milano meglio non capire

Il Procuratore Capo di Milano uscente Bruti Liberati e il Procuratore Capo reggente Forno hanno fatto delle nomine di favore. Cioè illegali. Ma non a Milano.
Il Consiglio giudiziario della città si limita definire queste nomine “irrituali” – “I Consigli Giudiziari si qualificano come organi territoriali dell’autogoverno”,  secondo il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui sono organi consultivi.
Il “Corriere della sera” fa ancora di più. Leggere per credere:
“Delibere irrituali”
E intanto il Consiglio giudiziario critica ancora le circolari dei capi
E intanto il Consiglio giudiziario milanese (a maggioranza, con 6 contrari su 19 presenti) muove rilievi al complesso dei provvedimenti del procuratore reggente Piero Forno il 30 novembre 2015, e prima del procuratore Bruti Liberati dal 10 settembre 2014, che selezionarono due pm alla guida di due sottodipartimenti. Un’assegnazione è definita «irrituale perché non preceduta da necessario interpello a tutti i pm» e perché «il provvedimento non è stato comunicato ai magistrati dell’Ufficio e tantomeno al Consiglio giudiziario come invece richiesto dalle circolari Csm». Si censura poi che uno dei provvedimenti si basi «su una motivazione meramente apparente e per taluni aspetti non condivisibile, in quanto valorizza profili di specializzazione invero non rilevanti e non considera adeguatamente le qualificanti esperienze degli altri candidati». E si additano anche «presupposti errati in via di fatto»: come «l’asserita minore anzianità» attribuita a una pm rispetto al collega scelto, quando invece la pm aveva «eguale anzianità di ruolo» e anzi «maggiore anzianità di servizio». L.Fer.

Il regalo di Berlusconi al “Corriere della sera”

Con Bompiani e Marsilio, dopo Adelphi, fuori dal perimetro Rcs, la Mondazzoli di cui Milano si finge scandalizzata si mostra per quello che si sapeva essere: un regalo di Berlusconi a Rcs, che salvasse i conti del gruppo nel 2015 e quest’anno. Cioè consentisse ai soci di evitare l’ennesimo aumento di capitale in perdita – per l’anno venturo Dio provvederà, cioè, si spera, il rilancio dei giornali via web, tutto introiti e niente spese, come il “New York Times” e il “Financial Times”. Dopo l’operazione avevano già spuntato, subito, le frecce i supercritici di Berlusconi, l’ineffabile Della Valle – che in cambio è di casa al Tg 5 – con Bazoli, e anche Elkann e la sua “Stampa”. Naturalmente per caso.
Berlusconi ha acquistato solo il marchio Rizzoli. Cioè Pansa, che forse però lascerà Mondadori, e Alberto Angela. Con la Bur, che però è un doppione degli Oscar.
Il regalo a che pro? Con 127,5 milioni, cifra enorme per un catalogo di libri inutile, si può anche opinare che Berlusconi si sia comprata la benevolenza del “Corriere della sera” e della “Gazzetta dello Sport”, o comunque la non belligeranza. Non tanto per la politica quanto per gli affari: la sua entrata in Telecom Italia, via Premium e Vivendi, e perché no con migliore posizione in Mediobanca. 
È così, ma non è una colpa né un peccato, semmai un atto di affrancamento dei due quotidiani dalle dirigenze vecchio Pci. In armonia, certo, col patto del Nazareno.

