sabato 7 ottobre 2017

Il mondo com'è (319)

astolfo

Bombe a Milano – Piazza Fontana ebbe un precedente. Su cui Camilleri ritorna in “Esercizi di memoria” per il ruolo che vi ebbe un suo parente commissario di Polizia, Carmelo Camilleri, il modello, dice, di Montalbano. Il precedente così Astolfo narrava dieci anni fa, nel romanzo del Sessantotto, “La gioia del giorno”, a seguire alle bombe di Piazza Fontana:
“Nel 1928 una bomba a Milano fece diciotto morti, uno più di piazza Fontana, e una quarantina di feriti. Scoppiò sul piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera Campionaria, il 12 aprile poco prima dell’arrivo del re, che doveva inaugurarla. Altri due attentati, con bombe identiche, erano stati sventati a cadenza il 9 e il 6 dello stesso mese, senza però che fosse rafforzato l’apparato di vigilanza. Su polizia, polizia politica, milizia e carabinieri vigilava autorevole il federale milanese del partito Fascista Giampaoli, un fattorino del telefono che nel 1913 era stato in carcere per rapina in danno di una donna anziana. Gli arresti per la bomba alla Fiera furono 560, fra anarchici, socialisti, comunisti e repubblicani.
“La Procura di Milano si dedicò tutta al caso. Anche Roma: il Tri-bunale Speciale aprì un’indagine, il quadrunviro Bianchi, sottosegretario all’Interno, in persona interrogò alcuni degli arrestati. Questo per alcuni giorni. Il caso andò poi in letargo: i giornali ebbero l’ordine di non occu-parsene più. Fino all’ottobre del 1930, quando furono arrestati gli antifa-scisti di Giustizia e Libertà, denunciati da un Giuseppe Forti, alias Carletti, nomi di battaglia di Carlo Del Re, un avvocato friulano, lui stesso giellista. Del Re, perito fallimentare, s’era appropriato cinquanta milioni di un fallimento per coprire una perdita al poker. Per rimediare chiese aiuto a Balbo, confessandosi militante antifascista. “Ottimo”, disse Balbo, e lo raccomandò al capo della polizia Bocchini. L’avvocato esercita ancora a Roma (reintegrato all’albo nel 1954, morirà nel 1978, n.d.C.).
“I giornali ebbero indicazione di legare gli arresti alla strage. Ma al processo l’attentato non fu evocato. Ci furono anche allora un libertario suicida in carcere, un Carlo Maria Maggi, congegni Roskof per bombe a tempo, che sono semplici orologi, e esperti per provare l’improvabile. La storia riedita Ernesto Rossi, che nel 1958 la ricostruì in «Una spia del regime». Maggi, che creò il Meneghino, lustro dei gesuiti a teatro a San Fedele e Brera, nonché del lombardista Isella, è ricorso facile, ma non è tutto. “Fu il più grave cruccio di Bocchini, si può dire fino alla morte, non essere riuscito a vedere chiaro in questo tragico episodio”, attesta Guido Leto ne «I libri segreti dell’Ovra», l’Opera Vigilanza Repressione Antifascista che Mussolini volle sul modello sovietico dopo l’attacco a Giustizia e Libertà, “egli non si stancò mai di stimolare i collaboratori affinché non trascurassero nulla per far luce sull’attentato”. Arturo Bocchini fu Capo della polizia dal 1926 fino alla morte nel 1940.
“Un funzionario della questura, Camillo Camilleri, aveva fornito agli arrestati, dopo averle invano portate al Tribunale Speciale, le prove della loro innocenza. Ma non tutti furono liberati: i comunisti Ludovichetti, Sarchi, Testa, Vacchieri furono condannati, con Romolo Tranquilli, studente, fratello di Secondino, “Ignazio Silone”, che  morì in carcere a Procida a fine 1932 per le sevizie. Leto era il capo dell’Ovra. Può raccontarla perché il 25 luglio divenne antifascista, salvando dai tedeschi i compagni del Pci. Come il capo dell’Ovra a Milano, il “dottor” Luca Ostèria, marittimo genovese amico di Parri, di cui il presidente della Resistenza era stato prigioniero, che poi se ne disse protettore contro i biechi tedeschi. Il senatore commendator Bocchini condusse vita prodiga, specie con le donne, ma ebbe fama d’integerrimo servitore dello Stato. Lesinava sui fondi segreti, in uso libero senza giustificativo. Non diede tregua a Camilleri per aver scagionato gli arrestati: lo licenziò e poi lo angariò per impedirgli di lavorare. Fu destituito pure Giampaoli, insieme col questore, e inviato al confino.
“A Milano la bomba fu giudicata un’intimidazione fascista contro il re, per accelerare la controfirma della riforma elettorale su cui aveva riserve. Non escluso un fine sovversivo, secondo Camilleri: alcuni “eroi della rivoluzione” fascista, repubblicani, avevano un piano in due punti: eliminare il re e la corona, proclamare Mussolini capo dello Stato. Camilleri l’aveva saputo dal brigadiere Crespi della questura, detto “Maciste”, che aveva informatori nel Pnf. Si muore pure per niente”
Tutto vero - eccetto il “Camillo”, che è invece Carmelo.
Camilleri aggiunge molti particolari sul commissario, un cugino del padre, che lo scrittore ha sempre chiamato zio, e che lo ospiterà a Roma nell’immediato dopoguerra per studiarvi recitazione e regia. La prima indagine, ricorda Camilleri, fu affidata a un colonnello dei Carabinieri esperto di esplosivi, il quale riferì che l’ordigno (miscela, confezionamento, disposizione, nel basamento in ghisa di un fanale) era opera di artificieri abili. Mussolini allora incaricò delle indagini il capo manipolo della Polizia Ferroviaria, uno che aveva sventato un attentato al treno dello stesso Mussolini, spiegandogli che gli autori erano da cercare tra gli antifascisti, soprattutto tra i comunisti e gli anarchici. Parallelamente indaga la Questura, dove opera il commissario Camilleri. Mentre si sparge la voce che poco prima dell’attentato, nella caserma Carroccio della milizia fascista una pallottola sfuggita casualmente da un moschetto ha ucciso due militi e ne ha feriti gravemente altri tre. Per chiarire questo incidente Camilleri fa perquisire un circolo fascista, l’Oberdan, frequentato dai “fascisti più facinorosi e repubblicani di Milano”, fedelissimi del federale Mario Giampaoli. E si persuade che l’“incidente” alla Carroccio è lo scoppio accidentale del resto dell’esplosivo usato per la bomba alla Fiera. La Milizia Ferroviaria invece arresta a Como Romolo Tranquilli, e poi altri cinque comunisti e anarchici,  che prontamente il Tribunale speciale condanna a morte. A carico di Romolo viene addotta una piantina che aveva in tasca, che la Milizia dice essere la piazza Giulio Cesare dell’attentato alla Fiera. Camilleri spiega che la piantina è di una piazza di Como. E sulle sue indagini scrive “un lungo rapporto al capo della Polizia Bocchini allegando prove e documenti”. Bocchini fa leggere il rapporto a Mussolini. Che lo commenta a margine: “Liquidate Camilleri”».
Camilleri “venne immediatamente costretto a dimettersi dalla polizia”, e andò a lavorare da avvocato nello studio di uno dei difensori dei sei imputati. Era “un fervente fascista”, che “si era distinto per avere arrestato numerosi comunisti”, e per usare “metodi bruschi e violenti, per cui ebbe a subire qualche richiamo dai suoi superiori”. Destinato “a una brillante carriera”, cadde in depressione per la morte improvvisa di una figlia, e “diventò quasi un peso per la polizia, tanto da subire tre trasferimenti in tre anni”. Ma “l’attentato alla Fiera lo fece ritornare l’acuto investigatore che era sempre stato”. Da avvocato “non sopportava l’idea che sei innocenti”, sia pure dell’odiato partito Comunista, venissero fucilati e gli autori della strage restassero impuniti, e “allora compì un atto temerario: riuscì a fare arrivare al giornale comunista francese «L’Humanité» la sua relazione con allegati gli atti probatori”. Scandalo. Mussolini commuta le pene di morte in ergastoli. Camilleri è arrestato, processato al Tribunale Speciale e condannato a cinque anni di confino. Scontato il confino, si stabilisce a Roma ma non trova lavoro: “Per sopravvivere fece i più umili e vari mestieri, tra l’altro per qualche tempo sopravvisse vendendo sputacchiere”. Dopo la guerra fe reintegrato come vicequestore, con gli arretrati.
La bomba alla Fiera fu anche occasione per una retata di tutti gli oppositori laici del fascismo, che Camilleri non ricorda, prima che dei comunisti. A quegli oppositori Mussolini soprattutto mirava. Nell’occasione fu arrestato, con la moglie, anche Giuseppe Rensi, il filosofo socialista già epurato dall’università in quanto firmatario del Manifesto Croce nel 1925 contro il fascismo. Che poi fu presto liberato per lo stratagemma di un amico. Emanuele Sella ne pubblicò il necrologio affranto sul “Corriere della sera”, dandolo cioè per morto, e Mussolini si spaventò: non si fidava dei suoi giannizzeri, e lo fece liberare subito. Una storia molro camilleriana, che lo zio e Camilleri non ricordano.

