sabato 10 novembre 2018

Cronache dell’altro mondo 14

Alla notizia delle dimissioni del ministro della Giustizia di Trump, Jeff Sessions, le azioni delle società della marijuana sono esplose a Wall Street.  Sarà Trump uno del fumo, che non amava Sessions?
Alla Camera dl Nevada si elegge deputato un tenutario di bordelli, sotto processo per violenza carnale, trumpiano, morto. “Quello che è notevole”, commenta “The Atlantic”, ferocemente anti-Trump, non è il prossenetismo, la professione, è che il prosseneta morto un mese prima dell’elezione. La rivista elenca una dozzina di altri casi, di morti eletti negli ultimi dieci anni. La  sostituzione tocca allo sesso partito del defunto vincitore – negli anni 1970 subentrarono le mogli di due eletti defunti. In un solo caso, in Alaska, si tennero nuove elezioni, perché il vincitore scomparso tre settimane prima del voto non era stato dichiarato morto.
La C ina ha doppiato il cellulare personale di Trump e ha telefonato a suoi simpatizzanti per farli votare contro Trump. Lo rileva il “New York Times”, benché anch’esso anti-Trump: Per milioni di suoi lettori che evidentemente ci credono. Lo spionaggio cinese rivelato non per quello che è – che Trump ha denunciato – ma per il buco della serratura. Con i cinesi, che esistevano cinquemila anni prima degli americani, rappresentati ridicoli, che telefonano e mandano email agli amici di Trump contro Trump.
Dieci bambini americani vengono uccisi in media ogni giorno con armi da fuoco. 3.650 l’anno.
“Nelle presidenziali del 2016 sono stati speci 4 o 5 mliardi di dollari”. Una democrazia per (pochi)  eletti.
“Abbiamo un grosso problema di semi-analfabetismo”, denuncia James Paterson, lo scrittore: “In uno stato come la Florida solo il 43 per cento dei ragazzi in quarta elementare raggiunge il livello standard che dovrebbero avere a quell’età. Non sono dei veri e propri analfabeti, però hanno difficoltà di lettura e comprensione”. Una popolazione analfabeta al 40 per cento?
Un dirigente di Google, colpevole di abusi sessuali, è stato licenziato con 80 milioni di buonuscita. Una giustizia premiale.
Cinquemila (diecimila, mille?) honduregni in marcia da Tegucigalpa al Texas,1.600 miglia in linea d’aria, 2.500 km., quattro o cinquemila a piedi. Organizzati da oppositori di Trump favorevoli all’immigrazione libera. Di forzati?

Il calcio è africano


“Sembra che formiamo un solo tipo di giocatore, alto massiccio, potente”, si lamenta l’allenatore della nazionale francese, allora Blanc, l’indimenticato centromediano del Napoli. E si lamenta? Sì, perché alto, massiccio e potente è l’africano. Col rischio, sottinteso, che nella Nazionale non ci siano più “francesi”, cioè bianchi.
Lo scandalo che si fa in Francia è su un programma di quote che sarebbe stato praticato inofficiosamente per poter avere in Nazionale ancora “francesi”, cioè bianchi. Fino a rifiutare nelle scuole di calcio dei club il tesseramento di sicure promesse, dodici-tredicenni, perché africani, Anzi antillesi  e\o africani.
Lo scandalo è che si classifichino i cittadini francesi su base etnica, francesi (cioè bianchi), maghrebini, antillesi, africani. Che è proibito per legge. Il fatto è però che con i canciatori africani in libero ingaggio non c’è più aprtita. La nazionale fanese potrebbe benissimo essere composta da magrebini, antillani – che poi sono afro-antillani – e africani. Alti, massicci e potenti. E anche tecnici e veloci.