Abbasso i preti, la pedofilia un’altra volta

Il film viene riassunto in due maniere: la storia dei preti pedofili di Boston, a lungo impuniti; una celebrazione americana del giornalismo d’inchiesta. È l’una e l’altra cosa, ma le sintesi non sono innocue: a qualcuno, nel secondo caso, più spesso spettatore ma anche critico, non piace la tesi politica, che la pedofilia è cattolica, e anzi dei preti cattolici. Nella capitale peraltro del puritanesimo, che gli irlandesi hanno duramente cattolicizzato. Perché il film è politico, con doppia chiave. Tutto il cattolicesimo, col senso acuto del sesso come peccato, è pedofilo. Ed è ipocrita: si assolve dal peccato, e si compra il silenzio delle vittime. La celebrazione del giornalismo d’inchiesta concorre a farne una verità incontestabile.
È stato così per molti anni, e non c’è contestazione possibile. A che si deve dunque il vago disagio – oltre che al tema? È che gli altri cristiani ridono dei cattolici. Mentre gli islamici, gli ebrei e gli atei ridono di loro, e così via. Si parla molto di ecumenismo, ma le religioni non se la passano bene, sono solo settarie. Con poche eccezioni - forse solo Roma, che da mezzo secolo insegue l’ecumenismo (perché ha perso la partita? perché è più accorta?).
Ma, poi, non è l’alta politica dell’ecumenismo all’origine del disagio, è il film in sé. Che si monta come un evento, da premiare con numero incalcolabile di Oscar – non per nulla è prodotto dai  Weinstein, maestri del premio. Mentre è solo un onesto lavoro sul giornalismo, meno incalzante di altri. Che sterilizza e accantona la pedofilia di cui tratta. La pedofilia non è una mafia, ma un dramma. Umano e sociale. Che tra l’altro si collega all’omosessualità. Si dice di no ma è così.
La chiesa? Ha deciso di farselo piacere, il film, col politicamente corretto papa che si ritrova, populista di ogni causa popolare. Per domani magari farsene una medaglia, di quest’epoca di sofferenze e di persecuzione. La chiesa di Roma perdona i peccati, ma è quella che li ha creati, compresa la pedofilia, che prima non c’era - e tuttora, laicamente, non è pecato, quando non viene osannata: cioè basta che il pedofilo non sia un prete, l’offesa allora scompare.
Ma, poi, non è nemmeno un film cinico, è solo bizzarro. Montato sulla velocità, mentre l’indagine che racconta ha preso anni. E come una caccia all’uomo, non al delitto. A cominciare dal promotore della caccia, un neo direttore del giornale che viene da lontano, da Miami a Boston, di cui solo si saprà in due ore e mezza che è ebreo e che è interessato a colpire “il sistema”, come lui lo dice, “il cardinale”. Non a proteggere i bambini, magari imponendo alla chiesa una riforma delle sue pratiche punitive e risarcitorie, e\o stroncando il business legale della sofferenza. Anzi l’unico onesto, che non ha nulla da rimproverarsi, giornalisti compresi, è l’avvocato a percentuale, che tratta col vescovado i risarcimenti in dollari.
Tom McCarthy, Il caso Spotlight

lunedì 22 febbraio 2016

La guerra è vicina

Continuando i bombardamenti con incursioni di truppe, e anzi intensificandosi, della Turchia in Siria, è guerra, seppure non dichiarata. Con la Siria presa su due fronti, anche dall’Is, che ha fatto con pochi attentati molte più vittime delle forze armate siriane a Aleppo. Dall’Is che è stato armato, finanziato e imbottito di volontari europei dalla Turchia, con i finanziamenti del fronte saudita. Mentre il regime siriano si appoggia alla Russia.
La Turchia essendo membro della Nato, la Nato dovrà mobilitarsi ad horas. Non in questa fase, di invasione della Siria, ma sì contro la prevedibile rappresaglia siriana. Che potrebbe essere appoggiata dalla Russia.
L’Is si dimostra sempre più un grimaldello per scardinare gli assetti nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. È tutto qui il segreto di un gruppo di fanatici che dominano mezzo Medio Oriente. Senza grandi numeri, senza grandi mezzi, senza armi pesanti.

Obama è un dover essere, Kerry annaspa

Ci si chiede come mai la presidenza Obama sia fallimentare sul fronte internazionale, anche se non scopertamente. Non ci se lo chiede in realtà, Obama ha sempre molto credito, ma né in Europa né altrove nessuno fa affidamento su di lui, per nessuna ipotesi di soluzione: in Israele, in Siria, in Libia, in Ucraina, con la Russia, contro il terrorismo islamico, oltre che in Afghanistan e in Iraq - ma tutta la sua lunga presidenza è stata del non fare, eccetto che la riforma sanitaria, peraltro poco incisiva: grandi banche e grandi gruppi, Guantànamo, spionaggio degli alleati con la scusa della guerra al terrorismo, tutto ha lasciato come Bush jr. lo aveva apprestato, alle guerre di Bush aggiungendo quelle di Libia e Siria, e la quasi guerra in Egitto e Tunisia.
La critica non c’è perché il presidente americano beneficia comunque di un’aura, una sorta di sacralità. È un “dover essere” su tutti i fronti, anche su quelli che non padroneggia, o muove da incapace. Un simulacro.
È in questo assetto che sembra insieme eccezionale e remoto il tentativo del segretario di Stato Kerry, politico all’antica, di riportare la diplomazia americana sulla razionalità. In Siria, per esempio, e in Libia. Cercando alleanze utili, se non fraterne, promuovendo soluzioni. A partire dal desueto armistizio. Un armamentario bellico-diplomatico che proprio gli Usa hanno da tempo obliterato, con la guerra totale (aerea) e la resa incondizionata.