Debito pubblico – Risale all’unità: l’Italia unita nacque indebitata, pur avendo incamerato gli attivi degli Stati annessi – sostanzioso quello del Regno di Napoli. Incamerò nel 1867 i beni della chiesa, e per qualche anno la finanza pubblica sembrò consolidarsi - i bilanci lusinghieri che si attribuiscono alla destra, a Minghetti. La manomorta fu poi alienata per niente, a beneficio della nascente famelica borghesia, e lo Stato tornò in sofferenza.

Rommel Il giorno dello sbarco il maresciallo Rommel lasciò la Normandia per festeggiare a casa la moglie nel suo onomastico. Erwin Rommel era una volpe, andava quindi di corsa. In altra cultura, meno indulgente, si direbbe che scappava, non sapendo come tenere il fronte Nord dopo aver perduto il Mediterraneo. La prima sconfitta della Germania, dopo tre anni di vittorie.

Era stato uomo di fiducia di Hitler, capo della sua guardia, e aveva dato ai tedeschi nel 1937, ritornata la spocchia col boom economico e militare, l’idea che avessero vinto la guerra che avevano perso. Aveva dato in “Fanteria d’attacco” l’idea che i sei fronti nei quali aveva servito durante la Grande Guerra fossero stati da lui sbaragliati – un successo di vendite colossale.

astolfo@antiit.eu 

Amori maschili, tristi

Amori gay tristi, alla Walter Siti, del cui romanzo il film è l’adattamento: di mignotti ladri, con molta erba e coca, in ambiente piccolo borghese. Con le solite donne inutili, madri, mogli, milanesi sciocche (ma un ruolo d’eccezione di Carmen Guardina, l’unica attrice-attrice). E trasgressioni sempre alla Siti: l’amato muore alla san Sebastiano, per lapidazione, alle cave Ardeatine…
Meglio raccontato del romanzo. Ma di proposito grigio: se la storia avesse un senso, si direbbe anti-gay. È un contagio senza disagio, da dannati senza motivo, manutengoli del crimine.

venerdì 6 ottobre 2017

Rommel vinceva le guerre perse

Rommel è vivo e combatte insieme a noi? Col panegirico oggi su “la Repubblica”, Rumiz risolve il mistero della disfatta di Caporetto: fu opera di Rommel. Allora tenente, al comando di una compagnia, nel battaglione Alpini del Württemberg, sbaragliò tutte le linee di difesa italiane. Uno Zeman d’antan, portò la sua compagnia, ogni uomo affardellato di 40 chili, con armi pesanti e ingombranti, su è giù per i crinali e le valli, per tre giorni di seguito, ogni tanto facendoli riposare un’ora. E sempre, come ninja, benché onusti, arrivando alle spalle degli italiani. Che quindi si arrendevano – lo schema è: poche decine di uomini fanno prigionieri mille, millecinque, duemila, innumerevoli italiani a ogni colpo. 
Ogni tanto a Rumiz viene il dubbio che il mistero della disfatta sia la rabbia repressa delle masse al fronte. Un mistero noto, se non altro dal tempo di Malaparte. “La rivolta dei santi maledetti”. Ma non vuole dargli ragione – lo cita per caso. Anche se, poi, sta con Rommel, che scrive: “Gettano quasi tutti le armi. A centinaia mi vengono incontro. «Viva la Germania» gridano mille bocche”. Non trascura la “meticolosa preparazione tedesca”: “Materiali portati con 2.400 treni, oltre 2.200 tra annoni e bombarde, un milione di granate a disposizione, 30 mila cavalli”, indispensabili per portare l’armamento su e giù. Ma non di più.
Una volta Rumiz ha anche il dubbio che il futuro maresciallo sia “un barone di Münchhausen”. Un comandante di compagnia “che fa tutto da solo”, nell’esercito prussiano? “Che riesce in 52 ore quasi ininterrotte di azione a travolgere cinque reggimenti, a conquistare una decina di posizioni… Il tutto con perdite irrisorie e percorrendo a velocità inverosimile, in combattimento, una quarantina di chilometri, 2.500 metri di salita e 800 di discesa”? Ma poi non resiste – lui con i curatori delle memorie di guerra, italiani e sloveni, che lo accompagnano a Caporetto e dintorni – al fascino del maresciallo, come si celebrò nel 1937, in “Fanteria d’attacco”. E di questo volume autocelebrativo fa quasi un romanzo.
Rommel era un altro. I lettori del sito lo sanno
Il suo mito è da tempo sgonfiato, in Africa, nel Vallo Atlantico (1944) e sullo stesso fronte italiano. Rommel fu medagliato sul fronte italiano, insieme col suo maggiore, Sproesser, per l’azione successiva a Caporetto, a Lavarone, dove catturò molti italiani.
Cioè: il mito era sgonfiato, in Germania. Ma due anni fa è stato rilanciato, ripubblicando l’autocelebrazione del 1937 che Rumiz sceneggia. La storia ritorna?
Rommel vi descrive, in sei capitoli, sei azioni di guerra strepitose, come nei romanzi di avventure, nei film all male. Da alfiere del reggimento wuerttemburghese “Re Gugliemo I” in Belgio e Francia Nord, nelle Argonne, e poi, come tenente, nel battaglione Alpini, in Romania, nei Carpazi, a Tolmino (Caporetto),  al Tagliamento e al Piave. Fu un successo, con 400 mila copie vendute. Come dire che la Germania aveva vinto la guerra che aveva perso, un rovesciamento sulla cresta del boom hitleriano.
Il successo Rommel voleva bissare nel 1944 con “Panzer d’attacco” (“Panzer greift an”, dopo “Infanterie reift an”) sulla guerra d’Africa, dove pure aveva perduto la prima guerra di Hitler, come se invece la avesse vinta. Ma la sconfitta in Normandia e il suicidio lasciarono il progetto incompiuto.
Di “Fanteria d’attacco” non si è più parlato in Germania dopo la guerra. Fino alla riedizione due anni fa, nella nuova Germania merkeliana.