Italiane le radici della filosofia della storia


“Machiavelli, il primo filosofo della storia dell’epoca moderna, e un pioniere della società borghese nella sua fase ascendente”. Avviandosi ad analizzare Hobbes, Horkheimer è ancora sotto il fascino di Machiavelli, che ha appena esaminato: c’è Machiavelli all’inizio dela “filosofia della storia” borghese, dichiarando in apertura. Seguito un secolo dopo da Hobbes, che il nuovo ordine e la ragione però riporta allo Stato, assoluto, non ponendosi il problema della libertà. E due secoli dopo da Vico, che la storia abbandona alla provvidenza, ma a quella del suo significato lessicale, dell’uomo che proved e ai suoi bisogni, e gli studi storici impianta come analisi critica delle fonti storiografiche.
La filosofia della storia è la “filosofia borghese della storia”, Horkheimer non cessa di ribadirlo. Non perenta: “I problemi “storico-filosofici” di oggi, del 1930, originano “nella stessa situazione storica”, dei sommovimenti della società borghese. Col contrappunto degli utopisti, che invece idealizzano una società senza steccati, e senza diritti proprietari: nell’ideale universalista della chiesa Moro e Campanella, in quello della rivolta Müntzer. L’ultimo saggio è una critica breve, quasi derisoria, di “quello strumento magico che è il concetto idealista della conoscenza” in Hegel, nella “dottrina dell’Identità” soggettiva. La stessa metafisica incatenando al “mito idealista dell’unità del pensiero e dell’essere”.
Riflessioni sparse, “”a propria edificazione” avverte Horkheimer. A riscontro della sua convinzione che la filosofia della storia mette radici “nelle formazioni ideologiche particolarmente important della prima epoca borghese”.
Di Machiavelli è “la concezione psicologica della storia, la storia fatta dagli individui. Hobbes introduce la società, nella ‘Dottrina del diritto naturale’”, e “segnala anche il problema dell’ideologia, funzione determinata nella lotta sociale”. In parallelo si sviluppo l’utopia: “L’ideologia produce l’apparenza dell’ordine «vero» e giusto dell’esistenza; l’utopia al contrario ne è il sogno”. La “nuova scienza” di Vico, “e il suo pezzo di bravura, è quando analizza la mitologia come riflesso dei rapporti politici”.
Prosa chiara e spedita. Un riconoscimento di Machiavelli pieno, senza riserve. Come quello che applicò per la prima volta alle scienze umane i criteri della nuova scienza che si venivano formulando nel primo Cinquecento. Un libro che non si ristampa più da quarant’anni, allora proposto da Giorgio Backhaus, col titolo completo, “Gli inizi della filosofica borghese della storia”  – in Germania non più da cinquanta, dalla prima edizione nel 1969.
Più distesamente, e più a suo agio, Horkheimer tratta di Machiavelli: “Il grande merito d Machiavelli è di avere riconosciuto, all’alba della nuova scietà, la possibilità di una scienza della politica corrispondente nei suoi principi alla nuova fisica e alla nuova psicologia, e di averne espresso, in modo semplice e preciso, i tratti fondamentali”. Avendo coscienza di ciò che intraprende, in tutti gli scritti, eccetto quelli “artistici”, e compresa la sua “eccellente ‘Storia di Firenze’”. Una possibilità basata sul “principio dell’uniformità del corso delle cose” e della “invariabilità della natura umana” - «Tutti gli uomini nascono, vivono e muoiono  seguendo sempre le stesse leggi»”.
La “virtù”. Concetto centrale, e controverso, di Machiavelli, ha “però giocato un ruolo decisivo nella storia della filosofia”.  Di senso evolutivo più che controverso, andando rapportato “all’insieme dei rapporti che condizionano l’esistenza dell’epoca determinata”. Al tempo di Machiaelli è “la libertà borghese”. In generale, “una buona forma di Stato possiede della «virtù» se realizza le condizioni per cui i suoi cittadini possano svilupparvi le loro virtù”. Il machiavellismo, il “cinismo politico estremo”, liquidando come imteso a un fine non cinico, “la realizzazione e il mantenimento durevole di uno Stato forte e centralizzato come condizione della prosperità borghese” – “se si vuole riassumere il contenuto del ‘Principe’ e dei ‘Discorsi’ nella formula il fine giuistifica i mezzi, però bisogna precisare almeno che questo fine è l’instaurazioe del migliore dei mondi possibili”. Nel quadro delle “tendenza materialista”, che lo accomunerà Spinoza e Hobbes, ma senza l’irreligiosità, o riduttivismo razionalistico.
Resta il problema “a chi serve la scienza politica”. Al principe per fare l’unità dell’Italia. Ma repubblicano e perfino democratico. Nella coscienza che nessuna forma di governo è la migliore o definitiva. Molto Machiavelli ha capito partendo dal fatto che “la prosperità dell’insieme dipende dallo sviluppo delle relazioni sociali, dalla soppressione degli ostacoli allo sviluppo delle capacità borghesi nel commercio e nell’industria, dal libero gioco delle forze economiche – questa evoluzione della società non potendeo essere assicurata che da un potente potere di Stato”.
Di Hobbes non ci sono punti controversi, se non l’assolutismo – molta scienza a un fine discutibile.  La sua novità  è, con l’illuminismo, l’aver “posto per la prima volta nella storia della filosofia moderna  il problema dell’ideologia,  delle idée riconosciute come false che però dominano la realtà sociale”. Anche in lui, “ciò che si esprime senza ambiguità negli scritti, come in quelli di Spinoza e dei «philosophes», è la fiducia nella forma di organizzazione della società borghese”. L’iter si perfezionerà nell’idealismo, di Kant e anche di Hegel, dello Stato Borghese compiuto. Che gli utopisti, agli inizi, si erano eretti per contestare.
Gli utiposti nascono mentre la società borghese si impone, per contestarla. I due fedeli cattolici, Moro e Campanella, richiamandosi all’ideale cristiano della comunità di eguali – Müntzer, poco considerato, proponendo invece la rivolta. Anticipatori della “teoria di Rousseau, degli uomini buoni per natura, corrotti dalla proprietà”.
Vico è “il primo vero filosofo della storia dell’epoca moderna”. Per il suo assunto, la provvidenza – per la quale ha ancora molto da dire . Che alla p. 123 della “Scienza nuova” spiega esemplare: il verso enso della parola è quello che le è valso l’appellativo di “divinita”, da divinari, il verbo latino per dire “capire ciò che è nascosto”. E per “le ricerche empiriche che ha effettuato a questo scopo”.
L’ammirazione è senza reserve per Vico. Di cui si compiace di elaborare la “teoria della mitologia”, uno dei “quattro elementi fondamentali del mondo sociale”, come Vico li chiama con i matrimoni, i rifugi, e la prima legge agraria.”Un precursore dell’interpretazione antropologica della religione di Feuerbach”.
Max Horkheimer, Les débuts de la philosophie bourgeoise, Payot, pp. 189 € 8,50

venerdì 9 novembre 2018

Secondi pensieri - 366

zeulig

Complottismo – Di che colore politico è la paranoia politica, il cospirazionismo o complottismo? Si direbbe reazionario. Ma una mostra a New York, al Metropolitan Museum of Arta Breuer, “Everything is connected – Art and Conspiracy”, dice il contrario. Per gran parte del Novecento e fino a Trump è stata la sinistra che ha accettato o prodotto il “connessionismo” di ogni sospetto, mescolando il sospetto e l’invenzione al fatto. La visualizzazione artistica prende gli ultimi cinquant’ani, dall’assassinio di Kennedy, ma per il direttore del Met,  Max Hollein, i trenta artisti in esposizione “sono non soltanto i sismologi ma gli archeologi di verità inconveniente sottotraccia che ci attorniano”. Curano la preparazione della mostra, dice di avere avuto netta la sensazione della vittoria di Trump all’elezione del 2016: per non vedere “una luce al fondo del tunnel” ma piuttosto un labirinto interminabile di sale e specchi”. Il complottismo come prigione della politica.

Galileo – È stato il movimentista per eccellenza. Teorico e difensore del moto rettilineo uniforme, una condizione e un modo di essere – è l’accelerazione che va spiegata, o il rallentamento, o il cambiamento di direzione, il movimento è. Di un processo meccanico, il movimento degli atomi – anche nei processi più complicati, di trasformazione delle masse. Ma di impatto metafisico, contro la concezione “naturale” del mondo, precedente e successiva.

Ispirazione – Quanto è indipendente dalla realtà? Dall’ereditarietà ma anche dai fatti quotidiani. È intesa come evasione e via di fuga, ma è determinata – connessa in qualche modo, anche col rifiuto, al mondo reale. C’è certamente una distanza tra ciò che si ha o si può trovare, o provare, con i mezzi a disposizione – avere, trovare, provare effettualmente – e ciò che si crede o si vuole credere. Incolmabile, anche agli scienziati più agguerriti, colmabile ma non del tutto: i ricercatori teorici e quelli sperimentali impegnano anni e decenni a provare quello che hanno intuito, e più spesso che non ci riescono. Lo sesso gli artisti, poeti e scrittori compresi, che operano proprio per colmare questo gap, per materializzare l’ispirazione o intuizione L’intuizione è più che l’esperienza, e molto di più. Ma in qualche modo la riflette, riflette l’esperienza. La stessa controprova non è un processo astratto, è come srotolare una corda che si è tenuta arrotolata dentro di sé. Nel caso del’artista, e anche dello scienziato. Innata o acquisita, seppure in modi e con mezzi contorti.
Klee, “Limiti della comprensione”, 1925, la rappresenta al di sopra e in forma aliena dagli sforzi per raggiungerla, una sfera che flotta lontana dalle contorte geometrie che si disegnano per raggiungerla. Questo nel 1925, quando il pittore era sotto l’influenza di Bauhaus, il programma visuale e costruttivo razionale, e lavorava su sistemiche ritmiche e seriali.

Psicoanalisi – La rimozione, la lacaniana “parola dell’io”, si può pensare come una tenia, che si estrae interminabile. Ugualmente estranea e subdola, e in sonno. Cattiva ma non dolorosa. 

Realtà – Aumentata, virtuale, filosofica, è in spolvero, la parola chiave del millennio. In un mondo però intessuto di telefonia e social network, di chiacchiere cioè continue, interminabili. Non ineffettuali – il governo italiano per esempio ne è nato – ma sradicato e non conclusivo. Il contrario che il principio di realtà vuole.