Un governo, e più un governo con responsabilità mondiale come quello Usa, deve farsi interlocutori, sia pure ostili, le altre potenze e i governi, più o meno legittimi. Non servizi segreti, movimenti di piazza, gruppuscoli che magari diventano l’Is, oppure sono bande di estorsori (Quirico et al.). Dovrebbe: è per questo che Kerry è simpatico ma non molti gli danno credito.

Il femminicidio come il delitto d’onore

Un uomo può uccidere la moglie, madre dei propri figli, a 35 anni, in un momento d’ira perché non trova l’orologio da polso, occultarne il cadavere e, riconosciuto colpevole, passarla liscia. Tra l’ergastolo e la libertà il giudice ha deciso per la libertà. Ha negato i futili motivi, mandando il reato in prescrizione.
È successo a Pescara sabato. L’altro sabato a Milano un giudice ha riconosciuto a una vittima di stalking il diritto a essere informata del provvedimento di divieto al molestatore di avvicinarsi alla sua casa. La sentenza è stata celebrata meritoriamente, in quanto prima applicazione di una nuove legge che impone questa comunicazione. Ci voleva una legge per “imporre” questa comunicazione. E tre anni buoni di tempo: la vittima dello stalking aveva presentato denuncia a novembre 2012.
Malgrado la generale deprecazione del femminicidio, della violenza contro le donne, questa è sempre di ordinaria amministrazione. Niente dolo per i responsabili, né premeditazione, niente aggravanti e anzi tutte le attenuanti. Anche in caso di denuncia di minacce e maltrattamenti, reiterata quanto si voglia: non fa aggravante. Con esiti dal non luogo a procedere, a sanzioni deprecatorie (niente carcere), e carcerazioni brevi nei casi più disperati.
Come tutte le corporazioni, anche quella dei giudici è misoneista – abitudinaria. Anche le donne, ora che la professione è a maggioranza femminile, anche nei giudizi su maltrattamenti a danno della donna. La donna che a Milano aveva denunciato la persecuzione a novembre del 2012 poteva pure morire – in attesa della “legge”.  
La legge peraltro in Italia s’intende manzonianamente, come la lettera della legge. Non c’è nella costituzione, nella costituzione materiale, nel sentito comune, nelle coscienze, il rigetto e la punizione della violenza domestica o di coppia, comunque esercitata? Certo che c’è, ma non per i giudici, che volentieri si fermano alla prassi, anche contro il senso più evidente. Succede per la violenza sulle donne come per il delitto d’onore, l’attenuante che fu a lungo decisiva in caso di vendette familiari. Un residuato, cui nessuno credeva, nemmeno i patriarchi che in teoria imponevano il delitto risarcitorio, ma i giudici sì, finche la “legge”, appunto, non abolì la categoria.. 

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (276)

Giuseppe Leuzzi

Si candida l’isola di Lesbo al Nobel per la Pace. Bello. Nessuno ha candidato Lampedusa, che da quindici anni fa la Lesbo, con molte centinaia di migliaia di arrivi in più di sventurati. Mai pensato nemmeno a candidarla. Perché Lampedusa è in Italia, ma al Sud.

Per Lampedusa si commuove più di tutti Meryl Streep, che è persona sensibile ma soprattutto è americana. Una Meryl Streep europea non c’è – o se c’è tace, opportunamente. Nord e Sud per una volta sono uniti, nel naufragio.

Per Juventus-Napoli le Autorità hanno lasciato a casa i tifosi del Napoli. Che non hanno mai disturbato nessuno, con come gli juventini, condannati più volte per razzismo. È l’“antagonismo ancestrale tra il Nord e il Sud d’Italia”, di cui ha parlato “L’Equipe”, ma delle Autorità, non die meridionali – i meridionali tifano Nord.