Quanto pesa Putin in Medio Oriente

Dieci anni dopo la visita di Putin a Riad, che sembrò e fu una forzatura, il re saudita ha restituito al visita a Mosca. Colmandola di accordi economici – anzitutto l’intesa per un rafforzamento del corso degli idrocarburi – e industriali. Resta lo stallo nel rapporto politico, Putin essendo stretto alleato dell’Iran, che è il primo nemico dell’Arabia Saudita. Ma la visita di re Salman è di fatto il riconoscimento che in Siria, dove la rivolta anti-regime è stata promossa, finanziata e armata dall’Arabia Saudita, la partita è persa, in favore di Assad, Mosca e Teheran. In cambio probabilmente di un intervento dissuasivo di Putin su Teheran per la guerra nello Yemen, dove  Iran e Arabia Saudita si fronteggiano direttamente, e non per formazioni militari protette.
C’è un sovvertimento in atto in Medio Oriente rispetto agli assetti del lungo dopoguerra. Anche se non se ne parla – se non marginalmente, come su questo sito:
Mosca ha soppiantato l’influenza occidentale in Iran e in Siria, e si propone amichevolmente in Nord Africa (Egitto e Libia) e nella penisolla arabica. Non ha titoli finanziari né di mercato per soppiantare l’integrazione del Medio Oriente nell’Occidente. E quelli militari usa con parsimonia – una guerra è per la Russia un costo, a differenza che per gli Usa, dove si promuove e si vive come una “opportunità”. Ma è il power broker, ormai riconosciuto: il solo in grado di risolvere il problema del riassetto della Siria, e della bomba in Iran ( nonché dei fragili equilibri in Libano e Yemen, dove l’Iran è forte), e di favorire una stabilizzazione dei prezzi degli idrocarburi, petrolio e gas naturale.
Il ruolo russo è in questa fase – negli anni di Obama e ora con Trump - magnificato dall’assenza dell’Occidente su tutti i fronti, perfino su quello arabo-israeliano. Con l’eccezione possibilmente della Libia, ma qui per l’iniziativa italiana. 

Ombre - 385

Il calciatore Bernardeschi: “Ho pubblicato la foto di mia sorella incinta e certi leoni da tastiera hanno augurato la morte alla mia nipotina”. Il popolo si diverte.

Il governo scrive alla sindaca di Roma Raggi: “Vediamoci, per venirvi incontro”. Raggi non risponde. Sollecitata, fissa l’appuntamento a un mese data, “il primo giorno utile dell’agenda”. In attesa del quale non nomina degli esperti per trattare col governo, ma giusto il suo portavoce. Queste stelle della politica si diranno dell’apparenza. Però governano Roma, scelte dai romani.

Più tempo passa e più non si la sindaca Raggi. Cioè, si capisce: è la tipica donnetta d periferia, di quella che Roma ha privilegiato, dal tempo di papa Paolo VI e del sindaco Petroselli, ma che ritiene doveroso lamentarsi. Salvo sentirsi, e qui con ragione, sperduta in Centro, al Campidoglio poi. Ma è figura ben romana.

Eletta sindaca, Raggi ha rinunciato all’Olimpiade, costretta da Grillo, ha nominato i suo amichetti, gli “informatori” di quando sindaco era Marino e lei consigliere comunale, specie i vigili urbani, e poi è sparita: non sa che dire. Nonché che fare. Rinunciare all’Olimpiade è stato un atto di grande violenza, quindi la donna ha la cattiveria giusta, ma evidentemente solo quella. Però è ben romana, oltre che eletta dia romani.

Partita difficile Italia-Germania al Parlamento europeo sul dumping cinese, le esportazioni sottocosto in Europa. È scaduto il regime transitorio dopo l’ammissione della Cina alla Wto, la rete  mondiale del commercio, per cui l’export cinese era assoggettabile a dazi antidumping. E la Germania vorrebbe ora dare via libera alla Cina anche nel dumping. Angela Merkel lo ha promesso in cambio delle porte aperte per l’auto tedesca in Cina. L’Italia si oppone documentando il dumping cinese. E per ora ha la maggioranza in Parlamento. Ma solo una maggioranza: molti parlamentari di molti paesi sono con la Germania.

La foto del lutto per la strage di Las Vegas vede in primo piano una bionda procace scollata con l’ombelico scoperto, la mano in quella di un nero sofferto, il tipo Morgan Freeman, il quale poggia la mano su un teen-ager androgino. Tutto fake, anche il lutto – tranne che per i modelli: è un’ottima uscita?

L’assassino di Las Vegas si era portato e teneva in albergo ventitré tra fucili semiautomatici e di precisione, tutti ingombranti, e pistole. Otre a una mazza per rompere le vetrate. Gli mancava un cannone, ma sarebbe stato notato?
Gli Usa sono un altro mondo. Con la pena di morte, la libertà di sparare, e un sistema sanitario per arricchire le assicurazioni.

Il pm del pallone Pecoraro si supera nella sua crociata e squalifica uno della Juventus perché ha criticato il Var. Il Var.
Il calcio non è cosa seria e quindi pazienza. Ma questo Pecoraro è uno che odia il club torinese per essere napoletano. Perché la giustizia in Italia ha da essere “napoletana”?

“Risparmio alla pari”, la guida per i risparmiatori del “Corriere della sera”, fa il caso di una donna a cui viene sottratto il bancomat. Non se ne accorge, e dal suo conto in 25 operazioni a raffica vengono sottratti 26 mila euro. C’è un bancomat con credito illimitato? Si può derubare una banca senza che se ne accorga?

Pensioni per tutti a sessant’anni, per le donne a 57, e aziende pubbliche al comodo delle ras aziendali. Non c’è vizio sindacale che la sindaca di Grillo a Roma non molcisca. Furba lo è.
Salvo poi prendersela, Di Maio con Grillo, col sindacato in generale,  per mettergli la museruola. Era il metodo Mussolini. Grillo non è Mussolini, certo. È furbo.

Appendino, sindaca di Torino per uno dei tanti “miracoli” (harakiri) di Berlusconi, non ha una parola per stigmatizzare tre giorni di violenza nella sua città contro un G 7 che si penserebbe onorevole e buono per l’ex capitale d’Italia. Anche per il tema: creare lavoro. Questi sono stupidi, oltre che incapaci? E perché prendono tanti voti?  

Quando, vent’anni fa, Craxi negoziava il rientro tempora neo dalla Tunisia per curarsi, ci fu, rivela Martelli sulla “Nazione”, oltre “il brutale, pubblico niet della Procura” di Milano, un “rifiuto a ospitare Craxi del governo socialista francese”. Era il 1999. Governava Jospin, presidente della Repubblica Chirac. La stessa combinata che proteggeva il terrorista Battisti, condannato in Italia per quattro omicidi. La politica ha in Francia più di un lato oscuro.