Termodinamica – Le sue leggi regolano meglio – più chiaramente, conclusivamente – le istituzioni, i governi? “Soltanto qui”, nella funzione di governo, “ha senso la legge dei grandi numeri”, ragiona lo scrittore Dürrenmatt svolgendo il racconto “La guerra invernale nel Tibet”: “Se le leggi della termodinamica intervengono solo quando si consideri un«grande numero» di molecole, allo stesso modo le leggi istituzionali, riguardanti l’economia e lo Stato, si applicano a un «grande numero» di esseri umani, quali che siano i loro valori e la loro ideologia, e corrispondono alle leggi di natura della termodinamica”. Con la stessa indeterminazione, evidentemente.

Uniformità – È il proprio delle scienze naturali, di applicazione utile, si sa, nelle scienze umane ma rischiosa. Ma non inattiva nelle stesse scienze naturali. La Nuova Scienza di Bacone e Galileo , la fisica, la chimica, si basano su metodi matematici. Che trattano di pure possibilità, mentre l’uniformità concerne il mondo reale, delle cose o della “natura”. Da qui il bisogno di una natura “particolare” per le stesse scienze meccaniche, all’insegna della possibilità, seppure mitigata dal calcolo matematico.

Verità – Non è più enigmatica che apodittica? Si esprime per certezze, certo, ma quanto comprovate e incontrovertibili? E si raggiunge per via di ipotesi. Dove tutto è possibile. A ognuno la sua verità?

zeulig@antiit.eu

Dante stellare


Le stelle, “bellezze etterne” e “«cose belle”» per definizione, tornano al termine di ogn cantica, “nella’Divina Commedia’, sino al verso finale del ‘Paradiso’, dove «l’amor che move il sole e l’altre stelle» chiude il poema riecheggiando i versi che nel canto I dell’‘Inferno’ avevano inaugurato il viaggio di Dante”. L’inizio del viaggio è “sancito dal riferimento alle stelle”. Poi, dopo il “cieco mondo” dell’Inferno, “la prima cosa che Dante nota all’uscita dall’«aura morta» è che Venere, splendendo in cielo insieme ai Pesci, «faceva tutto rider l’oriente»”.
Una lettura-gioiello della “Commedia” tenuta da Boitani a un Festival estivo, il Futura Festival di Civitanova Marche, il 31 luglio 2015 – un piacere di cui non priva una lunga introduzione di Massimo Arcangeli di cui si capisce poco, forse astrologica. Da studioso appassionato delle stelle, ma di acume critico singolare.
“Dante, che per raffigurare il Paradiso non poteva contare su modelli iconografici precedenti, ispira la sua poesia alle stelle. Poesia che non esclude il mito, ma piuttosto lo eleva al sublime”. Figura mitologica è “la Galassia, scrittta con la «g» maiuscola”, la donna che allatta. La “Commedia” stessa ha un “movimento circolare”, stellare. Per “la consonanza tra «l’amor che move il sole e l’altre stelle» del verso finale e l’amor divino che, nel I canto della ‘Commedia’, «mosse di prima quelle cose belle»”. Di stelle Dante ne poteva vedere a profusione a Ravenna, nei cieli bizantini.
Dante non è stato il primo: la poesia “sulle stelle ha avuto inizio col famosissimo plenilunio cantato da Omero nell’VIII libro dell’‘Iliade’… Una delle descrizioni liriche più suggestive di tutti i tempi, otto versi di un plenilunio che non ha paragoni nella poesia occidentale, almeno fino a Dante” - e poi Leopardi, che le stelle di Omero trovarono singolarmente vicino: “Lesse il brano in lingua originale all’età di undici anni e ne rimase folgorato”. Al verso finale, “l’amore che move il sole e l’altre stelle”,  Dante “è diventato una stella”: il suo desiderio viene mosso-ricreato da Dio allo stesso modo come all’inizio del poema Dio ha creato le stelle. 
Piero Boitani, Dante e le stelle, Castelvecchi, pp. 45 € 5

giovedì 8 novembre 2018

Ombre - 439


“Da tre settimane processione di clienti”, spiega un banchiere di Mendrisio a Ettore Livini su “la Repubblica”. Milanesi che spostano il conto oltre la frontiera svizzera  per sfuggire alla patrimoniale di cui si parla, un prelievo sui depositi in banca. Marcia su Roma con Salvini e soldi in Svizzera. Milano  non si smentisce.

L’Asi, l’agenzia spaziale, e l’Anas, dopo le Ferrovie e la Cdp, la Cassa Depositi e Prestiti: i 5 Stelle fiutano i soldi, la grande banca d’affari e i maggiori appaltatori. Che i grillini non fossero nuovi si sapeva, vengono tutti d altre esperienze, ma così affamati?

Il governo gialloverde in sei mesi ha fatto una sola legge. Necessitata da Genova, dalla ricostruzione del viadotto, ma buona per inserire un condono, sulle costruzioni a Ischia dopo il terremoto. Stava a cuore a Di Maio. Che ha condonato anche casa sua, a Pomigliano d’Arco. Dove una consigliera comunale fedele a Di Maio si è condonata una “casa colonica” che era invece una villa.

Si danno appalti per la gestione dei centri di accoglienza migranti a trattativa privata. Il prefetto decide a chi darli, cioè il governo.

Il ministro della Giustizia Bonafede partecipava alle riunioni d’affari del Comune di Roma per “esportare il modello”. Non c’è che dire. Ma è l’unico non indagato del losco affare che vi si trattava, lo stadio dell’As Roma. Cane non morde cane.

L’80 per cento di bambini americani sono sculacciati almeno una volta. Questo gli esperti del ministero dell’Istruzione, che stanno distruggendo la scuola per americanizzarla, se lo sono fatto mancare. Copieranno anche le sculacciate, ora che lo sanno? I genitori italiani non sanno più come darle.

Amazon ha deciso di creare un secondo quartier generale in America e le città fanno a gara per contenderselo con l’offerta più conveniente. Quando Ikea venti ani fa o giù di lì, ai tempi di Rutelli sidnaco, decise di debuttare in Italia nella capitale, con duemila assunzioni, la burocrazia lasciò passare due anni senza dare le autorizzazioni, e Ikea partì altrove. Poi dice che la stupidità non esiste.

“Troppo grande per fallire” è la formula magica di Di Maio per spiazzare il “Financial Times” che lo intervista – “troppo grande è l’Italia”. Ma la formula è di cattivo augurio: fu applicata a casi “troppo grandi” che hanno lasciato l’Italia in mutande negli ani 1990, Montedison, Ferruzzi, la stessa Fiat, ripresa per i capelli da Marchionne dieci ani dopo, e un nugolo di grandi aziende pubbliche.

Sérgio Moro, giudice brasiliano, dà la caccia agli esponenti di sinistra, mette in carcere i presidenti Lula e Rousseff, fa vincere il parà estremista Bolsonaro, e si fa nominare ministro della Giustizia. C’è qualcosa che non funziona  nella democrazia: i giudici. Ci vorrebbe la museruola, con obbligo di guinzaglio.

