sabato 10 gennaio 2026

Secondi pensieri - 575

zeulig


Freud – Prende molto da Nietzsche, si sa – seppure non dichiaratamente (inconsciamente?). Dalla distruzione che Nietzsche ha operato. A fini terapeutici non si direbbe - Nietzsche saltella di baratro in baratro. L’inconscio è in fondo il radicalismo di Nietzsche, l’irruzione dell’irrazionale di Schopenhauer.
 
Immedesimazione – È il verbo del momento – ha sostituito “adeguatezza-inadeguatezza”? Vale per i comuni come per gli autori, compresi i registi di cinema, e per gli attori naturalmente – per i quali piuttosto vale la non-immedesimazione di Brecht, l’esercizio critico della professione, giusto entrare nella sagoma – la pelle – di qualcuno, litandosi a “fare il personaggio”. Per i comuni per trovare o esercitare l’empatia, altro verbo recente, la vita di relazione. E, di più, per i politici, i quali non si occupano più di una cosa, “come se fosse mia”, ma si immedesimano – p.es. i 5 Stelle, eletti mutuabili con gli elettori.
Esprime un bisogno di consistenza? Una ricerca di ubi consistam? Nell’età dei diritti? Che sarebbe quindi dissolutoria – quando si ha tutto non si ha nulla?

Nazionalismo – Va – viene fuori -per accumulo, per sedimentazione. Si vuole l’identità non la fonte, una delle fonti, ma il prodotto delle nostre azioni. Ma questo è vero e non è - molto siamo determinati, da famiglia, luoghi, lingua, mentalità. È indefettibile, siamo noi – anche nella versione polemica, dell’identitarismo (cioè nella forma anti-, contro qualcosa o qualcuno).
È come tutto, non è buono o cattivo, può esserlo.

 
Populismo – Non è – era – populismo il neo-realismo, che tanta Italia ha fatto, anche prima della Repubblica, anche quando si chiamava libro “Cuore”? L’ala progressista, poi soprattutto “valorizzata” al cinema, ma anche di tanta letteratura- compresa purtroppo, come no, tanta narrazione della Resistenza.
 
La categoria va alla deriva. Non si sapeva cosa fosse, e non si riesce a incapsularla – salvo, o tanto più perché, in estensione sembra senza limiti o contraccettivi: se tutto è populismo niente è populismo.
Ricchi e poveri, non è più la questione. Americanismo oppure anti-americanismo, di questo è ancora questiona ma ininfluente.  La Russia bizzarramente lo è: i primi moti populisti registrati come tali, Lega e lepenismo, sono filorussi. Ma senza un qualificativo, per una ragione di realpolitik – che un’analisi “scientifica” (marxista?) non disdegnerebbe? – e cioè farsi una dote politica con l’opposizione a Bruxelles, al superstato europeo, che non costa nulla, il superstato non essendoci (Lega e lepenismo al governo in Ungheria con Orbàn marciano indisturbati). Movimenti populisti che non sono antidemocratici, anzi tutti corrono col voto, libero – si fanno forti del voto popolare, benché contrastati dall’opinione pubbica, i media accreditati. Mentre l’anti-populismo, e anche il politicamente corretto, fanno perno su basi non democratiche, in specie nel comparto pubblica opinione: editoria, televisione, cinema.
 
Cosa rimane dell’onnipopulismo? Del tutto populismo, del populismo arrembante? Mote contraddizioni e forse niente. Perché la categoria è generica – vuota, un po’ come “fascismo” in Italia. In  Spagna è al governo da quattro anni il partito socialista. Un partito che ha cioè perso le elezioni, ma  governa con un partito di destra, il partito nazionalista basco Pnv, e uno di estrema destra, catalano, secessionista, Junts per Catalunya. In realtà non governando – non andando in Parlamento (non fa il bilancio, non fa le leggi): occupando il potere. L’entourage del presidente di questo governo è anche sotto processo o in carcere: il suo segretario politico è in prigione, il predecessore di questo bracci destro è sotto processo, la moglie del presidente è sotto processo, suo fratello è sotto processo, il Procuratore Generale dello Stato da lui nominato è sotto processo. Si direbbe un governo, di fatto e di diritto, come un’occupazione abusiva del potere. Ma non populista.
Perché, sempre per restare in Spagna, Abascal e Voz sono populisti e Puigdemont e Junts per Catalunya no?
 

Possesso – È un’azione, non uno status. Configura sempre una mancanza, qualcosa da riempire-possedere. La felicità del possesso non è quietudine, è sempre minacciosa, inquietante.
 
Il possesso manifesta una mancanza. È un’azione, si dispiega nel procedere, nel timore di un vuoto, sia pure di memoria, in un abbrancamento qualsiasi, anche solo a un ceppo muto (la forma di “comunicazione” che da quale tempo si accredita, in epoca green – un corpo inerte invece di uno vivo)?  


Potere – Il potere è anarchico è vecchio refrain - vecchia verità, fattuale. Pasolini argomentava, spiegando il. suo ultimo film, “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”, di aver voluto prendere a “simbolo quel potere che trasforma gli individui in oggetti”. Il potere fascista e nella fattispecie il potere repubblichino. Che per essere assoluto finisce anarchico: “Ecco”, dice, “è il potere che è anarchico…. Mai il potere è stato più anarchico che durante la Repubblica di Salò”. In forza delle leggi: “Nel potere, in qualsiasi potere, legislativo e esecutivo – c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli”. Di un’anarchia però speciale: “L’anarchia degli sfruttati è disperata, idillica, e soprattutto campata in aria, eternamente irrealizzata. Mentre l’anarchia del potere si concreta con la massima facilità in articoli di codice e in prassi”.
Così, in effetti, la concepiva Sade – l’illuminismo: i suoi violenti non fanno altro che redigere regolamenti.


Psicoanalisi - Nel trattamento prolungato, e cadenzato, un appuntamento cadenzato, c’è (anche) il piacere di confessare, che i confessori al confessionale conoscono, hanno catalogato, e sanzionano come abuso: una forma di esibizionismo, e quindi di sopraffazione (far pagare questi falsi penitenti,  in denaro invece che in avemaria e paternostri, sarebbe stato meglio, più efficace, produttivo?).

Sottosuolo – “Sottosuolo è il sostrato, in cui l’individuo, sciolto dai vincoli funzionali degli apparati tecnici e produttivi, prova a costruire o scoprire la propria identità. Donde un oscuro agitarsi di istinti e desideri, di ambiguità e smarrimenti. Dove trovare il mito o la fede, che rivelino noi a noi stessi e pure ci stringano agli altri? Come percorrere le strade buie e impervie del sottosuolo?” È la presentazione, in puro stile Dostoevskij, personaggi e storie di “Memorie del sottosuolo”, che Natalino Irti fa all’Accademia dei Lincei del suo saggio “Sguardi nel sottosuolo”. Che però nel caso sono sguardi di diritto, Irti è una giurista, che infatti continua: “E qui il diritto «privato» riprende il suo carattere privato, e si porge come difesa e riparo. Un diritto, che appare diviso dalle leggi economiche e finanziarie del soprassuolo, e non obbedisce ad alcuna legge di coerente razionalità”. 
Il sottosuolo come campo del diritto – o il diritto come rete (ragnatela) che regge il suolo.

zeulig@antiit.eu

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