La festa
Archi di luce per la festa
Sul paese, multicolore
A pagoda, a raggiera,
A guglie aguzze, a crociera,
Che ombre proiettano muti
Sul vuoto di anime

L’amore con la follia

Un uomo, un artista, cantante folk, Don Fuego, perde il lavoro al Buena Vista Social Club, ceduto a immobiliaristi americani, e incontra l’amore, a sessant’anni. In figura di una ventenne rossa, occhi verdi, silhouette di brace, che fa scattare il thriller, una dark lady. Ma dopo molte pagine vuote. Con esito non esito: l’arte vincit omnia, e Don Fuego torna ad aspettare di diventare, all’ultima riga, “l’eterno inno alla vita”. Dopo aver filosofato per una paginetta, a mo’ di morale, su ciò che vorremmo essere e che siamo.
La proletarizzazione, anche dell’artista, al tempo delle privatizzazioni – due terzi del libro sono peregrinazioni in cerca di occupazione. Così si sarebbe detto un tempo. Oggi non fa storia: ognuno è un manichino di interessi remoti, non specialmente cattivi, ma ciechi e dissolutori. E questo è il romanzo:  un apologo, non una storia. Cuba c’entra poco. Se non per il regime, imperscrutabile, la tristezza, di turisti senz’anima e film in tv in bianco e nero, e l’insania (esperienze estreme) che si lega ancora ai Caraibi.
L’assetto è quello di Graham Greene, “Il nostro uomo all’Avana”: il pover’uomo solo, con problemi, economici e della figlia adolescente. L’isola è solo uno scenario, anch’esso senz’anima. “Yasmina Kahdra” vi si avventura, molto in dettaglio, e non ci restituisce niente. Né il Buena Vista, il club famoso di cui tanto parla, né l’isola, né l’oceano, né Castro, né gli anti. Si legge per la “pasqualite” di Renzo Arbore – per vedere come va a finire. A margine, solo a margine, cè lamore con la follia. Il thriller non sbarca a Cuba
Fuori dall’Africa e il Medio Oriente, lo scrittore perde la lingua – nell’originale francese suonano stonati anche gli idiotismi d’Algeria. Come un Camilleri che raccontasse un altro mondo che la Sicilia.
Yasmina Khadra, Dio non abita all’Avana, Sellerio, pp. 244 € 16

giovedì 5 ottobre 2017

Problemi di base fake - 359

spock

È più fake Trump o il giornalismo (americano)?

È più fake il giornalismo (americano) o la rete?

È più fake la rete, Trump, il giornalismo americano, o l’Fbi?

E gli psichiatri (americani) che dichiarano Trump pazzo senza averlo nemmeno avvicinato?

Quanto è fake questa storia del fake?

O è la vecchia storia del cretese che tutti i cretesi dichiarava bugiardi?

Perché i servizi segreti riciclano sempre schemi classici?

Perché il giornalismo sarebbe segreto?

spock@antiit.eu

L’Autore è il mondo

Camilleri sa mobilitare e nobilitare i ricordi, anche banali. Ne ha già dato prove a ripetizione in questi suoi anni accelerati, dei genitori, dei nonni, degli zii, di personaggi estrosi, Eduardo, Sharoff, e forse anche della caduta nella fossa settica o pozzo nero. Si ripete ma si supera, a 91 anni e quasi cieco: scrive dettando, cioè proprio raccontando. In stato di grazia: venitré racconti in ventitré giorni
La novità assoluta è del mercato letterario. Giustamente vanaglorioso, fa anche l’elenco degli innumerevoli premi che ha avuto, in patria e nel vasto mondo. Per lamentare che non è mai stato preso in considerazione allo Strega e al Viareggio.
Andrea Camilleri, Esercizi di memoria, Rizzoli, pp. 239, ill., ril. € 18

Appalti, fisco, abusi (110)

La bolletta Eni Luce e Gas è lunga otto pagine, a corpo minuscolo, piena di dettagli oscuri, avventurandosi a legerla. Tamti dettagli per camuffare il fatto, l’aumento del kWh e del mc? Uno sptco enorme di elaborazione dati, da parte di una società che soprattutto vuole imporvi la boletta digitale e l’addebito automatico sul conto corrente. A prova ricorso.
Sono bollette importate dall’Amerca, dove la prassi avvocatesca di avvolgere di decine e centinaia di pagine il fatto semplice domina il mercato. Traslato in Italia da un’azienda pubblica.

Si paga nella bolletta luce l’affitto del contatore. In quella del gas no. Potenza delelvecchie società elettriche?

Il contatore luce è elettronico, per consentire alla aziende fornitrici la lettura a distanza in automatico dei consumi. Cosa che le utilities non fanno, se nn annualmente – qualcuna semestralmente. Procedono per consumi a cacolo, naturalmente in eccesso. Di cui c’è solo da fidarsi, del calcolo e dei conguagli.

Le bollette di luce e gas evidenziano il costo materia prima. Che si è dimezzato da quattro o cinque anni. Ma gli utenti continuano a pagare il petrolio (e il gas equivalente) come prima, col picco delle quotazioni a 100 dollari al barile.

I contributi e  benefici fiscali ricossciuti dal 2004 alle aziende che risparmiano nei consumi di energia vengono addebitati in bolletta alle utenze domestiche – Luca Iezzi, “la Repubblica”, 1 ottobre. “L’ultimo conto segna un miliardo 382 miliardi per l’anno 2016 (somma in via di riscossione sle blette del 21017), quasi il doppio dell’anno prima (726 milioni), e per il futuro la corsa rischia di farsi esponenziale”.
Questi contrbuti e benefici vengono addebitati sotto la voce oscura “oneri di sistema”, che per molte bollette sono la voce prncipale.

“Verificando periodicamente il contatore dell’acqua”, consiglia il presidente dell’Unione Consumatori, Dona, “potrete accorgervi di eventuali perdite occulte”. Ma i contatori dei condomini, il 95 perc cento del totale, sono fatti per non essere leggibili, se non a opera di società specializzate. Le quali non possono rilevare le “perdite occulte”.

Acea a Roma prospera sulle “perdite occulte”: fattura un consumo pro capite di acqua potabile di 245 litri al giorno, una cifra ridicolmente eccessiva per una città al 90 e più per cento urbanizzata. Senza terreni agricoli, cioè, e con una minuscola quota di giadini privati, che peraltro per dieci mesi l’anno non si annaffiano – Roma ha molti parchi ma non li annaffia. 

Nell’estate rovente dell’acqua razionata Acea ha trovato ilmodo di aumentare la tariffa del 5,5 per cento. 

mercoledì 4 ottobre 2017

Secondi pensieri - 321

zeulig

Amore – È simultaneo, biunivoco: si ama perché – se, finché – si è amati. Anche nel corteggiamento, la scintilla scocca perché è scoccata dall’altra parte – quanti incontri non avvengono anodini benché con persone che hanno tutto per innamorare, bellezza, grazia, intelligenza, etc.?
È tutto qui il problema di Dio, si ama Dio e – se - si crede al suo amore per noi (ma già questa simultaneità non è una “prova”?).

Autore – È un Distruttore. Nel mentre che – perché – crea. Nella vita pratica – mondo.
Egoista è parola insufficiente per dirlo, l’egotista di Stendhal. A un certo punto suicida: incapace di amare perché incapace di vedere. La creatività è un mondo conchiuso.

È storico – storicizzato. Nei modi di essere e anche nel senso. L’amore di Ero e Leandro, o Giulietta e Romeo, la fedeltà oltre la morte, porterebbe oggi dall’analista. Per Kierkegaard l’amore è comico. Per la nota regola dialettica per cui la contraddizione è comica, e l’amore è contraddittorio.
Per il Kierkegaard notturno – ebbro? il filosofo scriveva a ore fisse, ma cose diverse, il giorno e la notte, la notte fino alle due, e allora era su di giri, la mattina, fino al tocco, era invece amaro: L’amore è il tema del banchetto notturno di “In vino veritas”. L’amore a tavola di notte è dunque indigesto.
C’è poi a un certo punto la categoria dilagante dell’amore morte. Anche all’Oriente. Con Versailles si fa eco, nel fecondo Settecento, la Cina, o Giappone che sia, col precetto che l’amore è cieco, e si purifica nell’assenza, l’attesa, la memoria. Insomma nella morte. È difficile portare l’amore in piano.