Dice Jens Christian Grøndal, scrittore danese, a Donatella Di Cesare per “La Lettura”: “Vengo in Italia da quando avevo 14 anni…. Ho sempre la sensazione strana di tornare a casa…. Ho un grande rispetto per il vostro stile di vita, la cura dei dettagli. Salva l’anima”. Salva l’anima di Grøndal . Ma non della dell’intervistatrice, filosofa di professione, che obietta: gli studenti universitari devono andare via, “qui mancano i fondi per la ricerca”. Tenta un po’ di scandalismo, al modo del giornalismo gossiparo, l’intervistatrice è filosofa e professoressa alla Sapienza di Roma l’università più grande del mondo. A volte il Sud è peggio del Nord.

L’anarchia libera?
La “ barbarie” è un più di libertà, la barbarie in Calabria. Lo argomenta il signor B. nel dialogo di Diderot, “Supplemento al viaggio di Bougainville”, che è poi Diderot stesso: “Diffidate di chi vuole mettere ordine. Ordinare è sempre rendersi padrone degli altri importunandoli: e i Calabresi sono quasi i soli a cui la lusinga dei legislatori non si è ancora imposta…
A.: E questa anarchia della Calabria vi piace?
B.: Mi richiamo all’esperienza; e scommetto che la loro barbarie è meno viziosa della nostra umanità. Quante piccole scelleratezze, di cui si fa così tanto caso, compensano qui l’atrocità di alcuni grandi crimini”.

Mafie/antimafie
La richiesta della mazzetta è semplice, ed è legale, nel sistema giudiziario italiano. Si persegue su Se la vittima non denuncia la richiesta subito, allora è lui il colpevole. Ma con la denuncia deve portare le prove. Che naturalmente non ha.
Si potrebbero fare delle intercettazioni - ambientali, telefoniche, confidenziali. Ma, anche qui, per promuoverle bisogna avere le prove.
Ma anche portare le prove è rischioso. In prima battuta si rischia un’incriminazione per abuso
Più che un reato penale, la mazzetta è un’offesa che si persegue su querela di parte. Nel proprio interesse del querelante, non in quello della comunità o dello Stato. E il sistema  repressivo pubblico giustamente non è al servizio di questo o di quello.

Split personality
In “Calabria o Piccadilly”, uno dei racconti della raccolta “Il racconto dello sguardo acceso”, Franco Buffoni fa il caso di una sua allieva, che chiama Imma, che ha due lingue e due vite. Imma è figlia di calabresi a Roma, che nello stabile di cui i genitori sono portieri conosce da piccolissima una coppia di insegnanti inglesi, anzi è di casa a casa loro. Fino a frequentare le oro scuole, a partire dalle elementari. E a diventare perfettamente bilingue. Anzi no, parla bene l’inglese. Per quanto riarda l’italiano, invece, ha problemi: parla un misto di calabro-romanesco. Quello dei genitori, perché “non ha scuole” d’italiano. Rimedierà, con l’aiuto di Buffoni, e con grossi sforzi, all’università. Ma tuttora pensa in due modi, per esempio alla relazione che ha ormai da tempo con una insegnante della scuola inglese di cui lei stessa è divenuta insegnante: normalmente in inglese, ma quando si trova in Calabria in vacanza dai parenti in calabrese – a Cirò la sua “compagna” (“we are a lesbian couple”) diventa “un’amica”.
È un caso di split personality, si diceva una volta. Non propriamente, non per problemi psichici ma di adattamento. Ed è la forma mentis dell’emigrato, di necessità o di propria volontà. Specie dell’emigrato” definitivo”, che non va e viene.

Non ci sono solo i muri, le frontiere restaurate, le guardie in assetto da guerra, i respingimenti e i naufragi, c’è di peggio: l’Europa, culla della civiltà, mostra sula questione immigrazione un’insipienza che un tempo si sarebbe detta barbarica – la stessa insipienza che oggi impedisce di chiamare barbari i barbari.
Napolitano è un eroe dei tedeschi non per le conferenze dotte sull’Europa ma per la politica dei “respingimenti” adottata da ministro dell’Interno di Prodi nel 1996-97. Fu allora che si ebbe la prima ecatombe di immigrati in  mare, per lo speronamento di una carretta albanese con centinaia di imbarcati. Uno speronamento non casule, né un errore di manovra, ma cercato e attuato, su ordine di Roma, dalla Marina militare. E che dire della Danimarca, che si appropria dei beni degli immigrati per dieci anni, in conto dote per futuri sevizi, sanitari o di istruzione? E ancora non è contenta, a scuola ordina pasti obbligatori a base di carne di porco, così s’imparano.
Schizofrenia – sarebbe un’assoluzione? No, è proprio “natura”, carattere nazionale, cultura nazionale. Europea. Del Nord – ma anche (Napolitano?) del Sud?

