Quando la Russia era tutti noi
Sprofondando alla tv nelle tre ore e mezza del “drammone”
di David Lean viene fatto di chiedersi: dove eravamo? Non molto tempo fa, peraltro.
Se oggi quella stessa Russia è radiata dall’Occidente, e anzi dall’Europa, e
anzi dall’umanità. Il russista Carrère può assicurare: “Tutti i cliché sulla Russia”,
cioè tutti i pregiudizi, “sono veri”. E si isolano i suoi sportivi, si rifiutano
i suoi artisti, e qualcuno ci prova anche con la letteratura. Un romanzo e un
film dove si assicura che “nessuno ama la poesia più dei russi”. E il generale
bolscevico Alec Guinness può lamentare “la nostra maledetta capacità di soffrire”.
Sperimentata peraltro, con Napoleone e con Hitler. E tutto questo la sera dopo
la Giornata della Memoria, il giorno in cui l’Armata Rossa scoprì e documentò
Auschwitz.
Un disorientamento acuito dal ricordo che quando uscirono
il romanzo e il film che commossero tutti era il periodo della massima tensione
– invasioni, repressioni, minacce nucleari – tra la Russia e l’Occidente. Ma nessuno
poneva la Russia fuori dal mondo. Potenza dei partiti comunisti (sovietici) attivi
in Occidente? Forse in Italia, ma altrove?
Un romanzo del poeta Pasternak, prima (e meglio) del
film, in cui l’amore regola la vita.
David Lean, Il dottor Živago, 27 Twenty Seven,
Infinity
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