Immgrazione modello danese
La premier danese Mette Frederiksen avrebbe
più di un motivo per trovare udienza da Trump, anche sulla questione Groenlandia,
stante la robusta politica anti-immigranti che il suo paese porta avanti da una
decina d’anni. Dapprima con la maggioranza conservatrice, col sostegno dei socialdemocratici
– di cui Frederiksen è la leader. Poi, dal 2019, dal governo socialista – di cui
Frederiksen è stata parte da subito come ministro. Sull’argomento, “da sinistra”,
che l’immigrazione irregolare lede i diritti sindacali. Ma di fatto con
provvedimenti “identitari”. Una legge permette di requisire i gioielli, in
garanzia, a chi fa domanda d’asilo. Sono vietati burqa e niqab, gli
indumenti femminili che celano il volto. Chi fa domanda di cittadinanza è
obbligato a stringere la mano del funzionario pubblico a cui la presenta –
anatema per le donne islamiche. I requisiti per la cittadinanza sono diventati peraltro
innumerevoli.
Lo status di rifugiato è concesso a un
migliaio di richiedenti l’anno – erano 6-7 mila in precedenza.
Dapprima generosa sul diritto d’asilo, la
Danimarca è ora le più rigida. Anticipando il governo Meloni, ha disposto il
confinamento dei migranti in attesa di espulsione su un’isola, Linfholm, in uso
all’Istituto di veterinaria per sperimentazioni sui virus animali.
Sul “modello” danese prova ad avviarsi il
governo britannico, laburista. Il nuovo ministro dell’Interno, Shabana Mahmood,
per prima cosa ha ristretto le regole dell’accoglienza. Inglese
di nascita, di genitori pakistani, musulmana, Mahmood si è presentata come quella
che vuole “ripristinare l’ordine e il controllo”.
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