La percezione
La Calabria non entra in nessuna delle statistiche Istat della criminalità, di omicidi, furti, scippi, estorsioni, rapine, riciclaggio, non nei primi posti. Contro la percezione comune, dei calabresi per primi. I delitti non vengono denunciati in Calabria? No. Cioè sì, vengono denunciati, eccome – fanno statistica, perlomeno quella la fanno. È la percezione indotta dalla una stampa, che è di sola cronaca nera. Questo è certo. Ma può essere la percezione un fenomeno così distinto dalla realtà? Questo è probabile, ora che meteo.it dà le temperatura atmosferiche in parallelo con quelle percepite: si registrano differenze enormi, anche di sei-sette grandi. Del tipo: fa caldo e invece uno sente freddo.

Sud\Nord
Uno degli “Hateful eight”, gli otto odiosi del film di Tarantino, a un certo punto, dopo l’ennesima polemica fra vecchi Sudisti e nuovi Nordisti dopo la guerra civile di Lincoln, fa le parti: “Questo (un tavolo) è il Nord, e questo è il Sud. Questo (un altro tavolo) è dove mangiamo tutti assieme”. Non è la soluzione ma è il modo d’essere.

Si riconsiderino Donatella Di Cesare e Jens Christian Grøndal, lo scrittore danese. La filosofa, germanista, sionista, vice-presidente della Fondazione Heidegger fino ai “Quaderni neri”, e anche dopo, aveva qualche dubbio sull’antisemitismo del suo filosofo, ma gli ha tenuto fede fino ai limiti del possibile, e anche oltre. Come i corrispondenti, e più le corrispondenti, dei giornali italiani a Berlino, per i quali la Germania ha comunque ragione. Si può parlare di fascino teutonico, pre-femminismo? o non è una deriva del principio “il Nord ha sempre ragione”?
Di Cesare, filosofa in cattedra, è stata mandata a intervistare il gentile scrittore danese, un debuttante, giusto per saggiare il grado di razzismo della di lui patria, dopo le recenti leggi anti-immigrati. Ma non deflette: lui vorrebbe scendere e lei non fa che rimetterlo sul piedistallo, su del Nord. Il Nord è come l’antisemitismo, duro a credere?

leuzzi@antiit.eu

Veri racconti di normale crudeltà

Un narratore senza pretese. Dell’angolo del suo lago, le bocciature, i pranzo della cresima, il portafogli del padre… Il vero narratore è senza pretese?
Tredici delle ventidue brevi prose raccolte nel 2009 da Roncoroni sotto lo stesso titolo, un teatrino della memoria della prima adolescenza: lo scrittore si vuole abulico e anaffettivo?
Piero Chiara, Il verde della tua veste e altri racconti, Il S ole 24 Ore, pp. 79 € 0,50

domenica 21 febbraio 2016

Ombre - 305

“Non so se Eco sia stato un Grande Filosofo: forse non nel senso stretto e tecnico della parola. Ma se esistesse un premio Nobel per l’Umanità…”: è semplice e completo l’epicedio di Diego Marani sul “Sole 24 Ore”.

“Non ci sono differenze tra me e Renzi sull’Europa”. Non è vero, ma è quello che Monti afferma  in una lunga lettera al “Corriere della sera”, di cui è stato venerato collaboratore. Che gli affianca un paginone di Carlo Calenda: “Non c’è bisogno di medicine europee per l’Italia”. Calenda? Uno di Renzi, che lo ha fatto ambasciatore a Burxelles per domare il mostro. La caduta degli dei?

Bail-in, come proteggersi: Alessandro Plateroti documenta sul “Sole” come ovunque nella Ue si corra ai ripari contro il bail-in, la liquidazione delle azioni e obbligazioni delle banche in crisi. Una serie di trucchi, naturalmente legali, congegnati dagli stessi che hanno orchestrato il bail-in, e gestiscono i risparmi. Non per proteggere il risparmio ma per sfruttarlo meglio. Il mercato che valorizza il risparmio distruggendolo sarà l’ultima medaglia al valore – il “mercato” è insensibile all’infamia.