Capitalismo - Casanova è l’Idealtypus del capitalista, che produce per dispersione. Il capitale è anarchico, non si lascia precettare, nemmeno dai borghesi più torvi: è così alle origini, siano esse conquista, guerra, mafia, fortuna, e la natura non si cambia. L’accumulazione è un fatto sociale o generale, come la demografia: la società, la famiglia, il genere umano accumulano perché i singoli si consumano.
Si accumula, e ci si consuma, a più riprese, a differenza dei fuchi - l’uomo è più produttivo. Non accumulare potrebbe dunque, e dovrebbe, essere reato.

Fatto – Si annulla un goal in una partita di calcio, attraverso l’esame detto Var, video assistant referee, ritenuto per consenso ineccepibile, perché l’azione che finisce in goal è iniziata da un calciatore della squadra con una manata contro un avversario. Ma la manata è di reazione a un avversario che aveva placcato il calciatore, cinturadolo: è il gesto istintivo per divincolarsi da una presa sgradita – nella fattispecie proibita e da sanzionare, con una delle sanzioni più gravi (un cartellino).
Visto e rivisto in televisione, come già sul campo attraverso il Vae, l’episodio è analizzato poi per partito preso, in base alle preferenze dei commentatori per l’una squadra o per  l’altra. Questo ha a che fare con un modo di essere o conformarsi dell’opinione pubblica,  quando - nella fattispecie in Italia ,nel 2017 – si vuole partigiana. Ma anche con il fatto. Il fatto è uno, visibile, circoscritto. Ma è scomponibile. Quando se ne vuole estrarre verità (giustizia) è prassi ineludibile scomporlo. 
Il “fatto” è rilevabile per lo storico (la storia) e non solo. Quando Rousseau comincia a riflettere sull’origine dell’ineguaglianza, esordisce con un proclama non superbo: “Scartiamo tutti i fatti!”. Dopodiché, con sciolta dialettica, ricostruisce i fatti come devono essere avvenuti - sempre meglio del Var, e vero, perché no.

Felicità – “La felicità ci annienta, perdiamo la nostra identità”, Graham Greene, “La fine dell’avventura”. In questo, che è vero: “Il senso dell’infelicità è infinitamente più facile da comunicare che quello della felicità” – la felicità è incomunicabile. E anche: “Nella disperazione sembriamo consci della nostra propria esistenza, anche se possa essere sotto forma di mostruoso egotismo”.

Linguaggio –   È non detto più che detto. Il ricercatore che ha denunziato gli accordi tra professori universitari nella distribuzione degli incarichi, si presenta per essere mezzo inglese e mezzo italiano. O meglio, come tale viene percepito: “Su, non fare l’inglese”, gli dice a un certo punto il “suo” professore, che non può dargli l’incarico in quella sessione di concorso, ma lo assicura per la prossima. La differenza è tra il non detto e il detto, cioè nel modo di essere: nell’università inglese lo steso procedimento si attua (“tu qui, lui là”, “lui subito, l’altro dopo”, etc.) ma non si dice, si intende.

Magia – È materialistica. Materiata di cose, fumi, fili, zampe, aghi, salamandre, ranocchi…., per determinare il corpo. La volontà come coazione, non lo spirito.

Morte – In fisica la quiete è morte. Ma non si può dire, forse neanche la morte è quiete, e la resurrezione dei corpi non è un mistero. È un esito fisico: oggi, fino a oggi, siamo stati e siamo tutti morti, o appena nati. O di saggezza popolare: finché c’è vita c’è speranza, domani è un altro giorno – che però è procrastinazione, la filosofia di Via col vento, ritenzione: non c’è domani se non c’è oggi. La natura è irrequieta: non fa che agitarsi, dallo incessante piccolo all’infinitamente grande

Natura - La privazione del desiderio faceva la felicità dello stato di natura nelle contese del Settecento. Ma si può esserne privi nella condizione sociale più dotata di beni, e questo è una contraddizione – con più giustizia dice Longanesi che “vissero infelici perché costava troppo”. E poi, ci si può ancora felicitare dello stato di natura dopo gli studi di etologia e della catena ecologica?
Ma lo stato di natura è bello per questo, è pieno di sorprese – altrimenti bisogna imputare al Settecento un errore di logica elementare, la felicità nella morte.

Odio – “L’odio somiglia molto all’amore fisico”, G. Greene, “La fine dell’avventura”? In questo senso: “Ha le sue crisi e poi i suoi periodi di calma”? No, l’odio è costante. È come la gelosia, volendo collegarlo all’amore, un roditore interno instancabile: l’odio nutre odio.

Suicidio – Viene anche – il più delle volte? – non dichiarato: si può morire senza punti esclamativi. Senza Darwin: la voglia di vivere non è fatale. E senza Pascal: il giocatore punta sulla vita come su Dio, direbbe Pascal, non c’è azzardo nella morte. E tuttavia pure il giocatore vi si può abbandonare, per la fatica, o l’ira, per la stessa placata curiosità.

Tempo – Si può dire quello di sant’Agostino – viene da un futuro che ancora non esiste, in un presente che non ha alcuna durata, penetrando un passato  che ha cessato di esistere: come una iniezione di vita.   

Viaggio – Al tempo dei selfie – il viaggiatore in viaggio immortala soprattutto se stesso, la sua faccia in mille espressioni – rivela grossolanamente la sua natura intima: l’ossessione del sé. Non una fuga dal ma una ricerca del sé. È una uscita dal sé per avviarne-rappresentarne-ricostituirne un sé più intimo – come sfogliare la cipolla. Anche nell’uscita del pensiero, nella riflessione.

zeulig@antiit.eu

Wrestling di gruppo a Firenze

Due partite, trenta minuti sui novanta totali del film, di wrestling di gruppo invece che singolo, con le due squadre del calcio storico fiorentino, 54 picchiatori in lizza. È l’unica ragione per cui questo film sarà stato prodotto e girato.
Un film per l’America. Ma il calcio storico come wrestling di gruppo è ben fiorentino, benché restaurato nel 1930 dal gerarca Pavolini: il titolo è appropriato - originariamente il film si intitolava “The Tourist”).
Evan Oppenheimer, Lost in Florence

martedì 3 ottobre 2017

La vigilessa fa le multe

Sono le 15.30, ora vuotadi un giorno vuoto, martedì. A Roma il calendario del traffico in centro è fisso: lunedì c’è l’assentesimo, siamo tutti in macchina, mercoledì c’è il papa, giovedì solitamente una manifestazione, venerdì uno sciopero dei mezzi pubblici, fanno il ponte lungo, sabato e domenica sono intasate tutte le città, specia ora che il lavoro è poco. Il martedì è vuoto. Solitamente. Invece siamo fermi ormai da qualche minuto sul lungotevere Tor di Nona, subito passato il ponte dell’Angelo. Ogni minimo spazio è preso: Le macchine sono pressate in tre colonne, nemmeno i motorini riescono a passare, ma non si avanza. Se non ogni paio di minuti, di poco. La strettoia a metà percorso deve avere generato il rallentamento, o un tamponamento, chissà.
Ma ecco infine una macchina si vede ferma, proprio all’altezza della strettria, in testa alla prima fila di scorrimento a sinistra, con la marcia indietro innestata. Ha trovato un parcheggio libero ma non può fare la manovra, pressata dalla coda: se la prima macchina in colonna riesce a virare sulla destra, la successiva le si fa sotto. L’ingolfamento finisce all’altezza della strettoia, poi è tutto libero.
Le tre colonne non scorrono peché devono assottigliarsi a una. Sul lato opposto una macchina di Roma Capitale è ferma in seconda fila. Il vigile, una vigilessa, scrive multe.

