martedì 31 gennaio 2017

L’autore solitario è triste

“A quel tempo vivevo solo, per mia beatitudine e tormento”. Terzo titolo francese, dopo “La bière du pécheur” e “Rien va”, per dare corpo alle moralità del narratore, poeta e traduttore. Prose datate , anni 1960 – “La nostra civiltà (nel senso più lato possibile, il nostro pensiero stesso) è schiava del criterio quantitativo…”. E prose personalizzate, sofferenti: “”Vivere si può solo lasciandosi minuto per minuto la vita stessa; tagliando i ponti, anche se poi dovesse avvenirci di ripassare in fretta il fiume  a nuoto…”.
Un calendario caleidoscopio mensile, da novembre 1963 ad aprile 1964. Di riflessioni, incidenze, enigmi – “C’è qualcosa di impavido nel sonno dei morti” chiude il diario. E la consueta ritornante excusatio, di uno che visse fuori degli schemi per il vizio del gioco – “È possibile fare checchessia senza recar danno a qualcuno? Sfido chi si voglia a dimostrarlo possibile. Il nostro bene è dunque un male, quand’anche fosse il minore”. Con l’elogio – “segreta fraternità” lo dice l’editore: perché segreta? – della gatta in cortile.
Un riproposta in un certo senso consolante, oltre che disperante: nel 1964 si pubblicavano i pensieri sparsi di uno scrittore come Landolfi, mancando er la stagione la prosa o la poesia nuova, c’era un pubblico.
Tommaso Landolfi, Des mois, Adelphi, pp. 169 € 19

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