Ma il Piano Mattei dà già frutti
Il Piano Mattei così irriso, “pochi soldi
e molte ambizioni”, però funziona, da tempo. Un rapporto si radica dell’Italia
in molti Paesi africani, come contributo alla modernizzazione e allo sviluppo locale,
e di più come ponte per migliorare l’immigrazione, formando il lavoro immigrato.
Una novità che era da tempo necessaria, per una politica che in regime di
Schengen andrebbe fatta a livello europeo, come i Paesi di grande immigrazione,
Stati Uniti, Canada, Australia, hanno fatto fino al dopoguerra: più generosa ma
anche più redditizia rispetto alla manovalanza selvaggia del mercato schiavista
dell’immigrazione, col suo carico di soprusi, taglieggiamenti, violenze e
morti.
Un piano da uno o due miliardi, non granché, ma bene spesi. Accordi sono già in essere con Algeria, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Kenya, Etiopia, Marocco,
Mozambico, Repubblica del Congo (Brazzavile), Angola, Ghana, Mauritania,
Tanzania e Senegal – in totale 14, un quarto dei paesi africani.
La chiesa, alcune grandi imprese, le associazioni
cattoliche di base e le reti di associazioni industriali, settoriali, locali, hanno
avviato numerosi coirsi di formazione, in vista di assunzioni regolari. La Cattolica di Milano ha in attività
un Piano Africa di formazione. Il gruppo Danieli, con i salesiani, fa formazione
e reclutamento in Egitto. La Confindustria Alto Adriatico (Friuli) ha un “progetto
Ghana” bene avviato. La Confindustria Bergamo in Etiopia e in Egitto. Fincantieri
assume ovunque in Africa.
Il governo Meloni, che si segnala per
la lotta all’immigrazione illegale, già col “decreto Cutro”, successivo cioè all’ultima
strage di migranti sule spiagge italiane, ha raddoppiato i numeri annuali del “decreto
flussi”, e ha riscritto la regolamentazione della manodopera straniera per semplificarla.
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