La debolezza è doppia per Khamenei
L’Iran di Khamenei tratta con Trump da
una doppia debolezza, militare ed economica. Khamenei non è messo in
discussione perché conta sull’esercito-polizia, e una rete ormai molto vasta di
connivenze con le pratiche più dure del regime. Ma dopo la guerra di Gaza non
se ne teme più la capacità di fare male, non con le armi né con altri mezzi – radicalizzazioni,
terrorismo (perfino sulla Palestina, da sempre la sua bandiera, raccoglie solo diffidenza
e ostilità nel movimento pro-Palestina). E da un anno – un anno almeno – è in
crisi economica. Tale da alienare al regime il ceto finanziario-mercantile (i “bazarì”)
e quello professionale – la piccola-media borghesia urbana, che è stata il suo
fondamento sociale. Il budget 2026 presentato a Natale dal presidente
(capo del governo) Pezeshkian, che nella dialettica di regime si inscrive tra i
“riformisti”, denuncia un’inflazione incontenibile. E tenta di arginarla con la
svalutazione – ma ormai il rial non ha più valore, il dollaro, qualsiasi valuta
è privilegiata), e con tagli alla spesa pubblica. Tagli specialmente elevati,
dieci miliardi di dollari, sono nei sussidi finora erogati ai beni di consumo largo,
la benzina e gli alimentari.
L’economia non è migliorata per la legge
di bilancio, e le condizioni sono anzi peggiorate in questo mese e mezzo, per l’embargo
che Trump ha accentuato sull’export di petrolio.
Mascherando il malcontento, ma
sottolineandolo, si fanno da qualche tempo raffronti con la finitima Turchia.
Che ha lo stesso potenziale demografico e capacità di formazione, e la stessa
struttura produttiva dell’Iran, senza la rendita petrolifera, e cinquant’anni fa
aveva lo stesso standing economico, mentre ora la Turchia è una potenza,
industriale e politica, locale e internazionale, e l’Iran è isolato, e fuori dai
mercati internazionali.
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