L’etologo Alleva, accademico dei Lincei, difende le taccole, le cornacchie e i gabbiani che scendono minacciosi sui marciapiedi, spiegando che lo fanno per proteggere i loro piccoli inesperti che vi si siano avventurati. I gabbiani non sono “feroci”, spiega, né le cornacchie, che sterminano i colombi, o le taccole: “Le taccole, da bravi corvidi, sterminano uccelletti: uova e nidiacei”.
Li sterminano con cura, spiega commosso il professore: in “un minuetto solitario, alla ricerca di tracce anche furtive di nidi di colombo o di passero”.

Salvini si fa bello di una statuina della Madonna di Medjugorie, “mandata da un amico”. La Madonna di Medjugorie è di destra, pure lei?

Su “la Repubblica” Maria Berliguer intervista Nicola Fratoianni senza dire chi è. Giornalismo in famiglia, fra militanti? Fratoainni è segretario di S nistra Italiana.

“Banche: il problema è a Berlino, Parigi e Londra”. Editoriale severo del “Sole 24 Ore”, anche arrabbiato, contro la vigilanza Bce: finalmente hanno corretto, dice in sintesi il direttore Tamburini,  i criteri di controllo mirati a favorire le banche francesi, tedesche e inglesi. Nel 2011 e nel 2008. È vero, ma perché non dirlo prima, tempestivamente?

“Per molto tempo”, scrive il direttore del “Sole” Tamburini, “l’attenzione e la severità dei controlli è stata sulla qualità del credito (mettendo così sotto tiro gli istituti italiani) piuttosto che sulle attività della finanza bancaria (che invece vedono molto esposte le banche tedesche, francesi e inglesi”. Roba da niente.

Nell’Europa che si vuole del futuro la vigilanza bancaria è stata gestita da una funzionaria francese nell’interesse delle banche francesi – e quindi tedesche e inglesi nelle stesse condizioni. E da un italiano presidente dell’Eba, David Enria, che le dava ragione. Non capiva, o che?

Enria, ex funzionario di Draghi in Banca d’Italia, è ora promosso al posto di Danièle Nouy, ex funzionaria di Stato in Francia. Enria si ricorda per avere aggravato la crisi nel 2011 da presidente dell’Eba, l’autorità bancaria europea. Aveva strapazzato le banche italiane negli stress test omettendo dai conti gli aumenti di capitale recenti. Strana dimenticanza, Enria aveva allora solo cinquant’anni.

Scotland Yard ha aperto un’indagine sull’antisemitismo nel partito laburista, scrive Luigi Ippolito indignato sul “Corriere della sera”. Indignato perché il leader del Labour, Jeremy Corbin, ha detto: “I sionisti non capiscono il senso dell’umorismo inglese, anche se hanno passato tuta la vita in Gran Bretagna”.  Ma anche i non sionisti, evidentemente.  

Federica Pellegrini si confessa a Gaia Piccardi su  “Liberi Tutti”: “Ancora de anni d’inferno poi la vita”. Ancora due anni di gare, cioè. Che per lei non sono una necessità, ha già vinto moltissimo. Ma arricchiscono il cachet, come modella, presentatrice, personaggio da ospitate.

Pechino torna a Bruxelles

In funzione anti-Trump, una sterzata piuttosto sensibile, benché non dichiarata della Cina in Europa. Riduce l’impegno nell’Europa dei 16 + 1, i paesi orientali, balcanici e baltici, di cui 11 membri della Ue, sui quali aveva puntato inizialmente. Gli investimenti finanziari e commerciali invece accresce nei paesi europei ricchi, Italia compresa. Ora nelle nuove tecnologie della comunicazione, il G 5. Ma come sempre in ogni affare che si presenti. L’acquisto di bond europei non escluso.
Il riorientamento della politica europea della Cina, già in atto dall'estate, rientra nelle misure prese per allargare il fronte anti-Trump. Contro la politica dei dazi del presidente americano. Il presidente cinese Xi è deciso a resistere alla politica aggressiva di Trump – sulla stessa lunghezza d’onda del presidente americano. A differenza di Canada, Messico e Unione Europea, che hanno deciso di negoziare con Washington nuovi schemi commerciali, in qualche misura più favorevoli agli Stati Uniti.  

Il libro massaggio

Dunque, non qualche autore baciato dal successo, il bestseller è un prodotto, con ricette varie, ma non complicate. Si cucina. Storie senza luoghi, senza epoca, senza caratteri. Anche senza intreccio, non è necessario.
Questo Gramellini del 2010, che si riedita a poco prezzo perché evidentemente funziona, non racconta niente o quasi. Però va veloce, in genere dialogato, tra non-persone, come tutti tra morti e resurrezioni, sul campo dell’amore. Con spruzzi di saggezza. Tipo: “Ogni corpo contiene unanima”. Pausa. “Ogni maschio ha una femmina dentro di sé”. Pausa. “E ogni femmina un maschio”.
Non impegnativo – a parte il pettegolezzo biografico, per i beneinformati. Ma non vuole esserlo, solo fare scorrere un po’ il tempo: il bestseller è uno svago, un esercizio da tempo libero. Un “messaggio massaggio”, come dire rilassante, così lo propone l’editore, onesto.
Il problema è se l’autore si vuole moralista. Accigliato.
Massimo Gramellini, L’utima riga delle favole, Tea, pp. 264 € 5

mercoledì 7 novembre 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (380)

Giuseppe Leuzzi

Sagra del linciaggio sui poveri palermitani assassinati dall’acqua: la casa in cui festeggiavano era abusiva. Sono morti in troppi, anche bambini, ma nessuna pietà. Nemmeno per un giorno. La prima notizia, prima della morte, è la speculazione – se sono morti è per colpa loro.
Fra i “belli-e-buoni” della virtù edilizia si segnala a Milano il “Corriere della sera”, che in prima pagina più che la tragedia monta lo sdegno. Col corredo di Gian Antonio Stella, il leghista senza maschera, prima firma del giornale.

La scoperta che rivoluziona la storia della navigazione nel Mediterraneo, e cioè la storia del Mediterraneo,
è opera a Marettimo nelle Egadi di una guida alpina della Valtellina, Jacopo Merizzi.
Non è la prima. Già nel 2003 Merizzi, insieme con Franco Brevini, lo scrittore milanese, aveva fatto  a Marettimo ritrovamenti importanti, di resti quella volta archeologici, un serie di cocci delle guere puniche.
Merizzi si è imbattuto nelle ossa di cervo e nei resti di cibo mentre tracciava un sentiero di trekking, incaricato dall’ente parco. Troppa fatica per un isolano.
La scoperta del Sud per i meridionali è tema affascinante, e terribile.

“A Milano hanno cominciato ad aggirarsi per la strada studenti, uomini in abito da lavoro e ragazze cool a bordo di monopattini elettrici, diventati subito l’oggetto del desiderio grazie al passaparola dei social network. Ce ne sono in tutto una ventina” – “Corriere della sera”. Sempre Milano si celebra nei suoi giornali, anche se c’è solo da vendere qualche monopattino più.