Il verde fa male

Giulio Sapelli spiega oggi su formiche.net a Manola Piras che le auto elettriche fanno male. “Sono una minaccia all’esistenza stessa del nostro pianeta”? chiede Piras riproponendo il Marchionne di Trento, alla laurea che vi ha rivevuto. Sapelli si schermisce, “detto da lui fa un po’ rifere, perché è in conflitto d’interessi”. Ma “non ha tutti i torti”: le auto eletriche ci minacciano, in due maniere. Moltiplicano il fabbisogno di elettricità, invece di contenerlo. E cioè ne moltiplicano la produzione, che in grande misura si fa oggi ancora con fonti di energia fossili, petrolio, gas, carbone. Avverrà come già avvenne per l’idrogeno, spiega l’economista: fonti di energia fossili. E pongono già, ma molto di più li porranno a breve, con le nuove megabatterie, problemi per lo smaltimento. Dei metalli infetti delle batterie, sempe più voluminose e pesanti. E del litio, che è più infetto e infettivo del mercurio.

L’altro giorno su “la Repubblica” Luca Iezzi svelava che i contributi diretti e i benefici fiscali riconosciuti dal 2004 alle aziende che riducono i consumi di energia per unità di prodotto vengono addebitati in bolletta alle utenze domestiche. “L’ultimo conto segna un miliardo 382 miliardi per l’anno 2016 (somma in via di riscossione sulle bollette del 2017), quasi il doppio dell’anno prima (726 milioni), e per il futuro la corsa rischia di farsi esponenziale”.
Molto verde è solo un sinonimo per buoni affari - “lo vogliono verde? famolo verde”.

Recessione - 67

La disoccupazione giovanile, tra i 15 e i 34 anni, è ad agosto ancora al 35 per cento (Istat).

La disoccuapzione giovanile è stata ad agosto in calo, spiega l’Istat. Ma non spiega che è in calo per il lavoretti stagionali, nel tuirsmo e il tempo libero.

Lavora il 48 per cento delle donne, contro una media europea – Italia compresa – del 63 per cento.

Su 100 lavoratori che nel 2016 hanno dimissionato dal lavoro, per motivi familiari, di salute o altri, 78 erano donne.

La poverta assoluta individuale è raddoppiata dal 2010 al 1016, dal 4 all’8 per cento della popolazione (Raporto Asvis 2017, Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).
Si definisce povertà assoluta individuale l’incapacità di provvedere alla spesa per beni e servizi essenziali alla sopravvivenza.

La povertà è triplicata negli stessi anni tra i minori.

Il pil pro capìte era nel 2007 il 105 per cento della media Ue, e a fine 1016 poco più del 95 per cento.

Vita semplice ed eroica del cantante cieco

Un film semplice e appassionante, sulla vita di Andrea Bocelli. Una regia non pretenziosa, dell’autore de “Il Postino”, “Elsa & Fred”, “Orwell 1984” - nonché di altri biopic di musicisti, Van Morrison, Petrucciani. Che sa far lavorare senza vezzi i tanti comprimari, Luisa Ranieri, Fantastichini, Salvi, Nadir Caselli. E soprattutto, nel ruolo del “Maestro” , che di fatto fu Franco Corelli, Banderas – anche se Corelli era alto il doppio. Attorno a un incredibile Tony Sebastien  (“The Game of Thrones”), in scena per un’ora abbondante,  incredibilmete misurato ed espressivo: se non è Bocelli, Bocelli sarà per molti lui.
Un piccolo capolavoro che la Rai si è fatto scivolare in un’unica proiezione lunedì, senza nemmeno promovuoerlo – Bocelli non è “un amico degli amici”?
Michael Radford, La musica del silenzio

lunedì 2 ottobre 2017

Letture - 318

letterautore

Amore – L’enciclica di papa Francesco che ora si taccia di eresia, “Amoris Laetitia”, era stata delineata da Graham Greene, più sentenzioso del solito, in “La fine dell’avventura”: “Le parole dell’amore umano”, dell’amore a letto, “sono state usate dai santi per descrivere la loro visione di Dio; e così, ritengo, noi possiamo usare le frasi della preghiera, della meditazione, della contemplazione per spiegare l’intensità dell’amore che proviamo per una donna. Anche noi cediamo memoria, intelletto, intelligenza, e anche noi sperimentiamo la privazione, la noche sombra, e qualche volta, come compenso, una specie di pace”. Sotto le specie della morte mistica: “L’atto stesso dell’amore è stato descritto come una piccola morte, e qualche volta gli amanti provano come una piccola pace”.

Bombardamenti – Sono materia inglese più che tedesca. Vonnegut, tedesco d’America, ci ha provato ma è isolato. G. Grass pure ci ha provato, ma sempre ambiguo. Se se ne parla in Germania è in chiave di revisionismo storico, alla Nolte, non di esistenze narrative. Anche in Giappone, malgrado le atomiche, sono tema raro. Sono invece il tessuto connettivo, non revisionista né polemico, di molto Graham Greene, Waugh, Orwell.

Cattolico – Si puo’ esserlo in musica? “È cattolico”, dice Pappano a Valerio Cappelli di Manfred Honeck, il maestro austriaco, “nei gusti musicali si vede”. Nei tempi? Nelle scelte? Honeck ha una discografia vasta.

Femminismo - . Femme libre, femme morte, parola di Dumas figlio, che si voleva “femministo”: la donna non è uguale, dice, né superiore o inferiore, all’uomo, è un valore di un altro genere - mentre l’ermafroditismo è impotenza, maschile e femminile. Il feministe sa pure che “la donna non ti prende mai per te, non ti prende che per sé”.

Nella “piccola cappella di san Giovanni Battista” nel Duomo di Genova “le donne non hanno il diritto di entrare che un giorno l’anno”, nota Makr Twain nel “Viaggio degli innocenti”. La morte del santo essendo stata ordinata da Erode, ma “per soddisfare un capriccio di Erodiade”.

Gadda – È stato artigliere in guerra. Un’esperienza speciale: la guerra del 15-18 fu una guerra di artiglierie. E di trincee: di artiglierie che si confrontavano in teatri di guerra ristretti, in continuo contatto. Gli osservatori di artiglieria – gli addetti a configurare il puntamento delle batterie a ogni tiro - lavoravano su mappe circostanziate, minutamente segnate. C’era anche bisogno di un servizio meteorologico preciso. E di un trasporto ferroviario articolato, fino alle retrovie di ogni fronte, per il trasporto dei cannoni e dell’armamento. Nonché di riserva inesauribili di muli, per gli spostamenti in montagna. Il diario di guerra va letto su questo impegno costante, e la sua difficile infrastruttura. Oltre che, naturalmente, per la vita carceraria di trincea.

Kipling – Nazista oltre che imperialista? Voleva i suoi libri adornati della svastika. Ma la sua svastika è quella hindù, un simbolo di buona fortuna. Quando diventò il simbolo nazista, ordinò di toglierla dalla sue copertine – “The Kipling Journal”, però, l’house-organ della Kipling Society, contnuò a uscire fino a dicembre 1935, poco prima della morte dello scrittore, con un riquadro di svastike nere sula copertina rossa.
Ne disegnava il padre dello scrittore, John Lockwood Kipling, che a lungo visse in India con la famiglia. Sui libri di Kipling, però, la svastika compare indifferentemente con le punte a destra e a sinistra, senza che mai si chiarisse qual’era la posizione beneaugurante e quella sfavorevole – la aprola è in sanscrito “fortunato” o “benessere”.
Con la svastika Kipling usava spesso come logo l’elefantino Ganesha.  I cui c’erano anche segni buoni (con la proboscide abbassata e arricciata) e cattivi (il barrito).