Senatore subito, Renzi ci pensi – se non ha elezioni suppletive in vista, lo faccia senatore a vita. Pignatone supera s stesso, in un colpo solo rinvia a giudizio tutti gli assessori di Marino. Che ora con chi fa la lista?

Ama le battute e gli scambi volanti coi giornalisti - gli manca solo il predellino. Tenere il microfono ìn mano come una qualsiasi starlette. Uscire trasandato e magari in deshabillé. Telefonare a sorpresa a chi capita. Papa Francesco fa l’antipapa. Ma perché farsi eleggere papa?

C’è la guerra in Turchia, e tra Turchia e Siria, ma “la Repubblica” se la scorda – ne parla, poco, a pagina 17. Uno che compra a fare il giornale, per sapere com’è andato il viaggio del papa, e lo spettacolo di Grillo?

Avendoci passato numerose vacanze, il ricordo è di una polizia occhiutissima in Turchia: non c’era modo di fermarsi in macchina, nel più remoto villaggio, se non in zona di parcheggio segnalato, il fischio arrivava altrimenti immediato. Tutta quella polizia dove l’ha messa Erdogan che ora si mettono le bombe in piazza? Anche alle manifestazioni protette dalla polizia.

Messi e Suarez umiliano il portiere del Celta Vigo, una delle squadrette spagnole che fanno da piedistallo ai “campioni nazionali” Barcellona e Real Madrid. Diventano per questo eroi del web. Come in un nuovo ciclo di barbarie, elettronico.

A un anno dalla candidatura di Roma all’Olimpiade 2024, a Losanna, presenti Renzi, Malagò e Montezemolo, “ma non c’era Roma”, Marino rivela sull’ “Espresso” che la formidabile esclusione aveva una ragione: il suo progetto era alternativo a quello turistico-inmmobiliare della triade, attorno all’area di Tor Vergata. Non poteva dirlo prima?

Marino denuncia a Pignatone le pressioni indebite esercitate da Renzi sui consiglieri comunali romani per farli dimettere – e dimettere Marino stesso. A Pignatone?  Si capisce che non aveva la stoffa del sindaco: uno preso al laccio della sua retorica – le primarie, il voto popolare, etc.

Le coscienze dell’Occidente, ora in Aleppo, erano in Cecenia, col popolo ceceno contro l’invasore russo. Dopo il Kossovo, la Bosnia eccetera. Non una ora nel Curdistan turco, dove Cizre è demolita dall’esercito di Erdogan, da due mesi. Anzi, nemmeno una lacrima per le vittime di Cizre - zero assoluto in paragone con Aleppo. Queste “rivoluzioni” arancioni a senso unico non saranno opera di servizi segreti occidentali? Magari a insaputa delle coscienze, di Sofri e altre buone persone?

Si processa Standard & Poor’s a Trani come una barzelletta: gli gnomi di provincia contro il colosso multinazionale, l’inglese pidgin contro la sofisticazione. Mentre la verità è all’occhio di tutti: S&P’s classifica il debito italiano il peggiore del mondo, su cui però mette le mani come investitore come su quello tedesco – il 40 per cento dei due debiti è detenuto da investitori esteri. Una gaglioffata.

In Germania la gaglioffaggine di S&P’s, che è piena di italiani, non sarebbe permessa. Negli Usa nemmeno. In Italia la speculazione si fa forte di molta stampa, se non tutta, che informa e indirizza.
Un tempo i giornali si giustificavano con l’antiberlusconismo – anche la presidenza quisling della Repubblica. Oggi non hanno più nemmeno lo scudo Berlusconi, ma sono lo stesso impudenti.

Camere e giornali intasati dalla stepchild adoption, che tutti sanno essere prasi agli atti giudiziari: ammessa più volte dalla Cassazione e perfino una volta, se ben si ricorda, dalla Consulta. E dunque? Renzi vuole dare un osso da rosicchiare a quelli del Family Day? Tra i suoi obblighi verso le massonerie c’è la questione di principio?

Come per il bail-in: era difficile dire che chi comprava azioni e obbligazioni delle banche poteva perderle, e anche i correntisti che tenevano liquidi oltre i centomila euro? No, era facile, ma non è stato fatto. E forse nemmeno per fregarli – i piccoli risparmiatori, è di loro che si parla. No, solo per incuria. Perché i governi perdono e si perdono? Perché sono troppo furbi. E malgrado il voto popolare rispettano solo i potenti.