L’origine del Sud
La Nobel Toni Morrison, che ha vissuto in America il pregiudizio razziale, contro gli afroamericani, si chiede in “The origin of Others”, “L’origine di Altri”, come si arriva alla differenza. Per razzismo? Troppo semplice ribattere, anche l’uomo della folla lo sa, va in chiesa pure lui. “La razza è la classificazione di una specie, e noi siamo la razza umana, punto”. Dopodiché resta da spiegare il bisogno di ostracizzare, di creare il diverso: “Che cos’è quest’altra cosa – l’ostilità, il razzismo sociale, l’Altrismo (Othering, creazione dell’Altro)?” Un bisogno impellente, e gratificante. “Quale è la natura del conforto nell’Altrismo”, si chiede la scrittrice, “il fascino, il suo potere (sociale, psicologico o economico)?” La risposta è ovvia: “È il brivido, dell’appartenenza – che implica essere parte di qualcosa di più grande che il proprio sé solitario, e quindi più forte?” Ma per un motivo non  scontato: “La mia prima risposta va verso un bisogno socio-psicologico di un “estraneo”, un Altro, al fine di definire l’io estraniato (l’uomo della fola è sempre l’uomo solo)”.
Un curioso ma importante meccanismo di identificazione. Che a tutti gli effetti, a una prima riflessione, appare il modulo di “creazione del Sud”. Più di quello economico. O non più, dopo la spoliazione postunitaria, e l’esercito di riserva postbellico. È il meccanismo mentale del leghismo.

Napoli
La Napoli “nobilissima” di Paolo Macry, storico regnicolo, venendo dall’Abruzzo (“Napoli. Nostalgia di un domani”), è  nell’assetto monarchico, delle vecchie monarchie, del re - nella Repubblica il sindaco, Lauro, Bassolino, De Magistris - e il suo popolo. Questo è vero, ma è inquietante e non rassicurante. Perché in una città industriale all’ennesima potenza, essendo la captale della “copia” (il falso richiede una moltiplicazione delle energie, per adattamento, produzione, distribuzione, e latitanza, triplice, alla Guardia di Finanza, all’Inps e ai Carabinieri), manca il ceto medio, la borghesia, l’imprenditoria come classe, classe dirigente. L’ossatura di una società civile. Tutti signori a Napoli, anche in epoca ormai da qualche secolo borghese, quelli che hanno e potrebbero fare. Particolarmente carente nella finanza – la città non ha più nemmeno una banca. Forte nell’opinione, cioè nelle chiacchiere (critiche). Ma omissiva, malgrado l’ostensione, retrattile, nascosta.
Si può prendere Napoli, la storia di Napoli, dal punto di vista storico, in controluce con il “corso della storia”, la storia prevalente, la storia di tutti. Comparativamente, si ferma a prima della rivoluzione industriale. Della seconda rivoluzione, quella dell’elettricità, la chimica, il petrolio, e della società borghese. Che combacia con la sua fine come capitale e la sua associazione al regno remoto d’Italia. È Londra di Dickens, metà Ottocento. Della quale mantiene l’ingegnosità e la versatilità che hanno incuriosito il filosofo Sohn-Rethel (“Das Ideal des Kaputten”). Ma non è entrata nella logica dei monopoli: dell’accumulo e della crescita. Non si organizza, non si struttura, non si dà un programma – promozione, immagine, marketing. Ha belle case e belle menti. Ha principi e caporioni, ma non ha la borghesia, non ha ceto medio construens. Non conosce rappresentanza, non riconosce istituzioni, è in una forma di anarchismo acefalo, menefreghista. Una macchina che si riproduce, senza pensiero – di mutare, rinnovarsi, migliorarsi. Rassegnata, per quanto si dica battagliera.
Il “miracolo di Napoli è di essere rimasta uguale a se stessa, probabilmente da un millennio. Tra rivolte e rivoluzioni come sbocchi d’ira, segnando il passo. È vecchio e inalterabile il leguleismo, in tribunale e fuori. Lo sbirrismo. Il lamento – vittimismo. Lo scherno, anche violento – la Napoli di Boccaccio, senza la grazia. L’inumanità, comune a ogni ambiente metropolitano. È vecchio il popolo, che coltiva i sui vezzi - la napoletanità. È immutabile la napoletanità, per quanto critica, col lamento, il disordine, la povertà. Altrove la povertà si circoscrive (si combatte), a Napoli no - cioè, sembra di no, ma e come se lo facesse.

Alessandro Gassman rifà “Fronte del porto” a teatro, a Napoli, con i portuali napoletani che fronteggiano la camorra. Niente di più plausibile, l’operaismo a Napoli ha tradizione forte, prima che in altre città. Ma ci sono ancora portuali a Napoli? E ci sarebbe partita, la camorra non ha già vinto – sempre, subito, comunque.

È città senza regole. Ma la non regola è una regola. Più efficace di una città, per esempio Roma, dove una metà sa che ci sono le regole e le segue e l’altra metà no: ne nascono incidenti. Ci sono più vittime sulle strisce pedonali a Roma che nella sregolatissima Napoli.

Rosso fresco. È un colore napoletano del semaforo. Non c’è sullo strumento, che è verde, gialo e rosso come ovunque. Ma si sa che c’è: è quel momento di attesa per cui non si parte immediatamente al verde. Chi si trova bloccato dal rosso mentre tenta di forzare il giallo dà un’ultima accelerata. È un’economia del tempo.

È capitale, di molti secoli, decaduta. La decadenza non è un fenomeno indolore, provoca e trascina rovine.

È un simbolo e un mito la signora che in treno confronta dura un giovane che si dichiara Hitler e insulta un onesto lavoratore pakistano. Cose altrove di normale amministrazione, ci sono disadattati, anche giovani, dappertutto. Napoli non ha di meglio?

Non si può negare che Napoli era una capitale, piena di risorse, soprattutto umane, e ora è una città spazzatura. Questo sfugge anche ai neo borbonici – neo napoletanissimi anche loro, della lagna e absta?

Non è fake – una napoletanata - la coda alla Circumvesuviana, aspettando il “fesso” che paga il biglietto per accodarsi e passare il tornello. Ma riguarda solo le persone in età o con la gonna, gli altri il tornello lo saltano atleticamente. Si dice: non c’è coscienza civile. No, è il poliziotto inteso come sbirro. Un agente che semplicemente faccia rispettare la legge non è concepibile in città.  

“Cieli piovete, diluviate, giustizia” – Isaia. Ce ne vorrebbe uno per la capitale del diritto: di processi fasulli, parola giustamente napoletana, da Tortora alla Juventus e a Renzi, con danni incalcolabili per tutti, Napoli compresa.
Una borghesia c’è, ma professionale, quella del diritto. Ma è parte in causa dello sfacelo, se non ne è il motore.      
Giudici che si incontrano in gran numero in trasferta, a Milano, Torino, e purtroppo anche in Calabria, pervicaci e onorati, anzi una bandiera.