È massone. È l’unico autore noto che ha dei racconti “massonici”, come Mozart aveva le “musiche massoniche”: “I Janeites” e “Nell’interesse dei fratelli” sono i più noti.

Negri – “A Venezia i negri sono altrettanto ben rispettati che i bianchi”, attesta Mark Twain in crociera nel Mediterraneo nel 1867 – una crociera di americani ricchi. Lo dice della guida, che è un giovane americano figlio di schiavi, riparato nella ex Serenissima con i genitori quando era bambino, Ora molto elegante (“veste meglio di ognuno di noi, ed d è di una cortesia raffinata”) e colto.

Rilke - Con Rilke, dice Lou Salomé, “divenimmo sposi ancor prima di diventare amici”: per la furia dei vergini?

Romanzo - “Le menzogne mi avevano abbandonato”, dice il protagonista-romanziere di Grahem Greene, “La fine dell’avventura”.  “e mi sentii solitario, come se fossero quelle i miei amici”. Una maniera diversa, e a suo tempo (1951) innovativa, di fare stato del romanziere.

Self-publishing – Proust si scrisse soffietti promozionali e pagò per la pubblicazione degli stessi, in forma di recensione, firmata da amici.
Nel 1913 Proust, a 42 anni, autore di apprezzati saggi letterari, su Ruskin, “Contro Sainte-Beuve”, e di pastiches  letterari, collaboratore del “Figaro”, pubblicava a sue spese da Grasset il primo romanzo della serie della “Ricerca”, “La strada di Swann”. All’uscita si scrisse le autorecensioni, e investì mille franchi, 3.500 euro, nella pubblicazione delle stesse, sul “Figaro” a prezzo di favore (300 franchi) e sul “Journal des Débats” (660 franchi). Sondò anche altri giornali per pubblicazioni analoghe, ma solo per il “Gil Blas” si spinse a proporre un pagamento.
Entrambe le recensioni erano rifacimenti di una scheda ditirambica redatta da Jacques Émile-Blanche, il pittore suo compagno di deboscia. Su “Le Figaro” Proust disse il suo romanzo “un piccolo capolavoro”, dalla scrittura “quasi tropo luminosa per l’occhio”. Protestando dopo la pubblicazione perché il giornale aveva omesso un “eminente” – “l’eminente Marcel Proust”. Si compara a Dickens, per dire che ha interamente rinnovato l’arte del romanzo, il materiale e la maniera: “Quello che Proust vede e sente e completamente originale…  Questo libro suggerisca quasi la quarta dimensione dei Cubisti”.
La vicenda è narrata dal “Guardian” del 28 settembre, che ha avuto accesso alle lettere di Proust al redattore di Grasset che lo seguiva, Louis Brun. Proust scrisse le recensioni lui stesso, ma le affido da far copiare a macchina a Brun, “in modo che non ci sia traccia della mia grafia”.
Benché editasse “La strada di Swann” a sue spese, Proust volle cinque copie in edizione speciale su carta detta “tessuto giapponese, o “washi”, molto costosa. Una delle quale regalò a Brun, come ringraziamento per l’operaione pubblicità.
Proust, che vantava una vita di dissipazioni al Ritz, tra pranzi offerti a chiunque e mance esorbitanti,  nella corrispondenza appare parsimonioso, con lunghe elaborazioni su compravendite di sedie e  altrettali. Non avendo una professione né altri redditi, viveva in effetti in famiglia, col padre che non ne era contento (morirà nel 1903) e con la madre odiosamata, che morirà nel 1905. Aveva tuttavia ereditato nella divisione col fratello, due anni prima di avviare la scrittura della “Ricerca” nel 1909, poco meno di dieci milioni di euro.  

Vermeer - Nature morte crea in figura umana, still life, la luce schermando alle finestre.

Viaggiare - Ogni viaggio, quello di Ulisse incluso secondo Graves, con tutto l’apparato di sorprese e turgori, è un viaggio attraverso la morte nel regno dei morti. Specie quello che oggi usa, del viaggiatore che non va in nessun posto, solo paga per l’uso del suo tempo libero, in soldi e fatica, e non ama le novità, il cibo, il clima, l’esotico, che sempre è sporco e povero.

letterautore@antiit.eu

Eroismo catastrofista

È un film catastrofista – acclamato in quanto di genere? Ne succedono in aria, in terra, in mare, su un basso continuo assordante dall’inizio alla fine. E nelle menti bacate dei soldati che Churchill ha ordinato con impeto eroico di rimpatriare. Niente storia, niente personaggi, e molti effetti - la storia è di una sconfitta, catastrofica, conclusa come una epopea, una moderna Anabasi. Con la Manica colorata di azzurro, quasi celeste.
Christopher Nolan, Dunkirk

domenica 1 ottobre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (340)

Giuseppe Leuzzi

Si è fatta una legge per equiparare la corruzione alla mafia. È un bene per il Sud – il tutto è mafia? È un male per la mafia?
È un bene per don Ciotti: le legge vuole che i beni dei corrotti siano confiscati e assegnati ad “amministratori capaci di assicurare imprese e occupazione”. Cioè a “Libera” di don Ciotti.

Equiparare le imprese alla mafia solo a un prete poteva venire in mente - eccettuando la sua impresa naturalmente. E a una di sacrestia come l’onorevole Bindi, eletta in Calabria – dalla ‘ndrangheta naturalmente? Quanto bene avrà fatto alle mafie don Ciotti?

“Milano franchising della Calabria”, si culla Milano al piatto offertogli da Ilda Boccassini. Che però accusa i suoi imputati di corruzione, non di mafia. La Calabria ha finalmente imparato la lezione di Milano?

Meridionali
A proposito dell’adolescenza di Goethe, vissuta nell’occupazione francese post-1759 nella Guerra dei Sette Anni, col comandante francese a Francoforte, Thorenc, ospite in casa, Michel Tournier nota, “Le bonheur en Allemagne?”: “Goethe parlava senza dubbio francese con l’accento meridionale di Thorenc. Siccome è il caso anche di Napoleone, i loro famosi dialoghi del 1808 a Erfurt dovevano risuonare molto meridionali”.
“Meridionale” è anche Giovannino Russo, ora morto. Non un gentiluomo colto, scrittore, commediografo, che si occupava con passione anche del Meridione.

Napoli vs. Juventus made in Calabria
Il pm del pallone Pecoraro vuole il presidente della Juventus, un Agnelli, alla cayenna e alla berlina per aver passato blocchi di biglietti delle partite agli ultras ‘ndranghetisti.  Non in Calabria, a Torino. Non di persona, a iniziativa dei servizi biglietteria della società. Non agli ‘ndranghetisti ma a un calabrese di Torino figlio di un immigrato della Calabria imparentato con gli ‘ndranghetisti. Che sono rimasti invece ed esercitano a casa, in Calabria.
Il tribunale del pallone ha dato ragione solo in parte a Pecoraro. Non sulle colpe di Agnelli. Ma su quelle dei calabresi sì. Che tifavano Juventus e ne distribuivano i biglietti. Una sentenza ben politica: di qua e di là. I fatti? Irrilevanti.
Pecoraro è un capitolo a parte, tutto suo. Da prefetto di Roma fu un eminente trattativista. Allo scoperto, in mondovisione, trattò con Jenny ‘a carogna. Era anche uno che voleva la discarica di Roma a Villa Adriana. Non proprio dentro la villa, accanto.
Ma c’è un ma: Jenny ‘a carogna era, mafioso dichiarato, napoletano, e Pecoraro è un napoletano. Con “Jenny” (Gennaro…) quindi tratta. Con la Juventus invece ce l’ha, come tutti i napoletani da qualche anno. E non può non mettersi sotto i piedi un calabrese, sia pure fuoriuscito a Torino.
Da Boccassini a Pecoraro la maledizione di Napoli continua a pesare sempre sulla Calabria.