“Na mano lava ‘nad”, una mano lava l’altra, ricorda il protagonista di Philip Roth, “Pastorale americana” che suo padre diceva nelle famiglie italiane, napoletane, dove aveva dato da lavorare i guanti che commerciava, “completando col gesto della mano il suo repertorio di una sola frase completa, in napoletano”. Non l’esatta pronuncia ma il linguaggio sì, il gesto e la considerazione.
“C’erano otto, dieci, dodici famiglie di immigrati”, ricorda con Roth il protagonista del loro quartiere a Newark, “gente di Napoli che erano stati guantai al loro paese. Il vecchio nonno o il padre faceva il taglio sul tavolo della cucina, col righello, le forbici, e il sarchiello (un coltello senza taglio, n.d.r.) che si è portato dall’Italia. La nonna o la madre faceva la cucitura, e le figlie la messa in opera – lo stiratura – al modo antico, col ferro da stiro scaldato in un contenitore posto sopra la stufa ricurva della cucina”.
Il protagonista-Roth ricorda in particolare un pio di guanti “tagliato dal più vecchio degli artigiani napoletani”. Un ricordo dell’infanzia, con se stesso seduto sulle ginocchia del padre, “e davanti a loro un maestro di taglio che si diceva avesse cento anni e avesse fatto i guanti per la regina d’Italia”, che stendeva i resti di una pelle per ricavarne altre pezze da guanti. Col commento del nonno: “Guarda quello che fa. Stai guardando un genio e stai guardando un artista. Il tagliatore italiano, figlio, è sempre più artistico nella sua visione delle cose. E questo è il maestro di tutti”.

leuzzi@antiit.eu

Morì aspettando di vivere


Una satira della psicoanalisi, bonaria e fredda - spietata. Una forma di ipocondria, affollata di “terribili sintomi di patologie inesistenti”. Di uno che muore svuotato dalla “lacaniana Parola dell’Io”. Aspettando di vivere. Procrastinando la vita in attesa della guarigione.
Un favolello, disegnato da Jean Cortot con didascalie italiane, che però non si pubblica in italiano, solo nella traduzione francese, dello stesso Tabucchi. Che Tabucchi termina dicendo la storia, “veridica e istruttiva”, dall’analista raccontata all’autore, e da questi “scrupolosamente tradotta in italiano”.
Di Tabucchi del 2001, prima della scivolata arcigna nella politica, col gusto ancora del paradosso. La gentile ironia si estende all’uso dei cognomi plurimi, paterni, materni e ancestrali.
Antonio Tabucchi, Le triste cas de Monsieur Silva da Silva e Silva, Fata Morgana, pp.. 29, ill. € 10

martedì 6 novembre 2018

Il mondo com'è (358)

astolfo


Cina-Usa – Dalla collaborazione al confronto? La presidenza Xi Jinping sembra avere cambiato il dispositivo delle relazioni fra le due grandi potenze, finora all’insegna della cooperazione, ora tentate dall’antagonismo. Anche perché Xi ha consolidato il suo potere a Pechino mentre negli Stati Uniti emergeva Trump, che il suo progetto di egemonia dichiara. Il dibattito su questo cambiamento di prospettiva, dopo la crescita economica e anche strategica della Cina, favorita per un trentennio dagli Stati Uniti nelle assise internazionali, alla Wto, l’organizzazione del commercio mondiale, e all’Onu, è fervido in Cina come negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti si è sviluppato come prodromo di un riarmo militare. Per ora sotto l’aspetto accademico, delle due ipotesi di “trappola di Tucidide” e “trappola di Lenin”. In Cina in ambito politico, all’interno del partito Comunista, con ricorrenti interventi di analisti, accademici e personalità politiche. Il confronto, benché non dichiarato, va in accelerazione rapida: Trump e Xi si fronteggiano con eguale animus, di sfida. Ai dazi di Trump, Xi ha risposto in due modi: moltiplicando la dotazione degli investimenti all’estero (il progetto “Via della Seta”) e aprendo a importazioni per dieci miliardi di dollari subito, all’apertura ieri della fiera di Shangai: “La Cina non chiuderà le porte al mondo”, ha detto in non velata polemica con Trump, “ ma le aprirà sempre di più”. Dopo avere mostrato a più riprese il viso dell’arme nei mari, nel Mare Cinese Orientale con Corea, Giappone e Taiwan, in quello Meridionale con Filippine e Malesia. Ha disposto il raddoppio degli investimenti in Africa, già elevati – nel 2018 assommeranno a cento miliardi di dollari. Solo in Europa riduce gli impegni, nell’Europa dei 16+1, i paesi orientali, balcanici e baltici, di cui 11 membri della Ue, sui quali aveva puntato inizialmente. Per favorire un dialogo con Bruxelles, in funzione anti-Trump. – gli investimenti finanziari e commerciali invece a crescere nei mercati più ricchi Italia compresa, ora nelle nuove tecnologie della comunicazione, il G 5.
Gli ambienti accademici, di economisti e americanisti, sono per il “basso profilo”e l’“approccio graduale”. Le linee-guida dello statista della nuova Cina, Deng Hsiaoping, delle “quattro modernizzazioni” e dell’apertura al mercato mondiale, anni 1980. Le ribadiscono a Pechino l’università Tsinghua, che ha recentemente tenuto un Forum della pace mondiale, e l’università Renmin, le più prestigiose. Delle divisioni del partito non si fanno nomi, ma si sa che ci sono.
L’amministrazione Trump è anch’essa sulla sfida. Dopo le due tornate di dazi imposti sulle importazioni, prova a costruire una sorte di cordone economico attorno a Pechino. Ha introdotto nel nuovo trattato di libero scambio con Canada e Messico l’obbligo di comunicare ai partner l’apertura di negoziati commerciali con “economie non di mercato”, cioè con la Cina. Clausola che si propone di estendere al trattato commerciale transatlantico, se verrà ripreso, e a quello transpacifico. E ipotizza di introdurre anche una clausola anti-manipolazione monetaria. Con chiara allusione alla Cina. Contro la quale rinfocola vecchi e nuovi risentimenti in Asia, in Giappone, Corea, Pakistan, India, Filippine, Malesia (molto dipendente dall’Arabia Saudita) e naturalmente Taiwan. Alla Casa Bianca Lawrence Kudlow, un analista finanziario che dirige il National Economic Council, ha perfino ipotizzato una “coalizione commerciale dei volenterosi”, richiamando quella che ha accompagnato gli Stati Uniti in Irak.
Ma il confronto non va oltre le schermaglie negoziali. Trump minaccia di spostarlo sul terreno finora proibito, quello militare, ma non ha reso nessuna iniziativa. La Cina lavora a sfidare il monopolio Usa nella comunicazione online, con le nuove tecnologie G 5. E a diventare il polo di sviluppo e il mercato principale dell’auto elettrica, la nuova frontiera del trasporto individuale, poiché ha i componenti minerari dell’attuale tecnologia elettrica, a batterie.

Trappole – Termine venuto in uso ultimamente per il vecchio imperialismo. Elaborato da Graham  Allison, che ne ha dato la prima definizione come “trappola di Tucidide”. Dei rischi che l’emergere di una nuova potenza fa correre agli equilibri, le vecchie potenze trovando difficile adattarsi a nuovi equilibri. A Harvard, dove insegnava, Allison ha costituito un gruppo di ricerca sugli eventi storici caratterizzati dalla “trappola di Tucidide”, i cui risultati presenta nel volume “Destinati alla guerra”, appena tradotto, sul rapporto Cina-Usa, in riferimento appunto a una serie di eventi europei condizionati dalla “trappola di Tucidide”. Sull’altro versante, democratico, il politologo Walter Russell Mead gli contrappone una “trappola di Lenin”, e cioè lo scivolamento della Cina, divenuta troppo potente, verso l’imperialismo.    

Trappola di Lenin – A Graham Allison e alal sua “trappola di Ticidide, Walter Russell Mead, politologo e storico della politica estera americana, uno “da sempre democratico” che approvò  la guerra in Irak nel 2003, oppone una “trappola di Lenin”. Scrivendo nella pagina delle opinioni del “Wal Street Journal” il 17 settembre ammonisce che “l’imperialismo è rischioso per la Cina”, perché la fa uscire dallo statuto che vanta di “vittima dell’imperialismo coloniale” e la fa risentire in Asia e in Africa come invasore, con l’esportazione-imposizione dei suoi surplus produttivi in mercati che in vari modi rende captive. È la trappola dell’imperialismo, che Lenin aveva definito: “Lenin definì l’imperialismo come il tentativo di un paese capitalista di cercare mercati di sbocco e opportunità d’investimento all’estero quando la sua economia domestica è alluvionata da capitali e capacità di produzione in eccesso”. Ciò avrebbe condotto alla guerra, secondo Lenin.
Lenin si sbagliava, arguisce Mead: “Settant’anni di storia occidentale dopo la seconda guerra mondiale mostrano che, con le giuste politiche economiche, un mix di crescente potere d’acquisto e integrazione economica internazionale può trascendere le dinamiche imperialiste”. Ma allora anche la Cina dovrebbe prendere questa strada.  Altrimenti, succede quello che Lenin teorizzava: “A meno di non trovare all’estero nuovi mercati per assorbire il surplus, un’implosione economica si produce, mandando milioni fuori lavoro, bancarottando migliaia di aziende e scompaginando i loro sistemi finanziari. Scatenando forze rivoluzionarie che minacciano i regimi in in carica”. La Cina è ora palesemente in surplus di produzione, dall’acciaio all’informatica, un’industria moltiplicata con i sussidi, e in eccesso di capitali, moltiplicati da prestiti fuori controllo. E cerca sbocchi in Asia, in Africa e in Europa, con la Via del Seta e altri accorgimenti promozionali. Ma deve imparare dall’Occidente a contenersi con accordi e limitazioni, “più simile agli Usa, l’Europa e il Giappone”, pena il risentimento dei paesi che elegge a sbocchi.
Mead accusa la Cina di pratiche mercantiliste: “sussidi, furti della proprietà intellettuale, sforzi nazionali coordinati per identificare nuove acquisizioni”
In precedenza Mead aveva anticipato i rischi della globalizzazione – nel 1992, alla vigilia della presidenza Clinton, che ne sarà invece il promotore a oltranza. Ipotizzando uno scontro feroce tra Nord e Sud del mondo, tra Occidente  e resto del mondo, qualora il mercato globale dovesse entrare in crisi o in recessione: “Miliardi di persone in tutto il mondo hanno appuntato le loro speranze sull’economia di mercato, governi e popolazioni ne hanno abbracciato i principi e si sono avvicinati per questo all’Occidente, confidando che il sistema occidentale possa funzionare anche per loro”, la crescita continua. Una crisi, che prima o poi è inevitabile, anche solo il ristagno della crescita, potrebbe “armare” i grandi paesi poveri, Cina, India, Russia, contro questo stesso Occidente, e con l’armamento nucleare “rappresentano per il mondo un pericolo molto più grande di quanto lo fossero la Germania e il Giappone negli anni 1930”.
(continua)

astolfo@antiit.eu

L’ecologia debutta con Nixon

Il disinquinamento, poi protezione ambientale, poi ecologia, debuttava cinquant’anni fa in America con l’elezione di Nixon. Che nel discorso inaugurale dichiarava: “Il prossimo decennio deve assolutamente essere quello in cui l’America paga i suoi debiti con il passato reclamando la purezza della sua aria, delle sue acque e dell’ambiente di vita”. Nel 1970 il Congresso rafforzò il Clean Air Act con poteri federali di normativa e d’ispezione. Venne in seguito costituita l’Environmental Protection Agency, Epa, l’agenzia ambientale federale.
Il disinquinamento fu proposto e recepito come nuovo settore industriale, con incentivi e deduzioni fiscali. Vide perciò in prima linea le compagnie petrolifere, chimiche e automobilistiche, le più inquinanti ma anche anche le maggiori sul mercato. Presto queste compagnie, a partire dal 1969, si contesero gli spazi pubblicitari in America per celebrare ogni anno l’Earth Day, la festa della terra.
Contemporaneamente, nello stesso 1968, in Europa si costituiva un Club di Roma, di manager e accademici, per salvare il pianeta dal degrado. Organizzato da Aurelio Peccei, ex dirigente Fiat in Sud America, in Argentina e Brasile, il Club commissionò al Mit, Massachusetts Institute of Technology, un rapporto sullo stato dell’ambiente. Pubblicato nel 1972, il rapporto, col titolo poi celebre “I limiti allo sviluppo”, avviava anche li filone della crescita zero e della deindustrializzazione.

Il salvatore vittima del salvato


Colpevole di avere salvato la vita a un suo allievo, un mite insegnante di dizione diventa ostaggio della famiglia di quest'ultimo, grata – è una famiglia di ‘ndrangheta.
Un vecchio aneddoto, il salvatore che diventa vittima del suicida salvato, già inscenato al cinema da Chaplin e Totò. Ma senza sottigliezze, giocato sulla buffoneria. A metà tra commediola e farsa - la ‘ndrangheta è esagerata, una maschera.
Alessio Maria Federici, Uno di famiglia

lunedì 5 novembre 2018

Problemi di base naturali - 454

spock

L’acqua fa disastri, il vino no (cartello dopo l’alluvione di Firenze)?

Le alluvioni sono, come i terremoti, castighi di Dio?

È così feroce?

E che male ha fatto l’Italia, ha votato gialloverde?

Ha piantato troppi alberi’

Natura naturans (Spinoza)?

Il posto dell’uomo è nella natura, o contro natura?