Nessuno tocchi Milano
“Ma Milano conta?”, si è chiesto il “New Yokk Times” alla fashion week  di Milano. Non è una novità, dice Gabbana: “I giornalisti del «New York Times» non entrano alle nostre sfilate da anni, eravamo stanchi degli insulti, così abbiamo deciso di lasciarli fuori”. Cos’è, una vendetta? Ma il giornale americano dava anche una spiegazione: “Milano non è mai stata una città della moda intellettuale… «Sono solo vestiti» è la solita frase”. Solo in Italia Milano si vuole tutto, commercio e anche intelletto.
L’articolo di Vanessa Friedman, responsabile del supplemento Moda del quotidiano newyorchese, donna garbata, laureata di Princeton, sposata con figli, una monografia su Emilio Pucci, a lungo responsabile Moda del “Financial Times”, non è contro Milano, a leggerlo. Si apre con Pinault, patron di Bottega Veneta che, la mattina delle sfilate della sua casa, si preoccupa di altro: il terremoto in Messico, tanto più per essere sposato con l’attrice messicana Selma Hayek, e la possibilità che Trump derubrichi alcuni aspetti del reato di violenza sessuale, soprattutto nelle università, rendendone più difficile la prova. Un fatto, le violenza sessuali nelle università, su cui una fondazione di Pinault è impegnata. 
Legata a Obama, la capo redattrice Moda era perplessa già otto anni con “L’Espresso”, dove raffrontava sfavorevolmente la moda italiana con quella americana. Un raffronto che sembrava ridicolo ma non senza motivo: “Negli Usa una pletora di stilisti emergenti rendono il panorama generale molto più articolato e interessante, merito anche delle celebrities e del ruolo che ha giocato finora Michelle Obama. Questo stesso fermento e ricambio generazionale mancano in Italia, dove si respira un’aria stagnante”. 
Si può scusarne lentusiasmo, con gli Obama gli Usa promettevano di uscire dalletà della pietra. Nell’articolo del “New York Times” Vanessa cerca, sempre per ovviare al proprio nome-programma?, presentando la settimana milanese, di darle uno spessore “politico”, di ambientarla nel mondo oggi con una sua propria caratterizzazione. Con molte foto, molto grandi. E l’annuncio di un’edizione speciale per la Milan Fashion Week due giorni dopo, “Our Favorite Photos of Milan Fashion Week”. Ma a Milano non basta mai.

Calabria
Domenico Grimaldi, l’economista, imprenditore e filosofo, genovese di adozione (in omaggio al nome di famiglia), studioso dell’agricoltura in Provenza, Piemonte e Svizzera, oltre che in Calabria, georgofilo, giudicava nel Settecento che il “genio” dei calabresi si manifesta “quando viene animato”, provocato, e non di propria iniziativa. E aggiungeva che è “facile a cadere nell’inerzia e nell’avvilimento, quando trova degli ostacoli forti”.
Grimaldi era di Seminara (ci era nato nel 1734, morirà a Reggio Calabria nel 1805), aveva studiato a Napoli con Genovesi, compagno di studi e di idee di Mario Pagano e Antonio Jerocades, e scriveva nel 1770. Forse il calabrese si è adattato per non dargli torto.

Martedì 5 settembre – ma il giorno non è importante, è uno qualsiasi – sul “Quotidiano di Calabria”, tra bambine rapite, processi di cinquant’anni fa da rifare, unico imputato Riina, che dunque vive ancora, furti di elettricità, stupratori da estradare, rifiuti in massa delle vaccinazioni infantili, dolori scheletrici diffusi, e le solite notizie locali (arresti, intimidazioni, attentati, il “caso del giorno” al porto di Gioia Tauro - il più ordinato al mondo – e i santini mafiosi della Madonna di Polsi), in aggiunta a Kim Jong-Un e Regeni una buona: “Record di italiani all’Oktoberfest”. Unica ma importante: vanno tutti a bere la birra a Monaco di  Baviera, non solo gli italiani, “le prenotazioni in tutta Europa sono aumentate complessivamente dell’80 per cento - quelle italiane del 78”.

A Locri l’acqua ad agosto è razionata. Malgrado il divieto, qualcuno lava la macchina. Un vicino lo mette su facebook, e i vigili urbani pronti lo multano. Poi dice che la legge non viene osservata.

Un mondo senza urbanità. Senza un centro propulsivo. Niente grandi città. Niente corti, nemmeno baronali – i baroni stavano a Napoli e nessuno di loro è ricordato per evergetismo, o anche soltanto opere di bene. Tra feudatari anzi “di anarchico particolarismo”, così li sintetizza lo storico Galasso, che li ha studiati e anche frequentati, in discendenza, “antistatale e antiepocale”.

Ci sono molti più Calabrese fuori che in Calabria,. È ovvio, il nome  designando un’origine. Ma quanti emigrati – secondo molti è la regione che ha più emigrati, in rapporto alla popolazione in ogni anno di emigrazione.

La tradizione è di una Calabria “opulentissima”. Ma più per l’etimologia, Calabria significando abbondanza di cose belle.  Di fatto, cioè per la natura, lo è. Lo sarebbe, benché montagnosa - non mai arida. Ma il giudizio è negativo di un viaggiatore benevolente, Giovanni Pistoia, lombardo o piemontese, “Alle radici del presente”, già a metà del Seicento. La seta? “Più gelosa è la ciurma de’ nostri (lombardi), come più squisito senza paragone è l’artificio che usiamo noi nel filar dagli stessi bombrici la seta”. L’approssimazione non fa difetto nemmeno ora.

“Se questi popoli si conservano fedeli al re è gran meraviglia”, notava ancora Pistoia: tali e tanti sono balzelli e soprusi. Al punto che è meglio per molti emigrare tra gli infedeli e farsi mussulmani, “ove meno crudele appare l’ingordigia di qualche signore”. Oppure darsi al brigantaggio.

Il turismo langue a Reggio Calabria, città decentrata, e il Museo Archeologico, il più ricco dopo quello di Napoli, ha visitatori in piccoli numeri, non proporzionati all’impegno espositivo. Non però le domeniche gratuite: il MArRc di Reggio è fra i primi, se non il primo, dei musei di antichistica visitato in base alla inziazitiva #domenicalmuseo, al museo gratis. Le domeniche di agosto, col termometro a 38°, 45° di percepito, ha staccato fra tre e quattromila biglietti.

Si racconti qualsiasi evento sulle gazzette locali, sia pure una macchia di sporco nel mare preferito, il riferimento classico è d’obbligo fra chi scrive. Se a Sellia Marina il depuratore non funziona e scarica liquami, non si dice perché, e come va riparato o cambiato. Si scrive: “Purtroppo questa costa, che incantò il mitico Ulisse, ha perso l’antico splendore…”.

La sanità in Calabria è commissariata perché in rosso. Malgrado le ristrettezze, però, il commissario alla Sanità trova le risorse e la via per ricostituire gli organici, in difetto di 1.400 unità. Ma un suo primo decreto per le assunzioni dei 1.400 operatori mancanti è scaduto perché le “forze politiche” non si sono messe d’accordo sulla ripartizione delle assunzioni – se bisognava o non fare posto anche ai 5 Stelle. Non è inventata, è vera.
Ora il commissario umilmente chiede che le “forze politiche” si mettano d’accordo preliminarmente, in modo da non far scadere anche il secondo decreto.

leuzzi@antiit.eu