spock@antiit.eu

Alluvioni e terremoti, c’è solo il fai-da-te


Il documentario sull’alluvione di Firenze (Focus tv) ha una straordinaria novità, otre alle tante scene e immagini inedite dell’evento: l’immediato recupero delle attività artigianali e commerciali attraverso una sorta di autofinanziamento privato. Beppe Fantacci, un uomo d’affari cresciuto negli Stati Uniti, ebbe l’idea di un prestito gratuito da lanciare negli Usa per sottoscrittori picoli e grandi, conoscitori e appassionati di Firenze o semplici mecenati, lo propose al sindaco Bargelini che imediatamente lo sponsorizzò, costituì in 24 ore un fondo Alfa (American Loans to Florence Artisans), garantito da se stesso e altre due personalità note in America, lo stilista Emilio Pucci e il buyer Enzo Tayac, diffuse negli States i filmini da lui stesso girati per dare il senso dell’accaduto (i material usati da D’Agostino), e raccolse in una settimana milioni di dollari. Il fondo Americano aveva intanto doppiato, tramite la Camera di commercio, con un fondo italiano. Di donazioni per lo più a fondo perduto. Raccolse alcuni miliardi di lire, che consentirono un migliaio di prestiti gratuiti, da 2 a 5 milioni, agli artigiani e commercianti danneggiati. Col risultato di rilanciare l’attività riprese immediatamente, e per di più, solitamente, col recupero invece che col rinnovo, col restauro di ambienti e botteghe. Una trovata geniale.
Fantacci ebbe anche l’idea risolutiva per recuperare la testa della statura della Primavera del ponte Santa Trinità travolto dall’Arno: tutti gli altri pezzi si ritrovarono la testa no. Ne fece dei manifestini tipo “wanted” che affisse dappertutto, promettendo una taglia a chi consegnava la testa e garantendo l’anonimato. E la testa riemerse – più pratica la taglia che una vendita sottobanco.
Il fai-da-te postcatastrofe è stata adottato dieci anni dopo in Frruli, dopo il terremoto. Anche qui on successo – i crediti al solito inesigibili verso lo Stato, sui fondi per la ricostruzione, vennero scontati presso le banche: meglio l’80 per cento subito che la burocrazia. Altro successo. Le uniche storie di successo post-traumatiche, dal Belice all’Irpinia, L’Aquila, Amatrice e Norcia, e senza le illegalità che bisogna condonare a Ischia.  
Gianmarco D’Agostino, Camminando sull’acqua

domenica 4 novembre 2018

La guerra di Crimea


Fra i casi di “trappola di Tucidide” esemplificati dallo storico americano Allison in “Destinati alla guerra”, di guerra cioè preventiva per evitare che una potenza emergente assurga all’egemonia, c’è la “guerra di Crimea”, allora guerra d’Oriente. Quella dichiarata da Francia e Inghilterra nel 1853 contro la Russia.
Il motivo non mancava, anche allora. La Francia voleva il patrocinio esclusivo dei luoghi santi in Palestina, mentre la Russia pretendeva di intromettersi in quanto protettrice dei cristiani ortodossi. Per questo si combatté una guerra di tre anni, dal 1853 al 1856. Di fatto Francia e Inghilterra volevano bloccare il passaggio della Russia attraverso il Mar Nero e i Dardanelli nel Mediterraneo. Su questo riuscirono a mobilitare anche l’impero ottomano. E il regno di Sardegna – il Piemonte di Cavour. Che non c’entrava, ma Cavour si accattivò con poco Francia e Inghilterra, che poi sarebbero state decisive per l’unificazione dell’Italia.
Ora non ci sono di mezzo i cristiani. Ma una minaccia ai cristiani sì, del fondamentalismo islamico. C’è di mezzo anche la Crimea propriamente detta. Con la Russia nel doppio ruolo, di protettrice dei cristiani, e di potenza nuovamente mediterranea, in Siria. Anche le alleanze sono più o meno analoghe: l’Europa sta con gli Usa, benché a malincuore, e il ruolo del Piemonte è di vari potentati arabi. La Russia questa volta ha la Turchia dalla sua – sembra averla. E l’Italia, dove si vuole mettere?

La sindrome cinese

“Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?” è il titolo intero di “Destinati alla guerra”. La “trappola di Tucidide” è invenzione dell’autore, basata sulla semplice considerazione dello storico ateniese per spiegare la guerra del Peloponneso: “Ciò che rese la guerra inevitabile fu la crescita della potenza ateniese e i timori che questo causò a Sparta”, allora potenza egemone. Su questa base Allison ha creato a Harvard, dove insegnava, un gruppo di studio. Che ha trovato, analizzando la storia europea, parecchi casi di “trappola” scattata.
Questi casi prendono la gran parte del libro. I più gravidi di conseguenze sono la sfida della Spagna al Portogallo a fine Quattrocento per il dominio dei mari, la guerra nel Cinquecento della Francia agli Asburgo per l’egemonia in Europa, gli Asburgo contro i turchi nel Seicento, l’Inghilterra contro l’Olanda sempre nel Seicento per il controllo dei mari, la sfida della Francia all’Inghilterra, tra Sette e Ottocento, sui mari per le colonie, in Nord America e nel subcontinente indiano, l’Europa contro la Russia nella guerra di Crimea, e la Germania contro tutti nel primo Novecento, contra Francia e Inghilterra, contro la Russia-Unione Sovietica, contro l’America. Con successi alterni, per lo sfidante o per la potenza egemone.
Ma il tema vero del libro è la Cina: la guerra prossima ventura tra Usa e Cina. Inevitabile a parere di Allison perché la Cina è cresciuta e cresce in tutto, tecnica, commercio, finanza, scienza, armamenti. Va a doppiare tra qualche anno il pil americano, e nel 2049, anno centenario della rivoluzione maoista, produrrà il triplo che gli Usa. Allison si rifà ripetutamente a Napoleone: “Quando la Cina si risveglierà, il mondo tremerà”. 
Tutto ben raccontato, ma un’esercitazione sul nulla. Ci sarà la Cina nel 2049, una Cina comunistissima e ultracapitalista? Allison è un vecchio simpatico scienziato politico a Harvard. Ma di più consulente per la Difesa Usa, di vari ministri e autorità. È anche il protagonista di un’inedita autopromozione su Wikipedia, un redattore pagando, si è scoperto, per inserire sue citazioni un po’ dappertutto. Ma questo non incide. Ciò che il libro vuole dire è che bisogna aprire una nuova guerra fredda, con deterrenti in grado di scongiurare la guerra vera. Cioè: riarmo. Una buona ricetta molto insidiosa.
Allison riesuma anche casi in cui le potenze hanno trovato un accordo di mutua soddisfazione. In Europa dopo Hitler. Per Cuba sui missili. La divisione dell’America tra Spagna e Portogallo con la mediazione papale nel 1494, con la raya a mezzo Atlantico tracciata dal papa Borgia, il Sud al Portogallo (Angola, Brasile), il Nord alla Spagna. Ma il tema è quello: la minaccia cinese. Che ha agitato e agita in ogni sede. La “trappola di Tucidide” proponendo sulla prima pagina del “New York Times” un anno fa per la visita del presidente cinese Xi a Trump.
Non un libro di storia, un’esercizio politico. Cui qualche obiezione politica non guasta. È vero che la Cina punta agli Stati Uniti. Ma per stabilirvisi: il boom immobiliare è sostenuto dai cinesi, comprano  di tutto e pagano caro, hanno fretta. Anche il presidente Xi, che ha mandato la figlia a studiare a Harvard, probabilmente pensa di fare il nonno in una villetta americana, non si sa mai nei regimi comunisti. Perché la Cina neo-imperiale è un regime provvisorio, di un partito Comunista che guida con mano di ferro il più scatenato capitalismo del mondo. Quando invece Pechino fa sul serio, con gli investimenti all’estero (il progetto marcopoliano Via della Seta), o l’occupazione militare di isolotti abbandonati nella acque delle Filippine o del Giappone, è tutt’attorno a sé che suscita paure e riarmi, in Corea, Giappone, India, Malesia, Pakistan, Indonesia: una gulliveriana agitata è già in atto.
Graham Allison, Destinati alla guerra, Fazi pp. 517 € 18